martedì 23 luglio 2024

Pericolo! L'antisemitismo potrebbe continuare a diffondersi

 

 

di Barry Brownstein

Cerchiamo di diffidare della narrativa rassicurante che minimizza la gravità del crescente antisemitismo: la convinzione che l’odio verso gli ebrei diminuirà una volta conclusa la guerra tra Israele e Hamas potrebbe essere fuorviante.

Nella mia vita quotidiana l’antisemitismo è ancora una cosa del passato. Non è così nei campus universitari e in alcune città. Come Elon Musk sono scioccato dalla denuncia del dilagante odio verso gli ebrei.

Lo scorso novembre, quando il nostro agricoltore di fiducia stava chiudendo la stagione, ci ha chiesto informazioni sui nostri programmi per le vacanze. È rimasto a bocca aperta quando mia moglie ha menzionato la celebrazione di Hanukkah e del Natale. Incuriosito, ha chiesto: “Chi di voi è ebreo?” Conosciamo questo agricoltore da trent'anni e la domanda non si era mai posta. Perché proprio in quel momento? È un uomo onesto e laborioso, che non presta attenzione alle caratteristiche superficiali dei suoi clienti.

L'economia di mercato premia chi dimostra una genuina empatia verso questi ultimi; infatti gli imprenditori empatici possono mettersi nei panni dei propri clienti e considerare come servirli al meglio. Il processo di mercato, sostenuto dallo stato di diritto, facilita l’empatia e il rispetto per gli altri e una società pacifica e prospera.

Allora perché dico che l’antisemitismo probabilmente crescerà? Quanto più siamo lontani dai legami e dagli affetti creati dal commercio, tanto più le nostre menti saranno occupate dallo spazio per l’odio primitivo.

Gli intellettuali che insegnano una miscela tossica di politica dell’identità, teoria critica della razza e marxismo hanno preso il controllo delle istituzioni educative e di altro tipo. In alcune classi K-12 vengono insegnati “Studi etnici liberatori” che fanno uso di “modelli liberatori basati su marxismo e maoismo”. Ciò che Helen Pluckrose e James Lindsay chiamano il “sistema delle caste di giustizia sociale” etichetta gli ebrei come oppressori a causa del loro successo economico.

Nel libro Marxism, Thomas Sowell sottolinea che Marx viveva come un intellettuale senza alcuna “responsabilità” per il suo sostentamento e per le “conseguenze sociali” della sua “visione”. Sowell spiega che “gli intellettuali di oggi vivono in una sorta di isolamento dalle conseguenze dell'errore, qualcosa di cui non gode nessun uomo d'affari, capo militare, ingegnere, o addirittura allenatore atletico”.

Nel suo libro Intellectuals, il defunto Paul Johnson descrive Marx come un uomo con un “atteggiamento infantile” che “prendeva in prestito denaro, lo spendeva e poi era invariabilmente stupito e arrabbiato quando arrivavano a scadenza i conti più gli interessi”.

Marx era un odiatore accanito che “si risentiva per la più piccola critica” ed era soggetto a “enormi scoppi di rabbia. Al centro della sua rabbia e frustrazione, e forse alla base del suo odio per il sistema capitalista, c’era la sua grottesca incompetenza nel maneggiare il denaro”. Johnson ci informa che alla madre di Marx “è attribuito l’amaro desiderio che ‘Karl accumulasse capitale invece di limitarsi a scriverne’”.

Le fantasie di Marx sugli ebrei e sui capitalisti che sfruttavano gli altri erano una proiezione del suo stesso sfruttamento nei confronti della sua di famiglia. La proiezione si verifica quando cerchiamo di scagliare i nostri fallimenti morali e la spazzatura psicologica sugli altri.

Marx era bloccato in una tale proiezione. Rifiutandosi di “intraprendere una carriera”, Marx perseguitava la sua famiglia in cerca di “elemosina”. Abituato a saccheggiarla, Marx vedeva il proprio comportamento negli altri, scrivendo che c’è sempre “una manciata di ebrei da cui frugare nelle tasche”.

Nel libro Sulla questione ebraica, Marx scriveva: “Qual è la religione mondana dell’ebreo? Mercanteggiare. Qual è il suo Dio terreno? [...] Il denaro è il dio geloso di Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere”.

Di Marx, Johnson scrive: “Tutta la sua teoria della classe è radicata nell’antisemitismo”.

Nel suo romanzo, Life and Fate, Vasily Grossman osservava che l’antisemitismo era uno “specchio dei fallimenti degli individui. Ditemi di cosa accusate gli ebrei e vi dirò di cosa siete colpevoli”.

Gli antisemiti ritraggono gli ebrei nei modi più mostruosi, perché vederl come vili giustifica i loro stessi fallimenti.

Marx non era solo un odiatore degli ebrei, era un odiatore e basta. Il suo antisemitismo faceva parte di un modello più ampio.

In The Road to Serfdom F. A. Hayek sottolinea che Marx espresse opinioni sui cechi e sui polacchi successivamente espresse dai nazisti. Marx scrisse dei Balcani che avevano “la sfortuna di essere abitati da un conglomerato di razze e nazionalità diverse, di cui è difficile dire quale sia la meno adatta al progresso e alla civiltà”.

Hayek esplorò il motivo per cui “il nemico, sia esso interno, come l’”ebreo” o il “kulak”, o esterno, è un requisito indispensabile nell’armeria di un leader totalitario”. In Germania e in Austria, scrisse Hayek, “l’ebreo era arrivato a essere considerato il rappresentante del capitalismo”.

Marx scrisse che “ogni tiranno è sostenuto da un ebreo”. Invertì causa ed effetto: i tiranni devono opprimere gli ebrei.

Hayek inoltre scrisse: “Sembra quasi una legge della natura umana che sia più facile per le persone mettersi d’accordo su un programma negativo – sull’odio di un nemico, sull’invidia di chi sta meglio – che su qualsiasi compito positivo”. L'odio per il capitalismo o l'odio per gli ebrei, per chi ha bisogno di odiare, è la stessa cosa.

Hayek aggiunse: “Il contrasto tra il 'noi' e il 'loro', la lotta comune contro coloro che sono al di fuori del gruppo, è un ingrediente essenziale in qualsiasi credo che unisce solidamente un gruppo verso un'azione comune”.

Coloro che non vogliono assumersi la responsabilità delle proprie scelte gravitano attorno a movimenti di massa che promettono di alleviare le conseguenze delle loro decisioni sbagliate. Dovrebbe sorprendere che le idee marxiste abbiano contribuito ad alimentare il comunismo, uno dei movimenti di massa più distruttivi della storia?

Dovremmo sorprenderci che l’attuale esplosione di antisemitismo si concentri nei campus universitari dove il sentimento anticapitalista è la norma?

Oggi il pensiero “noi” e “loro” è parte integrante della vita nei nei campus universitari. Si presume che se non riuscite a combinare niente nella vostra vita è perché “loro” vi hanno fermato. Dal punto di vista storico gli ebrei si sono ritrovati tragicamente costretti a ricoprire il ruolo ingiustificato di “loro”.

Oggi i professori e gli amministratori universitari evitano che gli studenti siano esposti a idee diverse dalle loro. Marx non volle mai affrontare le conseguenze della sua scarsa intelligenza emotiva e morale. Quanti studenti universitari, come Marx, non vogliono affrontare la loro scarsa intelligenza emotiva e morale?

Le forze illiberali hanno sempre bisogno di un “loro”. Anche nei Paesi senza popolazione ebraica, gli ebrei sono ancora “loro”. Ayaan Hirsi Ali è cresciuta in Somalia dove non c'erano ebrei, ma come ha spiegato al Wall Street Journal:

Quando ero piccola, mia mamma perdeva spesso la pazienza con mio fratello, con il droghiere o con un vicino. Urlava o imprecava sottovoce “Yahud!”, seguito da una descrizione dell'ostilità, dell'ignominia, o del comportamento spregevole del soggetto della sua ira. Non era solo mia madre; gli adulti intorno a me esclamavano “Yahud!”, il modo in cui gli americani usano la parola che inizia con la F. Mi fecero capire che gli ebrei – Yahud – erano tutti cattivi. Nessuno si prendeva la briga di costruire un quadro razionale attorno all’idea – cosa difficilmente necessaria, dal momento che non c’erano ebrei in giro.

La Somalia è una società chiusa e le società chiuse sono destinate al fallimento finché non emerge um’indagine critica dall’interno.

Gli studenti attraversano il sistema educativo addestrati ad avere menti chiuse piuttosto che a esplorare le idee. Il fallimento è una certezza quando queste ultime non vengono messe in discussione, e deve esserci un “loro” da incolpare per il fallimento. Per gli antisemiti e gli anticapitalisti, gli ebrei sono oggetto condiviso di odio. Gli ebrei vengono usati per rendere conto dei piani falliti generati da idee imperfette. Finché programmi illiberali domineranno i nostri sistemi educativi, entrambi gli odi non potranno far altro che crescere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 22 luglio 2024

Chi governa gli Stati Uniti?

 

 

di Daniel Greenfield

Le elezioni presidenziali del 2016 si sarebbero dovute disputare tra due candidati, ovvero, Jeb Bush e Hillary Clinton, i cui “turni” erano arrivati.

