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lunedì 2 febbraio 2026

Venezuela, argento e Groenlandia: come la divisione di potere tra Stati Uniti e Cina sta rimodellando il mondo

L'Europa chiacchiera di usare il suo “bazooka” commerciale, ma non lo farà. Non ha potere di leva: per quanto possa intaccare i bilanci delle società americane coinvolte, la percentuale è talmente bassa da non destare serie preoccupazioni. Provate a immaginare, invece, una Europa senza Google Maps o i server cloud di Amazon. La ritorsione americana sarebbe decisamente tremenda. Bisogna considerare tutto ciò quando si reagisce a titoli dei giornali come quello della Danimarca che invia truppe aggiuntive in Groenlandia. Se, cosa estremamente improbabile, gli Stati Uniti dovessero conquistare con la forza l'isola più grande del mondo, sarebbe finita nello stesso lasso di tempo impiegato per catturare Maduro in Venezuela. L'idea di una guerra cinetica UE-USA è ovviamente ridicola. Eppure lo sono anche tutte le altre “opzioni” geostrategiche dell'Europa. Raggiungerà un accordo di difesa con il Canada che non può difendersi da solo? Oppure si orienterà verso la Cina, il che implicherebbe ulteriore deindustrializzazione e abbandono dell'Ucraina/riaccettazione della Russia? Il primo caso irriterebbe notevolmente gli Stati Uniti, il secondo trasformerebbe gli Stati Uniti in un avversario dell'UE tale da far impallidire la Groenlandia. L'UE – a denti stretti – sarà costretta a cedere una volta che si potrà raggiungere un accordo che salvi la faccia. Wolfgang Munchau sostiene la stessa cosa: “Ecco la mia audace previsione: Trump vincerà la sua battaglia per la Groenlandia. Gli europei non lo fermeranno, perché sono deboli e divisi. L'ironia è che l'UE ha scelto questa debolezza militare e geostrategica”. Alcuni parlano di un'Europa che intensificherebbe i suoi sforzi verso l'autonomia strategica. Stefan Auer sostiene che il potere dell'UE debba essere trasferito a Bruxelles o restituito agli Stati membri, poiché l'attuale struttura non può reagire con sufficiente rapidità o decisione nel contesto geopolitico in evoluzione. Anche se uno dei due obiettivi fosse raggiunto, i costi economici dei cambiamenti richiesti sono impressionanti: neomercantilismo e un'economia di (quasi) guerra che parte già da ampi deficit di bilancio e un elevato debito pubblico. Anche se questi ostacoli venissero superati, tali passi causerebbero enormi attriti con gli Stati Uniti, i quali vogliono che l'Europa sia una parte subordinata del loro blocco neomercantilista, non indipendente. In breve, la via logica del percorso di minor resistenza, e del minor danno, passa ancora per la concessione. Per l'Europa il 2026 potrebbe essere visto dagli storici come un punto di chiusura simile al 1956. Allora Regno Unito e Francia cercarono di dimostrare di essere ancora grandi potenze inviando i loro eserciti in Egitto dopo che il presidente Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez. Gli Stati Uniti si opposero all'azione e, usando la loro strategia economica, causarono una forte corsa sia alla sterlina che al franco francese. Entrambi i Paesi furono costretti a ritirarsi e ad accettare di essere solo attori di supporto agli Stati Uniti sulla scena mondiale. Nel 2026 gli Stati Uniti si uniranno ad altre potenze nell'uso della realpolitik a vantaggio dei propri interessi nazionali, e questo fa assomigliare l'Europa all'Egitto di allora. Ciò manda in frantumi la visione che l'Europa ha di sé stessa come partner paritario, seppur subalterno, in un'impresa comune, non solo in Ucraina, ma a livello mondiale. Infatti alcuni ora usano i termini “vassallo” o “stati clienti”, mentre Bruxelles si aggrappa all'ordine mondiale “basato sulle regole” (dimenticandosi chi le ha fatte) come un naufrago si aggrappa a una tavola di legno in un mare in tempesta.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/venezuela-argento-e-groenlandia-come)

L'intervento americano in Venezuela ha lasciato sbigottito il mondo intero, incapace di trovare una risposta. L'acceso dibattito sul futuro della Groenlandia oscura il filo conduttore di un nuovo ordine mondiale emergente, il quale viene deciso tra Stati Uniti e Cina. L'Europa, per ora, è relegata al ruolo di spettatrice progressivamente ansiosa.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le speculazioni sui retroscena e le conseguenze dell'intervento statunitense in Venezuela. Commentatori politici e stampa generalista si concentrano principalmente sul ruolo e sul futuro del petrolio venezuelano. E hanno ragione: se gli Stati Uniti riuscissero a rilanciare le capacità produttive per lo più inutilizzate attraverso la propria industria di produzione nazionale – in particolare attraverso aziende come Chevron, ConocoPhillips ed Exxon – emergerebbe una leva geopolitica significativa.

Questa leva rimodellerebbe principalmente la matrice negoziale e le dinamiche tra Washington e Pechino. La Cina necessita di questo petrolio per la sua espansione marittima; gli Stati Uniti, a loro volta, per la capacità di raffinazione negli stati del sud, in particolare in Texas. Il controllo delle esportazioni verso la Cina potrebbe rafforzare la posizione negoziale americana sulle terre rare, un punto di pressione che la Cina ha ripetutamente esercitato, anche contro le aziende europee. Gli Stati Uniti potrebbero anche fare pressione su Pechino e frenare la macchina delle esportazioni cinesi. Questi sono temi sostanziali sulla strada verso la reindustrializzazione statunitense.

Allo stesso tempo le discussioni suggeriscono che l'obiettivo principale del governo statunitense sia quello di contrastare l'influenza cinese nei mercati chiave delle risorse sudamericane, facendo eco alla Dottrina Monroe. La risposta della Cina alla detenzione di Nicolás Maduro è stata sorprendentemente moderata. Oltre alle attese proteste diplomatiche, la visita del Primo Ministro canadese Mark Carney a Pechino ha attirato l'attenzione. Il Canada, in quanto gigante delle risorse, gioca sempre più il ruolo di contrappeso all'amministrazione di Donald Trump.


Alberta, Groenlandia e i sottili cambiamenti

Carney ha parlato con la leadership cinese su un nuovo ordine mondiale, un ordine globale multipolare non più incentrato sugli Stati Uniti. Per la Cina il punto era chiaro: il Canada viene di fatto escluso dal settore della raffinazione statunitense a causa della prevista riapertura dei giacimenti petroliferi venezuelani. Il petrolio canadese è di grande interesse per la Cina, che ora deve trovare mercati alternativi per contrastare la crescente pressione statunitense.

Una nota a piè di pagina merita attenzione: accanto alla frenesia mediatica sulla Groenlandia – un dibattito in Europa elevato a questione di sopravvivenza della NATO a causa delle risorse e delle vie d'acqua strategiche – un altro dibattito sta emergendo negli Stati Uniti e in Canada: il futuro dell'Alberta. Il Presidente Trump vi ha fatto ripetutamente riferimento, aprendo la porta a speculazioni su una sua secessione. Un referendum – ancora ipotetico – potrebbe comportare la perdita dell'accesso del Canada a una parte significativa delle sue risorse se gli abitanti dell'Alberta votassero per l'indipendenza? Questo dibattito merita un attento monitoraggio, poiché potrebbe offrire approfondimenti sui futuri mercati delle risorse e sul controllo geopolitico.


Metallo strategico: l'argento

La detenzione di Maduro apre agli Stati Uniti una potenziale prospettiva sulle relazioni commerciali tra il Sud America e la Cina, in particolare per quanto riguarda le risorse. Restano tuttavia interrogativi chiave: quali quantità sono state trasferite al di fuori delle bilance commerciali ufficiali, quali risorse in particolare e in che misura sono state eluse le sanzioni statunitensi? Questi fattori probabilmente giocheranno un ruolo decisivo nei prossimi anni, con il disaccoppiamento dell'economia globale.

Se si scoprisse che il Venezuela ha esportato in Cina risorse strategicamente importanti come l'argento, gli Stati Uniti potrebbero ora alterare radicalmente le dinamiche dell'ordine mondiale delle risorse. La domanda fondamentale è: l'intervento americano riguardava davvero solo il petrolio venezuelano?

L'estate scorsa gli Stati Uniti hanno ufficialmente dichiarato l'argento un metallo strategico. Da allora i prezzi sono aumentati vertiginosamente, confermando i sospetti che sia la Cina che gli Stati Uniti ne stiano accumulando ingenti quantità. L'argento è indispensabile per la costruzione di infrastrutture per data center di intelligenza artificiale e motori elettrici.

Esiste anche una dimensione monetaria: la crescente concentrazione di metalli strategici da parte di Stati Uniti e Cina aumenta la pressione sul sistema monetario europeo. Il mondo si sta orientando sempre più verso sistemi monetari basati sui metalli, con le banche centrali che ne accumulano per la stabilità dei loro bilanci. I metalli stanno acquisendo importanza a livello globale come base stabilizzante per l'economia e la finanza.

La Cina applica ora un regime di esportazione dell'argento relativamente rigido. Si prevede che la domanda industriale aumenterà notevolmente nei prossimi anni, rendendo cruciali gli interrogativi sugli effettivi flussi di risorse del Venezuela, i quali vanno ben oltre il petrolio.

Il controllo delle rotte marittime chiave, il sistematico spostamento della presenza cinese nel Canale di Panama e nei porti della costa occidentale degli Stati Uniti e la garanzia dell'accesso alle risorse strategiche, tra cui la Groenlandia, indipendentemente dalla posizione dell'Europa, sono elementi di una strategia più ampia. Gli Stati Uniti stanno forzando una biforcazione: una divisione geopolitica in due sfere di influenza, statunitense e cinese.

Questa frattura è in atto da decenni ormai, accelerata dall'ascesa della Cina. È difficile fermarla senza rischiare un grave conflitto militare. Il coordinamento tra Stati Uniti e Cina in questo disaccoppiamento economico è fondamentale per ridurre al minimo i conflitti.


Biforcazione dell'ordine mondiale

Gli Stati Uniti sono determinati a consolidare il proprio ruolo nell'emisfero occidentale e, probabilmente in coordinamento con Pechino e Mosca, a ritirarsi gradualmente nella propria zona di potere autodefinita. Questa non è debolezza, ma calcolo strategico in un ordine mondiale frammentato.

Per quanto riguarda la cosiddetta crisi della Groenlandia: l'UE non svolge alcun ruolo reale nella corsa alle risorse globali. Gli stati europei importano circa il 60% della loro energia. Il fallito tentativo di assicurarsi le risorse dalla Russia attraverso un cambio di governo e una sconfitta in Ucraina evidenziano l'impotenza geopolitica dell'UE.

L'invio di una piccola forza europea in Groenlandia per limitare l'influenza statunitense sottolinea le tensioni tra Europa e Stati Uniti. Trump ha risposto aumentando i dazi del 10%, minacciando il 25% se la posizione dell'Europa non fosse cambiata, rivelando la netta asimmetria di potere. Bruxelles è solo una tigre di carta.

Dato questo squilibrio, l'incapacità dell'Europa di creare un'alleanza politica per adottare un approccio cooperativo come quello statunitense è sconcertante. Bruxelles e Londra optano per lo scontro, una strada che probabilmente porterà a ulteriori perdite economiche. La forza dell'Europa risiede nell'allinearsi ai regimi di mercato statunitensi, abbandonando il protezionismo climatico e attivando il suo solido mercato interno. A livello geopolitico la battaglia è persa, recuperabile solo attraverso una politica economica sensata.

I tentativi, tramite il Mercosur, di garantire un margine di manovra commerciale in Sud America sono stati deludenti. Tale accordo applica in larga misura le normative di Bruxelles sul clima, le quali hanno già messo a dura prova le imprese europee, lasciando un libero scambio più lontano che mai.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 30 gennaio 2026

Da qui in avanti il gioco diventa più pericoloso



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/da-qui-in-avanti-il-gioco-diventa)

Anche a costo di iper semplificare, quello a essere smantellato è il sistema basato sulle regole inglesi che ha caratterizzato il mondo sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tutti quei “ponti” residui della Guerra fredda tra russi e inglesi devono essere smantellati pezzo dopo pezzo dopo pezzo. Il Venezuela era uno di questi, così come Cuba, insieme a tutte le pacificazioni effettuate in Medio Oriente, in Asia e in Africa da parte dell'amministrazione Trump. L'arduo compito di sbrogliare il nodo gordiano creato dagli inglesi in giro per il mondo, ovvero situazioni di perenne conflitto in modo da essere sfruttate a proprio vantaggio, affinché sullo scacchiere geopolitico del mondo essi giocassero per vincere e gli americani giocassero per perdere. Nessuno vuol far passare i russi per i “buoni”, ma questa chiave di lettura ci permette di comprendere che le loro erano contromosse nei confronti del'emisfero occidentale, contro ciò che rimaneva dell'Impero inglese il quale agiva per tramite dell'Impero americano.

Qui il pensiero lineare va a morire. La stampa generalista, al soldo degli inglesi per la maggiore, è occupata a intorbidire le acque della comprensione facendo credere ai propri lettori che le cause che hanno portato al repulisti in Venezuela siano esclusivamente riconducibili al tema energetico. In parte, anche. Invece è una costellazione di ragioni che collegavano il Venezuela a una rete sotterranea di terrorismo internazionale, finanziamenti ombra tramite le banche canadesi, contrabbando di metalli preziosi, servizi di intelligence deviati, avamposto di destabilizzazione sociale all'estero, traffico di droga, traffico di esseri umani, ecc. Non ultima come piattaforma di sabotaggio indirizzata al superpotere americano: la difesa dei fossati oceanici, rivoltata contro gli USA generando un embargo de facto a livello commerciale. La bonifica del Golfo d'America è indirizzata a impedire un simile esito, il quale viene alimentato dai disordini sociali in precisi stati americani a guida Dem i quali hanno sbocchi marittimi e fluviali importanti. Ecco perché Trump “ha sguinzagliato” l'ICE in quei precisi stati.

