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venerdì 21 giugno 2019
La forza dell'Europa risiede nella diversità degli stati membri
di Kai Weiss
Quando la Gran Bretagna ha deciso di lasciare l'Unione Europea, il 23 giugno 2016, le onde d'urto hanno attraversato Bruxelles e l'Europa. L'Unione Europea ha attraversato molte crisi negli ultimi decenni e, soprattutto negli anni della crisi dell'euro, l'insoddisfazione è salita in molti stati membri. Ma il fatto che uno dei più grandi e importanti stati membri abbia deciso di lasciare il progetto UE a titolo definitivo, è un precedente non indifferente.
All'inizio Bruxelles era in uno stato di totale shock, per molti sembrava che la fine dell'UE fosse vicina. La domanda cruciale allora era come riprendersi dalla Brexit. Quale direzione avrebbe dovuto prendere l'Europa continentale senza la Gran Bretagna?
Per molti sembrava ovvio che fosse giunto il momento di fare un'inversione di marcia. Dopotutto, gli inglesi non hanno votato per andarsene perché la loro integrazione a livello europeo era bassa. La crisi dell'euro rappresentava l'ennesimo esempio lampante del fatto che l'UE fosse andata troppo oltre. Inoltre la crisi migratoria ha dimostrato l'incapacità degli stati membri di trovare un minimo comune denominatore anche nelle crisi più urgenti. Nel frattempo le forze euroscettiche stavano guadagnando trazione in tutto il continente.
Ma incredibilmente Bruxelles ha preso una decisione sconvolgente, spalleggiata dal presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker e dal presidente francese Emmanuel Macron: difendere ancora più "un'unione più stretta". In tempi di populismo e di fiorente nazionalismo, secondo loro era il momento di difendere il progetto europeo più che mai.
Fino ad oggi è stato espresso un flusso infinito di idee su come si potrebbe fare e tutte queste idee sono state presentate in discorsi pomposi in parlamenti, università e in dibattiti televisivi. Tutte hanno un aspetto in comune: ci deve essere maggiore integrazione, maggiore centralizzazione nella capitale del Belgio, perché se l'Europa non continuerà su questa strada, l'Europa tornerà in un'era che nessuno vuole rivivere.
Come l'élite di Bruxelles e alcuni capi di governo possano essere arrivati a questa conclusione non è del tutto chiaro. Certo, i politici possono difendere l'UE definendola un progetto di pace e il successo del libero commercio e del liberalismo, quasi nessuno sarà in disaccordo.
Ma l'UE era già tutto questo diversi decenni fa. Ciò che Bruxelles ha fatto è lontano da quanto affermano i politici europei ed è lontano dagli ideali della democrazia liberale. Parlare di democrazia sarebbe comunque ipocrita a questo punto, dal momento che sin dagli anni '90 molti referendum in cui i Paesi hanno votato contro una maggiore integrazione sono stati ignorati. Ed è altrettanto discutibile se una potente burocrazia in una città lontana centinaia di miglia dalla maggior parte dei cittadini sia democratica.
Anche il dinamismo economico è stato lasciato indietro: a lungo sono stati ignorati il rafforzamento del mercato comune e lo smantellamento delle barriere, ed è stato a lungo dimenticato il libero scambio con il mondo esterno. Invece sono stati sviluppati aspetti sempre più protezionistici e normativi. Al giorno d'oggi le aziende di successo vengono penalizzate, mentre la Commissione Europea sta cercando di finanziare l'apparato di Bruxelles (e naturalmente i miliardi di sussidi agricoli e programmi di ridistribuzione verso l'Europa meridionale e orientale) a spese di aziende private e cittadini.
L'euro, descritto da eminenti economisti come Hans-Werner Sinn come un "errore storico", ha subito un'enorme perdita di valore a causa della politica monetaria della Banca Centrale Europea. Ciò ha portato all'impoverimento economico di diversi Paesi e all'erosione della ricchezza personale dei cittadini ordinari e ha creato una bolla che alla fine esploderà.
