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giovedì 14 giugno 2018

L'ennesima crisi finanziaria in Argentina





di Daniel Lacalle & Joseph T. Salerno


Quando viaggio in Argentina, sento spesso dai politici locali che il cuneo fiscale deve essere aumentato perché "le entrate sono insufficienti".

La prima domanda che mi viene in mente è cosa significhi "insufficiente". Il problema del deficit fiscale argentino non è stato generato da un basso carico fiscale, ma da uno troppo alto.

Il Global Competitiveness Report del World Economic Forum 2017-2018 mostra che l'Argentina ricopre la posizione 92 tra i 138 Paesi analizzati. L'aspetto più preoccupante è che il carico fiscale dell'Argentina è il più alto tra le 138 economie.

Tra il 2002 e il 2017 la pressione fiscale del Paese è aumentata di oltre 10 punti di PIL, mentre l'inflazione è aumentata vertiginosamente.

Questi due fattori, inflazione e alta tassazione, incidono negativamente sulla competitività e sulla facilità di attrarre capitali, investire e creare posti di lavoro, relegando una nazione dal potenziale enorme, come l'Argentina, nelle posizioni finali dell'indice del World Economic Forum, quando invece potrebbe essere in cima.

Inflazione eccessiva e tasse elevate sono due fattori quasi identici che nascondono una spesa pubblica eccessiva, la quale ha frenato l'attività economica. La spesa pubblica consolidata ha raggiunto il 47.9% del PIL nel 2016, una cifra chiaramente sproporzionata. Anche se consideriamo la spesa pubblica primaria, cioè escludendo il costo del debito, essa è raddoppiata tra il 2002 e il 2017.

Secondo il Ministero del Lavoro, l'occupazione pubblica rappresenta oltre l'11% del budget e solo due province hanno una percentuale di occupazione pubblica inferiore al 30% del totale. Se prendiamo tutte le province, sette hanno una forza lavoro nel settore pubblico che supera quella privata — tra il 51% e il 69% — e oltre il 65% delle province ha una percentuale di occupazione pubblica che supera il 40% del totale. Il Ministero del Lavoro stima oltre 3.5 milioni di posti di lavoro nelle amministrazioni nazionali, provinciali e municipali, una cifra che è aumentata del 60% dal 2002.

Non è esclusivamente un problema di impiego pubblico. Le tre voci che hanno visto il maggiore aumento nella spesa pubblica tra il 2002 e il 2017 sono salari, previdenza sociale e sussidi al settore privato, secondo il Ministero delle Finanze. Questa terza voce è molto importante.

L'Argentina ha alimentato un modello economico che ha aumentato in modo sproporzionato il carico fiscale sui settori più produttivi per sovvenzionare i settori a più bassa produttività e pagare il massiccio aumento dell'occupazione pubblica. Cioè, è un modello fiscale che scoraggia gli investimenti privati ​​non sovvenzionati e incoraggia i settori in cerca di privilegi. Pertanto non sorprende se l'aumento della produttività sia molto basso e se le entrate fiscali non migliorino, spingendo i deficit più in alto attraverso spese elevate ed entrate inferiori.

Poiché le entrate sono insufficienti e gli afflussi di capitali si deteriorano, il divario viene finanziato attraverso la repressione fiscale e monetaria — stampando denaro per pagare le spese del settore pubblico — cosa che danneggia settori altamente produttivi, scoraggia l'attività privata e riduce gli investimenti a lungo termine. E non è qualcosa che può essere risolto con aumenti delle tasse.

Se guardiamo alle economie europee, possiamo vedere come gli aumenti delle tasse non solo non abbiano risolto i deficit fiscali, ma hanno generato un ritardo nell'uscita dalla crisi, aumentando anche l'indebitamento. I deficit sono stati ridotti, ma non abbastanza, e il debito pubblico supera l'89% del PIL. Uno studio del Centro per la Ricerca Economica Europea (ZEW) avverte del rischio di perdita di investimenti nell'Unione Europea se si persevera con una tassazione non competitiva e predatoria in cui le imprese e i cittadini pagano fino al 40% del loro reddito in tasse dirette ed indirette.

Le soluzioni che sono state imposte nella maggior parte delle economie sviluppate sono fallite proprio perché implementano un modello estrattivo che penalizza gli investimenti e i settori più produttivi per sostenere un'eccessiva spesa pubblica.

Se guardiamo alla tendenza globale, gli Stati Uniti mostrano che una fiscalità attraente, orientata alla crescita, genera più occupazione e maggiori investimenti. L'Argentina, con il carico fiscale più elevato in America Latina, subisce un effetto negativo e cumulativo: i settori che dipendono da sussidi ed entrate fiscali diventano un peso per la società, e gli investimenti produttivi e l'occupazione privata ne soffrono.

Tutti questi squilibri vengono mantenuti dalla liquidità in eccesso e dai bassi tassi d'interesse. Ma quest fattori esterni alla fine cambiano, e quando accade, accade improvvisamente.

La tassazione in Argentina dovrebbe mirare a migliorare le basi imponibili e ad aumentare gli investimenti produttivi e l'occupazione privata, valutando al tempo stesso le spese per renderle sostenibili. In caso contrario, il futuro adeguamento sarà molto più doloroso di quanto immaginiamo.

La scorsa settimana l'Argentina ha sofferto per l'ennesima "crisi della valuta". Il peso argentino (ARS) si è deprezzato del 9% rispetto al dollaro statunitense (USD), passando da circa 20.50 ARS per USD a 22.25 USD. Per arginare lo slittamento del peso, la banca centrale argentina ha aumentato il suo tasso d'interesse target (il tasso di riferimento repo a 7 giorni) dal 30.5% al ​​40% in due giorni consecutivi. Ciò è avvenuto in seguito ad un aumento dei tassi di 3 punti percentuali la settimana precedente, durante il quale la banca ha anche venduto $5 miliardi di riserve. La banca centrale ha anche annunciato che avrebbe utilizzato "tutti gli strumenti a sua disposizione" per ridurre l'inflazione — che si è attestata al 25% anno/anno a marzo — al suo target: 15%. I politici hanno preso atto del fatto che il Ministro delle Finanze ha dichiarato in una conferenza stampa che il governo aveva tagliato il suo obiettivo per il deficit di bilancio dal 3.2% al 2.3% del PIL.

A seguito di queste mosse politiche, il peso ha cessato il suo declino e ha recuperato l'1.7% del suo valore rispetto al dollaro USA. Per ora, i mercati si sono calmati e, secondo i commentatori nei media e gli analisti finanziari (qui, qui e qui), la crisi è stata (almeno temporaneamente) risolta. Come ho sottolineato in un post precedente, il deprezzamento del peso non è una crisi di per sé che richiede un trattamento correttivo. Una crisi della valuta è un segnale di avvertimento salutare, come quando il termometro ci segnala la presenza di febbre. La vendita di riserve e l'inversione dei flussi di capitale a breve termine, aumentando i tassi d'interesse per sopprimere l'aumento dei prezzi delle valute estere, equivale ad immergere il termometro in acqua ghiacciata, cosa che non fa assolutamente nulla per affrontare la malattia di base del paziente.

La vera crisi di cui soffre l'Argentina è un fallimento cronico della politica monetaria. Questo fatto non è nemmeno stato accennato nei resoconti dei media generalisti. È stato dato per scontato che, dal momento che Mauricio Macri è diventato presidente nel dicembre 2015, l'Argentina avrebbe intrapreso un percorso virtuoso verso la deregolamentazione, la riduzione dei deficit e la disinflazione. Ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Tuttavia, nonostante il successo di Macri nel raggiungere i primi due obiettivi, è stato un disastro sul fronte dell'inflazione come il suo predecessore di sinistra. Ci basta esaminare due indicatori per verificare questa affermazione: il tasso di cambio USD/ARS e il tasso di crescita dell'offerta di moneta argentina (M2) da quando Macri è in carica.

Come ha sottolineato Ludwig von Mises all'inizio del XX secolo, l'indicatore più sensibile dell'inflazione dei prezzi è il tasso di cambio. Come possiamo vedere dal grafico qui sotto, il prezzo di un dollaro è salito da circa 13 pesos alla fine del 2015, quando Macri ha chiuso i controlli sui cambi, a 22 pesos di oggi, un deprezzamento del 70% rispetto al dollaro.


L'unica causa dell'inflazione dei prezzi e del deprezzamento della valuta, come disse anche Mises, è l'espansione artificiale dell'offerta di moneta da parte della banca centrale. Deficit di bilancio e bassi tassi d'interesse non sono la causa dell'inflazione, ma solo i principali motivi per cui governi e banche centrali adottano politiche monetarie espansive. I grafici qui sotto mostrano che dopo i due anni di presidenza di Macri, il tasso di crescita annuo della massa monetaria non è mai sceso al di sotto del 25% annuo e per i primi tre trimestri del 2017 ha superato il 45% all'anno.



Né una riduzione dei deficit di bilancio, né un aumento dei tassi d'interesse impediranno future crisi della valuta. I deficit di bilancio possono essere finanziati da prestiti non inflazionistici da parte di investitori stranieri. Gli aumenti prudentemente orchestrati dei tassi d'interesse da parte delle banche centrali sono inutili perché, a meno che i mercati del credito non siano liberi di scoprire il tasso d'interesse "naturale" che equipara l'offerta e la domanda di fondi risparmiati volontariamente, l'offerta di moneta continuerà ad espandersi, volenti o nolenti. I prezzi continueranno quindi a salire e la valuta si svaluterà a singhiozzo.

