lunedì 16 settembre 2019

La nostra costosa avventura con Lord Keynes

La macroeconomia è diventata una materia dominante nel mondo accademico e in quello delle notizie finanziarie dopo la pubblicazione del libro di John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money, nel 1936. Non molte persone l'hanno letto, io sì, ed è un ottimo espediente per contrastare l'insonnia. La premessa di base della macroeconomia è che possiamo fidarci delle capacità dei politici per quanto riguarda l'approvazione di leggi che i burocrati di ruolo possono amministrare in modo equo, coerente e sicuro, in modo che il principio di allocazione del libero mercato (l'offerta più alta vince) non possa diventare il principio alla base della distribuzione economica. Basta pensare ad una commissione che spaccia un cammello per un cavallo per capire il funzionamento di un'economia amministrata sotto la vigile supervisione delle agenzie di regolamentazione statali, che a loro volta dirigono la domanda e l'offerta, penalizzando gli offerenti onesti nella grande asta che incarna l'economia di mercato e avvantaggiando coloro autorizzati dallo stato. D'ora in poi, quando pensate alla "macroeconomia", pensate ad un tizio del governo che bussa a casa vostra e dice "salve, sono stato mandato qui dal governo per aiutarti".
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di Alasdair Macleod


Nella General Theory of Employment, Interest and Money Keynes ha praticamente creato la macroeconomia, ma lui era un matematico, non un economista, e non comprendeva appieno il libero mercato, quindi non era qualificato per emergere come l'economista più influente del secolo scorso. Le sue idee sbagliate permeano ancora l'establishment, compresi i governi e i loro settori finanziari regolamentati. Dato che c'è una crescente comprensione che queste politiche hanno spinte le nazioni in una crisi economica e finanziaria, è importante presentare una dissezione forense degli errori e delle motivazioni di Keynes.

Forse avremmo dovuto ascoltare Friedrich Hayek, quando disse che il suo amico Lord Keynes non era un economista. Questa affermazione è presente in una video intervista di Hayek con Leo Rosten del 1975.



Dobbiamo sorvolare sulla dichiarazione introduttiva di Hayek, perché nonostante la presunta ignoranza di Keynes in economia, nei tempi moderni è diventato l'economista più influente dopo che la sua Teoria Generale fu pubblicata nel 1936. Santificò una nuova specializzazione: la macroeconomia, la quale oggi domina la letteratura economica. Ha ispirato una serie di economisti influenti, che erano e sono tuttora suoi seguaci devoti. È stato anche l'ultimo uomo dell'establishment (cosa che Hayek non è mai stato). Vinse una borsa di studio per Eton e frequentò la Cambridge University, dove suo padre teneva lezioni di economia e scienze morali. Fu a Cambridge che cadde sotto l'influenza di Alfred Marshall (1842-1924).

Marshall riteneva che i prezzi, o i dati passati, costituissero la base per la stima dei prezzi in futuro, mentre i fattori imprevisti li avrebbero solo influenzati come le variazioni della domanda e l'interazione con le variazioni della domanda di altri beni. Minimizzò la soggettività dei consumatori come fece anche il suo predecessore, William Stanley Jevons, il quale credeva fermamente che i prezzi potessero essere modellati matematicamente. Marshall adottò un approccio quasi matematico, partendo da un'analisi basata sulla geometria ma evolutasi poi in calcolo differenziale. Ciò si scontrò con la tradizione Austriaca di Hayek, inaugurata da Carl Menger nel suo Principi di Economia pubblicato nel 1871.

L'affermazione di Hayek, secondo cui l'economia marshalliana si sbagliava nel voler ignorare la soggettività di Menger, era più di una critica mossa da una scuola d'economia ad un'altra. L'approccio di Marshall rimase bloccato, mentre la teoria di Menger portò ad ulteriori scoperte da parte di coloro che la seguirono: von Bawerk, von Wieser, von Mises e ovviamente lo stesso Hayek.

Mentre le opinioni di Keynes superavano quelle del suo mentore, poneva anche una crescente enfasi sull'analisi matematica dell'economia. In questo fu influenzato dagli insegnamenti di Marshall e l'attrazione per tale approccio era che Keynes credeva che il ragionamento filosofico sarebbe stato sostituito dalle ipotesi matematiche. Applicati con ragionamenti induttivi, i dati avrebbero potuto essere utilizzati come base per previsioni generalizzate sugli esiti economici e costituire la base della gestione dell'economia da parte dello stato.

Nella tradizione di Adam Smith, Jevons, Marshall e Pigou presupponevano tutti una teoria dei prezzi basata sui costi di produzione. Tuttavia la nostra esperienza ci dice che questo non può essere vero, perché i produttori stimano un prezzo per il loro prodotto sulla base dell'evoluzione delle scelte dei consumatori. Cercheranno di realizzare un profitto aggiustando il loro costo di produzione per soddisfare quel prezzo, non viceversa. Quando un produttore produce una gamma di prodotti, uno o più di questi potrebbero essere commercializzati in perdita al fine di completarla. In un'economia di libero mercato, qualsiasi produttore che non riesce a rispondere ai comandi mutevoli dei consumatori cesserà l'attività. Pertanto il costo di produzione passa in secondo piano. Sono solo i monopoli statali che riescono a lavorare solo in base ai costi.

Come cambieranno in futuro le preferenze dei consumatori, non si può sapere: la migliore ipotesi per i prezzi futuri è stimata da imprenditori qualificati immersi nei loro mercati di nicchia. L'approccio matematico/geometrico di Marshall (proiettare i prezzi sulla base della domanda e dell'offerta passate) non è altro che un esercizio "e se..." e non una base praticabile per la teoria dei prezzi. Se Keynes fosse stato consapevole di quello che stava succedendo altrove nel campo dell'economia, avrebbe potuto capire le fallacie insite nell'approccio di Marshall.

Che Keynes odiasse il diciannovesimo secolo è un'osservazione interessante. Se fosse vero (e Hayek sarebbe stato in grado di saperlo, quindi non dovremmo dubitarne), potrebbe spiegare la sua antipatia per le teorie economiche di libero scambio stabilite da pensatori del calibro di Cobden in Inghilterra e Bastiat in Francia. Sicuramente avrebbe compreso la teoria di Ricardo sul vantaggio comparato ed i benefici che ne derivavano.

Allo stesso modo sarebbe stato disgustato dagli scritti e dalle filosofie di Marx ed Engels, che costituivano una minaccia primaria per l'establishment. Marx ispirò i primi organizzatori del Partito Laburista, fondato nel 1900 dopo essersi evoluto dal movimento sindacale e dai partiti socialisti del diciannovesimo secolo. All'inizio degli anni '20 superò il Partito liberale e diventò la principale opposizione ai conservatori, formando il suo primo governo nel 1924, dodici anni prima che Keynes pubblicasse la sua Teoria Generale. La minaccia per l'establishment si era infiltrata nel parlamento stesso.

Questa non fu una rivoluzione metodista. Originariamente redatto nel 1918 da Sidney Webb, un apologeta del comunismo sovietico e fondatore della Fabian Society, la Clausola 4 della costituzione del Partito laburista lo legava all'ambizione marxista di prendere sotto l'ala pubblica i mezzi di produzione. Questa minaccia all'establishment spinse l'ambizione di Keynes a trovare un altro modo affinché lo stato potesse controllare l'economia, dal momento che i mercati liberi erano minacciati dal marxismo.

Prima della Grande Guerra, a Cambridge, l'ambiente accademico avrebbe favorito questi pensieri, con molti professori in sintonia con il marxismo. Era necessario un socialismo alternativo e Keynes era disposto ad inventarlo. Keynes osserva nelle note conclusive della Teoria Generale che "dalla fine del diciannovesimo secolo sono stati compiuti progressi significativi verso l'eliminazione di grandissime disparità di ricchezza e reddito attraverso la fiscalità diretta (es. imposte sul reddito, tasse e imposte sulla morte, ecc.) soprattutto in Gran Bretagna".

Non si fa menzione degli ovvi inconvenienti di una politica che cerca di livellare la ricchezza verso il minimo comune denominatore. Il discorso elogiativo di Keynes sulla ridistribuzione della ricchezza è puro e semplice socialismo. Garantisce allo stato un reddito considerevole da spendere per la propria burocrazia e altre ambizioni. Ed i benefici produttivi della ricchezza, se non fossero stati distrutti dai tentativi dello stato di eliminare le disparità di ricchezza, vengono completamente dimenticati.

Keynes è stato ed è tuttora visto da molti come una via di mezzo tra socialismo e mercati liberi. Ciò equivale a sostenere che peccare un po' non significa affatto peccare. Ma non si può essere selettivi sull'applicazione di una teoria generale. La ridistribuzione di una certa ricchezza è distruttiva di tale ricchezza, e più viene trasferita, maggiore sarà il costo economico.

Naturalmente la ridistribuzione della ricchezza attraverso la tassazione non è l'unico metodo di distruzione della ricchezza. L'inflazione, la diluizione della massa monetaria, è il metodo più certo e non rilevabile. Nella Teoria Generale Keynes evita di spiegare il ruolo del credito bancario nel gonfiare la quantità di denaro. È come se non fosse stato a conoscenza delle conseguenze inflazionistiche del Bank Charter Act del 1845, che rese legale la possibilità per le banche di espandere il credito. Evidenza, questa, a sostegno dell'affermazione di Hayek della sua mancanza di conoscenza dell'economia del diciannovesimo secolo.

Keynes non aveva alcuna familiarità con i progressi rivoluzionari della Scuola Austriaca, in particolare La teoria del denaro e del credito (1912) di Mises. Fino a quando non sarebbe stato tradotto, Keynes non avrebbe avuto spiegazioni adeguate riguardo il ciclo di espansione e contrazione del credito, il quale alimentò i boom ed i bust della seconda metà del diciannovesimo secolo. Nonostante la popolazione godesse di un aumento degli standard di vita grazie alla rivoluzione industriale, furono i bust periodici che alimentarono il sostegno al marxismo.

Il valore dell'analisi di Mises sul ciclo del credito non può essere sopravvalutato; è un vero peccato per tutti noi che Keynes non fosse a conoscenza della letteratura economica Austriaca fino a quando non fu tradotta dal tedesco (troppo tardi per intaccare le credenze di un uomo il cui pensiero stava diventando saldamente mainstream e non sarebbe stato modificato). Suddetta letteratura contraddice l'assunto di Keynes secondo cui il ciclo economico può essere gestito, ma la mente di Keynes era decisa: uno stato benigno doveva progredire oltre la funzione di prestatore di ultima istanza ricoperta da una banca centrale. Il ruolo benefico di una banca centrale nel salvare le banche di rilevanza sistemica era stato dimostrato con soddisfazione di tutti alla fine del diciannovesimo secolo. Il compito successivo era giustificare interventi statali più ampi per impedire una ripetizione dei crolli di fine ottocento e, in particolare, una ripetizione della depressione degli anni '30.

