mercoledì 31 gennaio 2024

Al diavolo gli Houthi!

La situazione in Medio Oriente diventa sempre più critica per gli americani di stanza lì: due Navy SEAL sono morti dopo essersi dispersi in mare al largo delle coste della Somalia mentre perquisivano una barca che presumibilmente trasportava armi dirette allo Yemen. E molte truppe statunitensi hanno subito traumi cerebrali e altre lesioni negli attacchi missilistici in Iraq e Siria. Joe Biden e i suoi consiglieri sarebbero convinti che sia solo questione di tempo prima che le truppe americane vengano uccise direttamente e questo non darà loro altra scelta se non quella di effettuare attacchi diretti contro l’Iran: esattamente l’approccio che Biden stesso ha ammesso non funziona contro lo Yemen. Qual è, quindi, lo scopo di un'eventuale missione "piedi a terra" in Medio Oriente? Far impantanare gli USA in una guerra che non vinceranno mai e farli continuare a spendere dal punto di vista fiscale, visto che dal punto di vista monetario la FED ha tirato il freno a mano, e rallentare la contrazione del mercato degli eurodollari. Anche perché, come verrà spiegato ulteriormente nell'articolo di oggi, non è una questione energetica: gli USA sono adeguatamente isolati da questo punto di vista. Questo all'estero, in patria invece l'obiettivo della cricca di Davos è quello di dividere gli Stati Uniti, perché divisi, in questo momento, appariranno come se stessero cadendo a pezzi dal punto di vista politico. L’obiettivo finale è quello di minare la validità dei mercati del debito statunitense e la capacità di Washington di bilanciare i propri conti. Non esiste un Grande Reset con gli Stati Uniti perfettamente funzionanti.

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di David Stockman

Ci risiamo. Joe Biden ha dato il via a un’altra guerra nello Yemen senza una dichiarazione costituzionalmente conforme da parte del Congresso e lo ha fatto contro una tribù disordinata di ribelli che non può assolutamente danneggiare la libertà o la sicurezza della patria americana.

Dopotutto il missile più temibile posseduto dagli Houthi è il Burkan-3, il quale ha una gittata massima di 750 miglia. Eppure l’ultima volta che abbiamo controllato, la distanza dallo Yemen a Washington DC era di 7.200 miglia. Allora perché il ramo repubblicano acclama Sleepy Joe per la sua decisione?

Leader repubblicano al Senato, Mitch McConnel: “Accolgo con favore le operazioni degli Stati Uniti e della coalizione contro i terroristi Houthi sostenuti dall’Iran, responsabili di aver interrotto violentemente il commercio internazionale nel Mar Rosso e di aver attaccato navi americane. La decisione del presidente Biden di usare la forza militare contro questi delegati iraniani è arrivata in ritardo”.

Il presidente repubblicano della Camera, Johnson: “Questa azione da parte delle forze statunitensi e britanniche era attesa da tempo, e dobbiamo sperare che queste operazioni indichino un vero cambiamento nell’approccio dell’amministrazione Biden nei confronti dell’Iran e dei suoi delegati che stanno provocando solo caos. Devono capire che c’è un prezzo alto da pagare per i loro atti di terrorismo e per i loro attacchi al personale e alle navi commerciali statunitensi. L’America deve sempre mostrare forza, soprattutto in questi tempi pericolosi”.

No, Presidente Johnson, l’America non deve andare all’estero alla ricerca di mostri da distruggere, come affermò anche il nostro sesto presidente, John Qunicy Adams, quasi 203 anni fa, nel Giorno dell’Indipendenza. Il Mar Rosso non è il Golfo del Messico, Long Island Sound, o il Golfo di Catalina, il che significa che il blocco degli Houthi sulle navi dirette a Israele come rappresaglia per l’assalto di quest’ultimo a Gaza è affare di Gerusalemme, non di Washington.

Inoltre la Marina americana non è stata incaricata dalle Nazioni Unite o da qualsiasi altro organismo globale di salvaguardare ogni rotta marittima del pianeta. Né dovrebbe accettare l’incarico se offerto, perché la sicurezza interna dell’America non dipende dal fatto che Washington funzioni come gendarmeria del mondo.

Infatti ci sono solo due modi in cui la nostra libertà e sicurezza potrebbero essere minacciate nel mondo di oggi: o tramite il ricatto nucleare, o tramite un’invasione militare convenzionale e l’occupazione del territorio statunitense. Nessuna delle due ipotesi è nemmeno lontanamente possibile; e, in ogni caso, la garanzia di tale impossibilità non richiede portaerei e basi militari sparse in tutto il pianeta.

Per quanto riguarda il ricatto nucleare, non esiste nazione sulla Terra che disponga di qualcosa di simile alla forza necessaria per sopraffare totalmente la deterrente nucleare americana ed evitare un annientamento in ritorsione. Gli Stati Uniti hanno 3.800 testate nucleari attive e sono sparse sotto il mare in silos rinforzati e in una flotta di bombardieri 66 B-2 e B-52, tutti fuori dal rilevamento o dalla portata di qualsiasi altra potenza nucleare.

Ad esempio, i sottomarini nucleari della classe Ohio hanno 20 tubi missilistici, ciascuno dei quali trasporta in media quattro testate. Si tratta di 80 testate per nave puntabili in modo indipendente e in qualsiasi momento; 12 dei 14 sottomarini nucleari di classe Ohio vengono schierati attivamente e sparsi negli oceani del pianeta entro un raggio di tiro di 4.000 miglia. Quindi ci sono 960 testate nucleari da trovare e neutralizzare prima ancora che qualsiasi ricattatore possa iniziare la sua sfida.

E poi ci sono le circa 1.200 armi nucleari a bordo dei 66 bombardieri strategici, che non sono seduti su un singolo aeroporto in stile Pearl Harbor in attesa di essere distrutti, ma sono costantemente in movimento. Allo stesso modo, i missili da 400 minutemen sono sparsi in silos estremamente resistenti nelle profondità sotterranee; ogni missile trasporta 3 testate, fornendo altre 1.200 testate nucleari che dovrebbero essere eliminate dai ricattatori.

Inutile dire che non esiste alcun modo o forma in cui il deterrente nucleare americano possa essere neutralizzato da un ricattatore, e la cosa migliore è che mantenerla costa solo $65 miliardi all’anno, comprese le indennità per aggiornamenti periodici.

L'altra potenziale minaccia militare alla sicurezza interna dell’America è l’invasione da parte di una massiccia armata convenzionale di forze terrestri, aeree e marittime molte, molte volte più grandi del colosso militare che è ora finanziato da Washington: il budget per la difesa è di $900 miliardi. L’infrastruttura logistica necessaria per controllare i vasti fossati dell’Atlantico e del Pacifico che circondano il Nord America e per sostenere un’invasione e una forza di occupazione nel continente nordamericano è così incredibilmente vasta da essere difficilmente immaginabile.

Per sostenere una cosa del genere ci vorrebbe almeno un PIL da $50.000 miliardi. E se ovviamente non si tratta dei soli $2.000 miliardi del PIL della Russia, o addirittura dei $18.000 miliardi del PIL cinese, esattamente di quale lontano dominio interstellare dell’universo conosciuto staremmo parlando?

Inoltre non è che in un’epoca in cui il cielo è pieno di mezzi di sorveglianza ad alta tecnologia, un’armata di forze convenzionali così massiccia potrebbe essere segretamente ammassata, testata e radunata per un attacco a sorpresa senza essere notata a Washington. Non può esserci ripetizione delle  forze d'attacco Akagi, Kaga, Sōryū, Hiryū, Shōkaku e Zuikaku che attraversarono il Pacifico verso Pearl Harbor.

In pratica, la Russia ha una sola portaerei e la Cina ne ha solo tre, due delle quali risalgono alla vecchia Unione Sovietica, e non dispongono nemmeno di moderne catapulte per lanciare i loro aerei d’attacco.

Allo stesso modo, gli idioti neoconservatori come Nikki Haley hanno chiacchierato della crescita della Marina cinese, che conta 400 scafi rispetto alle 305 navi della flotta della Marina americana. Ma quello che non dice è che la maggior parte di queste unità cinesi sono motovedette costiere, che probabilmente non potrebbero nemmeno raggiungere la costa della California.

In termini di capacità di proiezione della potenza navale, la misura corretta della letalità non è il numero di scafi, ma il tonnellaggio totale. A questo proposito la Marina americana dispone di 4,6 milioni di tonnellate da dislocare, con una media di 15.000 tonnellate per nave. Al contrario la Marina cinese ha solo 2 milioni di tonnellate da dislocare, con una media di sole 5.000 tonnellate per imbarcazione. Vale a dire, la Marina cinese è totalmente visibile, valutabile e tracciabile, e non ha nemmeno lontanamente le dimensioni e la letalità che renderebbero remotamente plausibile un’invasione dell’America.

In altre parole, tutte le chiacchiere di McConnell e Johnson riportate sopra hanno senso solo se le si guarda attraverso la falsa lente di un egemone globale con sede a Washington. Quindi, sì, se quest'ultima è obbligata a mantenere la pace ovunque sul pianeta e a salvaguardare tutte le rotte marittime e tutto lo spazio aereo del mondo, allora lasciamo che i legislatori riuniti indichino una votazione e dichiarino l'ennesima guerra, come fece Woodrow Wilson nell’aprile del 1917, il cui unico risultato fu l'ascesa al potere di Hitler, Stalin, la Seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto e la Guerra Fredda.

