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martedì 7 aprile 2026

L'Italia riduce le tasse sui carburanti mentre la crisi iraniana fa aumentare il prezzo del petrolio; la Germania rifiuta gli sgravi nonostante i guadagni inattesi

In questo cappello mi scosterò un po' dal tema principale trattato dall'articolo tradotto di oggi e mi concentrerò su un fenomeno che si sta diffondendo in sordina, o per meglio dire viene fatto restare volutamente in sordina dalla stampa generalista e da quella alternativa: la bolla del private credit. La minaccia odierna non è rappresentata da un improvviso fallimento bancario, bensì da strutture opache e illiquide, da un'enorme ondata di rifinanziamenti e dalla lenta rivalutazione del rischio dopo dieci anni di denaro a basso costo. Il private credit, il private equity e i portafogli a leva sono le questioni più importanti. Negli ultimi 10 anni è cresciuto da una strategia di nicchia a una componente multimiliardaria della finanza globale e le sue attività superano ormai i $2.000 miliardi. Ogni anno assistiamo a un aumento dei prestiti concessi a società in difficoltà nel pagamento degli interessi, soprattutto nei settori ciclici e del software, con gli investitori alla ricerca di rendimenti reali. Gli investitori che hanno subito la repressione finanziaria hanno constatato che il debito sovrano non offriva alcun rendimento economico reale e sono stati costretti ad assumersi maggiori rischi per ottenere rendimenti reali modesti. Le autorità di regolamentazione europee e britanniche affermano che i fondi di private credit non utilizzano molta leva finanziaria, ma il rischio per il sistema deriva dal fatto che questi fondi sono interconnessi e difficili da tracciare. L'esposizione delle banche a questo settore e agli hedge fund raggiunge diverse migliaia di miliardi di dollari, tuttavia il rischio più probabile per le banche non è una reazione a catena come nel 2008, bensì la necessità di limitare l'accesso al credito e di adottare misure preventive e svalutazioni. Il debito privato e il private equity stanno causando una crisi attraverso una lenta stretta creditizia anziché di un unico grande disastro come nel 2008. Dobbiamo però ricordarci che le banche americane hanno aumentato il capitale di base a ritmi significativi negli ultimi anni, quindi la situazione in termini di solvibilità e bilancio è ben lontana dalle difficoltà del 2008. Infatti con la dismissione della SLR e le regole di Basilea III, esse sono più capaci di gestire stress di bilancio in caso di crisi. Soprattutto quando i titoli del Tesoro americani sono tornati a essere collaterale affidabile e non più necessitanti un supporto a loro volta. Questo a sua volta significa che la loro domanda aumenterà, soprattutto da parte dei player esteri i quali saranno investiti da questa tempesta con molta più veemenza rispetto alle controparti americane. In questo modo vengono ridimensionati presunti giganti del mondo finanziario come BlackRock e Vanguard i quali hanno potenziato i canali ombra della finanza mondiale, banche come JP Morgan e Goldman Sachs raccolgono i deflussi e consolidano la loro posizione, la classe media americana viene liberata da una grossa fetta di finanziarizzazione che ne ha bloccato la crescita, e il debito americano continua a essere un asset di scelta in caso di copertura delle proprie posizioni. I guai, quindi, sono tutti di Londra e Bruxelles principalmente, che hanno adottato questo modello di business per gonfiare artificialmente le loro posizioni di predominanza sui mercati e svuotando l'economia americana come garanzia per la continuità di questa pratica malevola. E a ciò bisogna anche aggiungere che il SOFR e il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro mettono ulteriormente a riparo i player americani nei confronti di un contagio sistemico proveniente dalle loro controparti oltreoceano molto più deboli.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/litalia-riduce-le-tasse-sui-carburanti)

Un'economia di mercato solida dispiega la sua massima capacità di assorbimento proprio durante gli shock esterni. In quei casi i policymaker dovrebbero rimanere inerti, poiché le nubi della tempesta di solito si diradano da sole, in linea con il principio che i prezzi elevati sono la cura per i prezzi elevati. Questo, ovviamente, si applica ai mercati energetici solo se i governi non si sono già tirati fuori dall'equazione attraverso grotteschi interventi politici ben prima della crisi.

Per le economie europee, tuttavia, vale il contrario. Si tratta di sistemi eccessivamente regolamentati, gravati da un estenuante carico fiscale e strutturalmente fragili, in grado a malapena di attivare efficaci meccanismi di assorbimento degli shock di fronte alla crisi iraniana. Gli alti prezzi dell'energia colpiscono incessantemente e le risposte politiche nazionali divergono nettamente tra le diverse giurisdizioni europee.

La premier italiana Giorgia Meloni ha reagito prontamente alla situazione critica dei prezzi del carburante nel Paese. A seguito di una decisione del Consiglio dei Ministri del 18 marzo, è entrata in vigore per decreto una riduzione immediata delle accise sui carburanti, applicabile sia alla benzina che al diesel. Secondo fonti governative si prevede una riduzione dei prezzi di 25 centesimi al litro, generalizzata per famiglie, imprese e tutti gli operatori del mercato.

In Italia i policymaker sembrano essere molto attenti alla realtà, sintonizzati sulle difficoltà affrontate da cittadini, imprese e commercianti. In netto contrasto con il governo del cancelliere Friedrich Merz, Roma opta per misure di sostegno al settore privato in un contesto di crisi che sta erodendo progressivamente il potere d'acquisto. Nel frattempo Merz e il suo ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, sono invischiati in dibattiti sugli aumenti delle tasse, distaccati dalla crisi di Hormuz e in gran parte scollegati dalla realtà di lavoratori, pendolari e aziende. L'apparato fiscale di Berlino è autoreferenziale e monotono, proiettato verso il prossimo atto della propria tragicommedia.

L'Italia, un tempo più statalista nello spirito rispetto alla sua rivale settentrionale, ora agisce con rapidità, pragmatismo e decisione. Il taglio delle accise rimarrà inizialmente in vigore per 20 giorni, ma è probabile che venga prorogato qualora la situazione nello Stretto di Hormuz, in gran parte bloccato adesso, non dovesse migliorare. Il governo italiano dimostra così una capacità di azione che manca alla Germania. Merz, al contrario, rimane esitante nel ridurre l'intervento statale: un convinto statalista che, persino in un momento di grave crisi, non riesce ad adottare le misure fiscali necessarie per proteggere imprese e consumatori dalla tempesta in arrivo.

A Berlino i politici continuano a negare a cittadini e imprese il tanto atteso sollievo dall'impennata dei prezzi del carburante, nonostante circa due terzi del prezzo confluiscano nelle casse dello stato attraverso varie imposte. Forse è proprio per questo che la questione viene rimandata. A Berlino prevale una mentalità di sfruttamento, anche se le casse pubbliche si stanno svuotando. I tagli alla spesa che potrebbero creare spazio per un alleggerimento del carico vengono evitati a tutti i costi in vista delle super elezioni del 2026.

La situazione a Roma è nettamente diversa: oltre a ridurre le accise sui carburanti, il governo italiano concede crediti d'imposta alle aziende di trasporto, direttamente collegati al consumo verificato di gasolio.

Questi crediti sono destinati ad alleviare il settore della logistica, uno dei più colpiti dall'aumento dei prezzi dell'energia, e a impedire che l'aumento dei costi e l'estrema volatilità nei mercati energetici si ripercuotano interamente sulle tariffe di trasporto e sui prezzi al consumo.

Ma le misure non si fermano qui. Il governo italiano ha rapidamente predisposto un pacchetto più ampio volto a frenare la potenziale speculazione sui prezzi alla pompa. Per prevenire rincari eccessivi è stato introdotto un meccanismo anti-speculazione per individuare e limitare gli aumenti di prezzo ingiustificati.

In pratica ciò significa che i prezzi al dettaglio dei carburanti saranno strettamente collegati alle effettive variazioni dei prezzi globali del petrolio greggio, garantendo che eventuali rincari ingiustificati vengano immediatamente eliminati.

Le compagnie petrolifere e i gestori delle stazioni di servizio sono tenuti a comunicare regolarmente i propri prezzi alle autorità, che monitorano l'intera catena di approvvigionamento e distribuzione. Le deviazioni dai prezzi giustificati dalle variazioni del mercato del petrolio greggio possono comportare sanzioni.

Nell'emergenza acuta scatenata dalla crisi iraniana, il potere esecutivo del governo italiano si rivela un chiaro vantaggio. Esso può emanare rapidamente provvedimenti temporanei tramite decreto. La decisione di ridurre le accise sui carburanti è particolarmente significativa, dato che l'Italia, come la Germania, applica accise molto elevate sui carburanti. Lo stato rappresenta fino al 62% del prezzo della benzina e circa il 58% del prezzo del diesel.

L'importanza del taglio delle tasse è diventata evidente sui mercati delle materie prime, soprattutto quando il petrolio WTI è salito a circa $114. L'attacco al complesso energetico iraniano di South Pars ha inferto un ulteriore shock al mercato.

Per gli italiani c'è la speranza che questa grave crisi porti infine a una più ampia consapevolezza – soprattutto per il Ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, e il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni – che alleggerire il costo del carburante per i cittadini sia fondamentalmente l'approccio giusto. Mobilità e costi di trasporto accessibili rimangono fattori chiave di competitività.

Lo stato deve imparare a esercitare moderazione. Uno stato snello protegge i cittadini in tempi di crisi molto meglio, grazie alla sua flessibilità, rispetto all'apparato burocratico elefantiaco che conosciamo oggi. Una conclusione che, tuttavia, il cancelliere e il ministro delle finanze tedeschi contesterebbero fermamente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 16 marzo 2026

I leader dell’UE chiedono un “reset normativo”, ma è solo l’ennesimo gioco di potere