E poi Donald Trump è sceso da una scala mobile, ha preso il suo “turno” e da allora l'establishment non è più stato lo stesso, proprio perché era il loro di “turno”.

Nel 2020 è stato il “turno” di Joe Biden, un uomo la cui unica credenziale politica era quella di essere rimasto in giro abbastanza a lungo da restare fedele a cose come il Senato e la Vicepresidenza.

Ora, nel 2024, è di nuovo il “turno” di Joe Biden. Nessuno nel suo partito aveva l'impressione che fosse il miglior candidato, il miglior attivista o il miglior presidente, ma dannazione, era il suo di “turno”.

E ora i democratici sono nel panico perché il candidato che sta prendendo il suo “turno” in realtà sta implodendo.

Il crollo pubblico di Biden ha spaventato i democratici, ma non hanno ancora una risposta su come fermare il disastro che tutti gli altri potevano vedere arrivare da chilometri di distanza; e non esiste una buona strategia se non quella di convincere i leader del partito a confrontarsi con il loro candidato e chiedergli di dimettersi. Ma come si fa a togliere il “turno” a Biden quando esso rappresenta la cosa più sacra in politica?

Non è un problema esclusivamente democratico. Il Partito repubblicano mise Bob Dole contro Bill Clinton e John McCain contro Barack Obama, perché era il loro “turno”; lasciarono che Mitt Romney si scontrasse con Obama una seconda volta perché era il suo “turno” e dopo che i repubblicani persero due elezioni presidenziali consecutive, perché presentavano candidati dell’establishment al loro “turno”, gli elettori ne erano così stufi che fecero quello che non avrebbero mai fatto prima e scelsero Trump.

Perché, infatti, non era il suo di “turno”.

La politica del “turno” è quella che continua a imperare.

I candidati alla presidenza concorrono perché hanno le reti più grandi di colleghi politici, donatori e attivisti di partito. È come se la Major League di Baseball favorisse i giocatori sulla base dell'anzianità e della loro capacità di creare reti, non sulla base di quanto bene sanno lanciare o colpire.

Ma a differenza dello sport, la politica non è una meritocrazia, non è nemmeno una democrazia, è un'oligarchia.

Gli elettori pensano con presunzione alle elezioni come a una grande competizione politica, ma è come giudicare le aziende in base ai discorsi principali dei loro amministratori delegati. Le elezioni sono la parte meno importante della politica, tutti gli aspetti veramente importanti si svolgono a porte chiuse. Ciò che fanno i politici non è candidarsi, ma creare reti, stringere accordi e pianificare la propria carriera.

Tale rete, che a volte chiamiamo con nomi del tutto inadeguati come “establishment” o “addetti ai lavori”, è la ragione per cui Biden è di nuovo attivo nel 2024: perché non è possibile liberarsene.

Le persone che pensano ingenuamente che Obama stia segretamente guidando l’amministrazione Biden non capiscono suddetta rete o come funziona. Obama affrontò Hillary quando fu il suo “turno” nel 2008, vinse e strinse un accordo che avrebbe spostato la rete democratica più a sinistra. Fece di nuovo la stessa cosa nel 2020 coinvolgendo la gente di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren in modo che l’amministrazione Biden fosse ancora più radicale ed estrema della sua.

Ma da dove viene Obama? Proviene da quella rete di attivisti radicali, donatori e personale governativo che ora governa il Paese. Obama non è un genio o un uomo brillante, è solamente un avvocato come tanti e per giunta poco originale; uno delle decine di migliaia usciti dalla Ivy League che si uniscono al lato politico della rete e che vogliono massimizzare le proprie ambizioni.

E le reti di sinistra gli hanno dato l’opportunità di farlo in cambio di una diffusione più profonda del Partito Democratico nel governo e nel Paese. E poi è arrivato il suo “turno”.

Obama non voleva che Biden gli succedesse. Lo scartò a favore di Hillary, e poi cercò di portare un candidato a sorpresa contro di lui nel 2020. Ma alcune cose sono sacre e nemmeno Obama, soprattutto una volta uscito dalla Casa Bianca, potrebbe togliere il “turno” a Biden due volte.

Ma, a dirla tutta, non è proprio il “turno” di Biden: è il turno degli strateghi, dei lobbisti, dei membri dello staff, dei donatori, degli alleati e delle figure più nebulose conosciute come “ammanicati” che hanno accumulato potere nel corso degli anni. Hanno investito nel suo successo, ne vogliono trarre profitto e non si arrenderanno facilmente.

Cercare di sostituire Biden con Gavin Newsom (a parte le questioni legali e logistiche) sarebbe uno scontro tra due reti che richiederebbe o attente trattative o una vera e propria guerra civile. Questa è una cosa che si fa sempre con i principali rivali che difatti diventano vicepresidenti o membri del gabinetto, ma sostituire un presidente in carica che ha anche vinto la nomina e ha raccolto/speso un'enorme fortuna richiederebbe un livello di trattative delicate come quelle necessarie a portare la pace in una guerra civile africana.

Soprattutto se quel presidente è instabile, incline ad attacchi di rabbia ed è isolato dagli stessi alleati politici la cui ricchezza e potere dipendono dalla vittoria di Biden per un secondo mandato.

Non si tratta solo di Jill e Hunter Biden: Joe Biden ha decine di migliaia di bocche politiche da sfamare. È stato raccolto denaro, promessi favori, la gente ha acquistato case nelle comunità dormitorio di Washington, i lobbisti si sono assicurati grossi contratti e i donatori hanno aperto i loro portafogli.

Sostituire Biden con un altro candidato sconvolgerebbe gran parte di Washington, manderebbe in fumo decine di miliardi di dollari e creerebbe una massiccia instabilità in questa corrotta economia locale. Gran parte di Washington preferirebbe affrontare la tempesta (dal momento che una nuova campagna elettorale richiederà tanti soldi quanti quelli già spesi) e preservare l'integrità delle reti e i giuramenti legati al mignolo che consentono agli “interessi speciali” di acquistare influenza.

Questo è ciò che significa veramente “è il suo turno”.

Non è impossibile per i democratici sostituire Biden, ma nonostante tutto l’allarmismo su Trump, che è il loro unico slogan elettorale, nessuno di loro lo vede come una minaccia esistenziale sufficiente a sconvolgere uno stile di vita politico che ha permesso a un truffatore mediocre come Biden di arrivare fin qui.

Le persone che non capiscono tutto ciò erano sconcertate dal fatto che Biden si sarebbe candidato e che avrebbe ottenuto la nomination. Dopo l'ultimo dibattito, gran parte del partito si è lasciato prendere dal panico e gli outsider hanno pensato che Biden sarebbe stato scaricato. La verità è che i democratici vorrebbero poterlo fare.

La corruzione del “turno” minaccia ancora una volta la sopravvivenza del partito e tuttavia non riescono a staccarsene perché i partiti sono veicoli di carrierismo e denaro.

Le reti attorno ai politici costruiscono carriere e muovono denaro, e tali reti governano il Paese.

Quando le persone si sono domandate “chi governa il Paese” dopo il dibattito Trump-Biden, la risposta è che sono le stesse persone che l'hanno sempre governato, ovvero, il circolo di insider a Washington.

I politici in uno stato di evidente declino mentale come Biden, o la senatrice Dianne Feinstein, che continuano a presentare bozze di legge, approvarle, twittare ed esprimere opinioni forti su questioni nei loro comunicati stampa non sono aberrazioni, sono sintomi di un problema molto più grande.

Non solo Biden, ma molti, se non la maggior parte, dei funzionari eletti sono prestanome che esistono per mediare accordi favorevoli tra le loro reti di donatori e membri dello staff, quelle di altri funzionari eletti e quelle della burocrazia che fanno la politica nell'effettivo. La porta girevole tra dipendenti, personale, incaricati e lobbisti che si spostano tra amministrazioni, uffici, consigli di amministrazione, aziende, think tank e aziende governative è la vera forza che governa il Paese. I politici fanno la loro parte, incontrandosi, salutando e approvando ciò che viene detto loro sarà positivo per la loro carriera all'interno delle reti di cui fanno parte. In breve, sono dei semplici addetti alle relazioni pubbliche.

E se accumulano abbastanza cachet, un giorno toccherà anche a loro “il turno” di essere al vertice.

Ecco perché i democratici non riescono a risolvere la grana Biden: il problema non è il declino di un uomo, ma una crisi sistemica. Biden incarna ciò che i democratici, il sistema e la politica sono realmente) e, sebbene sostituirlo potrebbe risolvere il problema nell'immediato, non aggiusterà l'intero sistema.

Biden è un test di quanto il sistema sia disposto a rischiare e quanto è alta l’implosione pubblica che è disposto a tollerare per proteggere il sacro diritto del “turno”. I democratici lasceranno cadere il loro partito per proteggere il sistema? Continueranno a mentire ai loro elettori e ai loro donatori? I media generalisti, che per breve tempo si sono allontanati dalle bugie dopo il dibattito, riprenderanno a sostenere la truffa?

