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sabato 2 febbraio 2013

Mercato Azionario ed Economia: Come Funzionano Davvero





di Kel Kelly


[Un file audio MP3 di questo articolo, narrato da Keith Hocker, è disponibile per il download.]


Il mercato azionario non funziona come pensa la maggior parte della gente. Una convinzione diffusa — nell'uomo della strada, nonché a Wall Street — vuole che un boom del mercato azionario sia il riflesso di un'economia che progredisce: quando l'economia migliora, le aziende fanno più soldi ed il loro valore azionario sale di conseguenza. Alla base di questa convinzione c'è un presupposto: la fiducia dei consumatori e la spesa al consumo sono i motori della crescita economica.

Un bust del mercato azionario, d'altra parte, si pensa che sia il risultato di un calo della fiducia di consumatori ed imprese e della spesa — a causa dell'inflazione, dei prezzi del petrolio, degli alti tassi di interesse, ecc., o per nessuna ragione al mondo — il quale porta al declino dei profitti aziendali e all'aumento della disoccupazione. Qualunque sia la presunta causa, secondo il punto di vista comune un indebolimento dell'economia coinvolge un calo dei ricavi aziendali e minori aspettative di profitti futuri, con conseguente calo dei valori e delle quotazioni azionarie.

Mentre questi punti di vista vengono sostenuti da accademici, professionisti degli investimenti ed investitori individuali, sono tecnicamente corretti se letti superficialmente, ma sostanzialmente errati perché si basano su una finanza ed una teoria economica fallaci.

In realtà, l'unica vera forza che fa salire il mercato azionario o qualsiasi mercato (e, in larga misura, calare) nel lungo periodo è semplicemente una variazione della quantità di moneta ed il volume della spesa nell'economia. Le azioni aumentano quando c'è inflazione dell'offerta di moneta (cioè, più soldi nell'economia e nei mercati). Questa verità ha molte conseguenze.

Dal momento che i mercati azionari possono cadere — e cadono spesso — a vari livelli e per diversi motivi (tra cui una diminuzione della quantità di moneta e di spesa), il nostro obiettivo qui sarà solo spiegare in che modo salgono in maniera sostenuta nel lungo periodo.



La Fonte Principale dell'Aumento di Tutti i Prezzi

Mettiamo per un momento da parte i prezzi delle azioni ed assicuriamoci di capire prima come aumentano gli aggregati dei prezzi al consumo. In breve, i prezzi in generale possono salire solo se la quantità di moneta nell'economia aumenta più velocemente rispetto alla quantità di beni e servizi. (Nei paesi economicamente arretrati, i prezzi possono aumentare quando l'offerta di beni diminuisce, mentre l'offerta di moneta rimane la stessa, o addirittura aumenta.)

Quando l'offerta di beni e servizi aumenta più rapidamente dell'offerta di moneta — come è accaduto durante la maggior parte del 1800 — il prezzo unitario di ciascun bene o servizio cala, dal momento che una data offerta di moneta deve comprare, o "coprire", un aumento dell'offerta di beni o servizi. George Reisman ci offre la formula per la derivazione dei prezzi di tutta l'economia:[1]


In questa formula, il prezzo (P) è determinato dalla domanda (D) diviso l'offerta (S). La formula ci mostra che è matematicamente impossibile che i prezzi aggregati aumentino per ragioni che non siano
  1. un aumento della domanda, oppure
  2. un'offerta in diminuzione; cioè, o più denaro speso per acquistare beni, o meno beni venduti nell'economia.

Nella nostra economia sviluppata l'offerta di beni non è in diminuzione, o almeno non ad un ritmo che fa aumentare i prezzi al tasso usuale del 3-4% l'anno; i prezzi stanno aumentando a causa di maggior denaro che entra nel mercato.

La formula indicata in precedenza può anche essere applicata ai prezzi degli asset — azioni, obbligazioni, materie prime, case, petrolio, arte, ecc. E' pertinente anche per i ricavi e per i profitti aziendali. Come afferma Fritz Machlup:

E' impossibile che i profitti di tutti o della maggioranza delle imprese crescano senza un aumento della circolazione monetaria (attraverso la creazione di nuovo credito o la de-tesaurizzazione).[2]

Ritornando al mercato azionario, si dovrebbe notare che il mercato non può salire continuamente in modo duraturo senza iniezioni di maggior denaro — in particolare credito bancario.

Esistono altri modi per cui il mercato potrebbe salire, ma i loro effetti sono temporanei. Ad esempio, un aumento del risparmio netto, cioè meno denaro speso per beni di consumo e più investimenti nel mercato azionario (con conseguente riduzione dei prezzi dei beni di consumo), potrebbe far salire i prezzi delle azioni, ma solo nella misura specifica dei nuovi risparmi, presumendo che tutti siano reindirizzati nel mercato azionario.

Lo stesso vale in caso di riduzione delle aliquote fiscali. Questi sarebbero effetti temporanei con un conseguente incremento passeggero delle quotazioni azionarie. Anche il denaro che arriva dai "margini" potrebbe far salire il mercato, ma una volta che tutti i soldi al margine finirebbero nel mercato, non ci sarebbero più fondi con cui fare offerte. L'unica fonte perpetua che potrebbe spingere il mercato — qualsiasi mercato di asset — più in alto è il nuovo credito bancario. Come scrive Machlup:

Se non fosse per l'elasticità del credito bancario [...] un boom nei titoli azionari non potrebbe durare più di tanto. In assenza di credito inflazionistico si esaurirebbero presto i fondi disponibili per concedere prestiti con i quali acquistare titoli azionari. L'offerta di fondi proveniente esclusivamente da nuovi flussi di risparmio e da indennità di ammortamento è piuttosto inelastica. [...] Si potrà sviluppare un boom duraturo solo se il credito delle banche (es. credito inflazionistico) o una de-tesaurizzazione su larga scala renderanno altamente elastica l'offerta dei fondi mutuabili. [...] Un aumento nel mercato azionario non può durare molto, a meno che la popolazione sia disposta e in grado di effettuare acquisti maggiori.[3] (Enfasi aggiunta.)

L'ultima riga ci fa capire che né la crescita della popolazione né la fiducia dei consumatori possono da sole far salire i prezzi azionari. Qualunque sia la popolazione, sta utilizzando una quantità limitata di denaro; qualunque sia il sentimento, deve essere accompagnato dalla capacità della popolazione di impegnare ulteriori fondi nel mercato per farlo salire.[4]

Capire che è il flusso di nuovo denaro la forza trainante dei mercati degli asset, ha numerose implicazioni. Il resto di questo articolo ne affronta alcune.



La Connessione tra Economia e Mercato Azionario

Il collegamento principale tra il mercato azionario e l'economia — nel complesso — è rappresentato da un aumento della moneta e del credito che spingono contemporaneamente in alto il PIL ed il mercato azionario.

Un'economia in crescita è quella in cui si producono più merci nel tempo. Vera e propria "roba," non denaro di per sé, che rappresenta la ricchezza reale. Più automobili, frigoriferi, cibo, vestiti, medicine ed amache abbiamo, migliori saranno le nostre vite. Come abbiamo già visto, se le merci sono prodotte ad un ritmo più veloce del denaro i prezzi scenderanno. Con un'offerta di denaro costante, i salari rimarrebbero gli stessi mentre i prezzi scenderebbero, in quanto l'offerta di beni aumenterebbe mentre l'offerta dei lavoratori no. Ma anche quando i prezzi aumentano in risposta al denaro creato più velocemente delle merci, i prezzi ancora diminuiscono in termini reali, perché i salari aumentano più velocemente dei prezzi. In entrambi i casi, se la produttività e la produzione aumentano, i beni sono meno costosi in termini reali.

Ovviamente, un'economia in crescita è costituita da prezzi in calo, non in aumento. Non importa quante merci sono prodotte, se la quantità di denaro rimane costante, quello che può essere speso in un'economia è la quantità di denaro esistente (e la velocità, o il numero di volte in cui viene speso ogni dollaro, potrebbe non cambiare molto se l'offerta di moneta rimane invariata).

Quindi, il PIL non ci dice necessariamente molto sul numero di beni e servizi che sono effettivamente in fase di produzione; ci dice solo che se il  PIL (anche reale) è in aumento, anche l'offerta di moneta deve essere in aumento dal momento che un incremento del PIL è matematicamente possibile solo se il prezzo in denaro dei singoli beni prodotti aumenta in una certa misura.[5] In caso contrario, con un'offerta costante di denaro e di spesa, l'importo totale di denaro che guadagnano le aziende — i prezzi di vendita di tutte le merci prodotte — e il PIL rimarrebbero necessariamente costanti anno dopo anno.

Lo stesso concetto si applica al mercato azionario: se ci fosse una quantità costante di denaro nell'economia, la somma totale di tutte le quotazioni delle azioni nel loro insieme (o un indice azionario) non potrebbe aumentare. Inoltre, se i profitti aziendali, nel complesso, non aumentassero, non ci sarebbe un aumento complessivo degli utili per azione.

In un'economia in cui la quantità di denaro sarebbe statica, i livelli degli indici azionari, anno per anno, rimarrebbero più o meno gli stessi, o leggermente inferiori[6] — a seconda del tasso di nuove azioni emesse. E, nel complesso, le imprese venderebbero un volume maggiore di beni a prezzi inferiori, e le entrate complessive resterebbero le stesse. Allo stesso modo, le imprese, nel complesso, acquisterebbero più beni a prezzi inferiori ogni anno, mantenendo più o meno costante il differenziale tra costi ed i ricavi, il che manterrebbe i profitti aggregati all'incirca allo stesso livello.

In queste circostanze, le plusvalenze (acquistare a poco e vendere a tanto) possono essere registrate solo attraverso la scelta delle azioni — investendo in compagnie che espandono la loro quota di mercato, portano sul mercato nuovi prodotti, ecc., e guadagnando più ricavi e profitti a scapito di quelle aziende meno innovative ed efficienti.

Le compagnie che guadagnano vedrebbero aumentare i prezzi delle loro azioni, mentre altri diminuirebbero. Dal momento che l'azione media non aumenterebbe di valore, la maggior parte dei guadagni realizzati dagli investitori arriverebbe sottoforma di pagamenti dei dividendi. Nel mondo di oggi, invece, la maggior parte delle azioni — buone e cattive — aumenta durante i "bull" inflazionistici e scende durante i "bear." Le aziende buone crescono più velocemente di quelle cattive.

I prezzi delle case, avendo un'offerta di moneta costante, calerebbero lentamente — a meno che il loro valore non fosse significativamente aumentato da ristrutturazioni. Le case più vecchie sarebbero vendute per molto meno rispetto a quelle nuove. Per mettere tutto ciò in prospettiva, pensate che se il nostro tasso di inflazione fosse abbastanza alto, le auto usate aumenterebbero di prezzo proprio come le auto nuove, solo ad un ritmo più lento — ma quasi tutto aumenterebbe di prezzo, come avviene nei paesi con un'iperinflazione. In realtà, il cosiddetto "aumento di valore" di una casa nell'arco di 30 anni rappresenta solamente il potere d'acquisto che i dollari in nostro possesso hanno perso: mentre i dollari hanno perso potere d'acquisto, la casa ha conservato il suo potere d'acquisto.

Poiché abbiamo visto che né il mercato azionario né il PIL possono aumentare in modo duraturo senza più soldi che li spingano in su, possiamo comprendere di conseguenza perché un miglioramento dell'economia non consiste né in un aumento del PIL né provoca la salita del mercato azionario globale.

Questo non vuol dire che non esista un legame tra il denaro che le aziende guadagnano ed il loro valore sul mercato azionario, ma che i parametri di tale legame — i rapporti di valutazione, il rapporto degli utili e la capitalizzazione del mercato azionario in percentuale del PIL — sono piuttosto flessibili, e, come vedremo in seguito, cambiano nel tempo. Il denaro a volte scorre di più nelle azioni ed altre volte di più nelle compagnie, cambiando l'equilibrio dei rapporti di valutazione.