Il guaio, se così lo vogliamo chiamare, è che il nemico adesso è in massima allerta dato che i canali mediante i quali controllava il mondo vengono chiusi o prosciugati a livello di finanziamenti facili. Parlo di nemico perché la distopia immaginata dai globalisti è di gran lunga peggiore rispetto al mondo immaginato dagli “isolazionisti” americani. Se questi ultimi riusciranno a portare a termine il loro obiettivo principale, ovvero fare gli interessi dell'America e chiudere i rubinetti del furto inglese ai danni della loro nazione, il resto del mondo ci guadagnerà in salute economica, sociale e geopolitica. E se una mossa è stata fatta, un'altra è già in cantiere. Per capire meglio questo gioco non dovete immaginare una partita di scacchi, ma una partita di GO.

La partita di GO tra Washington e Londra è un gioco di controllo delle aree, vengono conquistate aree del tabellone e rese quanto più stabili possibile. Osservando l'andamento del gioco, più le formazioni diventano stabili e, paradossalmente, più acquisiscono una instabilità latente, soprattutto quando si “attaccano” altre aree del tabellone di gioco. Di conseguenza gli USA hanno piazzato la loro pedina nera in Venezuela e tale mossa avrà ripercussioni su altre strutture in giro per il mondo che in precedenza erano sotto il controllo inglese e che, per reazione a catena, vengono destabilizzate. Londra, per la precisione la City di Londra, ha agganci sotterranei ovunque nel mondo e affinché Cina, Russia e Stati Uniti possano esprimere al massimo il loro “individualismo” internazionale, giocando singole partite di GO tra di essi, suddetti agganci e privilegi devono essere ridimensionati (se non smantellati in alcuni casi).

Il grande perdente qui è Londra. Infatti se prima essa controllava il flusso di finanziamenti che scorrevano da Caracas a Damasco, a Teheran, a Beirut, ecc. ora non più. Lo stesso vale per l'impostazione arbitraria dei prezzi dei metalli preziosi: il contrabbando di metalli preziosi fisici nelle petroliere venezuelane serviva a tenere credibile la LBMA. Man mano che i prezzi di tali metalli salgono, così se ne va la sua credibilità. Londra ha commesso fondamentalmente due errori.

Il primo è stato quello di mandare in onda un membro della Camera dei Lord il quale diceva di aver parlato con i suoi “amici” in Amerca, soprattutto nella comunità dell'intelligence, e che gli era stato assicurato che il National Security Strategy non avrebbe avuto seguito. In sintesi, presupponeva una forza dei legami inglesi con lo Stato profondo americano (ormai sulle barricate) tale da sovvertirlo. Non è andata così.

Il secondo errore è stato credere che Trump non avrebbe mai avviato un'operazione come quella di estrazione di Maduro, data la mole gigantesca di variabili che sarebbe potuta andare contro di lui (senza contare la presenza dell'MI6 sul campo). Le probabilità di vincere alla lotteria praticamente. Eppure, eppure... quello stesso giorno i sistemi di difesa russo e cinese hanno fatto cilecca nello stesso momento. Kill switch? Accordi sottobanco? Molto probabilmente la cosa ha a che fare con le “nuove armi a disposizione degli USA” di cui Trump ha accennato nel suo recente discorso a Davos, ma di cui non ha dato i dettagli. Se si combina il nuovo modo di fare guerra, entrato ormai nella quinta generazione, con la politica reale e una visione del mondo realistica, si ottiene la possibilità concreta di ridimensionare quell'appetito (inglese) vorace che ha cercato di schiavizzare il mondo tramite i suoi innumerevoli tentacoli. Non ci sarà mai alcuna City di Londra benevola e la cattura di Maduro ha rappresentato un passo in avanti verso un mondo migliore.

So benissimo che nessun governo è un governo benevolo, nemmeno quello Trump. Ciononostante è l'occasione concreta di cui approfittare per vivere una vita un gradino migliore rispetto all'alternativa immaginata dalla cricca di Davos. Se Trump userà il potere degli Stati Uniti per ricostruire non solo questi ultimi (come potenza regionale, non egemonica, e nemmeno colonizzatrice desiderosa invece di stringere accordi e instaurare partnership alla pari), sarà un bene per tutti: dal Canada all'Australia, dall'Africa al Medio Oriente fino al cuore dell'Asia. Lentamente, ma inesorabilmente, quell'infrastruttura estrattiva basata sul modello inglese potrà essere ridimensionata e minimizzata in tutto il mondo. Purtroppo non scomparirà del tutto, perché nel mondo ci sono persone malvagie e hanno ancora soldi a loro disposizione. E queste sono le stesse persone che hanno provato a scatenare una guerra mondiale spingendo la Russia ad attaccare per poi trasformare un conflitto regionale in uno internazionale. Le parole di Peskov, nel momento in cui la Russia è stata obtorto collo costretta a finire tra le braccia della Cina, erano significative a tal proposito. E qual è il modo migliore per disinnescare questa bomba a orologeria? Permettere alla Russia di diventare una vera economia. Come? Togliendo l'intermediazione dei contratti sul Brent crude a Londra.

Mettiamo che il prezzo del petrolio crolli nel range dei $50 al barile. I costi di estrazione della Russia sono all'incirca di $9 al barile. Ecco il punto: il governo russo prende la sua parte dall'estrazione di petrolio in base al prezzo. Se quest'ultimo dovesse scivolare sotto i $40 al barile, le compagnie petrolifere non pagano tasse al governo. È il classico schema delle tasse progressive: più è alto il prezzo del petrolio, più suddette compagnie devono versare nelle casse dello stato. Dal punto di vista di Putin, se vuole uscire dall'economia di guerra in cui si trova adesso il Paese, deve per forza di cose smettere di usare le entrate della vendita di petrolio per tenere su l'intera economia. Questo significa altresì stringere accordi commerciali con gli Stati Uniti, perché in caso contrario la Russia rimarrà un satellite della Cina. E io sono pronto a scommettere che durante il vertice in Alaska Trump e Putin hanno discusso di come rendere l'Europa una satellite della Russia.

I $40 al barile saranno inizialmente difficili da gestire per la Russia, soprattutto per quanto riguarda il suo avanzo commerciale, ma la costringerà a diventare finalmente un vero Paese e uscire dall'economia di guerra in cui è stata costretta a finire. E qui si inserisce l'operazione Maduro, per quanto riguarda l'aspetto petrolifero: ora gli Stati Uniti sono in controllo del rubinetto dell'oro nero che in precedenza scorreva a prezzi scontati in Cina. Per quest'ultima l'unica altra fonte rimasta a prezzi scontati è la Russia. Et voilà! Si capovolgono le parti e la chiusura della guerra in Ucraina è un passo più vicina. Inoltre una volta che l'Arizona riuscirà a svilupparsi a livello di indsutrie dei semiconduttori e dei chip, e gli Stati Uniti saranno in grado di fare a meno di TSMC, cadrà anche l'annosa questione di Taiwan e sarà ceduta volentieri alla Cina in segno di buoni propositi commerciali futuri in chiave ARC.

Se uniamo tutti i puntini quindi, come ho fatto nell'ultimo pezzo a mia firma, il quadro che esce fuori è uno in cui gli USA stanno bonificando il loro lato del tabellone di gioco da tutte quelle influenze estere che li usavano come bancomat e poliziotti del mondo (Pax Americana). Questo, per estensione, fa saltare tutti quegli interessi che erano stati costruiti in precedenza nel sottobosco degli Stati profondi. E più saltano in aria questi agganci, più la risposta sarà virulenta e violenta. Da qui l'intensificarsi della guerra civile in stati come il Minnesota. Con il restringimento dei canali politici e finanziari da cui attingere, la destabilizzazione degli Stati Uniti diventa sempre più prioritaria affinché la cricca di Davos/City di Londra possano ancora avere voce in capitolo nel nuovo assetto mondiale che si sta configurando. Come discusso in precedenza, l'attivazione del cosidetto Piano Podesta va in questa direzione: fomentare caos in stati chiave Dem e isolare gli USA chiudendo gli accessi a porti e sbocchi marittimi/fluviali. Inutile aggiungere che più ci addentreremo nel 2026, più le cose diventeranno instabili.

C'è molto in gioco adesso e non è detto che il piano dell'amministrazione Trump proceda senza intoppi. Gli sarà lanciato contro di tutto; tutti gli asset e le cellule dormienti verranno attivate. La posta in gioco è molto alta. Si tratta di chi detterà le regole nel prossimo assetto mondiale e la cricca di Davos non vuole rinunciare a tutti i privilegi acquisiti finora. Peccato per essa che molti di questi passavano attraverso la spoliazione degli Stati Uniti.

Qual era il ruolo di Fannie Mae e Freddy Mac prima che Obama ne derubasse gli introiti e le usasse come trampolino di lancio per impedire alla classe media americana di accedere al credito al consumo? Stabilizzatori della parte lunga della curva dei rendimenti americana. Precluso questo ruolo, i player esteri le hanno sostituite controllando de facto i tassi a lungo termine negli Stati Uniti e per estensione i tassi dei mutui. Questo a sua volta ha estratto capitale e ricchezza reale dei proprietari di case. La IPO di Fannie/Freddy porrebbe fine a questa estrazione, ma a causa dello stato in cui versano attualmente devono essere ricapitalizzate. Ciò significa un loro uplisting sul NYSE e “informare” i mercati dei capitali a reddito fisso che faranno da cuscinetto a qualsiasi attacco proveniente da Europa e City di Londra (come hanno già minacciato di fare vendendo titoli di stato americani e riserve in valuta estera). Un altro passo verso suddetta ricapitalizzazione: permettere di apporre come garanzia ai mutui hard asset come oro, Bitcoin e altri metalli preziosi, cosa che semplifica la vita ai mutuatari. In questo modo la varietà di equity da posizionare come garanzia aumenta e il pericolo di perdere la casa viene minimizzato. Insieme a ciò la riforma dei mutui trentennali a tasso fisso agevola ulteriormente la vita delle giovani famiglie. Questi cambiamenti epocali nel settore immobiliare sono propedeutici a un mutamento più ampio che permetterebbe agli Stati Uniti di ottenere un controllo saldo sul back-end della curva dei rendimenti americani in un momento in cui la cricca di Davos/City di Londra li hanno minacciati apertamente con un attacco al mercato obbligazionario.

Affinché Trump potesse staccare i migliori accordi commerciali, i tassi d'interesse dovevano rimanere alti e bisognava perseguire una linea di politica incentrata su un dollaro debole. Il prosciugamento del mercato dell'eurodollaro ha fatto rimanere a secco i player esteri, indebitati in dollari, e al contempo la debolezza della divisa americana ha fornito a Trump un grosso potere di leva commerciale. Qual è il problema? Chi legge analisi come le mie, conosce le criticità che rappresentano le banche centrali. Una stima a spanne sarebbe l'1% di chi si interessa di temi economici. Ecco il punto: immaginate Trump alla ricerca dell'optimum paretano (80/20) nei confronti della consapevolezza riguardo la FED in un contesto in cui la popolazione americana è spostata su uno spettro 99/1. In soldoni, al 99% della popolazione non interessa della FED o non vuole vederla riformata; senza contare la stampa finanziaria che vorrebbe la FED a capo del Paese in un ambiente post-Trump. Non si sognerebbe mai di dichiarare la banca centrale americana illegittima.

Se la scorsa estate, quando Trump ha per la prima volta portato all'attenzione del pubblico la questione Powell, egli si fosse dimesso e lasciato l'incarico alla sua vice (Lael Brainard, messa lì da Obama), allora sarebbe stato un agente dei globalisti come la Yellen e Bernanke prima di lui. Che fa Powell invece? Sta al gioco e poi va a Jackson Hole mettendo fine all'inflation targeting al 2% e dichiarando di attenzionare il mercato del lavoro per la linea di politica della FED (esattamente quello che Trump voleva). Il taglio dei tassi è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve FA' politica, diversamente da quanto dichiarato ufficialmente. Il focus sulla corruzione interna, sulla scia dello scandalo Minnesota e quindi sui costi extra non necessari per il nuovo edificio della FED, è lo strumento perfetto affinché Trump sposti la sopraccitata percentuale di persone che è consapevole della FED e stia dalla sua parte affinché venga riformata. La corruzione: la gente lo capisce questo.

Inoltre chi è stato cacciato: Powell o Lisa Cook? Questa è retorica inglese: sta usando le armi degli avversari a suo vantaggio. Puntando il dito contro il responsabile di facciata riesce a invischiare tutta l'istituzione contro cui si vuole scagliare. Powell è l'Emmanuel Goldstein del momento verso cui indirizzare la rabbia affinché Trump possa avere potere di leva politica necessaria per portare avanti la sua agenda di riforma. Questo significa ridimensionare i poteri della FED e liberarsi di tutta quella burocrazia bancaria ammassata sin dopo il 1935. In quest'ottica il destino della FED è quello di finire sotto la gestione del Dipartimento del Tesoro americano (per la precisione l'attuale intermediazione dei titoli di stato). Questa linea d'azione è la più efficace quando si tratta di portare a compimento nella pratica lo slogan “End the FED” senza che player ostili esteri sovvertano il Paese (leggi BCE o BOE).

Un tale spostamento macropolitico sarà fondamentale per muovere l'agenda dell'amministrazione Trump nella seconda parte del suo mandato. Continuerà a puntare il dito contro la radice della maggior parte dei problemi economici del Paese. E Powell, il cui mandato terminerà tra 4 mesi insieme a quello della Brainard, è la persona adatta per tirarsi addosso tutte queste attenzioni. Il ricambio incalzante presso il FOMC sarà tanto salutare quanto quello nella Corte Suprema durante il primo mandato di Trump.

