martedì 30 novembre 2021

Tassi d'interesse negativi ed il mondo nuovo della BCE

 

 

di Gunter Schnabl

Mentre la Federal Reserve sta compiendo sforzi significativi per impedire che il tasso del mercato monetario scenda sotto lo zero, con l'aiuto dei cosiddetti pronti contro termine inversi, in alcuni mercati finanziari dell'area Euro stanno comparendo tassi d'interesse negativi. Perché sta succedendo? E cosa significa per ricchezza e prosperità nell'area Euro?

Il punto di partenza è stato segnato dal tasso d'interesse applicato dalla Banca Centrale Europea sui depositi delle banche commerciali presso la stessa BCE, il cosiddetto tasso di deposito. Dallo scoppio della crisi finanziaria europea, la BCE si è impegnata in ampi acquisti di obbligazioni statali e societarie, cosa che ha gonfiato i depositi delle banche commerciali presso la BCE. Questi ultimi superano di gran lunga i requisiti minimi di riserva e continuano a crescere. Nel giugno 2014 il tasso d'interesse sul deposit facility della BCE, che funge da tasso minimo d'interesse, è stato fissato per la prima volta in territorio negativo a -0,1% e da allora è stato ridotto fino a -0,5% (Grafico 1).

Ciò ha portato a pressioni sulle banche commerciali affinché trasferissero i tassi d'interesse negativi sui depositi di famiglie, aziende e comuni. Il motivo è che dal 2008 le persistenti politiche di tassi d'interesse bassi hanno messo sotto pressione i margini di interesse delle banche commerciali, i profitti sugli interessi e quindi i ricavi in generale. Dal 2014 le banche dell'area Euro hanno pagato alla BCE circa €45 miliardi in interessi di mora. Inizialmente erano interessati solo i depositanti con elevati importi di risparmio, poi i tassi d'interesse negativi sono stati trasferiti sempre più ai risparmiatori con minori importi di risparmio. In molti casi in cui ciò non era legalmente possibile, l'interesse negativo ha assunto la forma delle cosiddette "commissioni di custodia", con l'aumento delle commissioni bancarie.

Grafico 1: Tassi d'interesse in Germania. Fonte: BCE, Deutsche Bundesbank, Refinitiv

Il tasso d'interesse sul mercato interbancario europeo (EONIA) segue da vicino il tasso sui depositi presso la banca centrale ed è quindi diventato anch'esso negativo (Grafico 1). Il tasso interbancario viene addebitato quando le banche accendono prestiti reciprocamente per brevi periodi di tempo e quindi compensare carenze o eccedenze di liquidità. In passato gli interessi dovevano essere pagati su tali prestiti a breve termine; ora, poiché la BCE ha inondato di liquidità le banche commerciali attraverso i suoi ampi programmi di acquisto di asset, e gli interessi devono essere pagati per detenere riserve presso la BCE, le banche commerciali sono disposte ad accettare liquidità da altre banche solo in cambio di un compenso.

I tassi d'interesse su alcuni titoli di stato nell'area Euro sono diventati negativi perché la BCE ha intensificato gli acquisti di titoli di stato. Al culmine della crisi del debito europeo nel luglio 2012, l'allora presidente Draghi (BCE, 2012) disse che la BCE si sarebbe impegnata a salvare l'euro acquistando titoli di stato ("a qualunque costo"). Se il volume degli acquisti della BCE è indirizzato a prevenire un default sovrano dei Paesi dell'area Euro del sud, come Italia e Grecia, e se gli acquisti di titoli di stato dei singoli Paesi dell'area Euro sono effettuati in proporzione al capitale, allora i tassi d'interesse dei Paesi dell'area Euro con un rischio di default relativamente basso possono cadere in territorio negativo. Questo è stato il caso per i titoli di stato tedeschi a 10 anni sin dall'aprile 2019 (Grafico 1). Attualmente anche i titoli di stato di Austria, Finlandia e Paesi Bassi hanno rendimenti negativi.

Infine la BCE ha introdotto un tasso d'interesse negativo sulle cosiddette operazioni di rifinanziamento a lungo termine (TLTRO) (Schnabl e Sonnenberg, 2020). Fino al 2015 le banche commerciali dovevano ancora pagare gli interessi per il rifinanziamento presso la BCE (Grafico 2); da allora, però, il tasso d'interesse sui prestiti TLTRO-II e TLTRO-III è negativo, attualmente compreso tra -0,5% e -1%. Ciò implica che le banche siano incentivate a concedere più prestiti alle imprese, riducendo così i loro costi di finanziamento. 

Grafico 2: Tassi d'interesse sulle operazioni di rifinanziamento dell'Eurosistema. Fonte: BCE

Il risultato è che i tassi d'interesse negativi sulle riserve detenute dalle banche commerciali presso la BCE sono (parzialmente) compensati o addirittura sovracompensati da "tassi d'interesse bonus" sui prestiti della BCE. Se i prestiti TLTRO-III trasportano un tasso d'interesse del -1%, dal punto di vista del settore bancario dell'area Euro nel suo complesso, i "tassi d'interesse bonus" (premio) sono stati superiori ai tassi d'interesse negativi sin dal 2020 (Grafico 3). Ciononostante le banche ne sono influenzate in modi diversi. L'effetto netto è positivo per le banche italiane e spagnole, mentre è negativo per le banche tedesche. In generale la BCE sembra lavorare con le carote ed i bastoni: in primo luogo la redditività delle banche è indebolita dai tassi d'interesse negativi sui depositi; poi viene concesso un tasso d'interesse positivo per l'assunzione di credito, se determinate condizioni sono soddisfatte.

Il risultato è che la BCE ha capovolto il mercato dei capitali dell'area Euro. Nel vecchio mondo la Deutsche Bundesbank e altre banche centrali europee hanno fissato il tasso d'interesse di riferimento in territorio positivo. Le banche commerciali hanno finanziato progetti d'investimento che hanno generato un rendimento superiore ai loro tassi di prestito. In alternativa, le banche commerciali detenevano titoli di stato sui quali ricevevano un tasso d'interesse positivo. Le eccedenze degli interessi risultanti hanno permesso alle banche di coprire i loro costi e di pagare gli interessi ai risparmiatori sui loro depositi. I rendimenti generati dalle imprese attraverso gli investimenti sono stati così ripartiti tra imprenditori, banche e famiglie (risparmiatori). 

Grafico 3: Entrate e spese mensili dell'Eurosistema dovute a tassi di interesse negativi. Fonte: BCE e calcoli propri (simulazione ipotizzando tassi di interesse -1% [massimi] per prestiti TLTRO-III)

Nel mondo nuovo della BCE, essa fissa in territorio negativo i tassi d'interesse sui depositi, mentre le aziende ricevono una (specie di) sussidio per i loro investimenti. Ma poiché le risorse sono scarse ed i ritorni attesi sugli investimenti ora sono di scarsa importanza per i prestiti, devono esistere criteri alternativi per l'allocazione del credito. La Commissione europea sta già lavorando a piani per incanalare i risparmi nell'UE in investimenti "green" (Commissione europea, 2021a) sulla base della classificazione dei singoli progetti d'investimento (tassonomia) (Commissione europea, 2021b). La BCE segnala con forza il sostegno ad un settore finanziario più "green" (Lagarde, 2021), infatti gli stress test climatici della BCE sulle banche indicano che prestiti diversi potrebbero essere assegnati a diversi "supporti" a seconda della "classificazione climatica".

Ciò significa non solo molto più potere per la BCE, ma anche drastiche perdite di benessere. Se l'allocazione del capitale non si basa più sul criterio dell'efficienza economica, ma sulla valutazione dei burocrati di una presunta compatibilità climatica, ciò corrisponde ad un cambiamento di sistema da un'economia di mercato ad un'economia pianificata ("green"). La conseguenza potrebbe essere una gigantesca allocazione errata dei fondi ed uno spreco di risorse. È probabile che la conseguente perdita di ricchezza si rifletta in tassi di crescita reali negativi e salari reali in calo. I tassi d'interesse reali ampiamente negativi, che sono già stati una realtà in alcuni segmenti dei mercati dei capitali europei, rappresentano un presagio di questa perdita di benessere per i cittadini europei.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 29 novembre 2021

Il grosso problema della Cina è il clientelismo, non il welfare

Sebbene il welfare possa non essere il problema per le finanze cinesi, c'è un problema economico ben più grande che aleggia sulla testa di Pechino. Certo, fomentato anche dal clientelismo. Sulla scia di un deliberato programma di debt-to-equity swap sin dagli anni '90, ha creato società di gestione patrimoniale per salvare le principali banche statali e diverse imprese statali. L'azienda statale ha bisogno di soldi dalla banca statale altrettanto in difficoltà, quindi il governo cinese crea una nuova società di gestione patrimoniale affinché acquisisca i crediti inesigibili di entrambi in cambio di una partecipazione in essi (azioni). Nonostante l'evidente assurdità di questo accordo a circuito chiuso, ha funzionato abbastanza bene da continuare a calciare il barattolo del debito lungo la strada. Se non altro, forse ha funzionato fin troppo bene da convincere Pechino che non c'era nulla che non potesse realizzare attraverso interventi monetari, fiscali o di altro tipo. La Cina è diventata dipendente dalla proverbiale stampante monetaria, infatti dal lancio del programma di conversione "debito in azioni", il rapporto debito/PIL ha continuato a salire. Tagliati fuori da mercati azionari alternativi, incoraggiati dallo stato ad acquistare azioni cinesi, condizionati a credere che lo stato cinese sarà sempre pronto a salvare qualsiasi istituzione in difficoltà, indipendentemente dai problemi, non c'è da stupirsi che gli investitori interni continuino ad acquistare Bitcoin (anche over the counter) per salvaguardare la loro ricchezza e non essere investiti dallo tsunami di bolle finanziarie gonfiate nel corso degli anni.

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di Mihai Macovei

Dopo tre decenni di riforme a favore del mercato, la povertà estrema in Cina è stata praticamente sradicata, quindi il presidente Xi Jinping ha ora la leva per spostare la sua attenzione sulla riduzione del divario di ricchezza nella società cinese. In un discorso al Partito comunista cinese ad agosto, Xi ha propagandato la "prosperità comune" per tutti i cinesi come un requisito essenziale del socialismo e della modernizzazione.

Gli esperti occidentali hanno accolto con favore la spinta della Cina per una maggiore ridistribuzione e consumo del reddito, ma hanno anche interpretato la mossa di Xi come un indicatore di una possibile discesa nell'assistenzialismo e di un inasprimento del controllo sul settore privato. Ma questo non è necessariamente il caso, piuttosto il governo cinese ha mostrato una riluttanza ad aumentare considerevolmente le dimensioni del suo welfare state, anche se la sua economia rimane impantanata nel clientelismo. Inoltre, in un'economia in cui il partito al governo controlla anche enormi porzioni dell'economia, i tentativi di ridistribuire parte di quella ricchezza non significano necessariamente un nuovo giro di vite sul settore privato.