Quindi dimenticatevi degli interventi nei mercati dei cambi! Dimenticatevi delle manipolazioni dei tassi d'interesse! Dimenticatevi degli obiettivi d'inflazione e della riduzione del deficit! Se il governo argentino è seriamente intenzionato a liberare il Paese dalla (presunta) piaga delle crisi della valuta, tutto ciò che deve fare è ordinare alla banca centrale di cessare tutte le operazioni di mercato aperto e di prestito. Ciò congelerebbe l'ammontare delle riserve bancarie e della valuta del Paese (ovvero "la base monetaria"), bloccando ulteriormente l'espansione dell'offerta di moneta e consentendo al tasso d'interesse di trovare il suo livello naturale. Potrebbero inizialmente verificarsi una recessione e un ulteriore deprezzamento del tasso di cambio, in caso di liquidazione di investimenti improduttivi ed aggiustamento di prezzi, salari e produzione alle preferenze dei consumatori. Alla fine questa strada farà sì che il peso si apprezzi sui mercati dei cambi. A quel punto i politici potrebbero avviare una discussione sull'attuazione di una politica anti-inflazione più permanente, come l'abolizione della banca centrale e del peso stesso e la "dollarizzazione" dell'economia. Oppure potrebbero prendere in considerazione la possibilità di abolire tutte le barriere legali al pagamento e alla contrattazione in oro, argento e valute estere per garantire la concorrenza con il peso.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 5 febbraio 2015

La contrazione del PIL alimenta la crescita economica





di Joseph Salerno


Di recente il Financial Times ha pubblicato un articolo contenente alcuni grafici che volevano mostrare una correlazione tra spesa pubblica e PIL reale.[1] Sulla base di queste correlazioni, l'autore di questo articolo, Matthew Klein, ha commentato: "Non è un segreto che tagli di spesa (e aumenti delle tasse) abbiano frenato la crescita degli Stati Uniti negli ultimi quattro anni." Poi ha continuato dicendo che da metà 2010 a metà 2011, la riduzione della spesa pubblica negli Stati Uniti ha ridotto dello 0.76% il tasso di crescita economica. Klein ha ipotizzato che questo rallentamento del tasso di crescita abbia causato un livello di PIL reale che oggi è dell'1.2% inferiore a quanto sarebbe stato in assenza di questa "austerità". Egli ha sottolineato, inoltre, che dal 2012 l'effetto depressivo dell'austerità sul PIL reale è stato il risultato della riduzione delle spese militari. Mentre parte di questa riduzione è stata benefica, Klein ha opinato: "In parte è stata una ferita auto-inflitta." Infatti può rappresentare una ferita auto-inflitta al governo federale, e in tal caso avvantaggia l'economia privata.

E' certamente vero che una riduzione della spesa pubblica reale provoca una riduzione del PIL reale, secondo come viene calcolato ufficialmente. Ma contrariamente a quanto sostiene Klein, la riduzione della spesa pubblica non ritarda la crescita della produzione di beni che vanno a soddisfare le esigenze dei consumatori, anzi molto probabilmente la accelera. Inoltre aumentano i redditi reali e il tenore di vita dei produttori/consumatori nel settore privato, come diretta conseguenza del calo della spesa pubblica. La ragione di questo presunto paradosso è da ritrovarsi nel metodo convenzionale utilizzato per calcolare la produzione reale nell'economia. Lasciate che io mi spieghi con un esempio semplice.



Il Problema col Calcolo del PIL

Ipotizziamo l'esistenza di un'economia semplice su un'isola, in cui il settore privato produce 1,000 mele all'anno. Supponiamo inoltre che il governo dell'isola tassi i produttori privati di 200 mele all'anno per sostenere il suo esercito e invadere un'isola vicina al fine di neutralizzare una "potenziale minaccia terroristica". Secondo il principio contabile del reddito nazionale, che è profondamente radicato nell'economia keynesiana, il PIL reale equivale a 1,200 mele: le 1,000 mele (al netto delle imposte) o consumate dai produttori, o investite per piantare nuovi alberi di mele e aumentare il consumo futuro, o pagate in tasse; le 200 mele spese in campo militare per sostenere il "bene pubblico" della difesa nazionale. In altre parole, il PIL reale[2] dell'isola comprende le 1,000 mele prodotte dal settore privato più il "valore" della difesa nazionale, che è valutato al suo costo di produzione, vale a dire, 200 mele delle entrate fiscali spese per conquistare l'isola adiacente.

Ora supponiamo che l'anno successivo ci sia una vittoria militare e l'isola dei terroristi sia stata pacificata. Il governo della nostra isola decide di tagliare le sue spese militari e riduce le tasse di 100 mele. A parità di condizioni, il PIL reale scende da 1,200 a 1,100 mele, dal momento che la difesa nazionale ora contribuisce al calcolo totale solo con 100 mele rispetto alle 1,000 prodotte dal settore privato. Ma c'è un problema. Le mele sono state prodotte volontariamente e di conseguenza erano valutate molto di più rispetto alle risorse (energia e tempo) utilizzate per la loro produzione. In netto contrasto a ciò, non vi è alcuna prova che i produttori/consumatori privati valutassero di più i servizi militari forniti dal governo rispetto al loro costo di produzione. Probabilmente non vi imputavano alcun valore. La ragione è questa: la spesa militare del governo è stata finanziata con la contribuzione coercitiva del settore privato, i cui membri non avevano scelta e quindi non hanno potuto esprimere alcuna valutazione in materia.



Non c'è Modo di Calcolare il Valore Reale dei Servizi Finanziati con le Tasse

La stessa conclusione vale per qualsiasi impresa finanziata in modo coercitivo, come la costruzione di un'infermeria sull'isola. In mancanza di produzione e scambio volontari, non c'è modo di accertare il valore dei beni e dei servizi. Gli investimenti e i servizi pubblici possono anche avere un qualche valore per i consumatori privati, ma non vi è alcun metodo scientifico oggettivo per misurarlo. Infatti, presupponendo che il governo sprechi almeno il 50% delle risorse spese, il beneficio netto per i consumatori sarebbe pari a zero.



Meglio Utilizzare il "Prodotto Privato Lordo"

Così, per queste e altre ragioni, il calcolo del reddito nazionale (in base a principi Austriaci) dovrebbe escludere la spesa pubblica nel calcolo della produzione totale dell'economia. Così nell'economia della nostra isola la produzione reale, o quello che gli Austriaci definiscono "Prodotto Privato Lordo" o "PPL"[3], è pari solo alle 1,000 mele prodotte dal settore privato ed esclude la spesa pubblica di 200 mele per la fornitura di servizi militari (o per l'infermeria).[4] Ma le 1,000 mele del PPL sopravvalutano le risorse lasciate a disposizione del settore privato, perché 200 mele sono state forzatamente dirottate dal consumo privato e da investimenti potenzialmente preziosi verso attività statali inutili (come giudicato dal punto di vista dei produttori iniziali di tali risorse). In questo senso le 200 mele pagate in tasse possono essere considerate come una "depredazione" nei confronti dell'economia privata, come misurata dal PPL.[5]

Compensando questa depredazione arriviamo quindi a quello che Rothbard chiamava "Prodotto Privato Rimasto in Mani Private" o PPR. In sostanza il PPR è uguale al PPL meno la depredazione totale (ossia, la spesa pubblica).[6] Nell'economia ipotetica della nostra isola, il PPR è quindi di 800 mele (1,000 mele – 200 mele). Quindi la spesa pubblica non dovrebbe essere aggiunta alla produzione privata, ma piuttosto sottratta, in modo da avere un'idea del tenore di vita delle persone private coinvolte nell'attività produttiva.[7]



Ridurre Tasse e Spesa Aumenta il Benessere

Sulla base dell'analisi di cui sopra, quando il governo dell'isola taglia la spesa militare di 100 mele, presumendo nessun'altra modifica, riduce il PIL reale da 1,200 a 1,100 mele. Tuttavia, dal punto di vista Austriaco, la produzione reale di beni resta costante a PPL = 1,000 mele, mentre la situazione economica dei produttori è notevolmente migliorata perché la depredazione sulla loro produzione scende di 100 mele causando una salita del PPR da 800 a 900 mele! Ma questo non è tutto. Una parte delle 100 mele sarà dedicata agli investimenti: semina di nuovi alberi. In questo modo aumenterà lo stock di capitale e la crescita economica nel corso del tempo.

Anche nel breve periodo è probabile che vi sia una crescita positiva del PPL grazie agli "effetti dal lato dell'offerta". Per esempio, il taglio delle tasse aumenta il costo di opportunità del tempo libero e spinge i produttori a lavorare più ore. La forza lavoro privata aumenta ulteriormente con l'afflusso degli ex-soldati. Così può accadere che il PPL aumenti da 1,000 a 1,075 mele (e, di conseguenza, il PPR da 800 a 975 mele). In questo scenario, il taglio della spesa pubblica sarebbe in parte compensato dalla crescita nel prodotto privato (75 mele) in modo che il PIL registrerebbe un calo più piccolo a quello calcolato in precedenza, da 1,200 a 1,175 mele. Nonostante il calo del PIL, però, il risultato sarebbe un vantaggio per l'economia privata, poiché migliorerebbero la produzione di mele, i redditi reali, il tenore di vita dei produttori di mele e la capacità futura di produrre mele.

Dal punto di vista Austriaco, quindi, per ritornare ad una crescita sostenibile di lungo termine c'è bisogno di massicci tagli fiscali e di spesa. Sì, questa è l'austerità — ma solo per il governo. Ridurre la depredazione politica sull'economia privata rilascerà una cornucopia di benefici presenti e futuri ai consumatori privati. E questi benefici sono praticamente a costo zero, perché le risorse consumate dal bilancio del governo sono quasi tutte uno spreco (soprattutto dal punto di vista dei produttori privati di tali risorse).