Investimento Forzato

Come abbiamo visto, i concetti dietro all'aumento dei prezzi degli asset e agli investimenti azionari sono un'illusione economica. Quello che stiamo vedendo è la nostra moneta che viene svalutata dalla banca centrale. I prezzi delle azioni, delle case, dell'oro, ecc., non stanno salendo in realtà; riescono a conservare meglio il loro valore rispetto alle banconote cartacee ed ai conti correnti digitali, in quanto la loro offerta non sta aumentando tanto velocemente quanto quella delle banconote cartacee e dei conti correnti digitali.

Il fatto che dobbiamo risparmiare per il futuro è, difatti, un oltraggio. Se il denaro non fosse stampato dallo stato e dalle banche, le cose diventerebbero più convenienti nel tempo e non avremmo bisogno di molto denaro per la pensione, perché vivere costerebbe ogni giorno molto di meno rispetto ad ora. Ma siamo costretti ad investire nel mondo manipolato dallo stato per cercare di mantenere costante il nostro potere d'acquisto.

Più ci avviciniamo al successo, più i nostri guadagni sarebbero "tassati." L'inflazione ha il solo scopo di rubare e redistribuire la ricchezza. In un mondo senza stampante e tasse sul patrimonio, non esisterebbero gli eserciti dei consulenti d'investimento, gli amministratori dei fondi pensione, i progettisti immobiliari, gli avvocati ed i commercialisti associati alla pianificazione del futuro. Queste persone si troverebbero invece impiegate in altri settori a produrre beni e servizi che aumenterebbero davvero i nostri standard di vita.



I Fondamentali Non sono i Fondamentali

Se è il denaro fresco di stampa che fa aumentare i prezzi delle azioni e quelli di altri asset, che importanza hanno i cosiddetti fondamentali — ricavi, utili, saldi di cassa, ecc.? Anche nel loro caso, è il denaro della banca centrale che li influenza: i fondamentali finanziari sono determinati in larga misura dai cambiamenti economici.

Ad esempio i ricavi e, in particolare, i profitti, salgono e scendono in base al denaro ed alla spesa. Quando il governo crea nuovo denaro, la nuova moneta aumenta i ricavi delle imprese prima che ne aumenti i costi; quando i ricavi dalle vendite crescono più rapidamente dei costi, aumentano i margini di profitto.

Questo accade perché il nuovo denaro, creato elettronicamente dal governo e prestato attraverso le banche, viene speso dalle aziende che lo prendono in prestito.[7] Le loro spese sembrano bilanciate da nuove vendite. Ma gran parte dei costi associati alle nuove entrate non sono immediati a causa delle procedure contabili, come la ripartizione dei costi degli asset (ammortamento) ed il rinvio dei costi d'inventario fino a che il prodotto non viene venduto (costo dei beni venduti). In questo modo viene falsato il sistema profitti/perdite.

Dal momento che questi costi vengono riscontrati a distanza di mesi o anni, il loro valore monetario diminuisce in base all'inflazione. Ad esempio: se una azienda riscontra costi per $1 milione per del materiale acquistato nel 1999, quel milione oggi vale meno rispetto al 1999; ma dal lato delle entrate i ricavi del presente sono denominati in potere d'acquisto odierno. Pertanto oggi devono essere spesi maggiori ricavi per gli stessi beni di 10 anni (a causa della svalutazione della moneta, ci vogliono più soldi per comprare lo stesso bene).

Un altro modo di vedere le cose presuppone che, con più denaro creato nel tempo, l'ammontare dei ricavi sia sempre maggiore all'ammontare dei costi, poiché la maggior parte dei costi è sostenuta quando c'è meno denaro. Così, a causa dell'inflazione, il valore monetario dei costi aziendali in un determinato lasso di tempo è inferiore al valore monetario dei ricavi aziendali. Se non ci fosse inflazione, i costi sarebbero strettamente pari ai ricavi.

In sintesi, l'espansione del credito aumenta il differenziale tra ricavi e costi, maggiorando i margini di profitto. L'enorme quantità di denaro creata nel 2008 e nel 2009 è responsabile dei fantastici profitti che stanno attualmente registrando le aziende (anche se la quantità di denaro prestata è stata esigua rispetto alla crescita della base monetaria).

Poiché i ricavi delle imprese aumentano prima dei costi aziendali, ad ogni giro di nuovo denaro stampato i margini di profitto delle imprese restano ampi; anche se aumenta il tasso di inflazione. Questa è una ragione per cui i paesi con alti tassi di inflazione hanno elevati tassi di profitto.[8] Durante i periodi economici sfavorevoli, quando il governo smette di stampare moneta ad un ritmo sostenuto, i profitti si riducono, e durante i periodi di deflazione, i ricavi calano più velocemente dei costi.

Inoltre, è il nuovo denaro della banca centrale la causa primaria dietro ai cambiamenti positivi nei principali indicatori economici quali la produzione industriale, la spesa dei consumatori in beni durevoli e le vendite al dettaglio. Mentre viene creato nuovo denaro, queste variabili salgono in base alla nuova domanda monetaria e non a causa di una ripresa della crescita economica reale.

Un ultimo esempio per capire come il denaro influenzi i fondamentali: i tassi di interesse. Si dice che quando i tassi d'interesse scendono il mercato azionario dovrebbe salire, dato che i guadagni futuri dovrebbero essere valutati di più. E' vero sia logicamente che matematicamente. Ma, nel complesso, se non c'è maggior denaro con cui far salire i prezzi delle azioni, è difficile che aumentino; a meno che il tasso di interesse diminuisca in risposta ad un aumento dei tassi di risparmio.

In realtà, l'aiuto per far salire il mercato viene dalla banca centrale che abbassa i tassi di interesse creando nuova moneta, la quale raggiunge i mercati dei fondi mutuabili.

(Io sostengo che la previsione dei valori futuri [calcoli PV], mostrata nei libri di testo e svolta da Wall Street, è un errore. In un mondo con un'offerta di moneta costante e con prezzi in calo, il valore monetario futuro dei ricavi di una compagnia sarebbe lo stesso di quello presente. I valori futuri non dovrebbero essere attualizzati in base alla preferenza temporale [e matematicamente non avrebbe senso], dal momento che di questo se ne occuperebbero i prezzi futuri inferiori. Anche se gli analisti credono che dovrebbero attualizzare i valori futuri, non penso che dovrebbero farlo. Quello che invece dovrebbero attualizzare è l'inflazione degli utili e l'inflazione degli asset, ognuno dei quali cresce a ritmi diversi.)[9]



Inflazione negli Asset vs. Inflazione nei Prezzi al Consumo

Il nuovo denaro stampato influenza di più i prezzi degli asset che i prezzi al consumo. La maggior parte delle persone pensa che la Federal Reserve abbia fatto un buon lavoro per prevenire l'inflazione negli ultimi 20+ anni. La realtà è che ha creato un'enorme quantità di denaro, ed è fluito in modo sproporzionato nei mercati finanziari invece che nell'economia reale, dove avrebbe creato una maggiore inflazione nei prezzi.

E' finito nei mercati finanziari per due ragioni: un cambiamento del sistema finanziario a metà ed alla fine degli anni '80, quando una gigantesca quantità di denaro è uscita sotto forma di credito dal sistema bancario per finire nei mercati finanziari; una variazione del deficit commerciale degli Stati Uniti alla fine degli anni '80 (che poi è diventato più grande), con gli introiti delle esportazioni riciclati dalle banche centrali estere nei mercati degli asset USA.[10] Come dischiara l'economista finanziario Peter Warburton,

una diversificazione nel processo di credito ha progressivamente accantonato i prestiti bancari tradizionali. L'ascesa dei mercati finanziari e la proliferazione dei canali di credito al di fuori del sistema monetario [tradizionale] hanno notevolmente ridotto i legami tra [...] l'espansione del credito e l'inflazione nei prezzi nelle grandi economie occidentali. L'impressionante riduzione dell'inflazione è una pericolosa illusione; è stata ottenuta sostituendo una serie di gravi problemi con degli altri.[11]

E, il guru dei bond Bill Gross ha detto,

quella che ora viene confermata come una bolla immobiliare, è stata gonfiata da quasi $1 bilione di riserve annuali che tornavano nel Tesoro degli Stati Uniti e nei mercati ipotecari a rendimenti sovvenzionati. [...] Questo rimpatrio estero ha prodotto bassi rendimenti artificiali. [...] Esiste una certa unanimità sul fatto che sia responsabile per il pompaggio annuale di quasi $800 miliardi di flussi monetari nei nostri mercati azionari ed obbligazionari.[12]

Le loro spiegazioni dovrebbero essere integrate da un'ulteriore avvertimento: l'enorme quantità di riserve create dalla FED nel 2008 e 2009 — in risposta alla recessione — potrebbero non causare una selvaggia inflazione nei prezzi al consumo una volta che lasceranno il sistema bancario, bensì potrebbero causare una selvaggia inflazione nei prezzi degli asset.

Uno degli effetti della nuova moneta che scorre in modo sproporzionato nei prezzi degli asset è l'incapacità della FED di "far crescere l'economia" come faceva in passato, dal momento che il nuovo denaro tende a sfociare nei prezzi degli asset piuttosto che nel PIL. Poiché il pensiero comune ritiene che la creazione di denaro sia necessaria per una crescita economica, e poiché ritiene che la FED crea domanda reale (invece di sola domanda monetaria), la FED pompa sempre più denaro nell'economia al fine di "farla crescere."

Ciò significa più denaro — in rapporto alle dimensioni dell'economia — nei prezzi degli asset. Il risultato non è un'esplosione nei prezzi degli asset solo negli Stati Uniti, come col NASDAQ e la bolla del mercato immobiliare, ma anche in altri paesi del mondo non appena il nuovo denaro finisce nei mercati degli asset dei paesi esteri.[13]

Come accennato sopra, ciò si traduce in valutazioni azionarie che tendono a salire. Ad esempio: il rapporto tra prezzi delle azioni e guadagni delle azioni (P/E ratio) fa segnare una media di circa 20, mentre prima era di circa 10-15. Ora tocca il fondo ad un livello di 12-16, invece dello storico 5. Lo stesso si applica alla Q di Tobin, una misura per determinare il valore di mercato delle azioni di una compagnia rispetto al suo valore contabile. Ma il recente cambiamento del flusso di nuovo denaro nei prezzi degli asset si vede meglio nel grafico sottostante, dove viene mostrato l'aumento straordinario della capitalizzazione nel mercato azionario in percentuale del PIL (figura 1).


Figura 1: Dimensione del Mercato Azionario Relativa al PIL

Fonte: Thechartstore.com


I cambiamenti in questi indicatori valutari rivelano che i legami fondamentali tra i guadagni delle compagnie e la loro valutazione in borsa possono essere alterati dai flussi monetari generati dalla banca centrale.



La Spesa del Governo Può Ravvivare il Mercato Azionario e l'Economia?

La risposta è sì e no. La spesa pubblica non ripristina la domanda reale, ma solo la domanda monetaria nominale. Quest'ultima è completamente estranea all'economia reale, cioè, alla produzione reale, alla creazione di beni e servizi, all'aumento dei salari reali ed alla possibilità di consumare cose reali — al contrario dei numeri del PIL.

La spesa pubblica danneggia l'economia e ne blocca la guarigione. Pensare che stimolare la spesa, cioè prendere denaro dal settore produttivo (decumulo di capitale) e utilizzarlo per consumare beni esistenti o usarlo per direzionare i beni capitali verso impieghi non redditizi, possa creare nuova ricchezza reale — es. beni e servizi reali — è assurdo.

Nelle recessioni, quello di cui ha bisogno l'economia è la possibilità di poter peggiorare — poter spazzare via gli eccessi e tornare a basi solide. La cattiva allocazione delle risorse, a causa di interventi governativi precedenti, danneggia le economie e possono essere guarite solo ristrutturando il naturale equilibrio del sistema economico. Questo processo include un calo dei prezzi ed una diminuzione della spesa del governo e dei consumatori.

Dato che la spesa pubblica non può aiutare l'economia reale, può aiutare l'indicatore specifico chiamato PIL? Sì. Dal momento che il PIL è principalmente una misura dell'inflazione, se le banche sono disposte a concedere prestiti ed i mutuatari sono disposti ad accendere prestiti, allora il nuovo denaro che il governo sta spendendo invaderà lentamente l'economia. Una volta che le banche prestano il nuovo denaro che ricevono, entrerà in gioco il moltiplicatore monetario ed aumenterà l'offerta di moneta, la quale aumenterà il PIL.