L'Eurozona è un esempio lampante di come uno stato ipetrofico distrugga la crescita dell'occupazione, i miglioramenti dei salari reali e gli investimenti. Il modesto miglioramento dell'attività economica si accompagna a un calo delle assunzioni e degli investimenti. Gli aumenti delle tasse e le linee di politica insistenti su emissioni zero hanno decimato l'industria e azzerato la crescita dell'occupazione. Questi evidenti trend di deterioramento economico si verificano in un periodo di crescita artificiale del PIL. La spesa pubblica è ora uno dei principali fattori di “crescita economica” in Francia, Regno Unito, Germania e altre grandi economie europee. Escludendo l'aumento della spesa pubblica, la maggior parte di queste economie è in recessione. Il Global Economic Outlook di ottobre 2025 di S&P Global ci segnala che la crescita della produzione è sempre più sostenuta dall'irresponsabilità fiscale piuttosto che dal dinamismo del settore privato. La relazione afferma che “le politiche fiscali più accomodanti negli Stati Uniti e in Germania sostengono la crescita”, ma avverte altresì che “la fragilità dei mercati del debito sovrano in molte delle maggiori economie europee rimane una fonte chiave di rischio”. I programmi di “investimenti pubblici” nell'Eurozona e nel Regno Unito hanno parzialmente compensato la debole domanda privata. Rimane un'enorme scia di debito, la quale porta a ulteriori aumenti delle imposte. La spesa pubblica e l'inflazione persistente gonfiano la crescita nominale, mentre la produttività economica reale e le opportunità di lavoro nel settore privato si deteriorano. Uno stato ipertrofico significa bassa crescita, tasse elevate, salari reali bassi e un persistente rallentamento della produttività. Investimenti improduttivi e interventi governativi eccessivi sono ormai la norma nelle principali economie europee. SP Global spiega inoltre che “i settori più sensibili ai tassi di interesse, come l'industria manifatturiera e l'edilizia, rappresentano una quota inferiore dell'attività economica nelle economie avanzate rispetto al passato”. Tuttavia il problema non sono solo i tassi di interesse, ma anche l'aumento delle tasse e le normative insormontabili che frenano l'attività nei settori ad alto moltiplicatore. L'agenda 2030, insieme alle cosiddette normative verdi e alle linee di politica emissioni zero, ha portato a un'allocazione errata del capitale e a distorsioni economiche, pertanto gli incrementi di produttività sono sempre più limitati ai settori digitale e finanziario. L'espansione fiscale ora alimenta la maggior parte dell'attività economica principale nei Paesi sviluppati, con effetti collaterali negativi ovunque. L'onere del servizio del debito sta manifestando un effetto crowding out sempre più marcato sul settore privato, le tasse elevate limitano gli investimenti e le assunzioni e la regolamentazione rende l'economia stagnante. La pistola fumante di questo esito è la generazione/consumo di energia elettrica e il consumo di gas: trend in vistoso calo in UE rispetto agli USA, sintomo che il comparto industriale europeo è diventato una “specie” a rischio estinzione come i panda. Con l'aumento dei rendimenti dei titoli di stato, poi, Paesi come la Francia e il Regno Unito si trovano già ad affrontare “circoli viziosi” di crescita più lenta e costi di finanziamento più elevati.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-leader-dellue-chiedono-un-reset)

Le critiche alle politiche normative dell'Unione Europea si fanno sempre più forti. In una lettera a Ursula von der Leyen, 19 capi di governo dell'UE chiedono l'abolizione di “norme superflue e squilibrate”.

È un grottesco teatro politico quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. Diciannove capi di governo dell'UE hanno firmato una lettera semi-pubblica – ottenuta da Handelsblatt – chiedendo nientemeno che un “reset normativo” a Bruxelles. Questa richiesta arriva dopo anni in cui gli stessi governi hanno diligentemente costruito il colosso eco-burocratico dell'UE.


Merz rinnova le sue critiche

La lettera seguiva di pochi giorni le dure dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha criticato l'eccessiva regolamentazione di Bruxelles e il conseguente onere burocratico, fattori che hanno contribuito in modo significativo alla crisi economica della Germania.

Intervenendo alla Giornata delle PMI della Mittelstands- und Wirtschaftsunion a Colonia, Merz ha dichiarato: “Permettetemi di essere un po' più schietto: dobbiamo dare una lezione a questa macchina di Bruxelles affinché si fermi una volta per tutte”.

Ha criticato aspramente la macchina legislativa dell'UE per aver continuato il suo lavoro di regolamentazione “senza sosta, indipendentemente dal fatto che sia stato eletto o meno un nuovo Parlamento, o che una nuova Commissione sia in carica o meno”.

Parole dure da parte di un cancelliere che, a livello nazionale, non è riuscito finora a riformare nemmeno un singolo aspetto dell'eccesso di regolamentazione della Germania, degli elevati oneri fiscali, o del suo Stato sociale ipertrofico.


Un’offensiva di pubbliche relazioni?

Le parole di Merz sembravano aver preparato il terreno per un'ondata di critiche più ampia, culminata nella lettera firmata da 19 leader dell'UE. Oltre a Merz, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni si sono uniti apertamente al coro contro la frenesia normativa di Bruxelles.

Il loro obiettivo dichiarato: riportare l'Europa su un percorso di crescita e competitività.

La lettera chiedeva l'eliminazione di “regolamentazioni superflue, eccessive o sbilanciate”. Una verità lapalissiana, forse, ma di fronte al disordinato apparato normativo di Bruxelles, questa sembra una richiesta massimalista, poiché una vera riforma richiederebbe anche lo smantellamento di parti della burocrazia stessa.

Gli autori chiedono inoltre che le PMI siano esentate dagli obblighi di rendicontazione, come quelli previsti dalla legge sulle catene di approvvigionamento, e dalle assurde normative climatiche, come il regolamento UE sulla deforestazione.


Sussidi, ancora una volta

Ancora più significativi sono i paragrafi finali della lettera. Qui venivano svelate le vere intenzioni: richieste di norme più flessibili su sussidi e fusioni aziendali. L'entità di questi sussidi non è un mistero: riguardano gli enormi fondi stanziati nei bilanci dell'UE e nazionali per i programmi climatici e, forse, per la costruzione di un'economia di guerra europea.

In altre parole la trasformazione verso un'economia UE sempre più centralizzata dovrebbe procedere in modo più fluido. Il recente appello di Merz a un “patto europeo per la competitività” e i suoi avvertimenti sulla concorrenza di Asia e Stati Uniti non sono di per sé sbagliati, ma la questione cruciale è come interpretare questa sfida e come affrontarla.

In particolare, non è stato fatto alcun accenno alla possibilità di ridurre le assurde tasse sulla CO2 imposte dal blocco europeo.


Il piano Draghi come modello

Bruxelles e le capitali dell'UE si stanno ora allineando, di fatto, al progetto delineato da Mario Draghi, il quale aveva auspicato un fondo di investimento del valore di €800 miliardi all'anno per l'economia dell'Eurozona, affiancato da una deregolamentazione laddove ciò fosse di interesse per Bruxelles.

In breve: i flussi di capitale devono essere incanalati meglio nei canali preferiti da Bruxelles, in modo rapido, concentrato e con una burocrazia minima. I decisori politici sperano che ciò inneschi una sorta di effetto economico auto-riparante, ma la crisi stessa è in gran parte la conseguenza proprio di questa cattiva allocazione dei capitali e di questa regolamentazione eccessiva dall'alto verso il basso.

L'Europa ha chiaramente scelto la strada dell'isolazionismo: centralizzazione, indebitamento e finanziamento cronico in deficit. È un vicolo cieco e Bruxelles ne è la manifestazione più evidente.


Cortine fumogene

Il fatto che 19 leader dell'UE abbiano criticato pubblicamente la linea di politica normativa di Bruxelles è degno di nota per due motivi. In primo luogo, solleva la questione se Bruxelles sia davvero diventata un'astronave burocratica, così distaccata dalla realtà che i suoi occupanti non si accorgono più del rapido declino economico dell'Europa.

Considerata l'orgia normativa degli ultimi anni, in gran parte giustificata da una visione apocalittica del cambiamento climatico, la risposta è molto probabilmente sì.

In secondo luogo il modo semi-pubblico in cui è stata presentata questa critica, tramite fughe di notizie selettive a testate come Handelsblatt, è stato scelto con cura per creare l'impressione che i governi nazionali siano ancora sovrani, economicamente competenti e attenti alle preoccupazioni dei loro cittadini.

In realtà si tratta del solito vecchio scontro tra Bruxelles e governi nazionali sempre più impotenti. A parte qualche caso isolato come l'Ungheria, la Repubblica Ceca o, di recente, la Polonia, tutti condividono la stessa linea ideologica.


Von der Leyen saldamente in controllo

La Von der Leyen potrebbe sembrare isolata, ma ha già raggiunto il suo obiettivo principale: espandere il bilancio della Commissione UE per il periodo 2028-2034 a circa €2.000 miliardi. Circa €750 miliardi – più di un terzo – finiranno nei canali inariditi del clientelismo verde. A ciò si aggiungeranno ingenti iniezioni di sussidi nazionali, come i fondi speciali per la Germania.

Un simile intervento statale non può essere attuato senza una regolamentazione aggiuntiva e una burocrazia ancora più grande.

Quindi, nonostante il linguaggio altisonante della lettera alla von der Leyen, non ci sarà alcun alleggerimento normativo o amministrativo reale per le imprese.

In definitiva, lei non dovrebbe essere giudicata dalle sue parole – o da quelle dei suoi critici – ma dalle sue azioni. E da questo punto di vista, la sua direzione politica è già chiara.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 20 febbraio 2026

Tutti si stanno concentrando sulla cosa sbagliata

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Michael Nicoletos

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tutti-si-stanno-concentrando-sulla)

Settimana affascinante.

Affascinante perché ora sappiamo chi il presidente Donald Trump ha nominato come prossimo presidente della Federal Reserve: Kevin Warsh.

I mercati non se lo aspettavano. Molti investitori erano posizionati in attesa di quella che i trader chiamano una “colomba”, qualcuno incline a tagliare i tassi in modo aggressivo e a mantenere la liquidità disponibile. Invece si sono imbattuti in qualcuno con una consolidata reputazione di “falco”. Le azioni sono crollate dopo l'annuncio; i rendimenti dei titoli del Tesoro sono saliti; i metalli preziosi sono crollati; il dollaro si è rafforzato.

Ma se avete prestato attenzione, davvero attenzione, a ciò che questa amministrazione ha effettivamente detto e fatto, questa nomina non dovrebbe sorprendere nessuno.

Infatti ritengo che sia una delle decisioni di politica economica più coerenti e consequenziali degli ultimi decenni. E credo che sia molto positiva per l'economia statunitense, per le aziende statunitensi e per i mercati statunitensi.

Lasciatemi spiegare in parole semplici.


La storia “Falco & Colomba” non coglie il punto

La prima reazione dei mercati a qualsiasi notizia della FED è sempre quella di classificarla in due categorie: falco e colomba. Questa definizione è comoda, ma è anche incompleta.

Warsh non è qui per abbassare i tassi a comando, né per mantenerli alti per puro rigore. Rappresenta una filosofia fondamentalmente diversa su come dovrebbe essere gestita l'economia statunitense, una filosofia che ci è sotto gli occhi da oltre un anno, se solo la gente si prendesse la briga di guardare.

Questa nomina rappresenta un cambio di passo, un cambiamento nel modo in cui i policymaker concepiscono la crescita, l'inflazione e il ruolo della FED nei mercati. Pensate alle persone sedute al tavolo.

Scott Bessent, Segretario del Tesoro, ha sostenuto che l'economia deve abbandonare la liquidità trainata da Wall Street e tornare al credito trainato da Main Street. Ha affermato chiaramente che l'era della FED come motore principale dei mercati finanziari deve finire.

Stephen Miran, governatore della Federal Reserve, ha tenuto due discorsi epocali che insieme costituiscono il modello più chiaro di ciò che ci aspetta. In uno ha affrontato la regolamentazione bancaria e il bilancio della FED; nell'altro, a cui ho assistito ad Atene, ha sostenuto che la deregolamentazione è deflazionistica. Due discorsi, due diversi tipi di regolamentazione. Stesso obiettivo: tassi più bassi, un impatto minore della FED e una crescita più rapida. Analizzerò entrambi in dettaglio di seguito.

Kevin Warsh ha trascorso anni alla Hoover Institution sostenendo che il bilancio della FED è ipertrofico e che il quantitative easing ha distorto i mercati. Ha descritto la crescita trainata dal QE come un “effetto zucchero”, temporaneo e in definitiva malsano; ha auspicato un “cambio di passo” alla FED.