Negli anni trenta Keynes si stava spostando dal ragionamento induttivo marshalliano ad uno che includesse il raggiungimento di un certo obiettivo. Per arrivarci dovette abbandonare elementi di economia classica che gli sbarravano la strada. Il suo obiettivo era quello di porre fine ai crolli periodici ed il suo pregiudizio lo portò in un mondo utopico senza di essi. Le note conclusive della sua Teoria Generale lo spiegano. Secondo lui i tassi d'interesse elevati sono inutili, perché incentivano il risparmio, non capendo che i tassi impostati da libero mercato sono un riflesso della preferenza temporale riguardo i beni. Continua dicendo che non sarebbe difficile: "[...] aumentare lo stock di capitale fino al punto in cui la sua efficienza marginale scenda ad un livello molto basso.  [...] Sebbene questo stato di cose sia abbastanza compatibile con una certa misura di individualismo, tuttavia significa l'eutanasia del redditiero, e, di conseguenza, l'eutanasia del potere oppressivo del capitalista di sfruttare la scarsità del capitale".

Questo è l'obiettivo finale dell'economia di Keynes. Con la ridistribuzione della ricchezza e lo stato che garantisce l'offerta di capitale a tassi d'interesse bassi, il sistema di risparmio che fornisce gli investimenti e il capitale circolante agli imprenditori diventerebbe ridondante. Lo stato otterrebbe il controllo dell'allocazione del capitale, garantendo così la piena occupazione. La Teoria Generale non è affatto un libro che spiega l'economia ai suoi seguaci, ma uno strumento di propaganda per condurli alla sua visione di un nirvana socialista/marxista.



Screditare la Legge di Say

Tra i molti ostacoli alla nuova economia di Keynes, il più significativo era la Legge di Say. Se ne liberò trasformandone l'enunciato, in modo da poterla smontare comodamente. Oggi se chiedete agli economisti la Legge di Say, molto spesso enunceranno la versione errata di Keynes. Il singolo riferimento alla Legge di Say nella Teoria Generale è all'inizio di pagina 26: "Pertanto la Legge di Say, secondo cui il prezzo della domanda aggregata della produzione nel suo insieme è uguale al suo prezzo di offerta aggregato per tutti i volumi della produzione, equivale a dire che non vi sono ostacoli alla piena occupazione. Se, tuttavia, questa non è la vera Legge relativa alla domanda aggregata e alle funzioni di offerta, allora c'è un capitolo di fondamentale importanza nella teoria economica che bisogna scrivere e senza il quale tutte le discussioni relative al volume di occupazione aggregata sono inutili."

La cosa più educata che si possa dire riguardo l'affermazione di Keynes è che non è falsa, ma è solo una conclusione derivata dalla Legge, non la Legge stessa. Per comprendere la profondità di questa parodia, dobbiamo esaminare ciò che l'economia classica ci dice sulla questione. Da quando l'uomo ha scoperto i benefici della cooperazione sociale, ha appreso che ogni persona ha abilità e caratteristiche personali che può usare per massimizzare la sua produzione. Scambiando la sua produzione con quella degli altri, soddisfa in modo più efficace i propri bisogni e desideri, nonché quelli delle persone con cui interagisce. Il commercio tra individui è facilitato dall'uso di un bene comune, accettato da tutti, in un sistema di scambio indiretto. È la base della divisione del lavoro e la colla che cementa la cooperazione e la coesione sociale.

Detto in modo diretto, solo un ignorante può essere in disaccordo con la Legge di Say. Il gioco di prestigio di Keynes equivale a riconoscere l'ostacolo insormontabile di fronte alle sue intenzioni. Dal suo occultamento è emerso il fondamento della macroeconomia, che in qualche modo ciò che accade a livello individuale è diverso a livello di comunità. Ma neanche questo può essere vero, perché la Legge di Say è una descrizione della cooperazione a livello di comunità. La creazione della macroeconomia deve quindi presumere che le nazioni non siano composte da comunità cooperanti, una proposta ugualmente impossibile da accettare, ma su cui Keynes getta le basi della sua teoria.

Dopo il rifiuto della Legge di Say, il resto del libro sviluppa le basi per la macroeconomia, un mondo in qualche modo separato dall'esperienza umana. Se una comunità prospera attraverso la divisione del lavoro, non c'è spazio per una terza parte in nessuna delle singole transazioni tra acquirenti e venditori. Keynes invece ci dice che a livello macro può esserci una terza parte: lo stato.

Le sue conclusioni alla Teoria Generale ci dicono che ridistribuendo la ricchezza da coloro che ne possiedono troppa a coloro che non la possiedono, i benefici economici per la società nel suo complesso supereranno il danno alla ricchezza di alcuni individui. E poiché, in accordo con i principi della divisione del lavoro, alcuni consumi sono posticipati per un uso futuro (sotto forma di risparmi da riciclare in investimenti di capitale), i risparmiatori devono essere eutanizzati insieme ai capitalisti sfruttatori. La creazione della macroeconomia da parte di Keynes è forse anche meno sostenibile nella logica rispetto alle invenzioni di Marx in Das Kapital, perché Marx non ha macchiato i suoi sforzi con compromessi impraticabili.

L'establishment temeva il comunismo perché minacciava di derubare la borghesia di tutto. La macroeconomia di Keynes, che sembra essere fondata su una vaga forma di libero mercato, è stata accolta volentieri dall'establishment. È comunque socialismo sotto altre spoglie. È importante sottolineare che, passando la responsabilità della creazione di denaro agli stati e alle loro banche centrali, l'inflazione non scompare; le loro politiche sono analoghe a quelle di John Law, che in un'era precedente hanno portato ala bolla Mississippi e alla successiva distruzione dell'economia francese.

Ma è stata la natura della macroeconomia di Keynes, dedita al compromesso, che ne ha permesso la sopravvivenza, mentre la natura intransigente del marxismo, nonostante la soppressione e il massacro dei suoi avversari, ne ha decretato la morte. Negli stati comunisti asiatici si stima che oltre cento milioni di persone siano morte per esecuzioni e fame. I sistemi politici dei due maggiori macellatori delle loro popolazioni, l'Unione Sovietica e la Cina, sono crollati, salvo pi reinventarsi come stati mercantilisti. Gli interventisti keynesiani devono ancora fallire in modo plateale, ma sono sulla strada giusta per farlo.



Le conseguenze economiche di Lord Keynes

Il socialismo keynesiano è sopravvissuto così a lungo perché non ha mai completamente strangolato la libera impresa. Finché gli individui hanno una certa libertà di dividere il proprio lavoro, manifestano una notevole capacità di adattamento alle circostanze imposte loro dagli stati.

Nei rari casi in cui gli stati limitano rigorosamente il loro onere economico ai loro settori produttivi, è stato dimostrato che il socialismo keynesiano è un costo economico e non un vantaggio. La logica supporta l'evidenza: se si distrugge la ricchezza di alcune persone, un'economia sta peggio. Non è necessario essere un economista classico o Austriaco per capirlo. Ciò che richiede una comprensione della teoria economica è spiegare perché il ciclo economico di Keynes non è affatto radicato nell'attività del settore privato, ma è la conseguenza dell'intervento statale, in particolare sul lato monetario. Il ciclo economico è solo il sintomo; il ciclo del credito è la causa.

Sostenendo un ruolo monetario per lo stato, Keynes ha reso il ciclo del credito considerevolmente peggiore e più destabilizzante. Le prove che indicano tale colpevolezza sono sistematicamente cancellate dalle fandonie macroeconomiche, dalle statistiche e da una maggiore svalutazione monetaria, un processo che non può continuare indefinitamente. L'eredità del debito che emerge di conseguenza intrappola sia gli stati sia i settori privati. Gli stati sono così sovraccarichi di debiti e passività future che la loro unica via di fuga sono tassi d'interesse negativi e accelerazione della svalutazione della valuta.

La scienza inventata della macroeconomia tende sempre a giustificarsi. Le banche stanno cessando di creare credito per l'economia produttiva, ad eccezione dei mutuatari più grandi e sicuri. I macroeconomisti lo notano a malapena. In realtà, l'inflazione ora non produce altri benefici se non la mera sopravvivenza per stati e grandi banche. Invece dell'utopia promessa, il socialismo di Keynes ci ha portato tutti sul precipizio che ha distrutto il comunismo negli anni '80.

Siamo ciechi di fronte alle conseguenze del rovesciamento della Legge di Say e degli altri principi di economia enunciati nel diciannovesimo secolo e successivamente sviluppati dai maestri Austriaci.

Se solo avessimo ascoltato Hayek, il sogno utopico di Keynes non si sarebbe trasformato in un incubo per tutti noi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 13 settembre 2019

Tassi negativi, inflazione dilagante e bolle: le banche centrali hanno espresso i loro terribili desideri





di Francesco Simoncelli


La classe politica è stata in netto fermento in Italia, soprattutto di recente, ma più in generale abbiamo assistito a scalate al potere di personaggi che con l'establishment poco c'entravano. Da Trump a Johnson i segnali di incertezza e miopia riguardo il futuro si sono accumulati a ritmo costante. E adesso il subbuglio in Italia, il quale ha catalizzato le attenzioni della maggior parte degli italiani. La natura di questo subbuglio è presto detta: nessuno vuole essere ricordato per le misure impopolari che devono essere prese a livello di gestione fiscale e contabile dello stato. L'Italia è in bancarotta, così come altre nazioni che per tutti questi anni si sono appoggiate alle politiche non convenzionali delle banche centrali. Non esiste più domanda fisiologica per il pattume obbligazionario degli stati, quindi i banchieri centrali sono usciti allo scoperto dimostrando che la presunta indipendenza delle istituzioni a cui sono a capo è solo una foglia di fico. Hanno creato un ambiente artificiale per i titoli di stato rastrellandone nei loro caveau quanti più possibile.

Senza contare la possibilità di fare soldi a pacchi da parte degli smart money che hanno fatto front-running alle decisioni delle banche centrali. Di conseguenza non sono stati i fondamentali di mercato a tirare giù i rendimenti di questi strumenti finanziari, bensì l'ipotesi che le banche centrali possano stampare tutto il denaro che vogliono senza effetti indesiderati. Inutile dire che le cose non stanno così e tra tassi negativi, inflazione dilagante e bolle in varie classi di asset e settori, siamo di fronte alla bancarotta seriale degli stati e dello strumento che tanto li ha caratterizzati sin dal ventesimo secolo: il denaro fiat scoperto.



TASSI NEGATIVI

Quello di fornire supporto attraverso acquisti massicci di titoli di stato ha caratterizzato le azioni delle principali banche centrali sin dal 2009. Sebbene sia stata la BOJ a dare il via nel mondo sviluppato a politiche monetarie non convenzionali, tale esperimento è stato ripreso in grande stile da Bernanke e poi portato a livelli estremi da Draghi. Come accade sempre, da misure temporanee sono diventate la norma e la banca centrale australiana è solo l'ultima ad aver affondato a piene mani nella follia della ZIRP. Ma c'è un elemento che sta diventando comune a tutte: nonostante tutti gli interventi messi in campo da dieci anni a questa parte, i problemi non solo sono rimasti latenti ma addirittura si sono ingigantiti. Di fronte a questa conseguenza non prevista, i banchieri centrali non possono far altro che alzare bandiera bianca. Nel caso particolare dell'Australia, stiamo parlando di una succursale della Cina che ha fatto fortuna negli anni in cui quest'ultima richiedeva materie prime a tutto spiano.