Per quanto riguarda l'idea che la spesa pubblica aiuti il mercato azionario, l'analisi è un pò più complicata. La spesa pubblica di per sé non può aiutare il mercato azionario, dal momento che ben poco del denaro speso (o per niente) finirà nei mercati finanziari. Ma quando la banca centrale acquista (indirettamente) nuovo debito pubblico può certamente stimolare il mercato azionario. Se il nuovo denaro creato dalla banca centrale viene prestato attraverso le banche, finirà in gran parte nel mercato azionario ed in altri mercati finanziari, spingendo in su i prezzi.



Sommario

L'indicatore economico e finanziario più importante del mondo è l'offerta di moneta. Cercare di anticipare i movimenti della borsa e del PIL attraverso l'analisi degli indicatori economici e finanziari può portare a previsioni errate. Affidarsi a questi "fondamentali" significa ignorare la gran parte delle forze economiche che influenzano significativamente questi stessi principi fondamentali — in particolare le variazioni nell'offerta di moneta. Pertanto, seguire gli indicatori monetari sarebbe la scelta migliore per prevedere i prezzi futuri delle azioni e la crescita del PIL.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Consultare G. Reisman, Capitalism: A Treatise on Economics (1996), p.897, per una dimostrazione completa. La maggior parte dei concetti in questo pezzo sono ripresi da principi già enunciati da Reisman. Per maggiori informazioni su questo argomento, consultare Reisman, "The Stock Market, Profits, and Credit Expansion," "L'Anatomia della Deflazione," e "Monetary Reform."

[2] F. Machlup, The Stock Market, Credit, and Capital Formation (1940), p. 90.

[3] Ibid., pp. 92, 78.

[4] Per un punto di vista olistico in termini matematici di come il prezzo di tutti gli elementi in un'economia possono o non possono salire, in dipendenza dalla quantità di moneta, consultare K. Kelly, The Case for Legalizing Capitalism (2010), pp 132–133.

[5] Gli incrementi nei prezzi sono presumibilmente aggiustati, ma i "deflattori" non deflazionano completamente. Anche se i prezzi in aumento sono stati associati ad un deflattore di prezzo, i prezzi continuano a crescere (il PIL reale aumenta lo stesso). Senza un aumento nella quantità di denaro, un tale aumento sarebbe matematicamente impossibile.

[6] Per comprendere al meglio come ci possa essere un guadagno (i dividendi, in questo caso) mentre i prezzi calano, consultare "Free Money Against 'Inflation Bias'" di Thorsten Polleit.

[7] La maggior parte dei prestiti accesi nelle banche viene investita in attività imprenditoriali; solo una piccola quantità viene usata per il consumo. Anche i prestiti per un consumo a lungo termine (es. immobili ed automobili) rappresentano una minoranza dei prestiti totali.

[8] L'altra ragione principale, se il paese è povero, è il fatto che c'è una mancanza di capitale: più capitale c'è, minore sarà il tasso di profitto, e viceversa (sebbene non possa scendere a zero).

[9] Qualunque lettore interessato ad esplorare e segnalare buchi in questa teoria dovrebbe sentirsi libero di contattarmi per discuterne.

[10] Questo riciclaggio è quello che l'amico di Mises, l'economista Francese Jacques Reuff, chiamò "un gioco da ragazzi in cui, dopo ogni turno, i vincitori riportano le loro meraviglie ai perdenti" (come citato da Richard Duncan, The Dollar Crisis (2003), p. 23).

[11] P. Warburton, Debt and Delusion: Central Bank Follies that Threaten Economic Disaster (2005), p. 35.

[12] William H. Gross, "100 Bottles of Beer on the Wall."

[13] Non sono i dollari Americani (sia le banconote di carta che i conti bancari) che girano nel mondo, poiché la maggior parte dei dollari deve rimanere negli Stati Uniti. Per la maggior parte dei dollari ricevuti dagli esportatori esteri, le loro relative banche centrali creano valuta aggiuntiva locale in modo da mantenere i tassi di cambio. Questa nuova valuta estera — la cui creazione è legata alle politiche monetarie "coordinate" tra i paesi — spinge in su i prezzi degli asset nei paesi esteri insieme ai prezzi degli asset interni.

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sabato 19 maggio 2012

Il Mito dei Decenni Perduti del Giappone #3





Terza ed Ultima Parte.




Qui il link alla Prima Parte.

Qui il link alla Seconda Parte.



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di Kel Kelly



Spiegazioni Aggiuntive e Concordanze


L'Aumento della Valuta

Si potrebbe pensare che parte della ragione per cui il Giappone ha visto aumentare il suo PIL pro capite negli ultimi 20 anni sia dovuta alla sua moneta più forte che si traduce in alti valori del PIL — quando si utilizzano i valori della valuta, invece di quelli del PPP. Ma il movimento della valuta non ne è responsabile. La moneta è salita proprio per aggiustarsi ai prezzi relativi, perché il Giappone ha avuto meno inflazione nei prezzi poiché ha creato meno denaro e credito (in realtà, l'ascesa dello yen riflette la caduta delle altre valute). I cambiamenti valutari hanno mantenuto la misura del PIL accuratamente aggiustata.

Una valuta più elevata ha aiutato, non danneggiato, il popolo Giapponese, dando loro più potere d'acquisto interno. Non ha fatto molta differenza a livello internazionale, perché la moneta si è aggiustata semplicemente ai prezzi. Un paese può stampare un sacco di soldi o no, ma le valute liberamente fluttuanti si aggiusteranno al potere d'acquisto reale.

Se il Giappone non avesse stampato denaro nel corso degli ultimi 20 anni, avrebbe visto la propria moneta aumentare ancora di più. Inoltre, i prezzi interni sarebbero calati. Questa non sarebbe stata deflazione, che è una discesa dei prezzi a causa di una contrazione dell'offerta di denaro. Sarebbe stato un crollo dei prezzi a causa del fatto che i beni ed i servizi sarebbero stati creati più velocemente del denaro. A differenza della deflazione, il calo dei prezzi aiuta tutti.

I prezzi sono rimasti per lo più piatti in Giappone perché la quantità di denaro è aumentata quasi allo stesso ritmo della quantità di beni. E per quanto riguarda i prezzi dei beni in particolare, l'offerta di denaro è effettivamente aumentata ad un ritmo più veloce rispetto agli aggregati monetari ufficiali perché il denaro è uscito dai mercati azionari ed immobiliari entrando nei mercati dei beni di consumo. Per far crescere l'economia non c'è bisogno di più denaro; i prezzi si aggiusteranno alla quantità di denaro — proprio come accade quando il denaro viene creato più velocemente dei beni. In realtà, meno denaro viene creato, più l'economia reale crescerà velocemente.


Come si E' Espansa l'Economia senza Prestiti Bancari e Crescita del Credito?

Data la mia esposizione sulla crescita vera del Giappone, molti potrebbero chiedersi come l'economia Giapponese abbia registrato una crescita senza la creazione di credito e senza prestiti bancari, perché è ben noto che le banche Giapponesi hanno dato vita a crediti inesigibili sui loro libri, e che sono riluttanti a prestare per questo e vari altri motivi.

Per cominciare, le banche hanno effettivamente effettuato prestiti, solo a prezzi ridotti rispetto agli standard storici (e in parte a causa del fatto che il denaro e quindi il credito sono stati creati ad un tasso ridotto). Inoltre, oggi ci sono altri tipi di istituti di credito in Giappone, oltre alle banche tradizionali.

Ma, più importante, deve essere chiaro che per un paese non è necessario nuovo credito per prosperare. Infatti, più credito — in contrapposizione a più risparmi reali — crea problemi economici e rallenta l'economia.

Una volta che i prezzi si adeguano al credito di nuova creazione, la quantità di credito disponibile in un'economia riflette la quantità di risparmi monetari veri e propri. Creare, quindi, credito aggiuntivo in eccesso rispetto ai risparmi reali aumenta la quantità di rivendicazioni utilizzate per acquisire lo stesso capitale fisico reale che i risparmi reali sono intesi ad acquisire — ciò è simile al gioco delle sedie musicali dove, invece di togliere le sedie, vengono aggiunte persone. Dopo che i prezzi si adeguano, tutto il credito che esisteva prima della creazione del nuovo credito è stato diluito dall'aggiunta di nuovo credito. Così, la creazione di moneta fiat riduce il potere d'acquisto reale di ogni unità dei risparmi e del credito creato in precedenza una volta che entra in scena l'inflazione nei prezzi.

Il credito creato artificialmente provoca anche sequenze di boom-bust economici dovute agli investimenti improduttivi ed alle liquidazioni successive che creano i falsi risparmi (cioè, credito mascherato da risparmio). La nuova moneta modifica artificialmente i tassi di interesse, gli utili, i prezzi relativi ed altri segnali di mercato, causando una cattiva allocazione di capitale che fa espandere innaturalmente alcuni settori rispetto ad altri. Più credito viene creato, maggiore sarà la distorsione della struttura di produzione economica, e maggiore sarà il processo correttivo richiesto una volta che il flusso di denaro rallenta o si ferma. Maggiore è la distorsione economica che si viene a creare, maggiore sarà il capitale reale che in ultima analisi verrà distrutto dagli investimenti improduttivi. (Per una spiegazione relativamente concisa di questo processo, vedere le pagine 141-155 del mio libro.)

Il Giappone non ha creato credito ad un ritmo elevato, quindi non ha diminuito il valore dei suoi risparmi reali attraverso l'inflazione o attraverso boom e bust finanziari ed economici (rispetto al Giappone in passato, e ad altri paesi).

È estremamente importante capire che se un paese non distrugge continuamente i risparmi reali ed il capitale reale attraverso la creazione di credito e di inflazione, non ha bisogno di risparmiare continuamente ed accumulare nuovi fondi per gli investimenti. L'idea prevalente nella maggior parte dei paesi di rincorrere ad un risparmio sempre maggiore per scopi di investimento è dovuta al solo fatto che lo stock attuale dei risparmi monetari e dei capitali viene continuamente diminuito dalla creazione di credito e dall'inflazione (a parte il capitale fisico che viene distrutto tramite gli investimenti improduttivi).

Quando il credito non viene meno in questo modo, resta intatto, e il suo valore aumenta nel tempo mentre i prezzi calano. In questo modo, il capitale stesso può finanziare maggiori investimenti nel tempo, e non è sempre necessario capitale aggiuntivo per sostituire il capitale precedente.

Il fatto è che in un'economia senza inflazione e scenari di boom-bust — entrambe le cose distruggono il capitale — la base di capitale stesso può far crescere un'economia senza nuovi risparmi. Tutto ciò che è necessario è che una quota sufficiente di capitale fisico esistente venga destinata alla produzione di beni capitali relativi alla produzione di beni di consumo. I beni capitali di un'economia — i suoi strumenti, le fabbriche, le macchine — ed il lavoro corrispondente dedicato alla produzione dei beni capitali producono tutti i nuovi beni capitali, nonché tutti i nuovi beni di consumo.

Finché abbastanza domanda monetaria — dallo stesso blocco annuale di denaro esistente nell'economia — è orientata ogni anno verso beni capitali rispetto a beni di consumo, ci sarà produzione sufficiente di beni capitali per
  1. sostituire i beni capitali consumati nella produzione
  2. produrre una maggiore quantità netta di beni capitali rispetto a quelli prodotti l'anno precedente.

Una quantità crescente ogni anno di beni capitali produrrà una quantità crescente di beni di consumo ogni anno (e dato che l'offerta di beni aumenta in relazione all'offerta di denaro statica, i prezzi diminuiranno entro l'anno).

Per una comprensione visiva di questo concetto, consultare l'esempio di George Reisman dal suo libro  Capitalism (p. 625) figura 12. Qui, la quantità di beni capitali (set di riquadri sul lato sinistro) prodotti ogni anno è in eccesso rispetto alla quantità necessaria per sostituire i beni capitali usati (e questo semplice modello suppone che tutti i beni siano utilizzati ogni anno). Questo porta ad una quantità costante in espansione di beni capitali (1.2K, 1.44K, 1.728K, ecc., dove "1K" rappresenta una data quantità fisica di capitale). Il processo è simile all'interesse della crescita composta.


