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lunedì 13 luglio 2026

L'estrema sinistra in Francia minimizza il ruolo del debito pubblico per poter spendere ancora di più

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di Mihai Macovei

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lestrema-sinistra-in-francia-minimizza)

Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra francese “La France Insoumise”, vuole minimizzare le preoccupazioni relative all'elevatissimo debito pubblico francese, il quale supera il 100% del PIL. Tali timori minano le sue richieste di maggiore spesa pubblica e le sue possibilità di vincere le elezioni presidenziali del 2027. Ha sempre cercato con entusiasmo soluzioni per ridurre il debito pubblico, anche ricorrendo a espedienti contabili. Nel 2020, da membro del Parlamento francese, Mélenchon propose la cancellazione di parte del debito pubblico francese detenuto dalla Banca Centrale Europea. Nel giugno 2026, dopo aver rinnovato la sua candidatura alla presidenza, chiese inoltre che il debito pubblico venisse misurato in base al valore economico aggiunto nell'arco della sua vita utile, e non in base al PIL di un singolo anno. Secondo questo nuovo indicatore, il debito pubblico francese si ridurrebbe magicamente a circa il 12-13% del PIL.


La misurazione del debito rappresenta un problema?

A seguito della crisi finanziaria globale, della pandemia di COVID-19, di anni di crescita stagnante e di persistenti deficit di bilancio, il debito pubblico ha raggiunto livelli record in molte economie occidentali. Secondo il Global Debt Monitor dell'FMI, il debito pubblico nelle economie occidentali è più che raddoppiato, passando da circa il 45% del PIL negli anni '60 a circa il 110% del PIL nel 2024. Tra queste, il debito pubblico francese è stato uno di quelli con la crescita più rapida, passando da meno del 20% del PIL negli anni '60 al 115% del PIL nel 2025.

Ciononostante Mélenchon e i sostenitori del suo partito ritengono che il debito pubblico francese non sia elevato, perché può essere finanziato a tassi di interesse relativamente bassi. Inoltre il debito sarebbe protetto da una svendita grazie all'importanza dell'economia francese e delle banche sistemiche. Implicitamente Mélenchon ammette che la BCE interverrebbe senza dubbio in caso di necessità, acquistando titoli di Stato francesi e abbassando i tassi di interesse. Questo è esattamente ciò che è accaduto all'indomani della crisi finanziaria globale, quando il governatore della BCE, Mario Draghi, ha pronunciato la famosa frase “a qualunque costo” per salvare l'euro e la BCE ha ampliato il proprio bilancio di ben €5.000 miliardi, pari al 37,5% del PIL. In realtà il debito pubblico francese e dell'area Euro non è finanziato a basso costo perché è basso, ma perché beneficia del sostegno e del trattamento preferenziale delle banche centrali.

Al fine di evitare la monetizzazione del debito pubblico da parte delle banche centrali, che sarebbe inflazionistica e politicamente divisiva in un'unione monetaria di stati sovrani, i padri fondatori dell'euro hanno ideato le regole fiscali di Maastricht. In base a tali regole gli stati membri sono tenuti a limitare i disavanzi di bilancio al di sotto del 3% del PIL e a mantenere il debito pubblico al di sotto del 60% del PIL, o a ridurlo gradualmente verso tale livello. A 115% del PIL, il debito pubblico francese è quasi il doppio del valore di riferimento e la Francia è gradualmente diventata il terzo Paese più indebitato dell'area Euro dopo Grecia e Italia (Grafico 1). Modificare la definizione di debito pubblico sarebbe probabilmente ben accolto anche da altri Paesi fortemente indebitati e scatenerebbe una spirale negativa. La Germania ha già abbandonato la sua politica fiscale più frugale, innescando una corsa alla spesa per la difesa e gli investimenti pubblici al fine di sostenere la sua economia in difficoltà.

Grafico 1: Rapporto tra debito pubblico lordo e PIL (2025). Fonte: Eurostat (link: Debito pubblico pari all'87,8% del PIL nell'area Euro - Indicatori euro - Eurostat)

Mélenchon sostiene che misurare il debito pubblico (una variabile di stock) in rapporto al PIL (una variabile di flusso) sia fuorviante. Non siamo d'accordo, perché la misurazione dell'indebitamento in relazione alla capacità del debitore di ripagare il debito è un indicatore consolidato anche nel settore privato. Anche lo stock di debito privato viene confrontato con gli utili (EBITDA) di un'azienda in un dato anno. L'indicatore del debito pubblico è in realtà più generoso perché, a differenza degli utili aziendali, solo una parte relativamente piccola del PIL può essere accantonata per il rimborso del debito. Sarebbe più significativo confrontare lo stock di debito con le entrate che un governo può incassare in un anno (di solito solo il 30-40% circa del PIL) e che non sono destinate a voci di spesa obbligatorie.

Innanzitutto il debito pubblico gode già di un trattamento preferenziale rispetto al debito privato. Mentre le imprese sono tenute a generare profitti sufficienti per onorare e rimborsare il debito, in genere non ci si aspetta che i governi lo rimborsino interamente, ma solo che mantengano un livello di indebitamento sostenibile in relazione alle dimensioni dell'economia e alla capacità fiscale. Per questo motivo la crescita economica, i disavanzi di bilancio e la pressione fiscale rivestono un ruolo chiave nella valutazione della solvibilità del debito pubblico. Vi sono inoltre vantaggi normativi, come coefficienti di ponderazione del rischio di capitale molto bassi o nulli per gli investimenti bancari in titoli di Stato, requisiti minimi per determinate istituzioni finanziarie, come i fondi pensione, per detenere titoli di Stato e l'utilizzo da parte delle banche centrali del debito pubblico come garanzia per le operazioni di moneta.

È vero che i governi possono mobilitare entrate più facilmente delle imprese, poiché possono ricorrere a mezzi coercitivi non di mercato come l'aumento delle tasse e l'inflazione per svalutare parte del debito in valuta nazionale; tuttavia questa capacità non è illimitata e l'estrazione di risorse dal settore privato mina la crescita e può facilmente condurre l'economia in una spirale discendente.


Un debito pubblico eccessivo soffoca la crescita?

Sulla scia della crisi finanziaria globale, Reinhart e Rogoff hanno analizzato l'impatto del debito pubblico sulla crescita, basandosi sull'esperienza di quarantaquattro Paesi in un arco di due secoli. I loro risultati hanno dimostrato che un debito molto elevato, superiore al 90% del PIL, è associato a tassi di crescita mediani inferiori, dell'uno per cento o più, in modo analogo sia nei mercati emergenti che nelle economie avanzate. Un debito pubblico elevato aumenta i premi di rischio e i costi degli interessi, spiazzando gli investimenti privati. Inoltre accresce l'incertezza fiscale e le aspettative di aumenti delle imposte, inducendo le imprese a ritardare gli investimenti, ostacolando l'imprenditorialità e modificando i modelli di consumo. Infine il rischio di crisi del debito non è trascurabile, soprattutto quando l'onere fiscale è già eccessivo e i tagli alla spesa sono impopolari.

Gwartney, Holcombe e Lawson hanno sostenuto che non solo l'elevato debito pubblico, ma anche la spesa pubblica eccessiva deprimono il dinamismo economico. Poiché la spesa pubblica nei Paesi OCSE è quasi raddoppiata tra il 1960 e il 1996, i loro tassi di crescita del PIL reale sono diminuiti in media di quasi due terzi. Con circa il 44% del PIL, il carico fiscale in Francia è il secondo più alto tra i Paesi OCSE, quasi 10 punti percentuali al di sopra della media. È opinabile che le tasse possano essere ulteriormente aumentate senza una grave reazione negativa da parte dell'economia. A ciò si aggiunge un livello di spesa pubblica altrettanto elevato, che si avvicina al 57% del PIL (Grafico 2), il che suggerisce che il rendimento marginale dell'ulteriore spesa pubblica pianificata da Mélenchon sarà molto basso. 

