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martedì 28 luglio 2026

Privacy per i potenti, sorveglianza per tutti gli altri: la proposta di regolamentazione tecnologica dell'UE si spinge troppo oltre

La preoccupante deriva politica che sta allontanando l'Europa dalla libertà va vista nel contesto di una coercizione economica praticata da decenni nel Vecchio Continente. È difficile definire “libera” una società sotto la schiacciante pressione fiscale che soffoca le economie europee. La pressione fiscale in Europa è esorbitante, ma forse l'aspetto più sconcertante è che i lavoratori con un salario medio in molti Paesi non riescono nemmeno a trattenere la metà di quanto le loro aziende pagano per loro (compresi i contributi a carico del datore di lavoro). Quando le imprese europee sono costrette a rimandare, ridurre o annullare gli investimenti a causa degli elevati costi del lavoro e delle imposte sulle aziende, l'intera società ne risente economicamente, con salari stagnanti, aumento della disoccupazione, disincentivi al lavoro e mancanza di innovazione. Sebbene contribuiscano anche altri fattori, come l'energia e la burocrazia, gli effetti della tassazione si fanno sentire... eccome! L'Europa non può quindi essere definita una zona di “libertà” economica, nonostante gli indici irragionevolmente alti generalmente attribuiti ai Paesi europei dalla Heritage Foundation. Inoltre la Curva di Laffer mostra ciò che molti politici europei sembrano incapaci di comprendere: oltre un certo livello di tassazione le entrate fiscali diminuiscono man mano che questo parassitismo indebolisce lentamente la società. I ​​cittadini europei sono vagamente consapevoli di questa situazione, ma sono convinti che ciò che perdono in libertà economica lo guadagnino in sicurezza e altri benefici sociali. Questo è il vecchio adagio di sostituire la libertà con la sicurezza, una china scivolosa verso l'autoritarismo e un coinvolgimento sempre più profondo dello Stato nella società. Questa posizione è errata sia dal punto di vista pratico che morale. Da un punto di vista pratico, è ovvio per la maggior parte delle persone che la sicurezza fornita dallo Stato oggi è a dir poco frammentaria: criminalità e insicurezza sono in aumento in Europa. Dal punto di vista morale, l'amara ironia della mancanza di libertà economica in Europa oggi è che i pensatori europei l'avevano compresa ed espressa nelle loro opere: Cantillon, Quesnay, Hume, Smith, Turgot, Bastiat, Spencer, Leoni e Mises, per citare i più importanti, avevano capito che le minacce alla libertà nella società provengono esclusivamente dallo Stato. Nonostante questa lunga tradizione intellettuale di libertà, in Europa è stata accantonata all'inizio del secolo scorso, sostituita da visioni socialiste e stataliste che promuovevano un numero sempre maggiore di “diritti” per tutti. Il concetto di “diritti” è stato ampliato nel corso di decenni di politiche stataliste fondate sulla confusione, spesso intenzionale, tra libertà, democrazia e uguaglianza. L'unica soluzione per permettere all'Europa di rimanere competitiva e crescere di nuovo in modo naturale è quella di allentare la coercizione fiscale. Ciò significa togliere lo stivale del fisco dalla gola dei lavoratori europei, al fine di liberare le economie europee. Concretamente, questo significa una massiccia riduzione della pressione fiscale, con una riduzione ancora più drastica della spesa pubblica e un progressivo ridimensionamento del ruolo dello Stato nella società. Un programma di questo tipo non solo aumenterebbe la libertà in Europa, ma porterebbe anche a una ripresa degli investimenti e dell'imprenditorialità, nonché della creatività e dell'ottimismo, tutti elementi a lungo repressi.

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di Elen Irazabal Arana & Nikolai G. Wenzel

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/privacy-per-i-potenti-sorveglianza)

Il mese scorso abbiamo criticato il Frontier AI Act della California. La legge privilegia la conformità alla gestione del rischio, proteggendo al contempo burocrati e legislatori da ogni responsabilità. In sostanza, impone norme regolamentari dall'alto, invece di consentire alla società e agli esperti del settore di sperimentare e sviluppare standard etici dal basso.

Forse potremmo liquidare la legge come l'ennesimo esempio della propensione interventista della California, ma alcuni politici e regolatori americani stanno già chiedendo che la legge diventi un “modello per armonizzare la supervisione federale e statale”. L'altra fonte di ispirazione per questo modello sarebbe l'Unione Europea (UE), quindi vale la pena tenere d'occhio le normative che usciranno da Bruxelles.

L'UE è già molto più avanti della California nell'imporre normative problematiche e calate dall'alto. Infatti l'Artificial Intelligence Act del 2024 segue i principi di precauzione generali dell'UE. Come spiega il think tank interno del Parlamento europeo: “Il principio di precauzione consente ai decisori di adottare misure precauzionali quando le prove scientifiche su un rischio per l'ambiente o la salute umana sono incerte e la posta in gioco è alta”. Il principio di precauzione conferisce un potere immenso all'UE in materia di regolamentazione in condizioni di incertezza, anziché consentire la sperimentazione con le garanzie di sanzioni e responsabilità civile (come negli Stati Uniti). Soffoca l'apprendimento etico e l'innovazione. A causa del principio di precauzione e della relativa regolamentazione, l'economia dell'UE soffre di una maggiore concentrazione del mercato, di costi di conformità normativa più elevati e di una minore innovazione, rispetto a un contesto che consente la sperimentazione e una gestione oculata del rischio. Non sorprende quindi che solo quattro delle 50 maggiori aziende tecnologiche al mondo siano europee.


Dall'innovazione soffocata alla privacy soffocata

Oltre al principio di precauzione, la seconda forza motrice alla base della regolamentazione UE è la promozione dei diritti, ma selezionando dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE solo quelli che spesso sono in conflitto tra loro. Ad esempio, il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) del 2016 è stato imposto con l'idea di tutelare il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali (tecnicamente distinto dal diritto alla privacy, e che conferisce all'UE un potere di intervento molto maggiore, ma questo è argomento di studio accademico). Il GDPR ha finito per limitare il diritto alla libertà economica.

Questa volta i diritti fondamentali vengono invocati per giustificare la lotta dell'UE contro gli abusi sessuali sui minori. Tutti noi amiamo i diritti fondamentali e tutti noi detestiamo gli abusi sui minori. Tuttavia, nel corso degli anni, i diritti fondamentali sono stati utilizzati come un'arma per espandere i poteri normativi dell'UE. Il regolamento proposto in materia di abusi sessuali sui minori (CSA) non fa eccezione. Ciò che è eccezionale è la portata dell'intrusione: l'UE propone di monitorare le comunicazioni tra i cittadini europei, raggruppandole tutte come potenziali minacce anziché come espressione protetta che gode di un diritto primario alla privacy.

Il 26 novembre 2025 la macchina burocratica dell'UE stava negoziando i dettagli del CSA (Child Sexual Abuse Act) e nell'ultima bozza la scansione obbligatoria delle comunicazioni private è stata fortunatamente rimossa, almeno formalmente. Ma c'è un intoppo: i fornitori dei servizi di hosting e di comunicazione interpersonale devono identificare, analizzare e valutare come i loro servizi potrebbero essere utilizzati per abusi sessuali su minori online, e quindi adottare “tutte le misure di mitigazione ragionevoli”. Di fronte a un mandato così vago e alla minaccia di responsabilità, molti fornitori potrebbero concludere che il modo più sicuro – e legalmente prudente – per dimostrare di essere conformi alla direttiva UE sia quello di implementare la scansione su larga scala delle comunicazioni private.

La bozza del CSA insiste sul fatto che le misure di mitigazione dovrebbero, ove possibile, essere limitate a parti specifiche del servizio o a gruppi specifici di utenti, ma la struttura degli incentivi punta in un'unica direzione. Il monitoraggio diffuso potrebbe finire per essere l'unica opzione praticabile per la conformità normativa. Ciò che oggi viene presentato come volontario rischia di diventare un obbligo di fatto domani.

Nelle parole di Peter Hummelgaard, Ministro della Giustizia danese: “Ogni anno vengono condivisi milioni di file che ritraggono abusi sessuali su minori. E dietro ogni singola immagine e video c'è un bambino che ha subito gli abusi più orribili e terribili. Questo è assolutamente inaccettabile”. Nessuno mette in dubbio la gravità o la turpitudine del problema, ciononostante, in base a questa narrazione, ci si aspetta che l'industria delle telecomunicazioni e i cittadini europei si facciano carico di pericolose misure di mitigazione del rischio che probabilmente comporteranno la perdita della privacy per i cittadini e ampi poteri di sorveglianza per lo Stato.

Ci viene detto che il costo è irrisorio rispetto al beneficio. Dopotutto, chi non vorrebbe combattere gli abusi sessuali sui minori? È ora di fare un respiro profondo. Chi abusa dei minori deve essere punito severamente. Ciò non esime una società libera dal rispetto di altri valori fondamentali.

Ma aspettate... c'è dell'altro...


Monitoraggio diffuso? Beh, non del tutto diffuso

Nonostante l'imperativo morale di proteggere i bambini – un imperativo morale così impellente che l'UE è disposta a violare altri valori fondamentali per promuoverlo – la proposta di legge sulla protezione dei minori introduce una comoda eccezione. Tutto ciò che rientra nella sicurezza nazionale e qualsiasi servizio di comunicazione elettronica non accessibile al pubblico (ovvero accessibile solo a funzionari eletti e burocrati) rimarrebbe completamente inalterato. Le chat private tra cittadini sono soggette a controllo, ma le conversazioni di coloro che affermano di proteggerci sono off limits.

Come ha detto il sopraccitato ministro: “Dietro ogni singola immagine e video c'è un bambino che ha subito gli abusi più orribili e terribili”. Se ciò è vero per ogni “singola immagine e video”, perché non dovrebbe esserlo anche per i messaggi protetti dalle eccezioni di sicurezza nazionale e di riservatezza previste dalla legge sulla protezione dei dati personali? Forse l'orrore si dissolve quando gli autori sono politici o burocrati? Ciò che è inaccettabile diventa improvvisamente accettabile quando riguarda chi scrive le regole?

Nella gerarchia dei diritti dell'UE, la tutela dei minori ha la precedenza sulla privacy, ma la tutela degli eurocrati ha la precedenza sulla tutela dei minori. In definitiva, la tecnologia moderna offre ai politici opportunità senza precedenti di monitorare i cittadini, sottraendosi al contempo a qualsiasi controllo.