Fig. 12. Un modello di economia in crescita senza l'aggiunta di capitale addizionale.


Ogni anno, visto che vengono creati maggiori beni capitali, ci sono più beni di consumo (i riquadri sul lato destro, che rappresentano le quantità consumate). La chiave è avere una quota sufficiente di spesa monetaria dedicata alla produzione, invece che al consumo: in questo caso, il 60% ai beni capitali ed il 40% ai beni di consumo. Tutta la produzione viene creata senza alcun risparmio o credito nuovo e aggiuntivo. La stessa quantità di risparmi fisici (l'originale 1K di capitale nell'anno 1) che acquista la stessa quantità di risparmi monetari/domanda (le 600 unità di denaro/spesa) viene utilizzata ogni anno per produrre una quantità sempre crescente di capitale, beni, e servizi.[1] Tutti i nuovi ed aggiuntivi risparmi/domanda (reali) — un rapporto, diciamo, 70/30 — aumenterebbe semplicemente il tasso di crescita della produzione. In prospettiva, si dovrebbe comprendere che se il rapporto fosse abbastanza basso, in modo tale che la quantità di beni capitali e beni di consumo prodotti compenserebbe esattamente la quantità utilizzata, l'economia diventerebbe stazionaria — non crescerebbe né si contrarrebbe. E se fosse ancora più basso, l'economia regredirebbe.

Tornando al caso del Giappone, poiché il paese ha distrutto ed inflazionato molto poco i risparmi ed i capitali negli ultimi 20 anni — cioè, poiché ha usato in gran parte lo stesso capitale — l'evoluzione della sua struttura produttiva è simile a quella nel nostro esempio. È vero, il capitale viene distrutto ogni anno attraverso la spesa al consumo (ad esempio, stimolo alla spesa, spesa sociale, ecc.), piccole sequenze boom-bust, regolazione/restrizioni ed altre distorsioni del governo, ma c'è abbastanza capitale creato ogni anno, oltre al livello elevato di risparmio interno disponibile, per coprire quella quantità di capitale perduto.

Ancor prima delle recenti crisi finanziarie ed economiche, tutte le economie sviluppate hanno sperimentato una distruzione annuale simile di capitale attraverso tasse ed altri interventi. Tutte le economie sono distorte e consumano capitale in una miriade di modi. Ma su una base netta, il capitale distrutto viene compensato — sebbene solo leggermente — dal nuovo capitale creato. Il Giappone ha semplicemente distorsioni diverse — e punti di forza diversi — rispetto ad altri paesi.

La figura 11 ci aiuta anche a vedere l'errore di pensare che nuovi capitali e nuovo credito potrebbero creare più domanda reale. La domanda reale può venire solo da beni o servizi effettivamente prodotti, che possono a loro volta essere scambiati per altri beni e servizi. Quello che serve sono più beni, non più domanda di merci, cioè, denaro. Più domanda monetaria non farà realmente lavorare o risparmiare più persone; ciò accadrà eliminando gli ostacoli artificiali che causano queste capacità inutilizzate.[2] Nuovo denaro e credito creerà semplicemente una sovrapproduzione in alcuni settori (ad esempio, gli immobili) rispetto ad altri.

Un aumento di denaro al fine di stimolare la domanda non genera un aumento della produzione di beni reali, ma solo l'illusione di un tale aumento. Questa illusione si manifesta attraverso l'inflazione ed attraverso il sovrainvestimento corrispondente in alcuni settori — dà la falsa apparenza di un boom economico. Il credito supplementare e l'inflazione fanno solo aumentare i prezzi non appena si aggiustano alla maggiore quantità di denaro. La quantità di beni fisici reali, rimane la stessa.

La morale della storia è che il Giappone non ha avuto bisogno di nuovo credito bancario, o anche di nuovi risparmi reali e capitali per prosperare. Ha solo avuto bisogno di mantenere una quota sufficiente di capitale (cioè, risparmi) allocato nella produzione di beni capitali efficienti.



Sommario

Nonostante l'opinione convenzionale, l'economia del Giappone non è stata stagnante; difatti è cresciuta in termini reali — sebbene non in termini monetari. Il punto cruciale è che i cambiamenti monetari non riflettono necessariamente i cambiamenti reali. La crescita del PIL del Giappone è stata lenta perché la crescita dell'offerta di denaro è stata lenta; è principalmente la crescita di denaro che guida i numeri del PIL. Pertanto, andando avanti, dobbiamo provare ad osservare la crescita economica reale — la produzione di beni e servizi reali — e non quella del PIL. Vedere le cose sotto una luce corretta ci permette di recuperare i decenni persi del Giappone, che non sono realmente andati persi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Questa crescita richiederebbe aumenti nel progresso tecnologico, che sarebbe quasi certamente presente in un'economia in crescita, particolarmente perché parte del capitale investito andrebbe nello specifico a creare nuove tecnologie.

[2] Ci saranno sempre capacità di riserva per molte ragioni, non ultima le aziende che mantengono intenzionalmente questa capacità di riserva.

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venerdì 18 maggio 2012

Il Mito dei Decenni Perduti del Giappone #2






Seconda Parte.




Qui il link alla Prima Parte.

Qui il link alla Terza Parte.


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di Kel Kelly


E' Tutta una Questione di Numeri

Quindi, come possiamo conciliare la discrepanza tra i dati ufficiali economici ed i dati circostanziali empirici di sopra? La risposta che suggerisco è che i dati ufficiali sono fallaci, perché si basano sul una cattiva teoria economica e su statistiche che cercano di aggregare fattori che non possono essere facilmente aggregati. Il cuore della discrepanza è che la crescita economica (uffiicale) è misurata in denaro, e il denaro non è ricchezza.

La misura fuorviante della crescita in questione è la crescita del PIL, perché è praticamente l'unico indicatore utilizzato dai professionisti per valutare la produzione economica. Il problema è che il PIL non è in realtà una misura della produzione reale fisica di beni e servizi, come si crede che sia. E' principalmente una misura di inflazione, come si crede che non sia. Per capire ciò, dobbiamo essere chiari su quello che è l'inflazione e cosa la causa.

In breve, i prezzi possono generalmente salire in tutta l'economia solo se la quantità di moneta nell'economia aumenta più velocemente rispetto alla quantità di beni e servizi. (Nei paesi economicamente retrogradi, i prezzi possono aumentare perché l'offerta di beni diminuisce.)

Quando l'offerta di beni e servizi aumenta più rapidamente dell'offerta di moneta — come è accaduto in tutto il mondo durante la maggior parte del 1800 — il prezzo unitario di ciascun bene o servizio cala, perché una data offerta di moneta deve comprare, o "coprire," una crescente offerta di beni o servizi. George Reisman ci offre la formula critica per la derivazione dei prezzi di tutta l'economia:




In questa formula, il prezzo (P) è determinato dalla domanda (D) diviso l'offerta (S).[1] L'aggregato dei prezzi è costituito dalla quantità di denaro speso per comprare ogni cosa nell'economia, diviso la quantità di oggetti venduti. La formula ci mostra che è matematicamente impossibile che l'aggregato dei prezzi aumenti a meno che
  1. aumenta la domanda, o
  2. diminuisce l'offerta — vale a dire, o vengono spesi più soldi per acquistare beni, o viene venduto un minor numero di prodotti nell'economia.

Nella nostra economia sviluppata, i prezzi stanno aumentando a causa del maggior denaro che entra nel mercato, non perché l'offerta di beni sta calando — o almeno non stanno diminuendo ad un ritmo sufficiente per far aumentare i prezzi al tasso usuale del 3 o 4% l'anno.

La stessa formula indicata in precedenza può essere applicata ai prezzi degli asset — azioni, bond, materie prime, case, petrolio, mestieri, ecc., ed anche ai ricavi e profitti aziendali. Come afferma Fritz Machlup,

E' impossibile che i profitti di tutte o della maggioranza delle imprese cresca senza un aumento effettivo del denaro circolante (attraverso la creazione di nuovo credito o detesaurizzazione).[2]

In sintesi, il prezzo di tutto nell'economia — in assenza di regressione economica — può salire solo con più soldi e più spesa. Anche se i prezzi di determinati beni o merci possono salire per un relativo aumento della domanda, è impossibile che i prezzi della maggior parte dei beni o asset aumentino contemporaneamente senza denaro aggiuntivo che li spinga più in alto.

Un economia in progressione è quella in cui si produce una quantità crescente di prodotti nel tempo. Si tratta di "cose" reali, non denaro di per sé, che rappresentano la vera ricchezza. Inoltre, se li beni sono prodotti ad un ritmo più veloce del denaro, i prezzi scenderanno. Con un'offerta costante di denaro, i salari rimarrebbero gli stessi mentre i prezzi scenderebbero, in quanto l'offerta di beni aumenterebbe mentre l'offerta di lavoratori no. Ma anche quando i prezzi aumentano a causa di denaro creato più velocemente dei beni, i prezzi ancora scendono in termini reali, perché i salari aumentano più velocemente dei prezzi a causa della stessa espansione dell'offerta di beni rispetto all'offerta di lavoro. In entrambi i casi, se la produttività e la produzione sono in aumento, i beni diventano meno costosi in termini reali.

Ovviamente, quindi, un'economia in crescita si riflette nei prezzi in calo, non in aumento. Non importa quanti beni vengono prodotti, se la quantità di denaro rimane costante, l'unica moneta che può essere spesa in un'economia è la determinata quantità di denaro esistente in essa (e la velocità, o il numero di volte che viene speso ogni dollaro, potrebbe non cambiare molto se l'offerta di denaro rimane invariata).

Pertanto, il PIL, che misura i prezzi in denaro, non ci dice necessariamente molto sul numero di beni e servizi effettivamente in fase di produzione; ci dice soltanto che se il PIL è in aumento l'offerta di moneta sta aumentando, in quanto un aumento del PIL è matematicamente possibile solo se il prezzo in denaro dei singoli beni prodotti aumenta in una certa misura. In caso contrario, con un'offerta costante di denaro ed una spesa costante, la quantità totale di denaro che guadagnano le compagnie (i prezzi di vendita totali di tutti i beni prodotti) e quindi il PIL stesso rimarrebbe necessariamente costante anno dopo anno.

I cosiddetti deflatori dei prezzi vengono calcolati ed applicati al PIL stimato al fine di regolare le variazioni dei prezzi in un modo che venga mostrato l'aumento della produzione come un aumento numerico del PIL. In altre parole, i deflatori cattureranno i veri aumenti della produzione e li trasformeranno in un numero positivo del PIL, a prescindere dal tasso di inflazione. Tuttavia, ci sono talmente tante falle nella metodologia e nel calcolo dei deflatori che le loro stime sulle variazioni dei prezzi sono altamente imprecise. Inoltre, ci sono molte ragioni per cui i governi che calcolano e applicano i deflatori sottostimerebbero intenzionalmente i risultati in modo da alterare le stime economiche ufficiali della crescita. Un'altra considerazione è che il PIL cattura in gran parte la spesa dei consumatori e sottrae una parte preponderante della spesa delle imprese. Pertanto, se in una data economia aumenta la spesa produttiva e cala il consumo, viene sottratto dal PIL un valore maggiore, rendendolo inferiore. In questo modo, il PIL e il progresso economico sono inversamente proporzionali. Per tutte queste ragioni, anche il PIL reale non è una cifra affidabile per valutare il progresso economico. (Per un'esposizione più dettagliata sul PIL, vedi pp. 423-427 in Kelly, The Case for Legalizing Capitalism).