Un profondo taglio al bilancio del governo degli Stati Uniti, diciamo del 25%, non solo curerà il problema del deficit, ma invertirebbe rapidamente lo sprofondamento della classe media e stimolerebbe fortemente il tasso anemico della crescita economica statunitense. Infatti il vero problema non è la dimensione del deficit di per sé, ma piuttosto la depredazione della produzione privata lorda.[8] Quindi un budget degli Stati Uniti da $4 bilioni e un deficit da $500 miliardi rappresentano una depredazione maggiore e molto più dannosa per l'economia privata rispetto ad un budget da $3 bilioni finanziato in parte da un deficit da $1 bilione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Un report sull'articolo che include alcuni dei grafici può essere visionato qui.

[2] Per semplicità, nel nostro esempio abbiamo ignorato il deprezzamento del capitale presupponendo che gli alberi di mele una volta piantati vivano per sempre senza aver mai bisogno di cure e di essere sostituiti. Quindi PIL = PIN.

[3] Vedi la nota 2.

[4] L'approccio Austriaco alla contabilità del prodotto interno è stata introdotta da Murray Rothbard, pp. 339–48 e Rothbard, pp. 1292–95.

[5] Sto usando il termine “depredazione” per dare l'idea di un qualcosa tolto con la forza. Ci sono dei precedenti nell'uso di questo termine nei vecchi codici di legge. Secondo la legge francese “depredazione” denotava “il saccheggio dei beni di un defunto.” Le vecchia legge scozzese definiva “depredazione” come “l'offesa (capitale) di rubare il bestiame mediante la forza armata” (Lesley Brown, ed., The New Shorter Oxford English Dictionary on Historical Principles, 4th ed. [New York: Oxford University Press, 1993], p. 639).

[6] La depredazione viene calcolata o come spesa del governo o come entrate tributarie, secondo qual è la più grande (Rothbard, p. 340). Ma dal momento che il governo degli Stati Uniti è raro che abbia avuto un surplus sin dalla seconda guerra mondiale, possiamo ignorare questa complicazione.

[7] Robert Batemarco usa l'approccio di Rothbard per calcolare il PPL, il PPR e il PPR/Occupazione (al di fuori del settore pubblico) dal 1947 al 1983 e tracciare il cambiamento degli standard di vita durante quegli anni.

[8] Per calcolare la depredazione totale sull'economia privata, devono essere conteggiate la spesa statale e quella municipale.

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giovedì 27 marzo 2014

Come l'inflazione distrugge la ricchezza delle nazioni





di Jospeh T. Salerno


[Nota dell'editore: Questo articolo è tratto dalla prefazione di Joseph Salerno alla terza edizione del libro di Brendan Brown Euro Crash: How Asset Price Inflation Destroys the Wealth of Nations.]


Brendan Brown è un rara avis — un abile economista finanziario ed un acuto osservatore dei mercati finanziari e della politica, i cui scritti prolifici conferiscono una profonda comprensione teorica. Brown scrive in un inglese semplice, ma può anche trasformare una frase in uno spettacolo letterario. Il "terrore monetario" caratterizza la politica della FED e della BCE (Banca Centrale Europea), perché devono creare deliberatamente aspettative inflazionistiche nei mercati dei beni e servizi in modo da porre rimedio alla contrazione economica. "L'attacco virulento" dell'inflazione dei prezzi degli asset descrive al meglio l'imprevedibilità, i tempi ed il punto di origine di tali variazioni nei prezzi: la manipolazione dei tassi di interesse a lungo termine da parte della banca centrale e il percorso imprevedibile e irregolare che prende l'inflazione nei vari mercati degli asset (sia a livello nazionale che all'estero).

Infatti la prosa di Brown ricorda alcuni tra i migliori scrittori di economia e nel giornalismo economico, come Lionel Robbins e Henry Hazlitt. E come questi illustri predecessori, Brown è attento nel valutare con attenzione le opinioni di coloro che critica, mentre argomenta rigorosamente la propria posizione senza parlare a vanvera e senza scendere a compromessi. Ma soprattutto, Brown non ha paura nel fare nomi e nell'attribuire le colpe a coloro tra le élite politiche e le alte sfere dei dirigenti finanziari, le cui decisioni sono responsabili dello stato caotico in cui versa il sistema monetario globale contemporaneo.

In questo libro, Brown sfodera le sue formidabili capacità espositive nel sostenere che la crisi attuale e il crollo imminente dell'UME (Unione Monetaria Europea) sono attribuibili a profonde falle nelle fondamenta originali dell'euro. Questi difetti hanno reso l'UME particolarmente vulnerabile al virus dell'inflazione dei prezzi degli asset, il quale è stato sguinzagliato nel mondo dalla Federal Reserve poco dopo che l'euro ha visto la luce nel 1999.

Allo scorrere delle pagine, Brown difende coraggiosamente diverse posizioni teoriche di base che sono in radicale opposizione all'ortodossia prevalente. Ad esempio, Brown dissente fortemente dal punto di vista convenzionale riguardo a ciò che costituisce l'equilibrio monetario. Respinge esplicitamente la posizione associata a Milton Friedman e Anna Schwartz, la quale è profondamente radicata nella macroeconomia mainstream e nelle politiche della banca centrale. Questa dottrina è superficiale, arbitraria e strettamente miope poiché interpreta l'equilibrio monetario come "stabilità dei prezzi" nei mercati dei beni e servizi, ignorando completamente i mercati degli asset. In posizione diametralmente opposta, Brown formula un concetto molto più ricco e più profondo di equilibrio monetario, che attinge alle idee dei teorici della scuola austriaca (es. Ludwig von Mises, Friedrich Hayek, Lionel Robbins e Murray Rothbard).

Secondo Brown, una tendenza verso l'equilibrio monetario si ottiene quando la politica monetaria si astiene dal correggere i tassi di interesse di mercato rispetto ai tassi "naturali" corrispondenti. I tassi di interesse determinati dai mercati finanziari sono slegati da quelli "naturali," nel senso che portano un coordinamento spontaneo tra le decisioni volontarie delle famiglie (quanto risparmiare e quale profilo di rischio adottare) e le decisioni aziendali (quanto e in quali progetti investire). Tale coordinamento assicura l'accumulazione del capitale, l'aumento della produttività del lavoro ed un processo di crescita sostenibile che mantiene un equilibrio dinamico tra tutti i beni ed i mercati del lavoro. L'elemento principale per mantenere l'equilibrio monetario è un rigoroso controllo della base monetaria, come accadeva, per esempio, sotto il gold standard classico. Nel contesto delle istituzioni esistenti, su cui si concentra Brown, l'equilibrio monetario richiede una regola che obblighi la FED ad astenersi completamente dal manipolare i tassi di interesse di mercato e, invece, ad esercitare uno stretto controllo sulla crescita della base monetaria.

Il concetto di equilibrio monetario, secondo Brown, permette — anzi, impone — una deflazione dei prezzi nel medio periodo in risposta alla crescita naturale dell'offerta di beni e servizi. Questo è accaduto durante il periodo di massimo splendore del gold standard classico nella seconda parte del XIX secolo, quando i prezzi in calo andavano di pari passo con la rapida industrializzazione e l'aumento senza precedenti degli standard di vita. Secondo Brown, è proprio il tentativo di soffocare (mediante un determinato obiettivo di inflazione di cui si fanno garanti le banche centrali) questa tendenza di prezzo, benigna e necessaria, che distorce inevitabilmente i tassi di interesse di mercato e crea uno squilibrio monetario.

Brown spiega che tale squilibrio monetario non si manifesta necessariamente con un'inflazione dei prezzi al consumo nel breve periodo. In realtà, i sintomi compaiono generalmente sotto forma di un surriscaldamento dei mercati degli asset. Infatti alcuni episodi di grave squilibrio monetario, come quelli che si sono verificati negli Stati Uniti durante il 1920, il 1990 e negli anni che hanno portato alla crisi finanziaria del 2007-2008, possono emergere senza perturbazioni discernibili nei mercati dei beni e servizi. I mercati degli asset surriscaldati vengono completamente ignorati nel concetto Friedmaniano di equilibrio monetario che sta alla base della politica di Bernanke-Draghi. Brown sostiene acutamente che uno dei motivi per cui l'inflazione dei prezzi degli asset viene trascurata, è da ritrovarsi nell'approccio positivista che è ancora dominante nell'economia accademica. La febbre speculativa nei mercati degli asset è quasi impossibile da quantificare o misurare, e quindi non si adatta perfettamente ai tipi di ipotesi che sono necessari per la verifica empirica.

Dopo aver steso il suo approccio teorico, Brown lo usa come base per costruire un avvincente racconto interpretativo sulle origini, lo sviluppo e le prospettive disastrose dell'euro. Nel processo, individua e descrive le decisioni e le politiche della BCE e della Federal Reserve che hanno generato l'attuale condizione in cui langue l'euro. Ma Euro Crash non si limita a delineare la storia della moneta nel suo titolo; si dipana e scioglie il complesso intreccio di eventi e politiche che sin dal 1990 hanno segnato l'evoluzione pericolosa del sistema monetario globale.

