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venerdì 24 luglio 2026

Trasparenza: anatema di Londra e Bruxelles

 

 

di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trasparenza-anatema-di-londra-e-bruxelles)

Diversamente dall'armata brancaleone dell'attuale governo italiano, l'amministrazione Trump sa con chi ha a che fare quando di sparla di potere giudiziario. La più recente sentenza della SCOTUS in materia di “ius soli” è l'ennesima prova che, per grande influenza di John Roberts, il potere eversivo del ramo giudiziario negli USA è determinato è scavalcare quello legislativo ed esecutivo. In merito alla questione, si fondono insieme giurisdizione politica e geografica nel modo peggiore possibile (laddove il Congresso può offrire protezione agli immigrati, ma essi sono ancora soggetti alla giurisdizione della loro cittadinanza d'origine) e la magistratura ostracizza potere legislativo ed esecutivo. Qui c'è da smantellare una illusione accuratamente seminata da Hollywood: la Corte Suprema non è quell'organo finale dove vengono finalizzate le controversie. Alla creazione degli USA c'erano le Corti Supreme dei singoli stati americani, le quali hanno appaltato parte dei loro poteri a quella federale. Si tratta di una concessione, non di una scala gerarchica di poteri. Infatti alla sua formazione, il governo federale aveva come compito l'impostazione dei commerci tra gli stati americani, l'impostazione della linea di politica estera e la difesa. Quindi, i dazi ad esempio, erano materia per Presidente e Congresso, la Corte Suprema non doveva metterci becco. Ogni organo aveva i suoi compiti, determinati dal nono e decimo emendamento.

L'eversività della magistratura, in ogni nazione ormai, è il sintomo della conquista esterna di un Paese (così come l'immigrazione incontrollata è una forma di conquista sociale, dato che il mercato dell'eurodollaro non può più essere usato in modo estensivo) e viene usata, negli USA in particolare, per fomentare una guerra civile. Perché è così che funziona. I migranti scaricano a pacchi figli in Florida, ad esempio, e richiedono un certificato di nascita americano. De Santis gli nega quello della Florida, questo significa che questi scalzacani non possono avere documenti validi nello stato della Florida e quindi impossibilitati a vivere. Per di più possono solo spostarsi nei territori americani (es. DC, Guam, ecc.), ma non possono spostarsi negli altri stati americani perché non sono cittadini di quello stato (la Florida nel nostro esempio). Ciò a sua volta permetterebbe allo stato in questione di chiamare in tribunale il governo federale stesso (decimo emendamento), nel qual caso la Corte Suprema potrebbe invocare la Clausola di supremazia per annullare ciò che resta del federalismo americano. Gente come Roberts è pronta a tirare questa spoletta pur di aizzare al punto di non ritorno la guerra civile voluta ardentemente dalla Tavola Alta oltreoceano?

Lo scenario ottimista è quello che più viene preso in considerazione, ma non bisogna scordarsi che l'amministrazione Trump tiene presente anche quello pessimista: una sconfitta alle elezioni di medio termine e una vittoria Dem nel 2029. Uno dei principali scopi adesso, quindi, è quello di degradare quanto più possibile tutti quegli asset americani che possono essere ritorti contro il Paese. Questo significa levare le tende dal Medio Oriente e ridurre drasticamente il numero di basi sul quel territorio in modo da impedire ad agenti esterni di alimentare conflitti; lo stesso lo si può dire degli aiuti a Israele. Il rapporto tra USA e Israele non cambierà, solo che non ci saranno di mezzo soldi “gratis” con cui alimentare un azzardo morale a livello militare e trasformare di nuovo in un proxy di destabilizzazione Israele e altri Paesi mediorientali. Soprattutto adesso che gli USA hanno un canale diretto col governo civile in divenire a Teheran, il quale viene usato per smantellare ciò che rimane degli asset dell'IRGC. 

Facciamola semplice, così anche il più obnubilato da stampa e algoritmi di selezione (che, ricordiamolo, “allena” l'utente stesso) possa capire. Gli inglesi controllavano entrambi i lati della barricata in Medio Oriente, sia in Israele che in Iran. Era solamente questa l'origine della guerra infinita che ha infuriato nella zona. Il Golfo Persico era a loro esclusiva determinazione, dato che controllavano Iran, Qatar (pompa del gas), Emirati Arabi (riciclaggio di denaro), Oman (avamposto dell'MI6 sullo Stretto). Se non si parte da questo assunto, e se non si parte dal fatto che esistono diverse fazioni all'interno di una nazione (compresi anche i cosiddetti “intransigenti” e coloro che portano avanti solo ed esclusivamente una linea dura), allora inevitabilmente si finisce per avere una chiave di lettura insufficiente per leggere gli eventi. E quindi attecchiscono narrative fasulle, o addirittura accuse di irrazionalità nei confronti dell'amministrazione Trump.

Quest'ultima, sin dalla sua prima iterazione, sa che il modo migliore per far uscire allo scoperto infiltrati e situazioni compromesse è quello di rivelare l'agenda che hanno i diversi player sulla scena geopolitica. Siamo adesso arrivati al momento in cui i vari leader (di facciata) mondiali e gli opinionisti influenti devono scoprire le carte e mostrare per chi lavorano davvero o da chi sono finanziati per perseguire una certa linea di politica. L'attacco all'Iran, oltre a disinnescare l'arma di ricatto finanziaria e geopolitica dello Stretto di Hormuz, e trasferire logistica e commercio dall'Europa al continente americano nel suo complesso, è servito a smascherare le agende reali dei capi di stato.

Questa è una questione che va al di là delle singole filosofie politiche, o economiche. Si può odiare lo stato quanto si vuole, ma che dire della rete ombra di intrallazzi, interessi, influenze e ricatti che gli inglesi hanno imparato a padroneggiare nel corso della storia? È un concetto che va ben oltre lo stato e paradossalmente il loro superamento significa anche un oscuramento più intricato di suddette ombre. Qual è quell'asset, decentralizzato e distribuito, che fa della trasparenza il suo cavallo di battaglia? Bitcoin. Qual è quella nazione che sta accogliendo una tale filosofia nelle sue strategie economiche e politiche? Gli Stati Uniti. Questo mi porta a pensare che la nascita dell'asset fosse stata pensata esattamente per un momento del genere, che gli USA abbiano alimentato la sua evoluzione per avere a disposizione un'arma con cui gettare luce su quell'impero delle ombre. Pensateci un momento: la migliore definizione di Bitcoin attualmente è una backdoor a un sistema che ha fatto del dollaro ombra offshore la sua cannuccia con cui succhiare indefinitamente ricchezza dagli USA. L'algoritmo su cui “gira” il protocollo è lo stesso di quello usato dal sistema bancario e finanziario. Ciò spiegherebbe anche perché c'è una pagina di un giornale inglese all'interno del Genesis Block.

E questo spiegherebbe ulteriormente perché Powell e Wall Street hanno dapprima lottato unghie e denti per far avanzare i lavori per il SOFR e poi hanno abbracciato la possibilità di aprire a Bitcoin e alle stablecoin. La chiave di lettura della trasparenza è il miglior modo per intendere l'evoluzione di tutti gli eventi finora accaduti nel mondo, sin dalla prima amministrazione Trump e addirittura fin dalla nascita di Bitcoin stesso. Qui si inserisce anche l'abbandono della politica keynesiana in materia di banca centrale americana nel momento in cui Warsh abiura ufficialmente la Curva di Phillips, linea di politica puramente di matrice inglese. Qui si inserisce anche il dialogo con Mosca e Pechino, e lo spostamento di Washington verso un'economia hamiltoniana (in termini commerciali). Mettendo tutte queste cose insieme si arriva alla conclusione che l'attacco all'Iran è stato il palco finale per ridimensionare definitivamente il flusso finanziario ombra che ha tenuto in piedi l'impero inglese sin dal post-Seconda guerra mondiale.

E la maestria degli inglesi nel ribaltare causa-effetto è prodigiosa, soprattutto quando, tramite la propaganda mediatica, instillano nella mente della maggior parte delle persone che gli USA “si stanno isolando”. Sbagliato: sono gli USA a voler isolare Londra e Bruxelles dal resto del mondo.

Lo spostamento di asset militari americani in Grecia, che adesso è il Paese europeo più armato, rappresenta il proverbiale “bastone” agitato nei confronti della Turchia, mentre la “carota” è la stabilizzazione della lira turca. Erdogan ha sempre giocato la sua partita sul filo del rasoio, tra gli interessi americani e quelli della cricca di Davos/City di Londra (es. Fratelli musulmani). Un gioco pericoloso ma che ha rappresento la carta vincente affinché il Paese non venisse invaso né dall'una, né dall'altra fazione. Trump, comunque, come ha dimostrato anche col Qatar, offre una via per collaborare ed è la stessa offerta che ha di recente presentato allo stesso Erdogan. Ed è anche un modo per effettuare una de-escalation sia in Medio Oriente che in Europa dell'est: Iran e Israele non hanno più bisogno di essere monitorati affinché non causino caos nella regione. Il rifiuto recente israeliano di aiuti americani annuali è un segno che la strategia di distensione in Medio Oriente funziona, soprattutto se ci aggiungiamo i piani per costruire nuove infrastrutture di trasporto del petrolio. E questo l'ha capito anche la Turchia, da qui la fanfara grandiosa che è stata allestita all'arrivo di Trump al recente G7, mentre uno squallido pulmino è stato affibbiato ai “leader” europei.

Puntellare il fronte greco e sguarnire quello polacco è stato anche un modo per dimostrare buona volontà nei confronti di Putin, senza però abbassare la guardia (Stretto del Bosforo). Ciò che emerge da questi rapporti è solo una cosa: forza. Concessioni di buona volontà, senza però depotenziare la propria posizione negoziale. Infatti tutte le connessioni inglesi nel Golfo Persico sono state rovesciate e i piani di Londra e Bruxelles di poter maneggiare le leve geopolitiche mondiali si riducono man mano che il tempo passa. In fondo, la Brexit altro non era che una faida interna alla cosiddetta Tavola Alta per decidere chi dovesse guidare il mondo post-reset.