Mentre il PIL può aumentare solo con più denaro e spesa, è ovvio che l'unica fonte di un aumento del denaro e della spesa è un aumento dell'offerta stessa di denaro, che a sua volta può scaturire solo dalla banca centrale. Le aziende non creano denaro, creano beni e servizi. Solo la banca centrale e le banche aderenti hanno la possibilità di creare moneta.[3]

Quando le banche centrali pompano un sacco di soldi nell'economia, stimolano la crescita del PIL (insieme ai ricavi aziendali e soprattutto ai profitti). Al contrario, quando non lo fanno, il PIL non cresce molto. Così, la crescita del PIL del Giappone è stata lenta perché la banca centrale del Giappone, la Banca del Giappone (BOJ), si è intenzionalmente impegnata in una politica monetaria prudente per gran parte degli ultimi 20 anni, come mostrato nella figura 1. La crescita delle base monetaria è all'incirca del 5% l'anno. Mentre l'offerta di denaro M1 è all'incirca del 10%, l'offerta di denaro più ampia M2 è all'incirca del 2-3%. L'inflazione nei prezzi al consumo, a sua volta, come mostrato nella figura 2, è rimasta abbastanza piatta.

Vale la pena ripetere quest'ultima frase: i prezzi al consumo sono rimasti abbastanza piatti — non in calo. La "deflazione" che si suppone abbia sperimentato il Giappone negli ultimi 20 anni — come comunemente affermato dai giornalisti finanziari e dagli economisti professionisti — in realtà consiste in prezzi che periodicamente calano del 1, 2, e, a volte del 3 o 4% nel corso di un anno o due prima di tornare a lievi tassi di crescita positivi. Tutto sommato, i prezzi al consumo hanno visto un lieve aumento, non diminuzione nel corso degli ultimi due decenni.


Fig. 1. Base monetaria del Giappone ed offerta di denaro, 1993-2010. Fonte: Federal Reserve Bank di St. Louis.


Fig. 2. Tasso di inflazione nei prezzi al consumo del Giappone, 1993-2010. Fonte: Federal Reserve Bank di St. Louis.


Ora osservate nella figura 3 quanto sia stata bassa la crescita dell'offerta di deanro negli anni 1990 e 2000 rispetto al 1980. Nella figura 4, che descrive quello stesso lasso di tempo, si noterà una riduzione del PIL, è passato dal range del 4% ~ 10% nel 1980 al range -2% ~ 2% negli anni 1990 e 2000.

La stessa evoluzione viene presentata da una prospettiva leggermente diversa nella figura 5, dove, invece di cambiamenti in tempo reale come come raffigurati nelle figure 3 e 4, vengono smussati PIL ed offerta di denaro sottoforma di crescita composta annuale di 40 trimestri (10 anni) del PIL nominale Giapponese e crescita composta annuale a 120 mesi (10 anni) dell'offerta di denaro Giapponese M2.

Va notato che, poiché ci vuole tempo affinché il nuovo denaro si moltiplichi e si diffonda nel sistema a riserva frazionaria, offerta di denaro ha un effetto ritardato di circa uno o due anni sulla crescita del PIL.


Fig. 3. Il calo nel tasso di crescita dell'offerta di denaro del Giappone sin dal 1980. La linea rossa è M2, e la linea blu è M3. Fonte: Banca del Giappone.


Fig. 4. Il declino nel tasso di crescita del PIL del Giappone sin dal 1980. Fonte: Seeking Alpha.


Fig. 5. Il PIL e l'offerta di denaro del Giappone che si muovono insieme.


Gli effetti ritardati dell'offerta di denaro colpiscono il PIL ed i prezzi (perché il PIL è costituito dai prezzi). Come ci si aspetterebbe, il PIL del Giappone e M2 si sono mossi sostanzialmente in linea l'uno con l'altro (figura 5). Si noti che dopo che l'offerta di denaro è scesa precipitosamente nel 1990 (come si vede nella figura 3), il PIL, dopo un picco, è calato nel corso dei due anni successivi (come si vede nella figura 4).

Il forte calo nella quantità di denaro (ed i corrispondenti livelli di spesa — variazioni di velocità nei mercati finanziari, in questo caso) mostrato nella figura 3 è quello che è responsabile, non solo della conseguente diminuzione dei prezzi e del PIL, ma anche del più immediato calo dei prezzi degli asset in Giappone. La figura 6 mostra la drammatica sequenza boom-bust dei prezzi degli immobili in Giappone, e la figura 7 mostra lo stesso per il suo mercato azionario. Il mercato immobiliare è caduto del 85% dal suo picco, mentre il mercato azionario è sceso del 82% dal suo picco — così come il Dow Jones è sceso del 89% dal suo picco dopo il 1929, a causa del crollo dell'offerta di denaro degli Stati Uniti.

I prezzi degli asset aumentarono più drammaticamente rispetto ai prezzi al consumo in Giappone durante il boom degli anni '80, perché l'enorme quantità di moneta creata finì in modo sproporzionato nel sistema finanziario piuttosto che nell'economia reale. In altre parole, la maggior parte del nuovo denaro venne utilizzato per investimenti finanziari e per la speculazione, piuttosto che per la spesa sul capitale, sul lavoro e sui beni di consumo. Logicamente, quando la creazione del credito rallentò alla fine degli anni '80 — ed apprave l'inevitabile riduzione della spesa, le perdite bancare/aziendali, e la contrazione monetaria — l'evaporazione del denaro e la conseguente vendita degli asset si verificò molto di più nei mercati finanziari che nell'economia reale. Quello ando su di più, scese giù di più. In flessione, i mercati degli asset si sgonfiarono; ma l'economia reale — ed il PIL — non più di tanto.


Fig. 6. Il boom e bust del mercato immobiliare Giapponese (sei aree urbane di grandi dimensioni). Fonte: Japan Real Estate Institute.


Fig. 7. Il boom e bust del mercato azionario Giapponese (Nikkei 225 Stock). Fonte: Yahoo Finance.


Proprio perché l'offerta di denaro non è stata rigonfiata e diretta verso i mercati finanziari che il mercato azionario Giapponese è rimasto morto negli ultimi due decenni. Ed a meno che i consumatori Giapponesi decidano di rinunciare ai beni di consumo — incluse le loro case — ed alle azioni, rimarrà morto finché nuovo denaro creato dalla BOJ lo spingerà più in alto. Ma, soprattutto, il mercato azionario "morto" non danneggia né i consumatori Giapponesi né l'economia Giapponese.



La Prova della Crescita del Giappone

Finora abbiamo visto che c'è stato un declino nell'offerta di denaro del Giappone, e quindi nei prezzi al consumo, nei mercati degli asset, e nella crescita del PIL. Ho anche detto che la crescita del PIL di per sé è solo una statistica che non rappresenta una reale crescita economica. L'obiettivo principale di questo documento è quello di dimostrare che, mentre il PIL è cresciuto a passo di lumaca la crescita economica vera e propria è stata piuttosto robusta — approssimata alla crescita economica reale in altri paesi sviluppati.

Se il Giappone, come sostengo, ha infatti visto una crescita economica simile a quella di altre nazioni sviluppate, ci si aspetterebbe che il suo PIL pro capite sia rimasto in linea con queste nazioni. Anche se la crescita del PIL di un singolo paese non ci dice molto, un confronto del PIL pro capite tra i paesi fa la differenza. Ciò è dovuto al fatto che il PIL è principalmente una misura di denaro. Le grandi valute che fluttuano liberamente, come quella del Giappone e degli Stati Uniti, sono regolate dai mercati in modo da mantenere prezzi relativi tra i due paesi al fine di mantenere una parità di potere d'acquisto. Questo (in gran parte) annulla i cambiamenti indotti dall'inflazione. In modo simile, anche regolare il PIL pro capite attraverso il calcolo della parità del potere d'acquisto (PPP) dovrebbe compensare le variazioni dei tassi di inflazione tra il Giappone e gli Stati Uniti.

Ad esempio, se gli Stati Uniti espandono l'offerta di denaro ad un tasso doppio del Giappone, i prezzi al consumo dell'America ed il PIL dovrebbero aumentare di circa il doppio del tasso del Giappone (anche se le relative variazioni del PIL nei vari paesi — così come i loro deflatori dei prezzi — sono piuttosto discutibili a causa della loro esposizione a diversi livelli di manipolazione del calcolo da parte delle autorità competenti). Visto che c'è il doppio della quantità di dollari rispetto agli yen ed il raddoppio dei prezzi negli Stati Uniti rispetto al Giappone, il dollaro dovrebbe scendere della metà nei confronti dello yen. Questa regolazione del denaro e dei prezzi mantiene i rispettivi valori del PIL aggiustati in termini reali.

Ora guardiamo i dati. Se l'economia del Giappone è davvero rimasta in gran parte piatta, come sostiene la maggior parte del mondo finanziario, mentre quella dell'America è per lo più aumentata, allora il PIL pro capite del Giappone, misurato in dollari alla parità di potere d'acquisto, non dovrebbe essere tanto al di sopra a dove si trovava nel 1990 all'inizio dei "decenni perduti" del Giappone. Certamente non dovrebbe essere allo stesso livello rispetto al PIL pro capite dell'America o dell'Europa. In questo caso di crescita in gran parte piatta, un grafico del PIL pro capite sarebbe simile alla figura 8, che mostra il PIL pro capite della Sierra Leone, o alla figura 9, che mostra quello di Haiti, che sale leggermente.[4] In altre parole, dovrebbe apparire come il trend di crescita del PIL pro capite dei paesi che veramente non sono cresciuti molto.

Ma in realtà, il PIL pro capite del Giappone al PPA è aumentato costantemente, come mostra la figura 10. In altre parole, il PIL pro capite del Giappone è cresciuto nel tempo,[5] passando da $19K pro capite nel 1990 a $34K nel 2010. Allo stesso modo, gli Stati Uniti avevano un PIL pro capite di $23K nel 1990, ed oggi è a $46K. Il PIL pro capite dell'America è quindi il 100% superiore rispetto a quello del 1990, mentre quello del Giappone è del 79% più alto. Questo ci va abbastanza vicino per definirli paragonabili. (Tenete a mente che questi calcoli formali del PIL pro capite sono tutt'altro che precisi ed affidabili; è del tutto possibile che la crescita reale in Giappone sia, diciamo, del 105% superiore, mentre quella degli Stati Uniti del 85%. Il punto è che anche i dati ufficiali prodotti dagli economisti di professione, mostrano che il Giappone è cresciuto notevolmente.)


Fig. 8. L'economia stagnante della Sierra Leone. Fonte: Fondo Monetario Internazionale, "World Economic Outlook", Aprile 2010.


Fig. 9. L'economia stagnante di Haiti. Fonte: Fondo Monetario Internazionale, "World Economic Outlook", Aprile 2010.


Fig. 10. Aumento del PIL pro capite del Giappone nel corso del tempo. Fonte: Fondo Monetario Internazionale, "World Economic Outlook", Aprile 2010.


La figura 11 mostra un altro punto di vista dello stesso fenomeno, e la migliore prova che il Giappone è cresciuto in linea con gli altri paesi sviluppati. Il grafico mostra il PIL pro capite tra i paesi OCSE (un gruppo di paesi sviluppati e per lo più sviluppati) sia nel 1987 che nel 2007. Il PIL pro capite del Giappone nel 1987 (le barre celesti) è stato quasi del tutto in linea con quello della Germania e della Francia, i paesi sopra e sotto il Giappone in questa classifica. Venti anni dopo, nel 2007 (le barre blu scuro), il Giappone aveva ancora PIL in linea con gli stessi due Paesi — solo leggermente al di sotto della Germania e appena al di sopra della Francia. Le proporzioni sono invariate!

Se fosse vero che il Giappone ha visto una crescita notevolmente più lenta negli ultimi 20 anni rispetto agli altri paesi industrializzati, il Giappone non poteva ancora avere la stessa posizione relativa in termini di PIL pro capite 20 anni più tardi. A giudicare dalle dimensioni delle barre celesti del 1987, il Giappone aveva circa le stesse proporzioni relative che ha oggi (o come nel 2007 in questo caso, poco prima che arrivasse la crisi finanziaria mondiale). Quindi, se il Giappone è stato in recessione negli ultimi due decenni, allora lo sono stati anche Germania e Francia ed altri paesi sviluppati. In effetti, il Giappone, dopo tutta la sua presunta mancanza di crescita, si colloca ancora al di sopra della media OCSE.