Che cos'è la “prosperità comune”?

Ma prima esaminiamo cosa intende Xi per "prosperità comune". Il concetto è stato introdotto per la prima volta dal leader rivoluzionario Mao Zedong negli anni '50 con l'obiettivo di rendere la Cina prospera in modo egualitario. Non c'è da stupirsi che non abbia funzionato come sperato. Nel 1986 il leader riformista Deng Xiaoping riprese lo slogan di Mao per consentire ad alcune persone e regioni di arricchirsi in modo che potessero aiutare gli altri a recuperare il ritardo e raggiungere più velocemente la "prosperità comune". Le riforme del mercato hanno liberato l'iniziativa privata e portato circa tre decenni di crescita sfrenata. Durante questi ultimi, il prodotto interno lordo (PIL) pro capite della Cina è aumentato di circa quaranta volte, superando i $10.000, cinque volte più del livello raggiunto dall'India nello stesso periodo.

La crescita impressionante ha "sollevato tutte le barche" e la povertà estrema è stata sradicata, ma è aumentata anche la disuguaglianza economica. Il Coefficiente di Gini cinese di 0,47 è tra i più alti al mondo, mentre l'1% più ricco delle persone possiede il 31% della ricchezza del Paese. Pertanto il presidente Xi ha deciso di rimettere in cima alla sua agenda la "prosperità comune" di Mao. Il messaggio principale di Xi è che i gruppi a basso e medio reddito dovrebbero beneficiare maggiormente della nuova prosperità del Paese, godendo di livelli di consumo più elevati, un migliore accesso ai servizi pubblici, tasse più basse e maggiori opportunità di mobilità sociale verso l'alto. Il nuovo sistema prevede anche una maggiore ridistribuzione del reddito in cui gioca un ruolo importante una cosiddetta terza distribuzione basata su donazioni volontarie.

Xi sembra più interessato a consolidare la classe media cinese piuttosto che spennare i ricchi, ma anche dimostrare la superiorità del modello di crescita cinese sul "capitalismo ingiusto" occidentale. Secondo lui, quest'ultimo ha portato al "crollo della classe media, alle divisioni sociali, alla polarizzazione politica e al populismo diffuso". Xi vuole consolidare la stabilità sociale e rafforzare le sue credenziali di difensore della gente comune contro gli eccessi dei nuovi ricchi. Una recente ondata di repressioni contro aziende private e individui facoltosi è servita anche da monito ai nuovi oligarchi cinesi contro chiunque volesse sfidare l'autorità del governo cinese. Subito dopo l'annuncio di Xi sulla "prosperità comune", le élite aziendali più ricche si sono precipitate in una serie di donazioni pubbliche. Giganti della tecnologia come Alibaba Group di Jack Ma, Tencent, Xiomi, Didi e Pinduoduo hanno annunciato investimenti e donazioni di beneficenza per decine di miliardi di dollari in modo da finanziare iniziative di "prosperità comune".


Reazioni in Occidente

I media occidentali hanno criticato la normativa di Pechino per quanto riguarda i giganti della tecnologia, gli individui facoltosi ed i fornitori di istruzione privati. Le misure, in parte guidate dall'agenda della "prosperità comune", sono viste come un ritorno alle pratiche maoiste di rafforzamento del controllo dello stato e di indebolimento del settore privato. Ma non è necessariamente così: in un sistema politico a partito unico che possiede e controlla grandi parti dell'economia, la Cina è piena di esempi di capitalismo clientelare. Controllare la corruzione e la collusione tra le élite politiche e gli uomini d'affari ​​disonesti potrebbe non essere una mossa anti-mercato, dopotutto.

Allo stesso tempo, gli analisti occidentali hanno accolto con favore una spinta per aumentare i consumi e ridurre la disuguaglianza attraverso una maggiore ridistribuzione del reddito. Questo è stato per molti anni il consiglio del Fondo Monetario Internazionale (FMI) alla Cina. Più nello specifico la Brookings Institution ritiene che gli obiettivi di uguaglianza sociale del presidente Xi potrebbero essere portati avanti meglio da "misure come un'imposta sulla proprietà, un'imposta sul reddito più progressiva, o un'imposta sulle successioni". Altri sapientoni affermano inoltre che il modello di crescita cinese ha bisogno di una trasformazione più radicale della "prosperità comune" al fine di aumentare i salari ed i redditi delle famiglie. La distribuzione ineguale del reddito sarebbe un problema minore rispetto al fatto che le famiglie conservano una quota molto bassa del reddito, dai 15 ai 25 punti percentuali in meno rispetto all'Occidente. Pertanto suggeriscono che l'elevata quota di investimenti pubblici nel PIL venga riciclata in programmi di assistenza sociale.

Infatti il punto di maggiore scontento dei principali commentatori nei confronti del modello di crescita "squilibrato" della Cina è il seguente: salari e consumi "troppo bassi" rendono la Cina più competitiva in termini di esportazioni e dinamiche di crescita rispetto alla maggior parte delle economie avanzate. Ma invece di ammettere che i sistemi di welfare in Occidente stanno mantenendo stipendi e redditi artificialmente alti, deprimendo la crescita e cacciando i capitali verso la Cina e altre economie emergenti, trovano da ridire sul magro sistema di welfare cinese.


Il sistema di welfare competitivo della Cina

Secondo il FMI una ridistribuzione fiscale molto bassa è il principale motore della disuguaglianza di reddito in Cina. Le politiche fiscali riducono il Coefficiente di Gini del mercato cinese solo marginalmente, di meno di un punto. Nelle economie in cui i lwelfare state è più preponderante, come Svezia, Danimarca e Germania, la differenza tra gli indici Gini di mercato (al lordo di imposte e trasferimenti) e gli indici di Gini netti può arrivare fino a 25 punti, quasi dimezzando il livello di disuguaglianza (Grafico 1).

Grafico 1: disuguaglianza e ridistribuzione del reddito. Fonte: FMI

La bassa ridistribuzione fiscale e il benessere sociale significano che anche la spesa sociale e pubblica della Cina è piuttosto limitata rispetto al PIL (Grafico 2). Con circa l'8% del PIL, la spesa sociale in Cina è molto più bassa che negli Stati Uniti (20%) e in Germania (25%). Negli anni '60 anche il governo degli Stati Uniti spendeva solo il 7% circa del PIL per gli affari sociali, ma i tassi di crescita economica erano molto più alti.

Grafico 2: spesa pubblica, 2019. Fonte: Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE)

Il welfare state limitato della Cina consente un carico fiscale inferiore ed una minore progressività nel suo sistema fiscale. Con il 28% del PIL nel 2019, i budget sono molto più piccoli della media OCSE, di quasi il 42% del PIL. Le imposte indirette, come l'imposta sul valore aggiunto e altre imposte su beni e servizi, rappresentano circa la metà delle entrate fiscali in Cina rispetto ad un terzo nei Paesi OCSE. Ancora più importante, il cuneo fiscale sul lavoro è molto più leggero e le entrate derivanti dall'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) rappresentano circa il 5% delle entrate totali, rispetto ad una media OCSE del 25% (Grafico 3).

Grafico 3: Composizione del gettito fiscale cinese, 2014. Fonte: FMI

La Cina ha una IRPEF progressiva, con aliquote che vanno dal 3 al 45%, ma in pratica pochi contribuenti la pagano perché viene applicata solo a fasce di reddito molto alte. Ad esempio, l'aliquota marginale massima si applica solo ai redditi trentacinque volte superiori al salario medio. Di conseguenza il bilancio cinese raccoglie solo l'1% del PIL dall'IRPEF rispetto ad oltre il 10% del PIL negli Stati Uniti. I contributi della previdenza sociale (CPS) per la pensione, la disoccupazione e l'assicurazione sanitaria sono applicati ad un tasso forfettario nominale ai salari e sono limitati ai redditi più elevati. In combinazione con l'IRPEF, generano un programma fiscale regressivo che il FMI critica, erroneamente, in quanto penalizzerebbe i redditi più bassi (Grafico 4).

Grafico 4: aliquota fiscale media IRPEF e CPS per quintili di reddito. Fonte: FMI


La Cina dice “No” ad un welfare grande e preponderante

La "prosperità comune" ha suscitato aspettative su una grande espansione del welfare, ma la Cina non intende cadere in questa trappola. Poco dopo il discorso di Xi Jinping ad agosto, un alto funzionario del partito ha chiarito che "prosperità comune" non significa "uccidere i ricchi per aiutare i poveri". Coloro che "si arricchiscono prima" dovrebbero aiutare coloro che sono dietro, ma "la strada definitiva verso la prosperità comune è lavorare sodo insieme". Lo stesso funzionario ha detto chiaramente che la Cina deve "guardarsi dal cadere nella trappola dell'assistenzialismo" e "non sosterrà i pigri".

Anche la Cina non vuole far deragliare il settore privato, consapevole che è il suo motore di crescita ed occupazione. Sottolinea che le politiche di regolamentazione e le repressioni prendono di mira comportamenti illegali e non sono rivolte a società private o straniere, mentre le donazioni di beneficenza saranno incoraggiate con incentivi fiscali. L'agenzia di stampa nazionale, Xinhua, non ha girato intorno all'argomento quando ha concluso che "la prosperità comune non è egualitarismo; non è in alcun modo derubare i ricchi per aiutare i poveri, come frainteso da alcuni media occidentali".


Conclusioni

Gli analisti mainstream che sperano che la Cina seguirà la strada occidentale dei welfare state preponderanti rischiano di rimanere delusi. Secondo i leader cinesi, la nuova spinta verso la "prosperità comune" non riguarda la ridistribuzione egualitaria del reddito, ma la fornitura di migliori opportunità economiche e sociali per i gruppi a basso e medio reddito. Reprimere redditi alimentati dal clientelismo e derivanti da rendite monopolistiche può rafforzare il funzionamento dei mercati.

C'è sempre un divario tra le parole ed i fatti, ma una cosa è chiara: per mantenere alti i tassi di crescita e raggiungere l'Occidente, la Cina non può ripetere l'errore di quest'ultimo e costruire sistemi di welfare gonfiati che schiacciano la crescita economica. Questo è un punto fondamentale dato che il settore delle grandi imprese statali in Cina è già una delle principali fonti di inefficienza economica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 26 novembre 2021

Bitcoin ed il redde rationem fiscale degli Stati Uniti

 

 

di Avik Roy

Le criptovalute come Bitcoin hanno pochi fan a Washington. In un'audizione di luglio al Congresso, la senatrice Elizabeth Warren ha avvertito che Bitcoin "mette il sistema [finanziario] alla mercé dei capricci di un gruppo oscuro di super-codificatori". Anche il segretario al Tesoro USA, Janet Yellen, ha affermato che le "criptovalute sono state utilizzate per riciclare i profitti dei trafficanti di droga; sono state uno strumento per finanziare il terrorismo".