Ma la verità è che le guerre locali, come quella tra Israele e i suoi vicini musulmani, non minacciano né la pace né il commercio del globo. Se così fosse, le parti più immediatamente colpite sarebbero i trasportatori più pesanti e i vicini del Mar Rosso.

Ad esempio, l’Arabia Saudita vive sul Mar Rosso, con i principali porti di Jeddah, Yanbu, Jubail e i massicci investimenti futuristici a Neom. Allo stesso modo, la Cina invia di gran lunga più merci tramite portacontainer attraverso il Mar Rosso rispetto a qualsiasi altra nazione.; e l'Egitto riscuote i pedaggi dal Canale di Suez attraverso il quale transita il traffico del Mar Rosso.

Quindi l’Arabia Saudita, la Cina e l’Egitto si sono uniti alla coalizione di Washington per bombardare gli Houthi?

...Hmmmm, no. (Ma guarda un po' il caso, eh?)

Ma ciò che è particolarmente significativo sono tutte le lamentele dei neoconservatori a Washington riguardo al 9% del traffico mondiale di petrolio via mare che attraversa la rotta Mar Rosso/Suez. Il fatto è che ora gli Stati Uniti sono un esportatore di energia, quindi un aumento dei prezzi del petrolio rappresenterebbe in realtà un vantaggio economico.

Ma nonostante tutto il caos sull’interdizione da parte degli Houthi al traffico diretto verso Israele, non c’è stato alcun impatto visibile sui prezzi del petrolio, anche se si utilizza una lente d’ingrandimento. Allora di cosa diavolo stanno parlando esattamente?

Prezzo giornaliero del greggio Brent da ottobre 2021

Sì, finché Israele non scenderà a patti con i suoi vicini, il traffico marittimo proveniente dalla Cina e dall’Estremo Oriente potrebbe essere dirottato sulla rotta più lunga attorno al Capo di Buona Speranza. E allora? La distanza da Shanghai a Rotterdam attraverso il Mar Rosso è poco meno di 6.000 miglia contro le 9.400 miglia attorno al Capo di Buona Speranza. Un terzo in più alla rotta normale, ma tutte le lamentele di Washington sui costi aggiuntivi sono troppe.

I costi aggiuntivi sono costi variabili derivanti da un numero leggermente maggiore di giorni in acqua, ma non sono vicini ad essere proporzionati al chilometraggio aggiuntivo. E in secondo luogo, stiamo parlando del traffico commerciale cinese verso l’Europa, non verso la California.

Il fatto è che gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessuna delle loro 700 basi globali, né di 100.000 militari in Europa e di circa 100.000 in Corea, Giappone e altrove in Asia. E soprattutto non hanno bisogno di portaerei nel Mar Mediterraneo e nel Golfo Persico e di 50.000 soldati americani in Siria, Iraq, Kuwait, Bahrein ecc.

Quest'ultimi in particolare sono tutti bersagli facili in attesa di rimanere intrappolati nel fuoco incrociato dei conflitti locali sciiti/sunniti, o nel conflitto perpetuo tra Israele e i suoi vicini arabi e musulmani.

Inoltre l’Iran non rappresenta affatto una minaccia per la sicurezza interna dell’America. Non ha missili in grado di raggiungere gli Stati Uniti e non ha armi nucleari, e non ne avrebbe mai ottenute se Trump non avesse cancellato l’accordo nucleare del 2015 che Teheran stava pienamente rispettando.

Il fatto è che, anche se tutte queste basi e le forze navali statunitensi nella regione del Medio Oriente non sono di alcun beneficio per la sicurezza interna dell’America, in realtà costituiscono un profondo disservizio per la sicurezza di Israele. Questo perché il presunto scudo militare statunitense nella regione ha incoraggiato i fanatici religiosi di destra guidati da Netanyahu che controllano il governo israeliano a combattere una guerra senza informare l’elettorato israeliano delle vere implicazioni.

Vale a dire, se Israele volesse schermare in modo sicuro e permanente la Striscia di Gaza e i suoi 2,3 milioni di abitanti, allora avrebbe non solo bisogno dell’Iron Dome per proteggere la popolazione israeliana dai razzi di Hamas, ma anche di un’intera struttura presidio lungo il confine per reprimere qualsiasi breccia nel Muro, e quindi prevenire qualcosa di lontanamente simile alla catastrofe del 7 ottobre.

Per dirla in breve, la Striscia di Gaza è lunga 25 miglia, o 131.000 piedi. Se si mette un soldato dell'IDF ogni 6 piedi, il fabbisogno è di 22.000 uomini. E su quattro turni 24 ore su 24, 7 giorni su 7, si tratta di 88.000 soldati in totale, con un costo medio di $40.000 per soldato più $20.000 per le spese generali e i generali. Nel complesso si tratta di una spesa di $5 miliardi per rendere Gaza a prova di rottura, il che equivale a circa l'1% dei $550 miliardi del PIL di Israele.

Ciò avrebbe significato tasse più alte per i cittadini israeliani, ma la violazione sanguinosa e barbara del 7 ottobre non sarebbe mai avvenuta.

In verità, Israele non ha mai nemmeno preso in considerazione l’idea di stringere la propria cintura economica per finanziare la politica di guerra su cui insiste il suo governo estremista, militarista e religioso. Netanyahu ha condotto per decenni una campagna elettorale per conto di una politica di sicurezza nazionale, finanziata però attraverso un livello di spesa per la difesa quasi pacifista.

Proprio così. Le spese militari di Israele sono crollate da oltre il 20% del PIL al momento dell’ultima crisi durante la guerra dello Yom Kippur nel 1973 ad appena il 5% del PIL alla vigilia degli attacchi dello scorso 7 ottobre. Infatti Netanyahu ha falsamente detto agli elettori israeliani che sarebbe stato aperto a una soluzione a due Stati, ma allo stesso tempo avrebbero potuto anche evitare di essere tassati fino al midollo per pagare l’alternativa: uno Stato costoso e pesantemente militarizzato.

Questa falsa soluzione era una spietata volontà di tenere sotto controllo Hamas “falciando l’erba” ogni tot. anni a Gaza, come sta facendo ancora una volta un governo israeliano disperato.

Quindi, ancor più del fallimento delle decantate operazioni d'intelligence di Israele nel periodo precedente ai massacri del 7 ottobre, il vero fallimento politico è la flaccida linea blu nel grafico qui sotto, che si inclina verso il 5,0% dopo l’arrivo della coalizione di Netanyahu negli anni ’90. Non si può avere una linea di politica da prigione a cielo aperto (nessun negoziato con i palestinesi, nessuna soluzione a due Stati, nessuna continuazione del processo di Oslo o di altri negoziati internazionali e la quarantena di 2,3 milioni di palestinesi in gran parte indigenti in una striscia di terra congestionata e disfunzionale) con un budget per la difesa pari al 5% del PIL.

In breve, il bilancio della difesa da $25 miliardi di Israele è una miseria rispetto alla sua economia nazionale in forte espansione, tecnologicamente avanzata e robusta da $550 miliardi. Quest’ultima, a sua volta, è 20 volte più grande dei $28 miliardi di PIL che passano per un’economia nel caos di Gaza – finanziato principalmente da filantropi stranieri e dai cosiddetti attori malevoli nella regione.

Anche se si contano alcune centinaia di milioni di aiuti all’anno provenienti dall’Iran e da altri Paesi che affluiscono ad Hamas attraverso il Qatar, non c’è assolutamente apragone. Israele è un Golia economico rispetto all’apparato terroristico di Hamas e non ha bisogno dello scudo militare statunitense nella regione per garantirsi la sopravvivenza. C’è solo bisogno di un governo che dica agli elettori la verità sul costo reale della politica di guerra perpetua di Netanyahu.

Inutile dire che Bibi Netanyahu e la sua coalizione di partiti di destra probabilmente non sarebbero mai rimasti al potere se avessero parlato apertamente all’opinione pubblica riguardo all’immenso aumento delle spese militari e delle tasse richieste per sostenerlo.

Ma anche questa non è nemmeno la metà della storia. La verità è che Netanyahu è un megalomane che ha avuto la sconsiderata audacia di perseguire una strategia machiavellica assolutamente pericolosa di promozione e finanziamento di Hamas al fine di sabotare qualsiasi prospettiva di un accordo a due Stati.

Entrate fiscali israeliane in percentuale del PIL, dal 1995 al 2021

La documentazione pubblica rende assolutamente chiaro che questo è ciò che Netanyahu ha fatto. A scanso di equivoci, i fatti sono questi: tra il 2012 e il 2018 Netanyahu ha dato l’approvazione al Qatar per trasferire una somma complessiva di quasi un miliardo di dollari a Gaza sotto forma di valigie piene di contanti. E si stima che almeno la metà abbia raggiunto Hamas, compresa la sua ala militare.

Ecco il Jerusalem Post a riguardo:

[...] in un incontro privato con i membri del suo partito Likud l’11 marzo 2019, Netanyahu ha spiegato il suo passo sconsiderato: il trasferimento di denaro è parte della strategia per dividere i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Chiunque si opponga alla creazione di uno Stato palestinese deve sostenere quel trasferimento di denaro dal Qatar a Hamas. In questo modo sventeremo la creazione di uno Stato palestinese (come riportato nel libro in lingua ebraica “Neged Haruach” dell'ex-membro del gabinetto Haim Ramon, p. 417).