Chiaramente, la crescita del PIL è una misura che non da informazioni. L'economia Giapponese è stata in salute anche se gli economisti di tutto il mondo hanno lamentato la sua crescita stagnante.


Fig. 11. Il PIL pro capite del Giappone rimane nella stessa proporzione di altri paesi. Fonte: "OECD in Figures 2008," OECD Observer.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Consultare G. Reisman, Capitalism: A Treatise on Economics (1996), p. 897, per una dimostrazione completa. La maggior parte dei concetti in questo paper sono derivati dai principi di alto livello enunciati da Reisman. Per ulteriori concetti connessi a questo argomento, consultare Reisman, "The Stock Market, Profits, and Credit Expansion," "The Anatomy of Deflation," e "Monetary Reform."

[2] F. Machlup, The Stock Market, Credit, and Capital Formation (1940), p. 90.

[3] Se c'è qualche dubbio che il denaro o i prezzi possono essere incrementati da un qualsiasi altro mezzo, per favore consultare George Reisman, Capitalism: A Treatise on Economics (1995), pp. 895–921. Questa esposizione dovrebbe mettere a tacere qualsiasi altro argomento contrario.

[4] Questo non vuol dire che l'affermazione comune è che l'economia Giapponese è stata così disastrosa come quella di questi due paesi non sviluppati; è solo per dire che un crescita piccola o nulla è proprio questo, e sarebbe rivelata come una linea piuttosto piatta su un grafico che mostra il PIL pro capite in dollari nel corso del tempo.

[5] È importante sottolineare che nulla di tutto questo vuol dire che pongo tanta fiducia nella precisione dei grafici che sto utilizzando, come gli indici di inflazione, i deflatori dei prezzi, i calcoli del PIL, e il concetto stesso di raccolta dati, e la metodologia del PIL è di per sé più che discutibile. Ma sto usando i migliori dati formali che ho potuto trovare; sto analizzando i termini utilizzati e forniti dagli economisti mainstream.

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Il Mito dei Decenni Perduti del Giappone #1

"La Federal Reserve sta giocando il ruolo del contraffattore ufficiale. Sta passando il denaro al Tesoro, o diciamo lo farà. Questo non è lo scenario del Giappone. La Banca del Giappone non ha aumentato la circolazione dello yen facendo aumentare il tasso d'inflazione bruscamente. Questo è il perchè l'inflazione nei prezzi non ha avuto luogo. E nemmeno la deflazione nei prezzi. Per 16 anni, il livello dei prezzi del Giappone è rimasto vicino alla ristagnazione.
Il problema del Giappone è stata la riluttanza delle banche di ammettere che hanno consentito cattivi prestiti nella seconda metà degli anni ottanta. Rifiutano di prendere nota di questi prestiti. Ma rifiutano anche di prestare alle piccole imprese. Quindi c'è stata poca crescita economica. Questa è l'infame sindrome del Giappone o il malessere del Giappone. Non c'è abbastanza capitale per finanziare nuove ed innovative imprese. I bond del governo stanno assorbendo i risparmi delle persone.
La stagnazione dell'economia Giapponese è stato il risultato della bolla degli anni ottanta, seguita in linea di massima dalla paralisi delle banche che usavano qualsiasi profitto per ripagare vecchi prestiti. Ciò ha soffocato l'innovazione in Giappone. Ha protetto le banche." -- Gary North

[Prima Parte di Tre.]
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di Kel Kelly


I terremoti, gli tsunami, e la persistente crisi nucleare in Giappone hanno devastato la popolazione di quel paese ed il loro posto nell'economia globale. L'isola potrà riprendersi? Per vedere dove potrebbe andare il Giappone, dobbiamo guardare ad uno dei miti persistenti sul suo recente passato — il mito dei decenni perduti.

È opinione diffusa che il Giappone si trovi nel ventunesimo anno di recessione, o come minimo in un'economia stagnante. Parte di questo scarso rendimento, dicono abitualmente gli economisti e la stampa finanziaria, è dovuto al fatto che il Giappone ha vissuto una terribile deflazione. Tuttavia, io sostengo che lo stato economico del Giappone negli ultimi due decenni, fino ai recenti disastri, è stato paragonabile a quello delle nazioni più sviluppate.

Sono stato incoraggiato a scrivere questo articolo dopo che Gary North ha recentemente fornito prove ancor più circostanziali che coincidono con le mie convinzioni di lunga data sul Giappone. Il mio obiettivo qui è quello di contestualizzare questa prova e riconciliarla con i dati economici ufficiali pubblicati sul Giappone.



Cos'E' la Crescita Economica?

Per capire la crescita economica reale del Giappone, dobbiamo prima concordare esattamente su quello che vuol dire crescita economica: è la produzione di beni e servizi. Tutte le nostre banche, fabbriche, camion, strumenti, risorse naturali, e la manodopera vengono utilizzati quasi esclusivamente per il fine ultimo di produrre beni di consumo — le cose che ognuno di noi vuole e di cui ha bisogno nella propria vita, al fine di rimanere in vita, rimanere in buona salute, rimanere vestito e confortato, per godersi la vita e vivere nel miglior modo possibile.

Uno standard di vita crescente (benessere materiale, non spirituale o benessere psicologico) consiste nell'avere più cose. Più cose produciamo — farmaci, stufe, divani, abiti, martelli, panini, creme abbronzanti, ecc. — e meglio sarà per le nostre vite.

Come spiegherò di seguito, la crescita di un'economia non può essere facilmente o accuratamente misurata con un calcolo basato sulla quantità di denaro speso per le merci. Non solo indici statistici quali il PNL e il PIL sono imprecisi, ma non sono necessari per quanto riguarda l'osservazione della crescita economica vera e propria. I cittadini in Danimarca non hanno bisogno di confrontare il PIL pro capite per sapere che vivono meglio dei cittadini in Somalia. Ci si può semplicemente guardare intorno e vedere che tipo di case, strade, ristoranti, negozi di alimentari e altri beni e servizi sono disponibili in ciascuno di questi paesi, e quante ore di lavoro sono necessarie per acquisire queste cose.

Allo stesso modo, in un determinato paese, ci si può guardare intorno e vedere se ci sono quantità crescenti di beni e servizi nel corso del tempo — vale a dire, se vi è un tasso positivo di variazione della crescita economica. Il vero test della crescita economica è se una data quantità di lavoro fisico può acquisire più beni e servizi ogni anno.



Il Punto di Vista di un Cittadino sull'Economia Giapponese

Gary North ha recentemente pubblicato due articoli che descrivono il Giappone e la vita Giapponese nell'ottica di persone che vi abitano.[1] Qui di seguito ci sono alcune delle loro dichiarazioni.:

  • "Direi che il Giappone nel 2011, per molti che ci vivono, è un posto molto migliore rispetto a quanto vorrebbero far credere i titoli di giornale."
  • "I condomini spuntano come funghi ed i mutui possono essere ripagati in decenni, non in decine di decadi."
  • "Mentre guardo fuori dal quartier generale di una delle nostre redazioni al trentacinquesimo piano, costruito durante uno dei decenni perduti, vedo che quello che era uno scalo ferroviario quasi abbandonato 15 anni fa ora è ormai una foresta virtuale di 20/50 edifici dove più di 60,000 persone lavorano ogni giorno. Un decennio fa, questi erano solo buchi nel terreno."
  • "Intorno al nostro condominio a Yokohama, sono spuntati centri commerciali, uffici, condomini e case unifamiliari quasi ogni giorno negli ultimi due decenni".
  • "Quegli anni possono essere i Decenni Perduti, ma non sono stati i Decenni del non Fare Nulla."
  • "Trent'anni fa, quando mia moglie ed io vivevamo a circa due ore da Tokyo in una 'piccola città' di circa 600 mila abitanti, dovevamo andare ad uno solo di una manciata di negozi a Tokyo per acquistare un pezzo di formaggio decente. Ora, il formaggio è quasi onnipresente, ed alla metà del prezzo di 30 anni fa. "
  • "Lo yen forte, la cosiddetta rovina degli esportatori, è amico del consumatore interno. Auto importate, cibo, abbigliamento, anche energia e materie prime per l'industria tutto costa di meno ormai di quello che costava 20 anni fa. Una bella bottiglia di vino Italiano che viene venduta per circa $15 a Tokyo, aveva un prezzo di $41.95 a Vancouver durante le Olimpiadi dell'anno scorso."
  • "I ristoranti ora offrono i migliori cibi del mondo a prezzi più accessibili."
  • "I prezzi degli hotel sono ancora ragionevoli, le tariffe dei treni sono convenienti e le tariffe, in particolare per i viaggi all'estero, sono appena [riconoscibili] da quelle nei giorni in cui ci voleva quasi lo stipendio di un mese per volare a Toronto e tornare."
  • "Certamente chiunque visiti il Giappone in questi giorni è colpito dalla ricchezza evidente anche tra i cittadini medi. Le auto sulle strade, per esempio, sono generalmente molto più grandi e meglio attrezzate di quelle nel 1980"
  • "I viaggi all'estero sono più che raddoppiati dal 1980. I Giapponesi vantano i telefoni cellulari più avanzati del mondo, ed i più grandi e migliori schermi televisivi ad alta definizione. La già lunga aspettativa di vita del Giappone è aumentata di quasi due anni. Le connessioni Internet sono tra le più veloci del mondo — qualcosa come dieci volte più veloce della velocità media di quella Americana."
  • "L'etichetta su tutto, dai telefoni cellulari ai computer portatili può dire 'Made in Cina', ma in realtà, attraverso i beni dei produttori, i produttori Giapponesi dotati di elevati capitali ed elevato know-now hanno tranquillamente soddisfatto gran parte della damanda tecnologica."
  • "La concorrenza [dei beni dei produttori] è venuta principalmente dal Giappone, che gode ormai di una posizione ampiamente dominante e geopoliticamente importante come quella degli Stati Uniti nel 1960. Anche se non se ne sente molto parlare adesso a Tokyo, è difficile non riconoscerlo dalle cifre commerciali globali."
  • "E questo è oggi un luogo gentile e dolce."


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


Qui il link alla Seconda Parte.

Qui il link alla Terza Parte.


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Note

[1] Il sito di North richiede una registrazione a pagamento, ma ecco gli articoli a cui fa riferimento: uno di Darryl Gibson, e l'altro di James Fallows ed Eamonn Fingleton.

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venerdì 28 ottobre 2011

Il Bust della Cina: Tic Toc

In un'intervista al Third Annual Washington Ideas Forum il vice-presidente Joe Biden ha mostrato una certa preoccupazione per l'economia Cinese. Infatti, secondo le stime in suo possesso ci sono in Cina dai 30 ai 50 milioni di appartamenti vuoti. Secondo Brian Shelley sono addirittura 64 milioni. Morale della storia: la Cina è un castello di carte, costruito su un capitalismo di stato gestito dal governo locale. Sono stati dati incentivi ai funzionari politici per far "aumentare il PIL" in modi fantasiosi, tra cui il predominante è stato quello di costruire edifici, appartamenti, ecc. L'incombente crollo dell'economia Cinese e della sua borsa sarà qualcosa di storico e che verrà ricordato negli anni a venire.
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di Kel Kelly


La Cina è in procinto di far salire la propria moneta. La ragione è quella di affrontare il peggioramento dei tassi d'inflazione nel paese. Permettere allo yuan di salire fermerà difatti, o rallenterà, l'inflazione, ma il modo in cui funziona questa correzione non è il modo che di solito si presume. Né gli effetti di questa politica saranno quelli che la maggior parte degli osservatori presume, cioè, un'inflazione più mite. Invece, sarà una vero e proprio bust economico.

Questo articolo spiega la vera storia dietro le spiegazioni comunemente sposate per quanto riguarda l'addomesticamento dell'inflazione in Cina. Scardina anche molte di quelle questioni periferiche sul tema che vengono discusse dalla stampa, ed espone le false teorie associate a questi problemi.



Valute e Prezzi

Nello spiegare come una moneta in aumento contribuirà a domare l'inflazione, la maggior parte degli esperti ripete che rivalutando una valuta ad un prezzo più alto farà in modo che i prezzi all'importazione diventeranno più economici, riducendo così i prezzi interni. Per esempio, l'economista della Credit Agricole CIB Dariusz Kowalczyk ha affermato:

I politici hanno inviato un chiaro messaggio secondo cui l'apprezzamento della valuta verrà utilizzato come strumento per contrastare l'inflazione importata [a causa dei prezzi globali quasi da record per il petrolio e per le altre materie prime].