Finora i sostenitori di Bitcoin rimangono imperterriti (il termine "Bitcoin" con la "B" maiuscola è usato per far riferimento al sistema di crittografia e tecnologia che produce la valuta "bitcoin", con la "b" minuscola, e verifica le transazioni). Un sondaggio su 3.000 adulti nell'autunno del 2020 ha rilevato che solo il 4% degli adulti di età superiore ai 55 anni possiede criptovalute, poco più di un terzo di quelli di età compresa tra 35 e 44 anni, così come due quinti di quelli di età compresa tra 25 e 34 anni. A metà del 2021 Coinbase — il più grande exchange di criptovalute negli Stati Uniti — aveva 68 milioni di utenti verificati.

Per i giovani americani, il denaro digitale è intuitivo quanto i media digitali e le amicizie digitali. Ma i millennial non sono le uniche persone interessate a Bitcoin: un numero crescente di investitori sta coltivando interesse per questo mondo. I sondaggi indicano che fino al 21% degli hedge fund statunitensi ora possiede bitcoin in qualche forma. Nel 2020, dopo aver considerato varie classi di asset come azioni, obbligazioni, oro e valute estere, il celebre gestore di hedge fund, Paul Tudor Jones, ha chiesto: "Quale sarà il vincitore tra dieci anni?" La sua risposta: "La mia scommessa è che sarà Bitcoin".

Cosa sta alimentando questo crescente interesse per una forma di valuta inventata nel 2008? La risposta arriva dall'ex-presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, il quale ha osservato che "il governo degli Stati Uniti ha una tecnologia, chiamata stampante monetaria [...] che gli consente di produrre tutti i dollari che desidera senza alcun costo. Aumentando il numero di dollari in circolazione [...] il governo degli Stati Uniti può anche ridurre il valore di un dollaro in termini di beni e servizi, che equivale a [...] inflazione". In altre parole, gli stati con le valute fiat — compresi gli Stati Uniti — hanno il potere di espanderne la quantità: se scelgono di farlo, rischiano di gonfiare i prezzi di beni di prima necessità come cibo, gas e alloggio.

Negli ultimi mesi i consumatori hanno sperimentato un'inflazione dei prezzi più elevata di quella che hanno visto negli ultimi decenni. Una delle ragioni principali degli aumenti è che i banchieri centrali di tutto il mondo — compresi quelli della Federal Reserve — hanno cercato di compensare i lockdown con l'inflazione monetaria. Di conseguenza quasi $4.000 miliardi di dollari, euro e yen hanno trovato la loro strada dalle banche centrali nelle casse delle istituzioni finanziarie globali.

Jerome Powell, l'attuale presidente della Federal Reserve, insiste sul fatto che le tendenze dell'inflazione nel 2021 sono "transitorie". Potrebbe avere ragione nel breve termine, ma per il futuro prossimo l'inflazione sarà una sfida profonda e inevitabile per l'America a causa di un unico fattore: il debito federale in rapida espansione, sempre più finanziato dalla stampa di denaro da parte della FED.

Col tempo i politici dovranno affrontare una scelta salomonica: proteggere gli americani dall'inflazione, o proteggere la capacità dello stato di affondare nella spesa in deficit. Diventerà impossibile fare entrambe le cose. Col tempo questo problema aumenterà l'importanza di Bitcoin.


L'ESPERIMENTO DEL DENARO FIAT

Sta diventando chiaro che Bitcoin non è solo una moda passeggera, ma un'innovazione significativa con implicazioni potenzialmente significative per il futuro degli investimenti e della finanza globale. Per comprendere queste implicazioni, dobbiamo prima esaminare la storia recente dello strumento principale che Bitcoin è stato inventato per sostituire: il dollaro americano.

Verso la fine della seconda guerra mondiale, in un accordo stipulato da 44 Paesi a Bretton Woods, nel New Hampshire, il valore del dollaro USA fu formalmente fissato a 1/35 del prezzo di un'oncia d'oro. Le valute di altri Paesi, come la sterlina britannica e il franco francese, erano a loro volta ancorate al dollaro, rendendolo la valuta di riserva mondiale.

Con il sistema di Bretton Woods gli stati esteri potevano recuperare i lingotti d'oro che avevano inviato negli Stati Uniti durante la guerra scambiandoli con dollari al relativo tasso di cambio fisso. Ma consentire a tutti i principali Paesi di scambiare dollari con oro detenuto dagli americani funzionò solo finché il governo degli Stati Uniti rimase responsabile dal punto di vista fiscale e monetario. Alla fine degli anni '60 non era né l'uno né l'altro. Qualcuno doveva pagare i costi elevati delle politiche "guns and butter" di Lyndon Johnson — la Guerra del Vietnam e la Great Society, rispettivamente — quindi la Federal Reserve iniziò a stampare valuta per adempiere a tali oneri. Anche il successore di Johnson, Richard Nixon, fece pressioni sulla FED affinché inondasse l'economia di denaro sotto forma di stimolo economico. Dal 1961 al 1971 la FED aveva quasi raddoppiato l'offerta di dollari in circolazione. "Nei primi sei mesi del 1971", disse il compianto premio Nobel Robert Mundell, "l'espansione monetaria fu più rapida rispetto a qualsiasi altro periodo precedente". Quell'anno le banche centrali e gli stati esteri detenevano crediti per un valore di $64 miliardi sui $10 miliardi di oro ancora detenuti dagli Stati Uniti.

Non passò molto tempo prima che il mondo si accorgesse della carenza. In un classico scenario di corsa agli sportelli, gli stati europei vollero riscattare i dollari con l'oro detenuto dagli americani prima che la FED lo finisse. Nel luglio 1971 la Svizzera ritirò $50 milioni in lingotti dai caveau statunitensi. Ad agosto, la Francia inviò un cacciatorpediniere per scortare $191 milioni del suo oro dalla Federal Reserve di New York. La Gran Bretagna presentò una richiesta di $3 miliardi poco dopo.

Alla fine, quello stesso mese, Nixon riunì segretamente un piccolo gruppo di fidati consiglieri a Camp David per escogitare un piano ed evitare l'imminente distruzione dei depositi d'oro statunitensi, oltre al successivo crollo dell'economia internazionale. Lì venne stabilito un corso d'azione radicale: la sera del 15 agosto, in un discorso televisivo alla nazione, Nixon annunciò la sua intenzione di ordinare un blocco di 90 giorni su tutti i prezzi e salari in tutto il Paese, un dazio del 10% su tutte le merci importate e una sospensione temporanea — alla fine, permanente — del diritto degli stati esteri di scambiare i loro dollari con oro americano.

Sapendo che la sua abrogazione unilaterale degli accordi che coinvolgevano dozzine di Paesi sarebbe stata uno shock per i leader mondiali ed il popolo americano, Nixon lavorò per rassicurare che il cambiamento non avrebbe turbato i mercati globali. Promise che "l'effetto di questa azione [...] sarà quello di stabilizzare il dollaro" e che "il dollaro varrà tanto domani quanto oggi". Il giorno dopo il mercato azionario salì — con sollievo di tutti. I redattori del New York Times "applaudirono senza esitazione [ndr] l'audacia" della mossa di Nixon. La crescita economica rimase forte per mesi dopo il cambiamento e l'anno successivo Nixon venne rieletto in modo schiacciante, vincendo 49 stati nel collegio elettorale e il 61% del voto popolare.

Tuttavia il successo a breve termine di Nixon fu un miraggio. Dopo l'elezione, il presidente revocò i controlli sui salari e sui prezzi e l'inflazione tornò a mordere. Nel dicembre 1980 il dollaro aveva perso più della metà del potere d'acquisto che aveva nel giugno 1971 sulla base dei prezzi al consumo. In relazione all'oro, il prezzo del dollaro crollò — da 1/35 a 1/627 di oncia troy. Sebbene Jimmy Carter sia spesso accusato della Grande Inflazione della fine degli anni '70, "la verità", come ha sostenuto l'ex-direttore del Consiglio economico nazionale, Larry Kudlow, "è che il presidente che scatenò l'inflazione a due cifre fu Richard Nixon".

Nel 1981 il presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, rialzò il tasso d'interesse di riferimento al 19%. Ne seguì una profonda recessione, ma l'inflazione cessò e gli Stati Uniti iniziarono un periodo pluridecennale di crescita robusta, bassa disoccupazione e bassa inflazione dei prezzi al consumo. Di conseguenza pochi hanno nostalgia dei tempi di Bretton Woods o dell'era del gold standard; l'opinione dell'establishment economico di oggi è che il sistema attuale funziona bene, che il gold standard è intrinsecamente instabile e che i sostenitori di un ritorno dell'oro è gente a dir poco eccentrica.

Tuttavia è importante ricordare che l'era post-Bretton Woods — in cui l'offerta del denaro fiat può essere ampliata o contratta a piacimento — ha solo 50 anni. A quelli di noi nati dopo il 1971 potrebbe sembrare che non ci sia nulla di anormale nel modo in cui funziona il denaro oggi. Se visti attraverso la lente della storia umana, i tassi di cambio fluttuanti rimangono un esperimento economico senza precedenti — con un difetto critico.

Un attributo intrinseco del sistema post-Bretton Woods è che consente la spesa in deficit. Con un gold standard i Paesi non sono in grado di gestire ampi deficit di bilancio senza drenare le loro riserve auree. La crisi di Nixon del 1971 è tutt'altro che l'unico esempio; la spesa in disavanzo durante e dopo la prima guerra mondiale, ad esempio, causò disagi economici in numerosi Paesi europei — soprattutto in Germania — perché gli stati avevano bisogno di usare le loro riserve auree per finanziare i relativi debiti di guerra.

Oggi, invece, è relativamente facile per gli Stati Uniti avere deficit cronici. Il debito federale odierno a quasi $29.000 miliardi (da $2.400 miliardi nel 1984 a $10.000 miliardi nel 2008) è finanziato in parte da bond del Tesoro USA, banconote e obbligazioni degli Stati Uniti, sui quali i prestatori riscuotono una forma di interesse. I rendimenti dei bond del Tesoro USA sono denominati in dollari, ma poiché i dollari non sono più convertibili in oro, questi titoli sono coperti esclusivamente dalla "piena fiducia e credito negli Stati Uniti".