In un’intervista con il sito web di notizie Ynet il 5 maggio 2019, Gershon Hacohen, associato di Netanyahu, un generale maggiore delle riserve, ha dichiarato: “Dobbiamo dire la verità. La strategia di Netanyahu è quella d'impedire l'opzione dei due Stati, così da trasformare Hamas nel suo partner più vicino. Hamas è apertamente un nemico; di nascosto, è un alleato”.

Infatti all’inizio di quella primavera lo stesso Netanyahu era stato citato per aver affermato, durante il suddetto incontro dei parlamentari del Likud, che:

“Chi si oppone a uno Stato palestinese deve sostenere la consegna di fondi a Gaza (contanti in valigie dal Qatar), perché mantenere la separazione tra l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e Hamas a Gaza impedirà la creazione di uno Stato palestinese”.

Così la fazione governativa israeliana composta da estremisti religiosi, militaristi, coloni messianici e ideologi di Eretz Yisrael ha scelto di vivere in uno “Stato Guarnigione” e di essere periodicamente costretta a “falciare l'erba” a Gaza. Tuttavia, se i suoi governi di destra vogliono gestire una Sparta moderna, devono prima attingere ai propri contribuenti.

Nel frattempo Washington ha bisogno di tornare fiscalmente sobrio. Il conto corrente dello zio Sam è enormemente scoperto. Ora non è il momento di finanziare guerre che non fanno nulla per la sicurezza interna dell’America (Ucraina), o dichiarare un’altra guerra per conto di un alleato che non è disposto a pagare per lo “Stato Guarnigione” richiesto dalle sue linee di politica di guerra.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 30 gennaio 2024

Wonka: una storia di cattivi attori di mercato e clientelismo

 

 

di Benjamin Seevers

Wonka (2023) è un prequel dell'amata storia Charlie e la fabbrica di cioccolato di Roald Dahl. Il film racconta la storia di un giovane Willy Wonka, un promettente imprenditore e mago che sfida il dominio di un cartello nel mercato della cioccolata.

Come potrete immaginare, il film è pieno di scene che mettono in cattiva luce l’impresa privata. Gli antagonisti sono uomini d'affari stereotipati che farebbero qualsiasi cosa, anche uccidere, per raggiungere la loro ambizione: profitti più elevati. Il cartello viola costantemente la proprietà privata di Wonka, prima avvelenando la sua merce e poi tentando di ucciderlo.

Un'altra scena mostra il protagonista che firma un contratto con termini nascosti che essenzialmente lo rendono schiavo. Data la dubbia legittimità di un tale accordo, è improbabile che un sistema giuridico giusto possa onorare un contratto talmente fraudolento. Come nota a margine, il film ritrae addirittura la chiesa come un'istituzione corrotta in cui i preti accettano mazzette in cambio di propaganda per il cartello.

Il lungometraggio mette chiaramente la libera impresa sotto una luce negativa, ma nonostante i suoi difetti, c’è un lato positivo: l’accusa al capitalismo clientelare.

Anche se gli uomini d'affari malvagi sono i principali cattivi nel film, essi utilizzano lo stato per mantenere il loro dominio sull'industria del cioccolato. Senza l’intervento statale, non ci sarebbe alcun conflitto, a parte forse la necessità da parte di Wonka di ripagare coloro che lo hanno ingiustamente ridotto in schiavitù.

Il protagonista sogna di aprire un negozio nelle Galleries Gourmet, un centro altamente trafficato dove ci sono aziende affermate, pieno di regole onerose, però, che puniscono i nuovi arrivati.

Le vetrine vuote mostrano avvisi come “Vietato sognare a occhi aperti”, il tutto accompagnato da un programma di multe applicate vigorosamente dalla polizia. Una delle prime scene del film mostra un poliziotto che ammonisce Wonka per aver sognato a occhi aperti, tendendogli la mano affinché pagasse la multa. Una norma del genere soffocherebbe sicuramente la potenziale concorrenza di chi sogna di aprire un proprio negozio.

Inoltre le Gallerie Gourmet vietano severamente la vendita di cioccolato senza un negozio. Questo è il più grande ostacolo per Wonka durante gran parte del film: non ha la legittimità giuridica per gestire la propria attività. Il protagonista deve stare costantemente un passo avanti alla polizia; in una società libera, invece, non avrebbe dovuto fare i conti con un divieto del genere (a seconda di chi possiede il terreno su cui viene venduto il cioccolato). La polizia, poi, gli confisca i guadagni e lo allontana.

Il cartello utilizza anche metodi illegali per conservare il proprio privilegio di monopolio: paga sottobanco il capo della polizia e per questo motivo egli perseguita costantemente Wonka.

Tutto ciò illustra l’alleanza tra stato e grandi imprese. Queste ultime sostengono una regolamentazione che danneggia in modo sproporzionato i nuovi entranti in modo da proteggere la loro posizione dominante. Si chiama “cattura del regolatore”, un approccio secondo il quale la regolamentazione serve gli interessi delle aziende dominanti piuttosto che l’interesse pubblico. Gli interventi statali pro-cartello in Wonka non fanno alcuna eccezione.

Tuttavia, nonostante gli interventi statali di cui chiaramente ne beneficia il cartello del cioccolato, il film sceglie di concentrarsi sugli uomini d’affari malvagi e rafforza questo punto descrivendo l'apparato pubblico come non necessariamente malvagio. Infatti un semplice agente di polizia è tra le prime persone a fare la carità a Wonka, dandogli dei soldi per pagarsi un tetto sopra la testa. E questo stesso agente di polizia alla fine arresta il capo della polizia per il suo comportamento corrotto. Senza contare che il capo della polizia inizialmente è riluttante davanti la corruzione, salvo poi essere successivamente convinto dalle tasche profonde del cartello del cioccolato.

Tornando alla cattura del regolatore, è importante notare che la radice del problema non sono le imprese, ma lo stato. Se quest'ultimo non esistesse, gli interessi economici sarebbero costretti a competere senza privilegi speciali. In tal caso l'ascesa di Wonka sarebbe stata una storia molto più breve, di conseguenza il film avrebbe dovuto dare un’immagine più sfumata del cartello, magari dipingendolo come composto da clientelisti, per quanto competenti, che altrimenti sarebbero stati attori morali in assenza di intervento dello stato.

Alla fine il film, sebbene a volte sia affascinante e divertente, ritrae la libera impresa come un fenomeno negativo nonostante Wonka stesso sia un imprenditore soffocato dalla politica statale anti-concorrenziale. Se si guarda più da vicino, Wonka è in realtà un atto d'accusa contro il clientelismo. Il sistema giuridico a cui il protagonista è soggetto impone multe onerose, regolamenti opprimenti e contratti fraudolenti, e questo sistema ha una forza di polizia che accetta tangenti dalle grandi imprese. Sfortunatamente la pellicola sceglie di criticare i mali degli uomini d’affari, dipingendoli come immorali e talvolta incompetenti. Per questi motivi consiglio di vedere Wonka, sì, ma solo per le sue sfumature riguardo l'anti-clientelismo.

Sarebbe stato meglio se il film avesse presentato una storia più sfumata piuttosto che una storia in bianco e nero di un piccolo imprenditore che si scontra con uomini d'affari malvagi e spesso idioti che cantano e ballano godendo della sofferenza degli svantaggiati.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 29 gennaio 2024

Marco Aurelio su spazzaneve, sport e libertà

 

 

di Barry Brownstein

Nel suo libro, The Constitution of Liberty, F. A. Hayek osservò che “La mente non può mai prevedere il proprio progresso”. Uno dei motivi per cui non possiamo prevedere il nostro progresso, spiegò Hayek, è perché la crescita della nostra mente è collegata alla “crescita della civiltà”; inoltre la nostra capacità di ragionare non è “indipendente dall’esperienza”.

Alcuni pensano che il loro compito non sia imparare dall’esperienza, ma tentare di controllare la propria esperienza. Quando le loro aspettative vengono deluse, si lamentano e incolpano gli altri.

Se siamo disposti a imparare dall'esperienza, ma abbiamo bisogno di assistenza, ci sono poche guide migliori delle Meditazioni di Marco Aurelio.

Se non avete mai letto le opere dei grandi filosofi stoici, potreste aver sentito le interpretazioni superficiali comuni del loro lavoro: «Controllate i vostri pensieri e sentimenti; comportatevi come se il mondo non vi disturbasse».

La filosofia stoica non sarebbe sopravvissuta per migliaia di anni se si fosse concentrata su consigli così banali.

Marco Aurelio scrisse le sue Meditazioni per sé stesso, non avrebbe mai immaginato che l'umanità le avrebbe lette ancora migliaia di anni dopo. Cercò d'imparare dall'esperienza osservando come lui, e non gli altri, non riusciva a vivere secondo i suoi valori più alti.

Le sue Meditazioni sono senza tempo, perché descrivono un processo pratico; non forniscono bromuri senza senso che ci spingono a essere perfetti. Tutti falliamo, ancora e ancora, ma Marco Aurelio ci consiglia di fare buon uso dei nostri fallimenti:

Non sentirti esasperato, sconfitto o scoraggiato perché le tue giornate non sono piene di azioni sagge e morali. Rialzarti quando fallisci, celebrare il tuo comportamento come un essere umano – per quanto imperfetto – e abbracciare pienamente la ricerca verso cui ti sei imbarcato.