Allo stesso modo, Bloomberg ha riferito che

I funzionari Cinesi possono anche cercare di accelerare i guadagni nella valuta, noto anche come il renminbi, per combattere l'inflazione, riducendo il costo delle importazioni di prodotti Americani come aerei Boeing Co. e software della Microsoft Corp.

La verità è che non esiste una cosa come l'importazione o l'esportazione dell'inflazione, perché ogni paese o area valutaria ha una propria moneta individuale, che è separata dalla valuta di un'altra regione. I prezzi all'interno di una determinata area valutaria possono aumentare solo quando quella determinata valuta viene inflazionata. (Una rara eccezione è quando anche altre valute circolano all'interno della stessa area valutaria, e un aumento nella quantità delle altre valute provoca un aumento dei prezzi in tale valuta. Ma anche in questo caso, la valuta in deprezzamento probabilmente smetterà di circolare in quanto sarà espulsa dalla valuta più forte.)

Ma i cambiamenti di valuta possono effettivamente influenzare i prezzi attraverso variazioni nell'offerta di beni. Un paese la cui moneta è artificialmente sottovalutata — come la Cina — esporterà artificialmente di più ed importerà di meno. Se viene permesso alla valuta di salire verso il tasso di cambio di mercato, inizierà ad esportare di meno ed importare di più.

A parità di condizioni, una valuta a prezzo più alto avrà effettivamente come risultato un prezzo ridotto nelle merci importate. Quando i beni importati costano meno, i consumatori hanno più soldi da spendere per i beni domestici; aumenta il potere d'acquisto. Oppure, se l'ammontare di denaro risparmiato (conseguenza di un'astensione nell'acquisto di prodotti importati) viene speso per l'acquisizione di maggiori quantità di merci importate, ci sarà meno domanda di beni domestici, facendo abbassare i prezzi interni. In entrambi i casi, ciò che ha abbassato i prezzi è stata una moneta forte.

La spiegazione precedente si applica solo ai casi in cui "tutto il resto rimane uguale." Ma una moneta che sale mentre tutto il resto rimane uguale è quella che è stata artificialmente indebolita in precedenza al fine di esportare il più possibile ed è quindi oggetto di una rivalutazione da parte del mercato verso il suo vero prezzo di mercato. Altrimenti, escluse fluttuazioni a breve termine, una valuta si muove rispetto ad un'altra a causa di variazioni nell'offerta relativa di unità della valuta, e di cambiamenti corrispondenti nei prezzi al consumo tra le due regioni valutarie in questione. I movimenti valutari mancanti in questi cambiamenti fondamentali sono dovuti alla manipolazione delle valute da parte del governo.

Il rovescio della medaglia per quanto riguarda l'aumento del prezzo e del potere d'acquisto della moneta è che le merci in tale valuta sono quindi più costose in termini di valute estere, con conseguente minor numero di prodotti esportati. L'esportazione è economicamente meno vantaggiosa, in quanto lascia più beni all'interno del paese, aumentando l'offerta e riducendo il prezzo dei beni nazionali.

Quindi, sembrerebbe che le valute più costose sono migliori poiché danno luogo ad importazioni più economiche e più bassi prezzi interni. Ma, se la moneta è troppo costosa ed artificialmente sopravvalutata, saranno esportate un minor numero di merci, riducendo lo scambio estero. Una moneta artificialmente alta alla fine farà in modo che il paese rimanga a corto di valuta estera. Questa cosa, e beni troppo costosi dal punto di vista degli altri paesi, farà cessare il commercio, con conseguente riduzione dei livelli di vita.

L'essenza dello scambio è che un paese può avere una moneta debole e aumentare le esportazioni in modo da ottenere più valuta straniera, oppure può avere una moneta forte ed incrementare le importazioni in modo da ottenere più beni.

Allora, qual è il livello ottimale del prezzo di una valuta? Un paese vuole una moneta più forte o più debole? Vuole più soldi o più beni? Il fatto è che un paese non è un "esso". Un paese è composto da milioni o decine di milioni di individui, ciascuno con differenti obiettivi e valutazioni differenti. I burocrati del governo non possono impostare un prezzo ideale per la moneta che sia ottimale per tutti. Così, il solo prezzo valutario ottimale è quello che viene congiuntamente impostato da tutti i partecipanti al mercato attraverso la loro offerta e la loro domanda di beni e di valuta in base alle loro esigenze e ai loro desideri.

E in realtà, il prezzo ottimale della valuta che loro, il mercato, stabiliranno sarà il prezzo che, aggiustato ai costi di trasporto, fa sì che i prezzi interni dei beni commerciati nel mercato internazionale si avvicinino ai prezzi di quegli stessi beni in altri paesi. In altre parole, faranno equilibrare i prezzi relativi tra i paesi, proprio come fanno gli individui all'interno di un paese. Altrimenti esisterebbero opportunità di arbitraggio, e il risultato sarebbe un livellamento dei prezzi relativi e delle stime reali sulla valuta. Tale prezzo valutario ottimale farà anche sì che le esportazioni del paese raggiungano circa lo stesso ammontare delle importazioni; la bilancia dei pagamenti tenderà a zero. Gli avanzi commerciali e i deficit derivano da valute prezzate malamente a causa della manipolazione del governo.



La Relazione Reale Tra la Valuta Crescente della Cina e l'Inflazione

Una valuta manipolata può far sì che i prezzi interni possano essere artificialmente più alti o più bassi di quello che sarebbero altrimenti, ma non può generare un aumento dei prezzi in modo duraturo; non può causare l'inflazione nei prezzi. A parte l'aumento dei prezzi come causa di una riduzione continua dei beni prodotti ed esistenti in un paese, l'unica cosa che può causare l'inflazione nei prezzi è l'espansione dell'offerta di denaro di quel paese, che si traduce in un aumento della domanda. I prezzi aggregati aumentano solo con un'offerta ridotta o una domanda (monetaria) incrementata. Pertanto, contrariamente alla percezione popolare mostrata nelle citazioni di sopra, la rivalutazione della moneta della Cina — da sola — non ridurrà l'inflazione nei prezzi.

Ciò che ridurrà l'inflazione nei prezzi della Cina sarà la cessazione di quell'attività che sta tenendo la sua moneta artificialmente bassa: la stampa di denaro. Come mostra la Figura 1, sta facendo proprio questo.


Figura 1: Crescita dell'offerta di denaro Cinese in rallentamento (l'aumento alla fine del 2008 ha portato agli attuali picchi dei tassi d'inflazione in Cina)


In generale, la Cina può mantenere il suo tasso di cambio con il dollaro, solo con la creazione di nuovo denaro alla stessa velocità del tasso con cui la Federal Reserve crea dollari. In aggiunta al tasso di creazione di una valuta rispetto ad un'altra, fa la differenza anche la quantità di moneta effettivamente sul mercato e disponibile per lo scambio. A questo proposito, la Cina reinveste le riserve in dollari ottenute dai suoi avanzi commerciali — che avvengono da uno yuan artificialmente basso e un dollaro artificialmente alto — in buoni del Tesoro Statunitensi, invece di venderle nel mercato del cambo estero, in modo da evitare che il dollaro crolli (e lo yuan aumenti) per la maggiore offerta.

Ma, inoltre, al fine di mantenere lo yuan artificialmente più basso rispetto al dollaro di quanto sarebbe altrimenti data la domanda e l'offerta per ciascuna valuta, la banca centrale Cinese, la Banca Popolare Cinese (PBOC) acquista attivamente dollari e vende yuan sul mercato. Paga i dollari creando yuan con cui acquistarli.

Quando la PBOC crea yuan, espande l'offerta di denaro. E' quindi questa espansione dell'offerta di denaro, non una moneta artificialmente bassa di per sé che sta creando inflazione nei prezzi in Cina.



Di Più Sul Punto di Vista Mainstream


Tasso di Cambio contro Offerta di Denaro come Vera Causa dell'Inflazione

Quando si ha conoscenza della vera natura della moneta Cinese e della situazione dell'inflazione, può essere molto frustrante sentire gli economisti mainstream concentrarsi sulla moneta come causa e soluzione per l'inflazione, invece di concentrarsi sulla causa originaria della creazione di moneta. Anche la Banca Mondiale travisa il problema:

Rafforzare il tasso di cambio può aiutare a ridurre le pressioni inflazionistiche ed a riequilibrare l'economia, ha detto la Banca Mondiale nel suo ultimo aggiornamento trimestrale sulla terza economia più grande del mondo.

Ma a suo credito, ha anche detto in separata sede:

Le aspettative sull'inflazione possono essere contenute con una politica monetaria più ristretta ed un tasso di cambio più forte.

Mentre il commento è ancora vago poiché non fornisce il legame reale tra politica monetaria ed il tasso di cambio, almeno prende atto del problema della politica monetaria.


La Causa degli Aumenti dei Prezzi Interni

Ma gli economisti mainstream sono anche vaghi — o scelgono di ignorarla completamente — sulla causa dell'aumento dei prezzi interni della Cina. Un altro articolo affermava:

Gli economisti danno la colpa dell'inflazione della Cina alle pressioni della domanda dei consumatori che sta superando le forniture alimentari e ad un boom dei prestiti bancari che secondo loro ha permesso a Beijing di andare troppo oltre dopo che aiutò il paese a rimbalzare rapidamente dalla crisi mondiale del 2008.

Il fatto è che sia il "boom dei prestiti" sia "la domanda dei consumatori" sono semplicemente le manifestazioni dell'inflazione monetaria, e provengono esclusivamente dall'espansione dell'offerta di denaro da parte della PBOC.

La domanda reale dei consumatori ha come risultato un calo dei prezzi, non un aumento. L'unica componente della domanda dei consumatori che sta spingendo i prezzi più in alto è la domanda monetaria artificiale sottoforma di più banconote nelle mani dei consumatori le quali fanno salire i prezzi, non un aumento nel desiderio di consumare una maggiore quantità fisica di beni. Per una più profonda comprensione di questo concetto, vedete la terza sezione di questo articolo.

Per quanto riguarda il boom dei prestiti bancari, un boom nel prestito può avvenire solo quando viene incrementato esponenzialmente il denaro disponibile per essere prestato. Quindi, dire che l'inflazione è causata da un boom dei prestiti è dire che l'inflazione è causata dalla stampa di denaro (ma in realtà senza dirlo). Anche se questa causa ed effetto è evidente, i giornalisti — e gli economisti — scelgono di circoscrivere la vera spiegazione.

Quindi, che cosa ha fatto il governo Cinese per i problemi riguardanti il boom dei prestiti e la domanda dei consumatori?

Per quanto riguarda il boom dei prestiti, l'articolo dice che

Il governo ha dato il via ad un giro di vite sui prestiti, ma gli analisti dicono che ci vorranno mesi prima che gli effetti di questa ed altre soluzioni si facciano sentire. Si dice che l'inflazione dovrebbe salire ulteriormente fino alla metà dell'anno per poi ridiscendere.

Il governo ha "dato il via ad un giro di vite" aumentando soprattutto i tassi di interesse, come mostrato dalla Figura 2.


Figura 2: L'aumento dei tassi di interesse Cinesi a breve termine


Gli economisti mainstream credono che questo trucco funzionerà, come pensano che i tassi di interesse sono il principale mezzo di crescita e di rallentamento dell'economia. Ignorano, o non sono consapevoli, che l'offerta di denaro è ciò che sta guidando l'inflazione, la "domanda", e la crescita del PIL. Manipolare solo il tasso di interesse, senza — come accade nella maggior parte delle economie gestite dalle banche centrali — contemporaneamente cambiare l'offerta di denaro di solito ha poco effetto.