Non si tratta di tre nomine casuali. Si tratta di un quadro coordinato con profonde implicazioni sulla gestione dell'economia statunitense negli anni a venire.


Il vecchio metodo: mettere il carro davanti ai buoi

Per capire perché questo cambiamento è importante, bisogna prima capire cosa sta sostituendo.

Per quasi quindici anni l'approccio dominante alla gestione economica è stato più o meno questo: la FED acquista enormi quantità di titoli del Tesoro e titoli garantiti da ipoteca (quantitative easing), inondando il sistema finanziario di riserve. Questo fa salire i prezzi degli asset: azioni, obbligazioni e immobili. Chi possiede questi asset si sente più ricco. Grazie a questo “effetto ricchezza”, spende di più. E poiché circa il 70% del PIL statunitense è costituito da consumi, l'economia cresce.

Sulla carta, sembra logico. In pratica, è stato come mettere il carro davanti ai buoi.

Il 10% più ricco degli americani, che detiene la stragrande maggioranza degli asset finanziari, ha avuto risultati eccezionali. L'altro 90%, il lavoratore medio, il piccolo imprenditore, chi cerca di acquistare la prima casa, è rimasto in gran parte indietro. La crescita salariale è stata anemica, la disuguaglianza si è ampliata, gli immobili sono diventati inaccessibili e abbiamo assistito a ogni sorta di macroanomalia: una crescita persistentemente bassa nonostante la massiccia espansione monetaria, una disconnessione tra i prezzi degli asset finanziari e l'economia reale e un sistema finanziario che ha incanalato la liquidità verso la speculazione piuttosto che verso gli investimenti produttivi.

Era il vecchio metodo e non funzionava per Main Street.


Ritorno alle origini: oltre la FED, potenziare il sistema bancario

Il nuovo approccio è fondamentalmente diverso. Invece di affidarsi al bilancio della FED per iniettare liquidità dall'alto verso il basso, l'idea è quella di utilizzare il sistema bancario per incanalare il credito dal basso verso l'alto.

Riformare la regolamentazione bancaria in modo che le banche statunitensi abbiano una maggiore capacità di bilancio. Le banche concedono più credito alle imprese e ai consumatori, prestiti per case, attrezzature, espansione e capitale circolante. Questo credito confluisce nell'economia reale, creando posti di lavoro e finanziando gli investimenti. La crescita economica traina gli utili aziendali. I mercati salgono non perché la FED acquista obbligazioni, ma perché l'economia sottostante è realmente più forte.

Questo è il punto in cui i buoi passano davanti al carro. Prima la crescita, poi i guadagni sui mercati.

La differenza fondamentale è che il credito che fluisce attraverso il sistema bancario ha un effetto moltiplicatore molto più elevato rispetto al QE. Quando una banca concede un prestito a un'azienda che assume dieci persone, queste dieci persone guadagnano, pagano le tasse, spendono nei negozi locali e generano attività che si ripercuotono a cascata. Quando la FED acquista un titolo del Tesoro da un Primary dealer, il denaro finisce spesso parcheggiato nelle riserve o riciclato in asset finanziari. La trasmissione a Main Street è debole e indiretta.

Ecco perché Scott Bessent, Stephen Miran e Kevin Warsh non sono contrari a Wall Street. Vogliono che i mercati vadano bene, ma capiscono che i mercati costruiti su un'economia in genuina crescita sono molto più sostenibili di quelli puntellati dagli acquisti delle banche centrali.


Una FED più piccola richiede un bilancio privato più grande

Passiamo ora all'impianto idraulico finanziario, la parte che la maggior parte dei commenti ignora.

Il bilancio della Federal Reserve è composto da attivi e passivi. Quando la FED detiene più titoli del Tesoro e titoli garantiti da ipoteca, il sistema bancario detiene più riserve presso la FED. Quando quest'ultima detiene meno titoli, il sistema bancario detiene meno riserve e il settore privato deve intervenire per assorbire più debito pubblico.

Non è possibile ridurre l'impatto della FED se non si aumenta anche la capacità del settore privato di detenere debito pubblico e di fornire liquidità sul mercato monetario.

La FED ha ridotto il suo bilancio da circa $8.900 miliardi, al picco del 2022, a circa $6.500 miliardi a fine 2025, una riduzione di oltre $2.200 miliardi. In percentuale del PIL, le partecipazioni azionarie della FED sono diminuite dal 33% a circa il 20%. Si tratta di un vero progresso, ma si tratta comunque di una cifra enorme rispetto agli standard storici, e per ridurla significativamente è necessario che qualcun altro intervenga come acquirente.

La stessa FED ha riconosciuto un compromesso fondamentale: un bilancio più piccolo, tassi di interesse a breve termine stabili e un intervento minimo sul mercato non possono essere conseguiti simultaneamente. Si possono scegliere due opzioni. Gli economisti lo chiamano il “trilemma del bilancio”.

Quando i titoli della stampa inquadrano la richiesta di Warsh di un “bilancio della FED più piccolo” come una stretta monetaria aggressiva, stanno dando un'interpretazione limitata e fuorviante. Ciò che Warsh in realtà sostiene è un pacchetto: ridurre l'impatto della FED e contemporaneamente espandere la capacità del settore privato di assorbire ciò che essa lascia andare. Questa non è una stretta, è una trasformazione strutturale del funzionamento della liquidità.


Il Supplementary Leverage Ratio: il collo di bottiglia di cui nessuno parla

È qui che la candidatura conta davvero ed è qui che si verifica il vero e proprio confronto tra tutto ciò che ho descritto sopra.

Il Supplementary Leverage Ratio, o SLR, è una norma patrimoniale introdotta nell'ambito della revisione normativa post-2008. Si tratta di un vincolo netto di “capitale rispetto all'esposizione totale” che, a differenza delle normative ponderate per il rischio, non distingue tra asset rischiosi e quelli privi di rischio.

Ciò significa che i titoli del Tesoro USA, garantiti dal full faith and credit del governo degli Stati Uniti, e le riserve detenute presso la Federal Reserve, consumano la stessa capacità di leva finanziaria di un prestito aziendale rischioso.

Allo stesso tempo, le norme sulla liquidità post-crisi, il Liquidity Coverage Ratio (LCR), spingono le banche a detenere grandi quantità di “asset liquidi di alta qualità”. In pratica ciò significa grandi quantità di titoli del Tesoro e riserve.

Richiediamo alle banche di detenere questi asset per liquidità, per poi penalizzarle se detengono gli stessi asset in base alle regole sulla leva finanziaria. È come se vi dicessero che dovete portare sempre con voi un ombrello e poi vi multassero ogni volta che vi vedono con un ombrello.

Questa contraddizione non è teorica. Nell'aprile 2020 le autorità di regolamentazione hanno temporaneamente escluso i titoli del Tesoro americani e le riserve dal calcolo dell'SLR per alleviare le tensioni sul mercato dei titoli del Tesoro. Funzionò: le banche assorbirono i titoli del Tesoro senza stress. Quando l'esenzione è stata rimossa nel marzo 2021, le banche hanno ridotto i depositi per rimanere entro i limiti di leva finanziaria, la liquidità è confluita nei fondi del mercato monetario e la linea di credito reverse repo della FED è aumentata oltre i $2.000 miliardi, una conseguenza diretta del ritorno della contraddizione normativa.

Il governatore della FED, Miran, lo ha esposto nel suo discorso del novembre 2025 intitolato “Il predominio normativo del bilancio della Federal Reserve”. La sua tesi: la dimensione del bilancio della FED non è principalmente una scelta di politica monetaria; è una conseguenza del quadro normativo. Le banche sono costrette a detenere ingenti riserve perché la regolamentazione lo impone e poiché le banche hanno bisogno di quelle riserve, la FED non può ridurle senza causare stress.

Come ha affermato: “Mentre ridimensioniamo correttamente le normative, spero che ciò ci consenta di ridurre ulteriormente le dimensioni del bilancio, allentando la morsa del predominio normativo”.


Cosa si ottiene realmente esentando i titoli del Tesoro

Se i titoli del Tesoro e le riserve vengono esclusi dal denominatore SLR, accadono simultaneamente diverse cose.

Le banche possono detenere più titoli del Tesoro senza consumare capacità di leva finanziaria. Il sistema bancario privato può intervenire come acquirente quando la FED si fa da parte come venditore; la transizione da un mercato dei titoli del Tesoro dominato dalla FED a uno intermediato privatamente diventa possibile.

Le banche liberano spazio nei bilanci per i prestiti. La capacità che era stata bloccata contro attivi sicuri può essere ridistribuita nel credito, a imprese, consumatori e comunità. Questo è il canale diretto dalla riforma normativa alla finanza pubblica.

Il costo del denaro per il governo federale diminuisce. Una migliore intermediazione del Tesoro sul mercato si traduce in rendimenti più bassi. Bessent ha sostenuto che questo potrebbe far risparmiare “decine di punti base”. Su un debito nazionale superiore a $36.000 miliardi, anche pochi punti base si traducono in decine di miliardi di risparmi annuali sugli interessi per i contribuenti.

Il rischio di disfunzioni nel mercato dei titoli del Tesoro diminuisce. Miran ha descritto l'esenzione come un “piccolo prezzo da pagare per prevenire potenziali disfunzioni” nel mercato finanziario più importante al mondo, evitando che si ripetano il blocco dei titoli del Tesoro del marzo 2020 o la crisi dei Gilt britannici.

Con Warsh alla FED, allineato con Scott Bessent al Tesoro e basandosi sul lavoro intellettuale di Stephen Miran, la riforma dell'SLR non è solo probabile; è praticamente certa.


Perché i timori di inflazione sono esagerati

So cosa molti di voi stanno pensando: “Tutto questo sembra fantastico, Michael, ma che dire dell'inflazione? Se si tagliano i tassi, si deregolamenta e si espande il credito bancario, i prezzi non saliranno alle stelle?”

A fine gennaio 2026 il tasso di inflazione a 10 anni era di circa il 2,36% e il tasso atteso a 5 anni era di circa il 2,19%. Questi non sono i numeri di un mercato che urla “anni '70”; suggeriscono che le aspettative di inflazione rimangono ben ancorate.

Ma al di là di quanto ci dice il mercato obbligazionario, credo che gli investitori stiano sottovalutando due enormi forze deflazionistiche strutturali. Come ho scritto in precedenti pubblicazioni, non tutta l'inflazione è uguale e non può essere trattata allo stesso modo. Queste due forze sono distinte, strutturali e potenti.


Forza deflazionistica n°1: la Cina

Ho scritto molto sulla Cina (si veda ad esempio Il Giappone non sta perdendo il controllo) e il quadro non è roseo.

La Cina sta affrontando gravi dislocazioni interne: una crisi immobiliare che ha spazzato via migliaia di miliardi in ricchezza delle famiglie, un crollo demografico in accelerazione, un eccesso di credito dovuto ad anni di prestiti diretti dallo stato e un settore manifatturiero che produce molto più di quanto la domanda interna possa assorbire. La massa monetaria M2 della Cina è più del doppio di quella degli Stati Uniti, eppure la sua economia è solo circa due terzi delle dimensioni di quest'ultima. L'eccesso di capacità inonda i mercati globali di beni a basso costo e, con i dazi statunitensi che limitano le tradizionali rotte di esportazione, tale surplus viene venduto a prezzi scontati ovunque.