Ora Washington sta offrendo la sopraccitata “carota” a Erdogan, il quale ne ha davvero bisogno per stabilizzare il mercato della lira. Solo una manciata di mesi fa ha scaricato tutti i suoi titoli del Tesoro americani, una mossa che può essere letta in due modi: o Londra ha richiamato i suoi asset, oppure Ankara continua a fare da ponte per i flussi finanziari ombra inglesi. Perché, ricordiamolo, Ankara è uno dei pochi Paesi che permette alle banche locali di detenere oro come riserve Tier-1 e, sin dal 2013 quando Obama tagliò fuori l'Iran dallo Swift affinché venissero potenziati i flussi finanziari ombra inglesi che passavano da lì, il denaro ombra iraniano è stato riciclato in Turchia tramite l'oro. In questo modo Obama ha finanziato indirettamente l'armamento nucleare iraniano. Riportare l'Iran nello Swift significa gettare luce sui flussi ombra. Ancora una volta trasparenza, l'anatema della City di Londra. Trump ha praticamente fatto capire a Erdogan di scegliere da che parte stare e questa offerta può essere presentata solo da un Leader che sta avendo la meglio sui propri avversari. La stessa offerta che è stata presentata a Israele... che tanto si dice controlla gli stati Uniti... mentre invece Trump ha fatto capire a Netanyahu che può sconfiggere Hezbollah, ma può scordarsi di prendersi mezzo Libano.

L'unione di tutti questi temi rappresenta un piano che gli Stati Uniti stanno portando avanti non per bontà o nobiltà di cuore, ma solo perché la classe dirigente americana è stufa di farsi fregare dalle sue controparti oltreoceano.

Infatti il differenziale di rendimento tra il decennale inglese e quello americano è +32 punti base, mentre tra quello inglese e quello giapponese è +210 punti base. La Banca d'Inghilterra continua a manipolare il lato lungo della curva dei rendimenti americana tramite il carry trade sullo yen e la Banca del Canada, mentre combatte unghie e denti per impedire a Trump di tornare a far avere un mercato ai titoli garantiti da ipoteca (cosa che permetterebbe la riconquista completa della politica sui tassi). La vera guerra è tutta qui: lungo lo spettro dei rendimenti tra i 10 anni e i 30 anni. Ed ecco perché il Giappone deve continuare a rialzare i tassi: i differenziali di rendimento vengono a mancare. A quel punto o la Banca d'Inghilterra lascia correre ancora più in alto il back-end della sua curva (causando una crisi obbligazionaria), o lo abbassa a costo dell'arbitraggio sulla valuta (passando la patata bollente dei bond all'UE). Ueda non è conosciuto per il suo coraggio e se sta resistendo alla pressione mediatica è solo grazie all'appoggio di Bessent, il cui obiettivo è la fine degli arbitraggi sulle valute come arma e la fine dei differenziali di rendimento obbligazionari come arma.

Infatti la fine del carry trade sullo yen ha potenziato il prosciugamento di liquidità in eurodollari nei mercati mondiali. Ciò ha permesso agli USA di dedicarsi ad altre faccende geopolitiche, come il Venezuela e l'Iran, e lasciando la componente economica al Giappone. Questo non ha impedito agli avversari degli USA di attaccarli, come continuano a fare sulla parte meno liquida della curva dei rendimenti (trentennale), e a incamerare bond americani per accedere ai dollari (dato che il SOFR è un tasso collateralizzato a differenza del LIBOR). In questo contesto il margine di manovra della BOJ è abbastanza ampio, dato che può coprire le perdite sulle obbligazioni con il portafoglio di azioni in suo possesso. Alla fine della fiera, gli allarmismi (stampa inglese) sul Giappone non erano direzionati al Paese stesso, ma alle conseguenze che avrebbero causato su quelle economie dipendenti dall'eurodollaro e a cui non avrebbero più avuto accesso privilegiato. Washington sta praticamente liberando il Giappone dalla morsa finanziarista inglese che da tempo immemore ha spremuto il Paese.

I futures sulla benzina, poi, mostrano chiaramente un andamento ribassista per i prezzi futuri della materia. Per le elezioni di medio termine si prospetta infatti un valore di $2.35. Lo stesso per la curva forward del petrolio, in manifesta discesa rispetto alle oscillazioni presenti. Certo, il range rimarrà intorno ai $75-80 per il momento, non rivedremo i $60 molto probabilmente fino all'anno prossimo. La backwardation è sul Brent; il WTI è in contango invece. Ma il primo è un contratto puramente finanziario, mentre il secondo prevede la consegna fisica. E con il Venezuela in supporto alla produzione americana e l'OPEC+ che ha tagliato i prezzi del petrolio più del previsto (spiazzando progressivamente l'Iran), i guai saranno esclusivamente europei. Senza contare che il presunto partner dell'UE, ovvero l'Ucraina, continua ad avere come obiettivo bersagli russi la cui distruzione fa esclusivamente del male alle importazioni di energia europee. Un “curioso” modo per farsi continuare a dare soldi e supporto militare...

Un ricatto interno potremmo chiamarlo, perché non dimentichiamoci di un punto: esistono fazioni “moderate” e disposte al compromesso anche all'interno della cosiddetta cricca di Davos. E così come Trump e i suoi alleati sono costretti a superare linee rosse degli avversari per forzarli a una reazione (bombardare nuovamente l'Iran ha come obiettivo indebolire l'IRGC rispetto ai negoziatori disposti a collaborare con gli USA), lo stesso indebolimento è messo in piedi a livello di City di Londra/cricca di Davos. La strategia regina è sempre stata quella di degradare la capacità dei propri avversari nell'accedere alle fonti di collaterale. Infatti chi è che viene più impattato dalla recente decisione cinese di limitare le esportazioni di elio? Non gli Stati Uniti, i quali sono esportatori di elio. Ovviamente l'Unione Europea. Inutile dire che, per motivi logici, Xi, Putin e Trump non possono mostrare pubblicamente la loro alleanza d'intenti in questo conflitto. La quantità di infiltrati nei loro rispettivi Paesi è incapacitante ancora (basti pensare al Congresso americano e la spasmodica e recalcitrante volontà di finanziare indefinitamente la guerra in Europa orientale se potesse).

Visto che l'IRGC ha scelto chiaramente l'annientamento, e per estensione i burattinai dietro di essi ovvero Londra e Bruxelles, il conflitto in Iran si dimostra ancora una volta lo stadio finale di una strategia volta a rendere gli Stati Uniti i decisori ultimi in cima alla Tavola Alta. In sintesi, si stanno prendendo il ruolo di coloro che imposteranno le decisioni che daranno forma al mondo di domani, al sistema mondiale di domani. Infatti non crediate che Londra, Parigi o Bruxelles stessi siano “amici”; si è sempre trattato di chi avrebbe impostato la linea di politica del nuovo sistema. Washington si sta dimostrando semplicemente un “amministratore” più tollerabile visto che vuole far respirare la classe media, diversamente dai piani di Londra e Bruxelles che vogliono un chiaro annientamento della stessa.

In questo contesto attaccare Teheran è un modo, indiretto ovviamente, di risolvere l'altro scenario di guerra in Ucraina, stringendo il cappio energetico intorno al collo dell'UE. In che modo può rifornire di militari, armamenti e strumenti Kiev se la possibilità di accedere a petrolio e gas a basso costo diventa sempre più esigua? E se non ha più accesso alle risorse energetiche, come farà ad attenuare una crisi sul debito sovrano dato che rifinanziare i debiti dei vari Paesi membri non potrà più essere fatto a costi bassi? La più recente asta di titoli decennali tedeschi è stata un disastro (la quale ha raccolto solo la metà dei fondi che si proponeva di raccogliere). Non dimentichiamoci che il petrolio è il collaterale principale tramite cui scorre il denaro nel sistema finanziario odierno.

Disinnescare l'Iran, quindi, era fondamentale a differenza di ciò che dicono “pacifisti oltranzisti” e propagandisti bannoniani/duginisti (se davvero l'obiettivo di Trump fosse stato quello di annientare l'Iran, gli sarebbe bastato imporre un embargo alle importazioni d'acqua). Contenere l'IRGC, e per estensione le influenze della cricca di Davos/City di Londra in Medio Oriente, ha permesso a Trump di ottenere il supporto di quelle fazioni nelle varie nazioni di quella regione tramite un colpo di stato finanziario: dall'entrata in vigore del SOFR sono principalmente gli Stati Uniti a decidere chi può avere accesso facilitato al mercato dell'eurodollaro e chi no. “Bastone e carota”. Riprendiamo in considerazione la Turchia: l'Europa dell'est non è più una minaccia per essa, così come non lo è più il conflitto a Nord-est tra Azerbaijan e Armenia, e l'Iran non è più una fonte di destabilizzazione contro Israele.

Così come gli asset militari americani sono stati spostati in Grecia dal Nord e dall'Est Europa, anche asset finanziari stanno affluendo in Turchia (sotto forma di capitali di rischio, stablecoin in dollari, Bitcoin, ecc.) per convincerla con la “carota”, senza però nascondere il “bastone”. Non mancherà nemmeno l'intelligence necessaria per stanare tutti quei canali che hanno reso Ankara un potenziale nodo nella rete della cricca di Davos/City di Londra, come doveva esserlo Dubai e Pechino. Infatti quest'ultimo sta ritorcendo contro l'Europa, fungendo da punto di pressione in sintonia con Washington, la devastazione industriale autoinflitta senza essere più quella destinazione che le “locuste” di Davos avevano scelto per avviare una nuova Catena della morte finanziaria.