Grafico 2: Spesa pubblica generale. Fonte: OCSE (link: Spesa pubblica generale | OCSE)

Negli ultimi tre anni il disavanzo di bilancio si è attestato intorno al 5% del PIL. La Francia non ha avuto un bilancio in pareggio per oltre 50 anni, ovvero dal 1974, e i disavanzi di bilancio hanno superato il limite del 3% del PIL previsto dalle regole di Maastricht in 26 anni su 34 sin dal 1992. Di conseguenza il debito pubblico è salito alle stelle, passando da meno del 20% del PIL negli anni '70 a circa il 115% del PIL di oggi. Ciò riflette anche l'effetto di una crescita economica sempre più lenta, dovuta al progressivo soffocamento del settore privato e della crescita economica da parte dell'intervento statale (Grafico 3).

Grafico 3: Debito pubblico e crescita reale in Francia. Fonte: Elaborazioni proprie con dati dell'FMI (2025 Global Debt Monitor.pdf) & della FRED (Conti nazionali: PIL per spesa: prezzi costanti: prodotto interno lordo: totale per la Francia (FRAGDPRQPSMEI) | FRED | St. Louis FED)

Una relazione recente della Corte dei Conti francese ha lanciato nuovamente l'allarme sull'insostenibilità della situazione fiscale e sulle sue fosche prospettive. Senza ulteriori misure di risanamento fiscale, il debito pubblico è destinato a crescere rapidamente fino a raggiungere il 129,4% del PIL entro il 2031, mentre il deficit di bilancio si attesterà intorno al 6% del PIL. A causa dell'aumento dei tassi di interesse, anche il costo annuo del debito è cresciuto rapidamente, passando da circa il 2% del PIL nel 2024 al 2,5% del PIL nel 2026, contraddicendo l'atteggiamento accomodante di Mélenchon.

Quest'ultimo e i suoi partner politici nell'alleanza di partiti di sinistra “Nouveau Front Populaire” (NFP) si sono presentati alle elezioni del 2024 con un programma economico che promuoveva un maggiore intervento statale. Prevedono di aumentare la spesa pubblica annua di ben €150 miliardi (circa il 5% del PIL) incrementando i salari pubblici e minimi, annullando la riforma pensionistica di Macron e aumentando altre spese sociali. Vogliono inoltre tassare maggiormente l'economia introducendo una tassa sugli “extraprofitti” delle aziende, ripristinando l'imposta patrimoniale sui ricchi e aumentando la progressività delle imposte sul reddito e sulle successioni.

I critici di centro-destra e le associazioni imprenditoriali dubitano che le misure fiscali proposte possano effettivamente raccogliere gli importi previsti, dato l'elevato carico fiscale già in vigore in Francia. Pertanto prevedono che il programma dell'NFP aumenterà il deficit di bilancio del 3-5% del PIL annuo, spingendo il debito pubblico verso un'impennata. Indipendentemente da come venga misurato, un elevato livello di debito pubblico è innanzitutto un segnale d'allarme che indica come la spesa pubblica e l'intervento statale nell'economia siano già eccessivi. Politici come Mélenchon farebbero bene a prestare attenzione a questo aspetto, altrimenti rischiano di condannare l'economia a un declino permanente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 17 febbraio 2025

L'economia europea rallenta mentre cresce lo stato sociale

 

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Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Mihai Macovei

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-europea-rallenta-mentre)

I Paesi europei hanno i più grandi stati assistenziali dell'OCSE e tra i più alti al mondo. Allo stesso tempo il dinamismo economico dell'Europa è svanito e i leader europei sono sempre più preoccupati a riguardo. Secondo Christine Lagarde, presidente della BCE, il modello sociale europeo è a rischio a meno che non si risolva il persistente declino della crescita. In una relazione recente Mario Draghi chiede con forza riforme e investimenti per rafforzare la crescita della produttività, mantenendo intatto lo stato assistenziale sovradimensionato del continente. Per gli economisti della Scuola Austriaca, questo suona come avere la botte piena e la moglie ubriaca, perché le questioni della crescita economica e della ridistribuzione del reddito sono intrinsecamente collegate.

 

Il problema dell'Europa con la crescita anemica

La Lagarde riconosce che l'Europa è indietro rispetto agli Stati Uniti in termini di crescita della produttività. Di fronte al rapido progresso dell'innovazione, l'UE è rimasta bloccata nella “trappola della tecnologia intermedia”, mentre gli Stati Uniti e la Cina stanno guidando la rivoluzione digitale. L'Europa sta rimanendo indietro nelle tecnologie emergenti come i microchip, l'intelligenza artificiale e i veicoli elettrici e solo quattro delle prime 50 aziende tecnologiche al mondo sono europee.

La relazione di Draghi su “Il futuro della competitività europea” rivela che la crescita economica è stata inferiore nell'UE rispetto agli Stati Uniti negli ultimi due decenni. Il divario sfavorevole UE-USA in termini di PIL a prezzi costanti è raddoppiato da circa il 15% nel 2002 al 30% nel 2023. Circa il 70% del divario è stato causato da una minore produttività nell'UE (Grafico 1). Inoltre le prospettive di crescita dell'Europa non sono buone. Il continente gode di un'apertura commerciale relativamente elevata, ma ora deve affrontare una forte concorrenza da parte degli esportatori cinesi e potenziali dazi dagli Stati Uniti. In aggiunta le aziende dell'UE sono gravate da elevati costi energetici e i Paesi europei dovranno probabilmente spendere di più per la difesa, aggiungendo questi numeri a una spesa pubblica già elevata.

Grafico 1: Produttività del lavoro UE & USA

Fonte: Il futuro della competitività europea: relazione di Mario Draghi

Le soluzioni proposte da Draghi per stimolare la crescita della produttività e l'innovazione hanno poco a che fare con l'aumento della libertà economica. Esse mirano principalmente a centralizzare e rafforzare l'intervento statale e a mantenere in piedi il massiccio stato sociale.

Draghi chiede una nuova strategia industriale per l'Europa che dovrebbe essere coordinata a livello UE. Potrebbe aiutare a superare l'attuale divisione tra linee di politica e fonti di finanziamento tra i Paesi, ma non può risolvere il problema dell'allocazione inefficiente delle risorse e dei cattivi incentivi che le politiche industriali comportano. In modo simile la decarbonizzazione e la cosiddetta energia pulita non possono ridurre gli attuali costi energetici elevati senza un costo economico. Gli attuali impianti di produzione basati sui combustibili fossili sono più economici e la loro sostituzione aumenterebbe il costo di fare impresa.

La relazione sostiene inoltre che il rapporto investimenti/PIL dell'UE dovrebbe aumentare di circa €800 miliardi, o 5 punti percentuali del PIL all'anno, il che richiederebbe ingenti sussidi pubblici. Draghi sostiene la creazione di un asset sicuro comune, finanziato dal debito europeo congiunto. Sebbene più economico, il debito mutualizzato si aggiungerebbe comunque a un debito già elevato.

 

Uno Stato sociale grande e inefficiente

Al culmine della crisi dell'Eurozona nel 2012, la cancelliera tedesca Angela Merkel disse che gli stati sociali europei erano troppo grandi, poiché l'Europa rappresentava il 7% della popolazione mondiale, un quarto del PIL globale e il 50% della spesa sociale globale. Nel frattempo la situazione non è migliorata e la spesa sociale in molti Paesi europei ha superato di cinque-dieci punti percentuali la media OCSE (21% del PIL nel 2022). Secondo l'OCSE la spesa sociale pubblica in Francia, Finlandia, Danimarca, Belgio e Italia è vicina al 30% del PIL, trainata da pensioni, spesa sanitaria e altri trasferimenti sociali come indennità di disoccupazione, indennità di invalidità e assegni per i figli (Grafico 2).