Al momento non si parla – per quanto ne sappiamo – dell'introduzione di misure simili negli Stati Uniti. Tuttavia, dalla tassa patrimoniale alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale – e persino alle origini dello stato amministrativo americano – le cattive idee provenienti dall'Europa hanno la brutta abitudine di attraversare l'Atlantico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 30 giugno 2026

Canada e Regno Unito guidano la discesa dell'Occidente verso l'autoritarismo digitale

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di Sonia Elijah

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/canada-e-regno-unito-guidano-la-discesa)

“Il Grande Fratello vi osserva”.

Queste agghiaccianti parole tratte dal capolavoro distopico di George Orwell, 1984, non sono più solo finzione, ma stanno diventando una triste realtà nel Regno Unito e in Canada, dove le misure distopiche digitali stanno sfilacciando il tessuto della libertà in due delle più antiche democrazie occidentali.

Con il pretesto della sicurezza e dell'innovazione, il Regno Unito e il Canada stanno implementando strumenti invasivi che minano la privacy, soffocano la libertà di espressione e promuovono una cultura di autocensura. Entrambe le nazioni stanno esportando i propri sistemi di controllo digitale attraverso l'alleanza Five Eyes, una rete segreta di condivisione di informazioni di intelligence che unisce Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda, istituita durante la Guerra Fredda.

Allo stesso tempo il loro allineamento con l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in particolare con l'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG), che prevede un'identità giuridica universale entro il 2030, supporta una linea di politica mondiale per le identità digitali, come la Brit Card proposta nel Regno Unito e il Programma di Identità Digitale del Canada, che convogliano i dati personali in sistemi centralizzati con il pretesto di “efficienza e inclusione”. Sostenendo normative digitali estensive, come l'Online Safety Act nel Regno Unito e il disegno di legge C-8 in Canada, le quali privilegiano la “sicurezza” definita dallo Stato rispetto alle libertà individuali, entrambe le nazioni non solo abbracciano l'autoritarismo digitale, ma accelerano la spirale discendente di cui è preda ormai l'Occidente.


La rete digitale del Regno Unito

Il Regno Unito si è a lungo affermato come leader mondiale nella sorveglianza. L'agenzia di spionaggio britannica, il Government Communications Headquarters (GCHQ), gestisce il programma di sorveglianza di massa, un tempo segreto, nome in codice Tempora, operativo sin dal 2011, che intercetta e memorizza enormi quantità di traffico internet e telefonico mondiale sfruttando i cavi in fibra ottica transatlantici. La sua esistenza è emersa solo nel 2013, grazie ai documenti esplosivi trapelati dall'ex-collaboratore dei servizi segreti della National Security Agency (NSA) e informatore, Edward Snowden. “Non è solo un problema degli Stati Uniti. Il Regno Unito ha un ruolo determinante in questa vicenda”, ha dichiarato Snowden al Guardian in un articolo del giugno 2013. “Loro [il GCHQ] sono peggio degli Stati Uniti”.

A ciò si aggiunge l'Investigatory Powers Act (IPA) del 2016, anche soprannominato “Snooper's Charter”, che impone ai fornitori di servizi internet di conservare la cronologia di navigazione, le email, i messaggi di testo e le telefonate degli utenti per un periodo massimo di un anno. Le agenzie governative, tra cui polizia e servizi di intelligence (come MI5, MI6 e GCHQ), possono accedere a questi dati senza mandato in molti casi, consentendo la raccolta massiva di metadati relativi alle comunicazioni. Questa pratica è stata criticata in quanto permette una sorveglianza di massa su una scala che viola la privacy quotidiana.

Le recenti espansioni previste dall'Online Safety Act (OSA) conferiscono alle autorità maggiori poteri per richiedere l'installazione di backdoor nelle app crittografate come WhatsApp, consentendo la scansione dei messaggi privati alla ricerca di contenuti definiti “dannosi” in modo, però, molto vago: una mossa che critici come Big Brother Watch, un gruppo di difesa della privacy, denunciano come una porta d'accesso alla sorveglianza di massa. L'Online Safety Act, che ha ricevuto l'assenso reale il 26 ottobre 2023, rappresenta un'ampia normativa del governo britannico volta a regolamentare i contenuti online e a “proteggere” gli utenti, in particolare i minori, da “materiale illegale e dannoso”.

Implementata gradualmente da Ofcom, l'autorità britannica di controllo delle comunicazioni, la legge impone obblighi a una vasta gamma di servizi internet, tra cui social media, motori di ricerca, app di messaggistica, piattaforme di gioco e siti con contenuti generati dagli utenti, obbligando alla conformità attraverso valutazioni del rischio e pesanti sanzioni. A luglio 2025 l'Online Safety Act era considerata “pienamente in vigore” per la maggior parte delle sue principali disposizioni. Questo regime pervasivo, in linea con le tendenze mondiali in materia di sorveglianza promosse dall'Agenda 2030 per il controllo digitale, rischia di consolidare una rete di sorveglianza digitale sancita dallo Stato, privilegiando la “sicurezza” rispetto alle libertà fondamentali.

La piattaforma X di Elon Musk ha avvertito che la legge rischia di “violare gravemente” la libertà di parola, con la minaccia di multe fino a £18 milioni, o al 10% del fatturato annuo mondiale, in caso di inadempienza, incoraggiando le piattaforme a censurare contenuti legittimi per evitare sanzioni. Musk ha usato X per esprimere la sua opinione personale sul vero scopo della legge: “La soppressione del popolo”.

A fine settembre Imgur (una piattaforma di hosting di immagini popolare per meme e contenuti multimediali condivisi) ha deciso di bloccare gli utenti del Regno Unito piuttosto che conformarsi alle rigide normative dell'Online Safety Act. Ciò sottolinea l'effetto dissuasivo che tali leggi possono avere sulla libertà digitale.

Lo scopo dichiarato della legge è quello di rendere il Regno Unito “il luogo più sicuro al mondo per navigare online”. Tuttavia i critici sostengono che si tratti di un'audace manovra di potere da parte del governo britannico per incrementare la censura e la sorveglianza, mascherata da una nobile crociata per “proteggere” gli utenti.

Un altro sviluppo cruciale è il Data (Use and Access) Act 2025 (DUAA), che ha ricevuto l'assenso reale lo scorso giugno. Questa legge di ampia portata semplifica le norme sulla protezione dei dati per stimolare la crescita economica e i servizi pubblici, ma a scapito delle garanzie sulla privacy. Consente una maggiore condivisione dei dati tra agenzie governative ed enti privati, anche per analisi basate sull'intelligenza artificiale. Ad esempio, abilita i “sistemi di dati intelligenti” in cui le informazioni personali provenienti dai settori bancario, energetico e delle telecomunicazioni possono essere accessibili più facilmente, apparentemente a vantaggio dei consumatori, come i servizi personalizzati, ma sollevando timori di una profilazione incontrollata.

I miglioramenti alla sicurezza informatica ampliano ulteriormente le misure pervasive di sorveglianza del Regno Unito. Il prossimo disegno di legge sulla sicurezza e la resilienza informatica, annunciato nel discorso del Re di luglio 2024 e la cui presentazione è prevista entro la fine dell'anno, estende il Regolamento sui sistemi di rete e informativi (NIS) alle infrastrutture critiche, imponendo la segnalazione delle minacce in tempo reale e l'accesso del governo ai sistemi. Ciò si basa su strumenti già esistenti come la tecnologia di riconoscimento facciale, ampiamente utilizzata ormai negli spazi pubblici. Nel 2025 le sperimentazioni in città come Londra hanno integrato telecamere con intelligenza artificiale in grado di scansionare la folla in tempo reale, collegandosi a database nazionali per l'identificazione istantanea, evocando di fatto uno stato di polizia biometrico.

Il New York Times ha scritto: “Le autorità britanniche hanno di recente ampliato la supervisione dei discorsi online, tentato di indebolire la crittografia e sperimentato l'intelligenza artificiale per esaminare le richieste di asilo. Queste azioni, accelerate sotto il governo del Primo Ministro Keir Starmer con l'obiettivo di affrontare i problemi sociali, rappresentano una delle più ampie forme di sorveglianza digitale e regolamentazione di Internet mai adottate da una democrazia occidentale”.

A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo il Times, la polizia britannica arresta oltre 30 persone al giorno per tweet e messaggi online “offensivi”, spesso in base a leggi vaghe, alimentando i giustificati timori di una polizia del pensiero orwelliana.

Eppure tra tutte le misure distopiche digitali del Regno Unito, nessuna ha scatenato maggiore indignazione della “Brit Card”, la carta d'identità digitale obbligatoria voluta dal Primo Ministro Starmer: un sistema basato su smartphone che di fatto trasforma ogni cittadino in un'entità tracciabile.

Annunciata inizialmente lo scorso 4 settembre come strumento per “contrastare l'immigrazione clandestina e rafforzare la sicurezza delle frontiere”, la Brit Card ha rapidamente ampliato il suo raggio d'azione, estendendosi a servizi essenziali quotidiani come assistenza sociale, servizi bancari e accesso ai luoghi pubblici. Questi documenti d'identità, memorizzati su smartphone contenenti dati sensibili come foto, nomi, date di nascita, nazionalità e status di residenza, vengono venduti “come la porta d'accesso a ogni tipo di attività quotidiana”, un punto di vista sostenuto dal Tony Blair Institute for Global Change e ripresa dalla Segretaria al Lavoro e alle Pensioni Liz Kendall, membro del Parlamento, nel suo discorso dello scorso 13 ottobre.

Questo sistema di catene digitali ha scatenato una forte resistenza in tutto il Regno Unito. Una lettera durissima, promossa dal deputato indipendente Rupert Lowe e sottoscritta da quasi 40 parlamentari di diversi partiti, denuncia la proposta del governo di introdurre una carta d'identità digitale obbligatoria, la “Brit Card”, definendola “pericolosa, invasiva e profondamente anti-britannica”. Il deputato conservatore David Davis ha lanciato un severo monito, dichiarando che tali sistemi “sono profondamente pericolosi per la privacy e le libertà fondamentali del popolo britannico”.