In questo contesto Londra, Bruxelles e Parigi vengono costrette a rimanere in quelle zone che hanno contribuito a devastare, in grado solo di parassitarle fino all'osso pur di rilanciare in qualche modo il loro piano di sopravvivenza. Non possono forzare un reset adesso senza finire per essere spazzati via come classe dirigente a livello internazionale; la crisi obbligazionaria che ho descritto nel mio libro, Il Grande Default, dovevano pagarla Stati Uniti e Russia affinché il Vecchio Continente emergesse come guida unica nell'impostazione del sistema futuro. Entrambi i Paesi si sono rifiutati di stare al gioco: il primo a livello finanziario, il secondo a livello militare. Così facendo hanno costruito un nuovo equilibrio e impostato la loro presenza alla guida al “tavolo delle decisioni”. Il modo di fare guerra ormai è cambiato, rendendo obsoleti gli armamentari nucleari. Oreshnik e la rimozione chirurgica di Maduro sono stati i punti di svolta. Il mondo finanziario è cambiato, dato il SOFR ha permesso agli USA di riprendere il controllo della valuta e del lato corto della loro curva dei rendimenti.

I grafici qui sotto mostrano rispettivamente il differenziale di rendimento tra il decennale inglese e quello americano, e il differenziale tra le obbligazioni a 2 e 10 anni americane (il benchmark di riferimento delle banche a cui concedere mutui e prestiti). Da quando il Giappone ha iniziato il suo percorso di rialzo dei tassi, normalizzazione dei rendimenti obbligazionari e inversione del carry trade sullo yen, questi due grafici si muovono in sincronia. In sintesi, gli inglesi, avendo perso la capacità di manipolare il lato corto della curva dei rendimenti americana, si aggrappano alla manipolazione del lato lungo per disinnescare una crisi del debito sui loro titoli (ecco perché finora hanno fatto in modo che fosse impossibile far uscire fuori dalla conservatorship Fannie Mae & Freddie Mac). E questa semplice descrizione di una delle loro tante manipolazioni è anche il motivo per cui non esistono condizioni di vittoria per l'Ucraina, solo un continuo logoramento per ritardare un redde rationem su quel flusso di prestiti che è stato scaricato nella dolina finanziaria dell'Europa dell'est.


In una qualsiasi partita di GO con più di 4 giocatori è praticamente impossibile costruire una “struttura” stabile con cui vincere il gioco e “l'ideatore” del sistema, chi ne controlla le regole (sistema di estrazione/colonizzazione/divisione conflittuale), vincerà sempre. Oh ma se si bypassa il gioco stesso e si punta direttamente al sistema, le cose cambiano...

Alla fine gli europei non avranno più energia con cui rifornire l'Ucraina e la recente offerta di Trump nei confronti di Zelensky, ovvero quello di fornire Patriot, è stata una buotade. Come può non esserlo se per costruire la fabbrica per produrli richiede come minimo 5 anni per essere costruita e diventare pienamente operativa? Bastone e carota. Trump ha fornito la carota a Zalensky, una via d'uscita, ma quest'ultimo l'ha rifiutata. Così come il MOU è stato rifiutato dalla fazione oltranzista iraniana. L'euristica in questi casi è dannatamente semplice: quando un individuo o un gruppo di individui agiscono diversamente dal loro miglior interesse, e fanno scelte palesemente scellerate, allora qualcuno sta puntando loro una pistola alla testa. Allo stesso modo non basta essere “amici”, o accettare la “carota”, degli Stati Uniti per ottenere più di quello che si merita: non lo otterrà Putin oltre al Donbass e Crimea, non lo otterrà Netanyahu oltre alla distruzione di Hezbollah.

A chi davvero basta sopravvivere per vincere la guerra a questo punto non è l'Iran contro gli USA, bensì alla Russia contro la NATO. I membri europei hanno firmato assegni per sostenere Kiev con collaterale la cui riscossione è ancora intrappolata dietro l'esercito russo. Il cappio, oltre a quello energetico, è anche monetario, stretto intorno al collo dell'UE, e sta soffocando più velocemente le economie europee.

Quali sono quei punti su cui Londra e Bruxelles stanno combattendo più alacremente? Stanno combattendo unghie e denti contro il CLARITY Act, contro la liberalizzazione di Fannie/Freddie, contro l'emancipazione di Canada e Australia come vettori con cui pompare il mercato dell'eurodollaro. Stanno combattendo contro l'eventualità sempre più manifesta della loro mancanza di accesso a garanzie collaterali. Questo è il mosaico dove ha luogo la guerra finanziaria tra la City e Washington, ma se si alterano tutte le cose sopraccitate a livello strutturale allora il sistema risultante sarà molto più durevole. Questo significa rimettere flusso di cassa nelle mani della classe media. Un sistema a due livelli: il governo americano che prende quote in aziende importanti in grado di migliorare la capacità produttiva e il flusso di credito (es. Intel); poi ricostruire il mercato dei mutui trentennali il quale ha permesso alla classe media americana di prosperare come ha fatto, fino alla sua implosione ad hoc nel 2008.

L'idea che dazi e industria manifatturiera siano la fonte della ricchezza, della forza e della sicurezza di una nazione risale ad Alexander Hamilton. Scrivendo poco dopo la Rivoluzione, Hamilton temeva che una nazione di agricoltori ed esportatori di merci non sarebbe stata in grado di resistere a lungo alle grandi potenze europee. Nella sua relazione intitolata, Sul tema delle manifatture, pubblicata nel 1791, scrisse: “Non solo la ricchezza, ma anche l'indipendenza e la sicurezza di un Paese sono materialmente connesse alla prosperità delle manifatture. Ogni nazione, in vista di questi grandi obiettivi, dovrebbe sforzarsi di possedere al suo interno tutti gli elementi essenziali per l'approvvigionamento nazionale. Questi comprendono i mezzi di sussistenza, l'abitazione, il vestiario e la difesa”.

Oppure pensate a Energy Fuels. Il suo impianto di White Mesa, nello Utah, è/era l'unico impianto di lavorazione dell'uranio operativo negli Stati Uniti. Ha una capacità autorizzata di otto milioni di libbre di uranio all'anno. È il principale produttore statunitense di U308, il concentrato necessario per produrre combustibile per le centrali nucleari. È un'attività legata all'uranio, ma è anche un'attività legata alle terre rare. La lavorazione dell'uranio è tossica, in parte perché il minerale è radioattivo e bisogna prendere ogni sorta di precauzione per il residuo generato, oltre a trovarsi in una giurisdizione/area geografica favorevole a tali attività. Lo Utah è uno di questi luoghi. Il mese scorso, il Dipartimento della Guerra ha approvato un prestito condizionato di $720 milioni con Energy Fuels per la lavorazione della monzanite presso l'impianto di White Mesa. Questo potrebbe renderla un produttore nazionale di successo di terre rare. Ciò si integrerebbe perfettamente con la strategia perseguita dall'amministrazione Trump. 

Questo sistema di incentivi negli Stati Uniti attrarrà capitali, cosa che a sua volta creerà non poche difficoltà alla Banca d'Inghilterra e alla BCE affinché li trattengano sul loro territorio e smettano di interferire nel differenziale di rendimento nei titoli americani a dieci e trent'anni tramite la manipolazione, come suggerito sopra, del differenziale due anni-dieci anni americani e quello tra il decennale inglese e americano.

Come si fa affinché la Tavola Alta metta in gioco i propri di capitali? Si adotta la stessa strategia di logoramento applicata dalla Russia forzando la NATO a tirargli contro uomini e materiali militari. Si tratta di un drenaggio dalla classe fiananziarista alla classe media americana, la quale è stata spremuta da tassi dei mutui alti, alta inflazione, regolamentazione selvaggia, sprechi fiscali/sociali, ecc. 


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lunedì 15 giugno 2026

Come i collaboratori nominati da Trump alimentarono il complotto del Russiagate contro di lui

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Paul Sperry

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/come-i-collaboratori-nominati-da)

Quando i funzionari dell'amministrazione Obama fabbricarono prove di intelligence che collegavano Donald Trump a Mosca, dopo la sua sorprendente vittoria del 2016, non immaginavano che i suoi stessi collaboratori politici li avrebbero aiutati a minare la presidenza di Trump e le sue possibilità di rielezione nel 2020.

L'analisi di RealClearInvestigations di documenti recentemente declassificati e le interviste esclusive con ex-funzionari dell'amministrazione Trump rivelano per la prima volta come membri chiave del suo gabinetto e altri incaricati durante il suo primo mandato abbiano celato le macchinazioni della precedente amministrazione e, deliberatamente o involontariamente, abbiano indotto in errore l'opinione pubblica, facendo credere che le false informazioni sul Russiagate fossero reali.

L'ex-consigliere speciale, John Durham, l'ex-consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, l'ex-segretario di Stato, Mike Pompeo, e l'ex-direttrice della CIA, Gina Haspel, hanno ignorato o insabbiato prove che mettevano in dubbio un documento fondamentale della bufala del Russigate: la Intelligence Community Assessment (ICA) redatta negli ultimi giorni dell'amministrazione Obama.

Durham, nominato dal procuratore generale William Barr, bloccò la declassificazione e la pubblicazione di prove chiave che smascheravano l'ICA alla vigilia delle elezioni del 2020, un fatto finora inedito.

L'ICA ha contribuito a costruire la falsa narrativa che ha portato a numerose indagini per spionaggio che hanno perseguitato Trump durante il suo primo mandato: ovvero che il presidente russo, Vladimir Putin, avesse autorizzato manovre scorrette per aiutare Trump a vincere le elezioni del 2016. Una revisione governativa del 2018 di quel documento, redatto principalmente dal direttore della CIA di Obama, John Brennan, e dal suo direttore dell'intelligence nazionale, James Clapper, ha rilevato che le sue affermazioni più esplosive si basavano su “un frammento di frase scarso, poco chiaro e non verificabile tratto da uno dei rapporti [di intelligence] di bassa qualità”, secondo una relazione recentemente declassificata che funzionari dell'amministrazione Trump e, successivamente, dell'amministrazione Biden, avevano contribuito a tenere nascosta in un caveau della CIA. La relazione citava inoltre, a sostegno di tale tesi, informazioni compromettenti di intelligence, già smentite, finanziate dalla campagna elettorale di Hillary Clinton.