Powell ha svolto un compito egregio durante gli anni di Biden, usando saggiamente la FED contro i globalisti. Il prossimo governatore avrà tutt'altro compito: abbassare i tassi internamente e tenere alti i costi del dollaro all'estero. Quest'ultimo punto significa negare ad attori ostili l'accesso alle linee di swap in dollari con la FED. Insieme a questa risorsa che verrà preclusa agli istituti bancari esteri, ce n'é anche un'altra: il mercato dei pronti contro termine. Non solo, ma essere accreditati ad accedervi significherà pagare comunque un tasso impostato a 50-75 punti base più in alto rispetto al tasso di riferimento della FED. Tolti questi due accessi ai dollari, l'unica cosa che rimane è la vendita di titoli di stato americani. Per quanto l'UE minacci di sbarazzarsene, insieme alle riserve in valuta estera delle proprie banche, il colpo derivante da una loro vendita in massa sarebbe temporaneo e, nonostante tutto, circoscritto (come vediamo dagli ultimi dati sui titoli di stato americani, ad esempio).

Poi c'è laquestione Groenlandia. Al di là dello scopo strategico-militare (rispetto all'UE) e commerciale (rispetto alla Russia), la Groenlandia chiuderebbe a tenaglia uno stato “canaglia” che sin dalla Guerra d'indipendenza americana ha rappresentato asilo per l'impero inglese: il Canada. Oltre al vantaggio militare-commerciale che la Groenlandia rappresenterebbe per gli USA, vi siete chiesti il perché di tale feroce acrimonia dell'UE su questo tema? Perché verrebbe tagliata fuori dall'ultimo posto rimasto da cui prende risorse: il Canada. Il Canada è sostanzialmente una “corporazione” inglese, un'appendice della corona inglese. Il Canada è stata una creazione inglese dopo la Guerra d'indipendenza americana affinché fosse come il Pakistan per l'India. Una nazione ostile agli Stati Uniti e in grado di portare avanti (e finanziare) opere di destabilizzazione finanziaria nei loro confronti grazie alle innumerevoli risorse naturali che possiede. A nome di chi? Ovviamente della City di Londra, la quale, ancora oggi, ricopre un ruolo critico per i mercati finanziari e l'idraulica degli stessi. Essa genera un terzo del PIL inglese. L'Inghilterra da sola è un Paese del terzo mondo, ora anche dal punto di vista socioculturale. La City stipula contratti assicurativi e contratti sui futures, fa girare i soldi a livello internazionale nel mercato del Forex (la sterlina inglese salda circa il 12% degli scambi nei mercati monetari), ecc.

Qualunque cosa possa intaccare questo stato di cose DEVE essere distrutto. Non importa quindi che si tratti di nazioni o singoli individui o gruppi di essi: viene mobilitato, o ricattato, qualsiasi asset organico o inorganico affinché questo stato di cose non cambi. Ecco perché, ad esempio, il CLARITY Act ottiene una opposizione così violenta. Se il GENIUS e il CLARITY Act andassero a rinforzare il controllo della City di Londra sui mercati, sarebbero già passati. Avrebbero creato una normativa negli Stati Uniti atta a sostenere il suo controllo ombra sui mercati finanziari mondiali; vivremmo già in un mondo in cui la BRI controlla tutto a livello di facciata e una CBDC concreta per le mani. Invece la stampa generalista e i canali dell'informazione alternativa ci dicono che il GENIUS e il CLARITY Act sono l'anticamera delle CBDC, ignorando consapevolmente come in questo modo le stablecoin ancorate al dollaro saranno solamente un layer secondario in cima a hard asset come oro e Bitcoin.

Le due leggi sopraccitate sono una minaccia per la City di Londra, invece, perché oltre a esserci suoi sodali nel Congresso americano, il suo potere di “persuasione” non conosce limiti. Questo non significa automaticamente che Brian Armstrong, ad esempio, sia a bordo della City, ma che potrebbe essere benissimo stato raggiunto da un “suggerimento d'azione” affinché creasse una scusa e il Senato potesse bloccare l'attuale iter del CLARITY Act.

E, sempre a proposito di Canada, la sua unità è messa in discussione dalla recente petizione in Alberta che chiede un referendum per la secessione. A essa si uniranno la Columbia Britannica e il Saskatchewan. Che questa sia una contromossa da parte dei NY Boys in risposta al fermento negli stati americani a guida Dem è dir poco una certezza.


CONCLUSIONE

Il prossimo appuntamento critico sono le elezioni di medio termine statunitensi. Le azioni dell'amministrazione Trump, ora, nei confronti dei manifestanti sono prioritarie visto che l'inverno non aiuta le proteste di piazza. Così come gli interventi per isolare tutte quelle influenze che potrebbero destabilizzare le prossime elezioni, come accaduto nel 2020. E il Venezuela era invischiato nello scandalo Dominion. Perché se non si affrontano ora, entro marzo dell'anno prossimo ci ritroveremo un Trump incapacitato a livello politico e sottoposto a impeachment.

È pacifico che l'UE voglia una guerra cinetica con gli Stati Uniti combattuta, però, per interposta persona. Ma vuole vincerla? No. Vuole un copione già visto durante la Prima e Seconda guerra mondiale: gente ammazzata e uno “zio ricco” che la sovvenziona per i successivi 80 anni. Questo è stato fatto alla Germania durante i due conflitti mondiali ed è quello che viene fatto oggi all'Ucraina. Quando si realizza che tutte le vecchie famiglie europee sono matrilineari, allora si capisce che si vuole combattere una “guerra guidata dagli estrogeni”. All'UE, alle fazioni alla base della stessa, non interessa vincere la guerra, vuole che quest'ultima causi abbastanza danni da ottenere un buon accordo quando le parti in conflitto si accordano.

La discendenza delle élite europee è matrilineare, una linearità addirittura vecchia di 900 anni in alcuni casi, e l'Europa è impostata su una base “femminile”. Per far capire meglio il punto, immaginate una donna per strada che dice fermamente no a un uomo presumibilmente insistente. La situazione attirerà l'attenzione dei passanti e ci sarà qualche coraggioso che affronterà l'uomo insistente per difendere la donna. Per secoli questo modello è stato riproposto: non si vuole la vittoria nella guerra, ma arrivare a un punto in cui l'altra parte, esausta, firmerà qualsiasi accordo pur di porre fine alle ostilità. Il problema con l'UE, però, è che non sarà mai abbastanza soddisfatta dei termini degli accordi e vorrà sempre di più... perché ormai è diventata incapace di fare qualsiasi cosa e può sopravvivere solo di sussidi.

Tutti quelli descritti in questo saggio sono i sintomi della fine dell'attuale ordine mondiale, che non significa solo la fine degli strumenti dell'OMC, bensì la fine di Westfalia, il trattato europeo del 1648 che stabiliva i principi della sovranità statale e avrebbe plasmato le relazioni internazionali fino ai tempi recenti. Ciò avrà enormi implicazioni per i mercati e non è positivo per i Paesi senza potere come l'UE, perché non esisterà più un sistema internazionale che li renderà credibili con delle regole ad hoc per loro. 


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venerdì 23 gennaio 2026

La crisi dei droni in Venezuela

Il pezzo di oggi l'ho tradotto nonostante abbia la volontà di spiegare completamente l'operazione dell'amministrazione Trump in Venezuela, però non la spiega affatto. È pacifico che Russia e Cina avessero un piede nel Paese per i propri traffici sotterranei e per esercitare pressione sugli USA in caso di necessità. Ma questa visione delle cose è riduttiva, perché tralascia una componente fondamentale e critica nel contesto geopolitico attuale: la City di Londra. È a dir poco curioso che nelle analisi geopolitiche, economiche e politiche questo player viene sempre estromesso. Infatti se sostituite la parola “Russia” con “Londra” in questo pezzo, secondo me diventa molto più chiaro. Infatti potremmo addirittura pensare, in base alle parti del mosaico che possiamo raccogliere in giro, che Cina e Russia possano essere state compensate affinché dessero il loro benestare agli Stati Uniti per l'esfiltrazione di Maduro. Non perché abbiano buon cuore, ma in prospettiva del modello ARC che continua a evolversi. Senza contare le connessioni con la CIA che da tempo immemore hanno sfruttato i proventi dei traffici illeciti in Venezuela per colmare il suo bilancio non sottoposto a revisione del Congresso. Senza contare il Piano Podesta di cui ho parlato nel pezzo della scorsa settimana in virtù di un blocco marittimo dei porti americani e quindi un loro isolamento militare e commerciale: il superpotere difensivo degli USA, gli oceani, verrebbe usato contro di essi. Tutti questi elementi non possono essere tralasciati quando si vuole inquadrare correttamente l'operazione Maduro.

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di Michael McNair

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-dei-droni-in-venezuela)

L'amministrazione Trump presenta l'intensificarsi delle operazioni in Venezuela come una campagna antidroga estesa. Questo, però, non spiega del tutto la faccenda.

Non voliamo con gli F-35 a Porto Rico per i trafficanti di cocaina, non inviamo un gruppo d'attacco con portaerei nei Caraibi per un'interdizione di routine, non spostiamo un gruppo anfibio con un'unità dei Marines per i trafficanti di droga. Le operazioni antidroga tradizionali si basano su motovedette della Guardia Costiera e aerei da pattugliamento che individuano, tracciano e indirizzano le forze dell'ordine su piccole imbarcazioni.

Il pacchetto di forze indica cosa preoccupa i pianificatori. Un ARG/MEU è ciò che si schiera quando si vogliono Marines disponibili per rapide operazioni a terra; i caccia di quinta generazione sono ciò che si schiera quando si prevede uno spazio aereo conteso, o si hanno bisogno di opzioni di attacco di precisione contro obiettivi saldamente difesi. Un blocco dichiarato è un atto di coercizione contro uno stato, non uno strumento per catturare i trafficanti. Niente di tutto questo ha senso come campagna antidroga, tutto ha senso come preparazione per un'emergenza più ampia.

Se la lotta alla droga è una copertura, la domanda successiva è perché l'amministrazione Trump ne abbia bisogno. La risposta più probabile è che la vera preoccupazione è più difficile da discutere pubblicamente. Una grave vulnerabilità vicina a casa, che richiede questo tipo di atteggiamento per essere affrontata, non è qualcosa che si pubblicizza. Dirlo apertamente fa sembrare permeabile la difesa nazionale, invita una reazione pubblica che potrebbe restringere le opzioni e forzare l'escalation secondo un calendario politico piuttosto che strategico. Inoltre direbbe agli avversari esattamente cosa vi preoccupa e quanta influenza hanno.

La storia della droga evita tutto questo. Sostiene un importante atteggiamento militare nell'emisfero occidentale senza spiegare il vero motivo; fa guadagnare tempo per pressioni coercitive, canali discreti e accordi prima che qualcuno si blocchi su un'unica linea d'azione; mantiene il dibattito pubblico concentrato su un problema che gli americani già comprendono piuttosto che su uno che richiederebbe una spiegazione più lunga e potrebbe provocare panico o addirittura una guerra.

Ma la copertura vi dice solo che c'è qualcosa da nascondere, l'atteggiamento vi dice di cosa si tratta. In una campagna antidroga la misura del successo sono i sequestri. Il pacchetto di forze in Venezuela non è ottimizzato per questo, è ottimizzato per la coercizione e, se necessario, per l'azione contro obiettivi a terra. L'obiettivo è estorcere concessioni al regime di Maduro o, in caso di fallimento, essere pronti a smantellare qualsiasi capacità che gli Stati Uniti ritengano intollerabile.

La posizione è coerente con una minaccia vicina sufficientemente seria da giustificare il ritiro di risorse di alto livello da altri teatri. Questa prospettiva si adatta alle mosse visibili molto meglio delle navi da carico con dentro la cocaina. Si adatta anche al cambiamento di politica. La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 (NSS) della Casa Bianca pone l'enfasi sull'emisfero occidentale e richiede una maggiore presenza della Guardia Costiera e della Marina per controllare le rotte marittime e le principali rotte di transito. La patria ne esce fuori esposta in un modo che non era mai stato prima d'ora.


La contromossa

Il fattore più plausibile è la Russia.

Mosca ha bisogno di una leva contro gli Stati Uniti che non passi attraverso un'escalation nucleare e non richieda la sconfitta delle forze americane in uno scontro diretto. L'Ucraina è il centro di gravità, ma la pressione può essere esercitata altrove. Questo è un vecchio schema. Quando Washington si avvicina ai confini russi, Mosca cerca il modo di creare problemi vicino a quelli americani.

I Caraibi offrono questa contromossa e costringono gli Stati Uniti a investire attenzione e risorse vicino a casa. Creano anche una leva contrattuale in qualsiasi negoziazione sull'Ucraina. Mosca ottiene un modo per segnalare, implicitamente, che l'escalation in Europa incontrerà pressioni nelle Americhe.

La leva funziona solo se è credibile. Una minaccia alle rotte di navigazione e ai cavi sottomarini statunitensi vicino alla costa del Golfo sarebbe considerata tale. Una capacità che potrebbe interrompere il traffico commerciale, o persino creare sufficiente incertezza da far impennare i tassi assicurativi e deviare le navi, darebbe a Mosca qualcosa che attualmente le manca: un modo per imporre costi reali agli Stati Uniti senza uno scontro militare diretto. La domanda è se tale capacità esista e se il Venezuela possa ospitarla. La risposta a entrambe le domande è sì.

Il Venezuela si adatta a questo ruolo meglio di qualsiasi altro Paese della regione. Non è solo l'ennesimo governo anti-americano, è uno stato con porti, coste e istituzioni deboli in grado di assorbire consulenti, attrezzature e logistica clandestina stranieri senza una chiara attribuzione. Il regime di Maduro ha legami profondi con Mosca, risalenti alle reti della Guerra fredda in America Latina. È sopravvissuto per anni alla pressione delle sanzioni e ha costruito canali per spostare denaro e materiali al di fuori del sistema finanziario occidentale.

La posizione del Venezuela è ciò che lo rende utile. Si trova accanto ai punti di strozzatura che convogliano il traffico verso il mercato statunitense. Il Canale di Panama è evidente, ma la costa del Golfo è altrettanto vulnerabile, poiché tutto il traffico lì si muove solo attraverso due strette corsie. La vicinanza a questi canali, i cavi sottomarini e i sistemi di accesso tramite cavi sottomarini è ciò che trasforma una contromossa teorica in una contromossa operativa.