Nessuno padroneggia mai il processo consigliato da Aurelio, eppure l’umiltà emerge mentre ci addentriamo lungo questo percorso e con essa arriva la capacità di apprendere. Poiché i consumatori e le imprese “imparano” dal processo di mercato, noi possiamo imparare dalla vita. Quanto è sciocco “maledire” la nostra esperienza quando quest'ultima può essere liberatoria? Marco Aurelio scrisse di “lavorare per conquistare la tua libertà. Ora per ora. Attraverso la pazienza, l’onestà, l’umiltà”.

Nelle Meditazioni il progresso verso il diventare una persona migliore è in gran parte un processo di sottrazione delle barriere che noi stessi abbiamo creato a ciò che Marco Aurelio definì la nostra vera Natura. Egli guardava continuamente alle sue azioni, ai suoi ostacoli nel vivere ciò che riteneva fossero i suoi valori e il suo scopo. Notò tutti i modi in cui gli rovinavano la giornata, quanto gli costavano le sue scarse reazioni e, dopo averlo fatto, sarebbe stato in grado di fare scelte migliori in seguito.

La via stoica non è pensiero positivo, ma consapevolezza onesta dei nostri sé; con questa consapevolezza, smettiamo d'incolpare gli altri.

Stavo facendo una passeggiata quando un grosso camion è emerso da un vialetto a quasi un miglio da casa mia. Il vicino, che non avevo mai incontrato, s'è fermato sulla strada di campagna ed è sceso dal taxi. Cercava un orecchio amico. Il vialetto non asfaltato era lungo e ripido, l'impresa di pavimentazione che aveva assunto era a corto di personale e non aveva finito il lavoro. Lo aspettava un inverno frustrante dedicato alla pulizia della neve.

Ci siamo commiserati per le pessime condizioni del suo vialetto, ma ciò che veramente lo preoccupava era la neve ammucchiata in fondo allo stesso. Si chiedeva se si fosse fatto un “nemico” (parola sua) dato che un altro vicino spazzava la neve e bloccava il suo vialetto.

Gli ho offerto una spiegazione più semplice: l'operatore dello spazzaneve spazza in avanti e non solleva la lama quando arriva a un vialetto.

Anche se stavo leggendo Marco Aurelio proprio prima della mia passeggiata, non ero tentato di citarglielo ma se l'avessi fatto avrei detto questo:

All’inizio della giornata dì a te stesso: incontrerò persone invadenti, ingrate, violente, traditrici, maliziose ed egoiste. In ogni caso, sono diventate così a causa della loro ignoranza del bene e del male. Insomma, oggi niente andrà per il verso giusto. Anche se l’operatore dello spazzaneve è incompetente, c’è qualcosa da imparare su come la nostra esperienza del mondo non sia determinata dagli altri.

Marco Aurelio non ci sta dicendo d'ignorare i cattivi comportamenti, ma di metterli in una prospettiva più ampia:

Ma ho visto la bontà e la cattiveria per quello che sono, e so che ciò che è buono è ciò che è moralmente giusto, e ciò che è cattivo è ciò che è moralmente sbagliato; e ho visto la vera natura del trasgressore stesso e so che è imparentato con me, non nel senso che condividiamo sangue e seme, ma in virtù del fatto che entrambi condividiamo la stessa intelligenza, e quindi di un porzione del divino.

Marco Aurelio sosteneva che siamo tutti fatti della stessa pasta, ciò significa che tutti abbiamo il potere di scegliere tra una mentalità giusta e una sbagliata. Quando adottiamo la prima, agiamo in accordo con la nostra vera Natura; quando non comprendiamo ancora cosa è bene per noi, possiamo lasciare che la vita ce lo insegni. Non dobbiamo costruire una storia implausibile su un “nemico” per spiegare la neve che blocca il nostro vialetto.

Se facciamo parte della stessa “divinità”, allora possiamo anche essere un po' più tolleranti nei confronti degli altri riguardo i loro errori. Possiamo anche riconoscere, come spesso facevano gli stoici, che ciò che pensiamo deriva dalla nostra interpretazione degli eventi, non dagli eventi stessi. Marco Aurelio lo riassunse così:

Nessuno di loro [quelli che agiscono contro di lui] può farmi del male, perché nessuno di loro può infettarmi con l'immoralità, né posso arrabbiarmi con qualcuno che è imparentato con me, o odiarlo, perché siamo nati per lavorare insieme, come i piedi o le mani o le palpebre, come le file dei denti superiori e inferiori.

Marco Aurelio scrisse: “Lavorare gli uni contro gli altri è quindi innaturale, e la rabbia e il rifiuto contano come 'lavorare contro'”. La nostra libertà dipende dalla cooperazione umana volontaria e gli stoici ci offrono un tipo di saggezza pratica per promuovere la libertà aiutandoci a rimuovere le barriere interne alla cooperazione con gli altri.

Tutto è acqua per il mulino dell'imparare dall'esperienza, anche guardando lo sport. All'inizio delle sue Meditazioni Marco Aurelio riconobbe persone specifiche nella sua vita che gli avevano insegnato con il loro esempio o consiglio. Dal suo tutor imparò che “non sostenere né i Verdi né i Blu” era una buona idea. I Verdi e i Blu erano due squadre di bighe dell'antica Roma e le corse delle bighe suscitavano grande passione nella Roma imperiale e una rivalità furiosa, talvolta violenta, tra i tifosi avversari. In quanto potenziale futuro imperatore, Marco Aurelio doveva mantenersi al di sopra delle rivalità partigiane.

Non è cambiato molto in circa 2000 anni di storia. Non siete imperatori, ma potreste essere un vicino, un collega, un partner, o un genitore e, ancora una volta, non cercate di controllare il vostro pensiero, ma prestate attenzione quando esso vi porta dal godervi lo sport alla “rivalità furiosa”. Fate caso se quella passione estrema vi costa la tranquillità e mina la qualità delle vostre relazioni. Se avete perso il contatto con il vostro potere di scegliere tra una mentalità giusta e una sbagliata, allora fate parte della massa di persone spinte a odiare gli altri.

Mentre noi e gli altri impariamo dall’esperienza ed eliminiamo ciò che c'impedisce di agire in accordo a una mentalità giusta, costruiamo e manteniamo la civiltà da cui dipendiamo. Hayek scrisse: “È lo stato della civiltà in ogni dato momento che determina la portata e le possibilità dei fini e dei valori umani”. Ciò che stiamo costruendo dipende molto dalle nostre scelte quotidiane.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 26 gennaio 2024

Sovranismo, Parte #3: Mega-politica, la storia e la logica della violenza



di Robert Breedlove

Nella Parte #2 abbiamo esaminato da vicino la principale innovazione nella transizione mondiale verso il sovranismo: Bitcoin. Funzionando come la “banca offshore definitiva” del XXI secolo, Bitcoin è uno strumento indispensabile per gli intrepidi sovranisti che salpano nelle acque internazionali digitali. Oggi analizzeremo le variabili mega-politiche che hanno galvanizzato l’organizzazione socioeconomica umana e la logica della violenza nel corso della storia, e come i cambiamenti in queste considerazioni chiave sulla civiltà plasmeranno il futuro.


Mega-politica

“Se non sai nient’altro del futuro, puoi stare certo che i cambiamenti importanti non saranno né accolti né pubblicizzati dai pensatori convenzionali.”

~ The Sovereign Individual

La mega-politica è lo studio dei modelli macrostrutturali che si riverberano nella storia della civiltà. Uno studioso di storia poco perspicace può essere perdonato per l’errata convinzione che i manifesti politici e i decreti che ne scaturiscano dirigano l’organizzazione socioeconomica. Anche se marginalmente vero, esistono fattori più critici ma meno ovvi che modellano i principali modelli strutturali delle società nel tempo. Le variabili mega-politiche – tra cui la topografia, il clima, la microbiologia e la tecnologia – rappresentano storicamente la stragrande maggioranza della variabilità tra le numerose modalità di auto-organizzazione socioeconomica dell’umanità. In gran parte al di fuori della portata di qualsiasi controllo cosciente, questi elementi scarsamente compresi modellano i canali attraverso i quali viene focalizzata l’energia umana e viene esercitato il potere politico. Innumerevoli mezzi di sussistenza sono stati curati dalla configurazione di questi confini non evidenti per l’azione umana.

La topografia è la variabile mega-politica più evidente: la topografia del paesaggio e l’accesso ai paesaggi marini determinano in gran parte i costi di distribuzione e difesa. Le regioni montuose hanno dato rifugio a molte popolazioni ingovernabili semplicemente perché il costo di “proiettare il potere in salita” è proibitivo. L’accesso acquatico consente l’uso di rotte commerciali efficienti dal punto di vista energetico e lo schieramento di forze navali per difendere le reti economiche. Gli antichi greci, ad esempio, godevano di un elevato rapporto tra litorale e territorio interno, il che consentiva loro di generare redditi elevati su piccoli appezzamenti esportando in modo efficiente olio, olive e vino. L’accumulo di ricchezza generata dall’accesso al mare permise ai greci di armarsi e di schierare una marina competente per proteggere dai saccheggiatori i loro crescenti stock di capitale.

“La linea costiera frattale del litorale greco significava che la maggior parte delle aree della Grecia non erano a più di venti miglia dal mare [...]. I famosi opliti dell'antica Grecia erano agricoltori, o proprietari terrieri, che si armavano a proprie spese.”