Questo libro è una sfida radicale alle dottrine predominanti, le quali hanno viziato profondamente la politica monetaria sin dal 1980. Sappiatelo: leggere questo libro sarà un'esperienza intellettuale davvero frizzante. Come un tuffo a capofitto in una piscina fredda, vi rinfrescherà la mente e vi farà risvegliare accanto ad un ricco bagaglio di nuove idee.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 12 marzo 2014

Miti e lezioni sulla "crisi valutaria" dell'Argentina

«[...] Un governo non può inflazionare la sua valuta a dismisura, negarlo e pretendere che i propri imprenditori producano a prezzi stabiliti “per legge” viola le fondamentali leggi dell’economia, e del buon senso. Solo qualche stato riesce a farlo, perché impone l’utilizzo della propria valuta a tanti altri paesi, gode di tutto il beneficio, ma solo in parte dell’inflazione dei prezzi (leggi Stati Uniti).
Il Venezuela dovrebbe far riflettere tutti quelli che sostengono che basta stampare denaro per produrre ricchezza. Anzi tra i più “originali” oggi ne troviamo alcuni che sostengono che la vera ricchezza passi solamente dal deficit dello Stato coperto da emissione di nuova valuta. Qui siamo talmente lontani dalla realtà che forse è inutile discutere. Meglio limitarsi a fare degli esempi come questo e sperare che qualcuno cominci a studiare veramente l’economia o per lo meno la storia. Oppure può sempre provare ad aprire un’impresa in Venezuela!
Quando dobbiamo scegliere un luogo dove fare business, è opportuno evitare quei paesi perennemente a deficit e che svalutano allegramente la propria moneta. Perché prima o poi diventeranno molto aggressivi imponendo tasse e condizioni coercitive inaccettabili. Per esempio: l’Italia.»


~ Il Venezuela fallirà e ha tanto da insegnare, Roberto Gorini, 20 febbraio 2014.
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di Joseph T. Salerno


Dopo che il mese scorso il peso argentino  è crollato, possiamo decretare la fine dell'ennesimo esperimento fallimentare del populismo di sinistra in Sud America. La "svalutazione" del 15% del peso rispetto al dollaro USA nel mese di gennaio rappresenta il suo declino più ripido dopo la svalutazione del 2001, quando l'Argentina andò in default per il proprio debito estero. Dal 21 gennaio alla chiusura delle contrattazioni il 23 gennaio, il peso è sceso da 6.88 a 8.00 al dollaro sul mercato ufficiale. Sul mercato nero il peso è diminuito del 6% il 23 gennaio (13 al dollaro). Negli ultimi dodici mesi il peso è diminuito del 35%.

In un tentativo sciocco e inutile di mantenere un tasso di cambio sopravvalutato, la banca centrale argentina ha venduto riserve di dollari al ritmo di $1.1 miliardi al mese l'anno scorso, acquistando i pesos in eccesso nei mercati dei cambi. Nel complesso, le riserve in dollari sono passate da un livello record di $52.6 miliardi dollari nel 2011 ad un minimo di $29.3 miliardi. Inoltre dal 2011 il governo Fernández de Kirchner ha implementato controlli valutari altamente restrittivi, tra cui ritardi nell'approvazione del rimpatrio dei dividendi delle imprese estere, nonché restrizioni sugli acquisti dei turisti, imposte sugli acquisti con carta di credito, e, recentemente, limiti di spesa online che hanno reso quasi impossibile ottenere dollari da accumulare o investire all'estero. Naturalmente queste misure draconiane non sono riuscite a tamponare il deflusso di dollari, soprattutto grazie al funzionamento salutare del mercato nero nel quale erano liberamente disponibili al prezzo di equilibrio di 13 pesos a dollaro. Il governo ha finalmente gettato la spugna il 22 gennaio e il 23 si è rifiutato di intervenire sui mercati valutari per sostenere il peso, il quale è diminuito del 10% in un solo giorno. Il 24 gennaio il governo è andato oltre e ha annunciato un allentamento dei controlli sui cambi. Ora agli argentini sarà permesso acquistare pesos in proporzione al loro reddito, mentre l'imposta sulla conversione dei pesos è stata ridotta dal 35% al 20%.

Questi sono i fatti così come sono stati riportati, ma molti commentatori hanno commesso errori nella loro interpretazione della situazione.[1]

In primo luogo, il forte calo del valore del peso non rappresenta l'inizio di una cosiddetta "crisi valutaria," ma piuttosto il mezzo per risolvere una crisi già da tempo in atto. La "svalutazione" del peso da parte delle autorità monetarie argentine non fa altro che rimuovere i controlli dei prezzi che hanno mantenuto il prezzo del peso (rispetto al dollaro) al di sotto di quello di mercato, e che hanno quindi generato in Argentina una persistente domanda di dollari. In altre parole, la svalutazione è semplicemente l'ammissione che il peso era già stato derubato di una parte significativa del suo valore. I controlli dei prezzi hanno subdolamente mascherato questa situazione, infatti i prezzi delle importazioni erano artificialmente bassi in termini di pesos mentre le esportazioni argentine erano più costose e meno competitive sui mercati esteri. Il governo argentino ha cercato di sopprimere il deficit commerciale risultante e la carenza di dollari con controlli sui cambi, cioè, con misure intese a razionare i dollari a disposizione dei suoi compari. Inoltre le persone hanno aumentato la loro domanda di dollari, poiché hanno anticipato l'inevitabile "svalutazione" del peso e la conseguente perdita di potere d'acquisto in termini di beni. Permettendo al tasso di cambio di variare dal prezzo controllato di 6.88 al prezzo di mercato di 8.00 pesos a dollaro, i prodotti esteri sono diventati più costosi per gli argentini ed i prodotti nazionali sono diventani meno costosi per l'estero (es. con una data quantità di dollari possono essere acquistati più pesos).

Se il governo rimane sulla rotta di tale cambiamento, diminuiranno le importazioni ed aumenteranno le esportazioni fino a quando si avvicineranno all'equilibrio. Così il deficit commerciale scomparirà, o diventerà abbastanza piccolo da poter essere finanziato dall'afflusso di invetimenti esteri nel settore privato. In realtà, dal momento che l'Argentina deve ancora cominciare a saldare circa $6.5 miliardi di debiti scaduti con le nazioni creditrici, è più probabile che avrà un surplus commerciale, con le esportazioni in eccesso che genereranno i dollari necessari per saldarli. Ripeto: questo non è l'inizio di una crisi, ma la risoluzione di una crisi già esistente causata da una grande varietà di controlli dei prezzi.

In secondo luogo, molti commentatori nei media ed anche economisti insistono sul fatto che la svalutazione non faccia altro che peggiorare una crisi interna perché genera un ampio aumento dei prezzi in pesos dei beni importati e dei prodotti nazionali esportabili, i quali ora sono venduti all'estero in quantità maggiori, riducendo l'offerta per i compratori nazionali. Dunque secondo loro questo aumento generale dei prezzi danneggia i consumatori argentini. Ma questa risposta non tiene conto delle conseguenze e dei benefici della rimozione di qualsiasi controllo dei prezzi. E' ovviamente vero che, per esempio, l'abolizione dei controlli sugli affitti riduca il benessere degli affittuari esistenti, che devono sborsare canoni più elevati, e vada a beneficio dei proprietari degli appartamenti. Ma è anche vero che ci sono molti altri che ne beneficiano, compresi tutti quegli affittuari che sono stati esclusi dal mercato a causa della scarsità di appartamenti nonostante fossero disposti a pagare affitti più alti; o quelli che pagano leasing molto superiori rispetto agli affitti nel mercato nero. Allo stesso modo, la soppressione di un controllo dei prezzi che sopravvaluta il peso va a vantaggio di imprese esportatrici argentine e dei loro lavoratori e fornitori, nonché di quei consumatori a cui era stato impedito di importare beni o fare investimenti esteri (o che erano solo in grado di fare ricorrendo al mercato nero dei dollari e pagando un prezzo più elevato).

Così l'aggiustamento dei prezzi argentini, in accordo con il vero valore di mercato del peso, non impoverisce l'intera nazione. Ridistribuisce semplicemente il reddito reale da quelli che traevano beneficio dalla distorsione del sistema dei prezzi attraverso controlli sui cambi (ovvero dipendenti pubblici, imprese privilegiate, ecc.) verso coloro senza legami politici che sono stati vittime dall'interventismo. Inoltre, nel caso dei controlli sugli affitti e del tasso di cambio, l'abolizione dei controlli si traduce in una maggiore efficienza nell'allocazione delle risorse e nella massimizzazione del volume di scambi (reciprocamente vantaggiosi al prezzo di equilibrio).

Lungo queste linee, è sorprendente e non poco divertente la testimonianza dell'economista premio Nobel Joseph Stiglitz, un Keynesiano convinto:

La realtà forzerà alcuni cambiamenti: l'espressione "bisogna vivere all'interno dei propri mezzi," qualora la valuta stesse andando giù, significa che si pagherà di più per le importazioni. Dovranno cambiare le loro politiche, e la questione è quando e come.

Stiglitz si sbaglia quando dice che tutti in Argentina staranno peggio perché "pagheranno di più per le [loro] importazioni." Come dimostra l'analisi precedente, sarà il governo ed i suoi compari privilegiati a stare peggio; ma quelli che in precedenza non avevano accesso ai dollari (se non attraverso il mercato nero), staranno meglio con un peso "svalutato."

In terzo luogo, è ridicolo come i media vogliano far passare come causa scatenante della crisi l'emorragia delle riserve in valuta estera della banca centrale argentina. Poiché non è la perdita di tali riserve la causa della crisi, bensì il fatto stesso che la banca centrale debba detenere riserve in dollari. L'unico motivo per cui ha bisogno di queste riserve è per sostenere il peso sopravvalutato, vendendo dollari e comprando gli inevitabili pesos in eccesso. Se il tasso di cambio dollaro/peso fosse fluttuato liberamente e in accordo con le forze di mercato, le autorità monetarie argentine non avrebbero avuto bisogno nemmeno di un solo dollaro, proprio perché l'offerta e la domanda di ogni valuta in termini di un'altra tornerebbe in equilibrio ad ogni momento e senza eccedenze o carenze. Se il governo argentino avesse avuto bisogno di fare acquisti all'estero o di saldare i suoi debiti esteri, avrebbe potuto ottenere i dollari necessari acquistandoli da banche commerciali o da altre istituzioni private nel mercato dei cambi. Avrebbe pagato ogni dollaro con pesos ricevuti da entrate fiscali o presi in prestito dalla popolazione o stampati dalla banca centrale. Nel mondo disordinato delle monete fiat, una nazione evita il caos e le crisi permettendo al mercato di determinare il valore della propria moneta in termini di altre valute fiat con diversi tassi di inflazione.