Le reti dei cartelli si occupano dell'aspetto pratico: spostano persone, denaro e merci attraverso i confini e i porti. Dispongono di violenza disciplinata, intelligence locale e accesso marittimo attraverso flotte che si integrano nel traffico di routine. Durante la Guerra fredda le operazioni segrete sovietiche in America Latina spesso passavano attraverso gruppi di insorti e reti criminali, a volte sovrapponendosi ai cartelli emersi negli anni '80. La versione moderna può passare attraverso i cartelli per le stesse ragioni: denaro, accesso e logistica negabile. Queste capacità possono destabilizzare e possono anche supportare azioni più deliberate.

Ciò non richiede sottomarini russi che stazionano al largo delle coste statunitensi, o una presenza militare visibile nell'emisfero. Il modello più plausibile è una capacità gestita localmente, abilitata da tecnologia, consulenti e finanziamenti stranieri che il Venezuela può gestire sotto la propria bandiera. Questo modello si adatta agli incentivi di Mosca: preserva la negabilità e spiega perché l'amministrazione Trump mantenga la notizia pubblica incentrata sulla droga, mentre elabora silenziosamente opzioni per qualcosa di più ampio.

Il Venezuela ha due scopi in questo contesto.

Il primo è la leva negoziale. Un problema caraibico offre a Mosca un modo per esercitare pressione senza un conflitto aperto. L'escalation in Ucraina può essere contrastata esercitando pressione più vicino alle coste statunitensi. Tale pressione non richiede una presenza navale russa visibile, può insinuarsi nell'ambiente permissivo del Venezuela e nelle reti criminali che già si muovono attraverso i confini e le rotte marittime. Questo aiuta anche a spiegare l'involucro antidroga. Se il Venezuela fa parte di un gioco di contrattazione con la Russia sull'Ucraina, che si tratti dei termini di un accordo di pace o del posizionamento di sistemi d'arma statunitensi come i missili Tomahawk, pubblicizzare tale fatto aumenta il prezzo della leva e riduce lo spazio per compromessi discreti.

Il secondo è un'opzione latente in tempo di guerra. Una capacità schierata in Venezuela non deve essere utilizzata in tempo di pace per avere importanza. Può rimanere latente e diventare decisiva se gli Stati Uniti entrano in una guerra aperta contro la Russia, o contro una coalizione che include Cina o Iran. Interruzioni in prossimità degli approcci statunitensi paralizzerebbero l'economia e costringerebbero l'esercito a dirottare risorse scarse per difendere il commercio e le infrastrutture costiere esattamente nel momento in cui tali risorse sarebbero necessarie altrove.

Ecco perché la questione deve essere affrontata ora. Una minaccia con base in Venezuela diventa più difficile da rimuovere nel momento in cui diventa più preziosa per un avversario. Aspettare che inizi un conflitto più ampio significa lottare per smantellare suddetta capacità nelle peggiori condizioni possibili, il che potrebbe richiedere un cambio di regime e una lunga campagna contro la resistenza (es. guerriglia) sostenuta dai cartelli, mentre si combatte contemporaneamente altrove. Un'amministrazione seria non può pianificare di risolvere questo problema dopo l'inizio degli scontri: deve essere risolto finché i costi sono ancora gestibili.


Anche Friedman la vede così

George Friedman, fondatore di Stratfor e Geopolitical Futures, è giunto a una conclusione simile.

Friedman ha inserito le azioni statunitensi in Venezuela nel contesto della Dottrina Monroe e della competizione della Guerra fredda nei Caraibi. Le attuali tensioni con la Russia, ha sostenuto, hanno spinto Mosca a rinnovare il suo interesse per l'emisfero occidentale come contrasto alle azioni statunitensi in Ucraina. Quando Washington esercita pressioni vicino ai confini russi, Mosca cerca una leva vicino a quelli americani.

Friedman ha anche sottolineato il legame con i cartelli, vedendo prendere forma una versione moderna delle operazioni per procura della Guerra fredda: la Russia che opera attraverso il regime di Maduro e l'infrastruttura dei cartelli per creare una leva contro Washington.

Ciò che Friedman identifica chiaramente è l'obiettivo: almeno la metà di tutte le importazioni ed esportazioni statunitensi transita attraverso i porti della costa del Golfo. Il Texas e la Louisiana rivestono un'importanza economica fondamentale e, se l'accesso fosse interrotto, i porti dell'Atlantico e del Pacifico farebbero fatica a compensare la carenza. Il Golfo è anche la porta d'accesso al sistema fluviale del Mississippi, la principale arteria interna del Paese per le merci e gli input industriali. Tutto il traffico del Golfo confluisce attraverso due sole uscite: lo Stretto della Florida e il Canale dello Yucatán. Lo Stretto si estende per soli 145 chilometri nel suo punto più stretto.

Il tema che Friedman non affronta è come un avversario potrebbe effettivamente minacciare quei corridoi senza far stazionare sottomarini, o stabilire una presenza militare visibile nell'emisfero. I veicoli sottomarini autonomi rispondono a questa domanda.


Veicoli sottomarini senza pilota e autonomi (UUV e AUV)

Ogni tanto emerge una nuova tecnologia che rompe l'equilibrio esistente. Le mitragliatrici hanno fatto crollare la logica della fanteria di massa; gli U-Boot hanno infranto l'assunto che le flotte di superficie controllassero i mari. I veicoli sottomarini autonomi appartengono a questa categoria.

L'intero sistema commerciale globalizzato si basa sul presupposto fondamentale che le merci possano circolare liberamente attraverso gli oceani del mondo. Per decenni il predominio navale degli Stati Uniti ha garantito le rotte di navigazione da cui dipendono catene di approvvigionamento sempre più tese. Abbiamo delocalizzato parti critiche della nostra base industriale e distribuito fattori di produzione chiave in tutto il mondo, dando per scontato che sarebbero sempre rimasti accessibili.

I veicoli sottomarini autonomi minacciano di infrangere questa convinzione. Sono economici, quasi impossibili da rilevare e una manciata di essi può bloccare intere rotte di navigazione. Possono recidere i cavi sottomarini, isolando i Paesi sia digitalmente che fisicamente. E non c'è quasi nulla che possiamo fare attualmente per neutralizzare la minaccia su larga scala. Il volume delle spedizioni globali oggi è di ordini di grandezza maggiore rispetto a un secolo fa. Durante la Prima guerra mondiale, la soluzione agli U-Boot erano le scorte navali e i convogli; oggi questa non è una strategia praticabile. Gli Stati Uniti non hanno la capacità di flotta per proteggere il traffico generato dalla globalizzazione.

Questa non è solo una minaccia per il commercio: mina direttamente la capacità di proiettare potere e sostenere operazioni militari. Una persistente minaccia di veicoli sottomarini autonomi in prossimità degli approcci statunitensi metterebbe a dura prova l'economia e costringerebbe le forze armate a difendere la patria esattamente nel momento in cui tali risorse sarebbero necessarie altrove.

Il 15 dicembre 2025 l'Ucraina ha aperto un nuovo capitolo nella guerra navale utilizzando un drone sottomarino per colpire un sottomarino russo nel porto difeso di Novorossijsk. Era la prima volta che un veicolo sottomarino autonomo veniva utilizzato in un attacco. L'obiettivo era un sottomarino di classe Kilo, del valore di circa $500 milioni, che era stato utilizzato per lanciare missili da crociera contro le città ucraine. L'attacco ha avuto successo in un porto ristretto dotato di pattugliamenti, barriere, sensori e accessi controllati. Se ciò può accadere in uno spazio appositamente costruito per la difesa, liberare un corridoio marittimo aperto che si estende per centinaia di chilometri è impossibile.

Due giorni dopo la Russia ha rivelato quanto sia indifesa contro questa minaccia. Il 17 dicembre 2025 la Marina russa ha affondato diverse chiatte all'ingresso del molo del porto di Novorossijsk per impedire l'ingresso di ulteriori droni ucraini. La Russia ha di fatto imprigionato la propria Flotta del Mar Nero perché non ha altro modo per difendersi dai droni autonomi a basso costo.

Le immagini satellitari del 17 dicembre 2025 mostrano chiatte affondate all'ingresso del porto navale russo di Novorossijsk per bloccare i droni sottomarini ucraini. Le difese tradizionali come le reti possono essere tagliate. Barricare il porto era l'unica opzione.

Per gran parte del periodo successivo alla Guerra fredda, una minaccia credibile di interdizione marittima in prossimità degli approcci statunitensi richiedeva un potere visibile. Significava sottomarini, mine navali, forze per le operazioni speciali e un treno logistico difficile da nascondere. Aveva anche una firma inequivocabile: l'arrivo di imbarcazioni russe nei Caraibi avrebbe significato un'attribuzione immediata e una rapida escalation.

I veicoli sottomarini autonomi cambiano questo calcolo. Lo stesso effetto strategico, che minaccia il trasporto commerciale e le operazioni navali in corridoi chiave, può ora essere ottenuto senza sottomarini russi in servizio. Un Paese ospitante, o un cartello, può lanciare e gestire i sistemi sotto la propria bandiera. Gli sponsor stranieri forniscono progetti, software, addestramento e carichi utili rimanendo sempre a un livello di distanza. Il risultato è una capacità in una zona grigia, più difficile da attribuire e da superare rispetto a qualsiasi altra cosa presente nel vecchio manuale. 

Ciò che rende i veicoli sottomarini autonomi difficili da contrastare è che le difese usuali non sono applicabili.

L'acqua salata annienta il modello standard di difesa dei droni. I segnali a radiofrequenza muoiono entro pochi centimetri nell'acqua di mare, quindi non c'è alcun collegamento con le interferenze. Il controllo è completamente autonomo, o trasmesso tramite un cavo in fibra ottica sottilissimo che può raggiungere una boa di superficie silenziosa a una distanza di cinquanta chilometri. Tagliare il cavo non pone fine alla minaccia, il veicolo può tornare in modalità autonoma e continuare a cacciare.

Il rilevamento è peggiore. Un piccolo drone aereo è visibile ai radar a lungo raggio. Un radar in banda Ka può identificare un drone delle dimensioni di un pallone da calcio da decine di chilometri. Un veicolo sottomarino autonomo da 100 chilogrammi alimentato a batteria che si muove lentamente tra i rifiuti costieri è praticamente impercettibile. Il sonar passivo ha difficoltà in acque basse e rumorose; il sonar attivo può rilevare di più, ma funziona solo a distanza ravvicinata. Bisogna essere quasi sopra il bersaglio per rilevarlo. Questo rende il sonar attivo lento e impossibile da scalare su centinaia di chilometri di rotte marittime.

La navigazione non è più il limite di una volta. I veicoli sottomarini non possono utilizzare il GPS, poiché i segnali non penetrano l'acqua di mare, ma la navigazione inerziale abbinata ai registri di velocità doppler ora consente a un veicolo di stazionare in un'area di ricerca con una deriva gestibile, il tutto senza emergere dalla superficie. Un veicolo sottomarino autonomo può rimanere in una zona di sicurezza designata per settimane, operando con regole di puntamento precaricate, richiedendo solo comunicazioni minime, mentre i segnali acustici criptati possono isolare gli scafi alleati.

Il novanta percento del commercio globale e la maggior parte dei cavi di comunicazione transoceanici passano attraverso un numero limitato di punti di strozzatura. Il Canale di Panama è un evidente collo di bottiglia, ma la costa del Golfo è altrettanto vulnerabile perché tutto il traffico del Golfo è incanalato attraverso due sole strette corsie. Una dozzina di questi “campi minati autonomi mobili” posizionati nello Stretto della Florida e nel Canale dello Yucatán potrebbero bloccare l'accesso al Golfo.

La curva dei costi è fortemente a sfavore della difesa. Un kit per sub-droni funzionante costa una frazione di quanto costa una petroliera, o una grande nave militare; un sistema di cavi a doppio percorso costa nell'ordine di centinaia di milioni di dollari. L'aspetto economico è nettamente a favore dell'attaccante perché gli obiettivi sono costosi e l'area difesa è vasta. Ogni miglio di acqua aggiuntivo aumenta il costo della difesa, mentre i costi per l'attaccante rimangono fissi. L'attaccante sceglie il momento e il luogo; il difensore deve dimostrare che l'acqua è pulita su ogni miglio di ogni corsia di transito.

L'effetto prolungato è ancora più significativo dei singoli attacchi. Secondo una relazione di Bloomberg del 18 dicembre 2025, le petroliere russe che attraversano il Mar Nero hanno iniziato a costeggiare le coste della Georgia e della Turchia anziché prendere la rotta diretta in mare aperto. Una deviazione che aggiunge 350 miglia, ovvero il 70%, al viaggio da Novorossijsk al Bosforo. Lo stanno facendo per ridurre l'esposizione ai droni marittimi ucraini. La minaccia da sola è stata sufficiente a modificare il comportamento, aumentare i costi e interrompere le normali operazioni. Questo è il modello del potere di leva. Non è necessario distruggere ogni nave, è necessario creare sufficiente incertezza da impedire che rotte, assicurazioni e programmazione funzionino normalmente. Il Mar Nero sta diventando un esempio concreto di ciò che una persistente minaccia di droni può causare al trasporto marittimo commerciale.