~ The Sovereign Individual

La costa frattale dell’antica Grecia offriva un netto vantaggio mega-politico

Il clima è una chiara condizione mega-politica che definisce i confini degli insediamenti umani. Sebbene in qualche modo prevedibile nell’arco di decenni, il clima è costantemente in mutamento e altamente imprevedibile su orizzonti temporali più brevi. Le fluttuazioni meteorologiche stagionali possono avere un impatto determinante sui raccolti; anche lievi cambiamenti ai modelli climatici possono modificare in modo significativo le strategie agricole dell’umanità: ad esempio, un calo della temperatura anche di 1 °C può ridurre le stagioni di crescita di 4 settimane e l’altitudine massima per la coltivazione a 150 metri. Storicamente i cambiamenti improvvisi del clima hanno avuto effetti distruttivi sui redditi agricoli e sulla produzione alimentare, in molti casi “seminando i semi” dell’instabilità politica e della rivolta. I cambiamenti climatici possono anche stimolare o sopprimere in modo significativo l’influenza di un’altra variabile mega-politica chiave: le condizioni microbiologiche.

La microbiologia è una variabile in gran parte invisibile che, prima del XX secolo, era poco compresa. Ogni corpo umano è un mercato di microbi che dipende da un certo grado di equilibrio ecologico per sopravvivere e prosperare. Le culture che tipicamente consideriamo come un nesso di costumi e idee comuni sono spesso anche culture di microbiologia comune. Popolazioni specifiche sono spesso altrettanto resistenti o suscettibili ai microbi estranei, una dinamica che in tutta la storia ha modellato in modo significativo gli esiti della commistione culturale. La mancanza d'immunità ai microbi estranei causò la morte in massa delle popolazioni native americane dopo il primo incontro con i coloni europei nel XV secolo. In quel caso un contagio letale aprì la strada alla conquista europea nel Nuovo Mondo, ma la microbiologia può anche essere difensiva: nonostante i forti vantaggi militaristici, vaste regioni tropicali dell’Africa furono per secoli inespugnabili da parte degli europei perché privi di sufficiente immunità alla malaria, mentre gli africani avevano sviluppato una resistenza (una difesa che, sfortunatamente, è correlata alla prevalenza della sindrome falciforme).

Con l’avanzare della civiltà, queste tre variabili mega-politiche – topografia, clima e microbiologia – sono state gradualmente eclissate in termini di importanza dalla quarta: la tecnologia.

La tecnologia cambia il modo in cui gli esseri umani si relazionano con le altre tre variabili mega-politiche. Grazie all'applicazione dell'intelletto umano, sono stati ottenuti modi più potenti e precisi per incanalare un'ampia varietà di energie attraverso lo spazio-tempo. Gli esplosivi, l’ingegneria del movimento su terra e la bonifica dei terreni hanno consentito agli esseri umani di rimodellare la topografia della Terra per renderla più abitabile. Sebbene il controllo manuale sui modelli climatici rimanga oggi ancora fuori dalla portata della tecnologia, molti dispositivi moderni rendono vivibili luoghi un tempo inabitabili: ad esempio, diverse aree del Sud-est degli Stati Uniti erano totalmente invivibili prima del 1900 e dell'invenzione dell'aria condizionata. Vicino all’apice dell’impatto della tecnologia sull’umanità c’è la scoperta degli antibiotici, i quali hanno aumentato l’aspettativa di vita di oltre il 50% nell’arco di pochi decenni. Naturalmente la lotta umana contro le minacce microbiologiche è in corso, come ha chiaramente dimostrato il Covid-19, ma la tecnologia medica è la modalità più efficace per ridurre l’esposizione umana all’entropia della malattia.

La tecnologia è anche una variabile mega-politica critica, perché fornisce mezzi di attacco e difesa sempre più sofisticati. Entrambe le guerre mondiali del XX secolo possono essere pensate come teatri di violente dimostrazioni tecnologiche: una pletora di scimmie a due zampe che mettono alla prova le meraviglie della carneficina sviluppate nell’era industriale. Gli strumenti e le tecnologie creati dall’uomo fungono da fulcro di un concetto cruciale nell’organizzazione socioeconomica: la logica della violenza. In molte ecologie, la violenza è una strategia comprovata per garantire sostentamento, territorio e capitale; la predazione tra organismi è una strategia di sopravvivenza comune in natura. L’organizzazione socioeconomica umana oggi è vincolata alla violenza perché frutta profitti a coloro che si specializzano in essa.

Poiché la violenza paga, è intrinsecamente difficile da controllare, dato che rappresenta un modello di azione spinto dall’autoconservazione darwiniana. Detto diversamente, nello stato di natura rosseauiano, la violenza è una strategia utile per ottenere con profitto i risultati desiderati derivanti dal lavoro degli altri: un po’ come una mucca che pascola e si nutre della luce solare nelle foglie dell’erba che mangia, o un essere umano che successivamente divora l’energia solare raccolta all’interno della bistecca di mucca. Tutte le strategie competitive sono scolpite dalla ricerca del profitto: che si tratti di profitti psicologici, energetici o finanziari, fa poca differenza.

Le attività redditizie sono intrinsecamente difficili da controllare, poiché esistono pochi stimolanti più potenti per l’azione umana oltre a questa motivazione primordiale. Ma nel XXI secolo la logica e la redditività della violenza e della coercizione stanno vivendo un cambiamento paradigmatico. Una trasformazione nei metodi e nell’accessibilità economica della difesa contro queste forze offensive è in corso grazie alle nuove realtà mega-politiche del mondo digitale. La crittografia è una tecnologia eccezionalmente potente con conseguenze socioeconomiche simili alla metallurgia, o alla polvere da sparo. La crittografia altera la logica e l’applicabilità della violenza e della coercizione, aumentando l’efficacia della difesa e contemporaneamente facendo crollare componenti chiave della sua struttura dei costi. Con set di strumenti digitali crittografati, gli individui possono erigere muri impenetrabili attorno ai dati (e, grazie a Bitcoin, al capitale) a costo quasi zero. Le conseguenze di questa tecnologia sono sconcertanti. Per apprezzare appieno le implicazioni del crollo dei costi di difesa per la civiltà, dobbiamo prima esplorare la logica della violenza insita nella sua struttura esistente.


Il cambiamento nel calcolo della violenza

“Lo stato-nazione ha facilitato la predazione sistematica e su base territoriale.”

~ The Sovereign Individual

Considerati i reciproci antagonismi che possono sorgere tra gli attori di mercato, la violenza (o almeno la minaccia del suo uso) è necessaria per preservare la pace. Garantire le reti economiche che costituiscono i liberi mercati è lo scopo dello stato: l’apparato sociale di costrizione e coercizione. I sistemi giudiziari, la polizia e le spese militari comprendono collettivamente i costi della “sicurezza della rete” necessari per proteggere la divisione sociale del lavoro – l’unico processo in grado di creare tutta la ricchezza in ogni rete economica. Gli specialisti in violenza sono sempre stati necessari per preservare la vita, la libertà e la proprietà; in altre parole, proteggere gli attori di mercato dalla violenza, dall’estorsione e dalla coercizione. I prezzi che gli specialisti della violenza erano in grado d'imporre nell’Era Analogica erano tipicamente alti e in crescita, poiché la sicurezza è un servizio indispensabile per preservare una cooperazione sociale e un’attività commerciale fruttuose.

La protezione è un settore intrinsecamente centralizzatore. Ogni volta che si verifica un conflitto tra due imprese dedite alla protezione, il vincitore è preferito da tutti i potenziali clienti, poiché nessuno vuole lavorare con il secondo miglior fornitore di sicurezza fisica, il quale, essendo stato sconfitto, rimarrà sempre vulnerabile ai capricci del migliore. Detto in modo semplice: i servizi di protezione tendono ad agglomerarsi in monopoli geografici. Nel mercato della protezione “chi vince prende tutto”, lo specialista supremo nella violenza su un dato territorio è, per definizione, lo stato. I confini tra i vari stati, ovviamente, sono tracciati dall’interazione di variabili mega-politiche; dal punto di vista storico all’interno di tali confini la specializzazione della violenza ha tipicamente guidato la centralizzazione della governance. Ecco come Frederic C. Lane descrive questa progressione verso la monopolizzazione della violenza e l’emergere dello stato:

Una volta eliminati dal territorio del suo monopolio tutti i concorrenti nell’uso della violenza, potrebbe ridurre i costi della sorveglianza di quel territorio e di estrazione di pagamenti dai suoi agricoltori, artigiani e commercianti locali. Potrebbe ridurre i costi sostenuti per la produzione e la vendita di protezione, a meno che non vi sia una pericolosa minaccia dall’esterno. I costi potrebbero essere ulteriormente ridotti se lo stato acquisisse legittimità, sia attraverso il mero tempo e la consuetudine, sia attraverso atti cerimoniali e religiosi, o attraverso qualsiasi forma di appello all’opinione pubblica che stabilisca legittimità e sia un modo meno costoso di controllare la violenza rispetto alla spesa per le forze di polizia. [...] La riduzione dei costi di un’impresa produttrice di protezione non porta necessariamente ad una riduzione delle sue estrazioni. Essendo un monopolio, potrebbe mantenere il suo “prezzo di vendita”, o addirittura aumentare il prezzo fino al punto in cui incontra una sorta di resistenza alle vendite, vale a dire difficoltà nella riscossione delle tasse, o al punto in cui invita l'ingresso di un concorrente nel territorio monopolizzato. L'abbassamento dei costi, stabilendo al tempo stesso i prezzi più alti che si possano sopportare, concede all'impresa che controlla il mercato della protezione un eccesso di reddito rispetto ai costi. Si tratta di un tipo speciale di profitto dal monopolio (o surplus del produttore) che è più appropriato definirlo con il nome di tributo.