Certo, con alti tassi di interesse, gli oneri finanziari sono più alti. Ma l'inflazione aumenta anche il tasso di profitto, il che significa che l'impresa può proficuamente pagare un tasso molto più elevato per un prestito. Ma anche quando i tassi di interesse superano l'altezza del saggio di profitto e fanno sì che le aziende smettano di contrarre prestiti ed investire, tutti i soldi che sono stati versati nell'economia continueranno a spingere i prezzi più in alto. L'attività economica potrebbe rallentare o fermarsi, ma i prezzi continueranno ancora a salire. L'unica cosa che fermerà l'inflazione sarà la cessazione dell'espansione dell'offerta di denaro. E anche ciò avrà un effetto ritardato.


Usando i Controlli dei Prezzi per Fermare l'Inflazione

Per quanto riguarda la componente "domanda dei consumatori", dice l'articolo:

I tentativi con controlli dei prezzi, con sussidi per i poveri e con ordini dei dirigenti locali per garantire l'approvvigionamento adeguato di vegetali hanno dato risultati contrastanti. Inoltre Pechino ha fatto ricorso allo strumento del congelamento dei prezzi di elettricità e di alcuni altri beni di base, ma ciò sta cominciando a ritorcersi contro.

In altre parole, il governo ha cercato di manipolare ulteriormente l'economia per compensare gli effetti negativi della sua stampa di denaro. Non dovrebbe essere una sorpresa che i risultati siano "misti" e stiano "iniziando a ritorcersi contro", poiché le carenze sono il naturale risultato del controllo dei prezzi.


Crescita Economica come un Problema

La relazione dice anche che l'inflazione non è il solo problema; lo è anche la crescita economica:

Pechino inoltre sta lottando per controllare un'economia surriscaldata che si è espansa rapidamente del 9.7% nel primo trimestre di quest'anno, rallentando di poco rispetto al trimestre precedente, nonostante gli sforzi di Pechino per guidare la crescita ad un livello sostenibile dopo i guadagni a doppia cifra del 2010.

Anche se la notizia dice "anche", in realtà questo è lo stesso problema monetario di cui abbiamo discusso. Non esiste una cosa come un'economia surriscaldata. "Surriscaldata" è il termine Keynesiano per l'inflazione nei prezzi derivata da un grande pompaggio monetario nell'economia. E' il pompaggio monetario che ha spinto il PIL della Cina verso guadagni a doppia cifra. Per quanto riguarda la crescita sostenibile, è solo la crescita del PIL monetario che è insostenibile. La crescita economica vera e reale è sempre sostenibile e non potrebbe mai superare quello che i Keynesiani chiamano "un potenziale tasso di crescita a lungo termine."


Flussi Monetari Speculativi

Un altro articolo dell'Associated Press, riferendosi alla moneta artificialmente sottovalutata della Cina ed agli squilibri del commercio che provoca, ha affermato che un altro problema potrebbero essere i flussi speculativi di denaro:

Molti paesi si preoccupano del denaro che inonda le loro economie e che gonfia asset come immobili o azioni.

La nozione di flussi di capitale e denaro che attraversa i confini è fraintesa dalla maggior parte delle persone. Fatta eccezione per le banconote fisiche appartenenti ai turisti, ai trafficanti di droga, o ai lavoratori stranieri che inviano denaro ai parenti a casa, i soldi non attraversano le frontiere. Il denaro rimane generalmente nel paese a cui appartiene — e semplicemente cambia di proprietà. Come questa sezione mostrerà, il denaro "speculativo" "che attraversa le frontiere" consiste in realtà solo nella banca centrale nazionale che cerca di mantenere la propria moneta prezzata artificialmente.

Il cosiddetto "capitale" o "denaro caldo" non "scorre" da un paese di origine in un altro paese. Tuttavia, il denaro creato in un paese può essere — e lo è, per un certo limite — utilizzato per comprare la valuta di un altro paese e direzionato nell'acquisto di asset in quel paese (facendo salire in questo processo i prezzi offerti per gli asset). Se una quantità sproporzionata di valuta locale è incanalata nei prezzi degli asset di un paese, verrà spesa meno moneta in beni e servizi nell'economia, provocando la caduta dei prezzi al consumo.

Ma in realtà, i prezzi al consumo nei paesi con mercati degli asset in piena espansione di solito non cadono mentre i prezzi degli asset aumentano; di solito aumentano entrambi. Questo perché l'offerta di denaro locale è in aumento, e spinge verso l'alto entrambe le classi di prezzo (cioè, gli asset finanziari ed i prezzi al consumo), anche se uno sta crescendo più velocemente rispetto all'altro. E' quindi la moneta locale, non il denaro estero, che gonfia gli asset.

Inoltre, in modo che la domanda estera reindirizzi il potere d'acquisto dai prezzi al consumo locale ai mercati degli asset, dovrebbe esserci un massiccia domanda dall'estero per investimenti nazionali, con una porzione molto ampia di moneta locale che viene acquistata da stranieri. Sembra abbastanza irrealistica, in assenza di mercati esteri già in crescita, l'esistenza di un desiderio così forte per gli investimenti in un paese straniero da parte di questi investitori d'oltreoceano.

Inoltre, un enorme reindirizzamento del potere d'acquisto causerebbe una caduta così in basso dei beni di consumo rispetto alla loro precedente parità di potere d'acquisto che i consumatori stranieri, al contrario degli investitori stranieri, acquisterebbero beni di consumo locali — perché sarebbero così a buon mercato secondo la valuta locale — per l'importazione nel loro paese di origine (ovvero, esportati dal paese locale). Ciò aumenterebbe il valore della moneta locale.

Ma ancora una volta, non siamo testimoni dei prezzi al consumo in calo, o dell'aumento delle valute (perché sono di solito fisse), nei vari paesi che sperimentano un boom nei prezzi degli asset. Pertanto, la solita causa originale dei prezzi degli asset in piena espansione in un paese è la banca centrale di quel paese che crea più soldi, spingendo verso l'alto sia i prezzi al consumo sia i prezzi degli asset, non quelle estere che direzionano nei prezzi degli asset la valuta locale che acquistano.

Ciò che raramente viene notato è che quando un paese non stampa denaro a tassi rapidi, non — quasi categoricamente — sperimenta i "flussi di denaro speculativi." Gli investitori internazionali e gli speculatori di solito prendono parte nell'investimento come un movimento di massa solo in mercati di asset locali che sono già in pieno boom. I mercati degli asset sono in pieno boom perché una grande quantità di denaro stampata in quel paese viene inserita negli asset finanziari. Altrimenti, se l'offerta di denaro non fosse in espansione, quegli stessi asset non potrebbero salire di prezzo (vedete questo articolo per una spiegazione completa).

Inoltre raramente viene spiegato che i "flussi di denaro speculativi" si verificano di solito tra paesi che hanno fissato o fissato in parte le valute. Altrimenti, come spiegato sopra, se le valute dei due diversi paesi fluttuano liberamente, poiché un paese espande la sua offerta di denaro, la sua valuta cadrà di prezzo rispetto alla valuta in contrapposizione. Pertanto, mentre i mercati degli asset di un paese aumentano di prezzo, la sua valuta cadrebbe di prezzo, generalmente in proporzione inversa. L'aumento dei prezzi degli asset nel paese comporterebbe una minore appetibilità per gli investitori stranieri, poiché i loro guadagni sarebbero controbilanciati — al momento della conversione con la loro moneta — da una moneta deprezzata. Inoltre, se gli investitori avessero semplicemente continuato a comprare una moneta la cui offerta non era in espansione, il suo prezzo sarebbe aumentato. Anche ciò farebbe diventare i prezzi degli asset locali meno attraenti. Al contrario, gli speculatori di solito si lanciano in valute che sono in espansione e che sono tenute artificialmente basse, non quelle che fluttuano liberamente.

Ecco la vera causa dei cosiddetti "flussi di denaro": Quando un paese mantiene la sua moneta artificialmente bassa rispetto a quella avversaria o ad una valuta "contrapposta", lo fa, come abbiamo visto, tramite l'acquisto da parte della sua banca centrale della valuta contrapposta con valuta nazionale creata da poco. Abbiamo dunque che la valuta estera "scorre nel paese", e la nuova moneta nazionale creata allo scopo di acquistare la valuta estera è incanalata nei prezzi degli esset (e, spesso, in misura minore nei prezzi al consumo). E' vero che la banca centrale nazionale prende possesso di valuta estera, ma solo la valuta nazionale circola nel mercato interno. Così è la valuta locale e non il "denaro speculativo" estero che causa e sostiene i prezzi degli asset locali.



Il Bust Incombente

E' stato dimostrato che la Cina sta ora lasciando salire la sua valuta perché ha bisogno di smettere di stampare denaro per domare l'inflazione. La sua valuta è stata artificialmente bassa (cioè, al di sotto del prezzo di mercato) per molti anni grazie al fissaggio del suo prezzo al dollaro Statunitense attraverso la stampa di soldi che vengono usati per vendere yuan (il denaro stampato) ed acquistare dollari. Ma queste azioni hanno avuto come conseguenza l'inflazione dei prezzi.

Pertanto, lasciar salire la sua valuta causerà una recessione, poiché un'offerta di denaro ridotta e tassi di crescita del credito ridotti sono i soliti fattori di partenza che scatenano le recessioni (anche solo il rallentamento della spesa può causare una recessione, ma di solito è preceduta da precedenti riduzioni nel denaro e nel credito). Sono stati i rapidi aumenti di denaro e del credito che hanno guidato l'attuale boom in Cina, e sarà la riduzione del tasso di crescita di queste variabili che provocherà il bust.

Il boom economico in Cina è costituito da un rapido aumento nella crescita economica vera accompagnata da — ma non guidato da — un aumento della spesa monetaria. L'aumento della spesa monetaria, a sua volta, è stato trainato dalla crescita selvaggia del credito, e ha generato enormi investimenti in determinati settori. Non c'è stata alcuna carenza di commenti e video che non abbiano evidenziato il boom dell'edilizia, la fissazione dell'acquisto di case, e la creazione in massa di edifici, centri commerciali, e perfino intere città in Cina che rimangono inoccupate — tutti i sintomi drammatici e classici delle bolle del credito.

I segni delle bolle sono comuni, e risalgono al 1600. Anche se non sapessimo nulla di denaro e del credito e la loro potenzialità a causare bolle finanziarie, dovremmo ormai riconoscere le tipiche caratteristiche delle bolle — ad esempio, aumento dei prezzi in modo esponenziale, manie d'investimento e d'acquisto, esuberanza per un trend nuovo ed insolito, ecc. — e dovremmo sapere che questi sono i sintomi che praticamente rappresentano una bolla.

Dato l'effetto ritardato del denaro e del credito sul sistema finanziario e la loro trasmissione nell'economia reale, è difficile dire esattamente quando l'aumento dei tassi di interesse ed il rallentamento dell'offerta di denaro si tradurranno in una riduzione del tasso di spesa e in una inversione del moltiplicatore del denaro, ma quando accadrà, una contrazione del credito Cinese, un crollo finanziario, e un malessere economico non saranno molto lontani.



Conclusione

Gli economisti mainstream e la stampa finanziaria di solito sono Keynesiani. Questo significa che a loro piace nascondere la vera causa dei problemi economici. Le loro spiegazioni sono quindi quelle che cercano di mostrare come la coda possa muovere il cane. Ma queste spiegazioni fallaci sono state in giro così a lungo e sono così ampiamente insegnate che la maggior parte delle persone che non conosce l'economia reale — tra cui la maggior parte è proprio Keynesiana — crede facilmente a queste spiegazioni improbabili.

Per quanto riguarda le loro spiegazioni sull'economia Cinese, non è vero che la Cina importa l'inflazione e non è vero che lasciar salire la sua valuta risolverà il problema. La vera storia è che l'inflazione è dovuta alla stampa di denaro che mantiene la propria moneta artificialmente bassa,[1] e che la valuta in aumento è un effetto collaterale del fare ciò che è necessario per fermare l'inflazione — arrestare (o semplicemente rallentare) la stampante. Il guaio è che un tasso più lento di crescita della moneta causerà anche una riduzione della spesa ed una contrazione del credito, che a sua volta causerà problemi finanziari ed economici.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Bassa per adesso. Infine, la stampa di denaro e la conseguente inflazione farà in modo che la valuta risulti troppo alta piuttosto che troppo bassa.

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