Anche la tempistica è degna di nota. L'Ucraina ha utilizzato droni aerei contro le forze russe fin dall'inizio della guerra, ma i droni marittimi sono uno sviluppo recente. Si tratta di sistemi molto più sofisticati. I droni aerei si basano su collegamenti a radiofrequenza che possono essere disturbati, o falsificati; i droni marittimi devono navigare autonomamente sott'acqua, senza GPS, o comunicazioni in tempo reale. Ciò richiede una navigazione inerziale avanzata, software di puntamento autonomo e un'ingegneria che l'Ucraina, combattendo una guerra terrestre estenuante con una capacità industriale limitata, farebbe fatica a sviluppare da zero. Gli Stati Uniti non hanno riconosciuto il trasferimento della tecnologia dei droni marittimi all'Ucraina, ma la capacità è apparsa proprio quando Washington ha iniziato a inviare forze verso il Venezuela. Se la tesi di questo articolo è corretta, ovvero che la Russia abbia abilitato una capacità di veicoli sottomarini autonomi in Venezuela, allora una risposta americana simmetrica avrebbe senso: dotare l'Ucraina degli strumenti per minacciare le navi russe nel Mar Nero, proprio come la Russia dota il Venezuela degli strumenti per minacciare le navi americane nei Caraibi. I due teatri diventano speculari l'uno dell'altro: gestiti per procura e progettati per creare una leva senza uno scontro diretto tra grandi potenze.

Se la risposta degli Stati Uniti al Venezuela fosse quella di dotare l'Ucraina di droni marittimi, ciò potrebbe paralizzare l'economia russa. L'escalation da lì è imprevedibile. Entrambe le parti potrebbero ora schierare un'arma da cui nessuna delle due può difendersi, in teatri in cui il commercio dell'altra è esposto. Una volta che il genio dei veicoli sottomarini autonomi è uscito dalla lampada, non può più essere rimesso dentro.


Perché il Venezuela è importante per i droni sottomarini 

Il principale limite dei veicoli sottomarini senza pilota è la durata della batteria. Un veicolo sottomarino autonomo può eseguire una missione unidirezionale su lunghe distanze, ma le missioni unidirezionali non creano una minaccia di negazione marittima prolungata. La leva deriva dalla persistenza: la capacità di mantenere le piattaforme in rotazione attraverso corridoi chiave settimana dopo settimana. Ciò richiede lancio, recupero, sostituzione delle batterie, manutenzione e ricarica del carico utile; richiede una base operativa avanzata vicina al bersaglio.

Il Venezuela fornisce questa base. La sua costa è sufficientemente vicina al Canale di Panama, alle rotte di navigazione del Golfo e agli accessi via cavo da consentire ai veicoli sottomarini autonomi di operare senza lunghi transiti che ne scarichino le batterie. Ma la manutenzione non deve necessariamente avvenire a terra. Pescherecci e narcotrafficanti possono prendere il largo, sostituire le batterie e recuperare le piattaforme senza mai riportarle in porto. Una grande nave madre è tecnicamente fattibile, ma poco pratica. Una nave cargo convertita è tracciabile, di alto valore e prevedibile. Se sospettata di fungere da piattaforma di lancio, attira la sorveglianza e in caso di crisi diventa un bersaglio legittimo. Il modello distribuito è molto più difficile da contrastare. Lanci e recuperi distribuiti su decine di piccole imbarcazioni che si fondono nel normale traffico costiero sono quasi impossibili da tracciare, figuriamoci da fermare.

Anche il Venezuela può gestire questi sistemi sotto la propria autorità. Gli sponsor stranieri forniscono la tecnologia, l'addestramento e i carichi utili, ma Caracas detiene la proprietà delle operazioni. Mosca farebbe nei Caraibi quello che Washington ha fatto in Ucraina: armare un proxy e mantenere una distanza appena sufficiente a complicare l'escalation.

L'interdizione in mare non può risolvere questo problema. Una marina può pattugliare, può scortare convogli e ispezionare il traffico. Ciò che non può fare è impedire a una costa di generare piattaforme. Finché le infrastrutture terrestri rimangono intatte, ovvero i porti, i nodi di manutenzione, il personale, le catene di approvvigionamento, la minaccia continuerebbe a incombere. L'unico modo per porre fine a una persistente campagna di veicoli sottomarini autonomi è negare l'ecosistema abilitante sulla terraferma. È per questo che gli Stati Uniti hanno assunto la loro attuale postura nei confronti del Venezuela.


Il Venezuela come base operativa avanzata

La questione non è se il Venezuela ospiterà capacità militari straniere... lo fa già.

Il caso più documentato è l'Iran. Il Venezuela è andato oltre l'importazione di droni iraniani, producendoli internamente. La fabbrica di armi CAVIM, situata vicino alla base aerea di El Libertador, produce il Mohajer-2 (conosciuto localmente come Arpia, o ANSU-100), e ingegneri venezuelani addestrati in Iran stanno sviluppando un progetto di ala rotante simile allo Shahed-171 dell'IRGC. Documenti statunitensi trapelati confermano che i funzionari venezuelani hanno coordinato le spedizioni di equipaggiamento militare dall'Iran e richiesto droni con una gittata di 1.000 chilometri, sufficiente a raggiungere le basi regionali statunitensi a Porto Rico e nei Caraibi orientali.

La cooperazione si estende oltre le cellule. Il Venezuela ha richiesto a Teheran disturbatori GPS e apparecchiature di rilevamento passivo. Il personale tecnico iraniano è presente sul territorio, contribuendo a ottimizzare la capacità del Venezuela di guerra elettronica e tattiche irregolari. Stabilendo la co-produzione sul suolo venezuelano, l'Iran ha creato un nodo avanzato sostenibile per la tecnologia militare asimmetrica nell'emisfero occidentale, che non dipende da spedizioni transatlantiche rischiose che potrebbero essere intercettate.

L'Iran ha anche dimostrato la capacità logistica necessaria per spostare le proprie capacità navali nell'Atlantico. Negli ultimi anni Teheran ha schierato la sua nave più grande, la Makran, insieme alla fregata missilistica Sahand, nell'Atlantico meridionale. Una nave base è ideale per il trasporto e lo schieramento di piattaforme specializzate più piccole, inclusi i veicoli sottomarini autonomi. Lo schieramento è un segnale sia di intenti che di fattibilità.

Il coinvolgimento pubblico della Russia opera a un livello superiore. Mosca e Caracas hanno ratificato un trattato di cooperazione strategica che copre difesa, energia e finanza. Il Vice Ministro degli Esteri, Sergei Ryabkov, ha dichiarato che la Russia potrebbe aprire nuove strutture militari in Venezuela. Nel 2024 lo schieramento nei Caraibi del Kazan, un sottomarino missilistico a propulsione nucleare avanzato, ha dimostrato che il Venezuela è un valido teatro operativo per i sistemi d'arma strategici russi. Il Kazan trasporta missili guidati con una gittata di 1.000 miglia nautiche, rendendo le coste statunitensi raggiungibili da un lancio segreto di un sottomarino dalla regione.

La Cina fornisce il supporto finanziario e logistico che rende tutto questo sostenibile. Dal 2006 Pechino ha esportato in Venezuela circa $630 milioni in equipaggiamento militare, inclusi aerei, veicoli e radar per la difesa aerea. Gran parte di questo importo è stato finanziato attraverso il Fondo Congiunto Cina-Venezuela. Quando la pressione statunitense si è intensificata, Maduro ha scritto direttamente a Xi Jinping chiedendo un'accelerazione nella produzione di sistemi di rilevamento radar. La Cina ha risposto con espliciti avvertimenti contro un intervento militare statunitense, segnalando che la sua partnership con il Venezuela non è una convenienza temporanea, ma un impegno strategico.

L'architettura finanziaria che lega tutto questo si snoda attraverso reti di evasione delle sanzioni, società di facciata legate a Hezbollah e istituzioni statali venezuelane. Si stima che circa $3,13 miliardi siano stati dirottati dal Fondo Congiunto Cina-Venezuela per sostenere queste partnership. Le stesse reti che muovono denaro muovono anche narcotici. Il Cartel de los Soles e il Tren de Aragua collaborano con i rappresentanti di Hezbollah per generare entrate ed esercitare potere di leva.

Niente di tutto ciò dimostra che i veicoli sottomarini autonomi siano attualmente in Venezuela, ma spiega perché l'assenza di conferme pubbliche non ne sia la prova. I programmi di veicoli sottomarini autonomi sono più recenti e molto più sensibili della produzione di droni o dei trasferimenti di armi convenzionali. I governi non pubblicizzano capacità progettate per operazioni di negazione: se il Venezuela e i suoi partner stessero sviluppando una capacità di negazione marittima, si tratterebbe esattamente del tipo di programma tenuto fuori da documenti trapelati e cablogrammi diplomatici.

Anche la logica della partnership punta verso i veicoli sottomarini autonomi. Russia, Iran e Cina hanno già trasferito droni, missili antinave, sistemi di guerra elettronica e piattaforme navali strategiche al Venezuela. Hanno finanziato il regime, addestrato il suo personale e costruito impianti di coproduzione sul suolo venezuelano. Perché dovrebbero fermarsi prima dell'unica capacità che genera un vero potere di leva? Droni e missili complicano la vita degli Stati Uniti. Una minaccia di negazione marittima cambia completamente il calcolo strategico. Se Mosca cerca una risposta alla pressione statunitense in Ucraina, qualcosa che costringa Washington a difendere la patria piuttosto che proiettare potere all'estero, i veicoli sottomarini autonomi in mano al Venezuela sono la mossa più ovvia. Sono economici e devastanti. I partner hanno già dimostrato la volontà di trasferire sistemi meno influenti; un sistema più influente seguirebbe la stessa logica, non la contraddirebbe.

La domanda più significativa è perché la posizione degli Stati Uniti sia cambiata così radicalmente. Washington è a conoscenza da anni della cooperazione iraniana sui droni, degli schieramenti navali russi e delle vendite di armi cinesi. Nessuna di queste minacce ha innescato un gruppo d'attacco di portaerei, caccia di quinta generazione, o un blocco navale. Le altre amministrazioni hanno risposto a queste minacce con sanzioni, pressioni diplomatiche e la presenza militare di routine, non col più grande rafforzamento navale nei Caraibi sin dal 1962.

Qualcosa ha oltrepassato una linea rossa. Le minacce precedenti erano preoccupanti ma gestibili. I droni con una gittata di 1.000 chilometri possono complicare le operazioni regionali; i missili antinave sui Su-30 creano rischi per le navi militari che operano in prossimità delle acque venezuelane. Ma nessuna di queste capacità minaccia di paralizzare l'economia statunitense, o la logistica militare. Una minaccia concreta di negazione marittima sì, invece. I droni a guida autonoma, operanti nello Stretto della Florida e vicino al Canale di Panama, metterebbero a rischio le arterie commerciali che trasportano metà del commercio americano e le rotte marittime che sostengono la proiezione di potere militare. Questo è il tipo di minaccia che fa cambiare atteggiamento da un giorno all'altro.

Il Venezuela ha stabilito un modello di accettazione della produzione di droni, del supporto alla guerra elettronica e degli schieramenti navali strategici forniti da operatori stranieri. Il regime ha costruito le infrastrutture (es. porti, accesso costiero, logistica dei cartelli, canali per eludere le sanzioni) che supporterebbero un programma di veicoli sottomarini autonomi. Se Russia, Iran e Cina sono disposte a trasferire la capacità di produzione di droni e a schierare navi base marittime nell'Atlantico, il passaggio ai veicoli sottomarini autonomi non è un salto nel vuoto: è un'estensione di quanto già in corso ed è proprio questa estensione a spiegare perché Washington ha reagito nel modo che abbiamo visto.


Ipotesi alternativa: il petrolio

La spiegazione più diffusa per la posizione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela è il petrolio. Questa teoria, però, non regge.

Il petrolio venezuelano è importante per il regime di Maduro. Finanzia il clientelismo, i servizi di sicurezza e le reti di elusione delle sanzioni. Non spiega perché gli Stati Uniti dovrebbero lanciare una costosa campagna militare in Sud America, però.

Una guerra caotica per un cambio di regime impedirebbe all'amministrazione Trump di raggiungere i suoi altri obiettivi, sia in patria che all'estero. Gli Stati Uniti non possono permettersi di distogliere l'attenzione militare da Cina e Russia e questo è esattamente quello che accadrebbe con una campagna venezuelana prolungata. Terrebbe occupate le forze militari, consumerebbe la larghezza di banda dei vertici e darebbe agli avversari esattamente ciò che vogliono: un'America distratta e sovraccaricata nel suo stesso cortile di casa. Questa, dopotutto, è la logica stessa dell'uso del Venezuela come contromossa; una guerra per il petrolio giocherebbe direttamente su questo.

Anche la tempistica è un problema. Qualsiasi serio tentativo di rilanciare la PDVSA e aumentare la produzione è un progetto pluriennale che richiede una governance stabile, capitali, attrezzature e sicurezza. E questo presuppone che l'infrastruttura sopravviva intatta. In una transizione forzata, il regime di Maduro o i suoi alleati avrebbero ogni incentivo a sabotare giacimenti petroliferi, raffinerie e oleodotti durante la transizione. Quando il Giappone invase le Indie Orientali Olandesi nel 1942, gli olandesi distrussero i propri impianti petroliferi piuttosto che lasciarli cadere in mani nemiche. Nonostante anni di sforzi, i giapponesi non riuscirono mai a ripristinare la produzione oltre la metà dei livelli prebellici. Non c'è motivo di aspettarsi che Maduro sia più generoso. Giacimenti e impianti non sono un premio se non possono essere gestiti. Anche una campagna di successo potrebbe compromettere la produzione per anni. I costi dell'azione militare si manifestano immediatamente: vittime, disordini, richieste di stabilizzazione a tempo indeterminato e un intenso controllo politico, mentre i benefici si manifesterebbero dopo la fine dell'incarico di Trump e rimarrebbero incerti.

Nemmeno i numeri supportano questa teoria. La produzione petrolifera venezuelana è inferiore all'1% della produzione mondiale. Gli Stati Uniti producono oltre quindici volte più petrolio del Venezuela e dispongono di ampie riserve nazionali. Esistono anche modi più semplici per aumentare l'offerta che non richiedono l'occupazione del Venezuela o la ricostruzione di uno stato fallito. Se l'obiettivo fossero i barili, una guerra per il petrolio venezuelano rappresenterebbe il peggior ritorno sull'investimento.