Sebbene questi funzionari nominati da Trump potrebbero non aver dato inizio all'utilizzo della CIA come arma contro di lui, hanno facilitato il processo nascondendo prove che smascheravano le affermazioni fasulle secondo cui la Russia avrebbe cercato di aiutare Trump. Oscurando il ruolo di Joe Biden nella messa in atto della bufala, potrebbero aver contribuito alla vittoria del vicepresidente di Obama nella serrata corsa alla presidenza del 2020.

“Il tradimento del Russiagate è continuato sotto gli occhi di tutti”, ha affermato l'ex-consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, JD Gordon, con alcuni membri del suo stesso gabinetto che lo hanno lasciato correre indisturbato invece di rendere pubblici i documenti segreti che avrebbero dissipato i sospetti che aleggiavano su di lui prima delle elezioni del 2020.


John Bolton

La soppressione delle informazioni può essere fatta risalire almeno alla metà del 2018. Fu allora che Fred Fleitz, all'epoca capo di gabinetto del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, venne a sapere che gli investigatori del suo ex-datore di lavoro, la Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti, stavano esaminando i dati grezzi dell'ICA a supporto delle principali conclusioni della valutazione.

Fleitz, che in passato era stato analista della CIA, era curioso di sapere cosa avessero scoperto durante l'anno precedente, intervistando analisti della CIA ed esaminando documenti segreti a Langley. Così si recò all'altra estremità di Pennsylvania Avenue e lesse una bozza del rapporto altamente classificato in una stanza protetta del Campidoglio degli Stati Uniti.

Fleitz ha dichiarato a RealClearInvestigations di essere rimasto sorpreso nell'apprendere che gli investigatori avevano scoperto numerosi documenti di intelligence che dimostravano come la conclusione principale della ICA – ovvero che la Russia “aveva sviluppato una chiara preferenza” per Trump e “aspirava ad aiutarlo” a vincere le elezioni – fosse basata su informazioni di intelligence scadenti e falsificate. Gli investigatori della Camera hanno scoperto che tali valutazioni erano in parte supportate dal dossier Steele, una serie di rapporti finanziati dalla campagna elettorale della Clinton contenenti accuse infondate che collegavano Trump al Cremlino, compilati dall'ex-ufficiale dell'intelligence britannica Christopher Steele.

“L'ICA ha travisato sia l'importanza che la credibilità dei rapporti contenuti nel dossier”, che si sono rivelati “falsi o infondati”, ha osservato l'analisi top secret del Congresso. “L'ICA si è riferita al dossier come 'piani e intenzioni russe', insinuando falsamente che avesse un valore informativo per comprendere le operazioni di influenza di Mosca”.

Fleitz riteneva che Bolton dovesse essere informato sul rapporto non pubblicato della Camera, il quale minava la narrazione prevalente secondo cui Trump e Mosca avevano cospirato durante la campagna elettorale del 2016. Tornato nel suo ufficio alla West Wing, Fleitz si sedette al suo computer, scrisse una sintesi del rapporto e la consegnò al suo capo.

Ma Bolton, a sua volta, non informò il presidente. “Non fece nulla al riguardo. Non ne parlò mai con Trump e io non ne ho mai più sentito parlare”, ha dichiarato Fleitz a RealClearInvestigations.

Secondo Fleitz, se Trump avesse saputo delle scioccanti rivelazioni contenute nel rapporto classificato, avrebbe potuto usarle per dissipare l'ombra di sospetto che aleggiava sulla sua presidenza riguardo alla Russia.

Bolton, che deve affrontare accuse penali per aver gestito in modo improprio altri documenti classificati, e il suo avvocato non hanno risposto alle richieste di commento.


Mike Pompeo

Ciò che Fleitz non sapeva all'epoca era che la CIA stava anche ostacolando l'indagine della Camera sull'ICA. Mike Pompeo, il primo direttore della CIA nominato da Trump, era tanto scettico sul fatto che il suo predecessore Brennan avesse sbagliato la valutazione riguardo la collusione con l'intelligence russa quanto riguardo quello che stava emergendo dall'analisi condotta dalla Commissione Intelligence della Camera. “Gli abbiamo mostrato una bozza, ma non ci ha creduto. Ha detto che potevamo sbagliarci su molte di queste cose", ha affermato Derek Harvey, che ha lavorato come consulente senior per l'analisi presso la Commissione Intelligence della Camera dal 2017 al 2022.

Di conseguenza, ha affermato, “non abbiamo ricevuto molta collaborazione da Pompeo”.

Numerosi tentativi di contattare Pompeo via e-mail e telefono nei suoi nuovi incarichi di direttore esecutivo senior del Center for Law & Government presso la Liberty University in Virginia e di consulente della Fire Point, la principale azienda ucraina nel settore della difesa, a Kiev, non hanno avuto successo.


Gina Haspel

All'epoca la vice di Pompeo era Gina Haspel, la quale ha svolto un ruolo molto più attivo nel celare le informazioni. Funzionaria veterana della CIA, a cui Pompeo aveva affidato la maggior parte delle operazioni quotidiane dell'agenzia, non gradiva che i collaboratori del Congresso indagassero sulle attività di spionaggio dell'agenzia che portarono alla creazione della versione altamente classificata e riservata dell'ICA.

Fonti hanno riferito a RealClearInvestigations che la CIA si è assicurata che l'ispezione in loco degli investigatori, svoltasi dal 2017 al 2020, fosse attentamente monitorata e rigorosamente controllata. Gli investigatori della Camera dovevano essere autorizzati ad accedere ogni giorno a una “sala di lettura” a Langley per esaminare i documenti utilizzati dalla CIA a supporto dell'ICA. Inoltre erano obbligati a chiudere a chiave i loro computer portatili e il materiale al termine delle operazioni serali.

“La Haspel non permetteva loro di portare via nemmeno gli appunti dalla loro postazione di lavoro”, ha detto Harvey. “Non potevano portare via niente dall'edificio”.

Un'altra fonte della Commissione Intelligence della Camera, a conoscenza dell'operazione, ha affermato che gli investigatori sospettavano che la CIA “stesse spiando i computer della commissione” a Capitol Hill. Hanno riferito all'allora presidente della commissione, Devin Nunes, che la CIA aveva manomesso i computer che l'agenzia li aveva costretti a usare per redigere il loro rapporto all'interno della sede centrale, e questo solo dopo che era stato loro negato l'accesso a qualsiasi computer nei primi quattro mesi della loro indagine.

Secondo un rapporto che documenta gli sforzi della CIA per “ostacolare” le indagini, “le modifiche tecniche apportate ai computer [forniti dalla CIA] li hanno resi instabili e inaffidabili”, rallentando così il lavoro degli investigatori.

Quel rapporto, ottenuto da RealClearInvestigations, aggiungeva: “Strani malfunzionamenti del sistema hanno causato la visualizzazione sfocata di alcune righe di testo, costringendo a riavviare il sistema per correggerle e talvolta provocando la perdita di testo o note a piè di pagina”.

Gli investigatori hanno ripetutamente richiesto “computer adeguati” a supporto della revisione, ma non li hanno mai ricevuti. È stato loro negato l'accesso a software che avrebbero permesso di effettuare ricerche efficienti tra i grandi volumi di documenti classificati e non classificati presenti nell'agenzia. Migliaia di pagine di rapporti di intelligence rilevanti per l'ICA erano disponibili solo in formato cartaceo. Il personale ha dovuto spulciare voluminosi raccoglitori con anelli rotti e divisori mancanti, ostacolando ulteriormente la loro attività di verifica.

Pompeo e la Haspel hanno inoltre imposto restrizioni ai cinque autori dell'ICA scelti personalmente da Brennan, che inizialmente erano stati tenuti a distanza.

“Ci sono voluti quasi cinque mesi prima che allo staff della commissione fosse consentito di intervistare gli autori dell'ICA”, si legge nel rapporto interno.

La portavoce della commissione, Lesley Byers, ha dichiarato a RealClearInvestigations: “Anche solo ottenere interviste con i redattori dell'ICA era una battaglia epica con la CIA all'epoca, il che sottolinea ulteriormente le misure straordinarie adottate dalla CIA per ostacolare i membri dello staff dell'HPSCI [Commissione permanente della Camera sull'intelligence]”. Ha poi aggiunto: “Perché ostacolare se non c'era nulla da nascondere?”.

Nel maggio 2018 Trump nominò Pompeo Segretario di Stato e designò la Haspel come sua sostituta. Quest'ultima era stata caldamente raccomandata per l'incarico, con il sostegno di molti veterani della comunità dell'intelligence, tra cui John Brennan, per il quale aveva lavorato come capo della postazione di Londra e direttrice delle operazioni della CIA. Prima dell'udienza di conferma del 2018, Brennan firmò una lettera congiunta con altri 52 ex-funzionari dell'intelligence esprimendo il suo “forte sostegno” alla Haspel e sostenendo che fosse “una scelta eccellente per quella posizione”. Assicurò inoltre ai senatori che avrebbe prodotto “informazioni imparziali”.

Dopo aver assunto la guida della CIA, ha chiuso a chiave tutte le bozze del rapporto della Commissione Intelligence della Camera in una cassaforte all'interno di una stanza blindata presso il quartier generale della CIA, fino alla fine del suo incarico nel gennaio 2021. Ha inoltre sequestrato tutti gli appunti e gli altri materiali di lavoro degli investigatori.

“Gina Haspel ha insabbiato il rapporto”, ha detto Harvey.

Secondo fonti ben informate, prima di lasciare l'incarico, la Haspel avrebbe preteso che sia Barr che Durham mantenessero il rapporto riservato e non ne divulgassero alcuna parte prima delle elezioni del 2020.