Questo mi porta al quarto punto. Molti politici ed altri osservatori di destra in Argentina (e altrove) attribuiscono la crisi ai programmi di spesa dissoluti del governo Fernández de Kirchner di sinistra. Essi sostengono che le sovvenzioni sociali, la nazionalizzazione delle imprese di proprietà estera, l'espansione dello stato regolatore, ecc., hanno scaraventato il bilancio statale nel deficit. Ma i disavanzi pubblici non sono la causa della sopravvalutazione di una moneta e della scarsità di valuta estera. Quindi se la spesa fosse stata finanziata aumentando le tasse o prendendo in prestito dalla popolazione, i prezzi argentini non sarebbero aumentati. Tuttavia, il governo argentino ha deciso di finanziare questi deficit con una rapida espansione della massa monetaria, ad un tasso medio del 30% l'anno negli ultimi quattro anni. Ciò ha determinato una rapida inflazione dei prezzi argentini che ha ufficiosamente raggiunto il 28% lo scorso anno, più del doppio dell'11% riferito dal governo argentino. L'inflazione e la sua anticipazione stimola le importazioni e la fuga di capitali all'estero e sopprime le esportazioni. La creazione di moneta, in combinazione con un cambio ancorato, è quindi l'unica causa di una cosiddetta "crisi valutaria."

Il sistema monetario globale ideale è uno con una divisa scelta dal mercato, così come il gold standard classico del XIX secolo. Con questo sistema, gli squilibri nella bilancia dei pagamenti venivano aggiustati rapidamente perché ogni cambiamento nell'offerta di oro tendeva ad essere distribuito in modo uniforme su tutti i partecipanti al sistema e questo assicurava un tasso di inflazione più o meno uniforme tra tutti i paesi. Un po' come la situazione di oggi tra i vari stati negli Stati Uniti, dove tutti adottano il dollaro. Gli squilibri nella bilancia dei pagamenti tra, diciamo, il New Jersey ed il resto degli Stati Uniti, sono solo temporanei e si aggiustano rapidamente. La lezione da trarre dai miti analizzati qui sopra è che qualsiasi tentativo di replicare il funzionamento di una moneta unica mondiale, fissando i prezzi attraverso imposizioni statali su una valuta nazionale, è destinato al fallimento e non farà altro che aggravare il disordine monetario che ha schiaffeggiato l'economia mondiale sin dalla distruzione del gold standard internazionale nel 1914.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] The Guardian.com, Argentinian Peso in Freefall as Economic Crisis Deepens (23 gennaio),
http://www.theguardian.com/world/2014/jan/24/argentinian-peso-freefall-economic-crisis-deepens;
Daniel Cancel, “Argentina to Ease Currency Controls after Devaluation,” Bloomberg.com (24 gennaio),
http://www.bloomberg.com/news/2014-01-24/argentina-to-ease-fx-controls-after-peso-devaluation.html;
Jonathan Wheatley, “Argentine Peso Fall Threatens Government of Cristina Fernandez,” FT.com (24 gennaio),
http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e0cd3f20-84d8-11e3-8968-00144feab7de.html#axzz2rLuT7yBF.


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lunedì 26 marzo 2012

Denaro Riciclato

Benjamin Franklin viene a volte ricordato per questa frase: "Chi sacrifica la libertà in nome della sicurezza, non merita libertà né sicurezza." E' quello che sta accadendo con questa fantomatica lotta al contante in nome di una "sicurezza superiore". Il controllo si insinua subdolamente e nel campo monetario è assolutamente pericoloso: tutte le transazioni possono essere registrate in un database centrale, poi un analista governativo può catalogarle ed analizzarle ed individuare non solo le entrate di determinate persone ma anche, per esempio, preferenze politiche, acquisti, appartenza a certi gruppi, ecc. Basta un click e vengono congelati carte e conti correnti. Basta un click ed una persona viene mandata sul lastrico. Lo stato, purtroppo, ha tutte le "armi" per rivalersi sui cosiddetti "evasori", e le utilizza; ma guarda sempre e solo al lato delle entrate. Di ridurre le spese manco a pensarci. Quindi, è giusto ridurre il debito ma non attraverso l'inquisizione e la messa al rogo dei cosiddetti "evasori"; è ora che lo stato (fonte primaria di sprechi e spese improduttive) inizi a fare passi indietro tagliando con decisione la spesa e renda meno asfissiante il fisco.
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di Joseph T. Salerno


Sotto la copertura delle sue molteplici guerre fabbricate su farmaci, terrore, evasione fiscale e criminalità organizzata, il governo degli Stati Uniti ha a lungo condotto una guerra nascosta contro i contanti. Un sintomo della guerra è che la più ampia denominazione della valuta Statunitense è la banconota da $100, il cui potere d'acquisto in continua erosione è di gran lunga al di sotto del potere d'acquisto della banconota da €500. La valuta degli Stati Uniti soleva essere emessa in tagli che arrivavano fino a $10,000 (compresi anche i $500; i $1,000; e le banconote da $5,000). C'era anche una banconota da $100,000 emessa per le transazioni tra le banche della Federal Reserve. Gli Stati Uniti smisero di stampare banconote di grosso taglio nel 1945 ed interruppero ufficialmente la loro emissione nel 1969, quando la FED iniziò a rimuoverle dalla circolazione. Sin da allora la banconota più grande a disposizione del pubblico ha un valore nominale di $100. Ma sin dal 1969, la politica monetaria inflazionistica della FED ha portato il dollaro a deprezzarsi di oltre l'80%, in modo che una banconota da $100 nel 2010 avrebbe posseduto un potere d'acquisto di soli $16.83 in dollari del 1969. Questo è un potere d'acquisto inferiore ad una banconota da $20 del 1969!

Nonostante questa enorme svalutazione, la Federal Reserve si è sempre rifiutata di emettere banconote di taglio più grande. Ciò ha reso le operazioni in contanti di grandi dimensioni estremamente scomode e ha costretto il popolo Americano a fare un uso molto superiore dei metodi di pagamento elettronici. Ovviamente, questo è proprio l'intento del governo degli Stati Uniti. Lo scopo della sua attuale violazione della vecchie leggi in materia di privacy finanziaria è quello di rendere più agevole il controllo degli affari economici e di abrogare la sfera finanziaria privata dei suoi cittadini, apparentemente per garantire loro la sicurezza dai signori della droga Colombiani, da Al Qaeda, dalle frodi fiscali e da altri infami criminali dal colletto bianco.

Ora la guerra al contante ha iniziato a diffondersi in altri paesi. Come riportato qualche mese fa, l'Italia ha abbassato il massimo legale sulle transazioni in contanti da €2,500 a €1,000. Il governo Italiano avrebbe preferito impostare il limite massimo a €500 o addirittura €300, ma ha pensato che avrebbe dovuto consentire il tempo agli Italiani di adeguarsi al nuovo limite. La ragione di questo limite sulla dimensione delle operazioni in contanti è il fatto che il dissoluto governo Italiano sta cercando di ridurre il suo debito da €1.9 biliardi e considera le sue misure anti-contanti un mezzo per ridurre l'evasione fiscale, che "costa" al governo circa €150 miliardi l'anno.

La dissolutezza della classe dirigente Italiana è in netto contrasto con gli Italiani normali che sono i consumatori meno indebitati della zona euro e tra i suoi più grandi risparmiatori. Usano le loro carte di credito molto di rado rispetto ai cittadini di altre nazioni della zona euro. I contanti sono così profondamente radicati nella cultura Italiana che oltre 7.5 milioni di Italiani non hanno nemmeno conti correnti. Ora la maggior parte di questi Italiani "senza banca" sarà irreggimentata nel sistema bancario in modo che il governo Italiano notoriamente corrotto possa spiarli più facilmente ed invadere la loro privacy finanziaria. Naturalmente le banche Italiane, che caricano il 2% per le transazioni con carte di credito e pongono delle commissioni sui conti correnti, stanno per guadagnare un enorme colpo di fortuna da questa legge. Per quanto controverso, l'ex-primo ministro Berlusconi ha osservato che "C'è un reale pericolo di finire in uno stato di polizia fiscale". Infatti, basta guardare agli Stati Uniti di oggi per vedere cosa c'è in serbo per i cittadini Italiani.

Nel frattempo la guerra al contante in Svezia sta accelerando, anche se il coinvolgimento dello stato è meno palese. Nelle città Svedesi, il contante non è più accettabile sugli autobus pubblici, i biglietti devono essere acquistati in anticipo o tramite un messaggio di testo dal telefono cellulare. Molte piccole imprese rifiutano i contanti, ed alcuni servizi bancari hanno completamente smesso di maneggiare i contanti. Infatti, in alcuni paesi Svedesi non è più possibile utilizzare denaro contante in certe banche. Anche le chiese hanno cominciato a facilitare le donazioni elettroniche da parte dei loro fedeli con l'installazione di lettori di schede elettroniche. Le operazioni in contanti rappresentano solo il 3% dell'economia Svedese, mentre rappresentano il 9% nella zona euro ed il 7% negli Stati Uniti.