Pochi oggi si rendono conto che lo stato è nato come monopolio naturale sulla violenza. Paradossalmente nessun altro modello di business nella storia è stato così incline a violare la vita, la libertà e la proprietà dei propri clienti. C’è sempre stata una tentazione irresistibile a esercitare monopoli sulla violenza per estorcere ricchezza proprio agli stessi cittadini che sono socialmente obbligati a proteggere. Prezzi tristemente alti e bassa qualità dei servizi – come quelli resi oggi dagli stati-nazione in tutto il mondo – sono tra le inevitabili conseguenze negative della centralizzazione del potere. I monopolisti sono liberi d'imporre prezzi elevati finché i loro clienti non hanno alcuna possibilità, e i clienti non hanno altra scelta se non quella di pagare poiché la protezione è un servizio essenziale.

Dall’inizio dell’Era Industriale la crescita economica ha consentito agli imprenditori di assorbire i costi crescenti della protezione. Finché la divisione del lavoro si è specializzata sempre di più, la creazione di ricchezza è stata in grado di compensare gli aumenti (non consensuali) dei costi della sicurezza imposti dallo stato – che includono tassazione (non consensuale), inflazione dei prezzi e coscrizione. Gli attori di mercato tolleravano l’estorsione perché c’erano ancora profitti da realizzare sotto la protezione dello stato. Nell’Era Digitale la crittografia sta sconvolgendo l’equilibrio stabilito tra estorsione e protezione. Le implicazioni anche per le istituzioni più monolitiche dell’Era Industriale – banche centrali e stati-nazione – sono di proporzioni esistenziali: i modelli di reddito per tutti gli stati-nazione moderni dipendono da proprietà che possono essere facilmente saccheggiate (tramite signoraggio, tassazione, inflazione o coscrizione) e le istituzioni dominanti dell’Era Industriale stanno diventando sempre meno capaci di estorcere denaro ai cittadini nell’Era Digitale, poiché la crittografia protegge la proprietà dei cittadini dal sequestro forzato.

Chiaramente la violenza e la coercizione sono sempre meno efficaci, ma meno chiaro è il percorso che ha portato la civiltà a questo punto. In che modo l’organizzazione della violenza ha storicamente influenzato la configurazione della civiltà? Si tratta di un brutale processo dal quale nel XX secolo il capitalismo alla fine è emerso come la strategia dominante in materia di risorse.


Emanciparsi dalla violenza

“Le passate transizioni megapolitiche, come la caduta di Roma e la rivoluzione feudale dell’anno 1000, furono indicatori delle equazioni di potere crescenti e calanti che componevano i governi e fecero sì che il bottino dell’agricoltura passasse di mano da un gruppo all’altro.”

~ The Sovereign Individual

Come discusso in precedenza in questa serie, il capitalismo di stato ha surclassato il comunismo nel XX secolo: assimilando i bacini di conoscenza localizzati attraverso il segnale dei prezzi, il capitalismo ha generato molta più ricchezza del comunismo, portando infine al collasso finanziario dell’URSS e alla fine della Guerra Fredda. Come prologo al capitalismo schumpteriano propriamente inteso, Frederic C. Lane espone una teoria in 4 fasi dello sviluppo economico basato sull’organizzazione e sulla redditività storica della violenza:

Fase 1: il saccheggio dilaga e l'anarchia è la modalità dominante di organizzazione sociale; un ambiente simile all'età dei cacciatori/raccoglitori o allo stato di natura rousseauiano. In questa fase la violenza è un’impresa altamente competitiva: i costi della protezione sono elevati e i margini per gli specialisti in violenza sono estremamente ridotti. Neutralizzare con successo i dissidenti locali e proteggere i confini delle enclavi geografiche porta infine alla creazione di aree pacifiche in grado di puntare sulla cooperazione sociale e sulle imprese commerciali. I cittadini di questi modelli di governance primitivi non hanno opzioni e mobilità, e quindi cedono la stragrande maggioranza dei surplus economici generati ai loro padroni monopolistici nel tentativo di sopravvivere. Tale creazione di centri commerciali regionali o provinciali ben difesi, inizialmente come piccoli monopoli basati sulla violenza naturale, porta alla seconda fase.

Fase 2: Isolate dal saccheggio e dall’anarchia grazie alle imprese che forniscono protezione, le enclavi ben difese della produzione agricola e commerciale iniziano a creare surplus economici sempre maggiori. I governi, detenendo il monopolio naturale della violenza su queste enclave di produzione, prendono per sé la maggior parte di questo crescente surplus. In quanto monopolisti senza concorrenza endogena, i costi della difesa resi dai governi possono essere ammortizzati nel tempo, mentre le entrate connesse (tasse) possono essere aumentate fino al punto massimo sopportabile dall’economia produttiva sottostante, o altrimenti viene sollecitata la concorrenza esogena. Man mano che i fornitori in cerca di profitto stabiliscono monopoli più solidi, iniziano a offrire protezione a prezzi più bassi (incentivi fiscali) ai potenziali cittadini. Il conseguente aumento della produzione è un vantaggio per il surplus economico generato, il quale stimola il commercio interregionale tra enclavi adeguatamente protette. Questi commercianti iniziano quindi a generare profitti di arbitraggio giurisdizionale (quelli che Lane chiama “rendite di protezione”) ottenendo costi di protezione inferiori attraverso una mix di astuzia, corruzione, assicurazione e legittima difesa. Una terza fase viene raggiunta quando i profitti che affluiscono ai commercianti superano quelli che affluiscono ai governi.

Fase 3: Grazie all’arbitraggio giurisdizionale, le imprese produttive ora ricevono una quota maggiore del surplus economico generato dalla divisione del lavoro rispetto ai governi. In questa fase le imprese private producono redditi sempre più alti rispetto ai monopoli sulla violenza. Poiché il successo dei commercianti deriva in gran parte da investimenti intelligenti, essi mostrano una maggiore propensione a reinvestire i profitti che guadagnano dalla loro percentuale, ora più elevata, del surplus economico. Ciò si traduce in un ciclo di feedback positivo di imprese commerciali in espansione, miglioramenti agricoli, innovazione e nuova industria. La quarta e ultima fase viene raggiunta quando l’innovazione tecnologica diventa la principale fonte di redditività sul mercato.

Fase 4: In questa fase finale dello sviluppo economico antecedente all’emergere del capitalismo, prolifera una classe politica di ricchi mercanti e i monopoli sulla violenza finiscono sempre più sotto il controllo dei loro cittadini, come si riflette nella proliferazione di modelli di governance democratica. Fioriscono i lussi della moralità e della virtù moderne. I mercati dei capitali e del credito – che sono stati creati per servire le imprese di violenza e protezione – iniziano a servire le imprese agricole, commerciali e industriali (poiché la complessità della produzione e i profitti sono ora maggiori in questi settori). A questo punto la sequenza laneiana del prologo dello sviluppo economico lascia il posto al capitalismo schumpteriano.

Questa sequenza laneiana di sviluppo economico può essere pensata come un processo di emancipazione socioeconomico. Se paragonato all'informatica, i computer inizialmente eseguono un programma autoreferenziale (ad esempio, un compilatore C scritto nel linguaggio C) che carica ed esegue programmi costantemente più complessi per attivare un processo autosufficiente che procede senza input esterni. Una programmazione più veloce e ambienti più ricchi di funzionalità emergono a ogni livello più elevato di astrazione dal substrato hardware. Una qualche versione di questo processo si verifica ogni volta che si avvia un computer. Allo stesso modo l’umanità ascende a stadi sempre più complessi di organizzazione sociale (programmazione) e produzione economica (caratteristiche). Il nocciolo di questo processo socioeconomico è il sacrificio: l’idea, faticosamente scoperta dagli antichi esseri umani, di ritardare la gratificazione presente con l’obiettivo di migliorare il consumo futuro. Le condizioni iniziali si basano sull’utilità della violenza, compresi i ritorni economici attesi, l’accettazione socioculturale e la codifica istituzionale.

Nella Fase 1 l’umanità separa gli individui fisicamente robusti e virili da quelli deboli. Nella Fase 2 si cristallizzano modalità più complesse di auto-organizzazione umana e si espande la sicurezza della rete per il commercio, supportando così la divisione del lavoro e l’accumulo di energia potenziale umana (sotto forma di capitale) prima che venga raggiunto un punto critico. Nella Fase 3, quando è stato accumulato uno stock di capitale sufficiente ed è stata stabilita la pace a livello locale, emerge la politica e l’intelligenza e l’astuzia diventano qualità di leadership più importanti rispetto alla violenza manifesta. Di conseguenza coloro che sono più esperti in questo campo vengono spinti ai margini della rete economica, nell’impresa dell’espansione territoriale. Come un organismo micellare che inizia a produrre i suoi funghi riproduttivi, una volta sfruttata l’energia adeguata, le economie isolate dal governo si espandono in aree geografiche adiacenti, un’impresa che spesso comporta conflitti armati con altri governi. Infine, nella Fase 4, la produttività tecnologica è diventata la principale fonte di creazione di ricchezza, e la variabile mega-politica della tecnologia – l’indicizzazione degli atomi alle idee – diventa il determinante dominante nell’auto-organizzazione umana. Con l’accumulo di capitale che allevia la povertà e le tecnologie della comunicazione che accelerano il darwinismo delle idee, le “finzioni utili” moderne come le libertà civili, i diritti umani e la democrazia cominciano a fiorire.