Non si tratta di un fenomeno temporaneo: è strutturale e rappresenta una potente forza disinflazionistica, in particolare attraverso lo scambio di beni e le catene di approvvigionamento.


Forza deflazionistica n°2: l'intelligenza artificiale

Sì, la spesa per l'intelligenza artificiale è enorme in questo momento. Centinaia di miliardi di dollari confluiscono in chip, data center, infrastrutture energetiche e addestramento di modelli. Questa spesa è denaro reale e, nel breve termine, concentra risorse, energia e capitali in un unico settore, il che può apparire inflazionistico.

Ma i guadagni di produttività derivanti dall'intelligenza artificiale, una volta adottati su larga scala, saranno profondamente deflazionistici. Quando un compito che richiedeva dieci persone può essere svolto da due, quando una ricerca che richiedeva settimane può essere svolta in poche ore e quando la programmazione che richiedeva team numerosi può essere accelerata di un ordine di grandezza, il costo della fornitura di beni e servizi diminuisce drasticamente.

Stiamo già vedendo i primi risultati: nel terzo trimestre del 2025 la produttività delle imprese non agricole statunitensi è aumentata a un tasso annuo del 4,9% e il costo del lavoro unitario è diminuito dell'1,9%. Gli economisti hanno esplicitamente collegato questa impennata all'aumento degli investimenti nell'intelligenza artificiale.

E se il tasso di adozione dell'IA è più rapido di quanto i mercati si aspettino, e credo che lo sia, allora le pressioni deflazionistiche saranno maggiori e arriveranno prima di quanto chiunque stia attualmente stimando. La curva di adozione non è graduale, è ripida, e ogni ondata spinge i costi verso il basso.


Schumpeter aveva la risposta 100 anni fa

È qui che la teoria economica e gli eventi attuali si allineano magnificamente.

Nella Teoria dello Sviluppo Economico Joseph Schumpeter descrisse un modello che si sta verificando proprio davanti ai nostri occhi. Sosteneva che gli innovatori necessitano di nuovo potere d'acquisto per sottrarre risorse al flusso economico esistente. Le banche forniscono questo potere espandendo il credito, il che può far salire temporaneamente i prezzi. Schumpeter definì questo fenomeno “inflazione creditizia”.

Ma, cosa fondamentale, sosteneva che se l'iniziativa innovativa ha successo, l'economia si ritrova con beni più numerosi e di migliore qualità. Il credito viene ripagato e la pressione iniziale sui prezzi non è permanente. Andò anche oltre: quando l'innovazione ha davvero successo, il risultato non è affatto inflazione, ma deflazione, perché i nuovi beni e la nuova efficienza compensano ampiamente il precedente aumento del potere d'acquisto.

Le centinaia di miliardi spesi in infrastrutture di intelligenza artificiale in questo momento? Questa è l'inflazione del credito di Schumpeter, il costo iniziale per costruire nuova capacità produttiva. Quali guadagni di produttività seguiranno? Questa è la deflazione di Schumpeter, il guadagno quando l'investimento avrà successo.

È proprio per questo che la nomina di Kevin Warsh è perfetta: ha criticato esplicitamente la FED per aver sottovalutato come la crescita della produttività, potenziata dall'intelligenza artificiale, possa tenere sotto controllo l'inflazione; crede che la vera prosperità derivi dall'innovazione e dagli investimenti di capitale, non dalla stampa di denaro da parte della banca centrale. Schumpeter avrebbe approvato.

I mercati stanno valutando la fase di spesa, non hanno ancora iniziato a valutare la fase di produttività. È in questo divario che risiede l'opportunità.


Deregolamentazione: la forza deflazionistica che nessuno sta prendendo in considerazione

Qualche settimana fa mi trovavo ad Atene quando il governatore Stephen Miran ha pronunciato il suo secondo discorso storico, questa volta al Delphi Economic Forum tenutosi presso la National Gallery – Alexandros Soutsos Museum. L'ambasciatrice statunitense, Kimberly Guilfoyle, lo ha presentato come “una delle menti economiche più brillanti” che sta plasmando il dibattito sulla politica monetaria a Washington.

La sua tesi: le implicazioni della deregolamentazione per l'offerta di denaro e per la politica monetaria.

Miran ha tracciato un parallelo diretto tra la ripresa della Grecia, resa possibile solo dopo dolorose riforme di deregolamentazione, tra cui la liberalizzazione dei mercati dei prodotti, l'alleggerimento degli oneri per le licenze, l'apertura di professioni soggette a restrizioni e la privatizzazione di aeroporti e porti, e ciò che gli Stati Uniti stanno intraprendendo ora. Ha definito la svolta della Grecia “fantastica” e ha affermato che il Paese ha “illuminato il cammino e ci ha mostrato la via”.

La sua tesi principale: la deregolamentazione è uno shock positivo lato dell'offerta. Aumenta la produttività, aumenta la concorrenza, espande la capacità economica ed esercita una pressione al ribasso sui prezzi. In termini economici standard, è deflazionistica. E citando un importante articolo accademico del 2014, ha sostenuto che se la banca centrale ignora questo effetto deflazionistico, rischia di rendere la politica monetaria troppo restrittiva e di causare una contrazione inutile. La risposta corretta a uno shock da deregolamentazione è tagliare i tassi di interesse.

Miran ha discusso l'ordine esecutivo dell'amministrazione Trump, “Liberare la prosperità attraverso la deregolamentazione”, che prevede che per ogni nuova norma adottata, dieci vengano abolite. Sulla base del ritmo di riduzione della normativa nel 2025, ha stimato che il 30% delle restrizioni normative previste dal Codice dei Regolamenti Federali potrebbe essere eliminato entro il 2030.

Il suo calcolo: questa deregolamentazione potrebbe ridurre il livello dei prezzi al consumo di circa mezzo punto percentuale all'anno per tutto suddetto periodo.

In un mondo in cui la FED è indecisa se l'inflazione sia al 2,7%, o al 2,5%, un freno annuale prolungato di mezzo punto percentuale dovuto alla deregolamentazione è enorme. Cambia l'intero calcolo della politica monetaria; eppure quasi nessuno sul mercato lo sta modellando.


La vera strategia: crescere per uscire dai debiti

Facciamo un passo indietro e osserviamo il quadro generale.

Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico superiore a $36.000 miliardi. Il pagamento degli interessi è ormai una delle voci più consistenti del bilancio federale. Agli attuali tassi di interesse, questa situazione non è sostenibile se la crescita rimane debole.

Ci sono solo pochi modi per uscire da un problema di debito così grande: inflazionare (il che distrugge il potere d'acquisto e, nel caso degli Stati Uniti, non funziona perché i contributi pensionistici sono legati all'inflazione), dichiarare inadempienza (il che distrugge il sistema finanziario), imporre l'austerità (il che distrugge la crescita), o crescere economicamente per uscirne.

L'amministrazione Trump ha chiaramente scelto la quarta opzione: uscire dal pantano del debito attraverso la crescita economica.

Ogni leva politica che sta utilizzando è finalizzata a una deregolamentazione per aumentare la produzione potenziale, riformare il reddito disponibile per abbassare il costo del debito pubblico, investire nell'intelligenza artificiale per stimolare guadagni di produttività generazionale e tassi più bassi, giustificati dagli impulsi deflazionistici descritti sopra, per ridurre il costo del servizio del debito esistente.

Il calcolo è semplice: se la crescita del PIL nominale supera il tasso di interesse sul debito, il rapporto debito/PIL diminuisce nel tempo. Questo schema è progettato per aumentare il numeratore riducendo al contempo l'effetto di trascinamento del denominatore.

Questa non è ideologia, è aritmetica.


Il cambiamento davanti ai nostri occhi

Mettendo insieme tutti questi pezzi, quello che si ottiene è, a mio avviso, il cambiamento più significativo nella politica economica e macroeconomica degli Stati Uniti degli ultimi 20 anni. Forse di più.

Un passaggio dalla gestione della domanda all'espansione dell'offerta, dallo stimolo della spesa attraverso denaro facile alla rimozione dei vincoli sulla produttività, sulla concorrenza e sulla capacità produttiva.

Un passaggio dal bilancio della FED come principale motore di liquidità all'intermediazione privata, lasciando che banche commerciali e mercati facciano ciò per cui sono stati concepiti.

Il riconoscimento che sistemare i problemi a livello di idraulica finanziaria, SLR, la liquidità del mercato del Tesoro e i requisiti di riserva può avere conseguenze tanto importanti quanto modificare il tasso di riferimento.

E un apparato politico, il Dipartimento del Tesoro, la FED, il quadro intellettuale che, per la prima volta da molto tempo, sono allineati attorno a un unico insieme coerente di principi.


Cosa significa tutto questo per i mercati

Se questa svolta dovesse proseguire, le implicazioni sarebbero significative.

La crescita degli Stati Uniti dovrebbe sovraperformare. Non quella guidata da denaro facile e inflazione degli asset, ma quella radicata nell'aumento della produttività, negli investimenti di capitale e nell'espansione del credito attraverso il sistema bancario. Questo tipo di crescita è più duratura, più ampiamente condivisa e, in definitiva, più incisiva per gli utili aziendali.

Il premio inflazionistico incorporato nei tassi a lungo termine potrebbe rivelarsi eccessivo. Tra la deflazione cinese, la produttività dell'intelligenza artificiale e l'impatto deflazionistico della deregolamentazione, le tesi strutturali a favore di un'inflazione persistentemente elevata sono più deboli di quanto si creda. Le aspettative di inflazione nel mercato obbligazionario lo stanno già suggerendo.

Gli Stati Uniti stanno acquisendo un vantaggio competitivo che nessun'altra grande economia può attualmente eguagliare: leadership nel campo dell'intelligenza artificiale, riforma della regolamentazione, abbondanza di energia e un sistema bancario sul punto di essere liberato da regole contraddittorie.

Il costo del capitale dovrebbe scendere, ma in modo più sano. Non attraverso la stampa di moneta, bensì attraverso un migliore funzionamento del mercato, una minore pressione normativa e le naturali forze disinflazionistiche della tecnologia.

Niente di tutto ciò significa che il percorso sarà liscio come l'olio. La conferma di Warsh da parte del Senato potrebbe incontrare degli ostacoli. I dettagli della politica saranno oggetto di dibattito, i mercati attraverseranno momenti di incertezza, ma la direzione del percorso diventa più chiara di settimana in settimana.


Conclusione

A volte i cambiamenti più critici avvengono quando tutti guardano la cosa sbagliata.

Il mercato era concentrato sulla questione se il prossimo presidente della FED sarebbe stato una colomba o un falco. Era la domanda sbagliata.

La domanda giusta è: questa amministrazione ha una visione di come dovrebbe funzionare l'economia e ha le persone per realizzarla? Con Scott Bessent al Dipartimento del Tesoro, il modello di Stephen Miran integrato nell'apparato politico e ora Kevin Warsh alla FED, la risposta è sì.