Altri “Biden”, alcuni anziani, confusi e inetti come Joe, altri di mezza età, confusi e inetti come Kamala, e alcuni addirittura giovani, confusi e inetti come Alexandra Ocasio Cortez, riempiono il sistema perché è così che funziona. Non è una meritocrazia che eleva i migliori, una democrazia scelta dal popolo, ma un'oligarchia che gestisce il sistema ed è anche IL sistema.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 19 luglio 2024

Una crisi prevedibile e prevista

 

 

di Francesco Simoncelli

I leader militari sono spesso degli invasati, così come i leader civili, e quando si riuniscono ciò che segue è un disastro. L'Unione Europea continua ad avanzare verso quella che promette di essere la crisi più attesa e più facilmente evitabile della sua storia. Se prendiamo come esempio l'Italia, essa ha un debito pubblico invalidante e – date le previsioni attuali – continuerà a crescere fagocitando tutti quegli altri settori che finora l'hanno reso, non senza difficoltà, sopportabile. Nessuna nazione è mai sopravvissuta a un carico di debito così enorme – non senza bancarotte, depressione, grave inflazione, sommosse popolari, o guerre… a volte tutte queste cose. Infatti secondo le ultime notizie c'è bisogno dell'intervento di ulteriore finanza creativa per permettere alle cose di non scollarsi improvvisamente, soprattutto per mantenere un paravento di sostenibilità agli occhi del mondo. Malgrado ciò basta poco per far crollare questo castello di carte, in particolar modo nelle condizioni di stress finanziario di oggi. Quanto detto, quindi, è il motivo per cui l'Unione Europea non farà eccezione.


IL COMPLESSO MILITARE-INDUTRIALE-MEDIATICO

Heinz Guderian inventò il Blitzkrieg: l'uso di carri armati senza supporto di fanteria per interrompere le comunicazioni dei nemici e creare panico tra le truppe. Nacque in quella che oggi è conosciuta come Chelmno, in Polonia, ma quando venne al mondo era territorio prussiano e i prussiani l'avevano conquistata secoli prima. Duri a morire, intelligenti, erano la spina dorsale degli ufficiali della Wehrmacht ed erano anche quelli che avevano più da perdere nella guerra di Hitler contro i sovietici.

La famiglia di Guderian perse la sua casa quando la Polonia riprese il controllo dell’area dopo la prima guerra mondiale, poi, nel 1939, prese il comando del 19° corpo d’armata, guidò un’offensiva in Polonia e “liberò” la sua casa d’infanzia. Sin dalla nascita delle società civilizzate, uno dei problemi principali è stato come tenere sotto controllo persone come Heinz Guderian. Per definizione le (nostre) società civili preferiscono risolvere i propri affari senza violenza; si basano su “regole consensuali”, non sulla forza bruta. Le persone concordano su quali leggi e regolamenti seguire: guidano a destra, o a sinistra; le donne possono apparire in pubblico senza velo, oppure no; votano per i loro leader, oppure no, ecc. Gli eserciti hanno lo scopo di proiettare violenza, non la civiltà. Sono i muscoli dello stato, ci si aspetta che uccidano o siano uccisi per promuovere l’agenda del governo in carica. Ma nel mondo moderno le loro tendenze all’omicidio e al caos dovrebbero essere tenute sotto controllo dai leader civili.

Questo è ciò che non accadde nella Germania nazista. Il potere militare e quello civile si unirono nella persona di Adolf Hitler, che indossò un'uniforme nel settembre 1939 e fu così che il generale Heinz Guderian si ritrovò subordinato all'ex-caporale ora Fuhrer. Nel 1943 Hitler insistette affinché i suoi carri armati attaccassero i sovietici a Kursk. Guderian si oppose alla campagna e dopo mesi di preparazione ed esitazione c’erano poche speranze di successo. I sovietici avevano già i piani di battaglia dei tedeschi e si erano preparati: potevano lasciare che i tedeschi si esaurissero contro le loro difese, e poi, con più carri armati e più uomini di quelli che la Wehrmacht avrebbe potuto mettere in campo, avrebbero contrattaccato. E questo è quello che è successo.

A quel punto i nazisti stavano perdendo la guerra. Gli Alleati stavano avanzando attraverso la Sicilia e l'Italia vacillava, preparandosi a impiccare Mussolini e ad accogliere le truppe americane d'invasione. Le uniche vere domande erano quando e come sarebbe arrivata la fine. Hitler rappresentava chiaramente un ostacolo a qualsiasi soluzione decente, non solo con i suoi comandi militari dilettantistici, ma anche in termini di negoziati. Nel gennaio del 1943 Roosevelt annunciò che gli Alleati avrebbero accettato solo una “resa incondizionata”. Tuttavia se la Germania si fosse sbarazzata del Fuhrer, avesse riportato le sue truppe in Germania e avesse promesso di non scendere mai più sul sentiero di guerra, forse sarebbe stato possibile evitare la resa totale e l’occupazione.

Imperatori, re e parlamenti hanno sempre lottato per mantenere in riga i loro soldati: erano costosi da tenere sul campo e pericolosi da tenere troppo vicino in patria. Un potente generale avrebbe potuto condurre un colpo di stato contro le autorità civili. Ecco perché Cesare non doveva marciare su Roma alla testa del suo esercito e le truppe dovevano rimanere dall'altra parte del fiume Rubicone. Cesare era popolare tra le sue truppe, ma anche lui dovette affrontare un ammutinamento, che però riuscì a gestire senza problemi. Dopo che Guglielmo il Conquistatore prese il controllo di gran parte dell'Inghilterra, tornò in Normandia, lasciando il suo nuovo regno a subordinati fidati. L’esercito si scatenò: stupri e saccheggi in gran parte del sud dell’Inghilterra. Guglielmo tornò per rimetterli in riga, ma a quel punto gli inglesi erano così infuriati che si ribellarono, portando a un'ulteriore guerra costosa. Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero nel 1527, era forse un comandante meno abile e le sue truppe facevano ciò che volevano. Non aiutò il fatto che trascurò di pagarle: attaccarono Roma saccheggiando, stuprando e uccidendo. Papa Clemente VII fuggì a Castel Sant'Angelo e sopravvisse pagando un riscatto alle truppe ammutinate, ma le sue guardie svizzere furono annientate.

Cosa consente a un governo civile di controllare le sue forze armate? Il denaro... quello reale. Gli stati in genere controllano le entrate fiscali e le usano per tenere i loro combattenti al guinzaglio, ma quando siamo passati al denaro “fasullo” – stampabile in quantità apparentemente illimitate – sono stati scatenati i proverbiali mastini della guerra. I budget militari sono saliti, anche dopo il 1991, quando l’Unione Sovietica è finita nella pattumiera della storia e ciò ha messo nelle tasche del complesso militare-industriale miliardi di fondi “in eccesso”, utilizzati per corrompere i parlamenti e oliare gli ingranaggi di media, think tank e università.

Quella di Eisenhower non era una “teoria del complotto” quando avvertì che l’industria della potenza di fuoco avrebbe presto esercitato una “influenza ingiustificata” sul governo civile; stava semplicemente osservando una tendenza. I gruppi di potere ne vogliono di più e a meno che non siano ostacolati, lo otterranno.


UN DISASTRO PREVEDIBILE ED EVITABILE

Non che io sappia qualcosa a livello di insider e che quindi abbia notizie certe sui avari temi affrontati, ma miro a evitare la Grande Perdita ed è qui che penso che possa derivare: dal mondo della megapolitica, dalle forze più profonde e nascoste dietro i titoli dei giornali. Donald Trump ha avvertito l’Europa che farebbe meglio a pagare di più per la propria difesa, ma difesa da cosa? Dopo tre anni di guerra, la Russia ha dimostrato di riuscire a malapena a conquistare un’area, proprio al suo fianco, di russofoni che vogliono far parte della Federazione Russa e che chiamavano il loro Paese Nuova Russia. L’idea che la Russia, con un PIL inferiore al valore di Nvidia, rappresenti una minaccia per Germania e Francia, con un PIL tre volte più grande, è una fantasia. Perché allora gli europei dovrebbero sprecare soldi per acquistare più armi?

L'Europa si sta dirigendo verso un disastro prevedibile ed evitabile: il classico epilogo di un coacervo di popoli e culture. Ma non è ancora il presente, più immediata e inevitabile è una crisi del debito, fallimenti, depressione, inflazione, ecc. Perché allora i policymaker “non fanno qualcosa al riguardo”, qualcosa di talmente ovvio e facile come tagliare la spesa? Perché? Perché questo è un problema megapolitico, non un problema politico. Gli interessi di chi decide e gli interessi dela popolazione sono in conflitto. Ridurre i deficit richiederebbe tagli nell’unica area di spesa discrezionale che potrebbe effettivamente fare la differenza, ma è anche l’area che non può essere controllata. I mastini della guerra hanno tolto il guinzaglio e l’industria militare – compreso l’intero “bilancio dell’impero” costituito da aiuti esteri, spie, sovvenzioni universitarie e a think tank, contratti con fornitori di “difesa” – è la più grande e potente attività al mondo. È così grande e così ricca che non può più essere messa in ginocchio.