I sovranisti vivranno abbastanza per vedere la fase post-capitalismo di stato in questa sequenza di sviluppo economico: la generazione di uno stock di capitale sufficientemente sofisticato di hardware, software e strumenti digitali che annulla l’influenza coercitiva degli stati-nazione conferendo agli individui un ampio potere di controllo e uno spettro di opzioni in ambiti critici come il capitale, le armi, la posizione, l’identità, l’anonimato, le comunicazioni e l’autodifesa. Nessuno sa esattamente come appariranno le (molteplici) implementazioni del sovranismo, ma la sua affermazione come ideologia guida della civiltà è certa quanto i principi biologici che ne hanno spinto l’esistenza. Gli amanti della pace in tutto il mondo troveranno presto motivo di festeggiare, poiché i sovranisti saranno incentivati a cooperare e competere in modo non violento. Aspettatevi di vedere culture globali caratterizzate meno da “falchi” e più da “colombe” man mano che il XXI secolo andrà avanti.

 

Un'arma di pace

“Quando le capacità difensive aumentano, diventa più costoso proiettare il potere al di fuori delle aree centrali, causando la devoluzione delle giurisdizioni e la frattura dei grandi governi in governi più piccoli.”

~ The Sovereign Individual

La Teoria dei giochi può fornirci una comprensione più profonda dell’impatto che il capitale a prova di furto ha sulla configurazione mondiale del potere, della ricchezza e dell’organizzazione socioeconomica. Nel modello evolutivo della Teoria dei giochi “Falchi contro Colombe”, tutti i falchi e le colombe sono ugualmente forti: ognuno ha le stesse possibilità di vincere un incontro competitivo contro l'altro. Tuttavia adottano strategie nettamente divergenti: i falchi intensificano sempre il conflitto, mentre le colombe si tirano sempre indietro se il loro avversario vuole un'escalation.

Supponiamo che in questo gioco 20 punti vengano dati a chi vince un incontro competitivo e 80 punti vengano persi se un avversario intensifica il conflitto e viene ferito. Quando due falchi competono, nessuno dei due si tira indietro, quindi eseguendo un calcolo sui punti diciamo che il falco medio perde 30 punti quando compete contro un altro falco: [(50% * 20)+(50% * -80)] = -30. In un mondo puramente "falco contro falco" sarebbero dei perdenti. Quando due colombe competono, ciascuna vince la metà delle volte, ma nessuna colomba si fa male poiché non intensificano i conflitti; pertanto il calcolo dei punti per la colomba media è di 10 punti: [(50% * 20) + (50% * 0)] = 10. In un mondo puramente "colomba contro colomba" ci sarebbe da guadagnare. Mescolare le popolazioni aggiunge nuove peculiarità al gioco: quando un falco compete contro una colomba, il falco vince (20 punti), la colomba perde (0 punti) e non ci sono feriti (poiché le colombe si ritirano dall'escalation). Questa matrice riassume tale gioco:

L’economia della violenza determina il rapporto tra strategie tra falchi e colombe

La selezione naturale favorisce le strategie più adatte al loro ambiente. Una componente importante di questa idoneità è la proporzione di strategie concorrenti affrontate, ovvero le proporzioni di falchi e colombe nella popolazione. Ignorando altri fattori ambientali in questo gioco semplificato, se la popolazione è composta al 100% da falchi, allora tutti perdono in media 30 punti in ogni competizione: una strada veloce verso l’estinzione. Se la popolazione è composta al 100% da colombe, allora tutti guadagnano in media 10 punti in ogni competizione: una via veloce verso un mondo migliore. Il problema è quando c'è una nicchia: in una popolazione composta al 100% da colombe, quando arriva un falco ha un periodo di massimo splendore, vincendo 20 punti per ogni incontro contro una colomba, mentre le colombe hanno un valore atteso di 10 punti competendo con altre colombe e 0 punti in competizione contro i falchi. Più punti significano più riproduzione, quindi la popolazione dei falchi si espande in modo sproporzionato a scapito delle colombe. La popolazione dei falchi smette di crescere al 25% del totale, in base alla matematica della matrice.

Ora ipotizziamo invece un aumento del rapporto tra ricompensa e rischio in questo gioco evolutivo, in cui si guadagnano 40 punti per la vittoria e 60 punti persi per la sconfitta. Il cambiamento delle ipotesi provoca uno spostamento dell’equilibrio strategico, come si evince dalla proporzione di falchi e colombe nella popolazione totale. Sulla base di queste nuove ipotesi, all’equilibrio il 67% della popolazione sarà costituita da falchi.

Maggiori ritorni economici derivanti dalla violenza portano a una maggiore aggressività

L'equilibrio dipende non solo dai profitti, ma anche dalla strategia impiegata contro le strategie concorrenti. Se tutti sono colombe, è più adatto essere falchi; se tutti sono falchi, è più adatto essere colombe. Il punto chiave: l'equilibrio non rispecchia il mondo. Dipende dallo stato del mondo, dallo stato dell'organismo e dalle frequenze delle strategie; conquistare territorio (e la sua espressione umana, la proprietà privata) è la fonte sottostante dei profitti: i punti guadagnati nella competizione darwiniana. Ma cosa succede quando la proprietà privata per aver vinto una disputa economica scende quasi a zero? Questa è l’inevitabile conseguenza della moneta a prova di furto sugli aspetti darwiniani della competizione economica.

Per estendere questo gioco alla realtà economica, potremmo considerare le ricompense per aver vinto giudizi favorevoli, proprietà confiscate, monopoli legali, entrate fiscali, inflazione, tributi, o altri privilegi politici ottenuti con la forza attraverso il conflitto. “Al vincitore va il bottino”, recita l’aforisma. I danni subiti a seguito dell’escalation dei conflitti economici potrebbero includere sentenze sfavorevoli, spese legali, spese militari, perdite di tempo, tributi da pagare, riduzione in schiavitù, o consumo di capitale. Poiché Bitcoin è praticamente immune a tutte le sentenze legali, ai decreti, all'autorità politica, alla tassazione involontaria, alla confisca e all'inflazione, un’economia che opera secondo uno standard monetario a prova di furto fa crollare tutti quei vantaggi derivanti dalla vittoria nelle lotte socioeconomiche fino a ridurli quasi a zero, dal momento che lo scambio involontario di valore è quasi eliminato. Quando le ricompense monetarie per aver vinto giochi a somma zero a livello interpersonale, socioeconomico e geopolitico si avvicinano allo zero, mentre il costo della sconfitta rimane positivo, la strategia dominante diventa quella accomodante. Di conseguenza le strategie da falco declinano rapidamente verso l’estinzione – una traiettoria matematica favorevole all’emergere del sovranismo, come chiaramente spiegato nella seguente matrice:

L’atteggiamento aggressivo, ovvero la propensione a intensificare i conflitti socioeconomici, è una strategia in rapido declino grazie a Bitcoin

In termini di valore assoluto, maggiore è il rapporto tra i guadagni per vincere e perdere, più aggressiva diventa la popolazione. È vero anche il contrario: un rapporto più basso indurrà una popolazione a mostrare un atteggiamento complessivamente più accomodante. Detto in altro modo: quando il denaro è facile da rubare, la società scivola verso la cleptocrazia, mentre quando il denaro è difficile da rubare, la società diventa laboriosa. La proverbiale “skin in the game” – l’equilibrio tra incentivi e disincentivi in qualsiasi sistema – è il determinante più importante del comportamento. Nel senso del darwinismo universale, le forme di vita sono complesse e impiegano strategie adattative che si propagano attraverso carne, sangue e ossa. Per necessità queste strategie si adattano nel tempo alle circostanze ambientali e quelle che falliscono scompaiono. L'evoluzione avviene tanto a livello dell'organismo individuale quanto a livello della specie collettiva, e nella sfera della socioeconomia nessun incentivo è più potente del denaro.

Un insieme di principi monetari senza tempo permanentemente impressi nel codice: Bitcoin è un’arma di pace brandita dai sovranisti per combattere le devastazioni della predazione sistematica degli stati-nazione.

Bitcoin rappresenta una variabile mega-politica d'impareggiabile importanza: un diritto di proprietà privata indipendente da ogni monopolio sulla violenza che non può essere confiscato né compromesso con la forza. Nel gioco del denaro nel XXI secolo, la criminalità non paga più. Per necessità gli attori di mercato adotteranno strategie competitive e cooperative a lungo termine, meno coercitive e molto più produttive. Progredendo a un ritmo accelerato, la tecnologia continuerà a eclissare la topografia, il clima e la microbiologia come variabile mega-politica più importante nell’era digitale; e all’avanguardia di questo cambiamento c’è Bitcoin, una tecnologia che ha la natura umana come uno dei suoi componenti operativi principali. Nessuna forza politica può contenere l’influenza degli incentivi intrinseci e inviolabili di Bitcoin sull’azione umana e, quindi, sull’ascesa del sovranismo.