Il mercato voleva una colomba, quello che potrebbe aver ottenuto è qualcosa di molto meglio: un quadro di riferimento che renda tassi più bassi compatibili con una maggiore produttività, un impatto minore della FED sui mercati, e una crescita duratura e su larga scala.

Prestate molta attenzione, perché tutto questo è davvero importante.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 21 gennaio 2026

Il tracollo economico della Germania: il 2025 in retrospettiva e cosa ci aspetta

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-tracollo-economico-della-germania)

L'economia tedesca ha vissuto un 2025 terribile e il governo del cancelliere Friedrich Merz ha tracciato la strada per un ulteriore declino quest'anno.

Se gli stipendi dei politici tedeschi fossero legati alla crescita del settore privato, i legislatori dovrebbero ridurre le loro buste paga del 2025, anno di profonda recessione, e risarcire i cittadini per l'inazione parlamentare e la follia ideologica.

Sebbene il termine “diät” derivi dal latino dieta, che significa sostanzialmente “compensazione”, nel contesto del collasso dell'industria tedesca riflette più accuratamente il significato tedesco: meritata frugalità e austerità materiale. Economicamente parlando, la Germania sta ora affrontando la fine dell'illusione di prosperità, conseguenza delle linee di politica catastrofiche del suo governo.


Il settore privato si riduce e l’onere statale aumenta

Dopo otto mesi sotto la guida del Cancelliere Merz, il bilancio non è solo misero, ma pietoso. Ipotizzando una quota statale del 50% e calcolando una crescita del PIL reale dello 0,2% con un nuovo debito netto superiore al 4%, il risultato per il 2025 è una contrazione del settore privato di circa il 3,8% rispetto all'anno precedente.

Ciò che a Berlino è poco noto – probabilmente una forma di esoterismo economico non insegnato nei seminari di partito o nei corsi sindacali – è che solo il settore privato produce i beni e i servizi che le persone effettivamente consumano. Non sorprende che una regolamentazione rigida e una tassazione schiacciante – la Germania è superata solo dal Belgio nell'OCSE per prelievo fiscale – strangolano l'impresa privata.

Gli investimenti sono scesi di circa il 6,5% rispetto alle medie di lungo periodo: un balzo in avanti nella direzione sbagliata, con un impatto profondo sui mercati del lavoro, sui bilanci pubblici e sulla previdenza sociale. Mentre il Ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, cerca di mascherare deficit ed esenzioni come semplici soluzioni di facciata, quest'anno i comuni si trovano ad affrontare un deficit di €35 miliardi.


La crisi diventa visibile

Ai livelli più bassi dell'apparato statale, nelle città e nei Paesi, il conto di decenni di cattiva gestione politica si sente più forte.

Il fattore scatenante è il crollo delle entrate fiscali delle imprese, conseguenza diretta di un numero record di fallimenti aziendali: nel 2025 saranno 24.000 le aziende uscite dal mercato.

L'apparente stabilità del mercato del lavoro è fuorviante. Centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nel settore pubblico e pensionamenti legati all'età mascherano il tracollo dell'economia reale nelle statistiche ufficiali. Merz ha rilasciato il freno al debito ad aprile, catapultando la Germania in una spirale di debito con un fondo speciale da €500 miliardi: una chiara indicazione che i politici hanno consapevolmente spinto l'economia contro un muro.

Né l'economia verde, né il settore militare, fortemente sovvenzionato, riusciranno a colmare la capacità industriale persa. Settori chiave come quello chimico operano solo al 70% della capacità, il 10% al di sotto del punto di pareggio: un chiaro segnale che la progressiva erosione della produttività e la depressione economica sin dal 2018 sono destinate a peggiorare, indipendentemente dal credito statale convogliato in sussidi pianificati a livello centrale.


Stato sociale e rifiuto di riformare

Berlino si è sottomessa completamente alla terribile dottrina del socialismo climatico di Bruxelles e ora si trova ad affrontare l'ardua sfida di nascondere il suo fallimento ideologico. Merz e il suo team proseguono la nota strategia politico-mediatica: come per le migrazioni, viene mantenuto un continuo camuffamento.

Quando si tratta di ingannare l'opinione pubblica, le sedi centrali del partito dimostrano una creatività notevole, non lasciando che nessuna menzogna sia troppo audace. Un volo di espulsione può essere inscenato per tenere in piedi le apparenze, mentre i confini rimangono aperti, viene promosso il ricongiungimento familiare e i passaporti tedeschi vengono distribuiti a profusione. L'obiettivo è coltivare nuove basi elettorali e applicare una strategia “divide et impera” per erodere la coesione sociale, culturale e tradizionale.

Si guadagna tempo e si mantiene la rotta, proprio come nella politica climatica. Le pseudo-riforme, come l'apparente fine dell'eliminazione graduale dei motori a combustione, servono solo a dare all'industria automobilistica in difficoltà un'illusione di apertura tecnologica, creando al contempo un nuovo mostro burocratico, realizzando in ultima analisi l'obiettivo di Bruxelles: fermare la produzione automobilistica tedesca.

Dal punto di vista degli eurocrati, i risultati sono impressionanti se l'obiettivo era la deindustrializzazione: circa 300.000 posti di lavoro nell'industria sono stati tagliati negli ultimi cinque anni. E quando una nazione perde il suo nucleo industriale, gran parte della sua creazione di valore scompare con essa.

Nel 2025 la produzione tedesca si è attestata a circa il 20% in meno rispetto al picco del 2018. Si profila una catastrofe economica e sociale, le cui conseguenze, in termini di coesione sociale, appaiono intellettualmente incomprensibili ai burocrati e alle élite ecologiste.


Collisione con la realtà

Se il 2025 è stato già catastrofico, quest'anno sarà probabilmente uno scontro con la realtà per molti tedeschi. I contributi previdenziali e le tasse devono aumentare drasticamente per sostenere la sicurezza sociale in un contesto di migrazione e pressioni demografiche.

Il governo Merz porta avanti l'eredità di Angela Merkel e Olaf Scholz: un pianificatore centralista verde eterodiretto a Bruxelles sotto le mentite spoglie del partito di Ludwig-Erhard, uno spaventapasseri politico dedito esclusivamente al consolidamento del potere a Bruxelles.

Il popolo tedesco, in particolare la classe media in estinzione, andrà incontro a un declino accelerato dopo un terribile 2025, che i giochetti mediatici del governo non potranno più nascondere.

L'illustre motto imprenditoriale “Made for Germany” di Merz era un falso; il “Made in Germany” appartiene sempre più al passato ormai. L'amara verità: la Germania è finita.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 16 gennaio 2026

Il primo anno di Trump



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-primo-anno-di-trump)

Sto iniziando a maturare l'idea che il disastro del 2008 sia stato lasciato accadere, nonostante tutte le criticità accumulate dal sistema eurodollaro e che infine avrebbero portato a una inevitabile rottura. Il 2008 è stato un evento che distrutto la liquidità negli USA e il loro accesso al capitale produttivo a svantaggio delle banche americane rispetto al resto del mondo. L'introduzione della Supplemental Leverage Ratio, Basilea 3, il Dodd-Frank Act e la conservatorship di Fannie/Freddie, sulla scia della Grande crisi finanziaria, puntano vistosamente in tale direzione. Ecco perché sono propenso a credere che gli USA siano sulla soglia di un boom del credito, nonostante la riorganizzazione/reindustrializzazione abbiano bisogno di ulteriore tempo per guadagnare trazione. Anche perché basta guardarsi un attimo intorno: chi è in condizioni economiche migliori di quelle statunitensi? Non che quelle statunitensi siano ottime su tutta la linea, anzi. In termini nominali ci sarà un rally, ma in termini reali saranno necessari altri 4-6 anni per rimettersi in piedi prima di poter muovere passi concreti in avanti. Questo articolo è di 4 anni fa, ma dà l'idea dello sfascio presente nel mercato immobiliare americano. Il private equity, sulla scia dei tassi bassi e la normativa a ripetizione sfornata dopo il 2008, ha fatto spesa di immobili e poi se le sono rivendute tra di loro facendo aumentare i prezzi, impedendo alla classe media di possedere una casa, costruire una famiglia e, peggio di tutto, di accedere al credito al consumo.

La rinascita della classe media americana passa per forza di cose dal mercato immobiliare: aggiustare il mercato dei mutui trentennali a tasso fisso, con copertura di equity credibile come oro, Bitcoin, flussi di cassa aziendali e titoli di stato americani. Un passo in avanti significativo è stato fatto quando la CFTC ha dichiarato ammissibili come garanzia per i prestiti Bitcoin e Tether. I QE, la ZIRP, il Dodd-Frank Act e tutte le altre storture/deformazioni economiche partorite da una FED popolata da vandali, così come il Congresso e le precedenti amministrazioni presidenziali, erano direzionati a distruggere/sabotare la capacità di formazione di ricchezza generazionale negli Stati Uniti. Un sabotaggio consapevole, tutto per mantenere liquido il mercato degli eurodollari disfunzionale (es. leva finanziaria spropositata) a vantaggio di Regno Unito ed Europa principalmente. In cambio è stata venduta all'americano medio la favoletta dei pasti gratis come l'università gratis o il sistema sanitario gratis, un'utopia progettata per trarre in inganno gli sprovveduti e risucchiare ulteriormente capacità produttiva dagli USA. E non è un caso che, proprio la settimana scorsa, Trump abbia preso contromisure contro il private equity esattamente in questo settore.

L'economia americana adesso sta tirando grazie anche agli enormi investimenti che si stanno facendo nel settore dell'intelligenza artificiale e, sebbene non si possano sapere in anticipo la portata dei ritorni, non è una situazione analoga a quella della bolla delle dot-com. Allora quel tipo di aziende che navigavano quel mercato non avevano clienti e il loro modello era tutto da dimostrare; i fornitori odierni di servizi di intelligenza artificiale hanno già clienti per i loro servizi e stanno costruendo infrastrutture che andranno a fornire servizi aggiuntivi che sono già richiesti. Quindi c'è una dinamicità complessiva che potrebbe dare una spinta agli USA nei prossimi 3 anni. Inoltre c'è un altro fatto: la costruzione di centrali energetiche per alimentare questa richiesta crescente, per alimentare i data center e rifare buona parte della rete elettrica nazionale necessita di molti lavori nell'alta manovalanza in quelle aree industriali che erano state in precedenza accantonate. Ecco perché i numeri della disoccupazione americana non spaventano, dato che la contrazione la stanno subendo i settori pubblico e quello dei colletti bianchi. Questa è una buona notizia perché viene progressivamente minimizzato il crowding out delle risorse da parte di coloro che sottraggono ricchezza reale, potenziando invece coloro che la creano. Come? Permettendo loro di avere una famiglia, ad esempio, una casa accessibile, finanziamenti a basso costo, ecc.