I tassi d'interesse sui titoli del Tesoro statunitensi sono rimasti bassi, il che secondo molti significa che il merito di credito degli Stati Uniti rimane sano. Proprio come i consumatori meritevoli di credito godono di tassi d'interesse più bassi sui loro mutui e crediti, i Paesi meritevoli di credito godono in genere di tassi più bassi sulle obbligazioni che emettono. Di conseguenza l'era post-Grande Recessione di bassa inflazione e tassi d'interesse vicini allo zero ha portato molti a sostenere che le vecchie regole non si applicano più e che le preoccupazioni sui deficit sono obsolete. I sostenitori di questo punto di vista puntano il dito ai massicci pacchetti di incentivi approvati sotto i presidenti Donald Trump e Joe Biden, che, in totale, hanno aumentato il deficit e il debito federali di $4.600 miliardi senza influire sulla capacità del governo di contrarre ulteriori prestiti.

La versione estrema della nuova narrativa "i deficit non contano" proviene dai sostenitori di quella che è stata chiamata Modern Monetary Theory (MMT), i quali affermano che poiché gli Stati Uniti controllano la propria valuta, il governo federale ha un potere infinito aumentare i disavanzi e il debito senza conseguenze. Sebbene la maggior parte degli economisti tradizionali liquidi la MMT come impraticabile e persino pericolosa, i politici sembrano legiferare tenendo a mente le sue ipotesi. Una nuova generazione di consiglieri economici democratici ha spinto il presidente Biden a proporre ulteriori $3.500 miliardi di spesa, oltre ai $4.600 miliardi spesi per gli aiuti contro il Covid-19 e al disegno di legge bipartisan per le infrastrutture da $1.000 miliardi. Questi democratici, insieme ad una nuova generazione di repubblicani populisti, liquidano le preoccupazioni degli economisti più anziani che temono che l'esplosione di deficit rischi un ritorno all'economia degli anni '70, completa di alta inflazione, alti tassi d'interesse e alta disoccupazione.

Ma ci sono diverse ragioni per credere che la dissolutezza fiscale americana non possa andare avanti per sempre. La ragione più importante è il giudizio unanime della storia: in ogni Paese e in ogni epoca, deficit incontrollati e debito alle stelle sono finiti con stagnazione o rovina economica.

Un altro motivo ha a che fare con l'insolita confluenza di eventi che negli ultimi decenni ha permesso agli Stati Uniti di finanziare i propri debiti a tassi d'interesse bassi, una confluenza a cui Bitcoin potrebbe porvi fine.


FIDUCIA IN DISCESA NEL CREDITO DEGLI STATI UNITI

Per i membri della comunità finanziaria, i bond del Tesoro statunitensi sono considerati asset "privi di rischio". Vale a dire, mentre molti investimenti comportano rischi — una società può fallire, ad esempio, azzerando così il valore delle sue azioni — i bond del Tesoro USA sono supportati dalla piena fiducia e credito negli Stati Uniti. Poiché la gente crede che gli Stati Uniti adempiranno ai propri obblighi, prestare denaro al governo federale — l'acquisto di bond del Tesoro USA che pagano al detentore un tasso d'interesse — è considerato un investimento privo di rischi.

La definizione dei titoli del Tesoro come "privi di rischio" non è solo per reputazione, ma anche per regolamentazione. Dal 1988 il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria con sede in Svizzera ha sponsorizzato una serie di accordi tra banchieri centrali di Paesi finanziariamente significativi: questi accordi sono stati progettati per creare standard globali in modo tale da avere una proporzione sufficiente di asset a basso rischio e privi di rischio. L'obiettivo di questi standard era garantire che le banche non fallissero quando i mercati sarebbero scesi, come nel 2008.

L'attuale versione degli accordi di Basilea, nota come "Basilea III", assegna un rischio zero ai titoli del Tesoro statunitensi. Secondo la formula di Basilea III, quindi, ogni grande banca del mondo viene ricompensata se detiene queste obbligazioni invece di altri asset. Ciò gonfia artificialmente la domanda di obbligazioni e consente agli Stati Uniti di prendere in prestito a tassi inferiori rispetto ad altri Paesi.

Gli Stati Uniti beneficiano anche del peso della loro economia, così come della dimensione del loro debito. Poiché l'America è il Paese più indebitato del mondo in termini assoluti, il mercato dei titoli del Tesoro USA è il mercato più grande e più liquido del mondo. I mercati liquidi sono molto importanti per i principali investitori: un grande istituto finanziario o stato con centinaia di miliardi (o più) di una determinata valuta nel proprio bilancio si preoccupa di essere in grado di acquistare e vendere asset riducendo al minimo l'impatto di tali azioni sul prezzo di negoziazione. Non ci sono asset alternativi a basso rischio che si possano negoziare sulla scala dei bond del Tesoro USA.

Lo status di tali obbligazioni come asset privi di rischio — e, a sua volta, la capacità dell'America di prendere in prestito il denaro necessario per finanziare le sue spese crescenti — dipende dalla fiducia degli investitori nella solvibilità americana. Sfortunatamente l'interferenza della Federal Reserve nei mercati dei titoli del Tesoro ha oscurato la capacità di determinare se le istituzioni finanziarie vedono con fiducia la situazione fiscale degli Stati Uniti.

Negli anni '90 i consiglieri di Bill Clinton diedero la priorità alla riduzione del deficit, in gran parte per la preoccupazione che i "bond vigilantes" — investitori che protestano contro la politica fiscale o monetaria espansiva di uno stato vendendo i relativi titoli obbligazionari, cosa che fa salire i tassi d'interesse" — avrebbero potuto danneggiare l'economia. Il loro successo nell'eliminare il deficit primario portò i rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni dall'8% al 4%.

Nel periodo di massimo splendore di Clinton, la Federal Reserve era limitata nella sua capacità di influenzare il tasso d'interesse del decennale USA. I suoi interventi monetari miravano principalmente al tasso dei fondi federali — il tasso d'interesse caricato dalle banche sulle transazioni overnight. Ma nel 2002 Ben Bernanke disse che la FED "deve porre limiti espliciti ai rendimenti sul debito del Tesoro a più lunga scadenza". Ciò equivaleva ad un programma di controlli sui prezzi dei tassi d'interesse.

Dalla crisi finanziaria del 2008 la Federal Reserve è riuscita a spazzare via i bond vigilantes usando una politica chiamata "quantitative easing", in base alla quale manipola il prezzo dei bond del Tesoro USA comprandoli e vendendoli sul mercato aperto. Di conseguenza i rendimenti dei titoli del Tesoro USA non sono più determinati dal mercato libero, ma dalla FED.

L'effetto combinato di queste forze — l'impulso normativo per le banche a possedere bond del Tesoro, il vantaggio di liquidità che hanno agli occhi delle grandi istituzioni finanziarie e la manipolazione da parte della Federal Reserve dei loro prezzi — significa che i tassi d'interesse sui titoli del Tesoro USA non indicano più il merito creditizio (o una sua mancanza di esso) degli Stati Uniti. Nel frattempo salgono le indicazioni che gli investitori stanno diventando sempre più preoccupati per il quadro fiscale e monetario degli Stati Uniti — e stanno a loro volta assegnando più rischio ai bond del Tesoro USA presumibilmente "privi di rischio".

Uno di questi indicatori è il calo della quota di bond del Tesoro USA di proprietà di investitori esteri. Tra il 2010 e il 2020 la quota di titoli del Tesoro USA di proprietà di soggetti esteri è scesa dal 47% al 32%, mentre la quota di proprietà della FED è più che raddoppiata, passando dal 9% al 22%. In parole povere, gli investitori stranieri hanno ridotto i loro acquisti di debito pubblico degli Stati Uniti, costringendo così la FED ad aumentare i propri acquisti per compensare la differenza e sostenere i prezzi.

Fino a quando il Congresso non ridurrà la traiettoria del debito federale, la politica monetaria degli Stati Uniti resterà in un circolo vizioso dal quale non c'è una via di fuga. L'aumento del debito impone al Dipartimento del Tesoro USA di emettere una quantità sempre maggiore di obbligazioni, ma la domanda di mercato per questi titoli non può tenere il passo con la loro crescente offerta. Nel tentativo di evitare un picco dei tassi d'interesse, la FED dovrà stampare nuovi dollari per assorbire l'eccesso di offerta di bond del Tesoro USA. L'inflazione monetaria risultante causerà aumenti dei prezzi al consumo.

Coloro che lodano la drammatica espansione dell'offerta di denaro da parte della FED sostengono che non abbia influito sull'inflazione dei prezzi al consumo. A prima vista sembrano avere ragione. Nel gennaio del 2008 M2 era a circa $7.500 miliardi; a gennaio 2020 era più che raddoppiato, a $15.400 miliardi. A luglio 2021 M2 era $20.500 miliardi  — quasi il triplo di quello che era solo 13 anni fa. Nello stesso periodo il PIL degli Stati Uniti è aumentato solo del 50%. Ciononostante, dal 2000, il tasso medio di crescita dell'indice dei prezzi al consumo (IPC) per tutti i consumatori urbani — un benchmark di inflazione ampiamente utilizzato — è rimasto basso, intorno al 2,25%.

Come è stato possibile?

La risposta sta nel rapporto tra inflazione monetaria ed inflazione dei prezzi, il quale si è differenziato nel tempo. Nel 2008 la Federal Reserve ha iniziato a pagare interessi alle banche che parcheggiavano i loro soldi presso di essa, riducendo l'incentivo delle banche a prestare quei soldi nell'economia in generale, cosa che avrebbe alimentato l'inflazione dei prezzi. Ma la ragione principale della divergenza è che le misure convenzionali come l'IPC non catturano con precisione il modo in cui l'inflazione monetaria sta influenzando i prezzi interni.

In un Paese vasto e diversificato come gli Stati Uniti, persone e settori diversi sperimentano l'inflazione dei prezzi in modi diversi. Il fatto che essa si verifichi prima in alcuni settori dell'economia rispetto ad altri è stato descritto per la prima volta dall'economista franco-irlandese Richard Cantillon nel XVIII secolo. Nel suo "Saggio sulla natura del commercio" del 1730, Cantillon osservò che quando gli stati aumentano l'offerta di denaro, coloro che per primi ricevono il denaro ne ottengono il massimo beneficio — a spese di coloro a cui va per ultimi. Nel XX secolo Friedrich Hayek si basò sul pensiero di Cantillon quando disse che "il vero danno [dell'inflazione monetaria] è dovuto all'effetto differenziale sui prezzi, i quali cambiano successivamente in un ordine molto irregolare e in misura molto diversa, cosicché l'intera struttura dei prezzi viene distorta e svia la produzione in direzioni sbagliate".

Nel contesto odierno i beneficiari diretti del denaro appena stampato sono coloro che ne hanno meno bisogno: i nuovi dollari finiscono nelle banche commerciali, che a loro volta li prestano alle entità più meritevoli di credito come fondi d'investimento, grandi aziende ed individui facoltosi. Di conseguenza l'impatto più profondo sui prezzi dell'inflazione monetaria negli Stati Uniti è stato su quei tipi di asset che le istituzioni finanziarie e le persone benestanti acquistano: azioni, obbligazioni, immobili, capitale di rischio e simili.