Davis ha intensificato le sue critiche citando una multa di £14 milioni inflitta a Capita dopo che degli hacker avevano violato i dati personali dei risparmiatori previdenziali: “Questo è l'ennesimo esempio del perché le carte d'identità digitali siano una pessima idea”. All'inizio di ottobre una petizione contro la proposta aveva raccolto oltre 2,8 milioni di firme, a testimonianza dell'ampia indignazione pubblica. Il governo inglese, tuttavia, ha respinto queste obiezioni, dichiarando: “Introdurremo un'identità digitale entro la fine di questa legislatura per contrastare l'immigrazione clandestina, semplificare l'accesso ai servizi governativi e migliorare l'efficienza. Presto ci consulteremo sui dettagli”.


L'aumento della sorveglianza in Canada

Dall'altra parte dell'Atlantico l'ondata di sorveglianza in Canada sotto il Primo Ministro Mark Carney, ex-governatore della Banca d'Inghilterra e membro del consiglio del World Economic Forum, rispecchia la traiettoria distopica del Regno Unito. Carney, con la sua agenda globalista, ha supervisionato una serie di leggi che privilegiano la “sicurezza” rispetto alla sovranità. Si pensi al disegno di legge C-2, una legge di modifica della legge doganale, presentata il 17 giugno 2025, la quale consente l'accesso ai dati riguardo le frontiere senza alcun mandato e la condivisione con le autorità statunitensi tramite accordi CLOUD Act (Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act), consegnando di fatto la vita digitale dei cittadini canadesi a potenze straniere. Nonostante le proteste dell'opinione pubblica che hanno portato a proposte di modifica in ottobre, il suo cuore – il monitoraggio rafforzato delle transazioni e delle esportazioni – rimane suscettibile di abusi.

A complemento di ciò il disegno di legge C-8, presentato per la prima volta il 18 giugno 2025, modifica la legge sulle telecomunicazioni per imporre obblighi di sicurezza informatica a settori critici come le telecomunicazioni e la finanza. Conferisce al governo canadese il potere di emettere ordini segreti che obbligano le aziende a installare backdoor o indebolire la crittografia, compromettendo potenzialmente la sicurezza degli utenti. Tali ordini possono imporre l'interruzione dei servizi internet e telefonici a specifici individui senza bisogno di mandato o supervisione giudiziaria, con la vaga motivazione di proteggere il sistema da “qualsiasi minaccia”.

L'opposizione a questo disegno di legge è stata feroce. In un discorso parlamentare, il deputato conservatore canadese Matt Strauss ha denunciato gli articoli 15.1 e 15.2 del disegno di legge, affermando che conferirebbero al governo un “potere incredibile e senza precedenti”. Ha paventato un futuro in cui gli individui potrebbero essere esiliati digitalmente, tagliati fuori da email, servizi bancari e lavoro, senza spiegazioni né possibilità di ricorso, paragonando la situazione a un “gulag digitale”.

La Canadian Constitution Foundation (CCF) e i difensori della privacy hanno fatto eco a queste preoccupazioni, sostenendo che il linguaggio ambiguo del disegno di legge e la mancanza di un giusto processo violano i diritti fondamentali sanciti dalla Carta, tra cui la libertà di espressione, la libertà personale e la protezione contro perquisizioni e sequestri irragionevoli.

Il disegno di legge C-8 integra l'Online Harms Act (disegno di legge C-63), presentato per la prima volta a febbraio 2024, il quale imponeva alle piattaforme di eliminare contenuti come lo sfruttamento minorile e l'incitamento all'odio entro 24 ore, rischiando la censura a causa delle vaghe definizioni di “dannoso”. Ispirato all'Online Safety Act del Regno Unito e al Digital Services Act (DSA) dell'UE, il C-63 è naufragato a seguito delle forti critiche per il suo potenziale di favorire la censura, violare la libertà di parola e per la mancanza di un giusto processo. Il CCF e Pierre Poilievre, definendolo “autoritarismo woke”, hanno guidato una petizione nel 2024 con 100.000 firme. La petizione è decaduta durante la sospensione dei lavori parlamentari nel gennaio 2025, dopo le dimissioni di Justin Trudeau.

Questi disegni di legge si basano su un precedente allarmante: durante l'era Covid l'Agenzia canadese per la salute pubblica ha ammesso di aver tracciato 33 milioni di dispositivi durante il lockdown – quasi l'intera popolazione – con il pretesto della salute pubblica, una palese violazione smascherata solo grazie a un'attenta e costante attività di controllo. Il Communications Security Establishment (CSE), autorizzato dal disegno di legge C-59, in vigore da tempo, continua la raccolta massiva di metadati, spesso senza un'adeguata supervisione. Queste misure non sono isolate; derivano da un problema più profondo, in cui i controlli dell'era pandemica sono stati normalizzati e integrati nelle politiche quotidiane.

Il Programma canadese di identità digitale, presentato come uno strumento “conveniente” per un accesso agevole ai servizi governativi, emula la Brit Card del Regno Unito ed è in linea con l'obiettivo 16.9 dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. È tuttora in fase di sviluppo e sperimentazione, con un lancio nazionale completo previsto per il 2027-2028.

“Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”. Il romanzo 1984 di Orwell ci avverte che dobbiamo resistere a questa deriva verso l’autoritarismo digitale – attraverso petizioni, proteste e richieste di trasparenza – prima che venga eretto un Grande Firewall occidentale, replicando la morsa cinese che controlla ogni tasto premuto e ogni pensiero.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 24 giugno 2026

Il neofeudalesimo di Bruxelles su Internet

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-neofeudalesimo-di-bruxelles-su)

La Commissione europea sta portando avanti senza sosta il suo progetto di soggiogare i media indipendenti. Oltre alla censura classica, vengono impiegate tecnologie sofisticate come il controllo algoritmico dei risultati di ricerca. In questo modo testate alternative, come Tichys Einblick, vengono sempre più precluse al pubblico. Lo spirito repubblicano sta morendo silenziosamente.

Negli ultimi mesi si è acceso un intenso dibattito sulle pericolose tendenze anticivilizzazione di Bruxelles e sulla sua crescente ossessione per il controllo. È significativo che la stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, abbia sottolineato il netto contrasto tra l'impotenza dei cittadini europei e una burocrazia che opera con limiti sempre più ristretti.

Attualmente Bruxelles sta utilizzando ogni mezzo a sua disposizione per esaminare le chat private tramite meccanismi algoritmici invasivi, limitando e censurando la comunicazione pubblica sui media digitali e sui social network. Nel frattempo la von der Leyen si è rifiutata di garantire la trasparenza nello scandalo dei vaccini Pfizer.

Questo comportamento può essere descritto solo come neofeudale e post-illuminista. In quale altro luogo al mondo le nazioni sovrane permettono ai propri governi di intessere una ragnatela di burocrazie repressive tra gli stati membri, se non nell'Europa dell'UE?


Londra come laboratorio oscuro

Chiunque voglia farsi un'idea della traiettoria attuale di Bruxelles dovrebbe guardare a Londra. Sin dalla Brexit il Regno Unito ha funzionato come una sorta di laboratorio per il progetto di centralizzazione dell'UE.

Qualche anno dopo la Gran Bretagna ha promulgato alcune delle leggi sulla censura più severe del mondo (ancora) libero. Le autorità non sono più concentrate sullo smascherare complotti islamisti, smantellare bande di stupratori o attuare un necessario processo di rimpatrio per preservare la cultura inglese.

No, ora l'attenzione dello Stato si concentra sulle attività di opposizione. Sfruttando le nuove definizioni di “odio” e “incitamento all'odio” online, migliaia di cittadini rispettosi della legge sono stati perquisiti e arrestati solo per aver criticato le politiche migratorie o il caos urbano.

In virtù del Communications Act e del Malicious Communications Act, leggi apparentemente innocue, il governo britannico effettua ora oltre 30 arresti al giorno per motivi politici, a seguito di post online ritenuti offensivi o minacciosi dalle autorità: un attacco diretto alle libertà dei cittadini nella patria del liberalismo.


Il filtro algoritmico

Un approccio simile è auspicato dalla Commissione europea e dalle sue capitali satellite fedeli. Essa funge da centro, da spirito guida di questa linea di politica. Con l'aumento dell'opposizione politica – dall'AfD in Germania alle forze conservatrici di destra nei Paesi Bassi e nella Repubblica Ceca, fino al Fidesz in Ungheria – le basi narrative del socialismo climatico e delle politiche di frontiere aperte rischiano di dissolversi nella percezione pubblica.

Attraverso definizioni sempre più lasche di “odio” e “incitamento all'odio”, utilizzate come scudi per immunizzare dalle critiche fenomeni sociali come l'islamizzazione, il declino economico dovuto al crescente centralismo di Bruxelles o il degrado urbano, l'UE tenta di soffocare un blocco conservatore in ripresa prima ancora che possa formarsi.

Questa tendenza era già stata evidenziata dal vicepresidente statunitense, JD Vance, durante il suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Secondo Vance, la partnership con l'UE è a rischio se questo attacco istituzionalizzato alla libertà di espressione non viene fermamente bloccato.


Il bastone, niente carota e il pugnale

Per evitare il controllo internazionale, Bruxelles adotta anche una seconda strategia: il pugnale, più sottile ma altrettanto efficace. Al centro della censura rimane l'algoritmo di ricerca dominante di Google, dove il controllo opera in modo occulto, invisibile all'utente medio di internet.

Con l'eufemismo di “Scudo europeo per la democrazia”, ​​è emersa una pratica di monitoraggio dei contenuti online e di definizione politica della “disinformazione” al fine di ripulire lo spazio digitale. L'UE finanzia presunti verificatori di fatti indipendenti che segnalano alle autorità nazionali presunti discorsi d'odio, innescando azioni legali.

Si tratta di un apparato di intimidazione malevolo. Nemmeno Erich Mielke avrebbe potuto orchestrarlo meglio.


Conformità ai dettami dell'UE

Per Google questa architettura di fatto impone la sottomissione al regime dell'UE: i contenuti valutati positivamente dai verificatori di fatti accreditati dall'UE vengono privilegiati, mentre le pubblicazioni alternative, come Tichys Einblick, Apollo News, NIUS o Junge Freiheit, vengono declassate algoritmicamente. Ciò accade anche quando i post generano un traffico considerevole che normalmente li collocherebbe in cima ai risultati di ricerca.