Quando gli europei spendono di più per la “difesa”, acquistano armi dall’industria statunitense. Quando l’Ucraina ottiene più soldi, i suoi leader corrotti ne prendono una parte; il resto va ad acquistare forniture dall’industria americana della potenza di fuoco e dai lobbisti che ne chiedono di più. Questa non è una previsione, è solo matematica. Gli interessi sui debiti sono soverchianti e gran parte di essi è stato contratto a tassi d'interesse tra i più bassi della storia economica. Man mano che tali obbligazioni verranno rinnovate, verranno rifinanziate a tassi più elevati. Ciò significherà che porzioni crescenti di tutte le entrate fiscali dovrà essere destinato al servizio del debito.

Cosa faranno i pianificatori centrali? Smetteranno di inviare gli assegni della previdenza sociale? Fregheranno i creditori e andranno in default sul debito? Spegneranno le luci dei monumenti e serviranno solo pasti freddi nei ristoranti dei parlamenti? Ciò che non faranno è tagliare le spese “militari”. È una lobby talmente radicata che è impossibile da sradicare, e poiché ciò che vuole più di ogni altra cosa è più potere e più denaro, la spesa per la potenza di fuoco non può essere tagliata, i bilanci non possono essere equilibrati e il disastro non può essere evitato.


LEZIONI DAL PASSATO

Alla fine degli anni ’80 quasi tutti erano convinti che il Giappone avrebbe conquistato una crescente gloria economica. Le business school statunitensi insegnavano tecniche di management giapponesi, termini giapponesi (come kaizen, miglioramento continuo) furono inseriti nei rapporti degli analisti di Wall Street, le scuole superiori alla moda sostituirono il latino e il francese con il “nihongo” (giapponese). Alla fine degli anni ’80 il Nikkei veniva trattato con un P/E superiore a 70; le singole società solo occasionalmente meritano prezzi così elevati, ma per un intero mercato azionario si trattava... beh... di un'esuberanza irrazionale. E la logica di tale fantasia era che il Giappone aveva più pianificatori centrali degli Stati Uniti, con l'MCII (Ministero del Commercio Internazionale e dell’Industria) accreditato a guidare l’economia verso il successo strategico.

Per quanto uno possa conoscere poco delle dinamiche future dei mercati, un P/E superiore a 20 è probabilmente una bolla in formazione; oltre i 70 è ora di andarsene a gambe levate.

Una cosa importante da sottolineare è che l'MCII non fu responsabile del successo del Giappone. I principali esportatori (aziende automobilistiche) ignorarono il consiglio dell'istituzione quando entrarono nel mercato statunitense e il coinvolgimento dei pianificatori centrali, non importa dove si trovino o quale lingua parlino, causa sempre problemi. Infatti i pianificatori centrali che causarono i maggiori danni furono negli Stati Uniti, non in Giappone: fecero pressioni sul Giappone affinché limitasse il numero di automobili che poteva importare negli Stati Uniti. Di conseguenza Honda e Toyota passarono a modelli più costosi e di qualità superiore, e presto dominarono l'intero mercato automobilistico mondiale.

Allora, come oggi, il ritornello popolare era: “Buy the dip!”. I giapponesi erano dei geni, si dicevano gli investitori, e si riprenderanno rapidamente. Poi, però, non si sono ripresi affatto: i gestori degli investimenti dovettero scusarsi con i loro clienti per i successivi 34 anni. Il Giappone non sarebbe più riuscito a sostenere un rally: sei volte il Nikkei ha tentato di rialzarsi e sei volte è stato rispedito al mittente. Nel 2012 – ventidue anni dopo il crollo – il mercato era ancora in calo di oltre l’80%.

Peccato per i poveri investitori! Distrutti i loro risparmi, ogni mattina si spostavano davanti allo schermo del computer, controllando i loro portafogli, solo per masticare amaro ancora e ancora. Piani per le vacanze, seconde case, pensione... tutti rimandati a data da destinarsi. Sono andati in rovina e sono impazziti. Gli investitori over 60 al momento del crollo hanno detto addio ai loro soldi e non li hanno più rivisti. Molti sono morti senza un soldo, maledicendo il giorno in cui avevano deciso di acquistare azioni.

E ora che le azioni del Nikkei sono tornate al futuro nel 1989, finalmente stanno dando i loro frutti... o forse no. I vecchi investitori sono stati risanati? No, subiscono ancora una perdita di circa il 20% al netto dell’inflazione e dopo un’intera generazione di perdite.

Questa è una Grande Perdita.


CONCLUSIONE

I pianificatori centrali hanno sempre sostenuto la natura anti-ciclica dell'industria bellica: in caso di recessione fare ricorso a tensioni geopolitiche per sistemare le cose. Il problema è che lo spazio di manovra s'è esaurito per quante volte si è fatto ricorso a questo espediente: bacino della ricchezza reale stagnante. Troppa torta economica è stata data in pasto a questa lobby. Almeno il nutrimento dato ai mastini di guerra avrà un risvolto positivo, tutto sommato: i piani del WEF sono andati in frantumi. Almeno in questa generazione non vedremo un governo unico mondiale... dal punto di vista politico. Infatti i sentieri perseguiti sono quelli battuti dal nazionalismo e dal protezionismo, in un contesto del genere è praticamente impossibile unire. Occhio, però, questo sviluppo non coincide con sovranità. A livello finanziario il discorso acquisisce una diversa accezione, invece, visto che sta emergendo sempre di più la possibilità di avere un registro contabile unico per tutte le valute con sede in Svizzera. Inutile dirlo, è un sistema di matrice cinese e la collaborazione tra Cina e Svizzera non si ferma qui, dato che va a toccare altri settori e sta irritando gli Stati Uniti. Infatti la piattaforma in evoluzione si prefigge di sostituire in un futuro prossimo il dollaro, inglobando invece l'euro; malgrado ciò stiamo parlando di una contabilità internazionale centralizzata e la creazione di un governo mondiale ombra alimentato tramite sistemi di regolamentazione finanziaria e restrizioni sull'uso del denaro.

Una severa correzione economica/finanziaria è incombente, una che farà a brandelli l'Europa in particolar modo: la Francia è ingovernabile ormai e il comparto industriale, soprattutto il settore automobilistico, è in caduta libera; la Germania condivide lo stesso fato ma su scala maggiore, senza contare l'assenza di un governo che decida per conto del popolo tedesco; l'Italia ha talmente tanti guai impilati l'uno sull'altro che è impossibile elencari tutti in serie e molti di essi sono anche emersi sulla scia della sciagurata regolamentazione europea; ecc. Stiamo, quindi, assistendo allo sgretolamento di un sistema globale che non sta più in piedi e l'epicentro è proprio l'Europa. La guerra, così come tutte le “emergenze”, maschera il passaggio da un sistema obsoleto a uno nuovo. Infatti non saranno risparmiate nemmeno le banche centrali: non è più possibile controllare un mondo finanziario diventato una giungla di derivati e tenuto insieme, fino al 2022, col nastro isolante attraverso l'eurodollaro.

Da qui la necessità di allargare ancora di più la platea di coloro che parteciperanno alla sopraccitata contabilità finanziaria centralizzata per cercare di tenere a bada le schegge impazzite che schizzeranno fuori da suddetta correzione. Nel frattempo il dollaro continuerà a essere predominante e si aiuterà a contrastare questa ondata di centralizzazione anche con Bitcoin. C'è un ricambio nel cosiddetto Deep State statunitense, con nuovi player che prendono il posto di alcuni di quelli precedenti. L'industria della tecnologia è una di questi, soprattutto il comparto legato all'intelligenza artificiale e, chissà, forse anche il mining.


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giovedì 18 luglio 2024

Trump è la scelta migliore per Bitcoin

 

 

da Bitcoin Magazine

Un americano su quattro possiede bitcoin.

La maggior parte sono americani di età superiore ai 65 anni, ma quanto spesso avete sentito i candidati alle elezioni rivolgersi ai proprietari di criptovalute?

Donald Trump ha compiuto un grande sforzo durante la sua campagna elettorale per attirare i bitcoiner.

Alla recente Libertarian National Convention, Trump ha promesso di “fermare la crociata di Joe Biden per schiacciare le criptovalute” e ha assicurato specificamente ai possessori di bitcoin che sostiene il diritto all’autocustodia.

“Con il vostro voto terrò Elizabeth Warren e i suoi scagnozzi lontani dai vostri bitcoin e non permetterò mai la creazione di una valuta digitale da parte della banca centrale”, ha detto Trump.

È chiaro quale candidato il prossimo novembre sarà la scelta migliore per i possessori di bitcoin e per l’intero settore. Trump sembra comprendere la saggezza delle posizioni pro-Bitcoin assunte da leader popolari in tutto il mondo, come i presidenti Javier Milei dell'Argentina e Nayib Bukele di El Salvador.

Di conseguenza sta prendendo una posizione chiara.

Trump riconosce il diritto all’auto-sovranità e forse nessuno comprende meglio di lui il valore della decentralizzazione, dal momento che le persone hanno perso fiducia in istituzioni come il governo e le banche. Trump è stato il bersaglio di un’azione legale senza precedenti che ha politicizzato il sistema giudiziario e le organizzazioni affiliate a lui sono state attaccate e ostracizzate sia dal punto di vista sociale che finanziario.

Il presidente Biden, nel frattempo, ha posto il veto alla legislazione che avrebbe garantito il diritto del cliente di far custodire i propri bitcoin, o altri asset digitali, al proprio istituto finanziario regolamentato, il tutto in nome della “protezione del consumatore”.