In questo senso la legge sulle stablecoin è stata fondamentale. Sulla scia dell'avvio del SOFR le banche americane sono tornate a ponderare il rischio di credito in base alla salute dell'economia interna, non a quella esterna. Come ho documentato nel mio libro, Il Grande Default, i vari giri di quantitative easing che hanno caratterizzato l'azione della FED nel corso dei 12 anni dal 2009 al 2021, in particolar modo, non sono stati altro che uno svuotamento dell'economia americana dalla sua essenza produttiva per tenere vivo un sistema decadente e al collasso che risiedeva altrove: Londra e Bruxelles. In questo senso le banche americane si sono trincerate nella liquidità finanziaria e hanno abbandonato al suo destino Main Street. Con questo nuovo assetto a livello di tassi di interesse e la rottura della catena del rischio che, tramite il LIBOR, teneva ancorati gli Stati Uniti al resto dei guai economici altrui, le banche possono tornare a fidarsi dell'operosità della classe media americana.

Ed è qui che si inserisce la nuova terminologia che bisogna affibbiare alla stagflazione: sgonfiamento del settore finanziario (necessità critica dato lo stress che si legge in diversi indicatori chiave) ed estensione del settore industriale (riportando in patria lavori e fabbriche definite chiave e strategiche). L'illusione dei beni di consumo a basso prezzo provenienti dalla Cina o di beni durevoli provenienti dall'Europa, con relativo appalto della produzione industriale a questi due player, ha indebolito progressivamente la capacità americana di creare ricchezza reale. Il Paese, come dicevo sopra, è stato svuotato. L'eccessiva dipendenza dall'estero s'è rivelato un potente anestetico di quella che era in realtà una demolizione controllata dall'interno. Questo era il compito ereditato delle 3 amministrazioni Obama, se prendiamo come riferimento gli ultimi vent'anni.

I dazi di Trump hanno rappresentato un monumentale “basta!”: la strada verso la chiusura di quell'arbitraggio nella bilancia commerciale che ha sempre rifiutato di chiudersi (fenomeno innaturale, quindi voluto ad hoc) e che faceva volare dollari facili all'estero.


IL QUADRO GENERALE

Ormai è inutile nasconderlo: un reset è in corso, ma non è quel reset che originariamente era stato preparato dalla cricca di Davos. Per molti anni è stata questa cerchia di individui che ha fatto da segnapasso a un cambiamento distopico della società e ha guadagnato l'onere dei riflettori. Il suo picco massimo è stato quando Powell ha iniziato a drenare il mercato degli eurodollari nell'estate del 2021 rialzando di 5 miseri punti base i tassi nei mercati dei pronti contro termine intermediati dalla FED. L'amministrazione Biden (oppure dovremmo dire Obama 3.0), non avendo il controllo di tale istituzione, ha usato il Dipartimento del Tesoro americano come proxy attraverso cui tenere liquido (per i player oltreoceano) suddetto mercato: lo scandalo USAID, lo scandalo (partito) in Minnesota dei centri scuola somali, lo scandalo delle ONG, la crisi conseguente dell'accesso alla sanità e alla casa, la rottura delle supply chain, ecc. Questo copione, se avesse avuto successo fino in fondo, avrebbe visto Kamala Harris o Nikki Healey al comando del Paese con conseguente distruzione definitiva degli USA come nazione prospera, la legittimazione dell'UE come centro di comando mondiale e l'uso dell'esercito americano come “strumento di persuasione” contro la Russia affinché venisse cacciata dall'Ucraina.

Tutto questo sarebbe stata l'apoteosi del sogno inglese, 300 anni anziano ormai, di rompere e penetrare l'impero russo (desiderio messo nero su bianco da Mackinder quando elaborò la sua tesi dell'Isola del Mondo, il cui vero obiettivo era impedire una fusione commerciale tra USA e Russia). Ora, un anno dopo l'insediamento di Trump, il mondo è completamente diverso. Il 2025 è stato di una importanza immensa: tumulti sociali in estate disinnescati, esplosione al rialzo di oro e argento, sobrietà fiscale nei conti federali, difesa degli interessi americani nel commercio mondiale e il “Grande Reset” dell'intero sistema monetario lontano dalle mani della City di Londra. Fortunatamente l'amministrazione Trump è stata brava abbastanza da resistere alle rappresaglie della cricca di Davos e portare avanti la sua agenda di guarigione della nazione.

Ma questa gente non se ne sta ferma a guardare in attesa di vedere sgretolarsi la quantità di privilegi e potere accumulati nei decenni. La “rivoluzione colorata” negli Stati Uniti, la guerra civile sostanzialmente, non è affatto finita, anzi si sta metastatizzando in forme diverse: Mamdani che liquida la città di New York fornendo riparo al private equity nel settore immobiliare (come abbiamo visto sopra) e alimentando le proteste di strada, il sindaco di San Francisco che vuole dare $5 milioni in sussidi alle “comunità disagiate” (nonostante la città abbia un bilancio di $1 milione), il governatore del Minnesota che chiama in causa la Guarda Nazionale contro gli agenti dell'ICE per aver fatto il loro lavoro, Portland che dopo Minneapolis potrebbe diventare la prossima in linea in quanto a caos sociale, ecc. Il fil rouge che collega tutte questi eventi è la guida Dem delle città coinvolte e degli stati coinvolti, nonché covo di cellule Antifa, gruppi conniventi con tali cellule e attivisti di associazioni “no profit” di sinistra. Mi fa ridere, poi, che tutto questo liquame putrido abbia la sfacciataggine di definirsi “spontaneo” e “no profit”, quando invece ci sono le PROVE che ottengono fondi ombra e sono capillarmente organizzati/direzionati/ scatenati dall'alto. Ecco perché è stato cruciale togliere fondi a tutta quella costellazione di parassiti che hanno pasteggiato con soldi pubblici e hanno minato dall'interno gli Stati Uniti.

Inutile girarci intorno: quella a cui stiamo assistendo negli USA, adesso, è un tentativo di rivoluzione colorata attivata tramite i canali di sinistra.

Ma questo va ben oltre i Dem e la sinistra, perché sappiamo benissimo chi è l'artefice di questi cambi al vertice: gli inglesi. Quest'anno sarà cruciale per l'amministrazione Trump, in vista soprattutto delle elezioni di medio termine. Il sentimento popolare la farà da padrone ed ecco perché egli spesso aggiusta il tiro nelle sue dichiarazioni: deve portare lentamente gli americani dalla sua parte e far vedere ciò che vede lui nelle deformazioni che emergono dalle profondità dello Stato profondo. Esso è popolato da una serie di infiltrati che per decenni hanno remato contro gli USA. E fortunatamente gli americani sono recettivi e stanno rispondendo positivamente, nonostante i media generalisti vogliano far credere il contrario e spaccino la scemenza “Trump è all'angolo”.

Bonificare questa palude significa soprattutto disinnescare la rete di potere che i Dem hanno costruito nel tempo e che è una propaggine di Londra. Non sarà facile, dato che gli animi si fanno sempre più tesi man mano che la cricca di Davos è costretta a mettere sul tavolo i propri di capitali per far sopravvivere la rete di privilegi e potere che ha acquisito nel tempo. A scapito degli USA, ovviamente. Il rischio che corre Trump quest'anno in particolare è l'attivazione infine del cosiddetto “Piano Podesta”: guerra civile e chiusura dei canali di sbocco marittimo negli stati a guida Dem. Facciamo un passo indietro e spieghiamo cos'è questo piano. Quando Hillary Clinton venne sconfitta alle elezioni presidenziali del 2016, Podesta, consulente del Partito democratico, aveva elaborato un progetto secondo cui alcuni stati a gestione democratica avrebbero dovuto avviare una secessione, o minaccia della stessa, dagli Stati Uniti. Gli stati sarebbero dovuti essere quelli verso cui fluisce gran parte del traffico mercantile navale. Se questo dovesse accadere e si staccherebbe tutto il filone occidentale e una parte di quello orientale (e gli sforzi in tal senso sono incarnati dalle varie proteste e manifestazioni represse anche con l'intervento militare), gli stati repubblicani e che difendono Trump si troverebbero isolati. Per questo motivo l'amministrazione Trump ha bisogno del supporto del settore militare, sia perché deve far piazza pulita nel Pentagono (infiltratissimo da agenti esteri), sia perché vuole avere il tempo di costruire degli approdi commerciali alternativi in Texas e Florida principalmente... e da qui capite tutte queste attenzioni sul Golfo d'America, sul canale di Panama, sul Venezuela e sulla Groenlandia.

Perché si stanno intensificando proprio ora queste proteste? Il fatto che ci stiano finendo di mezzo gli agenti dell'ICE è solo la scusante del momento, dato che qualsiasi motivazione sarebbe stata buona se si comprende la causa di fondo che rende virulenta l'opposizione a Trump: il mercato dell'eurodollaro.

L'inizio del 2026 ha portato anche un'ulteriore consapevolezza: la LBMA ha perso il controllo del prezzo dell'oro e dell'argento. E presto seguiranno a questi anche i prezzi di altre commodity intermediate dalla LME.


“IL GRANDE RESET”?

Le grandi potenze industriali del diciottesimo e diciannovesimo secolo erano Europa e Regno Unito. Quando erano tali avevano tutte le ragioni per impostare il meccanismo di prezzo di tutti gli input industriali. In quanto potenze industriali era la norma, potremmo aggiungere. Peccato solo che al giorno d'oggi non viviamo più in quel periodo storico. Gli Stati Uniti oggi sono la principale potenza industriale del mondo e le voci di una sua dipartita in tal senso (guarda caso provenienti dalla stampa inglese) sono estremamente esagerate. La disintermediazione del meccanismo di prezzo dei metalli preziosi innanzitutto e delle relative catene di approvvigionamento, per poi passare al resto degli altri metalli di base. Il pensiero strategico dell'amministrazione Trump si basa principalmente su questo modello: gli USA sono la potenza industriale del mondo, quindi dovrebbero essere loro a impostare i prezzi degli input. Se questa premessa è vera, allora il 2025 che ha visto Scott Bessent drenare la LBMA di metalli preziosi fisici acquista di senso compiuto.

Il dollaro è stato svalutato consapevolmente nella prima metà dell'anno scorso e con essi sono stati comprati lingotti fisici. Non solo, ma la debolezza del dollaro è stata perseguita anche per mettere pressione sull'UE affinché accettasse i termini del nuovo assetto commerciale mondiale e ingoiasse i dazi. Infatti, non appena la Commissione europea ha ceduto su tutta la linea, la svalutazione del dollaro si è arrestata. Gli USA non sono soli in questa linea di condotta, dato che la Cina si avvicenda a essi quando c'è bisogno di far continuare il deflusso di metalli preziosi dall'Inghilterra. Poi l'attenzione si sposterà sul rame e su tutte le altre principali commodity industriali.

Cos'è anche successo nella seconda metà dell'anno scorso? Quasi tutti gli occhi sono rimasti puntati sulla FED che non ha tagliato i tassi per 3/4 dell'anno scorso e ha buttato dalla finestra la pazzia dell'inflation targeting al 2%, mentre i proventi dei dazi sono fluiti nelle casse dello zio Sam e hanno abbassato i deficit commerciali. Cos'è passato in secondo piano? La fine della vecchia politica monetaria del Giappone. Questo evento storico non sarebbe potuto accadere se prima la FED non fosse riuscita a riprendere il pieno controllo della propria politica monetaria passando al SOFR. Ciò a sua volta ha significato il controllo del front-end della curva dei rendimenti americana e, con la fine prossima della conservatorship di Fannie/Freddie, anche il controllo sul back-end. Inutile dire che entrambi, prima, erano pesantemente influenzati dal LIBOR e quindi dalla City di Londra. Trump, nel frattempo, vola in Asia e pone fine alla guerra tra Cambogia e Thailandia, parla con Xi (e l'argento sale di prezzo) e infine fa visita al Giappone.