Questo è il motivo per cui il rapporto prezzo/utili delle società nell'indice S&P 500 è ai massimi storici, perché le start-up rischiose con idee a lungo termine stanno attirando $100 milioni in venture capital e perché il prezzo medio di vendita delle case è salito del 24% in un singolo anno — il più grande aumento di un anno del XXI secolo. Nel frattempo i lavoratori a basso e medio reddito devono far fronte all'aumento dei prezzi senza un conseguente aumento dei loro salari. Se l'inflazione degli asset persisterà mentre i costi di immobili ed assistenza sanitaria continueranno a crescere oltre la portata della gente comune, la legittimità della nostra economia di mercato sarà messa  ad ura prova.


IL RITORNO DEL DENARO SANO ED ONESTO

Satoshi Nakamoto, lo pseudonimo del creatore di Bitcoin, era fortemente preoccupato per la crescente abbondanza di dollari e altre valute fiat già nei primi anni 2000. Nel 2009 scrisse: "Il problema alla radice con la valuta convenzionale è tutta la fiducia necessaria per farla funzionare. Bisogna avere fiducia che il sistema bancario centrale non svaluti la valuta, ma la storia del denaro fiat è piena di violazioni di tale fiducia". Bitcoin è stato creato in previsione dell'incombente crisi fiscale e monetaria negli Stati Uniti e in tutto il mondo.

Per capire come funziona Bitcoin è utile esaminare la filosofia monetaria della Scuola Austriaca, le cui figure di spicco — soprattutto Hayek e Ludwig von Mises — hanno influenzato notevolmente Nakamoto ed i primi sviluppatori di Bitcoin.

Gli economisti della Scuola Austriaca erano strenui sostenitori di quello che Mises chiamava "il principio del denaro sano ed onesto" — cioè, di mantenere l'offerta di denaro il più costante e prevedibile possibile. In The Theory of Money and Credit, pubblicato per la prima volta nel 1912, Mises sosteneva che il denaro sano ed onesto serve come "uno strumento per la protezione delle libertà civili contro le incursioni dispotiche da parte degli stati" e appartiene "alla stessa classe in cui ci sono le costituzioni e le leggi sui diritti individuali". Proprio come le carte dei diritti erano una "reazione contro il governo arbitrario e l'inosservanza delle antiche usanze da parte dei re", scrisse, "il postulato del denaro sano ed onesto fu inizialmente proposto come risposta alla pratica principesca di svalutare la moneta".

Mises credeva che l'inflazione fosse una violazione dei diritti di proprietà di qualcuno tanto quanto portargli via arbitrariamente la terra. Del resto, in entrambi i casi, lo stato acquista valore economico a spese del cittadino. Dal momento che l'inflazione monetaria crea un picco di stimoli a breve termine, i politici interessati alla rielezione avranno sempre un incentivo ad espandere l'offerta di denaro. Ma farlo va a scapito del declino a lungo termine del potere d'acquisto dei consumatori.

Per Mises, il modo migliore per affrontare una tale minaccia è evitare del tutto le valute fiat. E secondo lui, la migliore alternativa era l'oro. "L'eccellenza del gold standard", ha scritto Mises, è "che rende la determinazione del potere d'acquisto dell'unità monetaria indipendente dalle politiche degli stati e dei partiti politici". In altre parole, la virtù principale dell'oro è che la sua offerta aumenta lentamente e costantemente e non può essere manipolata dai politici.

Può sembrare che l'oro sia una scelta arbitraria come base per una valuta, ma possiede un insieme di qualità che lo rendono ideale per conservare e scambiare valore. In primo luogo, è verificabile e difficilmente falsificabile: l'oro è molto denso, il che significa che l'oro contraffatto è facile da identificare — bisogna semplicemente pesarlo (in realtà non è così semplice visto che il tungsteno ha lo stesso peso atomico, ndt). In secondo luogo, l'oro è divisibile: a differenza, ad esempio, del bestiame, l'oro può essere consegnato in unità frazionate sia piccole che grandi, consentendo un prezzo preciso. Terzo, l'oro è durevole: a differenza delle materie prime che marciscono o evaporano nel tempo, l'oro può essere conservato per secoli senza degradarsi. Quarto, l'oro è fungibile: un'oncia d'oro in Asia vale quanto un'oncia d'oro in Europa.

Queste quattro qualità sono condivise dalla maggior parte delle valute moderne. La quinta qualità dell'oro è tuttavia più distinta, oltre che più rilevante per il suo ruolo di strumento di denaro sano ed onesto: la scarsità. Mentre le persone hanno usato perline, conchiglie e altri merci come forme primitive di denaro, questi oggetti sono abbastanza facili da acquisire e introdurre in circolazione. Mentre l'offerta di oro aumenta gradualmente man mano che viene estratto dal suolo, il tasso di estrazione rispetto all'offerta totale in superficie è basso: ai tassi attuali, ci vorrebbero circa 66 anni per raddoppiare la quantità di oro in circolazione. Al confronto l'offerta di dollari è più che raddoppiata nell'ultimo decennio.

Quando i designer di Bitcoin influenzati dalla Scuola Austriaca hanno deciso di creare una valuta più affidabile, hanno cercato di replicare tutte queste qualità. Come l'oro, Bitcoin è divisibile, non falsificabile, durevole e fungibile; non solo tutto questo, ma migliora anche l'oro come forma di denaro ed onesto.

Innanzitutto Bitcoin è più raro dell'oro. Sebbene l'offerta di oro aumenti lentamente, però aumenta. L'offerta di bitcoin, al contrario, è fissata a 21 milioni e non può essere modificata.

In secondo luogo, Bitcoin è molto più trasportabile dell'oro. Il trasferimento dell'oro fisico da un luogo all'altro è un processo oneroso, soprattutto in grandi quantità; Bitcoin, dall'altra parte, può essere trasferito in qualsiasi quantità con la stessa rapidità di un'e-mail.

Terzo, Bitcoin è più sicuro dell'oro: un singolo indirizzo bitcoin su un wallet potrebbe avere tanto valore quanto il Tesoro degli Stati Uniti che detiene i lingotti d'oro — senza la necessità di costose strutture militarizzate come Fort Knox per tenerlo al sicuro. Infatti se immagazzinato utilizzando le migliori pratiche, il costo per proteggere Bitcoin da hacker o aggressori è di gran lunga inferiore al costo di immagazzinare l'oro.

Quarto, Bitcoin è una tecnologia: poiché gli sviluppatori identificano modi per aumentare la sua funzionalità senza comprometterne gli attributi principali, possono migliorarlo gradualmente nel tempo.

Quinto, e infine, Bitcoin non può essere censurato. Lo scorso anno il governo cinese ha chiuso il quotidiano pro-democrazia Apple Daily di Hong Kong, ma non censurandone i contenuti, bensì ordinando alle banche di non farvi affari ed impedendo così ad Apple Daily di pagare i suoi fornitori o dipendenti. Coloro che affermano che lo stesso non potrebbe accadere qui devono solo guardare all'Operazione Choke Point dell'amministrazione Obama, un tentativo normativo per impedire alle banche di fare affari con entità legittime come produttori di armi e prestatori di denaro — ditte non gradite a quell'amministrazione. Al contrario, finché il mittente ha accesso a Internet, nessuna entità può impedire che avvenga una transazione in bitcoin.

Questa combinazione di offerta fissa, trasportabilità, sicurezza, migliorabilità e resistenza alla censura incarna la svolta di Nakamoto. Hayek, in The Denationalisation of Money, prevedeva proprio una tale separazione tra denaro e stato. "Credo che possiamo fare molto meglio di quanto l'oro abbia fatto finora", scrisse, "solo che gli stati non ne sono capaci, ma la libera impresa sì".

Il problema principale per cui è stato inventato Bitcoin — la svalutazione della valuta fiat attraverso spese e prestiti sconsiderati — è già alle porte. Se il piano di spesa da $3.500 miliardi di Biden passa al Congresso, il debito nazionale aumenterà ulteriormente. Qualcuno dovrà acquistare i bond del Tesoro USA per consentire tale spesa.

Tuttavia, come discusso sopra, gli investitori sono scettici sulle obbligazioni sovrane. Il 30 giugno 2021 il tasso d'interesse del decennale USA era dell'1,45%. Anche con un tasso d'inflazione ufficiale al 2%, in queste condizioni i possessori di bond del Tesoro USA hanno la garanzia di perdere denaro in termini aggiustati all'inflazione. Un critico delle politiche della FED, il CEO di MicroStrategy Michael Saylor, paragona il valore delle obbligazioni sovrane USA di oggi ad un "cubo di ghiaccio che si scioglie". Lo scorso maggio, Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates ed ex-scettico su Bitcoin, ha dichiarato: "Personalmente preferirei avere Bitcoin piuttosto che un titolo [del Tesoro USA]". Se hedge fund, banche e governi stranieri continuano a rallentare i loro acquisti di titoli del Tesoro USA, anche di una percentuale relativamente piccola, il calo della domanda potrebbe farne crollare i prezzi.

Se ciò accade, la FED dovrà affrontare le due opzioni sgradevoli descritte in precedenza: consentire l'aumento dei tassi d'interesse o aumentare ulteriormente l'offerta di denaro. La pressione politica per scegliere quest'ultima opzione sarebbe irresistibile, ma farlo abbasserebbe i rendimenti aggiustati all'inflazione sui titoli del Tesoro USA, allontanando più investitori da questo strumento finanziario e avvicinandoli invece a strumenti finanziari superiori come Bitcoin. A sua volta il calo dell'interesse di mercato sui titoli del Tesoro USA costringerebbe la FED ad acquistarne di più per sopprimere i tassi d'interesse.


L'OPPORTUNITÀ RAPPRESENTATA DA BITCOIN PER L'AMERICA

Dal punto di vista americano sarebbe l'ideale che i titoli del Tesoro statunitensi rimanessero l'asset di riserva preferita del mondo per il prossimo futuro, ma le migliaia di miliardi di dollari di debiti che gli Stati Uniti hanno accumulato sin dal 1971 — e le migliaia di miliardi a venire — hanno reso improbabile questo risultato.

È difficile per la maggior parte di noi immaginare un mondo monetario diverso da quello in cui abbiamo vissuto per generazioni. Dopotutto, il dollaro USA è la principale valuta di riserva del mondo sin dal 1919, quando la Gran Bretagna fu costretta ad abbandonare il gold standard. Ci sono solo una manciata di persone viventi che potrebbero ricordare com'era il mondo prima di allora.