L’amministrazione Biden è stata straordinariamente ostile a Bitcoin e all’ecosistema più ampio delle criptovalute. Ha approvato l'Operazione Choke Point 2.0 in base alla quale i regolatori hanno di fatto istituito nuove regole tramite un comunicato stampa che ordina alle banche di smettere di fare affari con le aziende nel settore degli asset digitali. Inoltre la Casa Bianca ha proposto una tassa del 30% sull’energia utilizzata per minare Bitcoin, il che renderebbe non redditizio e del tutto antieconomico per il settore fare affari negli Stati Uniti. Il Dipartimento per l'Energia ha anche tentato di raccogliere informazioni riguardanti i contratti energetici dei miner Bitcoin per cercare di mandarli fuori mercato. Il Dipartimento di Giustizia ha addirittura rotto con le linee guida di lunga data del Dipartimento del Tesoro quando ha tentato di regolamentare, tramite istanza giudiziaria, i wallet self-hosted, secondo cui dovrebbero essere trattati come attività di trasmissione di denaro. Tutte queste cose sono state fatte di proposito, visto che si vuole bandire l’industria delle criptovalute.

Tutto inizia ad avere senso se si considera che l’amministrazione Biden ha anche gettato le basi per una valuta digitale della banca centrale.

Alcuni politici sostengono la creazione di una CBDC, perché desiderano il controllo completo. Vogliono essere in grado di monitorare le nostre transazioni e dirci come possiamo e non possiamo spendere i nostri soldi. Bitcoin rappresenta l’esatto opposto: la libertà dal collettivismo alimentato dallo stato e l’emancipazione dell’individuo.

Per essere chiari, ci sono molti leader pro-Bitcoin nel partito democratico, come il senatore Kirsten Gillibrand e i rappresentanti Ritchie Torres e Wiley Nickel, solo per citarne alcuni. Oltre 70 democratici alla Camera dei Rappresentanti hanno votato di recente a favore di una legislazione sulla struttura del mercato. Ma ce ne vogliono molti altri.

Il presidente Biden ha ceduto su questi temi di fronte all’autoproclamata senatrice “anti-criptovalute” Elizabeth Warren e ai suoi accoliti. Ciò ha portato a linee di politica che rispecchiano l’approccio del Partito Comunista Cinese nei confronti di Bitcoin: tagliare fuori i servizi finanziari, tentare di interrompere l’accesso all’energia in nome dell’ambientalismo, imporre regolamentazioni di mercato impossibili e fare tutto ciò che si può per ostacolare la rete Bitcoin mentre lavora allo strumento definitivo di controllo sulla popolazione, ovvero una CBDC.

La stessa senatrice Warren ha persino proposto una legislazione che vieterebbe di fatto il mining di Bitcoin negli Stati Uniti, trattando i miner alla stregua delle istituzioni finanziarie e richiedendo standard antiriciclaggio nonostante il fatto che essi non custodiscano alcun patrimonio dei clienti. Come ben sa, se non ci sono miner Bitcoin, non ci sono transazioni Bitcoin, e il percorso verso una CBDC sarebbe molto più semplice.

La buona notizia per i bitcoiner è che hanno un’alternativa chiara. Questo è fondamentale, perché un terzo degli elettori afferma di valutare le opinioni dei candidati sugli asset digitali.

La scelta è chiara: Trump proteggerà il diritto degli americani a possedere Bitcoin, a minare Bitcoin, a effettuare transazioni con Bitcoin e, per molti di noi, a lavorare nel settore Bitcoin. Ritengo che sosterrà la capacità dei miner di contribuire a rivoluzionare i settori finanziario ed energetico negli Stati Uniti e a mantenere la leadership economica americana per il futuro. E vieterà una CBDC, proteggerà l’autocustodia e impedirà ai regolatori fuori controllo di mandarci fuori mercato. Se siete dei bitcoiner, Trump è il miglior candidato quest’anno per, oserei dire, far tornare Bitcoin a essere una cosa grandiosa agli occhi del governo degli Stati Uniti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 17 luglio 2024

Eppure si continua a usare il termine “autoritario”

 

 

di Jeffrey Tucker

Conoscete il termine “autoritario” e pensate di sapere cosa significhi.

Un padre, un capo, o un governo autoritario dice: o questa minestra, oppure la finestra. Abbaiano continuamente ordini e vedono la conformità come la risposta a tutti i problemi umani. Non c’è spazio per l’incertezza, l’adattamento al tempo e al luogo, o la negoziazione. Non viene tollerato alcun dissenso.

Essere autoritari significa essere disumani, governare con imposizioni arbitrarie e capricciose. Può anche significare essere governati impersonalmente da una macchina, a prescindere dal costo.

Sembra proprio una burocrazia governativa convenzionale, giusto? Infatti basti pensare al Dipartimento della Motorizzazione Civile, all’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e al Dipartimento dell’Energia che stanno emanando proprio adesso degli editti che permetteranno alla vostra lavatrice di lavare i vestiti e alla vostra auto di andare lontano.

Ci fanno questo da molti decenni, con o senza il permesso del Congresso o del presidente. Le agenzie governative sono letteralmente fuori dal controllo, nel senso che nessuno può controllarle.

Qualsiasi società gestita da un apparato burocratico ampio e invadente è necessariamente autoritaria. Un governo che non sia autoritario è necessariamente limitato in termini di dimensioni e portata del suo potere.

Diciamo che c'è un leader politico che regolarmente chiede di poter mettere un freno all'autoritarismo delle burocrazie. Intende utilizzare tutto il potere di cui dispone per frenare il governo autonomo delle burocrazie amministrative e sottometterle ai desideri delle persone, che idealmente dovrebbero essere responsabili del sistema nel quale vivono.

Un leader del genere non sarebbe definito autoritario, verrebbe definito il contrario: un emancipatore che cerca di smantellare le strutture autoritarie.

Se tutto quanto sopra ha senso per voi, provate a dare un senso a questa notizia del New York Times, dove si parla degli sforzi di molti attivisti per resistere a un secondo mandato di Donald Trump.

L’articolo dice: “Se tornasse Trump imporrebbe cambiamenti radicali, molti dei quali con sfumature autoritarie”, tra cui “rendere più facile licenziare i dipendenti pubblici”.

Si aggiunge, poi, che intende sostituire i dipendenti licenziati con “lealisti”. Forse... Ma prendete in considerazione l'alternativa: il presidente dovrebbe essere apparentemente responsabile di oltre 2 milioni di burocrati impiegati da oltre 400 agenzie nel ramo esecutivo, ma in realtà non sono tenute a portare avanti le linee di politica del presidente eletto. Possono infatti ignorarle completamente.

Com'è compatibile tutto questo con la democrazia o con la libertà? Non lo è infatti. Non c’è nulla nella Costituzione che parli di un vasto esercito di burocrati che governano dietro le quinte e che non sia in alcun modo raggiungibile o gestibile dai rappresentanti eletti.

Il tentativo di tirarsi indietro, frenare o fare qualcosa per risolvere questo problema non è da autoritari. Anzi è proprio il contrario. Anche se i “lealisti” sostituissero i dipendenti licenziati, ciò rappresenterebbe un miglioramento rispetto a un sistema di governo in cui le persone non hanno davvero alcun controllo.

A due anni dal primo mandato di Trump, la sua amministrazione capì che questo era un problema. Prevedeva alcune svolte cruciali nella linea di politica in una serie di settori e tutto ciò che ha ottenuto, invece, è stata la tenace resistenza da parte di persone che credevano che fossero loro a comandare e non il presidente eletto. Nei due anni successivi sono stati compiuti molti sforzi per risolvere almeno questo problema: il presidente dovrebbe essere responsabile del governo che rientra nella sua giurisdizione.

Ciò ha senso. Immaginate di essere l'amministratore delegato di un'azienda e scoprite che le divisioni principali che di fatto gestiscono l'azienda non si preoccupano di ciò che dite e non possono essere licenziate anche se lo ritenete opportuno: eppure siete ritenuti personalmente responsabile di tutto ciò che fanno quelle divisioni. Che cosa fareste?

Non è da “autoritari” spodestare o tentare in altro modo di ottenere il controllo su ciò di cui si è ritenuti responsabili, a livello professionale o politico. Questo è tutto ciò che suggeriscono i sostenitori di Trump e non è altro che un sistema costituzionale: dovremmo avere un governo da e per il popolo. Ciò significa che il popolo elegge l’amministratore del potere esecutivo e, come minimo, il vincitore delle elezioni deve essere in grado di avere una certa influenza su ciò che fanno le agenzie del ramo esecutivo.

E per aver suggerito questa linea d'azione e aver cercato di perseguirla, Trump viene definito autoritario. Preparatevi: verrà detto milioni di volte da qui a novembre. Possono i media generalisti cambiare completamente il significato di un termine? Certo che possono, ma ci sono anche tutte le ragioni per impedire che ciò accada.

Il linguaggio è un costrutto umano. Più la società è vivace e in rapido movimento, più il linguaggio cambia. Può essere una cosa meravigliosa e infatti uno dei miei libri preferiti è The American Language di H. L. Mencken, scritto da questo genio quando veniva censurato per le sue opinioni in tempo di guerra.