Prima di proseguire nel discorso un breve appunto sulla telefonata con Xi. Nel 2011, al top dell'argento di allora, due notizie segnarono la exit liquidity dei manipolatori: l'aumento dei requisiti di riserva da parte del COMEX e l'uccisione di Bin Laden. Se valessero anche oggi le stesse regole, dove Londra, New York e SLV/GLD gestivano il triangolo della rehypotecation dell'offerta sintetica dei metalli preziosi, oro e argento sarebbero stati abbattuti nel prezzo. Invece accade il contrario. Questo ci suggerisce che le azioni di Trump sono in opposizione al “vecchio sistema”. Il modo in cui si contiene la City di Londra, e la si costringe “a più miti consigli”, è attraverso la consegna di metallo fisico, fenomeno che si fa più preoccupante per gli inglesi dato che la sterlina intermedia ancora un parte importante del sistema finanziario mondiale. E con entrambi i metalli in backwardation, il leasing degli stessi per gonfiarne l'offerta fisica è improponibile. Anche la Cina fa parte di questo schema e l'ipotesi ARC (America, Cina, Russia) non è un'alleanza, bensì una collaborazione commerciale laddove si può collaborare e una competizione (vagamente antagonistica) laddove non ci saranno accordi. I BRICS non hanno niente in comune tra di essi e sono nati per creare un'alternativa a un Occidente “unito” sotto il vessillo della cricca di Davos, ovvero le “vecchie regole”.

Torniamo alla visita di Trump in Giappone. Il nuovo Primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, è una sovranista, così come lo è la Meloni, ed entrambe sono ben viste dall'amministrazione Trump. Il Giappone, sotto questi auspici, sta ricostruendo il suo esercito, vuole seriamente aprire un canale diplomatico con la Russia per porre fine alle sue ostilità con essa risalenti ancora alla Seconda guerra mondiale e abolire la Camera dei consiglieri (creata dagli alleati affinché avesse potere di veto su qualsiasi legge l'esecutivo volesse approvare... molto inglese come clausola). Non solo, ma anche Bessent è volato in Giappone per parlare con Ueda, governatore della BOJ, per dirgli di normalizzare la politica monetaria e affrontare le aspettative d'inflazione. In questo contesto Powell ha tagliato i tassi di 25 punti base lo scorso dicembre, mentre Ueda li ha rialzati dello stesso ammontare... l'unica banca centrale a rialzarli. In questo modo il famoso carry trade sullo yen viene smantellato pezzo dopo pezzo dopo pezzo.

È fondamentale che venga terminato perché anche se gli USA avevano introdotto il SOFR, coi tassi a zero lo yen poteva essere usato come mezzo indiretto per accedere alla liquidità in dollari e quindi tornare a influenzare il front- end della curva dei rendimenti americana. Questo è un reset enorme perché se il carry trade sullo yen finisce e finalmente arriva la IPO di Fannie/Freddie, che ricordiamolo è stata ritardata a causa dello shutdown voluto dai Democratici, l'indipendenza finanziaria americana da Londra sarà completa. Ciò che mi aspetto dal 2026 è una normalizzazione del debito americano e giapponese, man mano che il prossimo governatore della FED taglierà fino al 3% i tassi di riferimento e Ueda farà piccoli passi fino ad arrivare a una situazione in un cui il differenziale tra i due tassi di riferimento, quello americano e giapponese, sarà di una forchetta tra 25 e 50 punti base. Già adesso, con un rendimento intorno al 3%, il trentennale giapponese val la pena di essere comprato; lo stesso discorso vale per il decennale intorno al 2%. Finalmente stiamo parlando di ritorni reali! E che succede quando il decennale giapponese scavalcherà la sua controparte tedesca? I flussi di capitali voleranno in Giappone.

Sono ormai 3 anni che la Lagarde sta portando una yield curve control in Europa e ogni volta che succedono casini, si affretta a comprare i decennali tedeschi per impedire che i bund non vengano più considerati gli asset “più sicuri” in Europa. Ma ciò che si sta sviluppando nel sottobosco di questa linea di politica insostenibile nel lungo periodo, e che la farà emergere come fallimentare alla fine, è la pressione dei mercati dei capitali e la linea di politica della FED. C'è un grande avvicendamento in atto. Infatti se guardate al differenziale di rendimento tra il decennale tedesco e quello italiano siamo arrivati a 65 punti base di differenza. Solo 3 mesi fa era a 80. Tutti i bond di quelle nazioni che fomentano la guerra stanno finendo in difficoltà.

Il gioco della Meloni per il momento è solo quello di sopravvivere (non aspettatevi grandi riforme quindi) e questo a sua volta significa che i vandali in Italia al soldo della cricca di Davos, anche nel suo governo, si scateneranno.

Se io fossi Scott Bessent non mi preoccuperei degli attacchi esteri contro il back-end della curva dei rendimenti americani arrivati a questo punto, perché per mantenere il differenziale di rendimento tra il debito americano e quello europeo, a cui è ancorato il 90% del mercato dell'eurodollaro, la BCE deve lasciar salire i rendimenti tedeschi. Per di più, chi sano di mente comprerebbe debito tedesco con la sua economia in caduta libera? E notate anche un'altra cosa: non c'è stato alcun “Lunedì nero” sulla scia dei rialzi dei tassi da parte della BOJ. Chi si è strappato i capelli finora annunciando la morte del Giappone se la BOJ avesse continuato lungo il suo percorso, era chi aveva preso in prestito debito giapponese per poi accedere alla liquidità in dollari e tutte le strade portano inevitabilmente alla City di Londra. Il Giappone non è affatto in pericolo.

Quella a cui stiamo assistendo è una liberazione, a livello finanziario, dalla colonizzazione inglese. Questo è il “reset” di Trump e dei NY Boys.


PROSCIUGARE GLI AFFLUENTI, BONIFICARE LA PALUDE

Questo significa altresì staccare la spina alle influenze ombra di Londra e Bruxelles che ancora oggi infestano il Congresso, portando quest'ultimo dalla parte di Trump. E porre l'occhio di bue sopra gli agenti ICE, così come la denuncia di tutte le frodi finora scoperchiate come quella somala in Minnesota, serve semplicemente a guadagnare consensi tra la popolazione affinché non si faccia fuorviare dai canali mediatici controllati principlamnete da Londra.

L'immigrazione illegale è importante perché ci si libera delle frodi e ci si libera di persone che hanno posto una tremenda pressione sotto forma di domanda su case, assistenza sanitaria, auto, cibo, ecc. L'immigrazione illegale era la porta sul retro che giustificava sussidi a pioggia a ONG e associazioni noprofit. Una volta che si rimuove suddetta pressione, la Legge dei rendimenti marginali decrescenti, la Legge della domanda/offerta e tutti gli altri dispositivi della teoria economica permettono di vedere chiaramente come i prezzi delle case fossero anelastici, ad esempio, in relazione alla domanda al margine. In luoghi come il Texas, la rimozione della sopraccitata pressione ha fatto scendere gli affitti per gli appartamenti da una media di $2.000 a circa $1.200.

Per contrastare il ribilanciamento degli Stati Uniti, tutte le altre principali banche centrali del G7 (esclusa la BOJ) hanno tagliato i tassi più aggressivamente rispetto alla FED. In questo modo hanno stimolato la crescita del credito stampando le loro divise per comprare dollari, in un mondo in cui Powell ne sta prosciugando l'offerta ombra, mentre il Dipartimento del Tesoro americano ha usato parte dei proventi incamerati dagli accordi commerciali e dal Treasury General Account (gonfiato durante lo shutdown) per comprare oro e Bitcoin. I dollari “stampati” dalla FED, diversamente da quello che dicevano i media generalisti e la “controinformazione” online, sono stati sterilizzati.

L'obiettivo principale della cricca di Davos/City di Londra è quello di collassare il sistema attuale delle democrazie liberali che hanno ordito a costruire negli ultimi 400 anni. L'immigrazione e la violenza incontrollate sono il segno distintivo. L'amministrazione Trump e gli oligarchi dietro di essa, le grandi banche commerciali americane, hanno deciso di intraprendere un approccio diverso: “salvare” le democrazie liberali e non cedere il passo al nazionalsocialismo/totalitarismo. Questo esito lo si ottiene minimizzando la violenza internamente e non operando “cambi di governo” all'estero (uno sport prettamente di stampo inglese) bensì smantellando quei network nel sottobosco degli stati che alimentano “rivoluzioni colorate”. Questo a sua volta significa che le persone possono ancora fidarsi delle istituzioni, soprattutto se possono essere “riformate”. In questa direzione va la più recente “incriminazione” di Powell, ad esempio. Gli Stati Uniti sono gli unici a poter contrastare e “correggere” i piani della cricca di Davos/City di Londra, in particolar modo perché oltre ad avere capitale sviluppato (liquidità in entrata) hanno anche quello “ancora da sviluppare” (input delle materie prime).

In questo contesto la cattura di Maduro potrebbe benissimo essere assimilabile all'ipotesi che il sopraccitato progetto ARC abbia anche tra i suoi obiettivi non solo lo smantellamento della rete d'influenza finanziaria della City di Londra, ma anche quella politico-sociale.

Il Venezuela è solo un tassello in un mosaico più grande. Il riciclaggio di denaro del narcotraffico passa soprattutto dalle banche canadesi. Il Canada è la nazione in cui gli inglesi si rifugiarono quando persero la guerra d'indipendenza. E chi lo guida ora? Inoltre ricordate il documento National Security Strategy del mese scorso? Uno dei punti trattati in esso era lo smantellamento dell'architettura di quei “poteri ostili” nel suo emisfero. Di primo acchito si poteva pensare a Iran, Cina e Russia. Invece l'obiettivo reale sono le banche ombra offshore, i centri in cui viene riciclato il denaro per finanziare operazioni ostili agli USA e la rete di contrabbando di droga/armi che alimenta “settori” deviati dell'intelligence americana. E con questa chiave di lettura si capisce anche perché Russia e Stati Uniti, ad esempio, si stanno avvicinando dal punto di vista commerciale e collaborano in sordina per minimizzare le eruzioni di tumulti sociali incontrollati che potrebbero sfociare in guerre.

Esfiltrare Maduro ha significato mettere sabbia negli ingranaggi dello Stato profondo internazionale che s'era sviluppato in Venezuela: riciclaggio di denaro, traffico di esseri umani, traffico di droga, manipolazione del prezzo delle commodity. Ma ecco un altro punto: significa anche il prosciugamento di finanziamenti ombra per i servizi segreti inglesi e (in parte) per la CIA (che non dimentichiamocelo è ancora infiltrata da agenti ostili esteri). Oltre a ciò l'estromissione della Machado, pedina della cricca di Davos. Alla luce di quanto detto finora credo sia chiaro che Trump non voleva affatto un cambio di governo in Venezuela, bensì estromettere Maduro dal sopraccitato network criminale, una pistola continuamente puntata indirettamente alla tempia degli Stati Uniti. E per lo stesso motivo Bessent ha elargito la linea di swap in dollari da $40 miliardi all'Argentina, così facendo si chiude a tenaglia il Brasile (palesemente schierato col WEF, altro che BRICS). Perché, quindi, Maduro ha accettato di essere esfiltrato? Perché adesso? Perché è consapevole che Trump sta avendo la meglio sui suoi avversari.