Grafico 2: Spesa sociale pubblica (% del PIL)

Fonte: dati OCSE [OCSE]

Nonostante le sue dimensioni il modello sociale europeo è piuttosto inefficiente. La grande spesa per la protezione sociale nelle economie dell'UE non si traduce necessariamente in una riduzione della povertà. Secondo la Brookings Institution questo è particolarmente il caso delle economie dell'Europa meridionale, come Spagna, Grecia, Italia e Portogallo, dove la spesa sociale è piuttosto elevata, ma la copertura dell'assistenza sociale del 20% più povero della popolazione è relativamente bassa. Al contrario, i piccoli stati assistenziali dell'Europa centrale e orientale spendono circa la metà, ovvero meno del 15% del PIL, per la protezione sociale, ma ottengono una migliore copertura degli strati più poveri della popolazione.

Il Manhattan Institute fa un ulteriore passo avanti e sostiene che gli stati assistenziali in Europa non stanno aiutando i lavoratori poveri. I programmi universali di “assicurazione sociale” che consentono a tutti i membri della società di vivere uno stile di vita da classe media durante i periodi di disoccupazione, malattia o pensione, sono finanziati dalla maggior parte dei Paesi europei attraverso tasse piuttosto elevate sui salari e sui consumi. Negli stati assistenziali più grandi dell'UE i lavoratori a tempo pieno più poveri sono contribuenti netti, i quali sovvenzionano chi non lavora, cosa che non accade negli Stati Uniti. In Paesi come Germania, Danimarca e Paesi Bassi, la metà più povera della popolazione paga una quota molto più alta del proprio reddito in tasse rispetto al decimo più ricco. Ciò distorce gli incentivi al lavoro e rende tutti più poveri.


L'errore assistenzialista di Draghi

È un pio desiderio credere che il problema della crescita dell'UE possa essere risolto senza prima ridimensionare il sistema dispendioso di ridistribuzione del reddito dai lavoratori ai non lavoratori e ridurre l'onere fiscale. La spesa pubblica complessiva in Europa è anche tra le più grandi al mondo, circa il 50% del PIL. Più alto è il livello di spesa pubblica in percentuale del PIL, maggiore è l'onere fiscale complessivo, che sarà in gran parte distribuito dai ricchi alla classe media e a coloro che hanno mezzi modesti.

Nel suo capolavoro “Human Action” Ludwig von Mises confutò la fallacia secondo cui produzione e distribuzione sono due processi economici separati e indipendenti. Secondo gli economisti mainstream quando la produzione di beni e servizi è giunta a saturazione, lo stato può intervenire per garantire una distribuzione più “equa” del reddito nazionale tra i membri della società. A quanto pare ciò non peserebbe sulla produzione economica che è percepita come indipendente dalla successiva ridistribuzione pubblica dei redditi. Ecco perché la Lagarde e Draghi credono che l’Europa possa aumentare le sue performance di crescita indipendentemente dal modello sociale. Ma questo è sbagliato.

In un'economia di mercato, beni e servizi nascono come proprietà di qualcuno e se lo stato vuole ridistribuirli, deve prima confiscarli. Gli stati possono facilmente invadere i diritti di proprietà privata, ma questo non può rappresentare una solida base per una crescita economica sostenibile. Secondo Mises gli investimenti e l'accumulo di capitale si fondano sull'aspettativa che i loro frutti non vengano espropriati. Senza questa garanzia le persone preferirebbero consumare il loro capitale invece di salvaguardarlo per gli espropriatori. Le persone ridurrebbero i risparmi e gli investimenti e gli imprenditori correrebbero meno rischi. I lavoratori lavorerebbero meno ore e godrebbero di più tempo libero se guadagnassero meno su base netta. Ciò deprimerebbe la crescita economica e gli standard di vita sia per i ricchi che per i poveri.

Gwartney, Holcombe e Lawson lo hanno dimostrato empiricamente. Poiché la dimensione della spesa pubblica è quasi raddoppiata in media nei Paesi OCSE dal 1960 al 1996, la loro crescita del PIL reale è scesa di quasi due terzi in media. Inoltre i peggiori performer sono stati alcuni Paesi dell'Europa meridionale che hanno visto aumentare di più la dimensione dello stato (Grafico 3).

Grafico 3: Spesa pubblica e crescita economica nei Paesi OCSE

Fonte: James Gwartney, Randall Holcombe e Robert Lawson, (1998), L'ambito dello stato e la ricchezza delle nazioni, Cato Journal, 18, (2), 163-190.

La lenta crescita economica dell'Europa, la scarsa produttività e la scarsa innovazione sono solo sintomi dell'eccessiva spesa pubblica e dello stato sociale. In un breve commento alla relazione di Draghi, Blanchard e Ubide notano che i Paesi non devono necessariamente essere leader nell'innovazione per prosperare. Possono usare le innovazioni degli altri e continuare a produrre prodotti competitivi. Ma, secondo Mises, questo può accadere solo se gli stati consentono ai mercati di funzionare liberamente e non soffocano l'imprenditorialità individuale. Questo è il problema fondamentale che l'Europa dovrebbe risolvere per primo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 19 agosto 2024

La competitività della Cina è guidata da una bassa tassazione, non dalla politica industriale

 

 

di Mihai Macovei

L’Occidente è sempre più preoccupato per la capacità di esportazione della Cina, poiché le sue aziende stanno rapidamente guadagnando quote di mercato nei settori green e high-tech. Di recente il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen, ha accusato la Cina di eccesso di capacità industriale e ha esortato gli europei a rispondere congiuntamente. Presumibilmente sta inondando i mercati internazionali con prodotti economici soprattutto grazie ai sussidi industriali. Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno intensificando le misure protezionistiche come dazi, controlli tecnologici e un rafforzamento delle proprie politiche industriali. E se si sbagliassero e la Cina si limitasse a fornire incentivi migliori a lavoro, risparmio e investimenti?


L’eccesso di capacità sta stimolando le esportazioni cinesi di veicoli elettrici?

Le vendite di veicoli elettrici cinesi in Europa sono salite a circa il 20% nel 2023 e sono destinate a raggiungere circa un quarto di tale mercato nel 2024. Sia gli Stati Uniti che l’UE hanno schiaffeggiato le esportazioni cinesi con dazi elevati, accusando la Cina di eccesso di capacità industriale. Se fosse vero, ciò significherebbe che i produttori cinesi utilizzano prezzi di dumping per vendere la produzione in eccesso all’estero. Ma le cose non stanno così, poiché nel 2023 il prezzo di un’auto elettrica in Cina è stato circa la metà rispetto a quello negli Stati Uniti e in Europa. In realtà, i veicoli elettrici cinesi vengono venduti a prezzi elevati sui mercati occidentali (Tabella 1) ed è probabile che godano di sani margini di profitto anche dopo l’introduzione dei nuovi dazi.

Tabella 1: prezzi dei veicoli elettrici in mercati selezionati. Fonte: EVMarketsReports.com

Si sostiene inoltre che l’eccesso di capacità nel settore dei veicoli elettrici in Cina sia stato alimentato ingiustamento tramite politica industriale e generosi sussidi. Gli analisti criticano i sussidi cinesi agli acquisti (sconti per gli acquirenti ed esenzione dalle imposte sulle vendite), ma gli Stati Uniti e l’UE sono stati più generosi della Cina. I sussidi medi per l’acquisto di veicoli elettrici in Cina sono gradualmente diminuiti da circa €2.300 a €1.300 tra il 2010 e il 2022 e sono stati eliminati nel 2023. Il supporto medio totale per veicolo è sceso a circa $4.600 nel 2023, cifra inferiore al credito d’imposta statunitense di $7.500 e agli incentivi nei Paesi europei.

La Cina ha speso finora circa $230 miliardi per rilanciare il settore dei veicoli elettrici, secondo gli analisti del Center for Strategic and International Studies. Tuttavia sta eliminando gradualmente i sussidi, i quali sono diminuiti sostanzialmente da oltre il 40% delle vendite totali a solo l’11,5% nel 2023. Allo stesso tempo, per recuperare terreno, gli Stati Uniti stanno pianificando di aumentare ulteriormente i propri aiuti al settore dei veicoli elettrici di circa $174 miliardi ai sensi dell’Inflation Reduction Act. Alla fine tutti questi sussidi potrebbero risultare tre volte più alti, con crediti d’imposta per i veicoli elettrici fino a $390 miliardi e sussidi diretti per $130 miliardi. Mentre i sussidi cinesi per i veicoli elettrici sono costantemente additati sulla stampa occidentale, quelli nostrani vengono nascosti sotto il tappeto.