Col rallentamento della Cina, la filiera che si era venuta a creare sulle sue spalle si sta disintegrando mano mano e solo la stampante monetaria può reggere ancora un po' l'illusione di prosperità. Lo stesso vale in Europa, dove gli stati del Club Med per anni hanno parassitato la reputazione della Germania nascondendosi dietro la forza dei suoi rendimenti. Inutile dire che il trasferimento e la distruzione di risorse provenienti dalla Germania non hanno fatto altro che indebolire la nazione teutonica, quindi un suo rallentamento era una inevitabilità. In questo marasma i banchieri centrali non hanno mai preteso (ufficiosamente) di avere la soluzione, perché sono ben consapevoli che non possono controllare l'economia nel suo insieme. Possono influenzarla, così come è accaduto sin dal 1913, ma non dirigerla a piacimento. Le favolette che raccontano durante le conferenze stampa sono solo l'estensione di un'illusione che ormai ha raggiunto la sua data di scadenza.

L'unica cosa che i banchieri centrali sono in grado di fare è comprare tempo operando gigantesche ridistribuzioni della ricchezza verso l'unica istituzione di cui si preoccupano veramente: lo stato. È una partita di giro, in fondo, dove la classe produttiva viene spogliata progressivamente dei suoi averi per vedersela restituita sempre meno e vederla invece elargita a chi la spreca. In sintesi, è esattamente questo il motivo per cui le politiche monetarie stanno diventando sempre più inefficaci. Finché bacino della ricchezza reale si espande, la politica monetaria sembrerà "funzionare" e verrà erroneamente considerata come una fonte di crescita economica. Quando invece suddetto bacino diventerà stagnante o si restringerà, il pompaggio monetario smetterà di funzionare. Più aggressivo sarà il tentativo della banca centrale di rilanciare l'economia, più le cose peggioreranno. Perché? Perché la politica monetaria allentata implica il cosiddetto scambio di "something for nothing", indebolendo così il processo di creazione di ricchezza reale. Il cuore della ricchezza reale sono l'espansione della produzione e del risparmio.

Una politica monetaria allentata che mira a stimolare la domanda non servirà a niente, poiché un aumento della domanda non può sostituire i risparmi reali necessari per allocare correttamente le risorse economiche scarse. I banchieri centrali ritengono che attraverso politiche monetarie allentate l'economia possa poi crescere da sola, proprio come una pompa consente di pompare l'acqua da un pozzo (es. pump priming). Questa metafora è fuorviante poiché senza l'espansione dei risparmi reali non può verificarsi alcuna espansione dell'attività economica. Creare più foglietti di carta colorati non può sostituire beni capitali inesistenti necessari per l'espansione della ricchezza, che a loro volta permettono l'impiego di lavoro e capitale inattivi.

Come stiamo assistendo nostro malgrado, tutto ciò si tradurrà in impoverimento economico. Non è possibile generare qualcosa dal nulla. La chiave per una crescita economica sostenuta non sta nell'aumentare la domanda di beni, ma nel rafforzare il processo di creazione di ricchezza reale: l'aumento dei risparmi reali. Quest'ultimo fornisce supporto alle varie fasi della produzione e senza di esso non può avvenire l'espansione delle infrastrutture e quindi l'aumento della produzione di beni finali necessari per sostenere la vita e il benessere delle persone.

Capite benissimo, quindi, che convogliare le attenzioni degli individui attraverso una domanda artificiale verso una classe specifica di asset, qual i titoli di stato, ha creato una sequenza di ripercussioni a catena. I titoli di stato sono già di loro economicamente distorcenti, visto che basano le loro cedole sul furto, se ci aggiungiamo un ente che li acquista facendo pagare questa scelta anche a chi non ha mai avuto intenzione di acquistarli, diventiamo consapevoli del grado e della scala di questo raggiro. Infatti tutti stanno pagando a caro prezzo questa scelta nel momento in cui utilizzano il denaro fiat, depositano i risparmi in banca e fanno affidamento su piani pensionistici/assicurativi. Quegli istituti che si occupano di fondi assicurativi/pensione si sono ritrovati in un ambiente economico affamato di rendimenti decenti e dato che i loro obiettivi annuali prevedono una maturazione forzata di una certa percentuale di rendimenti sugli investimenti, sono stati costretti ad investire in asset sempre più rischiosi.

Come vediamo dal grafico qui sotto, non è un caso quindi che anche le obbligazioni societarie sono diventate tanto buone quanto i titoli di stato per quanto riguardava i piani pensionistici/assicurativi. Tanto per ripetere, non si è trattata di una domanda fisiologica, ma una domanda guidata dalle macchinazioni delle banche centrali. Senza contare che la BCE ha incluso nel suo programma di acquisto di asset anche i bond IG.


L'intera curva dei rendimenti dei titoli di stato tedeschi è negativa e l'economia tedesca si è contratta nell'ultimo trimestre, nonostante i tassi d'interesse negativi della BCE, nonostante i rendimenti negativi sui suoi titoli di stato e nonostante i rendimenti negativi tra molte obbligazioni societarie. In altre parole, l'economia tedesca, la quarta più grande al mondo, sta colando a picco a causa dei rendimenti negativi e ora la BCE vuole flettere i suoi muscoli per mandarli ancora più in negativo. Inoltre i tassi d'interesse negativi sono terribili per le banche, visto che distruggono il loro modello di business e non possono conservare capitali per assorbire le perdite.

Le banche europee sono malate e con i rendimenti negativi stanno ottenendo l'esatto contrario di ciò di cui hanno bisogno. Non c'è da stupirsi se i titoli bancari si siano costante sfracellati.

In Giappone, stessa cosa: ha utilizzato il QE per abbassare i tassi d'interesse molto prima che venisse usato il termine QE e ha avuto tassi di interesse vicini allo zero, o inferiori allo zero, per 20 anni. L'indice TOPIX Banks ha raggiunto il picco a 1500 nel 1989 e ora è a 129: è precipitato del 91% in questi 30 anni. Pertanto i tassi d'interesse a zero o negativi sono terribili per le banche a lungo termine e per estensione fanno anche male all'economia reale che si affida ad esse per l'infrastruttura finanziaria. Le banche commerciali forniscono servizi di deposito e permettono di accendere prestiti. Questa intermediazione creditizia è come un'utilità finanziaria. Le banche fanno soldi col differenziale tra i tassi d'interesse che applicano sui prestiti ai propri clienti e il costo di finanziamento di tali prestiti. Tale costo è principalmente una funzione dell'interesse che la banca paga sui depositi, sulle obbligazioni che ha emesso e simili.

Se i tassi d'interesse diventano negativi, lo spread di cui la banca ha bisogno per ottenere un profitto si assottiglia, ma i rischi aumentano perché i prezzi degli asset utilizzati come garanzia vengono gonfiati. All'inizio tutto sembra andare bene, ma dopo emergono i problemi. I tassi negativi spingono le banche a rincorrere rendimenti decenti per realizzare una profitto. Ad esempio, acquistano CLO garantiti da prestiti a leva con rating aziendale spazzatura. In altre parole, si caricano di rischi finanziari speculativi fino a diventare più precarie e instabili. Questo non è un segreto. La BCE, la Banca del Giappone e persino la Banca Nazionale Svizzera hanno ammesso che i tassi d'interesse negativi indeboliscono le banche. Quindi questo è il problema con i tassi d'interesse negativi e le banche: le distruggono dall'interno.



BOLLE

In termini di economia reale, i tassi negativi hanno un impatto ancora più distruttivo: distorcono o eliminano il singolo fattore più importante nel processo decisionale economico, ovvero, la determinazione genuina del rischio. Il rischio è valutato attraverso il costo del capitale: se il capitale viene investito in un'impresa rischiosa, gli investitori richiedono un rendimento maggiore per compensare il rischio e il costo del capitale per l'azienda rischiosa è più elevato. Se il capitale viene investito in un'attività a basso rischio, il rendimento per l'investitore e il costo del capitale per l'azienda dovrebbero essere entrambi inferiori.

Ma se le banche centrali spingono i tassi d'interesse al di sotto dello zero, questa funzione essenziale di un'economia non funziona più. Il rischio non può più essere valutato correttamente e l'esempio perfetto sono la vagonata di obbligazioni spazzatura in Europa che ormai vengono trattate a rendimenti negativi. Ciò dimostra che il sistema di determinazione del rischio in Europa è andato a farsi benedire.

Quando i rischi non possono più essere valutati correttamente, ci sono una serie di conseguenze tutte negative a lungo termine per l'economia reale: investimenti improduttivi, decisioni imprenditoriali errate, sovrapproduzione e sovraccapacità. In sostanza, bolle che infestano l'intero sistema finanziario. Ed i rischi annessi sono enormi, perché gli asset in bolla sono utilizzati come garanzia e il loro valore non è reale, bensì è gonfiato dalle macchinazioni delle banche centrali. Non è un caso, ad esempio, che si siano sviluppate grandi bolle immobiliari in città come Berlino e Monaco e in altri luoghi, mentre allo stesso tempo la Germania ha un piede nella recessione. E come "rimedio" a questa situazione, la BCE vuole intervenire nuovamente per portare i tassi d'interesse ancora più in profondità nel territorio negativo.

Per illustrare come ciò potrebbe accadere, ipotizziamo che le banche commerciali ottengano credito dalla BCE al -2% annuo: le banche prendono in prestito €100 e dopo un anno rimborsano €98. Tuttavia la BCE consentirà alle banche di prendere in prestito a tassi d'interesse negativi a condizione che poi prestino tale denaro. Rimanendo col nostro esempio: una banca prende in prestito €100 al -2% all'anno dalla BCE, poi presta questo denaro ai consumatori a -1% (dando loro €100 e recuperando €99 dopo un anno). Complessivamente la banca realizza un profitto di €1: guadagna €2 prendendo in prestito dalla BCE e ne perde €1 euro nel settore dei prestiti.

Ma ecco il punto: se qualcuno può improvvisamente ottenere un prestito ad un tasso d'interesse negativo, è prevedibile che la domanda di credito sfuggirà di mano. Per evitare che ciò accada, la BCE dovrà ricorrere al razionamento del credito: determinare in anticipo quanti nuovi prestiti desidera erogare. Il mercato del credito smetterebbe di funzionare come determinante onesto e imparziale di chi ottiene cosa, quando e in quali termini/condizioni; tali decisioni verrebbero prese solo dalla BCE.