Uno dei principali promotori del movimento anti-contanti non è altro che Bjorn Ulvaeus, ex-membro del gruppo pop ABBA. La stella del pop, il cui figlio è stato derubato tre volte, crede che un mondo senza contanti significa maggior sicurezza per il popolo! Altri, più percettivi di Ulvaeus, evidenziano un altro presunto vantaggio delle transazioni elettroniche: lasciano una traccia digitale che può essere facilmente seguita dallo stato. Così, a differenza di paesi con una forte "cultura dei contanti" come la Grecia e l'Italia, la Svezia ha un'incidenza molto più bassa di criminalità. Come un "esperto" sulle economie sotterranee ci istruisce, "Se le persone usano più carte, sono meno coinvolte in attività economiche losche", in altre parole, secernerebbero i loro sudati guadagni in luoghi dove non possono essere saccheggiati dallo stato.

Il vice-governatore della banca centrale Svedese, Lars Nyberg, si compiaceva prima del suo ritiro lo scorso anno che i contanti sopravvivranno, "come i coccodrilli, anche se il loro habitat potrebbe ridursi gradualmente." Ma non tutti in Svezia festeggiano la detronizzazione del denaro contante. Il presidente dell'Organizzazione Nazionale Pensionati Svedesi sostiene che gli anziani nelle zone rurali o non hanno carte di credito o di debito, oppure non sanno come usarle per prelevare contanti. Oscar Swartz, il fondatore del primo provider Internet Svedese, un sostenitore del ritiro del denaro contante, sostiene che senza l'adozione di metodi di pagamento anonimi, le persone che inviano denaro e fanno donazioni a varie organizzazioni possono essere "tracciate ogni volta." Ma, naturalmente, ciò che l'ingenuo signor Swartz non vede è che questo è il punto di un'economia senza contanti — rendere trasparenti allo stato ed ai suoi apparatchik fiscali e monetari, cosa che essi stessi odiano come i vampiri odiano la luce del sole, anche le cose economiche più intime dei cittadini privati. E poi ci sono i benefici che si accumulano per il sistema bancario privilegiato dal governo quando il denaro contante sparisce. Un imprenditore Svedese di una piccola impresa ha osservato la connessione. Mentre gli vengono addebitate 5 corone (80¢) per ogni transazione con la carta di credito, è impedito dalla legge nel comunicarlo ai suoi clienti. Nelle sue parole, "Per loro (le banche), questo è un ottimo modo per guadagnare un sacco di soldi, ed è questo il succo della storia. Fanno enormi profitti."

Fortunatamente, il libero mercato offre la prospettiva di una fuga dallo stato di polizia fiscale che mira a stroncare l'uso del contante o attraverso un deprezzamento della valuta emessa dalla banca centrale combinato con denominazioni valutarie invariate, oppure attraverso la limitazione legale nelle dimensioni delle operazioni in contanti. Come Carl Menger, fondatore della Scuola d'economia Austriaca, ha spiegato più di 140 anni fà, il denaro non emerge per decreto del governo ma attraverso un processo di mercato guidato dalle azioni degli individui che sono continuamente alla ricerca di un mezzo per raggiungere i loro obiettivi attraverso uno scambio più efficiente. Ogni tanto la storia offre un altro esempio che illustra il punto di Menger. L'uso di pecore, bottiglie d'acqua, e sigarette come mezzi di scambio nei villaggi rurali Iracheni dopo l'invasione degli Stati Uniti e il crollo del dinaro è un esempio recente. Un altro esempio fu l'Argentina dopo il crollo del peso, quando i contratti per il grano (frumento, soia, mais e sorgo) prezzati in dollari erano regolarmente scambiati con oggetti costosi come automobili, camion e macchine agricole. In realtà gli agricoltori Argentini iniziarono a fare incetta di grano nei silos per sostituire i saldi di cassa denominati in pesos.

Come è stato ampiamente riportato di recente, un'inattesa ondata di criminalità si è rapidamente diffusa in tutto gli Stati Uniti e ha colto di sorpresa le forze dell'ordine locali. Il furto del detersivo liquido Tide è pandemico in tutte le città degli Stati Uniti. Una persona sola ha rubato $25,000 di detersivo Tide durante un'ondata di criminalità di 15 mesi, e la grande distribuzione sta prendendo misure di sicurezza speciali per proteggere le proprie scorte di Tide. Ad esempio, CVS sta mettendo al sicuro i Tide insieme ad altri oggetti rubati comunemente come i farmaci anti-influenzali. Tide è venduto al dettaglio per $10-$20 a bottiglia, mentre sul mercato nero a $5-$10. Le singole bottiglie di Tide non recano alcun numero di serie che le renda possibili da rintracciare. Così alcuni ladri intraprendenti operano come arbitraggisti acquistando al prezzo del mercato nero e rivendendo ai negozi, presumibilmente al prezzo dell'ingrosso. Ancora più sconcertante è il fatto che nessuna altra marca di detersivo è stato preso di mira.

Cosa impariamo qui? Questa è solo un'altra conferma dell'intuizione di Menger secondo cui il mercato risponde alla mancanza di denaro sonante monetizzando prodotti altamente vendibili. E' chiaro che Tide è emerso come valuta secondaria locale per il mercato nero, in particolare quello delle transazioni della droga — ma anche per transazioni legali in aree a basso reddito. Infatti la polizia riporta che Tide viene scambiato per l'eroina e le metanfetamine e che gli spacciatori di droga sono in possesso delle rimanenze del prodotto che sono anche disposti a vendere. Ma perché un detersivo per il bucato è stato impiegato come moneta, e perché Tide in particolare?

Menger identificò le qualità che un prodotto deve possedere per trasformarsi in un mezzo di scambio. Tide possiede la maggior parte di queste qualità in misura ampia. Affinché una merce emerga come moneta di scambio, deve essere ampiamente utilizzata, facilmente riconoscibile, e durevole. Deve anche avere un valore relativamente elevato in rapporto al peso in modo che possa essere facilmente trasportata. Tide è il marchio più popolare di detersivo ed è ampiamente utilizzato da tutti i gruppi socioeconomici. Tide è anche facilmente riconoscibile a causa del suo logo arancione. Il detersivo può anche essere conservato per lunghi periodi senza che subisca una perdita di efficacia o di qualità. È vero, Tide è alquanto ingombrante e scomodo per il trasporto a mano in grandi quantità. Ma può essere portato a mano in dosi sufficienti o in un carrello della spesa per effettuare piccole transazioni, mentre le quantità di più grandi dimensioni possono essere facilmente trasportate e trasferite utilizzando automobili.

Proprio come la guerra molto publicizzata che il governo degli Stati Uniti ha mosso contro la droga — e sta perdendo — per decenni, è destinato a perdere la sua guerra occulta contro il contante, perché il libero mercato può rispondere e risponderà alla domanda dei cittadini per una moneta affidabile e conveniente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 17 febbraio 2012

Denaro e Libertà





di Joseph T. Salerno


[Questo discorso è stato tenuto alla conferenza The History of Liberty al Mises Institute, 29 Gennaio, 2000.]



L'incarnazione storica della libertà monetaria è il gold standard. L'epoca della sua massima fioritura non a caso fu il XIX secolo, un secolo in cui regnava l'ideologia liberale classica, un secolo di progresso materiale senza precedenti e di relazioni pacifiche tra le nazioni. Purtroppo, la libertà monetaria rappresentata dal gold standard, insieme a molte altre libertà dell'epoca liberale classica, furono terminate in modo disastroso dalla Prima Guerra Mondiale

Inoltre, e non a caso, questa era la "Guerra per Rendere il Mondo Sicuro e Diffondere la Democrazia di Massa", un sistema politico che tutti ormai abbiamo capito che è il grande nemico della libertà in tutte le sue manifestazioni sociali ed economiche.

Ora, è vero che il gold standard non è scomparso dalla sera alla mattina, ma zoppicò in forma attenuata fino agli anni '30. Ma questa non era più il classico gold standard pre-1914, in cui le azioni dei privati cittadini che operavano sul libero mercato controllavano in ultima analisi l'offerta ed il valore del denaro, ed i governi avevano molto poca influenza.

Con questo sistema monetario, se la gente in una nazione richiedeva più denaro per effettuare ulteriori operazioni o perché era più incerta sul futuro, avrebbe dovuto esportare più beni ed asset finanziari al resto del mondo, diminuendo le l'importazioni. Di conseguenza, sarebbe entrato più oro attraverso un surplus nella bilancia dei pagamenti aumentando l'offerta di denaro della nazione.

A volte, le banche private cercavano di gonfiare l'offerta di denaro mediante l'emissione di ulteriori banconote e depositi, denominati "mezzi fiduciari", promettendo di pagarli in oro ma che in realtà non erano coperti da riserve auree. Prestavano queste banconote e depositi alle imprese o al governo. Tuttavia, non appena i mutuatari spendevano queste banconote aggiuntive e depositi, i redditi nazionali ed i prezzi iniziavano a salire.

Di conseguenza, gli stranieri avrebbe ridotto i loro acquisti di esportazioni della nazione, ed i residenti della nazione avrebbero dovuto aumentare la loro spesa per le importazioni estere relativamente a buon mercato. L'oro sarebbe uscito dalle casse delle banche della nazione per finanziare il conseguente deficit della bilancia commerciale, non appena la cartamoneta in eccesso e gli assegni sarebbero stati restituiti ai loro emittenti affinché fossero rimborsati in oro.

Per controllare questo efflusso di riserve auree, che rendeva i loro depositanti molto nervosi, le banche avrebbero contratto l'offerta dei mezzi fiduciari causando una deflazione monetaria ed una conseguente depressione.

Temporaneamente addolcite dall'esperienza, le banche si sarebbero astenute da una nuova espansione del credito per un pò di tempo. Se il Tesoro avesse cercato di emettere banconote coperte da oro convertibili solo parzialmente, come faceva di tanto in tanto, anch'esso avrebbe dovuto affrontare queste conseguenze e sarebbe stato costretto a frenare la sua emissione di banconote entro limiti ristretti.