Cosa succede quando il dibattito pubblico viene compresso in un corsetto statale? Il potere si sposta dal sovrano a un'élite politica illimitata e invasiva che, soprattutto nell'UE, può portare avanti il ​​suo progetto ecosocialista ben oltre quanto sarebbe mai immaginabile in condizioni normali.

Una società ampiamente informata e dotata di spirito critico non avrebbe mai permesso che intere popolazioni venissero spinte nella disoccupazione e nella povertà sotto i dettami distruttivi dell'allarmismo climatico di origine antropica. Né le linee di politica sulle frontiere aperte sarebbero persistite di fronte alla visibile islamizzazione dell'Europa, cosa che minaccia i sistemi di sicurezza sociale e la cultura del continente.


Trump ha posto fine alla censura 

Negli Stati Uniti, questa pratica è terminata con l'elezione del presidente Donald Trump. Di conseguenza chi utilizza una VPN naviga in un panorama informativo completamente diverso rispetto a chi non è a conoscenza di tali manipolazioni.

In questo modo l'UE controlla il dibattito pubblico e cerca di ridurre lo spettro delle opinioni a un monologo compatibile con l'UE. Ciò ricalca la cosiddetta “Valle degli inconsapevoli” (Tal der Ahnungslosen) dell'epoca della DDR, quando gli abitanti della zona di Dresda non avevano accesso alla televisione della Germania Ovest e credevano nei benefici del socialismo.

Se non si impedisce alla von der Leyen e alla sua Commissione di istituzionalizzare questo regime in tutta l'UE, la libertà scomparirà, il dibattito pubblico verrà messo a tacere, il manto di ferro dell'apatia dittatoriale calerà sull'Europa e sull'UE. Ciò che osserviamo ora nel Regno Unito minaccia i cittadini dell'Unione Europea.


Il cane si morde la coda

Per rispondere alla domanda iniziale: l'UE sta usando il bastone o un pugnale nella sua campagna di censura? Entrambi gli strumenti vengono impiegati simultaneamente nella lotta per il predominio interpretativo online. Se l'opposizione di destra e conservatrice non interviene in tempo, il dibattito pubblico verrà brutalmente soffocato.

Potrebbero emergere nuovi metodi di comunicazione crittografata per preservare una rudimentale libertà di parola, finché l'arroganza di Bruxelles non la soffocherà. La cinica conseguenza: le persone si autocensureranno persino in privato, alimentando un clima di reciproca sfiducia. Questo è assolutamente riprovevole.

Aggiungiamoci l'euro, simbolo del controllo digitale, e il quadro si fa più chiaro. Un'istituzione che detta legge sia sul dibattito pubblico che sulle transazioni dei cittadini è una dittatura. In Europa si tratta di una dittatura ecosocialista, talmente tanto debole dal punto di vista economico che possiamo sperare che entrambi gli attacchi alla libertà si arrestino per bancarotta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 9 giugno 2026

La nuova macchina europea della censura

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di Thomas Fazi

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-nuova-macchina-europea-della-censura)

L'UE adora parlare di libertà.

Basta guardare uno dei suoi recenti comunicati stampa dove si inaugura un'iniziativa chiamata Scudo Europeo per la Democrazia, la quale promette di proteggere tutto, dalle “persone libere” alle “elezioni libere” fino a – trattandosi di Bruxelles – “una società civile vivace”.

Tutto ciò è ammirevole, almeno sulla carta.

In realtà, però, lo Scudo della Democrazia non è altro che l'ultima manifestazione di mancanza di libertà: sopprimere il dissenso e controllare la libertà di parola con il pretesto di difendere la democrazia dalle interferenze straniere e dalle fake news.

Nell'ambito dello Scudo per la Democrazia, la Commissione europea propone la creazione di un Centro di monitoraggio che identifichi e rimuova “contenuti falsi” e “disinformazione” da internet. Come ha affermato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sicurezza e la Democrazia, lo Scudo consentirà all'Europa di “rispondere più rapidamente ed efficacemente alla manipolazione delle informazioni e alle minacce ibride”. L'Alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, non ha nascosto la natura anti-russa dell'iniziativa: “Stiamo assistendo a campagne, anche provenienti dalla Russia, specificamente concepite per polarizzare i nostri cittadini, minare la fiducia nelle nostre istituzioni e inquinare la politica nei nostri Paesi”.

Il termine “indipendente” ricorre ripetutamente nel comunicato stampa. Verrà istituita una nuova “rete europea indipendente di verificatori dei fatti” in tutte le lingue ufficiali dell'UE, mentre l'Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO), la rete di “verifica dei fatti” di punta dell'UE, finanziata con quasi €30 milioni, acquisirà nuovi poteri analitici “indipendenti” per monitorare le elezioni e le situazioni di crisi. Ma, ricordiamolo, l'indipendenza a Bruxelles si traduce in dipendenza finanziaria dalla Commissione. Infatti, per garantire questa “indipendenza”, la Commissione promette generosi finanziamenti a ONG e organi di informazione “indipendenti”.

Lo Scudo della Democrazia si basa sul recente Digital Services Act (DSA), la più ampia normativa su internet mai attuata in Europa. In teoria queste iniziative dovrebbero proteggere la democrazia; in pratica sortiscono l'effetto opposto. Il loro obiettivo non è “combattere la disinformazione”, come affermato, bensì controllare la narrazione in un momento in cui le élite politiche europee si trovano ad affrontare livelli di sfiducia pubblica senza precedenti, centralizzando il controllo sul flusso di informazioni e imponendo un'unica “verità” definita da Bruxelles. In breve, la Commissione europea sta costruendo una macchina di censura a livello continentale.

Come ha di recente affermato un diplomatico dell'UE, in modo decisamente orwelliano: “La libertà di parola rimane per tutti. Allo stesso tempo, però, i cittadini devono essere liberi da interferenze”. Ma chi decide cosa costituisce “interferenza”? Chi determina cosa è “vero” e cosa è “falso”? Le stesse istituzioni e gli stessi media che si sono ripetutamente macchiati di allarmismo e disinformazione. Solo poche settimane fa Ursula von der Leyen ha affermato che il sistema GPS del suo aereo era stato disturbato dalla Russia, un'accusa prontamente smentita dagli analisti. Nel frattempo la BBC, spesso considerata un modello di integrità giornalistica, è stata di recente colta in flagrante mentre modificava un discorso di Donald Trump per farlo apparire più estremista.

L'UE afferma di proteggere i cittadini dalle “falsità”, ma su quale base democratica o morale la Commissione si arroga il diritto di decidere cosa sia vero, soprattutto quando è evidente che lo stesso establishment politico-mediatico dell'UE si dedica regolarmente alla disinformazione e alla propaganda? Inoltre quando i cosiddetti verificatori dei fatti indipendenti vengono selezionati e finanziati dalla Commissione stessa, si crea un circolo vizioso: l'UE finanzia istituzioni che poi “verificano” e amplificano le narrazioni dell'UE. Lo Scudo della Democrazia, come i suoi predecessori, istituzionalizza quindi il potere di definire la realtà stessa.

In una serie di reportage ho dimostrato che l'Unione Europea gestisce già un vasto apparato di propaganda e censura che si estende a ogni livello della società civile: ONG, think tank, stampa e persino il mondo accademico. La pietra angolare di questo sistema è una rete di programmi finanziati dall'UE, in particolare CERV (Cittadini, Uguaglianza, Diritti e Valori), Europa Creativa e l'iniziativa Jean Monnet, che convogliano complessivamente miliardi di euro verso organizzazioni che, in teoria, sono “indipendenti” ma in realtà sono profondamente intrecciate con la macchina di Bruxelles.

Solo attraverso il programma CERV, che vanta un budget di quasi €2 miliardi per il periodo 2021-2027, oltre 3.000 ONG hanno ricevuto finanziamenti per realizzare più di 1.000 progetti. Ufficialmente questi fondi promuovono i “valori europei”; in pratica finanziano l'attivismo progressista e filo-europeo: ideologia di genere, multiculturalismo, antinazionalismo e “contrasto all'euroscetticismo”. Molti progetti sono esplicitamente concepiti per “aumentare la fiducia nell'UE” o “contrastare le narrazioni anti-UE”. Nel frattempo le ONG dell'Europa centrale e orientale ricevono generosi finanziamenti per “combattere le narrazioni autocratiche” e “sfidare l'euroscetticismo”, spesso prendendo di mira direttamente i governi in Polonia (sotto la precedente amministrazione) o in Ungheria: strategie di influenza esterna non dissimili da quelle storicamente associate ad agenzie come la USAID.

Il risultato è una pseudo-società civile: una rete di attori nominalmente “dal basso” che fungono da intermediari per la Commissione, amplificandone l'agenda e creando l'illusione di un sostegno popolare alle sue linee di politica.

Lo stesso schema si applica alla stampa. La mia ricerca ha dimostrato che l'UE destina come minimo €80 milioni all'anno direttamente a giornali, emittenti televisive, agenzie di stampa e “partenariati giornalistici”, per un totale di quasi €1 miliardo nell'ultimo decennio. Programmi come IMREG (Misure informative per la politica di coesione) hanno pagato testate giornalistiche per pubblicare articoli che elogiavano i fondi di coesione dell'UE, in alcuni casi senza nemmeno rivelare che il contenuto era finanziato dall'UE. La Commissione lo definisce “sensibilizzazione”; in qualsiasi altro contesto verrebbe chiamato pubblicità occulta o propaganda.

La macchina propagandistica dell'UE si estende anche al mondo accademico. Attraverso il programma Jean Monnet, la Commissione destina circa €25 milioni all'anno a università e istituti di ricerca di tutto il mondo, finanziando oltre 1.500 cattedre Jean Monnet in 700 istituzioni. L'obiettivo non è sostenere la ricerca indipendente, bensì instillare l'ideologia filo-europea nell'istruzione superiore. I documenti ufficiali affermano esplicitamente che i beneficiari sono tenuti ad agire come “ambasciatori dell'Unione europea” e “agenti di comunicazione”, interagendo con la stampa e le ONG. Il mondo accademico è stato di fatto trasformato in uno strumento ideologico.

Con lo Scudo della Democrazia, la Commissione intende ora espandere enormemente questo meccanismo. Propone non solo di istituire quello che di fatto è un Ministero della Verità, ma anche di iniettare ancora più denaro in ONG, stampa “indipendente” e reti di verifica dei fatti incaricate di promuovere i “valori europei”. Di fatto la von der Leyen sta comprando il consenso – e per farlo usa i soldi dei cittadini – annullando i confini tra il super-stato europeo, la stampa, la società civile e il mondo accademico.