Secondo quali criteri dovrebbero essere assegnati i prestiti? Chiunque richieda un prestito dovrebbe ottenerlo? I settori economici ad alta intensità di occupazione dovrebbero essere favoriti? I nuovi prestiti dovrebbero andare solo alle "industrie del futuro"? Le industrie "deboli" dovrebbero essere sostenute con credito aggiuntivo? O l'Europa meridionale dovrebbe avere più del Nord Europa? Queste domande indicano già che l'esito di una politica volta ad implementare tassi negativi è l'economia pianificata: comando e controllo.

Più che mai sarà la BCE (o i gruppi che influenzano le sue decisioni) a regnare su questa distopia: determinerà chi sarà finanziato, quale prodotto sarà meritevole di finanziamenti; chi sarà in grado di acquistare e consumare a credito; quali settori saranno promossi o soppressi; quali economie potranno crescere più forti di altre; quali banche commerciali saranno autorizzate a sopravvivere e quali no, ecc.

Benvenuti nell'economia pianificata della zona Euro.



INFLAZIONE DILAGANTE

Ma la storia non finisce qui, perché il processo verso tassi d'interesse sempre più bassi porta ad un'inflazione dei prezzi degli asset: azioni, case e terreni. Tutto diventa più costoso perché più basso è il tasso d'interesse, maggiore sarà il valore presente dei pagamenti futuri e quindi i prezzi di mercato degli asset. La politica dei tassi d'interesse artificialmente bassi facilita un'inflazione spropositata dei prezzi degli asset; una gigantesca bolla fatta di sola speculazione.

Inizialmente gli investitori incamerano rendimenti elevati, tuttavia col passare del tempo le prospettive di rendimento futuro peggiorano: i tassi d'interesse a zero inducono gli investitori a far salire i prezzi delle azioni e delle case fino a quando i rendimenti futuri previsti di tali asset si avvicinano al tasso d'interesse impostato dalla banca centrale. E se la banca centrale imposta tassi d'interesse negativi, i rendimenti previsti sul mercato possono persino scendere al di sotto dello zero.

Una volta che la politica della banca centrale spinge tutti i rendimenti a zero, o al di sotto dello zero, la determinazione onesta e genuina dei prezzi diventa un ricordo del passato. Il risparmio e gli investimenti si interrompono, poiché l'essere umano agente ha un tasso d'interesse originario sempre positivo, e risparmiare ed investire non paga più. La divisione dell'economia del lavoro si contrae, così come gli investimenti di sostituzione. Cosa peggiore, si inizierà a consumare il capitale esistente.

Il problema in tutta questa storia è come la maggior parte delle persone si fidi di tutto ciò che dicono questi istituti presumibilmente onniscienti. Dato che stanno conducendo il più grande esperimento monetario nella storia, sarebbe ragionevole che la maggior parte delle persone si ponesse invece delle domande e richiedesse risposte coerenti. È fondamentale scrutinare più a fondo gli obiettivi delle banche centrali, i loro mezzi per raggiungerli e le conseguenze a lungo termine delle loro azioni. Per farvi capire meglio, cari lettori, di quanto siano in realtà incompetenti le persone che popolano questi istituti e peggio ancora quanto sia imbecille la maggior parte delle persone sempre pronta ad osannare lo stato ed il suo stuolo di lacchè, vorrei riportare alla memoria un fatto accaduto di recente.

La Federal Reserve ha un cosiddetto doppio mandato: massima occupazione e stabilità dei prezzi. Per decenni (e nonostante la stagflazione degli anni '70) la FED ha ipotizzato una correlazione negativa tra questi due fattori (es. se la disoccupazione scendeva, allora l'inflazione saliva), nota anche come Phillips Curve. Negli anni '90 una metrica chiave dalla FED era il NAIRU, il quale si riferiva ad un livello teorico di disoccupazione al di sotto del quale si prevedeva che l'inflazione sarebbe salita. Si presumeva che tale livello fosse vicino al 5,5% (successivamente abbassato al 4,5%). Oggi il tasso di disoccupazione ufficiale negli USA è al 3,7%, ben inferiore al 4,5% del febbraio 2017.

Cos'è successo lo scorso luglio? La FED ha ammesso che la Phillips Curve è sempre stata inutile. Per decenni la FED ha utilizzato questo modello inutile per guidare le sue decisioni politiche.

Oggi la FED è ossessionata dal far salire il tasso di inflazione. Ha dimostrato di voler fare "tutto il necessario" per raggiungere l'obiettivo autoimposto del 2%. La FED ammette che misurare l'inflazione generale al consumo è molto difficile, quindi come si possono considerare rispettabili le azioni della FED quando le sue metriche sull'inflazione sono così imprecise? Tuttavia la misura preferita dell'inflazione della FED è rimasta stabile in un intervallo compreso tra l'1,3% e il 2,0% per oltre 4 anni. Allora, qual'è il problema? Con un'inflazione stabile, un tasso di disoccupazione ai livelli minimi degli ultimi 50 anni, azioni a prezzi record, perché la Federal Reserve sta cercando di manipolare in modo microscopico un'economia così ampia e complessa?

Così come non si doveva accettare senza scrutinio il valore della Phillips Curve, non bisogna accettare ciecamente l'affermazione secondo cui l'inflazione è troppo bassa. L'inflazione dei prezzi non è un fenomeno statico come i funzionari nelle banche centrali vorrebbero farci credere. L'inflazione è il furto del valore del nostro denaro.



Un tasso di inflazione del 2% riduce il potere d'acquisto del denaro del 50% in 36 anni. Il presidente della FED di New York, John Williams, ha dichiarato che sarebbe persino disposto a consentire all'inflazione di spostarsi al 3% per un periodo di tempo, dimezzando il valore del denaro in 24 anni. Pensateci: in un mondo con un'inflazione al 3%, se ereditate una somma di ​​denaro alla nascita e vivete fino a 72 anni, il valore del vostro denaro verrebbe tagliato a metà per ben tre volte.

Inoltre come possono i politici parlare di disuguaglianza di ricchezza senza parlare di banche centrali? L'inflazione fa più male alle persone più povere, perché la risorsa più grande per i poveri è la liquidità, non gli asset finanziari. A riprova che sono i risparmiatori ad essere danneggiati, a beneficio dei debitori... e il più grande debitore che esista è lo stato. Ciò a cui stiamo assistendo non è altro che la tesi esposta da Mises in Planned Chaos: non può esistere un'economia mista, o si è liberi o non lo si è; quanto più un'istituzione centrale aumenterà i suoi interventi nell'economia, tanti più danni causerà e tanto più la società scivolerà in un'economia socialista di comando.

Quanto più persisteranno le manipolazioni delle banche centrali (tassi negativi, bolle, inflazione dei prezzi dilagante), tanto più diventerà complicato gestire il sistema economico. E quanto più profonda diventerà la disfunzione, tanto più difficile sarà impedire una recessione correttiva (se non addirittura un reset).



LIBERO MERCATO E NUOVI PARADIGMI

È questa la fine del libero mercato? Cosa fa nel frattempo il libero mercato? Il processo che lo caratterizza non è affatto orientato a rendere efficiente l'attuale stato di cose, ma riguarda la creazione di valore. L'efficienza guarda al passato e non porta progresso, mentre la creazione di valore guarda al futuro ed è aspirazionale. Ciò che intendo è che l'efficienza riguarda armeggiare con processi e meccanismi già esistenti, con l'obiettivo di farli funzionare più velocemente, più agevolmente e con meno sprechi. Prendete in considerazione qualsiasi processo di produzione, all'interno di un'azienda o nell'economia nel suo complesso, che sia già efficiente o che si avvicini a tale stato. Ogni passo verso l'aumento della produzione ad un costo unitario inferiore rappresenta un miglioramento in termini di efficienza. Perché, in questa situazione, qualcuno dovrebbe prendere risorse ed ipotizzare sulla produzione di qualcos'altro? Non lo farebbe, perché sarebbe inefficiente e renderebbe l'impresa meno efficiente.

Ma questo è esattamente ciò che un'economia fa attraverso l'imprenditorialità: tenta nuovi tipi di produzione, nuovi tipi di beni, ecc. E il primo tentativo non è mai efficiente, molto spesso è piuttosto inefficiente e dispendioso. Ma laddove dovesse avere successo, viene creato nuovo valore. E poi, attraverso la scoperta competitiva e la gestione, il processo di produzione può essere migliorato grazie alla ricerca dell'efficienza. Se leggiamo questo processo in chiave schumpeteriana, possiamo affermare che si tratta di un'esplosione di alertness che lascia detriti dietro di sé ed è compito dell'economia in generale rimettere insieme i pezzi. La dinamicità di questo processo è il cuore del progresso umano, sia in termini sociali che tecnologici.

Vengono rimescolate le carte all'interno della struttura di produzione, trovando nuovi modi di fare le cose. Nuovi attori di mercato vengono premiati, rendendo obsoleti gli altri. Sebbene questo processo all'inizio preveda una spesa maggiore in termini di risorse allocate per arrivare ad un risultato, l'esito è un aumento della creazione di valore. E questo riguarda anche fenomeni come Bitcoin e le criptovalute, in particolar modo quando si parla di mining, che da processo dispendioso sta gradualmente diventando parte di economie di scala.
In altre parole, le criptovalute e le valute digitali stanno inaugurando una nuova era di sovranità economica competitiva e, con essa, il declino dell'egemonia degli stati. Questi ultimi sono nati sulla scia di rendimenti crescenti incentrati su violenza e coercizione; la transizione nell'era della polvere da sparo ha inaugurato l'ascesa del senso di nazionalità e un aumento dei ritorni sulla violenza, fino al crollo del muro di Berlino nel 1989. Basandosi lo stato solo su questi due meccanismi per mantenere il potere ed il controllo sugli individui, ha cercato di renderli sempre "più efficienti" (e di riflesso dannosi per gli attori di mercato in generale). Ma la staticità non è parte dei processi di mercato, come abbiamo osservato, perché non è stata questa la carta vincente che ha permesso agli esseri umani di progredire sempre più nel corso del tempo.

Poiché i ritorni sulla violenza sono diminuiti, come può essere testimoniato da ogni disastro militare che gli Stati Uniti hanno intrapreso sin dalla seconda guerra mondiale, gli stati stanno lentamente cadendo a pezzi. Cos'ha oggi rendimenti crescenti invece? Non è più la violenza, bensì le informazioni. Il passaggio dall'uno all'altro significa che anche la natura del sistema monetario cambierà. Il sistema monetario del vecchio mondo è stato costruito su Bretton Woods, una valuta di riserva globale coperta dall'imperialismo militare americano. Quel sistema è ai suoi inning finali e tutti lo sanno.
Gli stati e le banche centrali presumevano che avrebbero mantenuto il controllo sul sistema monetario indefinitamente; che avrebbero continuato a manipolare l'offerta di moneta per promuovere i propri interessi (benefici guidati dall'Effetto Cantillon) e nessuno avrebbe mai potuto cambiare tutto ciò. La loro presunta onniscienza ha accecato il loro giudizio, facendoli illudere di aver "battuto" il libero mercato. Baldanzosi hanno spacciato questa illusione ed i soliti boccaloni ci hanno creduto, soprattutto quelli che hanno frequentato i corsi di economia nelle università. Le principali etichette musicali si aspettavano di essere reinventate dalla Apple? Gli studi di Hollywood si aspettavano di essere superati da Netflix e Amazon? E gli stati nazionali ed i banchieri centrali pensavano davvero che la digitalizzazione e l'informatizzazione avrebbe invaso e trasformato tutti gli aspetti della società, ma si sarebbe fermata davanti al denaro?