Quanto sono significativi i sussidi industriali?

Lo stesso vale per il sostegno pubblico all'intera attività industriale. Uno studio del CSIS stima che i sussidi della Cina siano pari a circa $248 miliardi, circa l’1,7% del prodotto interno lordo nel 2019, ovvero da due a tre volte di più rispetto a quelli delle economie chiave (Grafico 1). In termini nominali, anche negli Stati Uniti i sussidi da $84 miliardi (0,4% del PIL) non sono banali; senza dimenticare i $262 miliardi (1,7% del PIL) nell’intera UE, quasi allo stesso livello di quelli in Cina.

Grafico 1: Spesa per le politiche industriali nelle principali economie, 2019. Fonte: Centro Studi Strategici e Internazionali

Secondo lo studio del CSIS, la maggior parte degli aiuti in Cina (sussidi diretti e credito agevolato) finisce nelle imprese pubbliche, ciononostante esse rappresentano solo circa il 10% delle esportazioni, il che significa che il contributo diretto dei sussidi industriali alla competitività della Cina non è il fattore determinante. Gli esperti mainstream esagerano sia la dimensione che il ruolo dei sussidi cinesi per sostenere una maggiore politica industriale in Occidente. Infatti la politica industriale è tornata di moda in tutto il mondo, con un forte aumento degli interventi statali negli ultimi anni. I Paesi ad alto reddito, che dispongono di maggiori risorse fiscali, sono in prima linea in questa tendenza. L’amministrazione Biden ha lanciato diversi programmi onerosi, che superano i $2.000 miliardi, per rilanciare la produzione verde e high-tech. In Europa Mario Draghi vuole maggiori investimenti pubblici e un  “accordo industriale” dell’UE per rilanciare la crescita della produttività.


La politica industriale è la mossa giusta?

Esistono forti argomenti contro la politica industriale, come la mancanza di conoscenza del mercato da parte dei decisori burocratici, l’appropriazione delle decisioni da parte di gruppi con interessi specifici e gli alti costi visibili e invisibili, insieme a un’esperienza storica deludente piena di fallimenti. Tuttavia questi aspetti vengono ora messi da parte, poiché si sostiene che le precedenti politiche industriali non erano ben mirate. La Cina viene pubblicizzata come il  “vero esempio”  di politica industriale, senza un’adeguata comprensione delle sue specificità.

Secondo García-Herrero e Schindowski, la politica industriale della Cina differisce da quella di un’economia di mercato a causa dei significativi interventi statali attraverso il settore delle imprese pubbliche. Le aziende private sono state svantaggiate rispetto a quelle pubbliche a causa di dazi arbitrari, multe ed estorsioni, nonché di credito più costoso. La politica industriale è principalmente uno strumento per alleviare questo svantaggio e indirizzare il capitale privato verso gli obiettivi strategici del governo centrale. Inoltre la politica industriale non ha favorito la crescita della produttività, in quanto favorisce il clientelismo e i legami pervasivi tra funzionari pubblici e grandi imprese a scapito delle piccole e medie imprese più produttive ma non politicamente connesse. Altri documenti sottolineano inoltre che l’esperienza della Cina in materia di politica industriale è, nella migliore delle ipotesi, controversa, mentre i sussidi statali hanno portato a numerosi fallimenti.

Allo stesso tempo la Cina riesce a dominare non solo il nascente mercato globale dei veicoli elettrici, ma anche l’intero settore manifatturiero delle tecnologie pulite, comprese le turbine eoliche, i pannelli solari e le batterie per automobili. Tutti questi settori sono stati di recente messi sotto esame per dumping sui prezzi e sussidi, finendo nello stesso calderone di quelli più tradizionali come il settore dell’acciaio, dell’alluminio e quello della costruzione navale. Secondo una recente ricerca, la Cina detiene una posizione dominante in quasi 600 prodotti su 5.000 nei mercati di esportazione globali, principalmente nei settori dell’elettronica, del tessile/abbigliamento, delle calzature e dei macchinari. Questa posizione non ha eguali in nessun altro Paese. Una volta acquisite, le posizioni dominanti persistono nel tempo, il che significa che le industrie rimangono altamente competitive anche dopo la sospensione dei sussidi. È ovvio che sono in gioco fattori più importanti piuttosto che un enorme schema di sovvenzioni incrociate della politica industriale come sostenuto dagli esperti mainstream. Con la quota della retribuzione del lavoro nel PIL all’incirca allo stesso livello di quella degli Stati Uniti, anche le ragioni a favore del dumping si dimostrano deboli.


Le tasse basse e il rapido accumulo di capitale sono fondamentali

La Cina ha ottenuto risultati economici impressionanti dall’accelerazione delle riforme orientate al mercato e dall’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. La sua economia rappresenta oggi un terzo della produzione manifatturiera lorda globale, da meno del 10% nel 2003, e domina numerosi settori nelle tecnologie avanzate. Ciò è stato possibile grazie al rapido accumulo di capitale alimentato da tassi di risparmio e investimento molto elevati, questi ultimi superiori al 40% del PIL per circa due decenni (rispetto al 25% della media mondiale del PIL).

Alcuni investimenti sono stati potenzialmente mal allocati a causa del settore delle grandi imprese pubbliche, dei fallimenti della politica industriale, o della bolla immobiliare. Tuttavia quelli produttivi sono stati sufficienti a garantire un notevole aumento dello stock di capitale, come si evince dall’impennata dell’automazione e della densità dei robot, con la Cina che ha recuperato terreno rispetto a Stati Uniti, Giappone e Germania (Grafico 2). Insieme ai costanti progressi nell’innovazione, dove la Cina ha superato il Giappone e sta gradualmente colmando il divario con l’UE, questi investimenti rafforzano l’elevata crescita della produttività e le esportazioni di manufatti a basso costo.

Grafico  2: Densità dei robot nel 2016 e nel 2022. Fonte: Federazione internazionale dei robot

Ciò è principalmente il risultato di uno stato sociale limitato, a cui la Cina destina circa l’8% del PIL, una frazione del livello degli Stati Uniti (20%) e della Germania (25%). Sebbene la Cina abbia sradicato la povertà estrema, non cerca di assorbire i ricchi e la classe media attraverso la ridistribuzione dei redditi elevati. A differenza dell’Occidente, il basso carico fiscale e la limitata progressività del sistema fiscale incoraggiano una forte partecipazione alla forza lavoro, orari di lavoro lunghi e risparmi elevati. I cinesi lavorano in media circa 2.170 ore all’anno (circa il 25% in più rispetto agli Stati Uniti e il 50% rispetto alla Germania).

Nel complesso la Cina ridistribuisce solo circa il 28% del PIL nella spesa pubblica rispetto a una media esagerata del 42% nei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e al 50% del PIL nell’Europa occidentale. È esattamente questo che spiega il successo economico della Cina e non il magro 0,5-1% del PIL che potrebbe spendere in più per la politica industriale. Le economie occidentali hanno sviluppato una predilezione per la tassazione progressiva dei redditi, penalizzando i membri più intraprendenti e laboriosi della società, riducendo gli incentivi al lavoro e scoraggiando il risparmio e gli investimenti. Anche in presenza di generosi sussidi industriali, come per il nascente settore delle batterie per auto, i produttori nazionali non riescono ancora a competere con i più agili concorrenti asiatici.