E se l'obiettivo dell'UE, in questo caso, fosse semplicemente quello di manipolare la narrazione, sarebbe già abbastanza allarmante, ma il modello attuale indica una diretta interferenza nei processi elettorali. Abbiamo già visto questo scenario in Paesi come la Romania e la Moldavia, dove le élite locali – con il sostegno aperto o tacito di Bruxelles – hanno invocato lo spettro dell'“interferenza russa” (senza fornire prove concrete) per giustificare una palese manipolazione delle elezioni interne. In Romania le autorità hanno annullato le elezioni e impedito al principale candidato populista di partecipare. In Moldavia le autorità filo-europee hanno usato “problemi di sicurezza” per impedire agli espatriati filo-russi di votare. La protezione della democrazia diventa quindi il pretesto per sospenderla, anche se lo Scudo per la Democrazia prevede esplicitamente il rafforzamento della Rete europea di cooperazione per le elezioni e, in modo inquietante, la promozione di “scambi sistematici sull'integrità dei processi elettorali”.

La sete di controllo della Commissione europea non si limita all'informazione e alle elezioni. Ursula von der Leyen ha di recente avviato anche la creazione di una nuova unità di intelligence sotto l'autorità diretta della Commissione europea. L'obiettivo, secondo il Financial Times, è quello di unificare i dati di intelligence degli Stati membri e “migliorare la capacità dell'UE di individuare e rispondere alle minacce”. Il piano prevede la creazione di un servizio europeo di cooperazione in materia di intelligence, di fatto un'agenzia sovranazionale che opererebbe a fianco dei servizi di intelligence nazionali. Ufficialmente rafforzerebbe l'“autonomia strategica”; in pratica funzionerebbe come una sussidiaria della NATO e, per estensione, della CIA, soprattutto perché la stessa proposta auspica esplicitamente un “rafforzamento della cooperazione UE-NATO”.

Ciò evidenzia una più ampia e preoccupante tendenza alla centralizzazione del potere nelle mani della Commissione europea e, più in generale, della von der Leyen. Molti osservatori trovano profondamente inquietante la prospettiva di dotare “l'imperatrice Ursula” di un esercito di spie sovranazionali, operanti al di fuori del controllo dei parlamenti nazionali. Fornire a un'istituzione non eletta e opaca come la Commissione europea un proprio apparato di intelligence rappresenterebbe un'ulteriore tappa nella trasformazione dell'Europa in un colosso tecno-autoritario, che sorveglia non i nemici stranieri, ma i propri cittadini.

Vista in quest'ottica, lo Scudo della Democrazia non è nient'altro che uno strumento per istituzionalizzare ulteriormente un regime di controllo della libertà di parola e della narrazione. Il suo obiettivo è quello di censurare i discorsi online secondo vaghe definizioni di “disinformazione” strumentalizzate politicamente; di costringere piattaforme, giornalisti, accademici e cittadini a conformarsi a una visione del mondo ristretta e approvata dalla Commissione europea; di mettere a tacere il dissenso in nome della “lotta alle interferenze straniere”. Invece sta diventando sempre più chiaro che la vera guerra alla democrazia non è condotta da Mosca o Pechino, ma dall'interno, dalle stesse istituzioni che affermano di difenderla.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 3 marzo 2026

L'UE prepara un'emissione di eurobond da €4.000 miliardi mentre la Russia punta a ritornare al dollaro

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lue-prepara-unemissione-di-eurobond)

L'Unione Europea si sta muovendo con decisione verso l'introduzione degli Eurobond. Al vertice dell'UE al Castello di Alden Biesen in Belgio, numerosi segnali hanno suggerito che il piano multimiliardario di Draghi potrebbe presto vedere la luce. Allo stesso tempo, dal punto di vista geopolitico, un possibile ritorno della Russia sulle scene mondiali sta emergendo come un nuovo problema per Bruxelles.

La capacità di analizzare gli errori e valutare razionalmente percorsi d'azione realistici appartiene, in termini evoluzionistici, alla nostra conditio humana. L'esperienza ci insegna: chi sbatte ripetutamente la testa contro lo stesso muro di mattoni potrebbe non essere il modello di leadership adatto alla situazione. Il mal di testa dovrebbe essere inteso come un segnale d'allarme, non come una motivazione per le prossime iterazioni. Questa osservazione preliminare serve a evidenziare un problema fondamentale nell'Europa odierna.

Le nostre élite politiche stanno conducendo un esperimento socialista sul campo: si scagliano ripetutamente contro lo stesso muro – quello dell'economia europea, delle sue imprese e di circa 450 milioni di cittadini – senza lasciarsi scoraggiare da fallimenti persistenti o da forti mal di testa.

Si potrebbe supporre che si tratti di una struttura estremamente complessa. Dal punto di vista dei decisori politici europei, tuttavia, appare principalmente come una sfida da affrontare con gli strumenti fallaci della pianificazione centralizzata e di un'ignoranza ostinata.

Abbiamo potuto valutare le condizioni di questa “testa” collettiva in Belgio, durante il vertice UE. La cerchia ristretta di Bruxelles, che ruota attorno alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, insieme ai suoi due alfieri politici Emmanuel Macron e Friedrich Merz, aveva diagnosticato il problema in anticipo: l'economia dell'UE manca di competitività. Cina e Stati Uniti hanno fatto passi da gigante dal punto di vista tecnologico e hanno l'audacia di posizionarsi diametralmente opposti all'ideologia europea del controllo centralizzato e della trasformazione verde. Le due superpotenze si rifiutano categoricamente di sbattere la testa contro il muro delle illusioni europee: altrove la CO₂ aiuta le piante a crescere e le mandrie a pascolare, mentre qui viene etichettata come deliberata devastazione del paesaggio.

Al contrario, si sono mossi per deregolamentare radicalmente i loro mercati. I cinesi lo hanno fatto prima; gli americani ora stanno seguendo a pieno ritmo, abbracciando ciò che appare evolutivamente valido: affidare nuovamente il tessuto sociale ai mercati, agli individui e al principio di responsabilità personale.

Valori meritocratici, una rinascita della cultura borghese, forse persino la religione: l'Europa non ne vuole sapere. Qui tutto rimane woke, attentamente controllato dal supremo censore di Bruxelles. Proprio il giorno ddel sopraccitato vertice il Parlamento europeo ha dichiarato che una donna trans è una donna, punto e basta.

Tanti saluti al cosiddetto “ordine basato sulle regole” e ai valori europei. Un ordine che potrebbe essere fondato su molti fattori, ma a quanto pare non sulla ragione e sulla realtà biologica. L'Europa si atteggia a post-illuminista, al di là dei limiti del buon senso.

Torniamo al vertice e alla questione di come risolvere il dilemma economico dell'Eurozona. Una vecchia conoscenza, l'ex-primo ministro italiano ed ex-presidente della BCE, Mario Draghi, ha presentato il progetto per una presunta rinascita dell'Europa due anni fa e potrebbe ora definire il quadro d'azione dell'UE.

Per stemperare la suspense: il club del debito europeo probabilmente sceglierà lo stesso vecchio muro per il suo prossimo atto, dimostrando ancora una volta il suo scetticismo nei confronti del progresso cognitivo. Se Bruxelles ricorresse al piano Draghi nella sua crisi economica, verrebbe attivato un pacchetto di debito da mille miliardi di euro: credito pubblico progettato per catapultare il continente in tecnologie verdi, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e persino tecnologia militare al livello dei suoi rivali geopolitici entro il 2030.

Il quadro finanziario delineato da Draghi è enorme: in cinque anni €800 miliardi all'anno confluirebbero negli Eurobond, a meno che qualche politico ragionevole non riesca a fermare questa rischiosa impresa. €800 miliardi corrispondono a circa il 5% del PIL dell'UE. Questo ulteriore indebitamento, da solo, alle condizioni attuali, aumenterebbe il debito totale degli stati membri di circa il 25%.

Una scommessa fiscale la cui fase di test si è già verificata durante l'emissione di obbligazioni NextGenerationEU nell'era del Covid, con un volume pressoché identico. Sono stati raccolti €750 miliardi e alla fine la Banca Centrale Europea ha dovuto assorbirne gran parte. La domanda di debito europeo appare tiepida; da allora il denaro è confluito nei bilanci del welfare dell'Europa meridionale e in progetti verdi di prestigio.

Bruxelles deve letteralmente piantare i suoi fari politici nel paesaggio, in modo che anche l'ultimo cittadino dell'UE ricordi chi ha trasformato lo scenario culturale in una sorta di distopia hollywoodiana piena di parchi eolici.

Ricorderete Mario Draghi: un tempo primo ministro tecnocratico – ovvero non eletto – dell'Italia, e prima ancora ideatore del programma OMT (Outright Monetary Transactions), lo strumento che durante la crisi del debito del 2012 ha consentito alla BCE di acquistare un numero illimitato di bond di stati europei in difficoltà per regolarne i rendimenti. “Whatever it takes”, dichiarò all'epoca il pomposo Draghi – e ora la sua artiglieria fiscale potrebbe di nuovo colpire problemi le cui cause risiedono meno nella sfera monetaria e più nel tessuto microeconomico e nel clima culturale delle nostre società.

Queste difficoltà non saranno risolte attraverso una macrogestione statale finanziata dal debito. Ciò che manca è lo spirito imprenditoriale. Il continente è eccessivamente regolamentato, i mercati dei capitali sono compromessi e l'apparato statale europeo, in continua crescita, consuma ingenti somme di denaro. Il settore privato fatica a sviluppare modelli di business sostenibili, mentre gli oneri amministrativi e gli appetiti fiscali continuano ad aumentare.

La crisi energetica autoinflitta, nata dalla frenesia della trasformazione verde, è solo uno dei tanti cappi che si stringono attorno al collo dei cittadini dell'UE. Un apparato statale ancor più ipertrofico non allenterebbe questi cappi, li stringerebbe. Su questo non ci sono dubbi.