La Legge dei Rendimenti Decrescenti ha fatto il suo corso e da questa sono nati Bitcoin e criptovalute: la riaffermazione del libero mercato di fronte ad una manipolazione senza fine.

Il denaro si è evoluto e ora si sta reinventando per la prossima ondata di rendimenti crescenti: free speech. Questo è il cambiamento di paradigma introdotto da Bitcoin ed è per questo che gli stati stanno cercando in tutti i modi di arginarlo. E l'ultimo tentativo è quello che passa attraverso valute digitali come Libra, le quali non sono altro che il triste escamotage per rendere "più efficiente" il denaro fiat. Infatti gli asset di riserva a copertura delle emissioni di Libra saranno costituiti da un paniere di valute più altri strumenti finanziari riconducili all'attuale establishment finanziario. Lo scopo è quello di espandere anche agli unbanked l'Effetto Cantillon e raggiungere qualsiasi portafoglio possibile per creare una domanda artificiale per tutti quegli asset alla base di Libra. Lo stato non scomparirà dall'oggi al domani, ma sarà fagocitato dall'ascesa delle piattaforme industriali (es. Google, Amazon, Walmart, Facebook, ecc.) che offriranno la loro versione di denaro.

L'unica cosa che possono fare gli stati è cercare di sfruttare ancora l'uso della violenza per regolamentare queste piattaforme, per mostrare alla popolazione la sua presunta necessità nel nuovo mondo dell'informazione, il che è simile a come il Papato una volta metteva voce sulla successione dei re. Ma nel tempo questo meccanismo si invertirà e saranno le piattaforme a stabilire sempre più i termini per gli stati. Data la velocità a cui si muovono le cose oggi, questa inversione non si svolgerà nel corso dei secoli, come con la transizione dal feudalesimo agli stati, ma nel corso di decenni, persino anni in alcuni luoghi.



CONCLUSIONE

Con la terza grande recessione di questo secolo che si avvicina alle porte delle maggiori economie mondiali, i banchieri centrali seguiranno il copione delle precedenti due, ma nel 2001 e nel 2008 avevano molto più spazio di manovra rispetto ad oggi. Con ZIRP e NIRP non esiste modo convenzionale affinché i banchieri centrali possano attuare politiche anticicliche. Due sono le strade che potranno essere seguite questa volta: portare le politiche monetarie non convenzionali a livelli estremi, oppure lasciare che le forze di mercato puliscano tutti gli errori economici commessi finora. Per come si stanno mettendo le cose e per quanto c'è in gioco, ritengo che la strada che verrà seguita sarà la prima: le banche centrali continueranno a stampare denaro, gli stati lo spenderanno, i deficit aumenteranno e il debito strozzerà quanto poco è rimasto della produttività dei mercati.

Gli stati e il cartello delle banche centrali sanno che se viene rimosso il sigillo statale sul denaro, il loro potere si scioglierà come neve al sole. Senza poter derubare la popolazione attraverso l'Effetto Cantillon, gli stati non sarebbero arrivati ad esistere fino ad oggi. Bitcoin e le criptovalute offrono agli attori di mercato uno strumento che promuove l'idea di indipendenza e libertà. Questa alternativa decentralizzata, il cui valore non è determinato dalle macchinazioni di banche centrali e stati, offrono un'opportunità per proteggere i propri risparmi ed emancipare le proprie scelte economiche giornaliere.

L'uso di Bitcoin e strumenti di pagamento alternativi per aggirare lo stato è un diritto fondamentale. Il denaro deve essere protetto dall'invasione di enti centralizzanti in modo che il libero mercato possa di nuovo permetterci di vedere la via verso la prosperità. Il fatto che negli ultimi dieci anni c'è stato un numero crescente di persone che ha usato questi strumenti proprio per suddetti motivi, ci fa notare il trend in atto: un giorno gli attori di mercato torneranno ad avere in gran conto i concetti di libero mercato, rafforzati da soluzioni decentralizzate che galvanizzeranno una rete di scambi gratuiti e volontari.


giovedì 12 settembre 2019

Perché le spese universitarie sono così costose

Lo stesso identico ragionamento può essere applicato ad un'altra bolla subprime, gemella di quella dei prestiti per studenti, la quale ha anche numeri simili: la bolla dei prestiti per comprare automobili. Le ripercussioni dello scoppio di tale bolla si faranno sentire a livello mondiale, perché gli stessi atteggiamenti sono stati "esportati" altrove. Le banche centrali e le loro misure non convenzionali, gli economisti mainstream e il loro avallo a tali misure, il team Trump ed i geni in TV che ci dicono che questo boom nel mercato azionario può andare avanti indefinitamente fintanto che le banche centrali continuano a spingere più in bassi i tassi d'interesse, la cascata di IOU a tassi negativi, ecc. Sono figli deformi di un sistema economico/sociale ai suoi ultimi inning. Nessuna bolla ha mai evitato per sempre il suo ago. Nessuna valuta fasulla è mai sopravvissuta per più di qualche decennio.
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di John Miltimore


Come molti americani, Will Roberson ha preso in prestito molti soldi per frequentare il college. Questo 21enne ha acceso un prestito di quasi $150.000 per studiare al Morehouse College di Atlanta.



La crisi del debito studentesco

La sua vita è cambiata il giorno della laurea, quando Robert Smith ha annunciato che avrebbe pagato i prestiti agli studenti di tutti i 400 laureati. Un enorme fardello era magicamente andato via. Mentre possiamo provare sollievo per la storia di Roberson, la maggior parte degli studenti non si vedrà cancellare i propri debiti grazie all'aiuto di benefattori miliardari.

Gli americani devono oltre $1.560 miliardi in prestiti studenteschi, circa il 50% in più rispetto al debito totale delle carte di credito. Quasi il 70% della classe del 2018 ha sottoscritto prestiti studenteschi, con una media di circa $30.000.

Di recente il contendente alla presidenza USA, Bernie Sanders, ha twittato le sue preoccupazioni:


Il senatore del Vermont non ha torto sull'aumento dei costi (sebbene ignori l'inflazione), tuttavia trascura il fatto che è stata la politica federale in primo luogo ad incoraggiare innumerevoli studenti a conseguire titoli che non potevano permettersi.

La legge sull'istruzione superiore del 1965 indirizzava i dollari dei contribuenti a prestiti a basso interesse per gli studenti che frequentavano l'università. Anche se il programma è iniziato in piccolo, oggi circa il 90% di tutti i prestiti studenteschi sono erogati dal governo, il Dipartimento della Pubblica Istruzione sovrintende ora $1.300 miliardi di debiti.



Bancarotta

È improbabile che parecchi laureati possano rimborsare questi prestiti. Simon Galperin ha un debito studentesco di $235.000 ed effettua pagamenti mensili inferiori a $50. Non riesce nemmeno a coprire gli interessi, il che significa che il suo debito totale continuerà a crescere.

E i dati della Federal Reverse mostrano che quasi il 20% degli studenti che ha sottoscritto prestiti è inadempiente o prossimo all'inadempienza, andando a triplicare il tasso dei mutui. Nel frattempo il Brookings Institution prevede che fino al 40% degli studenti che si sono iscritti al college negli anni 2000 potrebbero diventare inadempienti entro il 2023.

A questi mutuatari disperati le proposte di Sanders e dell'altra contendente alla presidenza USA, Elizabeth Warren, di cancellare il debito studentesco sembrano comprensibilmente allettanti. La Warren ha proposto di trasferire ai contribuenti $50.000 di debito studentesco (per famiglia che guadagna meno di $100.000). Sanders ha superato la Warren, proponendo di spostare l'intero conto da $1.600 miliardi nel tentativo di "cancellare" il debito.

Tali mosse sovvenzionano gli americani che hanno frequentato il college con i salari di coloro che non lo hanno fatto. I dati del Bureau of Labor Statistics mostrano che gli americani istruiti, anche quelli che non sono riusciti a laurearsi, hanno un potenziale di guadagno maggiore rispetto a quelli che non hanno frequentato il college. Il piano di Sanders va a ripagare i prestiti della futura classe alta. Ciò avrebbe conseguenze impreviste.

Nel loro libro di successo Freakonomics, gli autori Steven Levitt e Stephen Dubner descrivono il potere degli incentivi economici (le pressioni a comportarsi in un certo modo) definendoli "la chiave per risolvere qualsiasi problema".

Offrire ciò che sembra "denaro gratis" ai giovani con poca esperienza nella gestione delle loro finanze si traduce in comportamenti economicamente irrazionali. Gli studenti possono richiedere prestiti senza sapere se la laurea che prenderanno permetterà loro di ripagare i debiti futuri.



Incentivi distorti

I prestiti federali hanno reso le spese universitarie molto più costose. Le università vengono pagate in anticipo, quindi non a loro importa se gli studenti si laureano, abbandonano, o vanno in bancarotta per i prestiti. Gli studenti in partenza vengono facilmente sostituiti. Fiduciosi che gli studenti abbiano accesso al credito facile (che può essere costoso nel lungo periodo), i college non hanno incentivi per controllare o a ridurre i prezzi di alloggio, tasse scolastiche e pasti.

Invece di cancellare il debito degli studenti, dovremmo affrontare gli incentivi contorti che lo causano. Gli studenti stanno iniziando a capire che le lauree non pagano sempre e optano per alternative: apprendistato, programmi imprenditoriali e campi di programmazione.

Dovremmo anche incoraggiare il pensiero costi/benefici. Non tutti i debiti degli studenti sono uguali. Se prendere in prestito $75.000 aiuta a laurearsi in medicina, quel debito aumenterà considerevolmente i propri guadagni anche dopo che è stato pagato. Ma prendere in prestito per una laurea in un'assistenza sociale, in cui i guadagni mediani sono inferiori a $50.000, è molto più rischioso.

La soluzione migliore è far uscire del tutto il governo federale dal settore dei prestiti.

Se le stesse università offrissero prestiti, gli incentivi le spingerebbero verso il controllo dei costi e la massimizzazione del successo degli studenti dopo la laurea. Un'altra opzione sono gli accordi di ripartizione del reddito, che consentirebbero a potenziali datori di lavoro o organizzazioni indipendenti di pagare le tasse scolastiche in cambio di una percentuale dei guadagni futuri degli studenti. Questo concetto, introdotto dall'economista Milton Friedman, sta diventando sempre più popolare soprattutto in America Latina.