Il petrolio è ancora importante. La pressione sulle petroliere fa parte della campagna di coercizione, l'applicazione delle sanzioni mira alle entrate che mantengono a galla il regime, ma questi sono strumenti per esercitare una leva, non motivazioni per un'invasione. Spiegano perché le petroliere vengono sequestrate, non spiegano perché gli Stati Uniti abbiano radunato una forza d'invasione al largo delle coste venezuelane.


Una necessità strategica

Il dettaglio più rivelatore non sono le navi in ​​sé, ma il modo in cui è stata presa la decisione.

Secondo John Konrad la scintilla è nata nel dibattito politico con il Sottosegretario alla Guerra, Joseph Humire, che ha spiegato perché l'emisfero occidentale è importante in questo momento: gli avversari stanno sondando il fianco meridionale degli Stati Uniti ed essi devono confluire verso la fonte del pericolo. Tale argomentazione è stata poi esaminata e approvata dal Sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, l'unica persona al Pentagono con il mandato di determinare se un dispiegamento sia in linea con la strategia nazionale.

Quell'approvazione era il segnale. Colby, se dipendesse da lui, stanzierebbe tutte le portaerei nel Pacifico occidentale. Il suo quadro strategico dà priorità alla minaccia cinese sopra ogni altra cosa. Avendo approvato il dirottamento di risorse di alto livello verso i Caraibi, la valutazione della minaccia deve essere stata abbastanza seria da prevalere su quell'istinto. Non si è trattato di un gesto politico o di una reazione a un sequestro di droga, è molto di più.

Quando gli alleati si lamentano del ritiro di risorse navali dall'Europa o dal Pacifico, questo è il motivo. Non è una questione personale, non è nemmeno ideologica, è la politica che conclude che qualcosa negli approcci meridionali richiede questa risposta.


Conclusione

Il quadro antidroga spiega la versione pubblica, non spiega la reazione.

Gli Stati Uniti hanno schierato la più grande forza navale nei Caraibi sin dalla crisi missilistica cubana. Caccia di quinta generazione, un gruppo d'attacco di portaerei, un gruppo anfibio pronto con Marines imbarcati e un blocco navale dichiarato: non è così che si dà la caccia ai mercanti di cocaina. È così che ci si prepara a un eventuale sbarco contro uno stato avversario.

La tesi di questo saggio è che il Venezuela sia diventato una base operativa avanzata per la guerra asimmetrica promossa dalla Russia nell'emisfero occidentale. Il regime di Maduro offre una geografia permissiva e un governo amico; le reti dei cartelli forniscono una logistica negabile. L'obiettivo è il commercio marittimo statunitense, i porti della costa del Golfo che gestiscono metà delle importazioni ed esportazioni americane, i punti di strozzatura che incanalano tutto quel traffico attraverso due stretti corridoi e i cavi sottomarini che trasportano comunicazioni critiche.

I veicoli sottomarini autonomi sono il meccanismo che rende questa minaccia reale. Possono negare l'accesso alle rotte di navigazione senza richiedere la presenza di sottomarini russi; possono essere spostati, sottoposti a manutenzione e recuperati da pescherecci e narcotrafficanti che si mimetizzano nel traffico di routine; possono operare sotto bandiera venezuelana mentre gli sponsor stranieri rimangono a debita distanza. Il vincolo delle batterie che ne limita la gittata è risolto dalla vicinanza del Venezuela al bersaglio. Quella che un tempo era una vulnerabilità teorica è ora una possibilità operativa.

Niente di tutto ciò può essere dimostrato da fonti pubbliche: una capacità negabile, gestita per procura, è progettata per rimanere al di sotto della soglia di conferma pubblica. Questa tesi corrisponde agli incentivi, alla geografia, alla tecnologia e al modello di cooperazione militare estera che il Venezuela ha già stabilito con Iran, Russia e Cina.

L'amministrazione Trump ha concluso di non poter tollerare che una capacità di negazione marittima ostile, supportata da forze straniere, si radichi in prossimità degli approcci statunitensi. Se questa valutazione è corretta, la disponibilità a usare la forza militare per rimuoverla non potrà che aumentare. Il Venezuela e i veicoli sottomarini autonomi potrebbero rappresentare per la seconda Guerra fredda ciò che Cuba e i missili balistici rappresentarono per la prima.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 16 gennaio 2026

Il primo anno di Trump



di Francesco Simoncelli

(Versione audio dell'articolo disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-primo-anno-di-trump)

Sto iniziando a maturare l'idea che il disastro del 2008 sia stato lasciato accadere, nonostante tutte le criticità accumulate dal sistema eurodollaro e che infine avrebbero portato a una inevitabile rottura. Il 2008 è stato un evento che distrutto la liquidità negli USA e il loro accesso al capitale produttivo a svantaggio delle banche americane rispetto al resto del mondo. L'introduzione della Supplemental Leverage Ratio, Basilea 3, il Dodd-Frank Act e la conservatorship di Fannie/Freddie, sulla scia della Grande crisi finanziaria, puntano vistosamente in tale direzione. Ecco perché sono propenso a credere che gli USA siano sulla soglia di un boom del credito, nonostante la riorganizzazione/reindustrializzazione abbiano bisogno di ulteriore tempo per guadagnare trazione. Anche perché basta guardarsi un attimo intorno: chi è in condizioni economiche migliori di quelle statunitensi? Non che quelle statunitensi siano ottime su tutta la linea, anzi. In termini nominali ci sarà un rally, ma in termini reali saranno necessari altri 4-6 anni per rimettersi in piedi prima di poter muovere passi concreti in avanti. Questo articolo è di 4 anni fa, ma dà l'idea dello sfascio presente nel mercato immobiliare americano. Il private equity, sulla scia dei tassi bassi e la normativa a ripetizione sfornata dopo il 2008, ha fatto spesa di immobili e poi se le sono rivendute tra di loro facendo aumentare i prezzi, impedendo alla classe media di possedere una casa, costruire una famiglia e, peggio di tutto, di accedere al credito al consumo.

La rinascita della classe media americana passa per forza di cose dal mercato immobiliare: aggiustare il mercato dei mutui trentennali a tasso fisso, con copertura di equity credibile come oro, Bitcoin, flussi di cassa aziendali e titoli di stato americani. Un passo in avanti significativo è stato fatto quando la CFTC ha dichiarato ammissibili come garanzia per i prestiti Bitcoin e Tether. I QE, la ZIRP, il Dodd-Frank Act e tutte le altre storture/deformazioni economiche partorite da una FED popolata da vandali, così come il Congresso e le precedenti amministrazioni presidenziali, erano direzionati a distruggere/sabotare la capacità di formazione di ricchezza generazionale negli Stati Uniti. Un sabotaggio consapevole, tutto per mantenere liquido il mercato degli eurodollari disfunzionale (es. leva finanziaria spropositata) a vantaggio di Regno Unito ed Europa principalmente. In cambio è stata venduta all'americano medio la favoletta dei pasti gratis come l'università gratis o il sistema sanitario gratis, un'utopia progettata per trarre in inganno gli sprovveduti e risucchiare ulteriormente capacità produttiva dagli USA. E non è un caso che, proprio la settimana scorsa, Trump abbia preso contromisure contro il private equity esattamente in questo settore.

L'economia americana adesso sta tirando grazie anche agli enormi investimenti che si stanno facendo nel settore dell'intelligenza artificiale e, sebbene non si possano sapere in anticipo la portata dei ritorni, non è una situazione analoga a quella della bolla delle dot-com. Allora quel tipo di aziende che navigavano quel mercato non avevano clienti e il loro modello era tutto da dimostrare; i fornitori odierni di servizi di intelligenza artificiale hanno già clienti per i loro servizi e stanno costruendo infrastrutture che andranno a fornire servizi aggiuntivi che sono già richiesti. Quindi c'è una dinamicità complessiva che potrebbe dare una spinta agli USA nei prossimi 3 anni. Inoltre c'è un altro fatto: la costruzione di centrali energetiche per alimentare questa richiesta crescente, per alimentare i data center e rifare buona parte della rete elettrica nazionale necessita di molti lavori nell'alta manovalanza in quelle aree industriali che erano state in precedenza accantonate. Ecco perché i numeri della disoccupazione americana non spaventano, dato che la contrazione la stanno subendo i settori pubblico e quello dei colletti bianchi. Questa è una buona notizia perché viene progressivamente minimizzato il crowding out delle risorse da parte di coloro che sottraggono ricchezza reale, potenziando invece coloro che la creano. Come? Permettendo loro di avere una famiglia, ad esempio, una casa accessibile, finanziamenti a basso costo, ecc.

In questo senso la legge sulle stablecoin è stata fondamentale. Sulla scia dell'avvio del SOFR le banche americane sono tornate a ponderare il rischio di credito in base alla salute dell'economia interna, non a quella esterna. Come ho documentato nel mio libro, Il Grande Default, i vari giri di quantitative easing che hanno caratterizzato l'azione della FED nel corso dei 12 anni dal 2009 al 2021, in particolar modo, non sono stati altro che uno svuotamento dell'economia americana dalla sua essenza produttiva per tenere vivo un sistema decadente e al collasso che risiedeva altrove: Londra e Bruxelles. In questo senso le banche americane si sono trincerate nella liquidità finanziaria e hanno abbandonato al suo destino Main Street. Con questo nuovo assetto a livello di tassi di interesse e la rottura della catena del rischio che, tramite il LIBOR, teneva ancorati gli Stati Uniti al resto dei guai economici altrui, le banche possono tornare a fidarsi dell'operosità della classe media americana.

Ed è qui che si inserisce la nuova terminologia che bisogna affibbiare alla stagflazione: sgonfiamento del settore finanziario (necessità critica dato lo stress che si legge in diversi indicatori chiave) ed estensione del settore industriale (riportando in patria lavori e fabbriche definite chiave e strategiche). L'illusione dei beni di consumo a basso prezzo provenienti dalla Cina o di beni durevoli provenienti dall'Europa, con relativo appalto della produzione industriale a questi due player, ha indebolito progressivamente la capacità americana di creare ricchezza reale. Il Paese, come dicevo sopra, è stato svuotato. L'eccessiva dipendenza dall'estero s'è rivelato un potente anestetico di quella che era in realtà una demolizione controllata dall'interno. Questo era il compito ereditato delle 3 amministrazioni Obama, se prendiamo come riferimento gli ultimi vent'anni.

I dazi di Trump hanno rappresentato un monumentale “basta!”: la strada verso la chiusura di quell'arbitraggio nella bilancia commerciale che ha sempre rifiutato di chiudersi (fenomeno innaturale, quindi voluto ad hoc) e che faceva volare dollari facili all'estero.


IL QUADRO GENERALE

Ormai è inutile nasconderlo: un reset è in corso, ma non è quel reset che originariamente era stato preparato dalla cricca di Davos. Per molti anni è stata questa cerchia di individui che ha fatto da segnapasso a un cambiamento distopico della società e ha guadagnato l'onere dei riflettori. Il suo picco massimo è stato quando Powell ha iniziato a drenare il mercato degli eurodollari nell'estate del 2021 rialzando di 5 miseri punti base i tassi nei mercati dei pronti contro termine intermediati dalla FED. L'amministrazione Biden (oppure dovremmo dire Obama 3.0), non avendo il controllo di tale istituzione, ha usato il Dipartimento del Tesoro americano come proxy attraverso cui tenere liquido (per i player oltreoceano) suddetto mercato: lo scandalo USAID, lo scandalo (partito) in Minnesota dei centri scuola somali, lo scandalo delle ONG, la crisi conseguente dell'accesso alla sanità e alla casa, la rottura delle supply chain, ecc. Questo copione, se avesse avuto successo fino in fondo, avrebbe visto Kamala Harris o Nikki Healey al comando del Paese con conseguente distruzione definitiva degli USA come nazione prospera, la legittimazione dell'UE come centro di comando mondiale e l'uso dell'esercito americano come “strumento di persuasione” contro la Russia affinché venisse cacciata dall'Ucraina.

Tutto questo sarebbe stata l'apoteosi del sogno inglese, 300 anni anziano ormai, di rompere e penetrare l'impero russo (desiderio messo nero su bianco da Mackinder quando elaborò la sua tesi dell'Isola del Mondo, il cui vero obiettivo era impedire una fusione commerciale tra USA e Russia). Ora, un anno dopo l'insediamento di Trump, il mondo è completamente diverso. Il 2025 è stato di una importanza immensa: tumulti sociali in estate disinnescati, esplosione al rialzo di oro e argento, sobrietà fiscale nei conti federali, difesa degli interessi americani nel commercio mondiale e il “Grande Reset” dell'intero sistema monetario lontano dalle mani della City di Londra. Fortunatamente l'amministrazione Trump è stata brava abbastanza da resistere alle rappresaglie della cricca di Davos e portare avanti la sua agenda di guarigione della nazione.

Ma questa gente non se ne sta ferma a guardare in attesa di vedere sgretolarsi la quantità di privilegi e potere accumulati nei decenni. La “rivoluzione colorata” negli Stati Uniti, la guerra civile sostanzialmente, non è affatto finita, anzi si sta metastatizzando in forme diverse: Mamdani che liquida la città di New York fornendo riparo al private equity nel settore immobiliare (come abbiamo visto sopra) e alimentando le proteste di strada, il sindaco di San Francisco che vuole dare $5 milioni in sussidi alle “comunità disagiate” (nonostante la città abbia un bilancio di $1 milione), il governatore del Minnesota che chiama in causa la Guarda Nazionale contro gli agenti dell'ICE per aver fatto il loro lavoro, Portland che dopo Minneapolis potrebbe diventare la prossima in linea in quanto a caos sociale, ecc. Il fil rouge che collega tutte questi eventi è la guida Dem delle città coinvolte e degli stati coinvolti, nonché covo di cellule Antifa, gruppi conniventi con tali cellule e attivisti di associazioni “no profit” di sinistra. Mi fa ridere, poi, che tutto questo liquame putrido abbia la sfacciataggine di definirsi “spontaneo” e “no profit”, quando invece ci sono le PROVE che ottengono fondi ombra e sono capillarmente organizzati/direzionati/ scatenati dall'alto. Ecco perché è stato cruciale togliere fondi a tutta quella costellazione di parassiti che hanno pasteggiato con soldi pubblici e hanno minato dall'interno gli Stati Uniti.