È una meravigliosa cronaca dell'evoluzione degli usi/costumi americani, pubblicata nel 1919, ma stranamente pertinente anche oggi, applicabile al numero sempre minore di persone che riescono ancora a formare frasi coerenti.

Quando si tratta di vocabolario, ci sono due scuole di pensiero in generale: prescrittivista e descrittivista. La visione prescrittivista è che le parole hanno significati intrinseci che si possono rintracciare da altre lingue e dovrebbero essere usate come previsto. L’approccio descrittivista vede il linguaggio più come un’esperienza viva, uno strumento utile per rendere possibile la comunicazione, nel qual caso tutto va bene.

Come americani, accettiamo per lo più la prospettiva descrittivista, ma questa può spingersi ben oltre. Le parole non possono significare letteralmente nulla, tanto meno il contrario, ed è esattamente ciò che sta accadendo. Lo stesso vale per la parola “democrazia”, che dovrebbe significare la scelta del popolo, non qualunque cosa le élite ci propongano. Se Trump è la scelta, così sia; rappresenterebbe lo sviluppo della democrazia.

Se vogliamo che il presidente sia l’amministratore delegato del ramo esecutivo del governo – e questa è una descrizione abbastanza buona di ciò che stabilisce la Costituzione degli Stati Uniti – allora l’amministrazione dovrebbe avere quell’autorità gestionale. Se non vi piace, parlatene coi Padri Fondatori.

Ricordate: qualsiasi società gestita da un apparato burocratico ampio e invadente è necessariamente autoritaria. Un governo che non sia autoritario è necessariamente limitato in termini di dimensioni e portata del potere.

Qualunque presidente che agisca per frenare il potere e la portata dell’autorità arbitraria non è un autoritario, bensì uno che cerca di restituire autorità al popolo. Un essere umano simile sarebbe un emancipatore, anche se tutti dovessero dire il contrario.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 16 luglio 2024

La Federal Reserve, ieri

Il pezzo di oggi non deve essere inteso come un mero esercizio di critica fine a sé stesso. Il pezzo di oggi vuole portare all'attenzione del lettore l'obiettivo finale dell'attuale strategia d'uscita da parte di Powell: ritorno della politica monetaria statunitense nelle mani della Federal Reserve e contrazione di quell'interventismo della banca centrale americana che, negli ultimi 20 anni in particolar modo, è diventato onnipresente. È importante notare il momento in cui questo treno è deragliato e, “guarda caso”, è coinciso con l'espansione incontrollata del mercato degli eurodollari. Non solo, tale degenerazione era diventata una manna per i mercati finanziari ogni volta che finivano nei guai. L'abbattimento selettivo dei livelli di leva finanziaria che si sono accumulati nel sistema bancario ombra, cosa che ha fatto schizzare alle stelle le masse monetarie ombra, rappresenta un gigantesco spartiacque nella linea di politica della Federal Reserve, la quale mira a togliersi di dosso l'aura di “ente salvatore del mondo”, obtorto collo, nei momenti di stress economico/finanziario. Per quanto i mercati mondiali abbiano testato la volontà di Powell nel voler perseguire questa strada dopo tutto il 2022 e 2023, la sua campagna “higher for longer” sta sortendo gli effetti desiderati e, soprattutto, sta ridonando credibilità ai mercati dei capitali statunitensi. Detto in parole povere, il ritorno del cosiddetto “tocco leggero” o “guardiano passivo” è il ruolo che Powell vuole ricucire sul vestito sfilacciato della FED a causa di decenni di interventismo progressivo e manipolazione/distorsione/deformazione innaturale dei mercati attraverso gli eurodollari.

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di David Stockman

L’economia americana del dopoguerra se la cavò bene tutto sommato, senza alcun obiettivo riguardo i tasso d'interesse, acquisto di obbligazioni, o aiuto generale nella gestione macroeconomica da parte della FED. L'onnipresente dominio del sistema bancario centrale sul sistema finanziario ed economico era inesistente all'epoca.

Sto parlando dell’intero decennio compreso tra il quarto trimestre del 1951 e il terzo trimestre del 1962, quando il bilancio della FED rimase piatto a soli $51 miliardi (linea nera), ciononostante l’economia statunitense non vacillò per la mancanza di ossigeno monetario. Durante quel periodo il PIL crebbe da $356 miliardi a $609 miliardi, ovvero del 71% (linea viola), una crescita nominale del 5,1% annuo e la maggior parte di essa rappresentava guadagni di produzione reale, non inflazione.

Variazione del bilancio della Federal Reserve rispetto al PIL, dal quarto trimestre del 1951 al terzo trimestre del 1962

Si dà il caso che il sopraccitato arco temporale abbracciasse il periodo immediatamente successivo al cosiddetto Accordo Tesoro-FED del marzo 1951, il quale pose fine all’espediente della Seconda Guerra Mondiale che aveva fissato i titoli del Tesoro statunitensi a breve termine allo 0,375% e quelli a lungo termine al 2,50% al fine di finanziare il flusso di debiti di guerra.

L’effetto di questi ancoraggi fu che la FED fu obbligata ad assorbire tutta l’offerta di titoli del Tesoro statunitensi che il mercato non riequilibrava ai rendimenti target. Non sorprende che il bilancio della FED, $12 miliardi nel 1937, fosse aumentato di 4,3 volte arrivando a $51 miliardi al momento di suddetto Accordo, riflettendo quella che equivaleva a una monetizzazione del debito pubblico giustificata dalla  esigenze della guerra.

Nel periodo post-ancoraggio mostrato di seguito, la FED permise ai tassi d'interesse di trovare i propri livelli di compensazione di mercato. Diversamente da quello che accade oggi, a Wall Street non ci furono continue ipotesi riguardo al livello a cui la FED avrebbe fissato i tassi d'interesse a breve termine. Allora era chiaro che le forze della domanda e dell’offerta nei mercati obbligazionari erano pienamente in grado di scoprire i giusti tassi d'interesse.

La combinazione di crescita elevata, investimenti robusti, salari forti e reddito familiare reale in forte aumento, da un lato, e inflazione ai minimi dall’altro, costituisce la regola aurea di performance per una moderna economia capitalista.

Il tutto avvenne in un sistema “tocco leggero” delle banche centrali che presupponeva che il capitalismo di libero mercato avrebbe trovato la propria strada verso una crescita economica, occupazione, investimenti e prosperità ottimali. Non era necessario nessuno sherpa monetario all'Eccles Building.

Non era nemmeno necessaria alcuna stampa di denaro. I risultati economici descritti di seguito si sono verificati durante un periodo di 11 anni in cui la FED non acquistò un centesimo di debito del Tesoro statunitense!

Variazione annua, dal quarto trimestre del 1951 al terzo trimestre del 1962

• Vendite finali reali: +3,8%

• Investimenti reali interni: +4,1%

• Crescita della produttività non agricola: +2,5%

• Salario orario reale: +3%

• Reddito familiare medio reale: +2,3%

• Aumento dell’IPC: +1,3%

Passività della Federal Reserve, dal 1937 al 1962

Non c’è assolutamente nulla in tal periodo che renda la performance macroeconomica sopra riassunta aberrante, casuale, o irreplicabile. Infatti il presidente Eisenhower tagliò drasticamente le spese per la difesa ed eliminò completamente il deficit fiscale durante il suo secondo mandato, pertanto l’aumento cumulativo del debito pubblico durante quel periodo di 11 anni fu di appena $30 miliardi, ovvero un esiguo 0,6% del PIL, a causa dei prestiti contratti durante la Guerra di Corea.

Ma anche questo modesto aumento del debito non fu monetizzato dall’acquisto di obbligazioni da parte della FED, invece fu finanziato con i risparmi privati. I rendimenti obbligazionari a lungo termine, quindi, salirono dal livello fissato al 2,5% mostrato di seguito fino al 4%, come dettato dalla domanda e dall’offerta. Tuttavia nel periodo 1959-1962 l’IPC si attestò in media solo all’1,2%, il che significa che i rendimenti reali sfiorarono il +3,0% durante i primi anni ’60.

All’epoca la FED non aveva visto la necessità di spingere i tassi reali a zero e addirittura in territorio negativo, come è avvenuto per gran parte degli ultimi due decenni. Il fatto è che l’economia di Main Street prosperò enormemente e i tassi aggiustati all’inflazione fornirono un solido rendimento a risparmiatori e investitori.

Rendimento dei titoli del Tesoro USA a lungo termine, dal 1942 al 1962

Ciò che pose fine all’economia favorevole dal 1951 al 1962 fu il flagello della finanza di guerra. LBJ (Lyndon B. Johnson) intensificò la guerra del Vietnam dopo il 1963, provocando un’impennata del debito e un aumento del decennale statunitense fino a quasi il 6% all’inizio del 1968. Ma Johnson non era disposto a lasciare che i tassi d'interesse di compensazione finanziassero la sua miserabile impresa di portare la Great Society nel Sud-est asiatico.

Così “persuase” il presidente della FED nel suo ranch in Texas e ordinò di tagliare il tasso di riferimento per far fronte al crescente deficit federale. Quest’ultimo era cresciuto da $4,8 miliardi e -0,8% del PIL nel 1963 a $25,2 miliardi e -2,8% del PIL nel 1968.

Sfortunatamente, dopo aver aumentato costantemente il tasso di riferimento dal 2,9% nel dicembre 1962 al 5,75% nel novembre 1966, mentre crescevano anche i deficit di Johnson, la FED abbassò suddetto tasso di riferimento al 3,8% nel luglio 1967. A sua volta ciò scatenò un’ondata di speculazione e inflazione, con l’indice dei prezzi al consumo che salì dall’1% annuo nell’agosto 1964 a un picco di +6,4% nel febbraio 1970.

Non vi è alcun mistero sul motivo per cui il genio dell’inflazione fosse ormai uscito dalla lampada: tra il terzo trimestre del 1962 e il quarto trimestre del 1970, il bilancio fino ad allora piatto della FED (linea nera) salì alle stelle, passando da $52 miliardi a $85 miliardi nel corso di un periodo di otto anni. Ciò equivaleva a un aumento del 6% annuo, il che significava che il precedente di un’espansione aggressiva del bilancio era ormai saldamente stabilito.

Rendimento del decennale statunitense aggiustato all’inflazione & crescita del bilancio della FED, dal 1962 al 1970

La prima vittima, ovviamente, sono stati i rendimenti obbligazionari aggiustati all’inflazione (linea viola). Come mostrato sopra, il sano rendimento reale al +3% del 1962 scese ad appena il +1% alla fine del 1970.

La FED non fu spinta a questo primo giro di stampa di denaro e monetizzazione del debito sin dal dopoguerra perché l’economia privata era entrata in un misterioso svenimento o modalità di fallimento, e quindi aveva bisogno dell’aiuto della banca centrale.

Al contrario, si trattò di un allontanamento, guidato da Washington, da una sana attività bancaria centrale; da lì in poi si è partiti per la tangente.

Una volta uscito dalla lampada il genio dell’inflazione, con l’indice dei prezzi al consumo che raggiunse il 6% nell’autunno del 1970, la FED lottò per più di un decennio per riportarlo dentro. Di conseguenza qualsiasi attenzione allo stimolo della crescita, dell’occupazione, dell’edilizia abitativa e degli investimenti fu rara e decisamente secondaria rispetto alla lotta all’inflazione.

È importante notare che, nonostante quattro recessioni (1970, 1975, 1980 e 1981) e pochissimo aiuto a favore della crescita da parte di quella che era ormai diventata una FED ossessionata dall’inflazione, l’economia statunitense si espanse a un ritmo decente durante l’intervallo tra il quarto trimestre del 1969 e il secondo trimestre del 1987.

Il tasso di crescita economica (base reale delle vendite finali) fu in media di un solido +3,1% annuo, ma ciò avvenne grazie alle propensioni alla crescita insite nel capitalismo e nonostante gli ostacoli periodici durante le contrazioni monetaria. Infatti tre presidenti della FED prestarono servizio durante quell’intervallo di 17,5 anni – Burns, Miller e Volcker – e con vari gradi di successo il loro obiettivo fu prevalentemente quello di sopprimere l’inflazione, non di stimolare la crescita.

I tassi di crescita dell’occupazione, della produttività e del reddito familiare medio reale durante suddetto periodo non furono particolarmente eccezionali, malgrado ciò questi stessi parametri non sprofondarono nemmeno in un buco nero.

Questi risultati furono opera del capitalismo di mercato, non del sistema bancario centrale. Quest’ultimo si oppose fortemente all’inflazione per gran parte di quel periodo, quindi l'assenza di “aiuto” da parte della banca centrale fu solo un’ulteriore prova del fatto che lo stimolo monetario non è necessario per una crescita solida e la prosperità.

Variazione annua, dal quarto trimestre 1969 al secondo trimestre 1987

• Vendite finali reali del prodotto interno: +3,1%

• Ore lavoro impiegate: +1,5%

• Produttività non agricola: +1,8%

• Reddito familiare medio reale: +1,2%

A scanso di equivoci, ecco il percorso del tasso di riferimento mentre si stava svolgendo la performance macroeconomica di cui sopra. In altre parole, le ricorrenti iniziative anti-inflazione della FED fecero sì che suddetto tasso saltasse in alto come una sorta di fagiolo saltatore. Nel periodo precedente a ciascuna delle quattro recessioni indicate dalle aree ombreggiate nel grafico, l’aumento del tasso di riferimento della FED è stato il seguente:

• 1970: +340 punti base

• 1974: +960 punti base

• 1980: +1290 punti base

• 1981: +440 punti base

Inutile dire che queste successive campagne di rialzo dei tassi ammontarono a colpi di martello per l’economia di Main Street. Non è possibile che queste violente oscillazioni dei tassi d'interesse e il conseguente avvio e arresto dei cicli economici – quattro recessioni in soli 17 anni – siano stati un tonico per la crescita durante quest’era di inflazione elevata.

Infatti la performance macroeconomica ragionevolmente solida sopra quantificata rappresenta una sorta di minimo del libero mercato. Riflette la spinta incessante di lavoratori, consumatori, imprenditori, uomini d’affari, investitori, risparmiatori e speculatori a migliorare la propria situazione economica, anche di fronte agli ostacoli inflazionistici e alla manipolazione finanziaria anti-inflazione da parte della banca centrale.

Tasso di riferimento, da agosto 1968 a giugno 1987

Naturalmente, gli ostacoli all’inflazione erano enormi e ben al di là di qualsiasi precedente esperienza in tempo di pace. Rispetto all’inflazione media dell’1,3% nel periodo 1951-1962, l’IPC salì al 5,6% nel periodo quarto trimestre del 1969 e secondo trimestre del 1987.

E ciò includeva il beneficio del forte calo dell’inflazione progettato da Paul Volcker durante gli ultimi quattro anni di suddetto periodo. Pertanto durante il decennio degli anni ’70, fino al picco di inflazione annuo del 14,6% nell’aprile 1980, l’IPC salì in media del 7,7% annuo.

A sua volta ciò introdusse per la prima volta le classi salariate nella routine dei tassi salariali nominali in forte aumento, quasi interamente consumati dal forte aumento dei prezzi al consumo. Pertanto durante il decennio terminato con il picco inflazionistico nel secondo trimestre del 1980, la retribuzione oraria media in termini nominali salì del 7,6% annuo, ma, ahimè, ciò che rimase impresso sui conti bancari dei lavoratori fu un guadagno di solo l’1,1% annuo nello stesso periodo. Tutto il resto fu divorato dall’inflazione.

Variazione annua dell'indice dei prezzi al consumo, dal 1960 al 1987

Se l’effetto tapis roulant salari/prezzi introdotto dopo il 1969 fosse tutto, l’impatto avremmo potuto considerarlo tollerabile. La resilienza del capitalismo di mercato si è dimostrata sufficientemente forte da superare gran parte degli ostacoli inflazionistici, insieme ai cicli punitivi di stretta anti-inflazione della FED.

Sfortunatamente, però, ciò che si materializzò negli anni ’70 furono due corollari estremamente dannosi.

Il primo era l’idea che il compito della banca centrale fosse quello di gestire il tasso di variazione del livello generale dei prezzi piuttosto che il mandato originario, molto più modesto. Quest’ultimo presupponeva la presenza di una moneta non inflazionistica coperta dall’oro, quindi la gestione dell’inflazione sarebbe stata un ossimoro. Di conseguenza il mandato statutario della FED era semplicemente quello di fornire liquidità e riserve al sistema bancario sulla base dei tassi d'interesse di mercato. I capi della FED non avevano bisogno di conoscere l'IPC, il deflatore PCE, o qualsiasi altro metro di misurazione moderno dell'inflazione che ancora non era stato inventato.

In realtà, la gestione del ritmo di breve periodo con cui il livello generale dei prezzi sale ha rappresentato un passaggio fatale verso il sistema bancario centrale statalista e la gestione plenaria della macroeconomia in cui gli indici dell'inflazione sono inestricabilmente integrati. Alla fine il figlio bastardo di questa apertura a un potere statale ampliato si è materializzato come il feticcio dell’inflazione al 2%.

Ecco il punto: fino a quando il dollaro coperto dall’oro non fu stroncato da Nixon nell’agosto del 1971 e la possibilità di un’inflazione crescente e persistente in tempo di pace non si materializzò negli anni ’70, l’idea di una gestione del tasso d'inflazione da parte della banca centrale non era neanche lontanamente contemplata. Questo perché la stabilità dei prezzi in tempo di pace era la condizione predefinita del mondo durante il gold standard. Infatti dalle guerre napoleoniche in poi “inflazione” e tempo di guerra furono praticamente sinonimi, perché la moneta fiat era quasi invariabilmente un espediente temporaneo in tempo di guerra.

L’altra eredità degli anni ’70 è stata l’esplosione dei costi unitari del lavoro nell’economia statunitense. Questa deformazione economica inutile, ma pervasiva, alla fine ha portato alla massiccia delocalizzazione dell’economia industriale statunitense.

L’implicazione in tutto ciò è che sarebbe stato molto meglio restare fedeli all’epoca d’oro di William McChesney Martin, caratterizzata da una crescita elevata, una bassa inflazione, un bilancio piatto della Federal Reserve e tassi d'interesse guidati dalle forze della domanda e dell’offerta nei mercati finanziari. Purtroppo il bilancio della FED durante il decennio di alta inflazione era tutt’altro che piatto.

Durante la presidenza dei tre governatori successivi a Martin, il bilancio della FED crebbe ai seguenti ritmi annuali composti:

• Arthur Burns (dal febbraio 1970 al marzo 1978): +6,9%

• William Miller (dal marzo 1978 ad agosto 1979): +9,5%

• Paul Volcker (dall'agosto 1979 ad agosto 1987): +6,8%

Crescita del bilancio della Federal Reserve, dal primo trimestre del 1970 al secondo trimestre del 1987

In poche parole, Volcker rallentò bruscamente la crescita travolgente del bilancio della FED che si era verificata sotto la presidenza di William Miller, lo sfortunato ex-amministratore delegato di un conglomerato che produceva golf cart, motoslitte e aerei Cessna. Ma alla fine anche Volcker continuò a pompare nuova moneta nell’economia a un ritmo appena inferiore a quello di Arthur Burns. E Burns, ovviamente, era lo smidollato che aveva ignominiosamente ceduto alle suppliche di Nixon a sostegno della sua campagna di rielezione nel 1972.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 15 luglio 2024

Panico da petrodollaro: separare la realtà dalla finzione

 


di Michael Lebowitz

Di recente i media generalisti hanno avvertito dell’imminente fine dell’accordo sul petrodollaro, comunemente chiamato petrodollaro. Con tali narrazioni arriva l’ansia degli investitori soprattutto se si prendono in considerazione i seguenti titoli sull'argomento.

• L’OPEC interromperà il legame con il dollaro per la determinazione del prezzo del petrolio – The New York Times

• Il petrodollaro è morto e questo è un grosso problema – FX Street

• Dopo 50 anni la morte del petrodollaro segnerà la fine dell'egemonia statunitense – The Street Pro

Prima di saltare alle conclusioni, discutiamo di cosa è e cosa non è il petrodollaro. Con questa consapevolezza potremo poi affrontare le preoccupazioni sulla sua presunta morte. Inoltre possiamo screditare titoli minacciosi come: L'accordo sul petrodollaro scade: perché questo potrebbe innescare il “collasso di tutto”.

Prima di iniziare è necessario fare un disclaimer: l'articolo del New York Times di cui abbiamo parlato sopra non è recente, l'ho aggiunto per dimostrare che questa non è una storia nuova. L’articolo del giugno 1975 inizia così:

LIBREVILLE, Gabon, 9 giugno — I Paesi produttori di petrolio hanno concordato oggi di recidere il legame tra i prezzi del petrolio e il dollaro e di iniziare a quotare i prezzi in Diritti Speciali di Prelievo, ha detto il governatore della banca nazionale iraniana, Mohammed Yeganeh.


Cos'è il petrodollaro?

Nel 1974, in seguito all’embargo petrolifero in cui il prezzo del petrolio greggio al barile aumentò di quattro volte, provocando quindi un’impennata dell’inflazione dei prezzi e indebolendo l’economia, gli Stati Uniti cercarono disperatamente di evitare un altro embargo a tutti i costi. I politici statunitensi teorizzavano che un rapporto più forte con l’Arabia Saudita avrebbe contribuito notevolmente al raggiungimento del loro obiettivo.

Fortunatamente anche i sauditi speravano in una relazione vantaggiosa con gli Stati Uniti e avevano bisogno di investimenti affidabili per le loro nuove ricchezze; desideravano anche un migliore equipaggiamento militare. All’epoca l’Arabia Saudita fece registrare un enorme surplus di bilancio a causa dei guadagni derivanti dagli alti prezzi del petrolio e dalle esigenze di spesa relativamente minori provenienti dall’interno del Paese.

Sebbene non sia mai esistito un patto formale sul petrodollaro, è opinione diffusa che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita abbiano stipulato un accordo sottobanco per soddisfare i reciproci bisogni. L’Arabia Saudita fu incoraggiata a investire il proprio surplus in titoli del Tesoro statunitensi, in cambio gli Stati Uniti avrebbero venduto attrezzatura militare all’Arabia Saudita. Entrambi speravano che una relazione migliore sarebbe stata un sottoprodotto di questo accordo.


Il petrodollaro non riguardava realmente il dollaro

Ritengo che le discussioni sul petrodollaro riguardassero principalmente l’Arabia Saudita che necessitava di un luogo sicuro per i propri surplus e gli Stati Uniti che cercavano dollari per finanziare i propri deficit fiscali. Anche se il dollaro sarebbe stata la valuta per tali transazioni, probabilmente non era il fulcro dei colloqui.

Nell’affrontare gli immensi costi della guerra in Vietnam e l’ambiziosa spesa sociale per pacificare i disordini sociali, l’America cercò finanziamenti in deficit; l’Arabia Saudita aveva bisogno di investire le sue eccedenze. Considerata la liquidità e la sicurezza senza precedenti del mercato dei titoli del Tesoro statunitense rispetto ad altre opzioni, l’“accordo” aveva molto senso per entrambe le parti. Inoltre, poiché i proventi petroliferi sauditi sarebbero stati utilizzati per acquistare titoli del Tesoro statunitensi, era logico che l’Arabia Saudita richiedesse ad altri acquirenti di petrolio di pagare in dollari.

Condivido due grafici per apprezzare meglio il deterioramento della posizione fiscale statunitense in quel momento. Il primo grafico qui sotto evidenzia i deficit durante la metà degli anni ’70. Oggi molti considererebbero ridicolo un deficit di $50 o $60 miliardi; d’altra parte i deficit rappresentavano un netto allontanamento dalla norma.

Il secondo grafico fornisce il contesto adeguato: la nazione stava sperimentando deficit federali più significativi tra la metà e la fine degli anni ’70 rispetto a quelli affrontati durante la seconda guerra mondiale. Considerata l’immensa spesa per quest'ultima, tale fatto fu sorprendente per molte persone all’epoca.


L'Arabia Saudita non ha dollari da investire

Oggi la situazione è diversa. L’America ha ancora un disperato bisogno di finanziamenti, ma l’Arabia Saudita non ha surplus di bilancio da investire. Secondo un articolo di Bloomberg intitolato Il petrodollaro è morto, lunga vita al petrodollaro:

Avanti veloce fino ad oggi e l'Arabia Saudita non ha affatto un surplus da riciclare. Invece il Paese si sta indebitando pesantemente sul mercato del debito sovrano e sta vendendo asset, comprese parti della sua compagnia petrolifera nazionale, per finanziare i suoi piani economici. È vero, Riyadh detiene ancora importanti riserve in valuta forte, alcune delle quali investite in titoli del Tesoro statunitensi, ma non li accumula più. La Cina e il Giappone hanno molto più denaro immobilizzato sul mercato del debito americano rispetto ai sauditi.


Il monopolio sulle riserve

Molti credono che il governo degli Stati Uniti costringa i Paesi stranieri a utilizzare il dollaro, forzandoli così ad avere riserve in dollari. Ciò sembra logico in quanto le riserve devono essere investite e possono contribuire a finanziare i nostri deficit.

Non sappiamo cosa dicono i nostri politici agli altri Paesi a porte chiuse, ma presumiamo che una certa “persuasione” spinga altri Paesi a utilizzare il dollaro. Indipendentemente da ciò, non ci sono molte opzioni oltre al dollaro.

Gli Stati Uniti offrono ad altre nazioni il posto migliore in cui investire per quattro ragioni principali:

Le quattro ragioni, lo stato di diritto, la liquidità dei mercati finanziari e la potenza economica e militare, garantiscono che la morte del dollaro non avverrà in tempi brevi.

Nessun altro Paese possiede tutte e quattro queste caratteristiche. Cina e Russia non dispongono dello stato di diritto e di mercati finanziari liquidi; inoltre la Russia ha un’economia piccola e fragile. L’Europa non ha mercati dei capitali sufficientemente liquidi, né potenza militare.

Si dice spesso che l’oro e Bitcoin siano candidati a usurpare il dollaro. Tanto per cominciare, non guadagnano un ritorno sull’investimento e i loro prezzi sono incredibilmente volatili. Ci sono molte altre difficoltà che impediscono loro di ottenere lo status di valuta a pieno titolo, che tratterremo però in un altro articolo.


Riepilogo

Anche se ci fosse stato un accordo formale, il petrodollaro non andrà da nessuna parte. Anche se l’Arabia Saudita accetta rubli, yuan, pesos, od oro per il suo petrolio, dovrà convertire quelle valute in dollari in quasi tutti i casi.

L’Arabia Saudita mantiene ancora il suo valore valutario ancorato al dollaro, come mostrato nel grafico qui sotto. Detengono inoltre circa $135 miliardi in titoli del Tesoro statunitensi, il massimo degli ultimi tre anni. Sembra davvero che l’Arabia Saudita stia cercando di dissociarsi dal dollaro e dai mercati finanziari statunitensi?

Storie come quella sul petrodollaro e sulla sua morte “imminente” del dollaro circolano da decenni. Un giorno avranno ragione e il dollaro seguirà la strada delle precedenti valute di riserva mondiali, ma affinché ciò accada è necessario che ci sia un’alternativa migliore e ad oggi non esiste nulla che ci si avvicini.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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