Gli incentivi contano

Tali pratiche restituirebbero l'istruzione agli incentivi economici, con storie riguardo i debiti molto meno tristi. Incentivi migliori allineano gli interessi di professori, datori di lavoro, studenti e genitori, e non gravano i contribuenti (in particolare quelli che non hanno avuto la possibilità di frequentare l'università) delle scelte degli altri.

Quando i mercati vacillano, esempi recenti e dolorosi includono la bolla dei prestiti studenteschi e la crisi delle abitazioni, il colpevole è lo stato che interviene e deforma gli incentivi. Quando proviamo a modificare o "migliorare" le scelte degli altri senza comprendere le pressioni pertinenti, tali sforzi spesso falliscono.

Quindi la crisi del debito studentesco dovrebbe ricordarci le conseguenze dolorose dell'interferire con gli incentivi per manipolare le scelte degli altri. Eliminando la responsabilità, distruggiamo l'opportunità.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 11 settembre 2019

Giocate con le forze competitive a vostro rischio e pericolo





di Jeffrey Tucker


La Germania dopo la seconda guerra mondiale era un disastro economico. Spettava al nuovo ministro delle finanze, Ludwig Erhard, provi rimedio. Il problema principale che il Paese doveva affrontare era la cartellizzazione delle imprese. Prima e durante la guerra il governo controllato dai nazisti aveva monopolizzato l'economia interna e proteggeva i produttori dalla concorrenza straniera. Ancora prima della guerra, i nazisti erano partigiani dediti della pianificazione economica nazionale.

Dopo la guerra questo approccio non avrebbe mai portato ad un risveglio economico. La priorità numero uno era ripristinare la concorrenza negli affari. Spettava ad Erhard aprire la strada. Come scrisse nel suo libro del 1958, Prosperity Through Competition, i principali nemici del libero mercato erano le stesse industrie cartellizzate.

"Lo stato non deve decidere chi dovrebbe essere vittorioso sul mercato", scrisse, "né un'organizzazione industriale come un cartello; deve essere solo il consumatore. Qualità e prezzo determinano la forma e la direzione della produzione ed è solo sulla base di questi criteri che viene effettuata la selezione. In questo senso la libertà è un diritto di ogni cittadino e non deve essere ostacolata da nessuno."

"I miei sforzi mirano quindi a permettere alla concorrenza di diventare una forza trainante", ha continuato Erhard, "e ai prezzi liberi di diventare regolatori dell'economia di mercato. Chiunque desideri andare oltre questi principi, o trascurarli, indebolisce l'economia di mercato e distrugge le basi su cui poggia il nostro ordine sociale ed economico."

Questo libro è un appello appassionato per ripristinare la concorrenza, dalla prima all'ultima pagina. Il pubblico a cui si indirizzava non erano i politici, non erano i consumatori, non erano i burocrati, ma la comunità imprenditoriale. Doveva affrontare le fredde acque della competizione globale se la Germania avesse voluto riguadagnare la prosperità.



Che cos'è la concorrenza?

Cerchiamo di capire un po' meglio questa idea economica della concorrenza, anche perché il termine può essere fuorviante. Infatti si tende a pensare agli sport di squadra, o ad una gara podistica. Non è questa l'idea economica di concorrenza. La competizione non è un gioco da gestire; è un processo spontaneo di innovazione imprenditoriale.

È vero che i produttori si contrappongono nell'offerta di beni e servizi, ma cosa stanno cercando? Per cosa competono? I loro occhi sono puntati sull'interesse del consumatore: prodotti migliori, prezzi migliori, migliore realizzazione dei sogni delle persone. Ogni produttore è incentivato a diventare sempre più eccellente nel servire gli altri. Il test di redditività serve come segno di un lavoro ben fatto.

Quando un singolo produttore arriva a dominare un'industria e inizia a fare flop nel servire gli altri, il sistema deve consentire l'ingresso nel settore ad altri produttori con altre idee.

Se ci sono barriere all'ingresso, c'è un problema. Un produttore ottiene un privilegio e tale privilegio verrà sfruttato a spese del pubblico consumante. Se l'ingresso è libero, nascono una serie di istituzioni che fungono da sistemi di segnalazione. I prezzi riflettono l'offerta della disponibilità delle risorse e della domanda dei consumatori. Questi prezzi sono quindi distribuiti per calcolare profitti e perdite.

Questa idea di concorrenza sul mercato... senza privilegi, senza dettami, senza limiti, senza protezioni... ha consumato la generazione di economisti del dopoguerra per un motivo. La guerra aveva sfasciato non solo la Germania, ma anche le economie di Stati Uniti e Regno Unito. La Russia era diventata socialista da tempo. La priorità più urgente era ripristinare la concorrenza. Come dice Erhard, se non ce l'hai, non c'è speranza di prosperità.



Libero commercio significa concorrenza

Un enorme problema che Erhard aveva ereditato dall'economia hitlerizzata era il protezionismo stesso. Il governo aveva istituito una politica di autosufficienza nazionale. La propaganda politica nel corso degli anni '30 aveva etichettato le nazioni estere come partner sleali, mentre si diceva che gli interessi bancari stranieri fossero controllati dagli ebrei. Gli stranieri venivano rappresentati come saccheggiatori ed il libero scambio in contrasto con l'interesse nazionale. L'ambizione di Hitler era quella di creare un'economia autarchica che consentisse ai suoi piani di sostituire la concorrenza internazionale.

Questo è il motivo per cui Erhard considerava il ripristino del libero scambio una priorità assoluta. Significava sbarazzarsi dei muri dei dazi: inutili negoziati per pretendere che altri Paesi rispettassero i desideri della Germania di ridurre dazi o sovvenzioni. Il punto era assicurarsi che il settore economico tedesco fosse competitivo sul fronte globale.

"Rimuovere tutti gli ostacoli agli scambi deve riflettersi anche nella politica commerciale", scrisse, "su questo punto ho sempre sostenuto il principio che ciò che è giusto in linea di principio non deve aspettare che venga realizzato da qualcun altro. Quindi, sin dal 1955, quando la posizione interna della Repubblica Federale fece sembrare ragionevole rafforzare la concorrenza, ho mirato a portare la concorrenza in Germania da oltre le frontiere abbassando i dazi. Una riduzione autonoma dei dazi è stata effettuata in più fasi, anche se, secondo i miei gusti, si sarebbe potuto e dovuto fare di più di quanto il governo e il parlamento abbiano consentito."

In seguito il termine "autonomo" sarebbe stato sostituito dalla seguente formula: riduzioni unilaterale dei dazi. Il punto è che i dazi sono una tassa sui consumatori interni, ma ecco il punto chiave: se i dazi riguardano materie prime o beni acquistati dalle imprese, rappresentano anche una tassa sui produttori. Un dazio opera come un trasferimento coercitivo di ricchezza da mani private a funzionari statali. È una forma di welfare che distorce i meccanismi di segnalazione del libero mercato.

Non c'è assolutamente nulla di buono che una nazione possa ottenere da questo comportamento. Se i dazi si applicano alle merci finali, un'industria nazionale può essere temporaneamente protetta dalla concorrenza estera... ma a che scopo? Questo è un sussidio all'inefficienza e alle cattive pratiche commerciali. Funziona per un po', ma non è sostenibile. Ad un certo punto, a meno che non siate disposti a spingere l'economia indietro nel tempo, arriva un impoverimento sempre maggiore dove le imprese dovranno adattarsi a prescindere.



Scusa per prendere più potere

Un altro problema con i dazi è che se ne abusa facilmente. Diventano una scusa per una politica industriale di pianificazione a tutto tondo. Sì, c'è un certo appello populista a questo tipo di politica, perché molte persone sono sempre pronte a credere che gli stranieri cattivi facciano cose cattive ai cittadini eroici. Alla fine questa è solo una scusa che di solito finisce per alimentare le ambizioni di potere di un dittatore. Per questo motivo, protezionismo e socialismo/fascismo di solito sono andati a braccetto.

Un buon esempio di ciò che Erhard decise di ignorare fu la contabilità commerciale nazionale tra le nazioni. Non negò che i dati sui deficit commerciali fossero importanti, ma disse che tali dati "diventano fin troppo facilmente la base di calcolo per un piano economico fisso".

Erhard termina il suo libro con una ferma condanna del Dirigismo, che significa un'economia diretta dallo stato che lascia gran parte del capitale in mani private. La politica decide chi vince e chi perde, cosa viene prodotto e dove, e in quali quantità. Questo non è un percorso per la prosperità. Lo stato non può controllare la produzione, ben che meno gestire direttamente il settore commerciale. La de-nazificazione completa, affermò, richiede un impegno ad allontanarsi da cartelli e dalla monopolizzazione, spostandosi verso concorrenza e scambi senza barriere. Da qui nacque il miracolo economico tedesco.

Questa storia non è così vecchia, come si potrebbe pensare di primo acchito. La richiesta di autosufficienza nazionale e l'uso dei dazi come strumento di controllo politico sono pratiche che persistono anche nel presente. Se le cose continuano nella direzione in cui vanno negli Stati Uniti, lontano dalla competizione e verso il Dirigismo, anche noi avremo bisogno di un miracolo per salvarci.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 10 settembre 2019

Il breve termine è una preoccupazione più per i politici che per gli imprenditori





di Gary Galles


Vi ricordate il termine "capitalismo trimestrale"? Solo due anni fa Hillary Clinton l'ha usato per denunciare una presunta preoccupazione degli imprenditori per i risultati a breve termine a scapito della crescita a lungo termine. Le prove? Riacquisti di azioni proprie e basta. Avrebbe riparato a questa situazione con imposizioni statali.

Alla Clinton hanno fatto seguito più di recente i senatori Elizabeth Warren e Bernie Sanders, insieme ad altri, che hanno formulato proposte per ulteriori restrizioni alle imprese. Ma uno sguardo agli incentivi coinvolti ci porta a ribaltare le asserzioni di questa gente.



Le imprese sono miopi?

Gli azionisti detengono il valore attuale della loro quota proporzionale degli utili netti, non solo degli utili attuali. Non scartano buoni investimenti che possono aumentare il valore attuale previsto. Buoni risultati a breve termine fanno salire i prezzi delle azioni per le migliori implicazioni riguardo il corso futuro degli utili netti.

I prezzi delle azioni sono una metrica primaria per valutare il successo manageriale e la base per i loro premi. Ciò fa sì che i loro orizzonti temporali riflettano quelli degli azionisti, estendendosi ben oltre il presente. Gli obbligazionisti, che vogliono essere rimborsati, incorporano i rischi di rimborso nelle loro scelte. Anche le relazioni tra lavoratore e fornitore riflettono le prospettive future delle imprese.

Questa logica dell'orientamento futuro nelle relazioni commerciali è supportata anche da ricerche recenti. L'economista dell'Università di Chicago, Steven Kaplan, ha redatto un documento nel 2017 intitolato: "Le aziende statunitensi sono troppo orientate al breve termine?" Ha scoperto che "sono poche le prove che supportano la tesi di coloro che pensano che le imprese sono esclusivamente orientate al breve termine", indipendentemente dal fatto che si consideri il rapporto prezzi/utili, i profitti, o gli investimenti in capitale di rischio.