Allo stesso tempo, la popolarità dell'UE tra gli europei non è migliorata. Può essere vero che la stessa UE come istituzione è più popolare che mai, ma non si può dire lo stesso del lavoro dell'élite di Bruxelles.
In sintesi, si può quindi affermare che i tentativi di integrazione degli ultimi decenni abbiano fallito, tanto per usare un eufemismo. Allora perché i federalisti, i sostenitori di un'Europa federale unita, pensano che tutto ciò che dobbiamo fare sia spingersi ancora oltre lungo una strada che ha fallito?
Se ascoltiamo i federalisti scopriamo che per loro l'UE è più di una semplice organizzazione sovranazionale per il coordinamento dei singoli stati. Per loro l'UE è l'Europa e l'Europa è l'UE. Se una scompare, anche l'altra scompare. Se ne criticate una, criticate anche l'altra. Vivono per questo progetto; per loro il successo dell'UE è più importante di qualsiasi altra cosa. Si potrebbe quasi dire che sentono il "Pulse of Europe", o almeno così credono.
In questo senso, i federalisti seguono una visione fortemente progressista dell'UE. Per loro un'Europa unita, imitando gli Stati Uniti d'America, è l'obiettivo finale per raggiungere la pace e la prosperità in Europa. Gli stati-nazione sono semplici reliquie del passato, forse anche la ragione principale delle grandi guerre del XX secolo, le quali hanno reso necessaria l'UE. Invece di contare sulla sovranità e sull'identità nazionale, tali concetti dovrebbero fare strada a qualcosa di molto più grande: una sovranità europea e un'identità europea.
Per questo motivo ovvi problemi come l'euro, ad esempio, vengono ignorati. Per i fanatici dell'UE l'euro non è una valuta che è fallita, per loro è un simbolo del progetto europeo e criticarlo equivarrebbe a criticare l'Europa in generale.
Invece aumentare l'integrazione è l'unico modo per rimanere nella "parte giusta della storia". Gli Stati Uniti d'Europa sono la destinazione finale e viene seguito il modo più veloce per arrivarci, indipendentemente dagli ostacoli.
Ma i federalisti devono rendersi conto, e forse la Brexit ha rappresentato un monito sufficiente, che la loro filosofia progressista dell'Unione Europea finirà nel caos. I disastri economici vengono ignorati a causa di un'infatuazione irrazionale e per i fanatici l'opposizione degli stati membri e dei cittadini non ha alcun significato, addirittura secondo loro non sarà più un problema una volta creata un'identità europea. I cittadini europei dovrebbero considerarsi esattamente così: cittadini dell'Europa, non della Germania o della Francia.
Ed i federalisti hanno ragione su questo, almeno in una certa misura: perché se le persone si vedessero principalmente come europei, la centralizzazione nella capitale europea sarebbe davvero molto meno assurda e più facilmente accettata. Ma chi in Europa si vede prima di tutto come europeo? È una minoranza incredibilmente piccola e consiste in gran parte nella generazione Erasmus, cioè in coloro che, a spese dei loro concittadini, vanno a "studiare" all'estero e gozzovigliano per tre mesi sulle spiagge in Spagna o in Portogallo con il loro nuovo amici. E ora credono che ciò giustifichi disastri come l'euro o l'armonizzazione fiscale.
Nel frattempo l'élite di Bruxelles sta considerando come diffondere l'identità europea tra i cittadini comuni. Ma questo non può essere fatto dall'alto, tranne attraverso la coercizione. Qualora dovesse nascere un'identità europea, dovrebbe farlo dagli stessi cittadini. Finché questo non accade, i federalisti dovranno accettare la realtà che gli europei non condividono il loro entusiasmo per l'abolizione dei loro stati-nazione a favore di un grande apparato europeo.