Inutile girarci intorno: quella a cui stiamo assistendo negli USA, adesso, è un tentativo di rivoluzione colorata attivata tramite i canali di sinistra.

Ma questo va ben oltre i Dem e la sinistra, perché sappiamo benissimo chi è l'artefice di questi cambi al vertice: gli inglesi. Quest'anno sarà cruciale per l'amministrazione Trump, in vista soprattutto delle elezioni di medio termine. Il sentimento popolare la farà da padrone ed ecco perché egli spesso aggiusta il tiro nelle sue dichiarazioni: deve portare lentamente gli americani dalla sua parte e far vedere ciò che vede lui nelle deformazioni che emergono dalle profondità dello Stato profondo. Esso è popolato da una serie di infiltrati che per decenni hanno remato contro gli USA. E fortunatamente gli americani sono recettivi e stanno rispondendo positivamente, nonostante i media generalisti vogliano far credere il contrario e spaccino la scemenza “Trump è all'angolo”.

Bonificare questa palude significa soprattutto disinnescare la rete di potere che i Dem hanno costruito nel tempo e che è una propaggine di Londra. Non sarà facile, dato che gli animi si fanno sempre più tesi man mano che la cricca di Davos è costretta a mettere sul tavolo i propri di capitali per far sopravvivere la rete di privilegi e potere che ha acquisito nel tempo. A scapito degli USA, ovviamente. Il rischio che corre Trump quest'anno in particolare è l'attivazione infine del cosiddetto “Piano Podesta”: guerra civile e chiusura dei canali di sbocco marittimo negli stati a guida Dem. Facciamo un passo indietro e spieghiamo cos'è questo piano. Quando Hillary Clinton venne sconfitta alle elezioni presidenziali del 2016, Podesta, consulente del Partito democratico, aveva elaborato un progetto secondo cui alcuni stati a gestione democratica avrebbero dovuto avviare una secessione, o minaccia della stessa, dagli Stati Uniti. Gli stati sarebbero dovuti essere quelli verso cui fluisce gran parte del traffico mercantile navale. Se questo dovesse accadere e si staccherebbe tutto il filone occidentale e una parte di quello orientale (e gli sforzi in tal senso sono incarnati dalle varie proteste e manifestazioni represse anche con l'intervento militare), gli stati repubblicani e che difendono Trump si troverebbero isolati. Per questo motivo l'amministrazione Trump ha bisogno del supporto del settore militare, sia perché deve far piazza pulita nel Pentagono (infiltratissimo da agenti esteri), sia perché vuole avere il tempo di costruire degli approdi commerciali alternativi in Texas e Florida principalmente... e da qui capite tutte queste attenzioni sul Golfo d'America, sul canale di Panama, sul Venezuela e sulla Groenlandia.

Perché si stanno intensificando proprio ora queste proteste? Il fatto che ci stiano finendo di mezzo gli agenti dell'ICE è solo la scusante del momento, dato che qualsiasi motivazione sarebbe stata buona se si comprende la causa di fondo che rende virulenta l'opposizione a Trump: il mercato dell'eurodollaro.

L'inizio del 2026 ha portato anche un'ulteriore consapevolezza: la LBMA ha perso il controllo del prezzo dell'oro e dell'argento. E presto seguiranno a questi anche i prezzi di altre commodity intermediate dalla LME.


“IL GRANDE RESET”?

Le grandi potenze industriali del diciottesimo e diciannovesimo secolo erano Europa e Regno Unito. Quando erano tali avevano tutte le ragioni per impostare il meccanismo di prezzo di tutti gli input industriali. In quanto potenze industriali era la norma, potremmo aggiungere. Peccato solo che al giorno d'oggi non viviamo più in quel periodo storico. Gli Stati Uniti oggi sono la principale potenza industriale del mondo e le voci di una sua dipartita in tal senso (guarda caso provenienti dalla stampa inglese) sono estremamente esagerate. La disintermediazione del meccanismo di prezzo dei metalli preziosi innanzitutto e delle relative catene di approvvigionamento, per poi passare al resto degli altri metalli di base. Il pensiero strategico dell'amministrazione Trump si basa principalmente su questo modello: gli USA sono la potenza industriale del mondo, quindi dovrebbero essere loro a impostare i prezzi degli input. Se questa premessa è vera, allora il 2025 che ha visto Scott Bessent drenare la LBMA di metalli preziosi fisici acquista di senso compiuto.

Il dollaro è stato svalutato consapevolmente nella prima metà dell'anno scorso e con essi sono stati comprati lingotti fisici. Non solo, ma la debolezza del dollaro è stata perseguita anche per mettere pressione sull'UE affinché accettasse i termini del nuovo assetto commerciale mondiale e ingoiasse i dazi. Infatti, non appena la Commissione europea ha ceduto su tutta la linea, la svalutazione del dollaro si è arrestata. Gli USA non sono soli in questa linea di condotta, dato che la Cina si avvicenda a essi quando c'è bisogno di far continuare il deflusso di metalli preziosi dall'Inghilterra. Poi l'attenzione si sposterà sul rame e su tutte le altre principali commodity industriali.

Cos'è anche successo nella seconda metà dell'anno scorso? Quasi tutti gli occhi sono rimasti puntati sulla FED che non ha tagliato i tassi per 3/4 dell'anno scorso e ha buttato dalla finestra la pazzia dell'inflation targeting al 2%, mentre i proventi dei dazi sono fluiti nelle casse dello zio Sam e hanno abbassato i deficit commerciali. Cos'è passato in secondo piano? La fine della vecchia politica monetaria del Giappone. Questo evento storico non sarebbe potuto accadere se prima la FED non fosse riuscita a riprendere il pieno controllo della propria politica monetaria passando al SOFR. Ciò a sua volta ha significato il controllo del front-end della curva dei rendimenti americana e, con la fine prossima della conservatorship di Fannie/Freddie, anche il controllo sul back-end. Inutile dire che entrambi, prima, erano pesantemente influenzati dal LIBOR e quindi dalla City di Londra. Trump, nel frattempo, vola in Asia e pone fine alla guerra tra Cambogia e Thailandia, parla con Xi (e l'argento sale di prezzo) e infine fa visita al Giappone.

Prima di proseguire nel discorso un breve appunto sulla telefonata con Xi. Nel 2011, al top dell'argento di allora, due notizie segnarono la exit liquidity dei manipolatori: l'aumento dei requisiti di riserva da parte del COMEX e l'uccisione di Bin Laden. Se valessero anche oggi le stesse regole, dove Londra, New York e SLV/GLD gestivano il triangolo della rehypotecation dell'offerta sintetica dei metalli preziosi, oro e argento sarebbero stati abbattuti nel prezzo. Invece accade il contrario. Questo ci suggerisce che le azioni di Trump sono in opposizione al “vecchio sistema”. Il modo in cui si contiene la City di Londra, e la si costringe “a più miti consigli”, è attraverso la consegna di metallo fisico, fenomeno che si fa più preoccupante per gli inglesi dato che la sterlina intermedia ancora un parte importante del sistema finanziario mondiale. E con entrambi i metalli in backwardation, il leasing degli stessi per gonfiarne l'offerta fisica è improponibile. Anche la Cina fa parte di questo schema e l'ipotesi ARC (America, Cina, Russia) non è un'alleanza, bensì una collaborazione commerciale laddove si può collaborare e una competizione (vagamente antagonistica) laddove non ci saranno accordi. I BRICS non hanno niente in comune tra di essi e sono nati per creare un'alternativa a un Occidente “unito” sotto il vessillo della cricca di Davos, ovvero le “vecchie regole”.

Torniamo alla visita di Trump in Giappone. Il nuovo Primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, è una sovranista, così come lo è la Meloni, ed entrambe sono ben viste dall'amministrazione Trump. Il Giappone, sotto questi auspici, sta ricostruendo il suo esercito, vuole seriamente aprire un canale diplomatico con la Russia per porre fine alle sue ostilità con essa risalenti ancora alla Seconda guerra mondiale e abolire la Camera dei consiglieri (creata dagli alleati affinché avesse potere di veto su qualsiasi legge l'esecutivo volesse approvare... molto inglese come clausola). Non solo, ma anche Bessent è volato in Giappone per parlare con Ueda, governatore della BOJ, per dirgli di normalizzare la politica monetaria e affrontare le aspettative d'inflazione. In questo contesto Powell ha tagliato i tassi di 25 punti base lo scorso dicembre, mentre Ueda li ha rialzati dello stesso ammontare... l'unica banca centrale a rialzarli. In questo modo il famoso carry trade sullo yen viene smantellato pezzo dopo pezzo dopo pezzo.

È fondamentale che venga terminato perché anche se gli USA avevano introdotto il SOFR, coi tassi a zero lo yen poteva essere usato come mezzo indiretto per accedere alla liquidità in dollari e quindi tornare a influenzare il front- end della curva dei rendimenti americana. Questo è un reset enorme perché se il carry trade sullo yen finisce e finalmente arriva la IPO di Fannie/Freddie, che ricordiamolo è stata ritardata a causa dello shutdown voluto dai Democratici, l'indipendenza finanziaria americana da Londra sarà completa. Ciò che mi aspetto dal 2026 è una normalizzazione del debito americano e giapponese, man mano che il prossimo governatore della FED taglierà fino al 3% i tassi di riferimento e Ueda farà piccoli passi fino ad arrivare a una situazione in un cui il differenziale tra i due tassi di riferimento, quello americano e giapponese, sarà di una forchetta tra 25 e 50 punti base. Già adesso, con un rendimento intorno al 3%, il trentennale giapponese val la pena di essere comprato; lo stesso discorso vale per il decennale intorno al 2%. Finalmente stiamo parlando di ritorni reali! E che succede quando il decennale giapponese scavalcherà la sua controparte tedesca? I flussi di capitali voleranno in Giappone.

Sono ormai 3 anni che la Lagarde sta portando una yield curve control in Europa e ogni volta che succedono casini, si affretta a comprare i decennali tedeschi per impedire che i bund non vengano più considerati gli asset “più sicuri” in Europa. Ma ciò che si sta sviluppando nel sottobosco di questa linea di politica insostenibile nel lungo periodo, e che la farà emergere come fallimentare alla fine, è la pressione dei mercati dei capitali e la linea di politica della FED. C'è un grande avvicendamento in atto. Infatti se guardate al differenziale di rendimento tra il decennale tedesco e quello italiano siamo arrivati a 65 punti base di differenza. Solo 3 mesi fa era a 80. Tutti i bond di quelle nazioni che fomentano la guerra stanno finendo in difficoltà.

Il gioco della Meloni per il momento è solo quello di sopravvivere (non aspettatevi grandi riforme quindi) e questo a sua volta significa che i vandali in Italia al soldo della cricca di Davos, anche nel suo governo, si scateneranno.

Se io fossi Scott Bessent non mi preoccuperei degli attacchi esteri contro il back-end della curva dei rendimenti americani arrivati a questo punto, perché per mantenere il differenziale di rendimento tra il debito americano e quello europeo, a cui è ancorato il 90% del mercato dell'eurodollaro, la BCE deve lasciar salire i rendimenti tedeschi. Per di più, chi sano di mente comprerebbe debito tedesco con la sua economia in caduta libera? E notate anche un'altra cosa: non c'è stato alcun “Lunedì nero” sulla scia dei rialzi dei tassi da parte della BOJ. Chi si è strappato i capelli finora annunciando la morte del Giappone se la BOJ avesse continuato lungo il suo percorso, era chi aveva preso in prestito debito giapponese per poi accedere alla liquidità in dollari e tutte le strade portano inevitabilmente alla City di Londra. Il Giappone non è affatto in pericolo.

Quella a cui stiamo assistendo è una liberazione, a livello finanziario, dalla colonizzazione inglese. Questo è il “reset” di Trump e dei NY Boys.


PROSCIUGARE GLI AFFLUENTI, BONIFICARE LA PALUDE

Questo significa altresì staccare la spina alle influenze ombra di Londra e Bruxelles che ancora oggi infestano il Congresso, portando quest'ultimo dalla parte di Trump. E porre l'occhio di bue sopra gli agenti ICE, così come la denuncia di tutte le frodi finora scoperchiate come quella somala in Minnesota, serve semplicemente a guadagnare consensi tra la popolazione affinché non si faccia fuorviare dai canali mediatici controllati principlamnete da Londra.

L'immigrazione illegale è importante perché ci si libera delle frodi e ci si libera di persone che hanno posto una tremenda pressione sotto forma di domanda su case, assistenza sanitaria, auto, cibo, ecc. L'immigrazione illegale era la porta sul retro che giustificava sussidi a pioggia a ONG e associazioni noprofit. Una volta che si rimuove suddetta pressione, la Legge dei rendimenti marginali decrescenti, la Legge della domanda/offerta e tutti gli altri dispositivi della teoria economica permettono di vedere chiaramente come i prezzi delle case fossero anelastici, ad esempio, in relazione alla domanda al margine. In luoghi come il Texas, la rimozione della sopraccitata pressione ha fatto scendere gli affitti per gli appartamenti da una media di $2.000 a circa $1.200.

Per contrastare il ribilanciamento degli Stati Uniti, tutte le altre principali banche centrali del G7 (esclusa la BOJ) hanno tagliato i tassi più aggressivamente rispetto alla FED. In questo modo hanno stimolato la crescita del credito stampando le loro divise per comprare dollari, in un mondo in cui Powell ne sta prosciugando l'offerta ombra, mentre il Dipartimento del Tesoro americano ha usato parte dei proventi incamerati dagli accordi commerciali e dal Treasury General Account (gonfiato durante lo shutdown) per comprare oro e Bitcoin. I dollari “stampati” dalla FED, diversamente da quello che dicevano i media generalisti e la “controinformazione” online, sono stati sterilizzati.