In conclusione, la tesi della politica industriale è solo una cortina di fumo messa in atto dagli economisti socialisti per coprire le inefficienze della ben più ampia ridistribuzione statale in Occidente. Quest’ultima viene utilizzata per sovvenzionare non solo le aziende, ma anche i privati, attraverso un vasto sistema di welfare e un’ampia gamma di servizi pubblici. Ancora peggio, gran parte della spesa pubblica è finanziata dal crescente debito e dalla stampa di denaro. Replicare le politiche industriali della Cina non aiuterà a risolvere questo enorme problema, bensì potrebbe addirittura peggiorarlo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 14 giugno 2024

La Svizzera conserva ancora la sua tradizionale neutralità

 

 

di Mihai Macovei

Con oltre 130.000 firme autenticate, il  movimento civile “Pro Svizzera” ha chiesto al relativo governo di organizzare un referendum nazionale sul rafforzamento della neutralità internazionale del Paese. Dopo che le autorità svizzere hanno seguito l’Unione Europea con le sanzioni contro la Russia e hanno rafforzato la cooperazione con la NATO, gli organizzatori del referendum vogliono impedire una graduale erosione della tradizionale neutralità della Svizzera.

Vogliono anche evitare il destino della Svezia che all’improvviso ha chiesto di aderire alla NATO una volta che la Russia ha invaso l’Ucraina. Il governo svedese si è affrettato a ribaltare una posizione di neutralità che risaliva al periodo napoleonico, senza nemmeno organizzare una consultazione popolare. Questo ammonimento offre spunti interessanti sulla volontà e sulla capacità delle persone di resistere alla propensione statale nel voler partecipare a conflitti internazionali.


Neutralità svizzera e guerra in Ucraina

La Svizzera ha la più antica linea di politica sulla neutralità militare al mondo, la quale abbraccia oltre cinque secoli. Dopo aver perso la battaglia di Marignano nel 1515, la Svizzera strinse un accordo di pace con la Francia che le permise di vivere senza conflitti per quasi trecento anni. Dopo le guerre napoleoniche, nel 1815 le grandi potenze europee riconobbero ufficialmente la neutralità della Svizzera. Nel 1920 la Società delle Nazioni riconobbe formalmente lo status neutrale della Svizzera e scelse Ginevra come propria sede. La Svizzera ha aderito alle Nazioni Unite solo di recente, nel marzo 2002, a seguito di un referendum.

Il diritto alla neutralità è riconosciuto nel diritto internazionale dalla Convenzione dell’Aja (1907). Insieme al diritto di non partecipare alle guerre e di godere dell'inviolabilità territoriale, i Paesi neutrali conservano il diritto all'autodifesa. Per scoraggiare un’invasione da parte della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale, la Svizzera mobilitò circa 850.000 soldati e fece affidamento anche su pesanti fortificazioni nelle Alpi. Inoltre evitò attentamente di prendere posizione nella guerra e non permise voli militari sul suo territorio.

La neutralità è codificata solo vagamente nella Costituzione svizzera come obiettivo politico che governo e parlamento devono perseguire. Per quanto riguarda la sua posizione nei confronti dei conflitti con terzi, la Svizzera ha cercato di seguire la linea dell’ONU. È rimasta rigorosamente neutrale quando sono state approvate operazioni militari dalle Nazioni Unite e ha consentito i diritti di transito ma non per le azioni militari. Per quanto riguarda le sanzioni internazionali, la Svizzera ha sostenuto solo gli embarghi imposti dall’ONU, ad esempio contro l’Iraq nel 1991. Dal 1996 la Svizzera partecipa al programma della NATO di Partenariato per la pace, ma solo perché non si trattava di aderire all’alleanza o di entrare in conflitti militari.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, la posizione del governo svizzero sulle sanzioni, sulla fornitura di armi ai belligeranti e sul riavvicinamento alla NATO ha iniziato a cambiare. La Svizzera si è mossa di pari passo con l’UE adottando sanzioni sempre più severe nei confronti della Russia, sebbene non siano sostenute da un mandato dell’ONU. Ha imposto restrizioni alle persone e alle aziende russe, impedendo alle banche svizzere di fare affari con loro e congelando i loro beni. Inoltre nel 2022 un alto funzionario svizzero ha dichiarato che il Paese imporrebbe sanzioni punitive nel caso in cui la Cina invadesse Taiwan.

Finora il governo svizzero ha resistito alle richieste dei vicini europei di appoggiare le esportazione di armi in Ucraina, ma potrebbe non durare a lungo. A gennaio il governo svizzero ha adottato un piano per rafforzare la difesa e intensificare la cooperazione militare internazionale, in particolare con la NATO e l’UE, e nel marzo 2023 il Ministro della difesa svizzero ha preso parte per la prima volta in assoluto al Consiglio Nord Atlantico della NATO. In questo contesto i gruppi della società civile – sostenuti dal Partito popolare svizzero,  il più grande movimento politico della Svizzera – hanno chiesto un referendum nazionale per rafforzare la neutralità del Paese e sancirla chiaramente nella costituzione federale.


Cosa vogliono i sostenitori del referendum

Gli organizzatori del referendum propongono nuove clausole costituzionali per vietare alla Svizzera di stringere qualsiasi alleanza militare, a meno che non venga attaccata essa stessa. Al governo svizzero verrebbe inoltre impedito d'imporre sanzioni internazionali a meno che non siano sostenute da un mandato delle Nazioni Unite. Il Paese sarebbe costretto a mantenere l’assoluta equidistanza politica in tutti i conflitti e a rimanere completamente imparziale; pertanto non sarebbe più possibile adottare sanzioni contro la Russia e rafforzare la cooperazione con la NATO.

Esiste già un acceso dibattito nazionale sul sostegno della Svizzera all’Ucraina e sulla sua neutralità in generale. I politici di destra sostengono che il Paese dovrebbe smettere di essere un  “free rider” dell’ombrello di sicurezza della NATO e rafforzare i suoi legami e l’interoperabilità con quest’ultima. I  Verdi ritengono che l’iniziativa della “neutralità” avvantaggi i dittatori esteri e danneggi la sicurezza della Svizzera.

Allo stesso tempo i conservatori sostengono che qualsiasi attenuazione della neutralità potrebbe compromettere la credibilità della Svizzera come mediatore internazionale obiettivo. Avrebbe anche costi economici importanti: dato il suo solido settore finanziario e lo status di hub commerciale internazionale, la Svizzera rischia di perdere molto se applica sanzioni a Paesi stranieri e individui facoltosi. Aderendo alla NATO, la Svizzera dovrebbe anche più che raddoppiare la sua attuale spesa annuale per la difesa, pari a circa l’1% del prodotto interno lordo (PIL). Di conseguenza oltre il 90% degli svizzeri sostiene lo status di neutralità, anche se, secondo un recente sondaggio, una piccola maggioranza propenderebbe per un legame più stretto con la NATO.

A mio avviso l'argomentazione più forte a favore della neutralità svizzera viene dall'Unione Democratica di Centro, che in un comunicato stampa sul referendum ha dichiarato che “se tutti gli Stati si comportassero come la Svizzera, non ci sarebbe la guerra”. Ciò è particolarmente vero nell’attuale contesto geopolitico internazionale, che è sempre più polarizzato dalla politica delle grandi potenze e in cui i Paesi più piccoli devono lottare per evitare di prendere posizione nei conflitti internazionali. Ciò è vero anche in generale, come esposto dalla chiara posizione contro la guerra di Murray Rothbard nel suo manifesto libertario The Ethics of Liberty.

Secondo Rothbard gli stati combattono le guerre aumentando l’estrazione di risorse dai territori e dalla popolazione che controllano, attraverso la tassazione, la coscrizione o entrambe le cose. Inoltre aggrediscono anche privati ​​stranieri, perché i cittadini del Paese nemico sono la risorsa che consente allo stato avversario di combattere. Alla fine le guerre accrescono solo il potere dello stato e di particolari gruppi d'interesse a scapito della libertà dei cittadini comuni. Pertanto i libertari dovrebbero sempre fare pressione sui propri governi affinché evitino d'impegnarsi in guerre tra stati. In pratica ciò significherebbe seguire una rigorosa politica di neutralità, come quella della Svizzera.


La Svezia ha preso una strada diversa

Per quasi due secoli la Svezia ha conservato la neutralità militare e sviluppato la reputazione di negoziatore obiettivo nei conflitti internazionali. Tuttavia, dall’inizio degli anni 2000, la Svezia ha intensificato le sue relazioni con la NATO e, allo scoppio della guerra in Ucraina, ha improvvisamente chiesto di aderirvi. Il governo svedese ha giustificato questa netta rottura con il passato manifestando il proprio nei confronti della minaccia militare russa. Tuttavia la Russia ha rispettato la neutralità della Svezia durante i periodi turbolenti, tra cui due guerre mondiali e la Guerra Fredda. All’epoca la Svezia non era nemmeno membro dell’UE e non beneficiava della realtiva clausola di difesa reciproca. Ora, però, la Russia ha minacciato di adottare  “contromisure politiche e tecnico-militari” in risposta alla mossa della Svezia .

In termini di costi e benefici, l’adesione è più vantaggiosa per la NATO che per la Svezia. Quest'ultima ha già annunciato l’aumento della spesa per la difesa al 2% del PIL (come richiesto per tutti i membri della NATO) dall’1,5% nel 2023; inoltre apporta alla NATO un formidabile complesso militare-industriale di livello mondiale e migliora significativamente la posizione geostrategica dell’alleanza nel Mar Baltico.

Per quanto riguarda il vantaggio di una maggiore sicurezza, è molto improbabile che la stessa Svezia venga attaccata; allo stesso tempo, però, dovrebbe aiutare a difendere qualsiasi Paese della NATO qualora venisse attaccato. Sin dalla fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno moltiplicato i loro interventi militari all'estero senza un’adeguata giustificazione e quindi la Svezia rischia di essere trascinata in ogni sorta di conflitti militari diretti e per procura solo per difendere gli interessi statunitensi. È anche molto discutibile se la NATO sia rimasta principalmente un’alleanza difensiva oppure no.

È altrettanto inquietante che una decisione così cruciale per il futuro della Svezia sia stata presa sulla base di alcuni sondaggi d'opinione che, al momento della richiesta di adesione alla NATO, davano solo una risicata maggioranza a favore. In una vera democrazia questa decisione avrebbe richiesto un dibattito adeguato e una consultazione formale del popolo svedese attraverso il voto diretto.


Conclusione

Diversi Paesi europei – Ungheria, Slovacchia e Croazia – hanno votato per politici che sostengono una soluzione rapida e pacifica alla guerra in Ucraina e che antepongono gli interessi nazionali alla linea di politica delle grandi potenze. Il referendum svizzero sulla neutralità fungerà da ulteriore barometro del sentimento pubblico nei confronti dell’attuale contesto internazionale. Spetta ai cittadini svizzeri imparare dall'esperienza svedese e fare la scelta giusta in un possibile referendum per preservare la pace, la libertà individuale e una democrazia davvero funzionante.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 28 febbraio 2024

Le regole fiscali non compromettono gli investimenti, ma lo sperpero degli stati sì

 

 

di Mihai Macovei

Per evitare che il debito pubblico salisse alle stelle sulla scia della crisi finanziaria mondiale del 2009, la Germania inserì un “freno al debito” nella sua costituzione. Tale freno pone limiti rigorosi ai livelli del debito pubblico e limita l’indebitamento dello stato. Questa regola fiscale raggiunse il suo scopo e il debito pubblico seguì un percorso discendente, calando di circa 15 punti percentuali in rapporto al prodotto interno lordo (PIL) sin dalla sua introduzione. Tuttavia lo stato l'ha sospesa durante la pandemia e ha contratto ulteriori €370 miliardi di debito nel 2020 e nel 2021. Ha anche cercato di aggirare suddetta regola in diverse occasioni istituendo fondi fuori bilancio, come un fondo speciale da €100 miliardi per spese militari durante la guerra in Ucraina.

Nel 2022 il parlamento tedesco ha deciso di trasferire circa €60 miliardi dal debito inutilizzato e contratto durante la crisi sanitaria in un nuovo fondo per il clima e finanziare la transizione verde della Germania. Con sorpresa di tutti, la Corte Costituzionale tedesca ha dichiarato illegale questa mossa, lasciando i politici a grattarsi la testa su come pagare i sussidi previsti. Invece di rendersi conto che la carenza di finanziamenti è dovuta principalmente a un sistema di welfare gonfiato e a un’economia stagnante, i verdi e i politici di sinistra danno la colpa al freno all’indebitamento e cercano di sbarazzarsene.


Le regole possono migliorare la performance fiscale

Il freno al debito tedesco limita l’indebitamento strutturale netto dello stato allo 0,35% del PIL all'anno, ma mantiene una certa flessibilità consentendo ulteriori prestiti durante le recessioni. Inoltre la norma può essere sospesa in caso di calamità naturali o situazioni di emergenza, com'è avvenuto dal 2020 al 2022 a causa della pandemia. Il freno al debito tedesco è molto più severo del quadro fiscale dell’Unione Europea, il quale consente invece un deficit strutturale pari al 3% del PIL all’anno. La normativa fiscale tedesca è una delle più severe al mondo, sia per il suo obiettivo numerico che per il suo ancoraggio costituzionale.

Anche la Svizzera ha introdotto un freno all’indebitamento più di vent’anni fa. La norma fu approvata da un’ampia maggioranza di elettori in un referendum costituzionale e successivamente servì da modello per il governo tedesco. Inoltre i cantoni svizzeri beneficiano di una lunga tradizione di regole fiscali e di autonomia fiscale decentralizzata. Un altro esempio calzante è quello della Svezia, anch’essa ha un rigido quadro fiscale basato su regole numeriche, come un obiettivo di surplus strutturale di bilancio pari allo 0,3% del PIL e un tetto del debito pubblico pari al 35% del PIL.

Negli ultimi trent’anni le regole fiscali sono diventate molto popolari e il numero di Paesi che le hanno introdotte è passato da meno di dieci nel 1990 a oltre un centinaio nel 2021, secondo il Fondo monetario internazionale (FMI). L’adozione di regole fiscali è stata spesso guidata da crisi finanziarie ed economiche che hanno innescato forti aumenti del debito pubblico; diversi Paesi dell’UE hanno adottato norme nazionali analoghe al quadro fiscale comune dell’UE stessa.

Con un numero così elevato di Paesi che utilizzano regole fiscali, ci si potrebbe chiedere perché il debito pubblico sia cresciuto a dismisura in tutto il mondo negli ultimi anni. La risposta è semplice: la definizione delle regole fiscali è fondamentale e, in molti Paesi, le regole sono troppo morbide o la loro attuazione è troppo permissiva. Le regole fiscali sono efficaci solo quando sono accompagnate da un forte impegno politico, da una solida base giuridica per garantirne un’adeguata applicazione e da un rigoroso monitoraggio da parte di istituzioni fiscali indipendenti.

Un’indagine condotta dall’Amministrazione federale delle finanze svizzera ha concluso che le regole migliorano la performance fiscale in termini di migliori saldi di bilancio, riduzione del debito e riduzione della volatilità della spesa. Inoltre la ricerca empirica ha dimostrato che le regole fiscali sono associate a previsioni di bilancio più accurate e a un miglioramento dei rating dei titoli sovrani. Ciò spiega perché anche i Paesi con regole fiscali più morbide, come l’Australia e i Paesi Bassi, beneficiano comunque di una migliore pianificazione di bilancio a medio termine e di migliori risultati fiscali. Negli ultimi anni il debito pubblico è sceso a livelli moderati in Germania e in altri Paesi con regole fiscali – nonostante la pandemia e la guerra in Ucraina – mentre è cresciuto raggiungendo livelli molto elevati negli Stati Uniti e nel Regno Unito (Grafico 1). Di fatto il Government Accountability Office degli Stati Uniti raccomanda agli stessi d'introdurre regole fiscali rigorose e di correggere il loro “percorso fiscale insostenibile a lungo termine”.

Grafico 1: debito pubblico. Fonte: dati del “ World Economic Outlook Database ”, Fondo monetario internazionale, consultati il ​​31 gennaio 2024


Le regole fiscali non compromettono gli investimenti pubblici

Nonostante il suo successo, il freno al debito è finito oggetto di forti critiche sia da parte degli esperti che dei politici di sinistra in Germania. Lo descrivono come “troppo zelante” e una “camicia di forza” sugli investimenti pubblici, mettendo in pericolo l’ecologizzazione e la modernizzazione dell’economia tedesca. Per diverso tempo il freno al debito è stato il capro espiatorio dei sottoinvestimenti tedeschi nelle infrastrutture: ferrovie, ponti, scuole e infrastrutture digitali.

Questo non è vero. In primo luogo, i €60 miliardi rappresentano solo circa l’1,5% del PIL e difficilmente rappresentano un punto di svolta in un Paese come la Germania dove il governo spende ben il 50% del PIL. In secondo luogo, se la Germania non riesce a finanziare gli investimenti pubblici con questa enorme dotazione di bilancio, allora il problema è altrove: consumi pubblici eccessivi, spesa sociale eccessiva, burocrazia asfissiante e normative ambientali.

Come controesempio, in Corea gli investimenti pubblici in rapporto al PIL sono più del doppio che in Germania, mentre la spesa pubblica totale è circa la metà (cioè il 25% del PIL), e non ci sono molte lamentele nei confronti delle infrastrutture coreane. In terzo luogo, la regola fiscale tedesca è piuttosto flessibile in quanto persegue un obiettivo di deficit strutturale nel corso del ciclo economico e consente clausole di salvaguardia in caso di emergenza in modo da non penalizzare gli investimenti in tempi di aggiustamento fiscale.

In linea di principio, le regole fiscali non costituiscono un ostacolo agli investimenti pubblici; garantiscono solo che quest’ultimo sia finanziato in modo trasparente dalle entrate fiscali e non dai deficit pubblici e dal debito galoppante. La stessa indagine dell’Amministrazione federale delle finanze svizzere ha mostrato che la maggior parte degli studi esaminati suggerisce che le regole fiscali possono compromettere gli investimenti pubblici solo se applicate rigidamente, mentre le regole fiscali con flessibilità incorporata non compromettono gli investimenti pubblici. In realtà si può sostenere che disciplinando i consumi correnti, riducendo l’onere del debito e minimizzando il costo del capitale, le regole fiscali offrono maggiore margine di manovra per gli investimenti, sia pubblici che privati. Il Grafico 2 mostra che i Paesi con regole fiscali rigide, come Svizzera e Svezia, hanno in realtà investimenti pubblici più elevati rispetto ai più dissoluti Regno Unito e Stati Uniti, mentre la Germania non resta molto indietro.

Grafico 2: Investimenti pubblici. Fonte: dati tratti da “Government at a Glance 2023”, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, consultati il 31 gennaio 2024


Investimenti pubblici & investimenti di mercato

Un elemento chiave che la maggior parte degli esperti sembra ignorare è che non tutti gli investimenti pubblici sono utili e produttivi. È un dato di fatto, gli investimenti pubblici possono essere piuttosto dispendiosi se sono motivati ​​politicamente, mal pianificati, gestiti burocraticamente e soggetti a frode e corruzione. Secondo il Fondo monetario internazionale i Paesi sprecano in media circa un terzo della spesa per le infrastrutture a causa di inefficienze, e la perdita può arrivare fino alla metà in quei Paesi a basso reddito. Secondo Murray Rothbard gli investimenti pubblici rappresentano una deviazione delle risorse economiche dai loro usi più produttivi determinati dagli individui nei processi di mercato. Attraverso un’errata allocazione dei fattori di produzione, l’utilità sociale ed economica della spesa pubblica può essere negativa in molti casi.

Le inefficienze degli investimenti pubblici sono certamente più limitate nel caso della Germania che nei Paesi a basso reddito. Tuttavia la transizione della Germania verso la neutralità dell'anidride carbonica entro il 2045 è un progetto motivato politicamente. La sua giustificazione scientifica e le azioni politiche proposte sono altamente discutibili e non hanno nulla a che fare con le preferenze dei consumatori. La maggior parte degli “investimenti verdi” sono in realtà un mucchio di sussidi per fabbriche di veicoli elettrici e batterie, infrastrutture di ricarica, piste ciclabili, capacità di produzione di idrogeno e altri progetti che gli individui altrimenti non avrebbero intrapreso.

Inoltre il fondamento democratico di questo mega progetto nazionale è molto fragile. La transizione verde comporta un prezzo enorme, stimato in circa €6.000 miliardi, ovvero il 150% del PIL tedesco. Normalmente richiederebbe un voto tramite referendum piuttosto che l’attuazione tramite decisioni dall’alto da parte di politici vicini al Partito dei Verdi. Quest'ultimo ha ottenuto solo il 15% dei voti nelle ultime elezioni e da allora il suo sostegno pubblico è diminuito. Come gli svizzeri, anche la maggioranza dei tedeschi sostiene invece il freno all'indebitamento, secondo un sondaggio dell'emittente ZDF.

Probabilmente è giunto il momento che le élite politiche tedesche riconoscano che la loro ambiziosa agenda verde è difficilmente sostenibile, dato il debole potenziale di crescita del Paese e l’enorme fardello del suo stato sociale. Invece di rimuovere il freno all’indebitamento e finanziare gli enormi costi della transizione verde attraverso la porta sul retro, dovrebbero piuttosto chiederne l’approvazione pubblica in modo democratico.


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martedì 16 gennaio 2024

Biden ha torto: la spesa militare non crea ricchezza

 

 

di Mihai Macovei

Finora la Casa Bianca ha giustificato il suo incrollabile sostegno all’Ucraina con motivazioni nobili come la difesa della democrazia e della libertà, sia in Ucraina che in Occidente. Tuttavia, con l’opinione pubblica americana – che sostiene i costi della guerra in Ucraina – che si rivolta contro questa linea di politica, anche diversi legislatori repubblicani ne mettono in dubbio lo scopo e la convenienza; e con le elezioni che si avvicinano, l’amministrazione Biden ha cambiato il messaggio sulla guerra. La sua nuova linea è che l’invio di armi all’Ucraina è in realtà un investimento nell’industria americana, che rafforza l’economia domestica e crea nuovi posti di lavoro.

La nuova tesi di Joe Biden si adatta bene alla logica keynesiana della “Bidenomics”, in cui la prosperità economica si basa su una generosa spesa pubblica per infrastrutture, semiconduttori ed energia pulita piuttosto che sul libero mercato. Non solo è immorale pensare che un Paese debba sfruttare le guerre e la sofferenza umana per rilanciare la propria economia, ma è anche sbagliato dal punto di vista economico. Non è possibile aumentare la ricchezza facendo donazioni, ovvero l’aiuto militare degli Stati Uniti all’Ucraina. Inoltre se la spesa militare e le guerre sono così positive per l’economia in generale, allora l’economia americana dovrebbe scoppiare di salute dopo le migliaia di miliardi di dollari spesi per questo scopo negli ultimi due decenni. Invece è vero il contrario.


Una spinta alla produzione americana?

Quando nel 1989 cadde la cortina di ferro e il socialismo sembrò sconfitto, il mondo passò a una fase “unipolare” con gli Stati Uniti come leader incontrastato, suscitando grandi aspettative per un lungo periodo di pace e prosperità mondiale. Invece di essere tagliata drasticamente, la spesa in eccesso per le forze armate negli Stati Uniti – più grande di quelle dei successivi dieci eserciti del mondo messi insieme – è stata mantenuta pressoché stabile a circa $300 miliardi per un decennio. Dopo gli attacchi dell’11 settembre e il coinvolgimento degli Stati Uniti in innumerevoli guerre e operazioni militari, il bilancio della difesa è salito a oltre $800 miliardi nel 2023.