E non c'è niente di sbagliato in questo, dopotutto uno dei punti di forza dell'Europa è sempre stata la sua diversità. L'ex-primo ministro britannico, Margaret Thatcher, l'ha riassunto nel suo famoso discorso di Bruges del 1988: "L'Europa sarà più forte proprio perché c'è la Francia che è la Francia, la Spagna che è la Spagna, la Gran Bretagna che è la Gran Bretagna, ognuna con i suoi costumi, tradizioni e identità. È follia cercare di inserirli in una sorta di personalità europea".
Dopotutto questo decentramento è una caratteristica che ha sempre reso l'Europa unica. Per secoli i più grandi pensatori si sono chiesti perché il liberalismo e il capitalismo siano nati in Europa. Ci sono tante risposte e, in realtà, quella giusta è probabilmente una mix di molte altre. Tuttavia è ampiamente riconosciuto che la Kleinstaaterei, vale a dire le centinaia e le centinaia di piccoli stati in Europa, era una ragione importante e come minimo una precondizione.
La storia dice che questo pluralismo ha permesso alle persone di spostarsi rapidamente da uno stato all'altro, consentendo ai cittadini europei di scegliere dove stabilirsi. Questa libertà di scelta e la semplicità di spostarsi rapidamente ha creato una competizione tra gli stati per offrire il posto più attraente in cui vivere. E poiché una politica che fosse il più possibile votata alla libertà s'è rivelata particolarmente efficace per le persone, c'è stato un incentivo affinché gli stati seguissero questa strada.
Certo, non sono solo le idee della libertà individuale, del decentramento e della diversità che sono apparse per la prima volta in Europa. Altre idee sono emerse in questo continente e rappresentano l'esatto opposto: centralismo, collettivismo e disumanizzazione. Queste idee sono state quelle che hanno mostrato la loro brutta faccia, e il volto più brutto dell'Europa, nel ventesimo secolo.
Oggi l'Unione Europea ha la possibilità di scegliere da che parte stare, quale dei due elementi della storia europea vuole propagare. È certamente lontana dai regimi totalitari del secolo scorso e si può presumere (e sperare) che sarà sempre così. E, naturalmente, nessuna delle élite di Bruxelles ha intenzione di andare in quella direzione.
Ciononostante le idee che hanno i federalisti condividono le stesse basi: vogliono centralizzare le decisioni a Bruxelles, vogliono impedire che la libera impresa sia libera, vogliono isolarsi dal mondo esterno, vogliono creare un'identità che non è mai esistita prima. E chiunque si oppone a questi piani, deve essere diffamato come un populista, nazionalista, o con qualsiasi altro insulto vuoto e insensato.
I federalisti potrebbero pensare che la loro visione di "un'unione sempre più stretta" sia innovativa, ma l'idea di creare un mega-stato non è nuova; il fatto che questa idea sia ancora contemplata nel XXI secolo è un triste esempio di quanto velocemente si possa dimenticare il passato.
Se il progetto europeo degenerasse fino a questo punto, l'UE sarebbe destinata al fallimento: o collasserebbe a causa della sua stessa cecità o, ignorando i voti dissenzienti, causerebbe una rivolta ancora più forte delle attuali forze nazionaliste (producendo esattamente ciò che è più temuto e che si è voluto prevenire mediante l'integrazione europea).
Tuttavia esiste un'alternativa: un'Europa che riscopra i benefici del decentramento e del pluralismo; un'Unione Europea in cui stati nazionali liberi e sovrani si uniscano per cooperare; un'Unione Europea in cui venga promossa la libertà economica e vengano ridotte le barriere commerciali; un'Unione Europea con la quale i Paesi europei possano riunirsi per interagire più liberamente con il resto del mondo; un'Unione Europea in grado di fornire sicurezza in tempi di crisi, in tempi di guerra e in tempi di terrorismo, invece di finire nel nichilismo e auto-illudersi in un'idea di riforma.