“Nel 2020 Gina Haspel andava in giro furiosa, dicendo che quel rapporto non avrebbe mai dovuto vedere la luce del sole”, ha affermato un ex-alto funzionario dell'Ufficio del Direttore dell'Intelligence Nazionale. “Ancora non riesco a credere che sia stata lei a dirigere la CIA sotto la presidenza Trump. È una cosa totalmente folle”.

Fleitz ha descritto i suoi tentativi di impedire la diffusione di tali informazioni scagionanti come “insubordinazione nei confronti di un presidente degli Stati Uniti”.

La Haspel, che parlava fluentemente russo, era da tempo un esperto del Cremlino e aveva assunto posizioni intransigenti che si contrapponevano a molte delle linee di politica di Trump nei confronti di Mosca.

Non è chiaro se lei abbia contribuito all'ICA, ma nel 2016 era a capo della postazione della CIA a Londra, dove ha assistito gli investigatori del Russiagate, tra cui Peter Strzok. Secondo alcune fonti avrebbe approvato il suo viaggio a Londra per incontrare il diplomatico australiano Alexander Downer, il quale affermava che il consigliere della campagna di Trump, George Papadopoulos, gli avesse rivelato che i russi possedevano informazioni compromettenti su Hillary Clinton. La Haspel fu informata della questione, che divenne la base per l'indagine Crossfire Hurricane dell'FBI, mirata a diversi consiglieri di Trump, tra cui lo stesso Papadopoulos.

La Haspel si trovava a Londra anche durante le cosiddette “operazioni di intercettazione” condotte dall'FBI contro Papadopoulos e il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, in cui l'FBI si avvalse dell'esperto collaboratore della CIA, Stef Halper, per cercare di coglierli in flagrante mentre avevano possibili contatti compromettenti con i russi.

Numerosi tentativi di contattare la Haspel via e-mail e telefono presso il suo nuovo incarico di presidente della CIA Officers Memorial Foundation a Herndon, in Virginia, non hanno avuto successo.

Una fonte a conoscenza del pensiero della Haspel ha affermato che si era opposta alla pubblicazione del rapporto che smascherava l'ICA perché avrebbe potuto rivelare informazioni sensibili, sebbene la sua recente pubblicazione abbia dimostrato che nessun interesse di sicurezza nazionale è stato leso, comprese le fonti e i metodi.


John Durham

Con la fine del primo mandato di Trump, si presentò un'ultima opportunità per smascherare le macchinazioni dell'amministrazione Obama. Una tale opportunità fu sventata dal procuratore speciale incaricato di indagare sulle origini della bufala del Russiagate, John Durham. Fu il procuratore generale di Trump, Barr, a scegliere Durham, un vecchio collega e amico del Dipartimento di Giustizia.

Sebbene il rapporto finale di Durham, pubblicato solo nel 2023, sollevasse seri interrogativi sull'inchiesta sul Russiagate, la sua decisione più significativa venne presa negli ultimi giorni delle elezioni del 2020, quando bloccò i tentativi di smascherare il complotto per strumentalizzare l'intelligence statunitense. Nell'ottobre di quell'anno l'allora direttore della National Intelligence, John Ratcliffe, cercò di declassificare e pubblicare un rapporto di 44 pagine che confutava la conclusione dell'Intelligence Community Assessment (ICA), commissionata da Obama, secondo cui Mosca aveva cercato di influenzare le elezioni a favore di Trump. Quando l'ICA è stata infine declassificata la scorsa estate, ha scatenato una tempesta di polemiche, che ha portato all'indagine su Brennan e Clapper e all'incriminazione dell'ex-direttore dell'FBI, James Comey.

Nel 2020 Durham insistette affinché l'indagine sull'ICA rimanesse segreta. Durham sostenne di star utilizzando il rapporto segreto, redatto da due investigatori della Commissione Intelligence della Camera, nella sua inchiesta per stabilire se l'FBI e la CIA avessero politicizzato e utilizzato come arma le informazioni di intelligence contro Trump.

“Durham chiese espressamente che quel rapporto non venisse declassificato e reso pubblico, insieme ad altre cose, perché voleva usarlo come parte della sua indagine e dei suoi procedimenti giudiziari – o almeno così presumevamo”, ha affermato l'ex-alto funzionario dell'intelligence dell'ODNI a conoscenza del tentativo di declassificazione di Ratcliffe.

Ratcliffe, ora direttore della CIA, inizialmente accettò di non divulgare il rapporto, rimasto segreto per i successivi cinque anni, fino a quando la direttrice dell'intelligence nazionale di Trump, Tulsi Gabbard, lo ha declassificato e reso pubblico senza censure a luglio dell'anno scorso.

“Dopo aver consegnato a Durham il rapporto, insieme a oltre mille pagine di altri documenti classificati, è sparito nel nulla”, ha dichiarato l'ex-alto funzionario dell'intelligence, il quale ha parlato a condizione di anonimato. “Non abbiamo più avuto sue notizie e non ha fatto nulla con quel rapporto”.

Sebbene la pubblicazione dei documenti da parte della Gabbard chiarisca che l'ICA sia stato fondamentale nella bufala del Russiagate, Durham lo ha praticamente ignorato nel suo rapporto finale sullo scandalo. A parte una nota a piè di pagina a pagina 7 che cita l'ICA – in cui si legge: “Si veda anche la Intelligence Community Assessment, ‘Valutazione delle attività e delle intenzioni russe nelle recenti elezioni statunitensi’ (6 gennaio 2017)” – non vi è alcun altro riferimento all'ICA nel suo rapporto di 316 pagine. Né compare in un'appendice al rapporto recentemente declassificato, nonostante Durham avesse intervistato i due funzionari dell'amministrazione Obama principalmente responsabili della stesura dell'ICA: Brennan e Clapper.

“Non ho la minima idea del perché Durham l'abbia omesso”, ha detto l'ex-alto funzionario dell'intelligence.

I tentativi di contattare Durham per un commento non hanno avuto successo.

Il rapporto ICA, ora declassificato, viene utilizzato come prova nelle indagini penali del Dipartimento di Giustizia contro personaggi dell'era Obama, tra cui Brennan. I procuratori del Distretto Meridionale della Florida, che a quanto pare stanno cercando di costruire un caso di cospirazione per corruzione, hanno recentemente emesso una serie di mandati di comparizione davanti al gran giurì nei confronti di Brennan e Clapper, degli ex-funzionari dell'FBI, Peter Strzok e Lisa Page, e di altri funzionari dell'era Obama coinvolti nella stesura dell'ICA. Richiedono registrazioni delle comunicazioni e altri documenti relativi al periodo 2016-2017, quando furono redatte le versioni classificate del rapporto e una versione non classificata fu resa pubblica.

Le decisioni di Durham continuano a influenzare il dibattito sul Russiagate. La stampa è scettica sul fatto che i procuratori possano trovare qualcosa di incriminante, perché sostengono che Durham abbia già fatto il suo dovere.

“John Durham, il procuratore speciale nominato dall'amministrazione Trump, ha esaminato in modo esaustivo la valutazione delle interferenze russe e non ha riscontrato alcun illecito penale”, ha recentemente affermato Ken Dilanian, corrispondente di MSNBC per la sicurezza nazionale. “Eppure il Dipartimento di Giustizia sta cercando di riaprire la questione...”

Tuttavia ex-funzionari dell'amministrazione Trump hanno iniziato a dubitare che Durham abbia condotto un'indagine approfondita sulla questione. JD Gordon, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, afferma che il procuratore, ora in pensione, si è limitato a “fare le cose di routine”.

“Dato che John Durham non incluse le informazioni rilevanti e incriminanti a sua disposizione sulla cospirazione criminale contro un presidente regolarmente eletto, la storia dovrebbe ricordare i suoi sforzi come un fallimento totale”, ha dichiarato Gordon a RealClearInvestigations.

“Ha trattato quasi tutti i cospiratori con i guanti di velluto”, ha aggiunto Gordon. “Il suo approccio mite era l'esatto opposto dell'indagine del [procuratore speciale Robert] Mueller, che ha perseguitato senza sosta i collaboratori di Trump per qualsiasi cosa, anche se erano tutti vittime innocenti della bufala della ‘collusione’ con la Russia”.

Gordon fa notare che Mueller e il suo staff di procuratori, che non hanno trovato prove di una cospirazione tra Trump e la Russia, hanno inviato agenti dell'FBI a interrogarlo tre volte tra il 2017 e il 2019; hanno anche ottenuto da un gran giurì la cessione dei suoi tabulati telefonici. Il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Jerry Nadler, ha chiesto a Gordon di fornire ulteriore documentazione nel 2019, e lui ha acconsentito. Gordon, ex-comandante della Marina e portavoce del Pentagono sotto la presidenza di George W. Bush, ha affermato di essere stato costretto a sostenere spese legali a cinque cifre per difendersi dal falso scandalo.


Dati di intelligence truccati

“La CIA ha ordito una cospirazione per fabbricare informazioni compromettenti su Trump”, ha affermato Harvey. “In pratica stava conducendo un'operazione di intelligence mirata alla sua campagna elettorale e alla sua presidenza”.

L'ICA era un elemento chiave della cospirazione, ha osservato, perché è stata usata strategicamente come pretesto per condurre innumerevoli indagini di spionaggio su Trump e i suoi consiglieri che hanno paralizzato la sua presidenza.

Un mese dopo la vittoria di Trump sulla Clinton, il presidente Obama ordinò alla CIA e ad altre agenzie di intelligence statunitensi di rivedere le loro precedenti valutazioni, le quali non avevano riscontrato alcuna prova che il governo russo avesse tentato di hackerare le elezioni a favore di Trump.

Nel giro di sole tre settimane la CIA ha raccolto nuove prove per concludere che il presidente russo, Vladimir Putin, avesse personalmente avviato un'operazione di influenza per favorire la vittoria di Trump alle elezioni. Il rapporto dell'ICA, reso pubblico e utile a Obama e alla Clinton per spiegare la sua clamorosa sconfitta, ha omesso il fatto che la CIA si fosse basata in parte sul dossier finanziato dalla stessa Clinton per giungere a questa nuova conclusione.