Secondo la tesi del presidente Biden, questo ingente investimento nell’industria della difesa avrebbe dovuto portare ad una ripresa della produzione. Non è andata così: il settore manifatturiero statunitense ha vissuto un incubo tra il 2000 e il 2010, quando il numero di posti di lavoro, che era rimasto relativamente stabile a circa diciotto milioni sin dal 1965, è sceso di un terzo, sotto i dodici milioni, mentre la produzione del settore in percentuale del prodotto interno lordo (PIL) è calata anch'essa (Grafico 1). Ciò non era dovuto agli aumenti di produttività e all’automazione, ma alla perdita di competitività causata dalle bolle finanziarie e immobiliari, le quali hanno fatto lievitare i costi statunitensi. Le aziende americane hanno accelerato la delocalizzazione mentre i posti di lavoro si sono spostati verso i servizi, l’edilizia e il settore finanziario.

Grafico 1: Occupazione e valore aggiunto nel settore manifatturiero. Fonte: “All Employees, Manufacturing (MANEMP)” e “Value Added by Industry: Manufacturing as a Percentage of GDP (VAPGDPMA)”, FRED, Federal Reserve Bank di St. Louis, ultimo aggiornamento 1 ottobre 2023 e 1 gennaio 2023. Dati del Bureau of Labor Statistics, “Current Employment Statistics”, aggiornati al 14 novembre 2023 e del Bureau of Economic Analysis, “GDP by Industry”, aggiornati al 30 novembre 2023.


Lavori più retribuiti e meglio retribuiti?

Con il declino della produzione americana sono scomparsi anche i posti di lavoro ben retribuiti per le persone con competenze inferiori, riducendone gli incentivi a lavorare. Insieme a un aumento esponenziale dei programmi di assistenza sociale e dell’intervento pubblico nell’economia, il calo di tali incentivi ha contribuito a un costante calo della partecipazione degli americani al mercato del lavoro. Sia la partecipazione alla forza lavoro che i tassi di occupazione sono in calo ormai da quasi tre decenni (Grafico 2). Sebbene gli esperti attribuiscano il declino a lungo termine della partecipazione al mercato del lavoro ai cambiamenti demografici, questa non può essere la spiegazione principale, come dimostrato dal tasso di partecipazione molto basso e in calo degli uomini in età pre-adulta. Solo l’Italia, tra i Paesi sviluppati, ha registrato un calo maggiore rispetto agli Stati Uniti nella partecipazione al mercato del lavoro degli uomini di età compresa tra i 25 e i 54 anni a partire dal 1990.

Grafico 2: Partecipazione alla forza lavoro e occupazione. Fonte: “Labor Force Participation Rate (CIVPART)”, FRED, Federal Reserve Bank di St. Louis, ultimo aggiornamento 1 ottobre 2023. Dati del Bureau of Labor Statistics, “Current Employment Statistics”, ultimo aggiornamento 14 novembre 2023.

Inoltre salari e redditi hanno subito un duro colpo a causa del rallentamento della crescita della produttività e del calo del settore manifatturiero. Il salario medio dei diplomati delle scuole superiori poco qualificati è diminuito dal 1990 al 2022 di circa il 10% non solo in termini reali, ma anche in termini nominali. Nonostante alcuni alti e bassi, i salari reali medi negli Stati Uniti hanno mantenuto più o meno lo stesso potere d’acquisto negli ultimi quattro decenni, con un aumento appena inferiore al 10%.


Crescita della produttività e investimenti in difficoltà

La ragione principale della scarsa creazione di posti di lavoro e della quasi stagnazione dei salari reali è la debole crescita della produttività e la diminuzione degli investimenti. Nonostante i grandi progressi nella tecnologia digitale, la crescita della produttività è rallentata fino a raggiungere solo l’1,4% negli ultimi quindici anni, ben al di sotto della media a lungo termine del 2,2% dalla Seconda Guerra Mondiale. Poiché la crescita della produttività è una funzione sia del progresso tecnologico che dell’accumulo di capitale, ciò significa che il problema risiede principalmente nell’insufficienza degli investimenti. Infatti il tasso d'investimento statunitense ha registrato una chiara tendenza al ribasso sin dal 1980 (Grafico 3). Poiché gli investimenti residenziali sono rimasti quasi costanti a circa il 4% del PIL nel periodo succitato, significa che il calo degli investimenti ha avuto luogo in attrezzature, proprietà intellettuale e strutture industriali, i quali sono i principali contributori alla produttività del lavoro. Inoltre questi tassi d'investimento sovrastimano la quantità d'investimenti produttivi che portano a uno solido accumulo di capitale, perché i due principali cicli di espansione e contrazione che si sono verificati a partire dai primi anni ’90 sono stati accompagnati anche da significativi investimenti improduttivi.

Grafico 3: Tasso d'investimento. Fonte: “Gross capital formation (% of GDP)—United States”, World Bank Open Data, World Bank Group, 4 dicembre 2023. Dati tratti dai conti nazionali della Banca Mondiale e dai dati dei conti nazionali dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.


Aumento del debito e crisi economica

Un fattore che è decollato nell’economia americana insieme all’aumento della spesa militare è stato l’ammontare del debito pubblico. Il costo di bilancio delle guerre successive all’11 settembre in Iraq e Afghanistan, nonché delle operazioni correlate in Somalia, Libia e Siria, è stimato a circa $8.000 miliardi. Ciò ha avuto un significativo contributo diretto all’aumento del debito pubblico statunitense, da $6.000 miliardi nel 2001 a $33.000 miliardi nel 2023. In percentuale del PIL, il debito pubblico statunitense è salito dal 55% nel 2000 al 123% nel 2023. Gli Stati Uniti oggi sono tra i dodici Paesi più indebitati al mondo, superando di gran lunga il debito pubblico dell’area Euro pari a circa il 90% del PIL.

Si prevede che l’indebitamento degli Stati Uniti cresca ulteriormente: secondo il recente World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, il deficit di bilancio degli Stati Uniti è destinato a esplodere all’8,2% del PIL quest’anno e in media a circa il 7% del PIL fino al 2028. Parallelamente il debito pubblico totale aumenterà ulteriormente fino a quasi il 140% del PIL. In confronto i deficit di bilancio dell’area Euro, secondo le proiezioni, saranno probabilmente in media intorno al 2,5% del PIL e il suo debito pubblico scenderà a circa l’85% del PIL entro il 2028.

Secondo Ryan McMaken, gli Stati Uniti potrebbero essere entrati in una spirale del debito a causa del forte aumento del suo costo e gli esperti temono che il rischio di aste deserte per i titoli di stato statunitensi stia diventando reale. Le aste dei titoli del Tesoro USA hanno già fatto registrare un calo della domanda, in particolare da parte degli investitori stranieri, e il rendimento dei decennali ha superato il 5%, il rendimento più alto sin dal 2007. Anche se la Federal Reserve interviene per acquistare i titoli invenduti, lo farà con denaro stampato portando a un’inflazione più elevata.

Come risultato indiretto dell’aumento della spesa militare, i tassi d'interesse ai minimi storici nei primi anni 2000 hanno aperto la strada al ciclo di espansione e contrazione, culminato con la crisi finanziaria mondiale. Oltre al debito pubblico, anche il debito privato è aumentato vertiginosamente: tra il 2000 e il 2022 il totale del debito pubblico e privato in tutti i settori è aumentato di circa tre volte, passando da $29.000 miliardi a $93.000 miliardi. La scarsa crescita della produttività dimostra che gran parte di questo debito è improduttivo e costituisce un peso per la crescita futura. La crescita del PIL reale è già rallentata a meno del 2% annuo sin dal 2000, dopo aver registrato una media superiore al 3% ogni decennio a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.


Conclusione

L’affermazione del presidente Biden secondo cui maggiori spese militari per armare l’Ucraina rafforzeranno la produzione e l’economia statunitense è infondata. Dopo più di due decenni di spese militari molto elevate, il debito pubblico è esploso mentre la produttività e la crescita economica hanno subito un duro colpo. I sussidi che l’amministrazione Biden elargisce oggi nella speranza di attrarre la produzione ad alta tecnologia negli Stati Uniti dimostrano che il militarismo comporta gravi costi economici.


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