Innanzitutto dovrebbe essere un'Unione Europea in cui tutti i cittadini abbiano voce in capitolo; un'Europa in cui, per quanto possibile, le decisioni siano prese a livello locale, non lontano a Bruxelles. Tale UE produrrebbe il meglio che l'Europa ha da offrire, sarebbe un'Unione Europea veramente a garanzia della pace e promotrice della prosperità invece di essere intrappolata in sogni utopici.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
giovedì 28 febbraio 2019
6 ragioni per conservare la policy dell'unanimità nell'UE per quanto riguarda le decisioni sulle tasse
di Kai Weiss
La necessità di avere l'unanimità in seno al Consiglio Europeo sulle cosiddette questioni "sensibili", compresa la politica fiscale, è stato per molti anni un tema controverso a livello europeo. Con i piani per riformare l'UE e portare avanti gli sforzi d'integrazione, la Commissione Europea ha dichiarato sin dal voto sulla Brexit che gli stati membri avrebbero dovuto pensare a rinunciare ai voti all'unanimità. A suo giudizio il voto a maggioranza qualificata (VMQ), vale a dire un sostegno del 55% degli stati che rappresentano almeno il 65% della popolazione dell'UE, dovrebbe essere il più utilizzato su tutte le questioni, anche su quelle che sono particolarmente controverse. Questo voto, dice la Commissione, è necessario per avere "un'Unione che possa legiferare".
Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, lo ha chiarito in diversi discorsi sullo stato dell'Unione Europea e il programma di lavoro della Commissione per il 2019 prevede "un processo decisionale più efficiente nei settori chiave della fiscalità e delle politiche sociali". Ma di recente abbiamo appreso che la cancellazione dei voti all'unanimità sulla politica fiscale sia una priorità per la Commissione.
Il 20 dicembre ha avviato un'iniziativa per "procedure legislative più efficienti nell'UE" e il 15 gennaio è stata rilasciata una comunicazione di 13 pagine in cui si sottolineava la necessità di "un processo decisionale più efficiente e democratico riguardo la politica fiscale dell'UE". In entrambi i casi è stata chiesta la graduale abolizione dei voti all'unanimità sulle questioni fiscali. Nel documento del 15 gennaio è stato presentato un percorso in quattro fasi su come ciò sarebbe politicamente fattibile, iniziando con il VMQ in aree chiave quali l'evasione fiscale e la carbon tax, avvicinandosi sempre di più al completo scioglimento dell'unanimità.
Ciò è stato accompagnato da un'analisi pubblicata il giorno prima sostenendo che "il passaggio al voto a maggioranza qualificata ha dimostrato di cambiare le dinamiche negoziali nell'UE", e quindi il VMQ dovrebbe essere introdotto in "settori come la politica estera e la sicurezza comune, la tassazione e la politica sociale, temi fondamentali per affrontare le grandi sfide sociali di oggi".
Anche se è comprensibile che le istituzioni dell'UE e alcuni stati membri siano stanchi di essere ostacolati dagli oppositori nei loro piani di integrazione e sebbene sia vero che i processi decisionali potrebbero essere accelerati abolendo l'unanimità nel voto (nonostante l'accelerazione di tali processi non renda le decisioni più corrette), i piani dell'UE sarebbero ancora altamente dannosi. Non è un caso che la politica fiscale (così come gli altri settori che la Commissione sta esaminando) sia considerata una questione "sensibile".
Infatti l'introduzione del VMQ sulla tassazione includerebbe gravi pericoli e seri problemi. In contrasto con i 6 motivi della Commissione per passare al processo decisionale a maggioranza qualificata, ecco sei motivi per cui l'abolizione dei voti all'unanimità sulla politica fiscale sarebbe un grave errore.