Così, i governi e le banche commerciali sotto il gold standard non avevano molta influenza sull'offerta di moneta nel lungo periodo. L'unica inflazione considerevole che si verificò durante il XIX secolo fu quella in tempo di guerra, quando quasi tutte le nazioni belligeranti sarebbero "uscite dal gold standard." Lo fecero per nascondere ai loro cittadini gli impressionanti costi della guerra supportati dalla stampa di denaro piuttosto che dall'aumento delle tasse.

Per esempio, la Gran Bretagna subì una notevole inflazione all'inizio del XIX secolo durante il periodo delle Guerre Napoleoniche, quando sospese la convertibilità della sterlina in oro. Allo stesso modo, gli Stati Uniti e gli Stati Confederati d'America sperimentarono un'iperinflazione devastante durante la Guerra d'Indipendenza del Sud, perché entrambe le parti emisero banconote inconvertibili del Tesoro per finanziare i deficit di bilancio. E' proprio perché i politici e le loro banche privilegiate non sono in grado di manomettere ed inflazionare una moneta d'oro che i prezzi negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna alla fine del XIX secolo erano più o meno gli stessi di quelli all'inizio del secolo.

Poche settimane dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, tutte le nazioni belligeranti abbandonarono il gold standard. Inutile dire che alla fine della guerra le valute cartacee di tutte queste nazioni erano alle prese con un'inflazione molto grave, la peggiore fu l'iperinflazione Tedesca che culminò nel 1923. Per rimettere le loro valute in ordine e ripristinare la fiducia del popolo nei loro confronti, un paese dopo l'altro tornò al gold standard nel corso degli anni '20.

Purtroppo, il nuovo gold standard degli anni '20 era fondamentalmente diverso dal gold standard classico. Per prima cosa, in quest'ultima versione, le monete d'oro non erano utilizzate nelle transazioni quotidiane. In Gran Bretagna, per esempio, la Banca d'Inghilterra avrebbe convertito le sterline in barre d'oro grandi e costose. Ma i lingotti d'oro erano principalmente utili per il finanziamento di transazioni commerciali internazionali.

Altri paesi come la Germania e paesi più piccoli dell'Europa Centrale ed Orientale utilizzavano valute estere convertibili in oro, come il dollaro o la sterlina, come riserva per le loro valute nazionali. Questo venne chiamato il gold-exchange standard.

Mentre il dollaro Statunitense era tecnicamente rimborsabile in monete d'oro oneste e buone, le banche non erano più tenute a conservare riserve in monete d'oro, ma in banconote della Federal Reserve. Tutte le riserve d'oro vennero centralizzate, per legge, nelle mani della FED e le banche vennero incoraggiate ad utilizzare le banconote della FED per pagare gli assegni e per pagare i ritiri dai depositi a vista e di risparmio. Ciò significava che circolavano molto poche monete d'oro tra il pubblico negli anni '20, e gli abitanti di tutte le nazioni iniziarono a considerare sempre di più gli IOU di carta delle loro banche centrali come l'incarnazione ultima del dollaro, del franco, della sterlina, ecc.

Questo stato di cose diede ai governi ed alle loro banche centrali margini di manovra molto più grandi per manipolare le loro offerte di moneta nazionali. La Banca d'Inghilterra, per esempio, poteva espandere la quantità di richieste cartacee per sterline d'oro attraverso il sistema bancario senza temere una corsa alle sue riserve auree per due ragioni.

I paesi stranieri nel gold exchange standard avrebbero accumulato sterline di carta che sarebbero uscite della Gran Bretagna attraverso il suo deficit della bilancia dei pagamenti e non avrebbero richiesto una conversione immediata in oro. Infatti mediante l'emissione di valuta propria a turisti ed a esportatori, in cambio di una sempre maggiore quantità di sterline di carta inflazionate, le banche centrali straniere stavano inflazionando le proprie offerte di denaro al passo con la Banca d'Inghilterra. Ciò spinse al rialzo i prezzi nei loro stessi paesi al livello di quelli raggiunti in Inghilterra e mise fine ai deficit Britannici.

In effetti, questo sistema permetteva a paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti di esportare l'inflazione monetaria all'estero ed avere "un deficit senza lacrime" — cioè, un deficit nella bilancia dei pagamenti che non comporta una perdita di oro.

Ma anche se le riserve d'oro fossero defluite dai caveau della Banca d'Inghilterra o della FED verso nazioni straniere, i cittadini Inglesi e Americani sarebbero stati restii, sia per legge o per consuetudine, a mettere ulteriore pressione alle loro rispettive banche centrali per fermare l'inflazione minacciando corse agli sportelli per liberarsi delle loro banconote deprezzate e recuperare le loro proprietà legittime lasciate in custodia nelle banche.

Purtroppo, gli economisti contemporanei e gli storici dell'economia non colgono la differenza fondamentale tra il gold standard classico del XIX secolo ed il falso gold standard degli anni '20.

Così, molti ammettono, anche se un pò a malincuore, che il gold standard ha funzionato estremamente bene nel XIX secolo. Tuttavia, allo stesso tempo, sostengono che il gold standard improvvisamente si ruppe negli anni '20 e '30 e che fu questa rottura che avviò la Grande Depressione. La libertà monetaria nelle loro menti venne screditata per sempre dai tragici eventi degli anni '30. Il gold standard, qualunque fossero stati i suoi meriti in un'epoca precedente, è visto da loro come un sistema monetario bizzarro e fuori moda che ha dimostrato di non poter sopravvivere ai rigori ed alle sollecitazioni di un'economia moderna.

Coloro che incolpano il gold standard come il colpevole principale degli eventi degli anni '30 rientrano in genere in uno dei due gruppi. Un gruppo sostiene che si trattava di un difetto intrinseco al gold standard stesso che portò ad un collasso del sistema finanziario, che a sua volta trascinò l'economia reale in una depressione. Gli scrittori nel secondo gruppo sostengono che i governi, per ragioni sociali e politiche, smisero di aderire alla cosiddette regole del gold standard, e che ciò avviò la spirale verso il basso nel baratro della Grande Depressione.

Da entrambi i punti di vista, comunque, è chiaro che il gold standard non può più essere degno di fiducia per fungere da base del sistema monetario mondiale. Da un lato, se è vero che il gold standard è fondamentalmente errato, ciò è di per sé un argomento schiacciante contro il principio della libertà monetaria. Dall'altra parte, se il gold standard è una creatura nata dalle regole escogitate dai governi, e visto che per loro è politicamente impossibile seguire queste regole, allora la libertà monetaria è semplicemente irrilevante fin dall'inizio.

Il primo argomento è l'argomento Keynesiano ed il secondo è l'argomento monetarista contro il gold standard.

Di recente due libri hanno elaborato questi argomenti contro il gold standard. Lo storico economico Barry Eichengreen ha pubblicato un libro nel 1992 intitolato Golden Fetters: The Gold Standard and the Great Depression. Eichengreen sintetizzò l'argomento di questo libro con le seguenti parole:

Il gold standard degli anni '20 pose le basi per la Depressione degli anni '30 intensificando la fragilità del sistema finanziario internazionale. Il gold standard era il meccanismo di trasmissione dell'impulso destabilizzante dagli Stati Uniti al resto del mondo. Il gold standard ingrandì quello shock destabilizzante iniziale. Era l'ostacolo principale all'azione di compensazione. Era il vincolo che impedì ai politici di scongiurare il fallimento delle banche e contenere la diffusione del panico finanziario. Per tutte queste ragioni il gold standard internazionale fu un fattore centrale per la Depressione in tutto il mondo. La ripresa si dimostrò possibile, per questi stessi motivi, solo dopo l'abbandono del gold standard.

Secondo Eichengreen, quindi, non solo il gold standard era responsabile dell'avvio e della propagazione a livello internazionale della Grande Depressione, fu anche il motivo principale per cui venne ritardata la ripresa per così tanto tempo.

Solo dopo che negli anni '30 i governi, uno dopo l'altro, recisero il legame tra le loro monete nazionali e l'oro, le loro economie nazionali finalmente cominciarono a riprendersi. Ciò fu così perché, liberi dalle regole del gold standard, i governi furono in grado di tirare fuori dai guai i loro sistemi bancari ed avere deficit di bilancio finanziati dall'inflazione del credito bancario senza la paura vincolante di perdere le loro riserve d'oro.

Così, la frase "manette d'oro" nel titolo del libro di Eichengreen è un riferimento alla dichiarazione di Keynes nel 1931, "Ci sono pochi Inglesi che non si rallegrano per la rottura delle nostre manette d'oro."

Naturalmente, ciò che Keynes e Eichengreen non riescono a capire è che la fine dell'era liberale classica nel 1914 causò la rimozione delle "manette d'oro" di un puro gold standard dalle mani delle banche centrali del governo. Con la presenza di queste "manette d'oro" negli anni '20, le banche centrali sarebbero state rigidamente ostacolate dall'inflazionare le loro offerte di denaro, in primo luogo, e il ciclo economico che culminò con la Grande Depressione non avrebbe avuto luogo.

Un secondo libro che incolpa il gold standard, come una delle principali cause della Grande Depressione, venne pubblicato nel 1998 ed è intitolato The Great Depression: An International Disaster of Perverse Economic Policies. Secondo gli autori, Thomas E. Hall e David J. Ferguson, una delle politiche economiche più perverse e destabilizzanti degli anni '20 coinvolse la violazione da parte della FED delle regole del gold standard attraverso la "sterilizzazione" dell'afflusso d'oro dalla Gran Bretagna.