Per la Germania l'introduzione simultanea degli Eurobond insieme alla manovra Draghi segnerebbe la fine di ogni residua speranza di stabilità fiscale. La strada scelta dall'attuale governo aumenterebbe il debito pubblico di almeno il 5% annuo. Sommando la quota proporzionale di debito in euro di nuova emissione della Germania, si può già prevedere che entro il 2030 la Germania potrebbe facilmente superare il 110% del rapporto debito/PIL.

In altre parole: d'ora in poi lo stato sociale verrebbe finanziato direttamente dalla stampa di denaro.

Il Cancelliere Friedrich Merz ha dimostrato di apprezzare l'unità al vertice con il Presidente francese Emmanuel Macron. Come spesso accade, hanno concordato sulle questioni decisive, ha spiegato Merz, condividendo un senso di urgenza: l'Europa deve agire ora e tornare competitiva, soprattutto nell'industria.

Proprio il settore più gravemente danneggiato dalle stesse politiche ora supervisionate dal cancelliere: imposte più elevate sulla CO₂, legislazione sulle catene di approvvigionamento e una politica energetica che riduce l'ambizione industriale.

Alla fine si è trattato del solito folklore da vertice, niente di più.

Una regola “Compra europeo” dovrebbe guidare la strada, con catene di approvvigionamento più saldamente incentrate in Europa. Ci si potrebbe chiedere come questo continente povero di risorse intenda realizzare tali ambizioni. Soprattutto nel commercio internazionale e nella politica verso la Russia – proprio dove sarebbero disponibili risorse abbondanti e accessibili – l'Europa ha ampiamente abbandonato una valutazione obiettiva. Nei confronti del suo acerrimo nemico, la Russia, una delle nazioni più ricche di risorse al mondo, l'Europa rimane trincerata in uno status di sfida massima.

Il pre-vertice in vista dell'incontro di marzo offre i primi indizi che il finanziamento congiunto del debito potrebbe effettivamente diventare una questione seria. Il Primo Ministro italiano, Giorgia Meloni, con un debito pari a circa il 130% del PIL nella patria del prestito congiunto, potrebbe trovare l'idea di una responsabilità condivisa, in particolare da parte del contribuente tedesco, non del tutto sgradevole.

Mentre Bruxelles danza attorno al vitello d'oro del programma di trasformazione verde e cerca di guadagnare tempo con massicci programmi di debito e pseudo-riforme, dietro le quinte potrebbero verificarsi sviluppi decisivi.

Secondo un memorandum interno del Cremlino visionato da Bloomberg, la Russia starebbe valutando un ritorno al sistema di pagamento in dollari. Dopo anni di sanzioni europee, embarghi americani ed esclusione dallo SWIFT, una simile mossa rappresenterebbe uno shock geopolitico di prim'ordine, isolando ulteriormente l'Unione Europea e alimentando tendenze secessioniste, in particolare nell'Europa orientale.

Il promemoria delinea diverse aree di interessi russo-americani sovrapposti: la cooperazione in materia di energia e materie prime, nonché la possibile integrazione di strumenti finanziari basati sul dollaro nel sistema bancario russo. La Reuters ha confermato l'esistenza di un canale di contatto tra Washington e Mosca.

Sullo sfondo di un'attività sempre più coordinata tra i tre principali attori mondiali – Stati Uniti, Cina e Russia – la strategia di Bruxelles appare sotto una luce diversa. Forse questo spiega i suoi sforzi per cercare partnership strategiche con classici stati in bilico geopolitico come l'India o il blocco del MERCOSUR.

C'è una cosa che accomuna le tre grandi potenze: i rapporti sempre più tesi con Bruxelles e le principali capitali dell'Unione Europea.


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mercoledì 31 dicembre 2025

Euroclear: la linea che l'Europa non può oltrepassare senza infrangere la fiducia globale

L'insistenza sempre più stridente degli eurocrati sulla necessità di sequestrare gli asset russi tradisce qualcosa di molto più rivelatore dell'isteria, o della risolutezza: lo smascheramento di un progetto sostenuto da illusioni e dogmi russofobi, in cui la certezza morale non nasceva dalla convinzione, ma fungeva da meccanismo per gestire la dissonanza cognitiva, un mezzo per evitare realtà che qualsiasi strategia seria avrebbe già dovuto affrontare. Un sequestro degli asset russi parcheggiati in Europa avrebbe accelerato in modo permanente la diversificazione delle riserve monetarie internazionali dall'euro (già adesso superato dal renminbi negli scambi transfrontalieri), ampliato i regolamenti bilaterali, accelerato il rimpatrio dell'oro e incentivato i sistemi di compensazione non occidentali, e l'avrebbe fatto immediatamente. Ciò che viene messo in luce qui non è la vulnerabilità russa, ma l'esaurimento europeo. Quando le economie non riescono più a competere attraverso la produzione, l'innovazione, o la crescita, si rivolgono al banditismo. Il sequestro degli asset russi non sarebbe stato un segno di forza, ma il comportamento terminale di un sistema che ha esaurito i soldi dello “zio ricco” e ha iniziato a consumare le proprie fondamenta. Alla luce dei nuovi sviluppi, possiamo affermare che il sequestro degli asset russi era la proposta “ridicola” dell'UE. In questo modo ha ottenuto la giustificazione per “ridimensionare” le sue richieste e continuare con l'esperimento delle obbligazioni SURE. Ricordate: senza debito comune e unione fiscale l'UE è morta domani. Se ottiene entrambe, allora poi avrà ciò che le serve per sottoporre gli allocchi che comprano i bond comuni a un haircut e successivamente prolungare la propria vita coi “perpetual bond”. Il Digital Services Act, l'intimidazione delle piattaforme e il controllo del dissenso sono tutti finalizzati al controllo preventivo dei danni. Le élite europee sanno che le conseguenze di questa linea di politica ricadranno direttamente sulle famiglie europee. Chi pagherà per tutto questo non siede nei palazzi della Commissione, ma è rappresentato da coloro le cui pensioni, valute e tenore di vita vengono e verranno silenziosamente sacrificati per preservare un'illusione di potere in declino. Ecco perché il dissenso deve essere neutralizzato prima che si possa tentare la confisca. Non dopo. La critica è stata preventivamente riclassificata come disinformazione; il dibattito pubblico è stato ricodificato come pericolo esistenziale; la libertà di parola stessa è stata riformulata come una minaccia alla sicurezza. Gli imperi non crollano perché vengono sfidati; crollano perché cannibalizzano i sistemi che un tempo li rendevano legittimi.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/euroclear-la-linea-che-leuropa-non)

L'alleanza che finanzia la guerra in Ucraina si trova ad affrontare un nuovo problema: sette membri dell'Unione Europea vogliono bloccare l'espropriazione degli asset della banca centrale russa detenuti presso Euroclear. Ciò mette a rischio la continuazione del finanziamento della guerra in Europa dell'est. Allo stesso tempo incombe lo spettro di una crisi finanziaria, la quale lascerebbe, ancora una volta, i contribuenti a dover pagare il conto.

La maratona negoziale tra i rappresentanti di Ucraina, UE e Regno Unito, con una delegazione statunitense in qualità di mediatrice, prosegue a Berlino. Come di consueto è accompagnata dalle classiche frasi sui “progressi” lungo la strada della pace e dalle rassicurazioni che circa il 90% dell'obiettivo è già stato raggiunto.

Quanto peso meriti effettivamente questo risultato provvisorio diventerà chiaro nelle prossime settimane. Aspettatevi un'intensificazione frenetica della macchina della propaganda, droni sugli aeroporti (e sulla residenza di Wolfram Weimer) e una crescente pressione sul presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. La situazione militarmente precaria delle forze armate ucraine si scontra ora con una situazione finanziaria quasi altrettanto drammatica tra i creditori di Kiev.

Tutto fa pensare che la pressione per recidere il nodo gordiano sia crescente, azione da effettuare il prima possibile, mentre i costi della guerra da entrambe le parti minacciano di sfuggire al controllo.

Ciò riporta in primo piano gli ultimi sviluppi nel dibattito sull'espropriazione della banca centrale russa e dei suoi asset parcheggiati presso Euroclear.


Una linea di demarcazione critica

Euroclear potrebbe trasformarsi in una Waterloo per la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Sta lavorando a pieno ritmo per trasformare l'attuale crisi in una massiccia espansione di potere per Bruxelles e, di conseguenza, per la sua Commissione.

A Ungheria, Slovacchia e Belgio, già apertamente critici dell'espropriazione dei beni russi, si sono ora aggiunti Italia, Bulgaria, Malta e Cipro. La resistenza all'escalation di Bruxelles cresce di giorno in giorno.

In particolare questa resistenza coincide con un netto cambiamento di tempistica. Da quando gli Stati Uniti si sono di fatto ritirati dal finanziare l'Ucraina, la realtà finanziaria dell'Europa è emersa prorompente: senza l'accesso a circa €210 miliardi di asset russi – di cui circa €25 miliardi distribuiti tra vari stati dell'UE – continuare a finanziare questa guerra di logoramento sarà arduo.

Tutti i principali creditori – Germania, Francia e Regno Unito – hanno da tempo sforato i propri bilanci e stanno accumulando nuovi livelli di debito tra il 4 e il 6%. Il progetto ucraino è sull'orlo del collasso fiscale.


L'illusione dell'espropriazione come ancora di salvezza

Ciò che si sta tentando di fare è tanto semplice quanto pericoloso. Questi asset – in parte titoli di stato, in parte obbligazioni scadute in valuta estera – saranno utilizzati come garanzia per ulteriori prestiti. L'Europa è già intrappolata in una spirale di debito e sta attingendo a ogni fonte di finanziamento rimanente. Persino il nemico non è più off-limits per il duo Londra-Bruxelles.

Gli osservatori sensibili alla fraseologia politica e alla grandiosità politica avevano capito già nell'aprile 2022 cosa si sarebbe verificato: in uno stato di euforica ed eccessiva sicurezza, i policymaker avevano commesso un errore di calcolo catastrofico e costruito uno scenario in cui una Russia sconfitta sarebbe stata costretta a pagare tutte le riparazioni di guerra. Ciò avrebbe permesso all'Europa di escludere agevolmente le proprie banche, profondamente coinvolte nei finanziamenti all'Ucraina.

La storia offre uno schema familiare: banchieri e politici che lavorano fianco a fianco, questa volta a Kiev. Molti attendevano già il giorno della sottomissione di Putin, seguito dal cambio di regime a Mosca e dall'avvio dell'estrazione su larga scala dell'immensa ricchezza di materie prime russe. Il sistema bancario europeo sarebbe stato ricapitalizzato e il problema energetico risolto una volta per tutte.