1. Una grande intrusione nella sovranità
Il fatto che un governo possa determinare la propria politica fiscale è una condizione preliminare affinché possa affermare la sua sovranità in materia fiscale ed economica. Se non è in grado di stabilire liberamente la propria base imponibile e le proprie aliquote, avrà difficoltà ad implementare le politiche che desidera, poiché dipenderà sempre dalle decisioni prese da qualcun altro; nel caso di un'implementazione del VMQ a livello europeo, dalle decisioni di una maggioranza qualificata nella Commissione e nel Parlamento Europeo. Cedere la sovranità sulla politica fiscale, anche se solo in parte, rappresenterebbe un'importante intrusione sulla sovranità nazionale. E mentre i limiti interni, come i limiti fiscali nazionali, potrebbero funzionare se scritti nella costituzione di una nazione, un terzo giocatore che interviene negli affari interni di un Paese o che introduce le proprie tasse è sicuramente una questione diversa; e ci si può aspettare che causi un forte contraccolpo.
In tutto ciò, la Commissione ha una definizione inquietante di ciò che significa sovranità: "È lecito chiedersi se una situazione in cui uno Stato membro possa bloccare le iniziative volute dagli altri 27 sia vantaggiosa per la sovranità nazionale di tutti gli altri 27". Ma la sovranità significa che si può fare esattamente questo: come la definisce il Cambridge Dictionary, la sovranità è "il potere di un Paese di controllare il proprio governo", cioè avere il potere supremo su cosa fare indipendentemente da ciò che questo significhi per gli estranei. Di certo questo approccio può portare a cattive politiche, ed è per questo che questioni come la politica fiscale devono essere ulteriormente decentrate il più possibile, in modo che i policymaker siano più incentivati ad attuare una buona politica. Certamente non significa che altri Paesi possano forzare la propria sovranità su un'altra semplicemente perché è nel loro interesse.
2. Un mercato unico contro la concorrenza
Un'altra affermazione curiosa della Commissione è che l'introduzione del VMQ sulle questioni fiscali aiuterebbe a creare un "mercato unico delle imposte". L'armonizzazione delle norme fiscali creerebbe un sistema fiscale equo in tutto il continente. "Le politiche fiscali nazionali possono avere effetti importanti su altri Stati membri e sulle politiche dell'Unione," e gli stati membri sono attualmente vincolati "nella loro capacità di aumentare le entrate per finanziare programmi di spesa in linea con le loro preferenze nazionali". Stabilire le stesse regole aggiungerebbe solamente un altro componente al Mercato Unico.
Mentre questa argomentazione può essere usata per avallare lo snellimento delle leggi fiscali di per sé, il che renderebbe più facile la dichiarazione delle tasse da parte delle multinazionali, danneggerebbe il mercato comune se ciò significasse armonizzare le aliquote fiscali o introdurre nuove tasse, come una tassa sul digitale. Il Mercato Unico è stato creato per facilitare gli scambi transfrontalieri e ridurre o eliminare gli ostacoli, non per introdurre tasse e creare nuovi ostacoli.
3. Armonizzazione fiscale attraverso la porta di servizio
È sempre esistita la preoccupazione che l'abolizione dell'unanimità avrebbe aperto la porta all'armonizzazione fiscale su tutta la linea, compresi i redditi personali e le imposte societarie, eliminando quindi la concorrenza fiscale in Europa. Indubbiamente Paesi come l'Irlanda, l'Estonia e la Lettonia hanno approfittato dei loro sistemi fiscali competitivi; sistemi a cui temono dovrebbero rinunciare per abbracciare qualcosa di più simile a Paesi con tasse elevate come la Francia e la Germania.