Tuttavia il cambiamento sta arrivando. Nei prossimi 10-20 anni, con l'aumentare della liquidità di Bitcoin e la riduzione della solvibilità degli Stati Uniti, sia le istituzioni finanziarie che i governi stranieri potrebbero sostituire una parte crescente delle loro partecipazioni in bond del Tesoro USA con Bitcoin e altre forme di denaro sano ed onesto. Con i valori degli asset che raggiungono proporzioni da bolla e non c'è fine alla spesa federale, è fondamentale per gli Stati Uniti iniziare a pianificare questa possibilità ora.

Sfortunatamente l'istinto di alcuni politici sarà quello di fare ciò che Paesi come l'Argentina hanno fatto in circostanze simili: imporre controlli sui capitali che limitano la capacità degli americani di scambiare dollari con bitcoin nel tentativo di impedire alla valuta digitale di competere con le obbligazioni sovrane. Eppure, proprio come la chiusura della finestra dell'oro effettuata da Nixon nel 1971 ha portato ad una rapida fuga dal dollaro, imporre restrizioni allo scambio di bitcoin con dollari confermerebbe al mondo che gli Stati Uniti non credono più nella competitività della propria valuta, accelerando la fuga dai bond del Tesoro USA e indebolendo la capacità dell'America di accendere nuovi prestiti.

Un giro di vite su Bitcoin sarebbe anche un enorme errore strategico, dato che gli americani sono posizionati per beneficiare enormemente delle iniziative legate a Bitcoin e della finanza decentralizzata più in generale. Circa 50 milioni di americani possiedono oggi bitcoin ed è probabile che americani e istituzioni statunitensi possiedano una pluralità, se non la maggioranza, dei bitcoin in circolazione — una somma che vale centinaia di miliardi di dollari. Questa è un'area in cui la Cina non può competere con gli Stati Uniti, dal momento che l'architettura finanziaria aperta di Bitcoin è fondamentalmente incompatibile con il modello centralizzato e autoritario di Pechino.

In assenza di un'importante riforma dei diritti, gli sforzi per rendere nuovamente grandi i titoli del Tesoro USA sono probabilmente destinati a fallire. Invece di limitare Bitcoin nel disperato tentativo di prevenire l'inevitabile, i politici farebbero bene ad abbracciare il suo ruolo come asset di riserva geopoliticamente neutrale, lavorare per garantire che gli Stati Uniti continuino a guidare il mondo nell'accumulare ricchezza, posti di lavoro e innovazioni, e garantire che gli americani possano continuare ad utilizzare Bitcoin per proteggersi dall'inflazione governativa.

I politici dovrebbero innanzitutto rendere più semplice la gestione di iniziative legate alle criptovalute. Allo stato attuale troppe di queste aziende hanno sede all'estero e sono chiuse agli investitori americani perché le agenzie di regolamentazione statunitensi obsolete — la Securities and Exchange Commission (SEC), la Commodity Futures Trading Commission, il Dipartimento del Tesoro e altre — non hanno voluto far chiarezza sulla legittimazione degli asset digitali. Ad esempio, la SEC ha impedito a Coinbase di pagare gli interessi ai propri clienti sulle loro partecipazioni, rifiutandosi di specificare quali leggi Coinbase abbia violato. Allo stesso modo suddetta agenzia ha rifiutato di approvare gli Exchange Traded Fund (ETF) su Bitcoin senza specificare gli standard per una domanda valida. Il Congresso dovrebbe attuare le raccomandazioni del commissario della SEC, Hester Peirce, per un periodo di grazia normativo di tre anni per i token digitali decentralizzati e assegnare ad una nuova agenzia il ruolo di regolamentazione degli asset digitali.

In secondo luogo, il Congresso dovrebbe chiarire la legislazione mal formulata legata ad un recente disegno di legge bipartisan sulle infrastrutture che sta spingendo le operazioni di mining di Bitcoin all'estero.

Terzo, il Dipartimento del Tesoro USA dovrebbe considerare di sostituire una frazione delle sue riserve auree — diciamo il 10% — con bitcoin. Questa mossa rappresenterebbe pochi rischi per il bilancio complessivo del Dipartimento, invierebbe un segnale positivo all'innovativo settore delle tecnologie blockchain e consentirebbe agli Stati Uniti di beneficiare della crescita di Bitcoin. Se il valore di quest'ultimo continuasse ad apprezzarsi fortemente rispetto all'oro e al dollaro, ciò aiuterebbe a sostenere il Tesoro USA e ridurrebbe la necessità di inflazione monetaria.

Infine, quando si tratta di versioni digitali del dollaro, i politici dovrebbero seguire il consiglio di Friedrich Hayek e non di Xi Jinping. Nel tentativo di aumentare il controllo dello stato sul proprio sistema monetario, la Cina si prepara ad uno yuan digitale per le Olimpiadi invernali di Pechino nel 2022. Jerome Powell e altri banchieri centrali occidentali hanno espresso invidia per l'iniziativa della Cina e si sono preoccupati di essere rimasti indietro. Ma gli americani dovrebbero opporsi con forza allo sviluppo di una valuta digitale delle banche centrali (CBDC): essa potrebbe spazzare via le banche locali rendendo obsoleti i tradizionali risparmi e conti correnti; inoltre una FED autorizzata dalla CBDC accumulerebbe una montagna di informazioni precise sulle transazioni finanziarie di ogni consumatore. Questo non solo rappresenterebbe una grave minaccia per la privacy e la libertà economica degli americani, ma creerebbe un enorme obiettivo per gli hacker e doterebbe lo stato di poteri di censura che farebbero sembrare l'operazione Choke Point una passeggiata nel parco.

Il Congresso dovrebbe garantire che la Federal Reserve non abbia mai l'autorità per emettere una valuta digitale. Dovrebbe invece istruire le autorità di regolamentazione ad integrare "stablecoin" del settore privato ancorate al dollaro — come Tether e USD Coin — nella struttura che usiamo per i fondi del mercato monetario e altri strumenti simili al denaro, onnipresenti nel settore finanziario.


PREPARARSI AL PEGGIO

Nella migliore delle ipotesi l'ascesa di Bitcoin motiverà gli Stati Uniti a correggere le proprie strategie fiscali. Proprio come il Congresso ha abbassato la pressione fiscale sulle società nel 2017 per ridurre l'incentivo a trasferirsi all'estero, la concorrenza monetaria guidata da Bitcoin potrebbe spingere i politici americani a riconsiderare la crescita insostenibile della spesa federale. Mentre possiamo sperare in un tale scenario, dobbiamo prepararci ad un mondo in cui il Congresso continuerà a trascurare il suo dovere di custode della ricchezza degli americani.

La buona notizia è che il popolo americano non è più destinato ad affondare con la nave della FED. Nel 1971, quando Washington svalutò il valore del dollaro, gli americani non ebbero un vero e proprio rifugio da sfruttare. Oggi, tramite Bitcoin, invece sì. Bitcoin consente agli americani di proteggere i propri risparmi dalla cattiva gestione del governo federale; può migliorare la sicurezza finanziaria delle persone più vulnerabili all'aumento dei prezzi, come i salariati e pensionati con reddito fisso; e può aumentare la prosperità dei giovani americani che dovranno affrontare le conseguenze del debito incontrollato del Paese.

Bitcoin rappresenta un'enorme opportunità strategica per gli americani e gli Stati Uniti nel loro insieme. Con la giusta infrastruttura legale, la valuta digitale e la sua tecnologia sottostante possono diventare il prossimo grande motore della crescita americana. Mentre l'ordine monetario del XXI secolo apparirà molto diverso da quello del XX secolo, Bitcoin può aiutare l'America a mantenere la sua leadership economica per i decenni a venire.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


giovedì 25 novembre 2021

In un'economia libera i prezzi non salirebbero, bensì scenderebbero

 

 

di Chris Calton

Ogni volta che i politici e i media mainstream discutono di inflazione, usano invariabilmente l'indice dei prezzi al consumo (IPC) come misura. L'IPC è solo uno dei numerosi indici dei prezzi che si aggiungono alle varie misure dell'offerta di denaro che sono alla base delle variazioni dei prezzi aggregati. A rigor di termini, l'IPC non misura l'inflazione di per sé , ma piuttosto le conseguenze dell'espansione monetaria sui prodotti di consumo. In macroeconomia, l'IPC è uno degli indicatori chiave della salute economica ed è questa misura dell'inflazione che gli economisti usano per calcolare il PIL reale. Naturalmente l'accuratezza dell'IPC come misura delle conseguenze dell'espansione del credito è di fondamentale importanza, ma la misura è controversa. Come spiega Investopedia, l'IPC è “un indicatore dell'inflazione” e “dal punto di vista dell'investitore [...] è una misura critica che può essere utilizzata per stimare il rendimento totale, su base nominale, affinché il suddetto possa raggiungere i propri obiettivi finanziari”.

Ma se la preoccupazione è l'effetto dell'espansione monetaria, perché stiamo usando variabili per misurare questo fenomeno? I proxy sono utili quando non abbiamo dati accurati sulla variabile che vogliamo misurare, costringendoci a trovare un sostituto imperfetto che (presumiamo) tenda a seguire la variabile che non possiamo misurare. Ma abbiamo misure molto accurate dell'offerta di denaro, risalenti a più di un secolo fa. Sappiamo che altri fattori influenzano i prezzi nell'economia, quindi gli indici dei prezzi non possono catturare con precisione le conseguenze dell'espansione monetaria; ci viene sempre detto che possono “approssimare” queste conseguenze, ma perché approssimare qualcosa di cui abbiamo misure precise?

Per mettere tutto questo in prospettiva, il tasso di variazione medio annuo dell'offerta di denaro (M1) dal 1971 è stato del 10,7%, mentre il tasso di variazione annuale dell'IPC è stato solo del 3,9%. Quando includiamo altri indici dei prezzi, vediamo disparità simili, come le differenze tra l'indice dei prezzi alla produzione e l'IPC, di cui ho discusso altrove . L'ampio divario in queste misure potrebbe mettere a dura prova credere quanto l'IPC "approssima" le conseguenze dell'inflazione, e solleva interrogativi su come possiamo spiegare perché un aumento annuo dell'11% dell'offerta di denaro in cinque decenni abbia prodotto solo un aumento del 4% dei prezzi al consumo.


La logica standard degli indici di prezzo

Quando spiega le misure dell'inflazione ai propri studenti, il tipico professore di economia sottolineerà che misuriamo un paniere di beni, la media dei prezzi di diverse centinaia di articoli in una data categoria, nel tentativo di catturare la cosiddetta "inflazione sottostante" nell'economia. Come spiegato dalla Federal Reserve di Cleveland:

Se un uragano devasta il raccolto di arance della Florida, i prezzi delle arance aumenteranno per qualche tempo. Ma quel prezzo più alto produrrà solo un aumento temporaneo dell'indice dei prezzi aggregato e dell'inflazione misurata. Tali effetti limitati o temporanei sono talvolta indicati come "rumore" nei dati sui prezzi perché possono oscurare le variazioni di prezzo che dovrebbero persistere su orizzonti di medio periodo o di diversi anni: il tasso di inflazione sottostante.