Ciò significa che la FED rifiutò di piramidare i dollari cartacei in cima a queste riserve auree in quantità sufficienti da guidare i prezzi degli Stati Uniti fino al livello inflazionato dei prezzi Britannici. Questa politica avrebbe reso i prodotti Americani più costosi rispetto ai prodotti Inglesi sui mercati mondiali ed avrebbe contribuito a mitigare la perdita delle riserve d'oro della Gran Bretagna dai suoi deficit della bilancia dei pagamenti.

Questi deficit furono il risultato del fatto che la Gran Bretagna era ritornata alla parità aurea pre-bellica dopo la sua inflazione in tempo di guerra, i quali, dato il livello inflazionato dei prezzi interni, sopravvalutarono in modo significativo la sterlina Inglese in relazione al dollaro.

Questi deficit potevano essere evitati se il governo Britannico o avesse deflazionato a sufficienza il suo livello di prezzo o avesse scelto di tornare all'oro ad un tasso di cambio svalutato che rifletteva la reale portata della sua precedente inflazione.

Hall e Ferguson, però, ignorano queste considerazioni, sostenendo che quando gli Stati Uniti sterilizzano l'oro:

L'impatto sul sistema è che la Gran Bretagna porta il peso dell'aggiustamento. Dal momento che l'offerta di moneta negli Stati Uniti non aumentò, non aumentarono nemmeno i redditi ed i prezzi come si presupponeva sarebbe accaduto, il che avrebbe aiutato la Gran Bretagna ad eliminare i suoi deficit della bilancia dei pagamenti. Dal momento che la Gran Bretagna non fu aiutata dalle esportazioni in aumento verso gli Stati Uniti, la Gran Bretagna dovette sperimentare un declino più grave dei redditi e dei prezzi di quanto non sarebbe stato il caso se l'offerta di moneta degli Stati Uniti fosse salita. In questo modo la Gran Bretagna avrebbe portato il peso dell'aggiustamento sotto forma di una recessione più grave di quanto sarebbe avvenuto se gli Stati Uniti avessero rispettato le regole del gioco. Quindi era fondamentale che ogni paese giocasse onestamente.

Così, secondo il punto di vista di Hall e Ferguson, le regole del gold standard impongono che quando una banca centrale si impegna irresponsabilmente in un'inflazione monetaria e tenti di continuare a mantenere un tasso di cambio sopravvalutato, le banche centrali meno inflazioniste debbano correre in suo aiuto ed espandere l'offerta di moneta delle loro nazioni al fine di evitare che perda le sue riserve d'oro.

Ma se una nazione che perde oro a causa di una politica monetaria inetta o irresponsabile può sempre contare su quelle che lo stanno guadagnano affinché condividano "il peso dell'aggiustamento", ampliando la loro offerta di moneta, questa è sicuramente una ricetta per un'inflazione globale.

Ora, questa linea di ragionamento indica che Hall e Ferguson hanno completamente frainteso il vero scopo e la funzione del gold standard. Per cominciare, un gold standard funziona molto meglio senza una banca centrale, perché queste istituzioni, essendo creature della politica, sono intrinsecamente inflazioniste e tendono a promuovere, piuttosto che a frenarle, le tendenze inflazioniste delle banche commerciali a riserva frazionaria.

Ma, in secondo luogo, in un vero gold coin standard, le scelte delle famiglie e delle imprese controllano in modo efficace l'offerta di moneta. Come ho spiegato in precedenza, se i residenti di una nazione domandano di possedere più denaro per qualsiasi motivo, possono ottenere la quantità precisa di monete d'oro di cui hanno bisogno attraverso la bilancia dei pagamenti vendendo temporaneamente più esportazioni ed acquistando meno importazioni.

Ciò implica che, se una banca centrale esiste e desidera agire in base ad un gold standard genuino, dovrebbe sempre "sterilizzare" l'afflusso d'oro mediante l'emissione di banconote e depositi aggiuntivi in pieno accordo con le riserve auree ed insistere affinché le banche commerciali facciano lo stesso. Non si dovrebbe permettere che queste riserve d'oro vengano utilizzate come base per una maggiore espansione del credito da parte del sistema bancario.

In questo modo, l'offerta di moneta di una nazione sarebbe completamente soggetta alle forze di mercato. A proposito, questo è proprio come viene determinata oggi la distribuzione dell'offerta di dollari tra i diversi stati degli Stati Uniti. Non c'è un'agenzia governativa incaricata al monitoraggio ed al controllo dell'offerta di moneta nel New Jersey o nell'Alabama.

Con il seguente esempio, Hall e Ferguson rivelano il loro disagio e la loro mancata comprensione del funzionamento del processo dell'offerta di moneta in un gold standard puro:

Supponiamo che si fosse diffusa una moda in tutta la nazione nel 1927 poiché Calvin Coolidge fosse apparso in pubblico indossando un orecchino d'oro. Allora ogni adolescente in America avrebbe voluto indossare un orecchino d'oro "proprio come Cal". [...] Il risultato sarebbe stato un [incremento] nella domanda commerciale per l'oro. Dal momento che più oro sarebbe stato utilizzato per gli orecchini, ne sarebbe stato disponibile di meno per il denaro. [...] Sarebbe stato al di là del potere del governo fare qualcosa su questo fatto. Che pensiero spaventoso, gli adolescenti d'America avrebbero causato la diminuzione dell'offerta di moneta degli Stati Uniti.

Mentre è vero che la domanda commerciale per l'oro gioca un ruolo nel determinare l'offerta ed il valore del denaro in un gold standard, difficilmente causerebbe scompiglio. Piuttosto, evidenzierebbe il fatto importante che il gold standard si sarebbe evoluto sul mercato da una merce utile con un'offerta ed una domanda preesistenti, e che non era il prodotto di un insieme di regole arbitrarie promulgate dai governi.

Ora, Hall e Ferguson concludono che infrangendo le regole del gioco e persistendo nella sterilizzazione degli afflussi d'oro dal 1929 al 1933, la FED causò una deflazione monetaria in Gran Bretagna e in tutta Europa. Le nazioni che perdevano l'oro furono costrette a contrarre le loro offerte di denaro e ciò contribuì ad un crollo finanziario e ad un declino precipitoso nell'attività economica reale che segnò l'inizio della Grande Depressione.

Così, mentre gli autori incolpano le politiche di sterlizzazione della FED per aver dato inizio alla Grande Depressione, attribuiscono la sua lunghezza e la sua gravità al gold standard. Secondo gli autori, fintanto che i paesi Europei rimasero nel gold standard e la sterilizzazione degli Stati Uniti continuò, non poteva esserci una fine in vista per la Depressione. Le riserve auree degli Stati Uniti sarebbero diventate un mucchio enorme ed inutile di oro sterilizzato. A partire con gli Inglesi nel 1931, i nostri partner commerciali iniziarono a riconoscere questo fatto, ed uno dopo l'altro abbandonarono il gold standard. I Tedeschi ed ironicamente gli Stati Uniti furono tra gli ultimi ad abbandonare l'oro e così soffrirono le ferite peggiori, sperimentando la forma più lunga e più profonda della Depressione.

Quindi, anche se Eichengreen sottolinea che il gold standard sia come un freno alla politica monetaria del governo, e Hall e Ferguson dicono che sia il fallimento dei governi di giocare secondo le regole, in effetti, arrivano alla stessa conclusione: il gold standard, e con esso la libertà monetaria, viene incriminato come causa primaria della più grande catastrofe della storia economica.

A fronte delle testimonianze storiche che adducono, può essere imbastita una qualsiasi difesa in favore del gold standard? La risposta è un sonoro "sì", e la difesa è tanto semplice quanto inespugnabile. Come ho cercato di indicare sopra, il caso contro il gold standard è dall'inizio alla fine un caso di scambio di persona. Il gold standard genuino non ha fallito negli anni '20, perché era già stata distrutto dalle politiche del governo dopo il 1914.

Il sistema monetario che ha seminato il seme della Grande Depressione negli anni '20 era uno pseudo-gold standard inflazionistico e manipolato centralmente dalle banche centrali. E' stato il sistema bancario centrale che ha fallito negli anni '20 e che ancora oggi non viene accreditato come causa della Grande Depressione.

Un esempio particolareggiato a sostegno di questa tesi si può ritrovare nelle opere di Murray N. Rothbard, in particolare nel suo libro America's Great Depression e in un libro di prossima pubblicazione A History of Money and Banking in the United States: The Colonial Era to World War II.

In queste opere leggerete che l'offerta di moneta degli Stati Uniti, ben definita, aumentò dal 1921 al 1928 al tasso annuo del 7%, un tasso d'inflazione monetaria che era sconosciuto sotto il gold standard classico. Apprenderete anche che durante gli anni '20 la FED, lungi dall'operare come forza deflazionista sulla massa monetaria come interpretata da alcuni monetaristi, aumentò le categorie delle riserve bancarie sotto il suo controllo al tasso annuale del 18%.

Infine leggerete che dal 1929 al 1932, la FED ha continuò ad esercitare un impatto altamente inflazionista sulla massa monetaria, in quanto iniettò febbrilmente nuove riserve nel sistema bancario in un vano tentativo di scongiurare la recessione ciclica derivata dalla sua precedente inflazione della massa monetaria. La FED venne sconfitta nel tentativo di pompare l'offerta di moneta e di "rigonfiare" i prezzi nei primi anni '30 dai depositanti nazionali ed esteri che reclamarono la loro legittima proprietà da un sistema bancario Statunitense intrinsecamente in bancarotta. Persero immediatamente fiducia nel sistema monetario controllato dalla FED, quando alla fine percepirono la prospettiva in calo di poter riscattare le montagne di banconote cartacee nel loro oro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/