La Commissione scrive nei suoi documenti che questo non è un obiettivo: "Né si vuole un sistema di aliquote fiscali personali e aziendali armonizzate in tutta l'UE." Tuttavia altre parti negli stessi documenti mostrano un quadro diverso. Ad esempio, la Commissione afferma che passare ad un VMQ consentirebbe di evitare "una concorrenza fiscale dannosa ed una pianificazione fiscale aggressiva", e si rammarica del fatto che "man mano che la base imponibile diventa più mobile, gli Stati membri sono sempre più limitati nell'esecuzione della loro sovranità fiscale". Ovviamente l'obiettivo di stabilire un "Mercato Unico per la Tassazione" porta ad una conclusione simile.
Il piano in quattro fasi pubblicato dalla Commissione va nella stessa direzione. Il VMQ dovrebbe, in un primo momento, essere introdotto su questioni come la frode e l'evasione fiscale (Fase 1) e misure fiscali per combattere il cambiamento climatico e migliorare la salute pubblica (Fase 2), cioè passi a cui per molti sarà difficile dire di no. Nella Fase 3 l'armonizzazione riguarderà riforme del sistema IVA. Infine "la Fase 4 consentirebbe un passaggio al VMQ per i principali progetti fiscali", i quali includeranno una base imponibile consolidata e comune per le società e l'introduzione di una tassa sul digitale, ma potrebbe andare molto oltre. Chi può dire che l'UE si fermerà qui quando l'unanimità sarà scomparsa?
4. Perdere contro la concorrenza globale
La Commissione Europea ritiene che un sistema fiscale comune renderebbe l'Europa "un leader globale" nelle decisioni fiscali e creerebbe "un ambiente fiscale più equo per tutti". Invece imponendo imposte sul digitale e l'armonizzazione delle aliquote fiscali, l'Europa perderebbe contro la concorrenza globale. Se tutti gli stati membri in Europa avessero aliquote fiscali come la Francia o la Germania, sia le società che le persone si allontanerebbero dal continente in numero sempre crescente, e preferirebbero invece un ambiente favorevole alle imprese e un luogo in cui il successo nella propria carriera non è disincentivato.
Se l'UE vuole davvero reprimere la frode e l'evasione fiscale, farebbe bene a non costringere i suoi stati membri ad implementare tasse dannose e distorsive. La migliore medicina contro l'evasione fiscale è avere un sistema fiscale che sia sopportabile.
La concorrenza fiscale è un business globale oggi. È decisamente facile spostarsi da un luogo all'altro, soprattutto per le aziende. L'Europa dovrebbe cercare di creare un ambiente che apra la porta alla crescita economica e all'accumulo di ricchezza, piuttosto che alienarsi chiunque nel mondo.
5. Ulteriore centralizzazione a Bruxelles
Eliminare l'unanimità nelle decisioni sulla tassazione non avrebbe solo effetti sulla politica fiscale, ma potrebbe anche portare ad un'ulteriore integrazione degli stati membri, e forse non intenzionale. Come scrive la Commissione nella sua comunicazione del 15 gennaio:
L'unanimità in materia fiscale ha inoltre avuto un effetto negativo sulle priorità politiche dell'UE. La tassazione è anche essenziale per molti dei progetti più ambiziosi dell'UE, tra cui l'Unione Economica e Monetaria, l'Unione dei Mercati dei Capitali, il Mercato Unico Digitale, il Quadro 2030 per il Clima e l'Energia, o l'Economia Circolare.
Pertanto potrebbe essere solo una questione di tempo prima che possano essere approvate ulteriori riforme della zona Euro e delle politiche fiscali. Inoltre, come chiarisce il documento del 14 gennaio, Bruxelles vuole anche abolire l'unanimità su altre questioni "sensibili" come la politica estera e la politica sociale. Sebbene qualsiasi decisione debba ancora avere un VMQ da parte degli stati membri, non vi è dubbio che tali misure aumenterebbero la capacità della Commissione e del Parlamento di attuare la propria agenda.