L'obiettivo principale della cricca di Davos/City di Londra è quello di collassare il sistema attuale delle democrazie liberali che hanno ordito a costruire negli ultimi 400 anni. L'immigrazione e la violenza incontrollate sono il segno distintivo. L'amministrazione Trump e gli oligarchi dietro di essa, le grandi banche commerciali americane, hanno deciso di intraprendere un approccio diverso: “salvare” le democrazie liberali e non cedere il passo al nazionalsocialismo/totalitarismo. Questo esito lo si ottiene minimizzando la violenza internamente e non operando “cambi di governo” all'estero (uno sport prettamente di stampo inglese) bensì smantellando quei network nel sottobosco degli stati che alimentano “rivoluzioni colorate”. Questo a sua volta significa che le persone possono ancora fidarsi delle istituzioni, soprattutto se possono essere “riformate”. In questa direzione va la più recente “incriminazione” di Powell, ad esempio. Gli Stati Uniti sono gli unici a poter contrastare e “correggere” i piani della cricca di Davos/City di Londra, in particolar modo perché oltre ad avere capitale sviluppato (liquidità in entrata) hanno anche quello “ancora da sviluppare” (input delle materie prime).

In questo contesto la cattura di Maduro potrebbe benissimo essere assimilabile all'ipotesi che il sopraccitato progetto ARC abbia anche tra i suoi obiettivi non solo lo smantellamento della rete d'influenza finanziaria della City di Londra, ma anche quella politico-sociale.

Il Venezuela è solo un tassello in un mosaico più grande. Il riciclaggio di denaro del narcotraffico passa soprattutto dalle banche canadesi. Il Canada è la nazione in cui gli inglesi si rifugiarono quando persero la guerra d'indipendenza. E chi lo guida ora? Inoltre ricordate il documento National Security Strategy del mese scorso? Uno dei punti trattati in esso era lo smantellamento dell'architettura di quei “poteri ostili” nel suo emisfero. Di primo acchito si poteva pensare a Iran, Cina e Russia. Invece l'obiettivo reale sono le banche ombra offshore, i centri in cui viene riciclato il denaro per finanziare operazioni ostili agli USA e la rete di contrabbando di droga/armi che alimenta “settori” deviati dell'intelligence americana. E con questa chiave di lettura si capisce anche perché Russia e Stati Uniti, ad esempio, si stanno avvicinando dal punto di vista commerciale e collaborano in sordina per minimizzare le eruzioni di tumulti sociali incontrollati che potrebbero sfociare in guerre.

Esfiltrare Maduro ha significato mettere sabbia negli ingranaggi dello Stato profondo internazionale che s'era sviluppato in Venezuela: riciclaggio di denaro, traffico di esseri umani, traffico di droga, manipolazione del prezzo delle commodity. Ma ecco un altro punto: significa anche il prosciugamento di finanziamenti ombra per i servizi segreti inglesi e (in parte) per la CIA (che non dimentichiamocelo è ancora infiltrata da agenti ostili esteri). Oltre a ciò l'estromissione della Machado, pedina della cricca di Davos. Alla luce di quanto detto finora credo sia chiaro che Trump non voleva affatto un cambio di governo in Venezuela, bensì estromettere Maduro dal sopraccitato network criminale, una pistola continuamente puntata indirettamente alla tempia degli Stati Uniti. E per lo stesso motivo Bessent ha elargito la linea di swap in dollari da $40 miliardi all'Argentina, così facendo si chiude a tenaglia il Brasile (palesemente schierato col WEF, altro che BRICS). Perché, quindi, Maduro ha accettato di essere esfiltrato? Perché adesso? Perché è consapevole che Trump sta avendo la meglio sui suoi avversari.

Florida, Louisiana, Mississippi e l'Alabama possono quindi respirare ora che il Golfo d'America viene messo in sicurezza e bonificato dalle ingerenze sotterranee che vorrebbero portare a compimento il Piano Podesta, destabilizzando per il proprio tornaconto e sopravvivenza gli Stati Uniti. Il mio compito, come avrete notato cari lettori, è quello di mettere insieme i vari pezzi del puzzle sparpagliati e fornirvi il quadro generale così come nessun altro riesce a proporlo. E vedendo le cose in questa ottica tutte le azioni, le minacce e le vicissitudini diventano chiare, logiche e coerenti, mentre restano un enigma per tutti coloro che seguono la stampa generalista o ascoltano canali d'informazione che vogliono trasmettere una visione del mondo di come dovrebbe essere piuttosto di come È. E sebbene le molte sfaccettature, il mio focus su quella inglese è determinata dalla volontà dell'attuale amministrazione Trump di ridimensionarne i tentacoli sotterranei dato che è diventata una questione esistenziale per Washington.

E chissà se la prossima esfiltrazione non sia l'attuale famiglia reale inglese durante i festeggiamenti dei 250 anni dalla Dichiarazione d'indipendenza americana. 


CONCLUSIONE

Il declino di Bruxelles e della City di Londra è inevitabile, e il primo anno di Trump ha messo in evidenza questa inevitabilità. L'Unione europea, in particolare, è partita con l'idea di essere un'unione commerciale; poi è arrivata l'unione monetaria che è stata completata a metà. La restante metà è stata presa in prestito da Stati Uniti (salvataggi tramite FED ed eurodollaro) e Giappone (carry trade sullo yen). Lo stallo dal punto di vista industriale non è altro che un accartocciamento dovuto all'uscita di scena di Washington e Tokyo in veste di “zii ricchi” da sfruttare. Il fatto che la digitalizzazione dell'economia e la ricerca tecnologica sia andata avanti principalmente negli USA e in Cina, ha svelato il segreto di Pulcinella: Bruxelles ha coltivato una linea di politica di estrazione dai territori che controllava direttamente e indirettamente (tramite la legislazione sul digitale, ad esempio). Puro e semplice colonialismo. Non è un caso che la cricca di Davos abbia come riferimento il Superstato dell'UE: sono locuste che invadono un determinato di territorio di capitali, fagocitano voracemente risorse e ricchezza reale, infine tirano fuori i capitali immessi fino a quel momento. Ora riserva tale trattamento alla popolazione autoctona, affinché la classe dirigente possa sopravvivere.

L'Unione europea si trova in un cul de sac perché l'industria digitale, salvo sporadiche eccezioni che non fanno testo nel contesto mondiale, è indietro di 30 anni come minimo, senza contare che s'è tagliata fuori da risorse energetiche a buon mercato. L'UE sarà addirittura superata dai Paesi arabi. Inoltre senza un'unione fiscale e obbligazionaria l'euro è destinato al fallimento, i surrogati sotto forma di bond SURE sono un palliativo per calciare il proverbiale barattolo. Senza contare che già da un po' i singoli stati membri dell'UE stanno impostando le proprie linee di politica dal punto di vista monetario tramite le proprie banche centrali nazionali e i pronti contro termine. Gli Stati Uniti faranno accordi con i singoli stati e solo alcuni all'interno dell'UE; l'Italia è uno di questi, sia per la sua posizione strategica sul Mediterraneo, sia per la presenza della Città del Vaticano. Una frattura importante la si vedrà inevitabilmente nel mercato monetario dove a fronte di un euro digitale rimandato dalla BCE, e che a tutti gli effetti sarà una CBDC, emergerà nel frattempo la concorrenza (guarda caso sponsorizzata da Unicredit) e che, sebbene all'apparenza innocua nei confronti dell'euro fisico stesso, tale versione digitale rappresenterà quella spaccatura in due dell'UE di cui ho spesso parlato.

Anche dal punto di vista commerciale questa frattura è evidente, contando il fatto che il commercio mondiale si sta spostando sulle rotte dell'Oceano Pacifico e su quelle dell'Artico (da qui le attenzioni sulla Groenlandia da parte degli USA, oltre alla sua posizione strategica in termini militari). Il commercio mondiale passa principalmente attraverso le vie d'acqua, soprattutto perché le vie di terra sono facilmente sensibili al sabotaggio. Tra Stati Uniti e Russia ci sono discorsi di futura collaborazione economica e degli interessi reciproci. I russi hanno tutto l'interesse ad avere un'alternativa alla Cina ora che l'Europa è fuori gioco, perché per loro quest'ultima verrà ignorata per almeno una generazione; infatti la Russia è stata costretta a “finire tra le braccia della Cina”, come disse a suo tempo Peskov, a causa delle linee di politica scellerate dei governi americani ed europei quando la cricca di Davos aveva ancora il sopravvento su di essi. Russi e cinesi non hanno niente in comune.

Di conseguenza l'impianto geopolitico del futuro non saranno i BRICS (Brasile e Sud Africa sono a marchio WEF, mentre l'India è uno “swing state” oltre al fatto che gli USA stanno facendo più affari con il Pakistan riguardo le terre rare ad esempio), bensì il modello ARC: America, Russia e Cina. Tutti e tre, pur restando avversari in una certa misura, cercano di collaborare per riequilibrare le rispettive economie e anche per riequilibrare i rapporti militari reciproci. Il punto di convergenza, quindi, diventerebbe il Pacifico e l'Artico (il Giappone avrebbe un ruolo fondamentale in questo contesto). In questo nuovo assetto l'Europa avrebbe un ruolo marginale.

Il declino inevitabile della City di Londra, invece, è marchiato a fuoco da ciò che succede nei mercati dei metalli preziosi. La soppressione dei prezzi dei metalli preziosi era un modo per colonizzare indirettamente le industrie minerarie situate nei luoghi ricchi di minerali da estrarre. In questo modo i trader a Londra erano gli unici a fare davvero i soldi vendendo le commodity, mentre le industrie minerarie ottenevano briciole. I consumatori, pur non ritrovandosi alla fine di questa catena del disvalore, erano intrappolati nelle grinfie dei trader londinesi. Questi “intermediari” nei mercati dei futures erano i soli a risultare i vincitori. È una novità? No, lo sappiamo da cento anni, come minimo.

Esempio: il nickel. Il prezzo all'ingrosso è 90 centesimi a libbra. Sul mercato viene venduto da Rio Tinto a $2.50. E questa istituzione è una delle più grandi al mondo e ha la base nella City di Londra. Senza contare tutte le relazioni/connessioni bancarie che ha con le industrie minerarie nel Sud-est asiatico, in Indonesia e in Australia: esse, infatti, devono rivolgersi a banche come Standard Chartered, HSBC, o Barclays per ottenere prestiti e avviare le loro operazioni. Anche qui: indovinate chi ci guadagna su questi prestiti e sui profitti della produzione delle industrie minerarie per i primi 5-7 anni? E poi c'è quella che io chiamo “la porcata”: nel momento in cui viene concesso il prestito, queste banche aprono posizioni short sui metalli! Questa è colonizzazione finanziaria tramite il sistema bancario inglese e i mercati dei futures intermediati a Londra.

Uno dei motivi per cui i metalli preziosi, ultimamente, stanno esplodendo al rialzo è che questo circolo vizioso è stato progressivamente disinnescato. Grazie a compagnie come Franco Nevada, Wheaton Precious Metal, ecc. che hanno permesso il bypass del settore bancario per i finanziamenti in cambio di royalty su esplorazione e produzione (senza contare che sono molto più capaci nella valutazione del rischio delle compagnie minerarie). In questo modo le royalty vengono pagate solo quando si avvia la produzione, mentre non c'è il peso del servizio del debito durante le fasi di esplorazione. È un rischio d'investimento quello che corrono Franco Nevada et similia, ma almeno diventano partner ed è una situazione “win-win” per tutti dato che guadagnano dal flusso di cassa futuro una volta avviata la produzione. Diversamente dalle banche inglesi, il cui unico interesse è se l'azienda fallisce o meno, queste royalty company VOGLIONO che le aziende di cui sono partner abbiano successo.

Questo modello, sin dal 2005 circa, è cresciuto nel tempo e con il cambio di marcia intrapreso dagli USA negli ultimi 3 anni ha finalmente guadagnato trazione, emarginando gli intermediari e le relative connessioni bancarie a essi legati che avevano buttato in un fosso gli azionisti delle industrie minerarie, le industrie minerarie stesse e i dipendenti di queste. E diversamente da quello che raccontano i media generalisti, questo non è il classico schema “pump and dump”. Quando l'argento raggiunse il picco massimo precedente, a circa $50 l'oncia, quel fine settimana gli USA diedero l'annuncio di aver ucciso Osama Bin Laden e il COMEX annunciò un ampliamento dei margini di copertura per le posizioni long. Segnale, quello, che le bullion bank avrebbero protetto sé stesse e che avrebbero “ucciso” i long. Con quell'annuncio il prezzo crollò immediatamente di $5: vennero sentenziati a morte i prestiti a leva, mentre uno squeeze si portava via alcuni grossi player. Era il 2011 e sin da allora il COMEX, la LBMA e l'SLV hanno rappresentato un “triangolo della morte” per il prezzo dell'argento: il primo forniva il collaterale alla seconda affinché potesse avere la base attraverso cui supportare prestiti a leva e microgestire il prezzo dell'argento tramite un'offerta sintetica dello stesso. Almeno fino pochi mesi fa... cos'è cambiato? Cosa si è rotto? L'argento è in backwardation, c'è scarsità del metallo e i tassi di leasing a esso collegati sono schizzati in alto. Questa, come quella del 2011, è una battaglia tra giganti e le formiche devono fare attenzione a non essere schiacciate nel frattempo. È una questione di chi ha più soldi da gettare nel mercato per scavalcare gli avversari, soprattutto le posizioni short. E a questo giro, però, le scommesse e i contratti stipulati richiederanno la consegna dell'asset sottostante.

Sarà diverso stavolta? Dal punto di vista tecnico ce lo ha detto la soglia degli $83 l'oncia per l'argento. Dal punto di vista strategico le nuove soluzioni commerciali di Trump e le nuove soluzioni di collaterale per il dollaro di Bessent (metalli + Bitcoin) ce lo stanno dicendo, insieme anche a Cina, Russia e addirittura India. Non dimenticando, al contempo, che il mercato sintetico dell'argento è una fonte di introiti importante per la City di Londra.

Per ulteriori approfondimenti, poi, su questi temi a livello tecnico e orientativo, c'è sempre il servizio di consulenze del blog.


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