La transizione dallo statalismo al sovranismo potrebbe essere caotica nel breve termine, ma il risultato finale promette di essere una società globale più pacifica e produttiva. Nella Parte 4 esploreremo l’origine del concetto di proprietà e la corrispondente crescita della criminalità organizzata nel mondo. Una conoscenza più approfondita di questi elementi socioeconomici fondamentali ci aiuterà a comprendere meglio cosa potrebbe riservare il futuro in un mondo modellato dal sovranismo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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👉 Qui il link alla Prima Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2023/12/sovranismo-parte-1-distruzione-creativa.html

👉 Qui il link alla Seconda Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2024/01/sovranismo-parte-2-bitcoin-sistema.html

👉 Qui il link alla Quarta Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2024/02/sovranismo-parte-4-lascesa-della.html

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👉 Qui il link alla Dodicesima Parte:  


giovedì 25 gennaio 2024

2024: l'anno delle alternative alle valute fiat?



da Zerohedge

È quel periodo dell'anno in cui i “drogati” dei mercati iniziano a costruire il loro elenco delle migliori idee per il 2024. La folla ama il loro trading, le loro previsioni e le loro congetture. Anche se noi di C&P siamo concentrati su un approccio #riskfirst, oggi vogliamo deviare lungo la corsia delle ipotesi.

Non abbiamo mai paura di sbagliare; anche i migliori trader sbagliano il 50% delle volte. La nostra #COTY (Call Of The Year) è: Bitcoin & Oro, ovvero le “alternative alle valute fiat”. Esistono altre criptovalute e metalli preziosi, ma per semplicità resteremo fedeli ai più grandi.

Abbiamo stilato un elenco dei dieci principali motivi per cui preferiamo le alternative alle valute fiat, ma prima osserviamo il seguente grafico. I semi dell’inflazione dei prezzi sono stati gettati per decenni e il 2021 e il 2022 sono stati gli anni in cui questo problema è eruttato prorompente.

Sia Bitcoin che l’oro hanno sottoperformato nel 2022, per usare un eufemismo. Laddove l’oro ha avuto un 2022 piatto, Bitcoin è sceso di circa il 65% ed è sceso di quasi l’80% rispetto al picco del 2021. Con il mondo fuori controllo e confuso, il 2023 avrebbe dovuto essere un anno di recessione. Abbiamo assistito al calo dell’IPC dal 9% (metà 2022) al 3%, ma le alternative alle valute fiat hanno ci hanno sorpresi al rialzo. Mr. Market ha lanciato l'ennesima palla curva.

Questo è un buon momento per evidenziare un grafico che mostri un quadro dell’inflazione dei prezzi più reale. Poiché l’IPC è sceso al di sotto del 4%, il tasso d'inflazione di Shadow Stats è tornato solo al 12%.

CONCETTO CHIAVE: Ora abbiamo gli indicatori dell’inflazione dei prezzi di nuovo in rialzo e la pressione salariale a livelli record. Il genio dell'inflazione dei prezzi può essere domato o si trasformerà in un mostro?


UNA NUOVA LENTE

Inflazione significa molte cose diverse per persone diverse. Alcuni la vedono come crescita, altri come un aumento dei prezzi e molti la vedono come un aumento delle unità monetarie. Oggi definiremo l'inflazione come “la distruzione del denaro”.

Un semplice esempio è il prezzo medio delle case negli Stati Uniti. Abbiamo appena visto una casa salire di prezzo da $250.000 a $400.000 negli ultimi anni, ma in sostanza non è cambiata. L’unica cosa che è cambiata è la quantità di valuta che bisogna sborsare per entrarne in possesso. La valuta ha perso valore ed esso è stato distrutto dall’inflazione.

Abbiamo sostenuto un'allocazione del 20% nei confronti delle alternative alle valute fiat nella nostra missiva Multi-Asset e riteniamo che tale classe di asset sia poco posseduta. Di seguito sono riportati dieci motivi per possedere oro e Bitcoin.


DIECI MOTIVI PER CUI PREFERIAMO LE ALTERNATIVE ALLE VALUTE FIAT PER LA NOSTRA COTY 2024

  1. #RISKFIRST: Siamo favorevoli a un approccio RISK FIRST nei confronti dell'asset allocation e ne abbiamo approfondito i dettagli in un post precedente. Ci sentiamo molto a nostro agio nel dire che questi sono tempi incerti e l’incertezza può portare a guadagni enormi, ma ciò avviene al prezzo di una maggiore volatilità e di una diminuzione della liquidità. La nostra attenzione su questi tipi di ambienti di mercato non riguarda il fare; si tratta di preservare.

  2. ASSICURAZIONE: Spesso sentiamo suggerire l'oro come componente assicurativa in un portafoglio. L’oro può proteggere il vostro potere d’acquisto ed è un bene non correlato, difficile da trovare al giorno d’oggi. Gli asset non correlati offrono una vera diversificazione e possono migliorare i rendimenti aggiustati al rischio di un portafoglio. Abbiamo già un’assicurazione sulle nostre auto, case, vite e animali domestici, quindi perché non assicurare i nostri portafogli e il nostro potere d’acquisto?

  3. SOTTO-POSSEDUTI: Sia Bitcoin che l’oro sono asset controversi che non sono ampiamente adottati come invece accade per le azioni e le obbligazioni. La mancanza di partecipazione è palpabile e questo può essere visto come un vento favorevole a lungo termine. Useremo l'argento per sottolineare un punto: “l'ammontare” in argento (importo nozionale disponibile per il commercio) è di soli $43 miliardi, che potrebbe essere trovato nei cuscini del divano dell’Eccles Building (la FED).

  4. PUNTARE DI PIÙ SU CIÒ CHE FUNZIONA: Bitcoin e oro sono arrivati entrambi in ritardo alla festa dell’inflazione ed entrambi hanno fatto registrare un impressionante 2023. Questi asset sotto-posseduti rimangono una copertura interessante.

  5. DE-DOLLARIZZAZIONE: La storia della de-dollarizzazione è globale e faremmo esattamente la stessa cosa se fossimo nei loro panni. E questo vale per chiunque commerci, detenga o commerci in dollari. La conclusione è che il nostro sistema monetario sta cambiando e non importa se verrà prima l’inflazione o la deflazione, perché per prima cosa le vedremo entrambe e, seconda cosa, il risultato finale è lo stesso, ovvero il crollo definitivo del denaro fiat.

  6. IL 60/40 MOSTRA SEGNI DI CEDIMENTO: dopo un pessimo 2022 (il peggiore in 100 anni), la scarsa performance del 2023 è stata ben mascherata. Se eliminiamo il rally azionario dei “Magnifici 7”, ci ritroviamo con un chiaro fallimento dell'approccio 60/40. Due dati che vale la pena sottolineare: il settore della gestione patrimoniale da $100.000 miliardi si basa su un portafoglio allocato al 60/40; una citazione di Christopher Cole: “L’intero sistema finanziario è basato sulla teoria secondo cui azioni e obbligazioni sono sempre non correlate”. Bitcoin e oro possono offrire una copertura al tradizionale portafoglio 60/40. È inoltre ben documentato che l’aggiunta di oro a un portafoglio 60/40 ne aumenterà i rendimenti aggiustati al rischio.

    Le correlazioni possono oscillare notevolmente a seconda degli intervalli di tempo utilizzati. Da un punto di vista più ampio, sembra che azioni e obbligazioni siano state correlate positivamente negli ultimi 50 anni... poi però entra in gioco l'inflazione.
  7. LA DIFESA PERMETTE DI VINCERE LE PARTITE: una difesa solida come la roccia può mettervi in una posizione migliore per giocare in attacco e colpire quando vedete un'opportunità. Possiamo fare un ulteriore passo avanti e dire che i soldi veri si fanno con la speculazione. Con una difesa forte, possiamo essere pazienti nei confronti di quelle idee di cui siamo fermamente convinti. Possiamo anche sostenere che il costo della speculazione è più economico con una difesa vincente, questo perché le probabilità che entrambe le scommesse (la speculazione E la difesa) vadano male sono inferiori rispetto a quelle con una difesa più debole (un portafoglio più volatile).

  8. GUARDATE COSA FANNO, NON QUELLO CHE DICONO: le banche centrali continuano a comprare oro. Sono tutti d'accordo su qualcosa e il 2023 è stato l’anno in cui Larry Fink e Blackrock si sono avvicinati a Bitcoin. Il sistema di gestione del rischio di BlackRock si chiama Aladin e ha quasi $10.000 miliardi di asset in gestione; lo stesso sistema viene utilizzato anche per gestire ulteriori $10.000 miliardi al di fuori di Blackrock.
  9. NUOVO VOLUME: abbiamo convertito la nostra serie su Substack in un eBook intitolato New Vol. Bitcoin e oro forniscono una via d’uscita dal sistema e una via d’accesso verso la resilienza personale.

  10. INFLAZIONE DEI PREZZI: man mano che gli impatti e i pericoli dell’inflazione diventeranno sempre più diffusi, potremmo vedere un’adozione più ampia delle nostre alternative alle valute fiat. Questa è una storia mondiale e il numero di unità monetarie che circolano è incredibile. E non dimentichiamoci dell’impatto psicologico dell’inflazione dei prezzi, soprattutto perché entriamo potenzialmente nella parte esponenziale della storia.


IN CHIUSURA

Sia che la chiamiamo scommessa, scambio, investimento, o #COTY, crediamo che le alternative alle valute fiat debbano assolutamente essere presenti in un qualsiasi portafoglio. Questo potrebbe non essere il percorso di minor resistenza, ma la strategia ha la matematica e la storia dalla sua parte. Prediligiamo l'umorismo (oscuro) per superare il caos ed ecco il “Cerealomics” che abbiamo creato di recente:


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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