6. Supporto mancante da parte degli stati membri
Molti critici all'inizio dell'anno hanno sottolineato che il sostegno all'introduzione del VMQ sulle tasse è piuttosto blando. Mentre la popolazione generale può essere favorevole a misure a livello europeo contro l'evasione fiscale, è una questione completamente diversa quando si tratta di consegnare la politica fiscale al capriccio della maggioranza (qualificata) e delle istituzioni dell'UE. Le accuse secondo cui troppe decisioni sono prese a Bruxelles non diminuirebbero di certo.
In seno al Consiglio, solo una manciata di Paesi s'è espressi a favore del VMQ sulle tasse, mentre una parte significativa ha respinto questa ipotesi, in particolare l'Irlanda ed i Paesi nordici e baltici. Dato che un tentativo di abolire l'unanimità richiederebbe l'unanimità stessa, compreso l'uso della "clausola passerella" del Trattato di Lisbona, l'introduzione del VMQ nel prossimo futuro sembra una possibilità remota. Infatti finché almeno un Paese, indipendentemente da quanto piccolo, porrà il veto, poco potrà accadere.
Il deciso tentativo della Commissione Europea di abolire l'unanimità su una vasta gamma di questioni, compresa la tassazione, è un segnale che Bruxelles non vi ha rinunciato. È della massima importanza rifiutare tali tentativi.
"Per la Commissione Europea ormai non è più una questione se c'è la necessità di abolire l'unanimità sulle decisioni riguardo la tassazione, ma piuttosto come e quando farlo".
Commissione Europea
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
giovedì 20 settembre 2018
È la Banca d'Italia ad ammetterlo: la ridistribuzione della ricchezza porta ad una maggiore corruzione
di Kai Weiss
La politica agricola comune (PAC) dell'UE, sovvenzioni all'agricoltura che attualmente rappresentano il 39% del bilancio dell'UE (e rappresentavano quasi il 70% in passato), è stata oggetto di molte critiche nel corso degli anni (e giustamente anche). È sicuramente una delle politiche più abominevoli del mondo, sostenendo gli agricoltori che sarebbero andati fuori commercio molto tempo fa, inviando enormi quantità di denaro a grandi aziende agricole e ricchi proprietari terrieri (inclusa la regina), e danneggiando gli agricoltori africani con la sovrapproduzione rendendoli non competitivi.
Nel dramma che circonda la PAC, ci si potrebbe quasi dimenticare del secondo più grande programma ridistributivo dell'UE (lasciando temporaneamente da parte l'euro in questo articolo): la politica di coesione, o i fondi strutturali e di investimento europei (fondi SIE), che rappresentano quasi un altro terzo del budget. Usiamo le parole della Commissione Europea per capire cos'è questo fondo:
[Questa] politica regionale ha come obiettivo tutte le regioni e le città dell'Unione Europea al fine di sostenere la creazione di posti di lavoro, favorire competitività delle imprese, crescita economica e sviluppo sostenibile, e migliorare la qualità della vita dei cittadini. Per raggiungere questi obiettivi ed affrontare le diverse esigenze di sviluppo in tutte le regioni dell'UE, €351.8 miliardi (quasi un terzo del bilancio totale dell'UE) sono stati accantonati per la politica di coesione per il periodo 2014-2020.
La politica di coesione è serve all'UE per dirigere la ridistribuzione della ricchezza da alcuni Paesi verso altri. Ora potrebbe essere vero che tutti gli stati membri ricevono importi sostanziali da questa ridistribuzione, come mostra il grafico seguente:
Ma quando si fa un ulteriore passo avanti e si guarda solo al Fondo di Coesione (CF), un comparto dei fondi SIE, l'elemento ridistributivo diventa ancora più netto. Mentre Germania e Francia, ad esempio, sono nella posizione 5 e 6 (anche se questo calcolo non si adatta alle dimensioni dell'economia o della popolazione, quindi entrambi i Paesi sono molto più indietro nella realtà), economie più grandi con un elevato PIL pro-capite non sono nemmeno ammissibili per il CF, che ha come obiettivo esplicito quello di raggiungere la "convergenza", ovvero aiutare i Paesi più poveri, prevalentemente nell'Europa centrale e orientale, a raggiungere le principali economie, prevalentemente quelle dell'Europa occidentale. È qui che grandi quantità di denaro vengono inviate da una parte all'altra del continente:
I risultati di questi giganteschi fondi strutturali sono chiari. Uno studio sull'Italia meridionale, grande destinatario di fondi (quasi tutti i €43.8 miliardi che l'Italia riceve va dritta al sud), ha concluso che "la capacità di questi fondi di compensare le conseguenze negative della crisi economica sembra essere stata minima."