Il ragionamento è valido... a livello superficiale. Alcuni fattori influenzeranno i prezzi di articoli specifici nel paniere, ma l'unica cosa che influenza il prezzo di tutti gli articoli nel paniere è l'offerta di denaro. Questa, almeno, è l'ipotesi standard. Data questa ipotesi, la variazione dell'IPC potrebbe essere leggermente in ritardo rispetto alle variazioni dell'offerta di denaro poiché i prezzi richiedono tempo per adeguarsi, ma dovrebbero seguire piuttosto da vicino su lunghi periodi.

Allora perché l'IPC è così basso?


Accumulo di capitale e livelli aggregati dei prezzi

Nel corso della storia troviamo molte innovazioni tecnologiche e commerciali che hanno abbassato il prezzo di interi panieri di merci. Le tecnologie di trasporto forniscono l'esempio più immediato: da autostrade, canali, ferrovie e veicoli a vapore nel diciannovesimo secolo ai semirimorchi e container nel ventesimo secolo. In prospettiva, il costo del trasporto di merci da Buffalo a New York City nel 1817 era di 19,12 centesimi per tonnellata-miglio; nel 1850 il costo era sceso a 1,68 centesimi per tonnellata-miglio.[1] Poiché i beni di consumo (ed i componenti utilizzati per realizzarli) devono essere trasportati dalla fabbrica al magazzino fino al rivenditore, qualsiasi riduzione dei costi di trasporto produce un effetto cumulativo sui prezzi in tutta l'economia.[2]

Altri cambiamenti nella tecnologia e nell'organizzazione aziendale hanno un effetto simile sui livelli dei prezzi. Anche le innovazioni organizzative nella spedizione, come le linee di packaging ed il modello di distribuzione hub-and-spoke, hanno ridotto i costi di trasporto delle merci. La tecnologia delle comunicazioni, come il telegrafo ed Internet, riduce i costi di transazione facilitando la trasmissione delle informazioni e l'allocazione efficiente delle risorse.

Le innovazioni di produzione, riducendo il costo di produzione di beni di ordine superiore, abbassano il prezzo dei beni in tutta l'economia. Gli antichi romani sapevano come produrre acciaio, ma il metodo Bessemer per la produzione di massa dell'acciaio permise ad Andrew Carnegie di abbassare il prezzo dell'acciaio in modo così drastico che i prodotti siderurgici passarono dal lusso ai banali articoli per la casa (per non parlare dell'uso dell'acciaio in ferrovie, ponti, e macchinari, che hanno abbassato i costi di produzione e trasporto anche di merci oltre all'acciaio). E come per i trasporti, le innovazioni organizzative nei metodi di produzione, come le parti intercambiabili ed il processo della catena di montaggio, hanno contribuito a rendere possibile la produzione di massa per tutte le varietà di beni di consumo.

L'accumulo di capitale, ovviamente, è necessario per estendere i guadagni di queste innovazioni a tutta l'economia. Posticipando i consumi e riversando risparmi in linee di produzione ampliate, gli investitori creano un ciclo di feedback che garantisce guadagni continui grazie alle nuove tecnologie e strategie organizzative. Delta potrebbe aver concepito il modello hub-and-spoke di un trasporto più efficiente in termini di costi per i viaggi aerei, ad esempio, ma sono stati gli sforzi imprenditoriali di Frederick Smith e Sam Walton (fondatori rispettivamente di FedEx e Walmart) che hanno adattato questa idea al trasporto merci. Solo reinvestendo lentamente i profitti nelle loro attività (e costringendo i concorrenti a fare lo stesso) sono stati in grado di produrre guadagni economici graduali ma continui.

Gli indici dei prezzi non possono misurare le conseguenze dell'inflazione monetaria perché la pressione al ribasso sui prezzi che queste innovazioni esercitano in tutta l'economia opera indipendentemente dalla pressione al rialzo sui prezzi generata dall'espansione del credito. In altre parole, le conseguenze dell'espansione monetaria sono molto più profonde di quanto suggerisca l'aumento dei prezzi al consumo. Quando l'IPC è basso, paghiamo solo un po' di più per i beni di consumo rispetto all'anno precedente, ma senza l'inflazione monetaria pagheremmo molto meno.

Questo, infatti, è esattamente ciò che è accaduto per la maggior parte del diciannovesimo secolo, fino a quando la Federal Reserve non ha imposto una politica monetaria che stabilizzasse i prezzi, un modo neutro per descrivere una politica di sostegno dei prezzi che altrimenti sarebbero scesi man mano che l'infrastruttura del capitale si espandeva e la produttività aumentava. In parole povere, dove abbiamo visto un aumento annuo del 4% dell'IPC sin dal 1971, avremmo dovuto vedere una riduzione annua dei prezzi del 7% (senza la corrispondente riduzione dei saggi salariali che accompagna solo la deflazione alimentata da contrazione monetaria).

Frédéric Bastiat ci ha insegnato ad osservare non solo ciò che si vede, ma anche ciò che non si vede. L'IPC è semplicemente la conseguenza osservabile dell'espansione monetaria sui prezzi, ma serve a mascherare la conseguenza non visibile di gran lunga maggiore: i guadagni scontati nel tenore di vita che avrebbero dovuto derivare dalla graduale riduzione dei prezzi che risulta dall'innovazione e dall'accumulo di capitale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] George Rogers Taylor, The Transportation Revolution, 1815–1860 (New York: Harper Torchbooks, 1951), p. 137.

[2] Quando lo descrivo come un "effetto aggiuntivo", intendo dire che la riduzione annuale di circa il 2,76% dei costi di trasporto si applica a ciascun componente utilizzato nella produzione di un singolo bene di consumo. Il prodotto finale, quindi, gode dell'effetto cumulativo di ridotti costi di trasporto lungo tutto il processo produttivo.

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mercoledì 24 novembre 2021

Green Armageddon, Parte #1

 

 

di David Stockman

Nonostante il COP26 non è mai troppo presto per iniziare a suonare i campanelli d'allarme. Non per la presunta catastrofe climatica, ovviamente, ma per l'atto più stupido delle nazioni riunite dai tempi di Versailles, quando i vincitori della prima guerra mondiale gettarono le basi per le catastrofi della depressione economica, la Seconda Guerra Mondiale, l'Olocausto, la tirannia sovietica, la Guerra Fredda e la distruttiva egemonia globale di Washington.

I politici ed i loro alleati nei media mainstream, nei think tank, nelle lobby e nelle grandi aziende si stanno preparando a fare niente di meno che distruggere la prosperità del mondo e mandare la vita globale a sbandare in un moderno Medioevo economico. E peggio ancora, viene fatto al servizio di una finta narrativa di una crisi climatica che è completamente anti-scientifica e totalmente incoerente con il clima reale e la storia della CO2 del pianeta.

Andando al sodo, negli ultimi 600 milioni di anni la Terra è stata raramente così fresca come quella attuale e quasi mai ha avuto concentrazioni di CO2 così basse come il livello di 420 ppm che gli odierni climatologi denunciano.

Infatti, secondo le attente ricostruzioni di veri scienziati della Terra che hanno studiato i sedimenti oceanici, il ghiaccio e simili, ci sono stati solo due periodi in circa 75 milioni di anni (il 13% del suddetto periodo immensamente lungo di 600 milioni di anni) in cui le temperature e le concentrazioni di CO2 erano tanto basse come quelle attuali. Stiamo parlando del tardo Carbonifero/Inizio Permiano da 315 a 270 milioni di anni fa e il Periodo Quaternario che ospitò l'uomo moderno 2,6 milioni di anni fa.

Si potrebbe dire, quindi, che la possibilità di un ambiente più caldo e più ricco di CO2 è qualcosa di già visto a livello planetario; e certamente non è una ragione per smantellare e distruggere arbitrariamente l'intricato sistema energetico a basso costo che è la fonte principale della prosperità senza precedenti di oggi e della fuga umana dalla povertà e dallo stato di natura.

Ciò che in realtà si trova proprio al centro del nostro passato più caldo è un intervallo di 220 milioni di anni, da 250 milioni di anni fa fino al ri-ghiacciamento dell'Antartide circa 33 milioni di anni fa, che fu principalmente privo di ghiaccio.

Come mostrato dalla linea blu nel grafico qui sotto, durante la maggior parte di tal periodo, le temperature erano fino a 12°C più alte di quelle attuali, e Madre Terra non badò al fatto che le mancassero le calotte polari o habitat adatti per gli orsi polari non ancora evoluti.

Durante quella che è stata designata come l'Era Mesozoica, il pianeta era impegnato in un altro grande compito, vale a dire, sedimentare i vasti giacimenti di carbone, petrolio e gas che alimentano l'economia moderna e consentono a miliardi di persone di vivere standard di cui godevano solo i re pochi secoli fa.

Non c'è mistero su come sia arrivata questa manna dal cielo per l'essere umano di oggi. In un mondo in gran parte privo di ghiaccio e neve, gli oceani erano a livelli molto più alti e inondavano gran parte della massa continentale, che, a sua volta, era verdeggiante con vita animale e vegetale a causa delle temperature più calde e delle abbondanti precipitazioni.

Detto diversamente, Madre Natura stava raccogliendo enormi quantità di energia solare sotto forma di vita animale e vegetale a base di carbonio, che, nel corso degli eoni di crescita e decadimento, ha portato alla formazione di vasti bacini sedimentari. Quando le placche tettoniche si spostarono (cioè, l'unico continente, Pangea, si frantumò nelle sue moderne placche continentali) ed i climi oscillarono, questi depositi furono sepolti sotto oceani poco profondi e, con il passare del tempo, il calore e la pressione furono convertiti nel depositi di idrocarburi che punteggiano i primi 50.000 piedi (almeno) della crosta terrestre.

Nel caso del carbone, le condizioni più favorevoli per la sua formazione si sono verificate da 360 milioni a 290 milioni di anni fa durante il periodo carbonifero. Tuttavia quantità minori hanno continuato a formarsi in alcune parti della Terra durante i periodi successivi, in particolare nel Permiano (da 290 a 250 milioni di anni fa) e durante l'era mesozoica (da 250 a 66 milioni di anni fa).

Allo stesso modo, la formazione di depositi di petrolio è iniziata negli oceani caldi e poco profondi, dove la materia organica morta è caduta sui fondali oceanici. Questi zooplancton (animali) e fitoplancton (piante) si mescolavano a materiale inorganico che entrava negli oceani tramite i fiumi. Erano questi sedimenti sui fondali oceanici che poi formavano sabbie bituminose mentre erano sepolti durante eoni di calore e pressione. Vale a dire, l'energia contenuta nel petrolio inizialmente proveniva dalla luce solare, che era rimasta intrappolata in forma chimica nel plancton morto.