Florida, Louisiana, Mississippi e l'Alabama possono quindi respirare ora che il Golfo d'America viene messo in sicurezza e bonificato dalle ingerenze sotterranee che vorrebbero portare a compimento il Piano Podesta, destabilizzando per il proprio tornaconto e sopravvivenza gli Stati Uniti. Il mio compito, come avrete notato cari lettori, è quello di mettere insieme i vari pezzi del puzzle sparpagliati e fornirvi il quadro generale così come nessun altro riesce a proporlo. E vedendo le cose in questa ottica tutte le azioni, le minacce e le vicissitudini diventano chiare, logiche e coerenti, mentre restano un enigma per tutti coloro che seguono la stampa generalista o ascoltano canali d'informazione che vogliono trasmettere una visione del mondo di come dovrebbe essere piuttosto di come È. E sebbene le molte sfaccettature, il mio focus su quella inglese è determinata dalla volontà dell'attuale amministrazione Trump di ridimensionarne i tentacoli sotterranei dato che è diventata una questione esistenziale per Washington.

E chissà se la prossima esfiltrazione non sia l'attuale famiglia reale inglese durante i festeggiamenti dei 250 anni dalla Dichiarazione d'indipendenza americana. 


CONCLUSIONE

Il declino di Bruxelles e della City di Londra è inevitabile, e il primo anno di Trump ha messo in evidenza questa inevitabilità. L'Unione europea, in particolare, è partita con l'idea di essere un'unione commerciale; poi è arrivata l'unione monetaria che è stata completata a metà. La restante metà è stata presa in prestito da Stati Uniti (salvataggi tramite FED ed eurodollaro) e Giappone (carry trade sullo yen). Lo stallo dal punto di vista industriale non è altro che un accartocciamento dovuto all'uscita di scena di Washington e Tokyo in veste di “zii ricchi” da sfruttare. Il fatto che la digitalizzazione dell'economia e la ricerca tecnologica sia andata avanti principalmente negli USA e in Cina, ha svelato il segreto di Pulcinella: Bruxelles ha coltivato una linea di politica di estrazione dai territori che controllava direttamente e indirettamente (tramite la legislazione sul digitale, ad esempio). Puro e semplice colonialismo. Non è un caso che la cricca di Davos abbia come riferimento il Superstato dell'UE: sono locuste che invadono un determinato di territorio di capitali, fagocitano voracemente risorse e ricchezza reale, infine tirano fuori i capitali immessi fino a quel momento. Ora riserva tale trattamento alla popolazione autoctona, affinché la classe dirigente possa sopravvivere.

L'Unione europea si trova in un cul de sac perché l'industria digitale, salvo sporadiche eccezioni che non fanno testo nel contesto mondiale, è indietro di 30 anni come minimo, senza contare che s'è tagliata fuori da risorse energetiche a buon mercato. L'UE sarà addirittura superata dai Paesi arabi. Inoltre senza un'unione fiscale e obbligazionaria l'euro è destinato al fallimento, i surrogati sotto forma di bond SURE sono un palliativo per calciare il proverbiale barattolo. Senza contare che già da un po' i singoli stati membri dell'UE stanno impostando le proprie linee di politica dal punto di vista monetario tramite le proprie banche centrali nazionali e i pronti contro termine. Gli Stati Uniti faranno accordi con i singoli stati e solo alcuni all'interno dell'UE; l'Italia è uno di questi, sia per la sua posizione strategica sul Mediterraneo, sia per la presenza della Città del Vaticano. Una frattura importante la si vedrà inevitabilmente nel mercato monetario dove a fronte di un euro digitale rimandato dalla BCE, e che a tutti gli effetti sarà una CBDC, emergerà nel frattempo la concorrenza (guarda caso sponsorizzata da Unicredit) e che, sebbene all'apparenza innocua nei confronti dell'euro fisico stesso, tale versione digitale rappresenterà quella spaccatura in due dell'UE di cui ho spesso parlato.

Anche dal punto di vista commerciale questa frattura è evidente, contando il fatto che il commercio mondiale si sta spostando sulle rotte dell'Oceano Pacifico e su quelle dell'Artico (da qui le attenzioni sulla Groenlandia da parte degli USA, oltre alla sua posizione strategica in termini militari). Il commercio mondiale passa principalmente attraverso le vie d'acqua, soprattutto perché le vie di terra sono facilmente sensibili al sabotaggio. Tra Stati Uniti e Russia ci sono discorsi di futura collaborazione economica e degli interessi reciproci. I russi hanno tutto l'interesse ad avere un'alternativa alla Cina ora che l'Europa è fuori gioco, perché per loro quest'ultima verrà ignorata per almeno una generazione; infatti la Russia è stata costretta a “finire tra le braccia della Cina”, come disse a suo tempo Peskov, a causa delle linee di politica scellerate dei governi americani ed europei quando la cricca di Davos aveva ancora il sopravvento su di essi. Russi e cinesi non hanno niente in comune.

Di conseguenza l'impianto geopolitico del futuro non saranno i BRICS (Brasile e Sud Africa sono a marchio WEF, mentre l'India è uno “swing state” oltre al fatto che gli USA stanno facendo più affari con il Pakistan riguardo le terre rare ad esempio), bensì il modello ARC: America, Russia e Cina. Tutti e tre, pur restando avversari in una certa misura, cercano di collaborare per riequilibrare le rispettive economie e anche per riequilibrare i rapporti militari reciproci. Il punto di convergenza, quindi, diventerebbe il Pacifico e l'Artico (il Giappone avrebbe un ruolo fondamentale in questo contesto). In questo nuovo assetto l'Europa avrebbe un ruolo marginale.

Il declino inevitabile della City di Londra, invece, è marchiato a fuoco da ciò che succede nei mercati dei metalli preziosi. La soppressione dei prezzi dei metalli preziosi era un modo per colonizzare indirettamente le industrie minerarie situate nei luoghi ricchi di minerali da estrarre. In questo modo i trader a Londra erano gli unici a fare davvero i soldi vendendo le commodity, mentre le industrie minerarie ottenevano briciole. I consumatori, pur non ritrovandosi alla fine di questa catena del disvalore, erano intrappolati nelle grinfie dei trader londinesi. Questi “intermediari” nei mercati dei futures erano i soli a risultare i vincitori. È una novità? No, lo sappiamo da cento anni, come minimo.

Esempio: il nickel. Il prezzo all'ingrosso è 90 centesimi a libbra. Sul mercato viene venduto da Rio Tinto a $2.50. E questa istituzione è una delle più grandi al mondo e ha la base nella City di Londra. Senza contare tutte le relazioni/connessioni bancarie che ha con le industrie minerarie nel Sud-est asiatico, in Indonesia e in Australia: esse, infatti, devono rivolgersi a banche come Standard Chartered, HSBC, o Barclays per ottenere prestiti e avviare le loro operazioni. Anche qui: indovinate chi ci guadagna su questi prestiti e sui profitti della produzione delle industrie minerarie per i primi 5-7 anni? E poi c'è quella che io chiamo “la porcata”: nel momento in cui viene concesso il prestito, queste banche aprono posizioni short sui metalli! Questa è colonizzazione finanziaria tramite il sistema bancario inglese e i mercati dei futures intermediati a Londra.

Uno dei motivi per cui i metalli preziosi, ultimamente, stanno esplodendo al rialzo è che questo circolo vizioso è stato progressivamente disinnescato. Grazie a compagnie come Franco Nevada, Wheaton Precious Metal, ecc. che hanno permesso il bypass del settore bancario per i finanziamenti in cambio di royalty su esplorazione e produzione (senza contare che sono molto più capaci nella valutazione del rischio delle compagnie minerarie). In questo modo le royalty vengono pagate solo quando si avvia la produzione, mentre non c'è il peso del servizio del debito durante le fasi di esplorazione. È un rischio d'investimento quello che corrono Franco Nevada et similia, ma almeno diventano partner ed è una situazione “win-win” per tutti dato che guadagnano dal flusso di cassa futuro una volta avviata la produzione. Diversamente dalle banche inglesi, il cui unico interesse è se l'azienda fallisce o meno, queste royalty company VOGLIONO che le aziende di cui sono partner abbiano successo.

Questo modello, sin dal 2005 circa, è cresciuto nel tempo e con il cambio di marcia intrapreso dagli USA negli ultimi 3 anni ha finalmente guadagnato trazione, emarginando gli intermediari e le relative connessioni bancarie a essi legati che avevano buttato in un fosso gli azionisti delle industrie minerarie, le industrie minerarie stesse e i dipendenti di queste. E diversamente da quello che raccontano i media generalisti, questo non è il classico schema “pump and dump”. Quando l'argento raggiunse il picco massimo precedente, a circa $50 l'oncia, quel fine settimana gli USA diedero l'annuncio di aver ucciso Osama Bin Laden e il COMEX annunciò un ampliamento dei margini di copertura per le posizioni long. Segnale, quello, che le bullion bank avrebbero protetto sé stesse e che avrebbero “ucciso” i long. Con quell'annuncio il prezzo crollò immediatamente di $5: vennero sentenziati a morte i prestiti a leva, mentre uno squeeze si portava via alcuni grossi player. Era il 2011 e sin da allora il COMEX, la LBMA e l'SLV hanno rappresentato un “triangolo della morte” per il prezzo dell'argento: il primo forniva il collaterale alla seconda affinché potesse avere la base attraverso cui supportare prestiti a leva e microgestire il prezzo dell'argento tramite un'offerta sintetica dello stesso. Almeno fino pochi mesi fa... cos'è cambiato? Cosa si è rotto? L'argento è in backwardation, c'è scarsità del metallo e i tassi di leasing a esso collegati sono schizzati in alto. Questa, come quella del 2011, è una battaglia tra giganti e le formiche devono fare attenzione a non essere schiacciate nel frattempo. È una questione di chi ha più soldi da gettare nel mercato per scavalcare gli avversari, soprattutto le posizioni short. E a questo giro, però, le scommesse e i contratti stipulati richiederanno la consegna dell'asset sottostante.

Sarà diverso stavolta? Dal punto di vista tecnico ce lo ha detto la soglia degli $83 l'oncia per l'argento. Dal punto di vista strategico le nuove soluzioni commerciali di Trump e le nuove soluzioni di collaterale per il dollaro di Bessent (metalli + Bitcoin) ce lo stanno dicendo, insieme anche a Cina, Russia e addirittura India. Non dimenticando, al contempo, che il mercato sintetico dell'argento è una fonte di introiti importante per la City di Londra.

Per ulteriori approfondimenti, poi, su questi temi a livello tecnico e orientativo, c'è sempre il servizio di consulenze del blog.


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