Nel complesso, sembra che i fondi, in particolare il Fondo di Coesione, abbia un effetto positivo sui risultati economici, ciononostante esso è piuttosto limitato. Analogamente al Piano Marshall, l'invio di ingenti somme di denaro nelle regioni povere si pensa che possa essere d'aiuto, ma ciò che alla fine è necessario è una buona politica, cioè poca regolamentazione, tasse basse e sicurezza dei diritti di proprietà privata.
Nel frattempo altri studi hanno scoperto che quello che viene comunemente chiamato "capitale sociale", cioè cooperazione e fiducia tra la popolazione, potrebbe diminuire a causa della politica di coesione dell'UE.
In un nuovo documento di lavoro intitolato "Possibili effetti indesiderati dei trasferimenti pubblici: evidenze dai fondi strutturali europei al Sud Italia", tre studiosi della Banca d'Italia esaminano gli effetti della politica di coesione sul Sud Italia e scoprono che la corruzione è in realtà aumentata grazie ai trasferimenti fiscali:
I risultati indicano l'esistenza di una correlazione positiva tra l'ammontare dei fondi europei e il numero di reati contro la PA registrati nel comune di destinazione: ad un aumento dei trasferimenti del 10%, si assocerebbe un aumento dei reati dello 0.4%. Sebbene tale stima possa risentire di alcune distorsioni, il lavoro propone una serie di controlli a supporto di un'interpretazione causale dei risultati. Ne deriva la rilevanza dei controlli sulle procedure di assegnazione, esborso e gestione dei fondi.
Nessuna sorpresa qui. Dopotutto, è difficile credere che in questo grande sistema di trasferimenti, dove il denaro viene distribuito da Bruxelles per poi arrivare fino al Sud Italia, nessun impiegato del governo possa avere l'idea di usare i fondi in un modo in cui non dovrebbero essere usati. Infatti l'OLAF, l'organismo investigativo dell'UE, ha rilevato che nel 2016 si sono registrate attività criminali per un ammontare di oltre €600 milioni (nel 2015 era quasi un miliardo) e ha scritto che "il settore dei fondi strutturali rimane al centro dell'attività investigativa dell'OLAF."
Questa è in realtà la natura delle burocrazie e delle attività statali in generale, dal momento che è difficile ritenere chiunque responsabile. "La corruzione è un effetto regolare dell'interventismo", scrisse Ludwig von Mises nel suo capolavoro L'Azione Umana.
Pertanto la banca centrale italiana fornisce solo l'ennesimo motivo per cui è necessario adottare tagli alla politica di coesione. Ridistribuisce immense somme di denaro dai Paesi ricchi (o, meglio, dai loro contribuenti) a quelli più poveri, con scarsi benefici economici, un deterioramento della società civile ed un aumento della corruzione. La discussione sul prossimo bilancio a lungo termine dell'UE, che va dal 2021 al 2027, è attualmente in pieno atto. L'unica raccomandazione a Bruxelles dovrebbe essere: tagliare quei fondi. La raccomandazione per i policymaker in generale dovrebbe essere: qualunque cosa si pensi di ridistribuire, potrebbe avere conseguenze significative non intenzionali, e chiaramente negative.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/
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