Quel calcolo è chiaramente fallito. Invece sarà il contribuente europeo a sopportare le perdite.


L'Ucraina come rischio sistemico

Senza garanzie di credito l'Ucraina sarebbe già insolvente. Un suo crollo disordinato colpirebbe il sistema bancario europeo come una detonazione nucleare. Non esiste un modo realistico per evitare che il settore pubblico assorba alla fine queste ingenti passività creditizie.

Ciò riporta inevitabilmente al centro della scena il dibattito sull'espansione degli eurobond, formalmente vietati dalla legislazione dell'UE, che potrebbero essere reintrodotti direttamente come obbligazioni di guerra europee.

Con il programma “NextGenerationEU” questa strada apparentemente proibita è già diventata di fatto realtà. Bruxelles ha raccolto €800 miliardi sui mercati dei capitali attraverso questo meccanismo. Questi fondi alimentano la smisurata macchina dei sussidi dell'UE e sono ora strutturalmente integrati nella sua architettura di potere, sempre sostenuti dalla BCE.

Bruxelles sta già agendo come emittente di obbligazioni sovrane a pieno titolo, aumentando ulteriormente l'esposizione al rischio di debito e i livelli di debito degli stati membri. L'Europa si è infilata in un vicolo cieco sia geopolitico che finanziario, un esito prevedibile da anni.


Euroclear e la violazione della fiducia

La cronica negazione della realtà e l'incompetenza radicata della leadership politica dell'UE e del Regno Unito sfidano ogni spiegazione razionale. Ancor più degna di nota è la crescente resistenza attorno a Euroclear, nonostante Bruxelles cerchi di imporre la decisione a maggioranza semplice, se necessario.

Vi è motivo di un cauto ottimismo sul fatto che Paesi come l'Italia comprendano cosa significherebbe l'espropriazione degli asset della banca centrale russa presso Euroclear per la stabilità finanziaria dell'Eurozona. L'iniziativa del Primo Ministro italiano, Giorgia Meloni, di salvaguardare con discrezione l'oro della banca centrale italiana in gestione alla BCE sottolinea che Roma sa esattamente cosa c'è in gioco. L'Italia sarebbe ben posizionata per un potenziale rilancio di una moneta sovrana.

Il danno causato dall'espropriazione dei beni russi sarebbe massimo: una perdita totale di credibilità e dei principi del diritto commerciale indispensabili per le transazioni bancarie e internazionali. L'intero sistema finanziario globale – tra saldo delle transazioni e custodia dei beni – si basa sulla fiducia: sull'assoluta stabilità dei suoi pilastri fondamentali.

Istituzioni come Euroclear sono tra questi pilastri. Non si limitano a salvaguardare i flussi di transazioni internazionali, ma li rendono possibili. Una volta che questo fondamento viene danneggiato, a rischio c'è molto più di un semplice segnale politico: c'è in gioco la stabilità dell'intero Eurosistema.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 19 novembre 2025

Il piano dell'UE per soffocare la privacy online è terrificante

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto ptobabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Nick Corbishley

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-piano-dellue-per-soffocare-la)

I lettori abituali ormai conoscono il Digital Services Act (DSA) dell'UE di cui abbiamo parlato in diverse occasioni dal luglio 2023. Per chi non lo sapesse, una breve introduzione: il DSA impone alle piattaforme online di grandi dimensioni (VLOP) e ai motori di ricerca online di grandi dimensioni (VLOSE) l'obbligo legale di intervenire tempestivamente contro i contenuti illegali ospitati sulle loro piattaforme, rimuovendoli, bloccandoli, o fornendo determinate informazioni alle autorità competenti.

I VLOP e i VLOSE sono inoltre tenuti ad adottare misure contro rischi che vanno oltre i contenuti illegali, tra cui vaghe minacce al “dibattito civile”, ai “processi elettorali” e alla “salute pubblica”. Spetta alla Commissione o alle autorità nazionali definire cosa potrebbero comportare tali minacce. È qui che ha iniziato a prendere forma il regime di censura di massa dell'UE.

L'obiettivo principale del DSA è combattere, ovvero sopprimere, la disinformazione online, non solo in Europa ma potenzialmente in tutto il mondo. Si inserisce in una tendenza più ampia dei governi occidentali e delle istituzioni delle Nazioni Unite che spingono per censurare le informazioni su Internet, perdendo gradualmente il controllo sui principali filoni narrativi.

Le piattaforme che violano la legge rischiano multe salate, fino al 6% del loro fatturato annuo globale. Pertanto è lecito supporre che pecchino di prudenza, cancellando contenuti che potrebbero essere considerati dannosi, anche quando sono del tutto legali. Inizia così la china scivolosa della censura sistemica online.

Come ha avvertito il giudice tedesco in pensione, Manfred Kölsch, in un editoriale sul Berliner Zeitung, il DSA non solo rappresenta una minaccia esistenziale alla libertà di parola in Europa, ma viola anche molte delle leggi dell'UE sulla libertà di espressione e di informazione:

Uno sguardo attento dietro la facciata dello stato di diritto rivela che il DSA mina consapevolmente il diritto alla libertà di espressione e di informazione garantito dall'articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE, dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dall'articolo 5 della Legge fondamentale (la Costituzione scritta della Germania, approvata dagli alleati nel 1949, quando fu istituito il primo governo del dopoguerra nella Germania occidentale).
Il testo dell'articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea recita quanto segue:

Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o comunicare informazioni e idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
Come avevamo anticipato nel 2023, è probabile che le ripercussioni del DSA si estendano ben oltre i confini dell'UE e potrebbero persino avere portata globale, proprio come il suo predecessore, il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Tali preoccupazioni sono state ribadite da un rapporto pubblicato a gennaio dalla Commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, che ha definito il DSA una “minaccia di censura estera”:

[Il rapporto] include informazioni non pubbliche su come la Commissione europea e le autorità nazionali attuano le norme, tra cui informazioni riservate provenienti da workshop dell'UE, e-mail tra l'esecutivo dell'UE e le aziende, richieste di rimozione di contenuti in Francia, Germania e Polonia, e resoconti di riunioni della Commissione con le aziende nel settore tecnologico.

“Sulla carta il DSA è pessimo; nella pratica è anche peggio”, si legge nel rapporto.

“I censori europei” nella Commissione e nei Paesi dell'UE “prendono di mira i dibattiti politici che non sono né dannosi né illegali, tentando di soffocarli su temi come l'immigrazione e l'ambiente”. La loro censura è “in gran parte unilaterale” nei confronti dei conservatori.

Queste affermazioni sono supportate dalle recenti dichiarazioni del fondatore di Telegram, Pavel Durov, secondo cui all'inizio di quest'anno i funzionari dell'intelligence francese lo avrebbero contattato con la richiesta di censurare contenuti filo-conservatori in vista delle elezioni rumene del maggio 2025, una richiesta che lui afferma di aver rifiutato. Come scrive Le Monde, Durov non ha fornito alcuna prova a sostegno di queste affermazioni. Tuttavia, visti gli sforzi compiuti dall'UE per intromettersi nelle elezioni rumene, non si tratta certo di ipotesi inverosimili.

È interessante notare che le controversie diplomatiche sulla formulazione del DSA sono solo una delle numerose questioni che ostacolano l'accordo commerciale tra UE e Stati Uniti. Secondo il Financial Times, l'UE sta cercando di impedire agli Stati Uniti di prendere di mira le norme digitali dell'Unione, mentre le due parti si scontrano sui dettagli finali di una dichiarazione posticipata:

I funzionari dell'UE hanno affermato che i disaccordi sul linguaggio relativo alle “barriere non tariffarie” – che gli Stati Uniti hanno precedentemente affermato includere le norme digitali – sono tra le ragioni del ritardo nella dichiarazione congiunta.

Inizialmente era previsto pochi giorni dopo l'annuncio di un accordo commerciale da parte della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avvenuto il 27 luglio in Scozia. Due funzionari dell'UE hanno affermato che gli Stati Uniti volevano lasciare la porta aperta a possibili concessioni sul Digital Services Act dell'Unione, che obbliga le Big Tech a controllare le proprie piattaforme in modo più aggressivo. La Commissione ha affermato che allentare quelle regole rappresenta una linea rossa.


Chat Control

Nel frattempo Bruxelles sta spingendo con forza su un altro fronte: il cosiddetto Regolamento per la prevenzione e la lotta contro gli abusi sessuali sui minori. Denominata legge “Chat control”, la proposta mira a frenare la diffusione di materiale pedopornografico (CSAM) online. Sebbene si tratti di un obiettivo lodevole, il modo in cui l'UE lo sta perseguendo non solo minaccia i diritti fondamentali e le tutele di tutti, ma rischia anche di trasformare Internet in un ambiente ancora più centralizzato e sorvegliato.

Nella sua forma attuale la legge sul controllo delle chat impone di fatto la scansione delle comunicazioni private, comprese quelle attualmente protette dalla crittografia end-to-end. Se entrerà in vigore, le piattaforme di messaggistica, tra cui WhatsApp, Signal e Telegram, saranno tenute a scansionare ogni messaggio, foto e video inviato dagli utenti, anche se crittografati, a partire da ottobre.

Come scrive il Brussels Signal, il meccanismo al centro della proposta si chiama scansione lato client e la presidenza semestrale a rotazione della Danimarca nel Consiglio dell'UE è determinata a portarla avanti: infatti la ripresentazione della legislazione sul controllo delle chat, proposta per la prima volta nel 2022, è stato il primissimo passo formale della presidenza dopo la sua assunzione delle funzioni a luglio:

Attraverso la scansione lato client, il contenuto viene analizzato sul dispositivo dell'utente prima della crittografia. Per il lettore meno esperto di tecnologia, questo significa aprire una backdoor permanente che aggira le garanzie di privacy di una comunicazione sicura. Sarebbe come far leggere le lettere dallo stato prima di sigillare la busta, e sottoporrebbe i messaggi privati ​​di ogni cittadino dell'UE a un controllo automatizzato. I lettori della Germania dell'Est potrebbero trovare familiari questi strumenti stasiani; la maggior parte non vorrebbe che tornassero di moda, né in Germania né altrove.