Gli analisti dell'intelligence si opposero all'utilizzo del dossier, ma il principale agente dei servizi segreti di Obama, Brennan, li ignorò. Almeno un analista di alto livello dell'intelligence, ora informatore che collabora con il Dipartimento di Giustizia nell'indagine in corso sulla bufala del Russiagate, ha affermato di essere stato “minacciato” dai suoi superiori affinché modificasse la sua valutazione pre-elettorale per conformarsi al nuovo ICA.

L'informatore, che lavorava sotto l'allora direttore della National Intelligence, Clapper, ha anche affermato di aver contattato gli investigatori del procuratore speciale Durham per segnalare sospetti di “manipolazione” di informazioni grezze che confluivano nell'ICA, ma non è mai stato interrogato, nonostante “avessi informazioni rilevanti per indagini penali in corso”, come riportato per la prima volta da RealClearInvestigations.

“Hanno cercato di far sembrare che Trump fosse il candidato di Putin, ma in realtà non c'era alcuna prova che Putin stesse cercando di sostenere Trump”, ha detto Harvey. “Se si legge attentamente il rapporto [dell'HPSCI] [sull'ICA], sia Brennan che Clapper emergono come i veri artefici del complotto, e si scopre che entrambi sapevano fin dall'inizio che Hillary aveva orchestrato tutta questa operazione contro Trump”.

Brennan e Clapper non hanno risposto alle richieste di commento.

“Hanno manipolato e politicizzato i dati dell'intelligence”, ha aggiunto Fleitz, “e questo era ovvio per chiunque avesse letto quel rapporto esplosivo”. Tra questi figuravano Barr, Durham, Bolton, Pompeo, la Haspel e altri funzionari nominati da Trump che, invece di smascherare lo scandalo, lo hanno insabbiato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 4 maggio 2026

La dottrina a mosaico dell'Iran si sta frammentando

Diversamente dagli strilloni che trovate sulla stampa e sui canali d'informazione alternativi, su queste pagine avete analisi ponderate e riflessioni soppesate in base alle informazioni che emergono da entrambi le parti in conflitto. Questo permette ai lettori di scremare il suono dal rumore di fondo. Chi legge questo blog ormai sa che esiste un gruppo dietro la figura di Trump, che chiamiamo “NY Boys”, i quali sono persone che hanno imposto una netta linea di demarcazione tra Washington e il resto del mondo. Quindi se loro sono il consiglio di amministrazione, allora Trump è l'amministratore delegato. Capita quindi che suddetto consiglio voglia saggiare la capacità del nemico e di conseguenza incarica l'amministratore delegato di fare conferenze stampa, oppure intraprendere azioni, in cui si lascia corda agli avversari. Questi ultimi, comunque, hanno un vantaggio non indifferente: il controllo della stampa. Possono edulcorare a sufficienza la percezione della realtà da far sembrare, a chi si abbevera alla loro fonte, che un certo esito è l'opposto. Il coro di chi blatera “USA sconfitti in Iran” subisce questa propaganda ed è l'unica guerra che l'Iran ha vinto. Ha perso invece quella sul campo. Infatti abbiamo visto come la narrativa sullo Stretto di Hormuz non era compatibile con quanto accadeva nella realtà. E adesso vediamo che la narrativa sugli iraniani che collezionano pedaggi sullo Stretto è altrettanto infondata. Infatti basta uno scrutinio un po' più approfondito rispetto a quello effettuato dai titoli roboanti della stampa, e ripetuti a pappagallo da chi sventola il feticcio della sconfitta militare americana, per capire che si tratta ancora una volta di guerra di propaganda. Non solo, ma mentre il presunto blocco dello Stretto di Hormuz sarebbe un'azione illegale ai sensi della giurisprudenza in un conflitto navale (come se l'Oman non contasse in questa storia), il blocco navale statunitense invece è totalmente e giuridicamente legale. La vera guerra è finanziaria: riguarda il controllo sul flusso internazionale di denaro e questo dimostra quanto sia grave la situazione per alcune persone di cui non vediamo mai il volto e di cui non conosciamo il nome. Gli Stati Uniti hanno problemi, molti problemi, ma sono per lo più autoinflitti e possono essere risolti con il tempo e un'attenta applicazione del potere politico. Il deficit è un problema, la regolamentazione è un problema, il Congresso e la magistratura disfunzionali sono ENORMI PROBLEMI (probabilmente irrisolvibili senza misure drastiche da parte di Trump). Il mercato obbligazionario e la valuta NON sono il problema, sono il mezzo per risolverlo. I commenti dei “disfattisti” non sono imparziali. Vogliono che gli Stati Uniti falliscano. Non credono che i problemi si possano risolvere o che qualcun altro voglia che gli Stati Uniti si sistemino da soli. Citano numeri, teorie, commenti e azioni intraprese da chi lavora apertamente contro gli interessi americani (es. il Financial Times, Londra, l'UE, la Cina, ecc.) e li usano per “falsificare” le loro argomentazioni, quando nel momento in cui gli Stati Uniti smettono di comportarsi come idioti (guidati dai Democratici), i numeri migliorano immediatamente. Il deficit sta crescendo più lentamente, la spesa pubblica sta diminuendo, l'occupazione nel settore privato è in aumento, i dati sulla movimentazione merci interna supportano una crescita superiore alle previsioni. E gli Stati Uniti sono molto più in grado di resistere a uno shock del prezzo del petrolio nel breve termine (perché utilizzano l'energia in modo più efficiente e hanno un reddito medio delle famiglie di gran lunga superiore a quello del resto del mondo rispetto al prezzo della benzina a livello locale). E tutto ciò che Trump sta facendo non fa altro che accelerare la prossima fase della transizione, permettendo alla Cina di sobbarcarsi parte del Dilemma di Triffin. Gli USA hanno l'energia, le risorse, i mercati dei capitali e lo Stato di diritto per far sì che ciò accada; la Cina non li ha, senza allearsi con la Russia o gli Stati Uniti, o entrambi. Il rischio più grande per gli Stati Uniti e, per estensione, per il mondo intero, è il crollo politico della Repubblica americana, non il dollaro, né il debito, né nient'altro. I bilanci contengono sia attivi che passivi. I rendimenti a breve termine sono inferiori a quelli a lungo termine, pertanto rifinanziare il debito sul mercato a 2-3 anni è la strategia giusta finché non si risolveranno i problemi politici interni (es. Congresso e magistratura corrotti). Il servizio del debito in rapporto al PIL scenderà perché i tassi sono inferiori rispetto a 2-3 anni fa, al culmine del ciclo di stretta monetaria. Quindi se volete ascoltare un vero critico degli Stati Uniti che abbia seriamente considerato qualcosa al di fuori di una visione dilettantistica della geopolitica e dell'economia, restate sintonizzati su queste pagine.

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di Zineb Riboua

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-dottrina-a-mosaico-delliran-si)

In seguito all'annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente Trump, l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), ha dichiarato: “L'Iran ha subito una sconfitta militare epocale”.

La risposta di Teheran è stata una sola controargomentazione: la Repubblica islamica esiste ancora.

Questa argomentazione fraintende la questione. La sopravvivenza della Repubblica islamica non è in discussione; ciò che è in discussione è se l'entità sopravvissuta conservi la capacità di dirigere le forze che operano in suo nome.

L'Iran ha sviluppato la sua dottrina militare a mosaico traendo insegnamenti diretti dal crollo di Saddam Hussein in soli ventisei giorni. Dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, il generale di brigata iraniano, Mohammad Ali Jafari, ha riorganizzato il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nel 2008 in trentuno comandi provinciali, ognuno con i propri arsenali di armi, catene logistiche e autorità predelegata.

La guerra asimmetrica è il ricorso degli stati che non possono prevalere con le armi convenzionali. Dispersione e occultamento sono gli strumenti di un esercito che ha già rinunciato al controllo del campo di battaglia tradizionale.

Israele, operando a fianco degli Stati Uniti nell'ambito dell'Operazione Epic Fury, ha padroneggiato le tattiche asimmetriche e ha rivolto contro l'Iran la sua stessa dottrina, impiegando infiltrazioni di intelligence, eliminazioni mirate e sabotaggio delle reti con una precisione superiore.

La dimostrazione più chiara si è avuta prima dell'inizio dell'operazione.

Nel luglio 2024 Israele ha assassinato il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, all'interno di una foresteria delle Guardie Rivoluzionarie a Teheran. I servizi di sicurezza iraniani devono ora operare partendo dal presupposto di non conoscere l'entità del compromesso, e questa incertezza è la condizione più debilitante che un servizio di intelligence possa affrontare.

L'operazione Epic Fury ha poi spinto tale penetrazione al suo estremo.

L'uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, l'eliminazione di centinaia di alti comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e il deterioramento delle capacità extraterritoriali della Forza Quds hanno costituito, nel loro insieme, una campagna di decapitazione di precisione senza precedenti.

Ancora più importante, le fratture tra la leadership politica iraniana e le sue forze armate sono già emerse pubblicamente. Il 7 marzo 2026 il presidente Masoud Pezeshkian ha presentato le sue scuse televisive agli stati arabi del Golfo per gli attacchi missilistici e con droni condotti durante il conflitto, promettendo la cessazione di ulteriori attacchi.

Il fatto che un presidente in carica si sia scusato per le azioni del proprio esercito pochi minuti dopo la loro esecuzione illustra perfettamente ciò che ha prodotto l'autorità predelegata: un esercito a cui la leadership politica deve rispondere, anziché controllarlo.

Tre vulnerabilità adesso si stanno spiralizzando.

La prima è la limitazione della dottrina a mosaico, ora sotto pressione prolungata.

Tale dottrina risolse il problema che Saddam non era riuscito a risolvere, impedendo che la decapitazione producesse un collasso immediato. Non risolse mai il problema dell'usura. Il mosaico ritarda la cronologia della dissoluzione, ma lascia intatta la dissoluzione stessa.

Il cessate il fuoco è giunto in un momento di debolezza iraniana e la pressione che ha generato tale debolezza rimane a disposizione di Washington. La Repubblica islamica sa che ogni giorno in cui il cessate il fuoco regge, lo fa a condizioni che Washington può rivedere.

La seconda vulnerabilità è di natura strutturale.

La dottrina a mosaico distribuiva la resilienza orizzontalmente tra i comandi terrestri provinciali, ma i rami funzionali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (la Marina, l'aeronautica, il corpo missilistico e le direzioni per la sicurezza informatica, e l'intelligence) rappresentano ciascuno un insieme distinto di “tessere” con catene di approvvigionamento e strutture di comando separate.

Gli Stati Uniti hanno smantellato questi rami in modo sequenziale anziché simultaneo, degradando ciascun pilastro funzionale e rimuovendo al contempo la leadership al centro.

Il risultato è un sistema che si indebolisce contemporaneamente da due direzioni: le reti provinciali orizzontali perdono coerenza mentre la spina dorsale di comando verticale collassa, e nessuna delle due compensa il deterioramento dell'altra.

La terza vulnerabilità è di natura finanziaria ed è quella che espone di più i terroristi. La capacità delle Guardie Rivoluzionarie di sostenere le proprie operazioni ed eludere le sanzioni è dipesa da Hezbollah e dalla più ampia rete di intermediari per il trasferimento di denaro e la fornitura dell'infrastruttura transazionale che collega il centro alla periferia. Tale sistema si è indebolito.

La flotta ombra iraniana – la rete di navi che trasportano petrolio soggetto a sanzioni attraverso documenti falsificati e trasferimenti da nave a nave – è stata oggetto di un'intensificazione delle intercettazioni da parte degli Stati Uniti. Società di copertura legate alla Cina, che fornivano copertura finanziaria al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), sono state sanzionate in diverse tornate dal Dipartimento del Tesoro statunitense.

Il 31 marzo decine di cambiavalute legati alle Guardie Rivoluzionarie sono stati arrestati negli Emirati Arabi Uniti in seguito all'escalation delle tensioni nel Golfo dopo gli attacchi iraniani, interrompendo così uno dei canali di finanziamento più vitali per il regime. Una rete che non è in grado di pagare i propri operatori non può rimanere attiva a lungo.

Washington è entrato nel cessate il fuoco avendo in mano tutte le carte giuste: il dominio militare, la strangolamento finanziario e un'architettura regionale che ha isolato Teheran dal mondo arabo che un tempo cercava di mobilitare.

La risposta dell'Iran è stata quella di minacciare lo Stretto di Hormuz, l'ultima risorsa a cui un regime ricorre quando ha esaurito tutte le altre. Questa minaccia è indice di disperazione, non di forza.

L'operazione non è ancora conclusa, ma sussistono le condizioni per la sconfitta dell'Iran.

L'entità che emergerà da ciò che accadrà in futuro avrà ben poco in comune con la Repubblica islamica che ha lanciato la sua dottrina di resistenza quattro decenni fa; ciò che rimarrà dipenderà interamente dal fatto che Teheran accetti o meno le condizioni poste da Trump.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 25 marzo 2026

UE e Regno Unito hanno dichiarato guerra alle grandi aziende tecnologiche americane: la censura come strumento di politica commerciale

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-regno-unito-hanno-dichiarato)

Londra e Bruxelles stanno coordinando i loro attacchi contro le grandi aziende tecnologiche statunitensi. Con il pretesto inconsistente della tutela dei consumatori, stanno cercando di gettare le basi per progetti di censura diffusa attraverso multe multimiliardarie.

Quando il Ministro di Stato tedesco per la Cultura, Wolfram Weimer, ha sferrato il suo attacco verbale contro le piattaforme digitali americane, le sue parole sono passate inosservate tra le onde della sua stessa ipocrisia. Come ormai sappiamo, il ministro non nutre grande stima per le norme sul diritto d'autore né per la proprietà privata.


Aggressivamente sulla difensiva

Weimer ha definito Meta, Google e altri colonizzatori digitali, il cui modello di business si basa essenzialmente sullo sfruttamento del potenziale creativo degli utenti e sulla sua monetizzazione a proprio vantaggio. La risposta politica a questa presunta ingiustizia consiste in una sorta di tassa digitale, imposta a livello nazionale per porre fine a un tale comportamento.

Naturalmente si tratta di fornire allo stato, quel Leviatano mai sazio e in sovrappeso, un'ulteriore fonte di entrate.

Con la sua retorica aggressiva, Weimer si colloca saldamente nella tradizione delle recenti linee di politica dell'UE, le quali assomigliano sempre più alla dottrina digitale di Londra.

Quello a cui stiamo assistendo è una messa in scena di un continente tecnologicamente emarginato. Bruxelles potrà anche tessere la fitta rete globale di regolamentazioni digitali, ma in questo clima nessuno sottolinea che non esistono startup europee capaci di competere con le grandi aziende tecnologiche americane, o cinesi, o con il settore dell'intelligenza artificiale.

Quelle della politica europea sono azioni di retroguardia, vasti cataloghi normativi pensati per spalancare le porte alla censura. L'obiettivo è impedire la nascita di voci dissidenti su piattaforme come X, capaci di denunciare i fallimenti della governance europea, la centralizzazione dell'UE e la crescente concentrazione di potere a Bruxelles.


Multe assurde

In difficoltà economiche e con un peso geopolitico in calo, Londra e Bruxelles hanno iniziato a imporre multe esorbitanti per le presunte irregolarità commesse dalle grandi aziende tecnologiche americane.

Apple è stata di recente condannata dal Competition Appeal Tribunal (CAT) del Regno Unito a pagare fino a £1,5 miliardi, in quanto tra l'ottobre 2015 e la fine del 2020 l'azienda avrebbe abusato della propria posizione dominante sul mercato e svantaggiato gli sviluppatori di app attraverso commissioni eccessive sugli acquisti in-app e sugli abbonamenti.

Secondo le autorità di regolamentazione, una commissione fino al 30% per transazione è ingiustificata e limita la concorrenza. Apple ha annunciato che presenterà ricorso.

A quanto pare i signori nella “culla del liberalismo” non hanno ancora familiarità con la libertà contrattuale e la sovranità individuale.

La situazione è simile a Bruxelles. La Commissione europea ha inflitto una multa a Meta, la società madre di Facebook e Instagram, sostenendo che l'azienda offre sistemi e strumenti di segnalazione inadeguati per contenuti illegali come propaganda terroristica o immagini di abusi.

Inoltre accusano Meta di aver negato ai ricercatori l'accesso ai dati pubblici e di aver utilizzato pratiche scorrette per manipolare le scelte degli utenti. Meta dovrà pagare €200 milioni e dimostrare maggiore collaborazione in futuro.


La battaglia per la sovranità dei dati

In sostanza si tratta di dare alle autorità di regolamentazione europee accesso illimitato ai dati degli utenti e ai processi di comunicazione interna, in linea con lo spirito della proposta di controllo delle chat per gli utenti privati. L'Europa ha in serbo molto altro per i suoi cittadini.

In linea con questo spirito, la Commissione europea ha già inflitto a Google una multa record di €2,95 miliardi a settembre per presunte violazioni delle norme antitrust nel settore della pubblicità online. Dal 2014 Google avrebbe abusato della sua posizione dominante sul mercato, privilegiando i propri prodotti nel posizionamento e nell'intermediazione degli annunci. L'azienda deve ora ricostruire il suo mercato digitale per eliminare qualsiasi forma di favoritismo.

In questa guerra europea contro il dominio digitale degli Stati Uniti, si registra una piccola eccezione: il procedimento contro TikTok, che rimane fortemente controllato dalla Cina. Incombe una multa di €530 milioni per presunte violazioni della protezione dei dati, tra cui il trasferimento non autorizzato di dati degli utenti dall'UE alla Cina. Vengono inoltre contestate la mancanza di trasparenza nella pubblicità e l'assenza di un registro pubblicitario funzionante per ricercatori e utenti.

Tuttavia la messinscena su TikTok serve principalmente a distrarre gli americani dal fatto che il vero intento dell'Europa è quello di sfidare gli Stati Uniti nell'economia digitale con la forza della regolamentazione e di creare carte da giocare nel conflitto commerciale ancora irrisolto.

Lo schema negoziale è ben noto: definire le massime richieste, esasperare i singoli punti critici all'interno della matrice negoziale, accettare i risultati con parole di circostanza ma iniziare il sabotaggio fin dal momento della firma.


Pianificazione centralizzata & Sovranità individuale

Anche da una prospettiva sistemica le argomentazioni della Commissione europea e delle autorità di regolamentazione del Regno Unito non reggono. Ogni utente stipula un contratto volontario; lo stesso vale per gli sviluppatori di app. Apple giustamente osserva che circa l'84% delle app presenti nel suo store sono gratuite e ogni individuo è libero di passare a tecnologie alternative, come Android di Google. Nessuno è obbligato a usare TikTok, o a caricare video sulla piattaforma.

La strategia di escalation dell'Europa dimostra ancora una volta la sua avversione per la concorrenza, la proprietà privata e la sovranità decisionale individuale. Non sarebbe sbagliato affermare che fraintende profondamente i principi di un'economia di libero mercato.

La presunta argomentazione a tutela dei consumatori non è altro che una copertura per un piano politico più ampio, volto alla censura e alla sottomissione dell'iniziativa privata.

In realtà stiamo assistendo a un'ulteriore escalation di politiche invasive da parte delle autorità di regolamentazione centralizzate di Bruxelles e Londra. Politiche che il governo statunitense, sotto la presidenza di Donald Trump, difficilmente tollererà. Le tensioni transatlantiche sono in aumento. Il prossimo atto nella disputa commerciale si svolgerà proprio sul campo di battaglia digitale e continuerà a intensificarsi.

Forse questo è il momento perfetto affinché Donald Trump dia uno schiaffo morale a Londra e Bruxelles. Un drastico aumento dei dazi potrebbe far riflettere alcuni di loro e fare pressione sui policymaker affinché smettano di giocare a pericolosi giochi di censura.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 16 marzo 2026

I leader dell’UE chiedono un “reset normativo”, ma è solo l’ennesimo gioco di potere

L'Eurozona è un esempio lampante di come uno stato ipetrofico distrugga la crescita dell'occupazione, i miglioramenti dei salari reali e gli investimenti. Il modesto miglioramento dell'attività economica si accompagna a un calo delle assunzioni e degli investimenti. Gli aumenti delle tasse e le linee di politica insistenti su emissioni zero hanno decimato l'industria e azzerato la crescita dell'occupazione. Questi evidenti trend di deterioramento economico si verificano in un periodo di crescita artificiale del PIL. La spesa pubblica è ora uno dei principali fattori di “crescita economica” in Francia, Regno Unito, Germania e altre grandi economie europee. Escludendo l'aumento della spesa pubblica, la maggior parte di queste economie è in recessione. Il Global Economic Outlook di ottobre 2025 di S&P Global ci segnala che la crescita della produzione è sempre più sostenuta dall'irresponsabilità fiscale piuttosto che dal dinamismo del settore privato. La relazione afferma che “le politiche fiscali più accomodanti negli Stati Uniti e in Germania sostengono la crescita”, ma avverte altresì che “la fragilità dei mercati del debito sovrano in molte delle maggiori economie europee rimane una fonte chiave di rischio”. I programmi di “investimenti pubblici” nell'Eurozona e nel Regno Unito hanno parzialmente compensato la debole domanda privata. Rimane un'enorme scia di debito, la quale porta a ulteriori aumenti delle imposte. La spesa pubblica e l'inflazione persistente gonfiano la crescita nominale, mentre la produttività economica reale e le opportunità di lavoro nel settore privato si deteriorano. Uno stato ipertrofico significa bassa crescita, tasse elevate, salari reali bassi e un persistente rallentamento della produttività. Investimenti improduttivi e interventi governativi eccessivi sono ormai la norma nelle principali economie europee. SP Global spiega inoltre che “i settori più sensibili ai tassi di interesse, come l'industria manifatturiera e l'edilizia, rappresentano una quota inferiore dell'attività economica nelle economie avanzate rispetto al passato”. Tuttavia il problema non sono solo i tassi di interesse, ma anche l'aumento delle tasse e le normative insormontabili che frenano l'attività nei settori ad alto moltiplicatore. L'agenda 2030, insieme alle cosiddette normative verdi e alle linee di politica emissioni zero, ha portato a un'allocazione errata del capitale e a distorsioni economiche, pertanto gli incrementi di produttività sono sempre più limitati ai settori digitale e finanziario. L'espansione fiscale ora alimenta la maggior parte dell'attività economica principale nei Paesi sviluppati, con effetti collaterali negativi ovunque. L'onere del servizio del debito sta manifestando un effetto “crowding out” sempre più marcato sul settore privato, le tasse elevate limitano gli investimenti e le assunzioni e la regolamentazione rende l'economia stagnante. La pistola fumante di questo esito è la generazione/consumo di energia elettrica e il consumo di gas: trend in vistoso calo in UE rispetto agli USA, sintomo che il comparto industriale europeo è diventato una “specie” a rischio estinzione come i panda. Con l'aumento dei rendimenti dei titoli di stato, poi, Paesi come la Francia e il Regno Unito si trovano già ad affrontare “circoli viziosi” di crescita più lenta e costi di finanziamento più elevati.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-leader-dellue-chiedono-un-reset)

Le critiche alle politiche normative dell'Unione Europea si fanno sempre più forti. In una lettera a Ursula von der Leyen, 19 capi di governo dell'UE chiedono l'abolizione di “norme superflue e squilibrate”.

È un grottesco teatro politico quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. Diciannove capi di governo dell'UE hanno firmato una lettera semi-pubblica – ottenuta da Handelsblatt – chiedendo nientemeno che un “reset normativo” a Bruxelles. Questa richiesta arriva dopo anni in cui gli stessi governi hanno diligentemente costruito il colosso eco-burocratico dell'UE.


Merz rinnova le sue critiche

La lettera seguiva di pochi giorni le dure dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha criticato l'eccessiva regolamentazione di Bruxelles e il conseguente onere burocratico, fattori che hanno contribuito in modo significativo alla crisi economica della Germania.

Intervenendo alla Giornata delle PMI della Mittelstands- und Wirtschaftsunion a Colonia, Merz ha dichiarato: “Permettetemi di essere un po' più schietto: dobbiamo dare una lezione a questa macchina di Bruxelles affinché si fermi una volta per tutte”.

Ha criticato aspramente la macchina legislativa dell'UE per aver continuato il suo lavoro di regolamentazione “senza sosta, indipendentemente dal fatto che sia stato eletto o meno un nuovo Parlamento, o che una nuova Commissione sia in carica o meno”.

Parole dure da parte di un cancelliere che, a livello nazionale, non è riuscito finora a riformare nemmeno un singolo aspetto dell'eccesso di regolamentazione della Germania, degli elevati oneri fiscali, o del suo Stato sociale ipertrofico.


Un’offensiva di pubbliche relazioni?

Le parole di Merz sembravano aver preparato il terreno per un'ondata di critiche più ampia, culminata nella lettera firmata da 19 leader dell'UE. Oltre a Merz, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni si sono uniti apertamente al coro contro la frenesia normativa di Bruxelles.

Il loro obiettivo dichiarato: riportare l'Europa su un percorso di crescita e competitività.

La lettera chiedeva l'eliminazione di “regolamentazioni superflue, eccessive o sbilanciate”. Una verità lapalissiana, forse, ma di fronte al disordinato apparato normativo di Bruxelles, questa sembra una richiesta massimalista, poiché una vera riforma richiederebbe anche lo smantellamento di parti della burocrazia stessa.

Gli autori chiedono inoltre che le PMI siano esentate dagli obblighi di rendicontazione, come quelli previsti dalla legge sulle catene di approvvigionamento, e dalle assurde normative climatiche, come il regolamento UE sulla deforestazione.


Sussidi, ancora una volta

Ancora più significativi sono i paragrafi finali della lettera. Qui venivano svelate le vere intenzioni: richieste di norme più flessibili su sussidi e fusioni aziendali. L'entità di questi sussidi non è un mistero: riguardano gli enormi fondi stanziati nei bilanci dell'UE e nazionali per i programmi climatici e, forse, per la costruzione di un'economia di guerra europea.

In altre parole la trasformazione verso un'economia UE sempre più centralizzata dovrebbe procedere in modo più fluido. Il recente appello di Merz a un “patto europeo per la competitività” e i suoi avvertimenti sulla concorrenza di Asia e Stati Uniti non sono di per sé sbagliati, ma la questione cruciale è come interpretare questa sfida e come affrontarla.

In particolare, non è stato fatto alcun accenno alla possibilità di ridurre le assurde tasse sulla CO2 imposte dal blocco europeo.


Il piano Draghi come modello

Bruxelles e le capitali dell'UE si stanno ora allineando, di fatto, al progetto delineato da Mario Draghi, il quale aveva auspicato un fondo di investimento del valore di €800 miliardi all'anno per l'economia dell'Eurozona, affiancato da una deregolamentazione laddove ciò fosse di interesse per Bruxelles.

In breve: i flussi di capitale devono essere incanalati meglio nei canali preferiti da Bruxelles, in modo rapido, concentrato e con una burocrazia minima. I decisori politici sperano che ciò inneschi una sorta di effetto economico auto-riparante, ma la crisi stessa è in gran parte la conseguenza proprio di questa cattiva allocazione dei capitali e di questa regolamentazione eccessiva dall'alto verso il basso.

L'Europa ha chiaramente scelto la strada dell'isolazionismo: centralizzazione, indebitamento e finanziamento cronico in deficit. È un vicolo cieco e Bruxelles ne è la manifestazione più evidente.


Cortine fumogene

Il fatto che 19 leader dell'UE abbiano criticato pubblicamente la linea di politica normativa di Bruxelles è degno di nota per due motivi. In primo luogo, solleva la questione se Bruxelles sia davvero diventata un'astronave burocratica, così distaccata dalla realtà che i suoi occupanti non si accorgono più del rapido declino economico dell'Europa.

Considerata l'orgia normativa degli ultimi anni, in gran parte giustificata da una visione apocalittica del cambiamento climatico, la risposta è molto probabilmente sì.

In secondo luogo il modo semi-pubblico in cui è stata presentata questa critica, tramite fughe di notizie selettive a testate come Handelsblatt, è stato scelto con cura per creare l'impressione che i governi nazionali siano ancora sovrani, economicamente competenti e attenti alle preoccupazioni dei loro cittadini.

In realtà si tratta del solito vecchio scontro tra Bruxelles e governi nazionali sempre più impotenti. A parte qualche caso isolato come l'Ungheria, la Repubblica Ceca o, di recente, la Polonia, tutti condividono la stessa linea ideologica.


Von der Leyen saldamente in controllo

La Von der Leyen potrebbe sembrare isolata, ma ha già raggiunto il suo obiettivo principale: espandere il bilancio della Commissione UE per il periodo 2028-2034 a circa €2.000 miliardi. Circa €750 miliardi – più di un terzo – finiranno nei canali inariditi del clientelismo verde. A ciò si aggiungeranno ingenti iniezioni di sussidi nazionali, come i fondi speciali per la Germania.

Un simile intervento statale non può essere attuato senza una regolamentazione aggiuntiva e una burocrazia ancora più grande.

Quindi, nonostante il linguaggio altisonante della lettera alla von der Leyen, non ci sarà alcun alleggerimento normativo o amministrativo reale per le imprese.

In definitiva, lei non dovrebbe essere giudicata dalle sue parole – o da quelle dei suoi critici – ma dalle sue azioni. E da questo punto di vista, la sua direzione politica è già chiara.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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