Più di recente, in un documento di discussione della Federal Reserve del 2018 intitolato "The Long and Short of It: Do Public and Private Firms Invest Differently?", Naomi E. Feldman e cinque coautori hanno scoperto "solide prove che le aziende pubbliche investono più in ricerca e sviluppo", una conclusione "incompatibile con l'idea che la pressione degli utili renda le aziende pubbliche tanto miopi da rinunciare agli investimenti netti a lungo termine".

È importante notare che tale risultato è uscito fuori nonostante una lunga storia di politiche statali, effettive e minacciate, che avrebbero spinto le aziende a preoccuparsi di più del breve termine. Con l'amministrazione Trump, tuttavia, le proposte di aumentare le tasse alle imprese e quelle sulle plusvalenze sono state sostituite da riduzioni delle tasse alle imprese; oltre ad un'attenzione a sgonfiare gli oneri statali sulle imprese. In un tale ambiente sono incentivate di più a focalizzarsi sul futuro.



Sono i politici quelli che pensano al breve termine

L'idea che lo stato possa “aggiustare” una leadership aziendale presumibilmente miope è a dir poco discutibile, se non ridicola. Gli incentivi politici di coloro che sono in carica sono molto più miopi rispetto a quelli degli azionisti, i quali sopportano tutte le conseguenze future delle scelte presenti.

Un perdente alle elezioni sarà senza poteri, incapace di trarre beneficio dalla sua carica. Durante le elezioni tutto va all'asta, solo per acquisire un vantaggio politico a breve termine. Questo è il motivo per cui le cosiddette "riforme" calzano bene alla definizione di Ambrose Bierce: "Una cosa che soddisfa i riformatori contrari alla riforma." Ciò isola  i politici dalla responsabilità delle loro azioni dannose.
Non dovremmo dimenticare la cornucopia di esempi a sostegno della preoccupazione dello stato riguardo il breve termine, il che prescinde qualunque cosa lo stato prometta di riformare.

Le passività non finanziate a 14 cifre di previdenza sociale e Medicare puniranno le generazioni future, visto che sono state fatte troppe promesse impossibile durante i periodi di elezioni. Altri fondi fiduciari e fondi pensione finiranno per espiare nel peggior modo possibile i "peccati" a breve termine dei politici. L'espansione del debito pubblico rappresenta la punizione futura delle promesse politiche a breve termine.

Gli attacchi politici alla presunta preoccupazione delle imprese per il breve termine e le presunte "riforme" che la risolveranno sono tremendamente fuori strada. Ignorano gli incentivi degli attori di mercato. Ignorano le ricerche che contraddicono tale tesi. Per loro le risposte del settore privato alle imposizioni statali sono un fallimento del settore privato stesso. Ignorano il fatto che gli incentivi politici sono peggiori.

Dobbiamo riconoscere, come disse Henry Hazlitt, che "oggi è già il domani che ieri il cattivo economista ci ha esortato ad ignorare" e che il potere dello stato di mettere i bastoni tra le ruote a tutto e tutti non è negli interessi degli americani.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 9 settembre 2019

Austriaci & monetaristi sulle cause della bolla immobiliare





di Robert P. Murphy


Noi economisti Austriaci spesso incrociamo le spade con i nostri nemici keynesiani su ogni tipo di analisi economica e raccomandazioni politiche del governo. Tuttavia anche l'analisi standard Austriaca riguardo il ciclo economico è in netto contrasto con quella dei "monetaristi", una nuova scuola di pensiero che esce dalla tradizione scolastica di Chicago e che ora sta prendendo piede in luoghi come il Mercatus Center. In particolare i monetaristi hanno criticato le tesi Austriache per quanto riguarda la bolla immobiliare, sostenendo che le affermazioni di "malinvestment" e la necessità di riallocare le risorse non si adattano ai dati. Come vedremo, sono i monetaristi che sfidano il buon senso con la loro versione alternativa della storia.



La critica di Scott Sumner riguardo i “malinvestment”

Secondo il punto di vista Austriaco standard, quando il sistema bancario (oggi guidato da una banca centrale) inietta credito e spinge artificialmente in basso i tassi d'interesse, si scatena un boom insostenibile. Tuttavia la distorsione non è meramente monetaria: durante il boom emergono investimenti sbagliati. Poiché la struttura del capitale dell'economia viene progressivamente distorta, alla fine alcuni imprenditori devono abbandonare i loro progetti perché non ci sono beni capitali sufficienti per portarli a compimento. Questo prende la forma di una "recessione", in cui molte aziende licenziano i lavoratori e riducono le loro operazioni, se non addirittura chiudere del tutto i battenti. Sebbene doloroso, il periodo di recessione è necessario affinché i lavoratori e altre risorse vengano riallocati in nicchie più sostenibili dell'economia. (Nel mio "articolo sul sushi" racconto una favola che spiega tutto questo e nella mia più lunga risposta a Paul Krugman espongo la teoria Austriaca del capitale e la teoria del ciclo economico in modo più metodico.)

In un post recente sul suo blog personale, Scott Sumner (uno dei leader dei monetaristi) ha criticato la prospettiva Austriaca, almeno per quanto riguarda il boom e il bust delle abitazioni. (In questo post ho dimostrato che aveva senso applicare l'ABCT alla bolla immobiliare.) Ecco Sumner:
Quando ho iniziato a scrivere sul blog, un certo numero di commentatori Austriaci mi ha detto che il vero problema non era il denaro bensì i "malinvestment" nelle abitazioni, specialmente negli "stati caratterizzati dalla sabbia". La recessione è stata il prezzo che abbiamo dovuto pagare per tutti questi investimenti sbagliati.

Questa teoria non ha mai avuto senso. Se il problema fossero investimenti errati nell'edilizia abitativa, le risorse si sarebbero spostate sull'altro 95% dell'economia. Invece la produzione è diminuita in quasi tutti i settori. (Mi riferisco al 2008-2009; le risorse si sono spostate in altri settori durante il crollo delle costruzioni nel 2006-2007.)

Oggi ha ancora meno senso. Il NYT ha pubblicato un articolo sul mercato immobiliare a North Las Vegas, che è stato l'epicentro del bust. Adesso è in boom [...].

Sumner cita quindi il pezzo del NYT, spiegando come il mercato di Las Vegas sia oggi uno dei più in rapida crescita nel Paese. Sumner continua a scrivere:
Sono d'accordo sul fatto che ci siano state costruzioni abitative eccessive nella parte interna degli stati caratterizzati dalla sabbia. [...] Ma ho sostenuto che queste città stavano crescendo rapidamente e questo problema era lieve. Dal mio punto di vista i malinvestment sono meglio definiti come "investimenti troppo in anticipo": alcune case sono state costruite pochi anni prima che fossero necessarie. Il contro-argomento Austriaco è che queste case sarebbero rimaste vuote per decenni e alla fine si sarebbero deprezzate bruscamente (in senso fisico). Sembra che invece avessi ragione io. [Scott Sumner, grassetto aggiunto.]

Nei commenti al post di Sumner vedrete che ho chiesto un esempio di un Austriaco che abbia mai fatto una simile affermazione sul mercato immobiliare. Il proprietario di una casa vuota, non importa quanto abbia pagato per costruirla, alla fine avrebbe ammesso la sconfitta e avrebbe venduto in perdita o avrebbe iniziato ad affittarla agli inquilini. I costi sommersi vengono ridotti, come sanno Austriaci e altri economisti. (Potete vedere di persona al link che Sumner non ha raccolto la mia sfida, anche se in tutta onestà forse ha frainteso ciò di cui stava parlando un fan di Hayek anni fa nei suoi commenti.)

Ma concentriamoci sulla parte che ho messo in grassetto nella citazione di Sumner. Sembra pensare che questa sia una deviazione dalla prospettiva Austriaca, quando in realtà non lo è affatto. Infatti questo è ciò che molti Austriaci avrebbero detto riguardo gli "investimenti errati". Una caratteristica correlata sarebbe che furono costruite molte case troppo grandi.

Nel suo grandioso trattato, Human Action, Ludwig von Mises ha spiegato la differenza tra "investimenti sbagliati" ed "investimenti eccessivi" usando, che ci crediate o no, la metafora di una casa. Ecco Mises che descrive la situazione durante un boom insostenibile, quando il credito facile ha ingannato le persone:
L'intera classe imprenditoriale è, per così dire, nella posizione di un capomastro il cui compito è quello di erigere un edificio da un'offerta limitata di materiali da costruzione. Se quest'uomo sopravvaluta la quantità dell'offerta disponibile, redige un piano per il quale i mezzi a sua disposizione non sono sufficienti. Una volta costruite in gran stile le fondamenta, scopre che gli manca il materiale necessario per il completamento della struttura. È ovvio che la colpa del nostro costruttore non sia stata un investimento eccessivo, ma un impiego inappropriato dei mezzi a sua disposizione. [Mises, Human Action, Scholar’s ​​Edition, p. 594.]

Quindi, contrariamente alla tesi di Sumner, quando gli Austriaci parlano di "malinvestment" durante la metà degli anni 2000, non prevedevano che Las Vegas sarebbe stata una città fantasma nei 30 anni successivi. Intendevano semplicemente che venivano costruite troppe case prima del previsto e che molte di queste case erano più grandi di quanto avrebbero dovuto essere.

Per fare un'analogia, gli Austriaci direbbero anche che la conquista della luna sotto il presidente Kennedy era un grave spreco di risorse. Ciononostante un giorno le compagnie private avrebbero inviato passeggeri e merci dalla Terra alla Luna. Il fatto che la conquista della luna fosse "troppo presto" negli anni '60 non cambia il fatto che si trattasse di un investimento errato: un uso improprio di scarse risorse a quel tempo.

Allo stesso modo, il fatto che il mercato immobiliare di Las Vegas sia rimbalzato dopo un enorme crollo, specialmente nel bel mezzo di tassi d'interesse bassi, non è certo un motivo di imbarazzo per il punto di vista Austriaco.


Gli Austriaci come me si sono dati da fare sin dal 2008, avvertendo la gente che Bernanke stava facendo esplodere bolle giganti proprio come aveva fatto Greenspan dopo il crash delle dot-com. Quindi il grafico qui sopra come dovrebbe dimostrare che gli Austriaci si sbagliavano? Se abbiamo avuto ragione, il grafico qui sopra non rappresenta esattamente come stanno le cose?



Maggiori informazioni sulla tesi della riallocazione

Ora che ho chiarito che cosa intendano gli Austriaci per "malinvestment", torniamo indietro all'affermazione di Sumner secondo cui la tesi Austriaca non aveva senso sin dall'inizio.
Quando ho iniziato a scrivere sul blog, un certo numero di commentatori Austriaci mi ha detto che il vero problema non era il denaro bensì i "malinvestment" nelle abitazioni, specialmente negli "stati caratterizzati dalla sabbia". La recessione è stata il prezzo che abbiamo dovuto pagare per tutti questi investimenti sbagliati.

Questa teoria non ha mai avuto senso. Se il problema fossero investimenti errati nell'edilizia abitativa, le risorse si sarebbero spostate sull'altro 95% dell'economia. Invece la produzione è diminuita in quasi tutti i settori. (Mi riferisco al 2008-2009; le risorse si sono spostate in altri settori durante il crollo delle costruzioni nel 2006-2007.)

Nella frase tra parentesi alla fine della citazione, credo che Sumner stia ripetendo un errore commesso anni fa. Quindi ripeterò la correzione che gli proposi all'epoca:
Sumner ritiene che ci sia stato un "crollo delle costruzioni" sin dal 2006-07, eppure "le risorse si sono spostate in altri settori", perché nel gennaio 2006 le abitazioni sono risultate 2,3 milioni mentre la disoccupazione era del 4,7%. Ma nell'aprile 2008 le nuove abitazioni erano precipitate a 1,0 milioni, ma la disoccupazione era solo al 4,9%. Questo è il motivo per cui Sumner pensa che la "tesi Austriaca della riallocazione" non abbia senso. Secondo Sumner l'economia è stata in grado di ricollocare gran parte dei lavoratori dal settore delle costruzioni in altri settori, a condizione che la FED mantenesse il controllo del PIL nominale, ma una volta che la FED ha inspiegabilmente inasprito la politica monetaria, è allora che la disoccupazione è salita.

Eppure, come ho spiegato all'epoca, c'è un grosso difetto nella tesi di Sumner. È vero che la costruzione di nuove case è crollata dal gennaio 2006 all'aprile 2008, ma ciò non vale per l'occupazione nell'edilizia, che è passata da 7,6 milioni a 7,3 milioni. Anche se la costruzione di nuove abitazioni è diminuita del 57%, l'occupazione nell'edilizia in quel periodo è diminuita solo del 4%.

Il grafico seguente traccia l'occupazione totale nel settore delle costruzioni (blu, asse sinistro) rispetto al tasso di disoccupazione nazionale (rosso, asse destro). Non sembra rispecchiare esattamente la tesi Austriaca?


Per quanto riguarda il grafico qui sopra, non mi riferisco semplicemente all'estremità quando si è verificato il crash. Perfino entrando negli anni della bolla, il grafico si adatta perfettamente alla tesi Austriaca: con l'aumento dell'occupazione nel settore delle costruzioni (linea blu), passando da 6,7 ​​milioni all'inizio del 2003 a 7,8 milioni all'inizio del 2006, il tasso di disoccupazione nazionale (linea rossa) è sceso dal 6% a quasi il 4,5%. E poi, quando l'occupazione nel settore delle costruzioni ha davvero iniziato a scendere, cosa che è accaduta ben dopo quanto dice Sumner, è stato quello il momento esatto in cui il tasso di disoccupazione nazionale ha iniziato a salire rapidamente.

Ricordiamo anche un punto emerso in una delle mie battaglie contro Krugman. Persino Krugman (come Sumner) aveva tentato di diffondere la tesi della "riallocazione delle risorse reali" nel boom/bust immobiliare, sottolineando che alla fine del 2008 gli aumenti anno/anno dei tassi di disoccupazione non sembravano corrispondere con quegli stati che avevano avuto un crollo dei prezzi significativo delle case.

Ma come ho sottolineato nella mia risposta, il crollo dei prezzi delle abitazioni era iniziato all'inizio del 2008. Se invece osserviamo suddetti stati dal picco dei prezzi delle case, cioè da giugno 2006 a dicembre 2008, scopriamo quanto segue: dei sei stati con il più grande calo dei prezzi delle case durante tale periodo, cinque di loro avevano sperimentato il più grande aumento dei tassi di disoccupazione durante lo stesso periodo. Quindi sembra difficile credere ad una teoria che ritiene un calo della domanda aggregata (la tesi di Krugman) il colpevole della recessione, o il "tightening passivo della FED" (la tesi di Sumner).

Infine, per quanto riguarda la domanda di Sumner sul perché abbiamo visto una recessione piuttosto che un rapido e regolare riaggiustamento settoriale dopo il 2007: l'ho spiegato dettagliatamente nel mio "articolo sul sushi". Quindi sarò breve: durante il periodo del boom gli imprenditori sono stati fuorviati da tassi d'interesse artificialmente bassi e hanno fatto offerte troppo generose ai lavoratori. Quindi i lavoratori abbandonano con entusiasmo i loro vecchi lavori e accettano di svolgere quelli nuovi e migliori. (E alcuni di quelli che erano precedentemente disoccupati accettano le nuove offerte di lavoro redditizie.)

Eppure dopo il bust la maggior parte delle persone si è resa conto di essere più povera di quanto pensasse in realtà. I lavoratori sono stati licenziati dai loro lavori desiderati e avrebbero dovuto scegliere tra opzioni meno attraenti. Naturalmente c'è incertezza, poiché i datori di lavoro ed i lavoratori disoccupati si impegnano in un gigantesco processo di ricerca e accordo. Non è affatto un mistero che durante un tale sconvolgimento, specialmente quando le amministrazioni Bush/Obama e la FED stavano sprecando centinaia di miliardi mentre violano gli accordi contrattuali, anche quelle persone che sono state in grado di conservare i loro posti di lavoro hanno dovuto ridurre le loro spese discrezionali e tutti i settori nell'economia hanno dovuto tirare i remi in barca.



Gli studi dei monetaristi: quale bolla immobiliare?

E così abbiamo visto che il respingimento delle tesi Austriache da parte di Scott Sumner non ha senso. Almeno Sumner ha avuto la decenza di ammettere che c'erano stati troppi immobili (o come minimo costruiti troppo presto).

Invece il collega di Sumner, Kevin Erdmann, in uno studio per il Mercatus Center, fa un ulteriore passo avanti nella contro-narrativa. Lungi dal dire che sono state destinate troppe risorse al settore immobiliare durante gli anni della bolla, Erdmann sostiene che gli Stati Uniti abbiano sofferto di una carenza di immobili durante questi anni!

Si spera che il lettore possa capire perché la tesi di Erdmann sia un problema non solo per gli Austriaci, ma per la maggior parte degli altri analisti che hanno pensato che ci fosse un boom artificiale delle abitazioni dal 2002-2006.

Ad esempio, ecco uno dei grafici chiave di Erdmann:

Fonte: Kevin Erdmann, Grafico 1.

Erdmann vuole dimostrare che se usassimo una misura oggettiva, allora non ci sarebbe nulla di insolito, dal punto di vista storico, sulla crescita del patrimonio immobiliare a metà degli anni 2000. Dopotutto, anche al suo apice recente, la misura delle "Unità abitative pro capite" è ancora inferiore rispetto alla fine degli anni '80.

Ci sono diverse risposte che darò su questo argomento. Innanzitutto, chi può dire che il livello alla fine degli anni '80 fosse corretto? Dopotutto, c'era stato un crollo devastante nel mercato immobiliare (e relative crisi nel settore bancario) a seguito del Tax Reform Act del 1986.

Un secondo problema è che esiste una discontinuità nel set di dati, motivo per cui Erdmann traccia la linea tratteggiata nel suo grafico. Se utilizziamo l'insieme di dati coerenti a partire dal 2000, il grafico è sostanzialmente in linea con l'affermazione secondo cui si è verificato un aumento insostenibile del patrimonio immobiliare a metà degli anni 2000.

Un terzo problema è che le case al giorno d'oggi sono molto più grandi di quanto non fossero negli anni '70. Mark Perry riferisce che per le nuove case (di una certa categoria) lo spazio abitativo per persona è quasi raddoppiato sin dal 1973. Una statistica molto più significativa sarebbe qualcosa del tipo: "Housing square footage pro capite", che immagino ai massimi di tutti i tempi intorno al 2007 (sebbene non sono riuscito a trovare i dati necessari per sostenere o rigettare la mia impressione).

Infine c'è il problema che Erdmann sta giocando a fare il pianificatore centrale. Non possiamo guardare statistiche aggregate come "unità abitative per persona" e decidere se nel Paese siano state costruite "troppe" abitazioni o "troppo poche". Se potessimo, allora il problema del calcolo socialista sarebbe risolvibile in quattro e quattr'otto.

Nessuno nega che ci sia stata un'enorme salita dei prezzi delle case fino al 2006 o al 2007 (a seconda dell'indice che si usa), seguito da un grosso crollo. In che modo un movimento così volatile non ha influenzato le decisioni reali d'investimento? Erdmann (e Sumner) non pensano che i prezzi di mercato rappresentino una guida per gli imprenditori?

Ad esempio, controllate la seguente statistica aggregata: il numero di unità abitative libere nel Paese.


Come indica il grafico, dal 2001 alla vigilia dell'inizio ufficiale della recessione, il numero di unità abitative libere è aumentato da 13,9 a 18,6 milioni. Questo sembra proprio un "eccesso di costruzioni" oltre ciò che "i fondamentali" giustificherebbero. Nel corso degli anni il numero è diminuito, ma lentamente. Non è esattamente quello che dicono gli Austriaci? Forse ci sono alcuni fatti concreti sul mercato immobiliare che le statistiche preferite di Erdmann non riescono a catturare.

Infine vorrei usare un'analogia per mostrare la falsità nell'approccio di Erdmann. È diventata una storia popolare che esistesse un embargo dell'OPEC e una "carenza di petrolio" negli anni '70. Bene, se prendete i dati effettivi sul consumo di greggio e li dividete per la popolazione americana, vi rendete conto che questa storia è totalmente sbagliata:


Negli anni '70 gli americani consumavano più barili di greggio pro-capite che in qualsiasi momento della storia. Gli anni '70 dovrebbero entrare nella storia come un periodo di sovrabbondanza di energia.

Certo, sono faceto. Ovviamente sono avvenuti molti cambiamenti nel settore petrolifero negli ultimi 50 anni, quindi non si può semplicemente guardare ad una statistica grezza come "il greggio annuale consumato pro-capite" e trarre conclusioni. Tra gli altri problemi, esistevano vari livelli di controllo dei prezzi sia della benzina che del petrolio greggio durante gli anni '70,  responsabili delle allocazioni errate dell'offerta e le famigerate file davanti alle pompe di benzina..

Il mio punto è che se volessimo parlare di politica energetica e discutere di cose come strozzature dell'offerta e problemi di allocazione, il grafico qui sopra sarebbe inutile e di fatto assolutamente fuorviante. Eppure questo è analogo a ciò che fa Erdman quando prova a giustificare che il boom immobiliare fosse  alimentato da un'offerta scarsa.



Conclusione

Le tesi Austriache riguardo il boom/bust immobiliare sono in sintonia col buon senso: sono state costruite troppe case negli anni 2000 e molte di esse erano molto più grandi di quanto dovessero essere. Gli Austriaci si distaccano dal coro della maggior parte degli analisti perché incolpano la politica monetaria della FED per questo esito.

A differenza delle tesi dei monetaristi, quelle degli Austriaci sono in linea coi fatti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/