Purtroppo, invece di leggere le opinioni dei presenti e studiare versioni alternative e più blande della legislazione, (la prima ministra danese Mette) Frederiksen ha scelto di puntare ancora di più su questo grave errore politico e storico. Ben 19 Stati membri dell'UE ora sostengono la proposta. La Germania rimane per il momento non impegnata, ma probabilmente avrà un ruolo fondamentale. Infatti se Berlino si unisse al campo del “sì”, un voto a maggioranza qualificata – che richiede 15 Stati membri e che rappresentino il 65% della popolazione dell'UE – potrebbe portare all'approvazione della legge entro metà ottobre. La presidenza danese sta guidando questo processo attraverso i gruppi di lavoro del Consiglio, con l'obiettivo di definire le posizioni entro il 12 settembre 2025. L'unico passaggio che mancherebbe sarebbe il voto finale di ottobre.

Gli svantaggi del Chat Control dell'UE sono evidenti, osserva l'articolo di Brussels Signal, e dovrebbero essere sufficienti a indurre le nazioni europee a respingerlo, cosa che ovviamente non accadrà:

Una volta implementato, il sistema potrebbe estendersi oltre i contenuti pedopornografici (CSAM), praticamente a qualsiasi altro contenuto, come il dissenso politico – una preoccupazione sicuramente ragionevole, visto che in Gran Bretagna Starmer si sta impegnando a fondo per vietare le VPN, che al principale candidato presidenziale francese è stato impedito di candidarsi alle prossime elezioni, o che in Germania quasi 10.000 persone vengono incriminate ogni anno per aver condiviso online meme e barzellette “politicamente scorrette”. Infatti, mentre gli eurocrati cercano di spiare le vostre conversazioni online, Bruxelles sta anche spingendo per una moderazione aggressiva dei contenuti ai sensi del Digital Services Act.

Gli svantaggi sono quindi evidenti e dovrebbero di per sé spiegare perché questa legislazione dovrebbe essere respinta con fermezza dalle nazioni europee. E i vantaggi? Sono molto meno chiari. Un anno fa l'Europol ha osservato in un rapporto che i criminali più sofisticati utilizzano spesso piattaforme segrete e non regolamentate, rendendo la scansione di massa inefficace contro gli obiettivi designati e gravando i cittadini comuni con tutto il peso di un Leviatano repressivo. Piattaforme incentrate sulla riservatezza come Signal hanno minacciato di uscire dal mercato dell'UE piuttosto che adeguarsi. Dovrebbero farlo, ma ciò danneggerebbe l'economia digitale europea e spingerebbe gli utenti verso alternative meno sicure.

L'esperienza del Regno Unito con le norme di verifica dell'età previste dall'Online Safety Act offre un assaggio di quanto caos possa essere generato dalle misure repressive governative sull'accesso e la libertà di parola online. Uno degli impatti più significativi finora è stata la proliferazione di soluzioni alternative, tra cui VPN e altri modi ingegnosi per aggirare i sistemi di verifica dell'età.

Come sta lentamente imparando il governo di Keir Starmer, cercare di limitare l'accesso delle persone a Internet è un gioco del tipo “colpisci la talpa” – e il governo inglese è destinato a perdere. Nel frattempo l'Online Safety Act ha scatenato una nuova ondata di disobbedienza civile di massa, in particolare tra i giovani utenti esperti di tecnologia.


“Una lezione magistrale di conseguenze indesiderate”

Come sottolinea il Centre for European Policy Analysis, le conseguenze indesiderate stanno rapidamente aumentando:

Inviando i minori a navigare attraverso le VPN, la legge del Regno Unito potrebbe averli inavvertitamente esposti a spazi online più rischiosi e meno regolamentati. Molti servizi VPN gratuiti non sono affatto scudi per la privacy, ma strumenti di raccolta dati che vendono le informazioni degli utenti a operatori sconosciuti all'estero. Nel tentativo di bloccare i contenuti dannosi, i governi potrebbero spingere i minori verso angoli più oscuri e meno regolamentati di Internet.
Le restrizioni hanno messo ulteriormente a dura prova il rapporto “speciale” del Regno Unito con gli Stati Uniti, determinati a proteggere gli interessi finanziari delle proprie aziende, aprendo al contempo un vaso di Pandora di complicazioni legali.

Anche la BBC ha riferito che le piattaforme stanno intensificando la censura dei contenuti a seguito dell'Online Safety Act, in particolare su questioni delicate come la guerra in Medio Oriente e la guerra in Ucraina.

Newsweek ha descritto l'Online Safety Act come “un esempio lampante di conseguenze indesiderate e di regolamentazione simbolica”:

Quando il primo ministro britannico Keir Starmer ha di recente dichiarato al presidente Donald Trump: “Abbiamo avuto libertà di parola per molto tempo, quindi, ehm, ne siamo molto orgogliosi”, ci si è chiesti: di cosa è esattamente orgoglioso?

Si riferisce alle 30 persone al giorno che il suo governo arresta per aver pubblicato contenuti “offensivi” online? O forse è orgoglioso del fatto che il suo governo abbia minacciato gli americani di accuse penali per il mancato rispetto dell'Online Safety Act?

E mentre l'Online Safety Act è stato istituito con il pretesto di proteggere i minori online, il governo inglese è anche inspiegabilmente coinvolto in un effetto Streisand, avendo annunciato di aver avviato un'indagine su quattro aziende che gestiscono 34 siti web pornografici. In sostanza, denunciando l'accaduto, l'autorità di regolamentazione ha indicato ai minori dove possono accedere a contenuti pornografici senza dover utilizzare la verifica dell'età [...].

Gli inglesi stanno reagendo con una petizione per abrogare la legge, la quale ha già raccolto oltre 450.000 firme. I legislatori americani farebbero bene a prestare attenzione ed evitare di commettere gli stessi errori. Possiamo proteggere i nostri figli senza sacrificare i principi fondamentali di un Internet libero e aperto.


Cavallo di Troia

Dall'entrata in vigore delle norme di verifica dell'età dell'Online Safety Act, “tutti gli utenti Internet del Regno Unito hanno accesso solo a una versione del web a prova di bambino, a meno che non siano disposti a sottoporsi a procedure di verifica dell'età invasive”, afferma Rebecca Vincent del gruppo per i diritti digitali Big Brother Watch. Oppure a ricorrere a soluzioni alternative.

Questo è un punto chiave: come abbiamo avvertito fin da novembre dello scorso anno, la verifica dell'età online è il cavallo di Troia per l'adozione di massa dei sistemi di identità digitale, che sono diventati silenziosamente una realtà legale nel marzo 2024.

Con l'entrata in vigore dell'Online Safety Act, tutti dovranno sottoporsi a un controllo online dei documenti per accedere ai social media e ad altri importanti servizi inter-utente, che il disegno di legge definisce servizi di Categoria 1. Anche le tecnologie di riconoscimento facciale vengono utilizzate, nonostante i loro innumerevoli difetti. Una volta che ci iscriveremo a questi processi di verifica, il nostro accesso ai contenuti sarà sempre più controllato avverte il giornalista Tim Hinchliffe, citando la spiegazione dello stesso Online Safety Act fornita dal governo britannico:

Gli utenti adulti di tali servizi [di Categoria 1] potranno verificare la propria identità e accedere a strumenti che consentiranno loro di ridurre la probabilità di visualizzare contenuti di utenti non verificati e di impedire a questi ultimi di interagire con i propri contenuti. Ciò contribuirà a impedire ai troll anonimi di contattarli.

La legislazione UE sul controllo delle chat presenta pericoli simili. Il sito web Fight Chat Control evidenzia sei potenziali rischi, intenzionali o meno:

• Sorveglianza di massa: “Ogni messaggio privato, foto e file viene scansionato automaticamente: non c'è bisogno di sospettare nulla, nessuna eccezione (a parte i politici dell'UE che pretendono la propria privacy), anche le comunicazioni criptate”.

• Violazione della crittografia: “Indebolire o violare la crittografia end-to-end espone le comunicazioni di tutti, compresi i dati sensibili finanziari, medici e privati, a hacker, criminali e attori ostili”.

• Diritti fondamentali: “Lede i diritti fondamentali alla privacy e alla protezione dei dati, garantiti dagli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti dell’UE, diritti considerati fondamentali per i valori democratici europei”.

• Falsi positivi: “Gli scanner automatici identificano sistematicamente contenuti innocenti, come foto di vacanze o barzellette private, come illegali, esponendo le persone comuni al rischio di false accuse e indagini dannose”.

• Protezione inefficace dell'infanzia: “Gli esperti e le organizzazioni per la protezione dell'infanzia, tra cui le Nazioni Unite, avvertono che la sorveglianza di massa non riesce a prevenire gli abusi e, di fatto, rende i bambini meno sicuri, indebolendo la sicurezza di tutti e distogliendo risorse da misure di protezione comprovate”.

Precedente globale: “Crea un pericoloso precedente globale che consente ai governi autoritari, citando le politiche dell'UE, di implementare una sorveglianza invasiva in patria, minando la privacy e la libertà di espressione in tutto il mondo”.

C'è poi un altro punto chiave, sollevato da Meredith Whitaker, amministratore delegato dell'app di messaggistica crittografata Signal, durante le discussioni sull'Online Safety Act del Regno Unito un paio di anni fa. La Whitaker aveva avvertito che l'implementazione dell'Online Safety Act da parte del Regno Unito sarebbe stata vista come un precedente dai regimi più repressivi, i quali avrebbero raddoppiato le proprie attività di sorveglianza e censura su Internet. Stando alle parole del Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, la tendenza è “senza precedenti” e “un cambiamento di paradigma”.

Questo spiega anche perché l'attuale direzione di marcia è così pericolosa: si sta verificando a livello mondiale.

Sebbene la protezione dei minori sia un comodo pretesto per rimodellare Internet, la vera motivazione alla base di normative come l'Online Safety Act e il Chat Control dell'UE è, beh, il controllo, non solo per i minori, ma per tutti. Come scrive Juliet Samuel sul Times di Londra, i funzionari del Regno Unito hanno persino ammesso in un recente caso presso l'Alta Corte “che [l'Online Safety Act] ‘non mira principalmente a [...] la protezione dei minori’, ma riguarda la regolamentazione di ‘servizi che hanno un'influenza significativa sul dibattito pubblico’, un'espressione che tradisce la filosofia politica alla base della legge stessa”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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