La scienza dietro quanto descritto finora non è una questione di ipotesi accademiche da poltrona, visto che è stata validata nell'economia commerciale. Cioè, migliaia di miliardi di dollari sono stati impiegati nel secolo scorso nella ricerca di idrocarburi, sulla base di ricerche, teorie e modelli geologici di ingegneria petrolifera estremamente complicati. I trivellatori di petrolio non stavano lanciando freccette contro il muro, ma stavano casualmente dimostrando che questi "fatti" della storia del clima erano corretti, dato che hanno portato alla scoperta e all'estrazione di diverse migliaia di miliardi di barili di petrolio.

Di conseguenza è stimato dagli esperti del settore che i giacimenti petroliferi odierni si siano formati approssimativamente come segue:

• Circa il 70% durante l'età mesozoica (da 252 a 66 milioni di anni fa) caratterizzata da un clima tropicale, con grandi quantità di plancton negli oceani;

• Il 20% si è formato nell'era più secca e fredda del Cenozoico (ultimi 65 milioni di anni);

• Il 10% si è formato nella prima era più calda del Paleozoico (da 541 a 252 milioni di anni fa).

In fin dei conti, l'ingegneria petrolifera è radicata nella scienza del clima perché è stato il clima stesso a produrre quei giacimenti economicamente preziosi.

Ed è una scienza davvero fantastica. Dopotutto, miliardi di dollari sono stati spinti nei pozzi fino a due miglia di acque oceaniche e 40.000 piedi sotto la superficie in quella che equivale ad una ricerca mirata di aghi petroliferi in un pagliaio geologico.

Ad esempio, il periodo cretaceo da 145 milioni a 66 milioni di anni fa, particolarmente prolifico per la formazione del petrolio, fu un periodo con un clima relativamente caldo, con alti livelli del mare aperto e numerosi mari interni poco profondi. Questi oceani e mari erano popolati da rettili marini, ammoniti e rudisti ormai estinti, mentre i dinosauri continuavano a dominare sulla terraferma. Ed è conoscere questa scienza che permette di trovare aghi di idrocarburi multimiliardari nelle vaste profondità della Terra.

Inutile dire che il clima si è riscaldato bruscamente durante il Cretaceo, aumentando di circa 8 °C, e alla fine ha raggiunto un livello di 10 °C più caldo di quello odierno alla vigilia del grande evento di estinzione causato dagli asteroidi di 66 milioni di anni fa. Come mostrato nel grafico qui sotto, a quel punto non c'erano calotte di ghiaccio su entrambi i poli, e la Pangea si stava ancora sfaldando, quindi non c'era alcun sistema di trasporto oceanico circolante nel neonato Atlantico.

Tuttavia, durante il Cretaceo, i livelli di CO2 erano scesi mentre le temperature aumentavano bruscamente. Questo è l'esatto opposto dell'affermazione principale degli allarmisti sul clima, secondo cui stanno aumentando le concentrazioni di CO2 che a loro volta fanno aumentare le temperature globali.

Inoltre non abbiamo ancora parlato della riduzione marginale delle concentrazioni di CO2 nell'atmosfera. I livelli in realtà scesero bruscamente da circa 2.000 ppm a 900 ppm durante suddetto periodo di 80 milioni di anni. Tutto questo andava bene per la formazione di idrocarburi e per l'odierna dotazione immagazzinata dalla natura, ma era anche qualcosa di più.

Vale a dire, fu l'ennesima prova che le dinamiche climatiche planetarie sono molto più complicate e attraversate da correnti incrociate rispetto alle ingenue credenze ora utilizzate per modellare i futuri stati climatici in base agli attuali livelli di temperatura e CO2 molto più bassi.

Si dà il caso che durante i periodi successivi al Grande Evento di Estinzione di 66 milioni di anni fa, entrambi i vettori scesero costantemente: i livelli di CO2 continuarono a scendere fino ai 300-400 ppm dei tempi moderni e le temperature scesero di altri 10 °C.

È sicuramente una delle grandi ironie dei nostri tempi che le odierne crociate contro i combustibili fossili vengano portate avanti senza nemmeno un cenno alla storia geologica che contraddice l'intera isteria del "riscaldamento" e della concentrazione di CO2; per non parlare del fatto che hanno reso possibili gli attuali livelli di consumo ed efficientamento energetico.

Vale a dire, quel grande, caldo e umido periodo (il Mesozoico) ci ha portato qui. Il vero riscaldamento globale non è la follia attuale e futura dell'umanità: è il promotore storico delle benedizioni economiche odierne. Eppure eccoci qui a commentare il COP26, concentratosi in modo maniacale sulla riduzione delle emissioni ai livelli necessari per evitare che le temperature globali aumentino di oltre 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali.

Ma quale potrebbe essere esattamente il livello preindustriale?

Ci occuperemo dell'evoluzione più recente, incluso il periodo caldo medievale e la piccola era glaciale, nella Seconda Parte, ma è sufficiente dire che il grafico qui sotto riflette la scienza geologica ampiamente accettata. Tuttavia abbiamo difficoltà, anche con l'aiuto di una lente di ingrandimento, a vedere un momento negli ultimi 66 milioni di anni in cui le temperature globali non sono state molto più alte di 1,5 °C sopra i livelli attuali, anche durante gran parte del il margine all'estrema destra etichettava come "era glaciale del Pleistocene" degli ultimi 2,6 milioni di anni.

Se il vostro cervello non è confuso dalla narrativa del cambiamento climatico, il termine stesso dovrebbe suonare come un campanello clamorosamente rumoroso. Questo perché ci sono state circa 20 distinte "era glaciali" e periodi di riscaldamento interglaciale durante il Pleistocene, l'ultimo dei quali è terminato circa 18.000 anni fa e da cui siamo usciti sin da allora.

Naturalmente i ghiacciai in ritirata del Michigan, del New England, dell'Europa settentrionale, ecc. a favore di climi più caldi e ospitali non è stata continuamente fluida, ma piuttosto una sequenza sincopata di avanzamenti e ritracciamenti. Pertanto si ritiene che il mondo sia diventato costantemente più caldo fino a circa 13.000 anni fa, il cui progresso è stato poi interrotto quando il clima è diventato molto più secco e freddo e ha causato la riespansione delle calotte polari e l'abbassamento dei livelli oceanici di oltre 100 piedi, poiché molta acqua della Terra è stata riassorbita nei ghiacciai.

Dopo circa 2.000 anni, e senza l'aiuto degli umani che si erano riparati nelle caverne, il sistema climatico ha rapidamente riguadagnato la sua atmosfera di riscaldamento. Circa 8.000 anni fa, durante il successivo periodo di avvicinamento a quello che la scienza chiama l'Olocene Optimum, le temperature globali salirono in media di oltre 3 °C e fino a 10 °C alle latitudini più elevate.

Ed è successo abbastanza rapidamente. Uno studio sottoposto a revisione paritaria ha mostrato che in alcune parti della Groenlandia le temperature salirono di 10 °C (18 °F) in un solo decennio. Nel complesso, gli scienziati ritengono che metà del rimbalzo dalle condizioni della cosiddetta "era glaciale" potrebbe essersi verificato in appena 15 anni. I ghiacci si scolsero, il livello del mare salì, le foreste si espansero, gli alberi sostituirono l'erba e quest'ultima sostituì il deserto, il tutto con sorprendente velocità.

In contrasto con i modelli climatici odierni, Madre Natura non impazzì in una sorta di giorno del giudizio in cui le temperature salivano costantemente. In realtà, la Groenlandia si è congelata e si è scongelata diverse volte in seguito.

Inutile dire che l'Olocene Optimum di 8.000 anni fa non è la linea di base "preindustriale" a cui puntano il dito gli allarmisti sul clima. Infatti altri studi mostrano che, anche nell'Artico, non era tempo di picnic per gli orsi polari. Tra 140 siti nell'Artico occidentale, vi sono prove evidenti di condizioni che erano più calde di adesso in 120 siti. In 16 siti per i quali sono state ottenute stime quantitative, le temperature locali erano in media di 1,6 °C superiori durante l'Optimum rispetto ad oggi.

Ma guarda un po' il caso... non sono gli stessi +1,6 °C sopra i livelli attuali che i tizi del COP26 vogliono evitare?

In ogni caso, ciò che accadde fu molto più benefico. Vale a dire, l'Olocene Optimum più caldo e umido e le sue conseguenze diedero origine alle grandi civiltà fluviali 5.000 anni fa, tra cui il fiume Giallo in Cina, il fiume Indo nel subcontinente indiano, il Tigri-Eufrate e le civiltà del fiume Nilo tra le più famose.

Detto in modo diverso, i +1,6 °C riflettevano le forze catalizzatrici basate sul clima che in realtà hanno reso possibile il mondo di oggi. Dall'abbondanza delle civiltà fluviali, seguì la lunga marcia dell'agricoltura e le eccedenze/abbondanze economiche che permisero la nascita delle città, dell'alfabetizzazione, del commercio e della specializzazione, del progresso degli strumenti e della tecnologia e dell'industria moderna.

Alla fine la ricerca di una produttività industriale sempre più elevata ha stimolato la ricerca di energia sempre più economica, anche se i progressi intellettuali, scientifici e tecnologici scaturiti da queste civiltà hanno portato alla nascita di un'economia alimentata dai combustibili fossili che Madre Natura sedimentò durante il lungo passato più caldo e umido del pianeta.

In una parola, ciò che alimenta la prosperità è un "lavoro" sempre più efficiente, come spostare una tonnellata di merci per un miglio o convertire un chilo di bauxite in alluminio o cucinare cibo per un mese. Durante i 230 milioni di anni principalmente senza ghiaccio del Mesozoico, il pianeta stesso ha compiuto una delle più grandi imprese di "lavoro" mai conosciute: la conversione di enormi quantità di energia solare incorporati nei combustibili a base di carbone, petrolio e gas.

Quando una delle precedenti ere di riscaldamento "preindustriale" (il riscaldamento romano) stava volgendo al termine alla fine del IV secolo d.C., San Girolamo ammonì i fedeli dicendo: "A caval donato non si guarda in bocca".

Purtroppo questo è esattamente ciò che invece ha fatto il COP26.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


👉 Qui il link alla Seconda Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2021/12/green-armageddon-parte-2.html

👉 Qui il link alla Terza Parte: https://www.francescosimoncelli.com/2021/12/green-armageddon-parte-3.html

👉 Qui il link alla Quarta Parte: 

👉 Qui il link alla Quinta Parte: