martedì 31 ottobre 2023

Preferite la verità o il dogma?

Lo stato di diritto, prima della garanzia delle libertà, è la garanzia della prevedibilità del diritto e degli effetti delle proprie azioni. La deriva distopica degli ultimi 3 anni ha cancellato le ultime vestigia dello stato di diritto nelle "democrazie liberali". Detto in parole povere, esiste un despota e un suddito che deve recepire gli ordini. Questa è la giusta chiave di lettura per decifrare pezzi come quello pubblicato di recente da Open. Siamo entrati in nuova frontiera del diritto dove non si sanziona più l'illecito/illegale. No, adesso anche il "potenzialmente" è considerato illecito e degno di censura. Il "limite dell'illegale" è sanzionabile e punibile. Se non riuscite a capire la gravità di questa situazione siete già stati trasformati in sudditi. È un fatto e non è opinabile. È qualcosa che va al di là delle semplici tifoserie che, seminate ad arte dagli stati, hanno caratterizzato più marcatamente la società degli ultimi 3 anni. Perché, ad esempio, l'odio è legittimato quando viene canalizzato verso la narrativa "giusta". Ovvero, quella sostenuta dalla stampa generalista e approvata dal politicamente corretto. Chi ha pensato ai 2 minuti d'odio di orwelliana memoria, ha capito dove voglio andare a parare. Nella società attuale, i valori occidentali prevedono un odio legittimo. Ovvero quello indirizzato verso quel target stabilito di volta in volta dal politicamente corretto. Questa polarizzazione delle masse, prima o poi, toccherà tutti i temi "cari" ai sudditi, perché l'obiettivo è la "rieducazione" e l'obbedienza. Sono tutte strategie di comando/controllo e particolarmente implementate in Europa, proprio perché questo baraccone è al suo ultimo giro di giostra e l'esperimento dell'euro è fallito. Debito/deficit pubblici sono fuori controllo e servirà un riassestamento delle economie europee per uscire (forse) dal pantano. Ciò richiede tempo e risorse, cose che devono essere sottratte dai risparmi delle masse. Ecco perché devono imparare a obbedire senza fiatare. Solo chi ha l'intelligenza come quella di un sasso può pensare che i "valori occidentali", o le "libertà occidentali", possano essere incarnate da una burocrazia che una mattina si sveglia e decide cosa è odio, cosa è scioccante, o cosa è disinformazione. E qui scattano puntuali i paragoni con l'estero, soprattutto con quelle nazioni che adottano una politica repressiva a livello fisico. E, paradossalmente, ha ragione chi li fa. Perché? Perché è esattamente quella la direzione verso cui si sta dirigendo l'Occidente "libero". Si è arrivati a vedersi distruggere la propria attività, la propria possibilità di poter guadagnare e infine la propria vita, però almeno non si finisce in prigione o non si subisce violenza fisica. Il pluralismo partitico in un Paese in cui per anni ha governato il PD senza elezioni e, malgrado ciò, qualunque sia la scelta il risultato è sempre lo stesso? Quelle in cui viviamo oggi sono le rovine e le macerie di un Occidente "liberale" e "democratico". E, detto francamente, sono affascinato dal vedere come si possa distorcere la realtà a tal punto da percepirla come diametralmente opposta a quello che era in passato. Quello che sta succedendo, quindi, è quello che succede alla fine di ogni impero. Si sta sgretolando perché non ha più cultura, istruzione, industria, economia. I pianificatori centrali, in questo contesto, cercano disperatamente di chiudere le varie falle che saltano fuori. Come nei cartoni animati, si tappa una falla e se ne aprono due. E queste falle sono diventate una voragine da quando la FED ha chiuso il rubinetto degli eurodollari. Adesso i free rider si scannano tra loro e soprattutto impoverendo le relative popolazioni.

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di Barry Brownstein

La censura è giustificata quando un forte consenso considera errata un'opinione?

La libertà di parola è necessaria per promuovere il progresso umano anche quando gli altri considerano offensive le vostre opinioni? Cosa accadrà quando scomparirà la norma della civiltà occidentale, ovvero la tolleranza per le idee contrastanti?

John Stuart Mill ebbe molto da dire su queste domande nel Capitolo 2, intitolato “Della libertà di pensiero e di discussione”, all'interno del suo libro del 1859 Sulla libertà. Mentre i ranghi dei censori illiberali crescono ogni giorno, la logica impeccabile di Mill attraversa il tempo per confutare i temi utilizzati da essi per giustificare le loro azioni autoritarie.

Prima di entrare nel merito delle argomentazioni di Mill, è istruttivo un esempio tratto dalla sua epoca.

La prima campagna di posta diretta negli Stati Uniti risale al 1835, quando l'American Anti-Slavery Society inviò sacchi di posta abolizionista a Charleston, nella Carolina del Sud. Una folla inferocita bruciò la prima consegna di quella posta dopo che il direttore delle poste di Charleston, Alfred Huger, la definì “pericolosa” e non la consegnò.

Huger chiese istruzioni al direttore generale delle poste, Amos Kendall, il quale stabilì che non consegnare la posta per il bene della comunità era patriottico e prevaleva sulla legge postale federale. Se l’interesse della comunità a favore della censura vi suona familiare, allora starete pensando ai censori di Google che oggigiorno sostengono la stessa argomentazione.

In una lettera a Kendall, il presidente Andrew Jackson sostenne che gli abolizionisti meritavano “di espiare questo malvagio tentativo [di 'emozionare'] con le loro vite”. Huger, Kendall e il presidente Andrew Jackson erano dalla parte sbagliata della storia e della morale, eppure erano sicuri di avere ragione. Gli autoritari di oggi hanno ampliato la giustificazione della censura alla “cattiva informazione”, ovvero “informazioni autentiche [che] vengono condivise per causare danni”.

Alcuni potrebbero prenderla a ridere e concordare sul fatto che, sebbene la censura di ieri fosse sbagliata, siamo diventati più saggi e la censura di oggi è davvero per il bene della comunità. Mill osservò: “La maggioranza degli uomini eminenti di ogni generazione passata sosteneva molte opinioni ora note come errate e approvava numerose cose che nessuno oggi giustificherebbe”.

Mill era chiaro sul fatto che l'opinione della maggioranza potrebbe non essere saggia o morale: “La protezione [...] contro la tirannia del magistrato non è sufficiente: occorre protezione anche contro la tirannia dell'opinione e del sentimento prevalenti”.

Mill spiegò perché “ogni silenzio sulla discussione è un presupposto dell’infallibilità” dei censori autoritari:

L'opinione che si tenta di sopprimere può essere vera. Coloro che desiderano sopprimerla ovviamente ne negano la verità; ma non sono infallibili [...]. Rifiutare di ascoltare un'opinione, perché sono sicuri che sia falsa, significa presumere che la loro certezza sia la stessa cosa della certezza assoluta.

Il vostro diritto di espressione non termina anche se siete in una minoranza, neanche foste uno solo. Mill scrisse: “Se tutta l’umanità meno uno fosse di un’opinione, e solo una persona fosse dell’opinione contraria, la prima non sarebbe giustificata a mettere a tacere quella persona tanto quanto non lo sarebbe quest'ultima se avesse il potere di farlo nei confronti dell'intera umanità”.

Mill anticipò i temi odierni secondo cui la censura è giustificata perché esistono “certe convinzioni, utili, per non dire indispensabili al benessere pubblico, tali che è tanto dovere degli stati sostenerle quanto proteggere qualsiasi altro interesse della popolazione” Quante volte le autorità, gli esperti e le aziende dietro i social media hanno utilizzato questo argomento durante la crisi sanitaria per sopprimere l'opinione dei medici dissidenti e insistere dogmaticamente sul fatto che solo loro fossero i custodi della verità?

È necessario, consigliava Mill, che le nostre opinioni siano “discusse in modo completo, frequente e senza paura”, altrimenti diventeremo custodi di “dogmi morti” e non esploratori di “una verità vivente”.

La censura non protegge le persone, ma blocca le critiche alle opinioni ortodosse. Quando presumiamo che “un’opinione sia vera” dissuaderemo le persone dal cercare la verità o dallo scoprire errori. Mill sosteneva che “gli esseri umani non sono più zelanti per la verità di quanto lo siano spesso per l’errore, e un’applicazione sufficiente di sanzioni giuridiche o anche sociali riuscirà generalmente a fermare la propagazione di entrambi”.

Cancellare le persone ha conseguenze di vasta portata. Oggi, spinti dalla paura e dalla pressione dei colleghi, alcuni professionisti applaudono linee di politica che invece segretamente mettono in discussione. Mill lo capì quando scrisse che “il danno più grande arrecato è a coloro che non sono eretici e il cui sviluppo mentale è limitato e la loro ragione intimidita dalla paura dell’eresia. Chi può calcolare cosa perde il mondo, nella sua moltitudine di intelletti promettenti, quando ci sono personaggi timidi, che non osano seguire alcuna linea di pensiero audace, vigorosa e indipendente?”

È in gioco la prosperità umana, diceva Mill: “Dove esiste una tacita convenzione secondo cui i principi non devono essere contestati; dove la discussione sulle più grandi questioni che possono occupare l’umanità è considerata chiusa, non possiamo sperare di trovare quella scala generalmente elevata di attività mentali che ha reso meravigliosamente straordinari alcuni periodi della storia umana”.

La libera espressione delle idee è la via verso la prosperità; la certezza mal riposta di oggi viene dissolta dal progresso. Poiché Mill riconosceva la capacità di una persona come “essere intellettuale o morale” di apprendere attraverso “la discussione e l'esperienza”, credeva che gli errori potessero essere corretti mediante un processo sociale.

Aveva compreso il “bias di conferma” prima che gli psicologi definissero la tendenza umana a voltare le spalle a prove che contraddicono le nostre convinzioni e opinioni. Con la consapevolezza di questa tendenza, scrisse che possiamo contrastare i nostri pregiudizi esponendo le idee a punti di vista opposti: “La libertà di contraddire e confutare la nostra opinione è la stessa condizione che ci giustifica nel presumere la sua verità ai fini dell'azione; e in nessun altro modo un essere dotato di facoltà umane può avere la certezza razionale di avere ragione”.

Per preservare la libertà, ognuno di noi è responsabile di pensare con la propria testa: “La verità guadagna di più anche dagli errori di chi, con il dovuto studio e preparazione, pensa con la propria testa, piuttosto che dalle opinioni presumibilmente vere di coloro che le sostengono solo perché non si sforzano di pensare”.

Mill espose le linee guida per diventare una persona “meritevole di fiducia”: dobbiamo mantenere la mente “aperta alla critica delle [nostre] opinioni e della nostra condotta”, non esiste altro percorso verso la saggezza o la scoperta degli errori.

Non ci si può fidare di autoritari come il perspicace Fauci, il quale ha affermato che criticarlo rappresentava un attacco alla scienza. Di recente, citando le sue bugie e la repressione dei critici, Matt Taibbi ha definito Fauci “l'aspirante dittatore dell’America”.

Per paura, milioni di persone adoravano Fauci, conferendogli potere. Mill direbbe che si è ingenui se si crede che gli errori possano essere corretti rapidamente e il progresso ripristinato anche con una censura illiberale: “La storia pullula di esempi di verità repressi dalla persecuzione. E se non viene soppressa tout court, potrebbe essere rifiutata per secoli”.

Tuttavia Mill credeva che la verità non potrà mai essere completamente estinta e riapparirà quando le persone riacquisteranno coraggio e riemergeranno atteggiamenti più liberali.

Ma perché aspettare secoli? Gli atti di coraggio necessari allora sono gli stessi di oggi. I censori di oggi, con i piedi d'argilla, dipendono dalla vostra acquiescenza affinché modifichino le vostre opinioni. Si può revocare il consenso oggi stesso.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 30 ottobre 2023

La Legge di Say è tutto ciò di cui avete bisogno

 

 

di Alasdair Macleod

Mentre il mondo sprofonda nella tanto annunciata recessione, la sorpresa sarà che i tassi d'interesse continueranno a salire mentre l’attività economica si contrarrà e questo non è ciò che l’establishment economico si aspetta.

Questo saggio colloca talea prospettiva nel contesto della teoria economica classica, quando erano i principi alla base della divisione del lavoro a dominare incontrastati. Adottando il tema della Legge di Say, questo saggio suggerisce una previsione con un alto grado di certezza che, lungi da una recessione che porterà a prezzi più bassi, tassi d'interesse più bassi e quindi al paradiso degli investitori, essa invece porterà a prezzi più alti, tassi d'interesse più alti e deficit di bilancio fuori controllo.

Lungi dall’essere la salvezza per gli investitori, sarà la recessione stessa la sfida più grande al sistema monetario fiat.


Introduzione

Finora la progressione degli eventi successivi alla crisi sanitaria è stata del tutto prevedibile. In primo luogo, lo stimolo monetaria è stato portato all’eccesso ed è stato seguito dal livello generale dei prezzi in aumento oltre il livello di guardia del 2%. Le banche centrali hanno quindi rialzato i tassi d'interesse nel tentativo di frenare l’inflazione dei prezzi e la crescita dell’offerta di denaro ha inizialmente rallentato per poi cominciare a contrarsi. E ora le principali economie si trovano ad affrontare una recessione di cui le prove sono sempre più evidenti. Anche se si è trattato di una progressione da manuale, c’è stata una cecità sistemica accompagnata da speranze deluse a ogni evoluzione di tal processo.

L’ultima prova è di un apparente collasso del commercio internazionale. Le importazioni e le esportazioni della Cina hanno subito una forte contrazione; la Germania ha già registrato un calo della domanda di esportazioni, e ora anche la Gran Bretagna ha fatto registrare un crollo delle esportazioni. Secondo il Daily Telegraph: “Gli ordini provenienti da Stati Uniti, Cina, Europa e Sud America sono tutti in caduta libera secondo il Purchasing Managers Index, un influente sondaggio sulle imprese di S&P Global”. Letture in calo del Purchasing Managers Index si osservano anche in Francia e Spagna, oltre che, ovviamente, in Germania.

A luglio le esportazioni cinesi verso l’America sono scese del 23,1% su base annua e verso l’UE del 20,6%. Essendo il primo esportatore mondiale, questi dati provenienti dalla Cina rappresentano un campanello d’allarme per l’economia mondiale. Una possibile spiegazione è che, dopo l’aumento della produzione in seguito alla crisi sanitaria, si sta verificando una riduzione delle scorte a livello globale a causa di una serie di fattori comuni: un rallentamento delle vendite a fronte dei prezzi più alti è ovvio, lo è di meno il fattore generale più importante, ovvero che i banchieri di tutto il mondo sono meno avidi di profitti e più spaventati dal rischio di prestito. Nelle economie altamente indebitate, l’aumento generale dei tassi d'interesse sta spaventando i banchieri che hanno bilanci altamente indebitati e ciò sta portando a un'insolita contrazione del credito bancario.

E tale fattore sta cominciando a spaventare i produttori, i quali, rivolgendosi alle banche per sostenere la propria liquidità mentre i loro margini di profitto sono messi sotto pressione dai costi di produzione più elevati, scoprono che le banche, a conti fatti, si rifiutano di fornire prestiti. Non hanno altra scelta se non quella di ridimensionare le loro operazioni e ridurre le loro scorte. Ergo, la produzione di beni d'importazione ed esportazione si sta fermando.

Gli economisti tradizionali stanno per scoprire una brutta realtà. Presumono che le recessioni siano causate dalla riduzione dei consumi da parte dei consumatori, una situazione che porta a un calo dei prezzi e richiede uno stimolo monetario. Ciò che non riescono a capire è che alla radice del problema c’è il fatto che il credito negato ai produttori e, inevitabilmente, questi ultimi inizieranno a licenziare il personale e a tagliare la produzione. A parte il fatto di osservare gli sviluppi dalla parte sbagliata del binocolo, il motivo per cui i macroeconomisti non comprendono questo fatto è perché hanno rifiutato la Legge di Say. Lo ribadiamo forte e chiaro con un linguaggio semplice:

Produciamo per consumare; se non produciamo, non consumiamo.

Non accade mai che i consumatori si sentano improvvisamente avversi al consumo, ma accade sempre che gli individui riducano i consumi perché perdono il lavoro. Ne consegue quindi che quando la produzione diminuisce la disoccupazione aumenta; l’offerta di beni e servizi in generale diminuisce insieme alla domanda degli stessi.

In pratica, il rapporto tra offerta, domanda e prezzi è più complesso. Ci si potrebbe aspettare che la riduzione delle scorte, indicata dal forte rallentamento delle importazioni e delle esportazioni in tutto il mondo, riduca temporaneamente il livello generale dei prezzi, ma ciò durerebbe solo per il periodo di riduzione delle scorte. Un fattore molto più importante sono le variazioni del potere d’acquisto di una valuta e, a questo proposito, possiamo già vedere i prezzi dell’energia che iniziano a salire: il petrolio è salito del 21% nell’ultimo trimestre, il gasolio da riscaldamento del 36% e la benzina del 17%. Anche alcuni prodotti alimentari sono in forte aumento: olio di soia in crescita del 41%, avena del 34%, suini magri del 18%, colza del 19% e cacao del 20%. Potremmo definire questi input materie prime essenziali, la cui domanda non calerà neanche durante una recessione profonda.

Ovviamente ci sarà uno spostamento dei consumi da quegli elementi cosiddetti discrezionali a quelli essenziali, ma supporre che produttori e fornitori di servizi continueranno a sfornare prodotti in un mercato di consumo riluttante è sbagliato. Saranno di conseguenza tenuti a limitare la loro produzione e quindi possiamo vedere che la Legge di Say non può essere negata: il rapporto tra produzione e consumo preserva un equilibrio tra i due e l’idea di un eccesso di produttività, presunta dagli economisti neo-keynesiani, è manifestamente sbagliata.

Respingendo La legge di Say, i keynesiani riuscirono a illudersi che esistessero eccessi di produttività durante una recessione e che avrebbero fatto scendere i prezzi al consumo, essendo la conseguenza di una domanda insufficiente; pertanto la soluzione keynesiana è quella di incoraggiare il consumo scoraggiando il risparmio e sopprimendo i tassi d'interesse. Le banche centrali hanno iniziato a fissare come obiettivo un’inflazione dei prezzi al consumo al 2%, in modo da garantire che non si verificassero condizioni recessive.

Le idee sbagliate su un crollo generale dei prezzi hanno avuto origine nella depressione degli anni ’30, la quale sembrò confutare il precetto della Legge Say, ma quella depressione rappresentò lo scoppio della bolla creditizia degli anni ’20. C’erano quindi due cause principali di quella che poteva apparentemente sembrare una prova contro la Legge di Say: in primo luogo, la meccanizzazione dell’agricoltura negli anni ’20 portò a un eccesso di offerta di cereali e altri prodotti alimentari che continuarono a essere prodotti nonostante la domanda in calo; in secondo luogo, il fallimento di migliaia di banche portò a una sostanziale contrazione del credito bancario, aumentando il potere d’acquisto del dollaro e dando l’impressione di un calo dei prezzi. E ad aggravare i problemi per l’America e il resto del mondo ci fu l'approvazione dello Smoot Hawley Tariff Act da parte del presidente Hoover nel 1930.

Gli errori economici si aggravarono allora e si aggravano ancora oggi. La svalutazione della valuta è diventata una linea di politica ufficiale, con i banchieri centrali che negano che l’aumento dei prezzi al consumo sia in realtà un deprezzamento della valuta. E poiché il dibattito ora si concentra sulla questione se l'obiettivo dell'inflazione dei prezzi debba essere aumentato al 3 o addirittura al 4%, ciò indica sicuramente una completa assenza di ragionamento.

Ma se vogliamo riabilitare la Legge di Say, dobbiamo guardarla nel contesto moderno, in cui la produzione di beni in particolare non avviene da parte dei consumatori, ma da parte di fabbriche all'estero.


Legge di Say e commercio internazionale

Jean-Baptiste Say sottolineò i vantaggi della divisione del lavoro più di due secoli fa, ora riassunti nella sua Legge. A quel tempo, a parte le materie prime e il grano importati, quasi tutta la produzione proveniva dalle industrie nazionali. L’argomentazione secondo cui tutti produciamo per spendere i frutti della nostra produzione nell’ambito della divisione del lavoro era ovvia, ma oggi dobbiamo ammettere che la produzione si svolge in centri diversi da quelli in cui si concentra poi il consumo. Dobbiamo stabilire se la Legge di Say si applica a un’economia moderna, la cui origine è basata sull’espansione del credito a livello internazionale e non solo a livello nazionale.

A partire dalla metà degli anni Ottanta, le banche statunitensi diversificarono le loro attività dedicandosi all’investment banking e alla negoziazione di titoli quando Londra aprì l’intermediazione azionaria alle banche. È stato definito una sorta di Big Bang della "finanziarizzazione" e ha rivoluzionato l’intero settore dei servizi finanziari, non solo a Londra, ma in tutto il mondo tranne che in America. Consentì alle banche di operare sia nel settore degli investimenti che in quello commerciale. Il Glass Steagall Act, però, vietava alle banche statunitensi di svolgere entrambe le attività e la legge fu abrogata solo nel 1999. Di conseguenza per quindici anni le banche statunitensi perseguirono lucrosi finanziamenti aziendali al di fuori degli Stati Uniti, dove il Glass-Steagall non si applicava. L’eredità della lentezza degli Stati Uniti nell’adattarsi al nuovo sistema bancario globale è stata che le banche statunitensi hanno incoraggiato le aziende statunitensi a costruire fabbriche all’estero, svuotando la produzione nazionale e consentendo alla Cina e al Sud-Est asiatico di industrializzarsi. Ciò portò le catene di approvvigionamento a diventare internazionali.

L’impatto della produzione globale sugli Stati Uniti rappresenta in realtà una parte minore della sua economia totale. Con un PIL statunitense pari a circa $27.000 miliardi, le importazioni rappresentano il 15% del PIL e le esportazioni l’11%; ciò lascia il 74% del PIL indiscutibilmente soggetto alla Legge di Say nel senso originale, ma gli articoli di consumo rappresentano in realtà una parte minore delle importazioni, pari a $784 miliardi, meno del 20% delle importazioni statunitensi, mentre gli articoli di consumo esportati ammontano a $256 miliardi, pari all’8,3% delle esportazioni statunitensi. In proporzione al PIL totale, i beni di consumo interessati, pari a $1.040 miliardi, rappresentano solo il 4%. Il saldo dei totali d'importazione ed esportazione comprende materie prime e beni intermedi.

Questa cifra notevolmente bassa ci suggerisce che gli articoli di consumo non sono tanto importazioni dirette, ma importazioni assemblate, distribuite e vendute al dettaglio negli Stati Uniti. Qualsiasi argomento secondo cui gli aspetti internazionali del commercio compromettano la validità della Legge di Say può quindi essere scartato.

Cerchiamo di stabilire il rapporto tra produzione e consumo in ogni momento, soprattutto durante la recessione. Coloro che respingono la Legge di Say sostengono erroneamente che in una recessione la produzione supera la domanda, portando ad un calo dei prezzi. Ci sono altre due questioni da chiarire: il disallineamento implicito tra la produttività automatizzata e il consumo individuale, e le conseguenze della distribuzione dello stato sociale.

Nel settore manifatturiero, con la moderna meccanizzazione, il valore della produzione di un dipendente è notevolmente superiore al suo reddito. E dobbiamo tenere presente la sequenza degli eventi: i consumatori non si limitano a decidere di smettere di consumare, ma lo fanno solo quando non ne hanno i mezzi. In una recessione è sempre la produzione a diminuire per prima, portando ad un aumento della disoccupazione, pertanto se quest'ultima aumenta a causa dei tagli alla produzione, il valore dei prodotti diminuirà molto più rapidamente della perdita di reddito subita dai licenziati. Lungi dall’essere una recessione che porta a un eccesso generale di beni invenduti, oltre alla riduzione iniziale delle scorte, essa è destinata a provocare una maggiore carenza di prodotti.

Lo stesso vale per i servizi ad alto valore aggiunto, come quelli finanziari, legali e di consulenza. I servizi a bassa produttività come il settore dell’ospitalità sono vulnerabili ad altri fattori, come l’essere classificati dai consumatori come spese non essenziali. Ovviamente la Legge di Say non definisce i rapporti tra domanda e offerta in settori specifici, ma esclude solo un calo generale della domanda.

Le distorsioni economiche derivanti da parte dei sussidi sociali sono un ulteriore problema che non esisteva quando Say era vivo. Supponendo che lo stato e le organizzazioni di beneficenza siano interamente finanziati, la fonte ultima di tali sussidi è la produzione, poiché sono le tasse sulle vendite, i dazi all’importazione, le imposte sul reddito e tutte le altre fonti di reddito fiscale che, in ultima analisi, vengono fornite dalla produzione. È quando i sussidi dello stato sociale non sono finanziati dalle tasse, ecco che entra in scena la svalutazione della valuta. Le conseguenze della svalutazione monetaria si riflettono nell’aumento dei prezzi.

Coloro che faticano ad accettare che una recessione non porta a un calo generale dei prezzi dovrebbero fermarsi a riflettere sulle condizioni durante un’iperinflazione: l’economia crolla, ma i prezzi salgono, misurati ovviamente in una valuta che si deprezza rapidamente. Non vi è alcuna compensazione con prezzi più bassi dovuti al crollo della domanda. Quest'ultima è preceduto da un crollo dell’offerta ed è la svalutazione della valuta, azione raccomandata dai keynesiani come risposta alla recessione, a causare il vero danno.

Ciò è importante nel contesto delle attuali aspettative, secondo cui le principali economie del mondo sono sull’orlo di una recessione ed essa porterà ad un allentamento della linea di politica riguardo i tassi d'interesse. Questo è un errore perché, come possiamo vedere dalla Legge di Say, anche aggiornata alle condizioni economiche moderne, il livello generale dei prezzi non scenderà. E con un punto di partenza rappresentato da deficit di bilancio pubblici che sicuramente aumenteranno ulteriormente in caso di recessione, la svalutazione della valuta avrà un’influenza molto maggiore sui prezzi rispetto a qualsiasi spostamento marginale nei modelli di consumo.


La relazione tra deficit commerciale e di bilancio

Più di ogni altro fattore, la propensione al risparmio esercita una grande influenza sulle finanze nazionali, essendo il fattore di oscillazione tra il bilancio di uno stato e la posizione commerciale nazionale.

C’è un altro fattore importante che la maggior parte degli analisti ignora: l’ipotesi del cosiddetto deficit gemello, secondo la quale se il tasso di risparmio non cambia, un deficit di bilancio porta a un deficit commerciale. Il motivo per cui i due deficit sono collegati in questo modo è dovuto alla seguente identità contabile nazionale:

(Importazioni - Esportazioni) ≡ (Investimenti - Risparmi) + (Spesa pubblica - Tasse)

In altre parole, un deficit commerciale è una sorta di deficit di bilancio non finanziato dal risparmio ma dal credito aggiuntivo. Questa tesi può essere confermata seguendo il denaro. Per un deficit di bilancio ci sono solo due fonti di finanziamento: i consumatori si astengono dalla spesa per aumentare i propri risparmi al fine di sottoscrivere titoli di stato; il sistema bancario fornisce finanziamenti sotto forma di credito emesso dalla banca centrale, o dalle banche commerciali, mettendo in circolazione ulteriore credito che prima non esisteva.

Il finanziamento di un deficit di bilancio mediante l’espansione del credito porta a un eccesso di credito senza che vi corrisponda un aumento della produzione. Questo è un punto importante alla base della Legge di Say: produciamo per consumare e la funzione del denaro e del credito è quella di intermediazione tra i due. L’iniezione di credito extra in un’economia non fa nulla per aumentare la produzione, ma aumenta la domanda complessiva, almeno fino a quando non viene assorbita secondo l’Effetto Cantillon.

Direttamente o indirettamente, questo eccesso di domanda può essere soddisfatto solo da beni importati, perché non è disponibile un aumento della produzione interna, quindi un deficit di bilancio si riflette in un deficit commerciale.

Il ruolo del risparmio nel contesto delle finanze nazionali è molto importante. Un aumento del risparmio va a scapito del consumo, motivo per cui gli economisti spesso si riferiscono al risparmio come a un consumo posticipato. Affinché il consumo rimanga tale è necessario che venga investito nella produzione o nel debito pubblico, solitamente attraverso le banche, i fondi pensione, le compagnie assicurative o altri canali finanziari che agiscono per conto dei risparmiatori.

Se, ad esempio, la destinazione dei risparmi aggiuntivi è l’investimento nel debito pubblico, questi verranno trasformati in consumi da parte dello stato. Non essendo speso in beni di consumo aggiuntivi, il deficit commerciale diminuisce rispetto al deficit di bilancio.

Nonostante le linee di politica keynesiane distruttive dello stato, i risparmiatori giapponesi rispondono abitualmente ad un aumento del credito trattenendolo nei loro conti di risparmio e in altri mezzi d'investimento. Di conseguenza l’inflazione dei prezzi al consumo è contenuta rispetto a quella di altri Paesi con tassi di risparmio più bassi. L’Eurozona ha adottato linee di politica simili sui tassi d'interesse e ha visto un indice dei prezzi al consumo maggiore rispetto al Giappone, dato che l’UE ha un tasso di risparmio complessivo più basso. Come noteremo di seguito, in Cina, il cui tasso di risparmio è superiore al 40%, l’inflazione misurata dall’IPC è attualmente pari a zero.

L’impiego di capitali da parte delle imprese cinesi e giapponesi, che è la contropartita dell’aumento dei risparmi, viene investito in miglioramenti nella tecnologia e nei metodi di produzione, mantenendo i prezzi al consumo più bassi di quanto sarebbero altrimenti. Poiché i risparmiatori cinesi e giapponesi sono così coerenti nella loro cultura del risparmio, le loro aziende hanno beneficiato di un costo del capitale relativamente basso e stabile, rendendo i calcoli aziendali più affidabili. Per entrambe le nazioni, il risparmio costituisce il fattore di oscillazione positivo nell’ipotesi del deficit gemello.

Lo stesso vale per qualsiasi economia in cui vi sia un deficit pubblico e allo stesso tempo vi sia una propensione della popolazione a risparmiare piuttosto che a spendere. È la forza trainante degli enormi surplus delle esportazioni cinesi, perché con la sola eccezione di Singapore, i cinesi sono i maggiori risparmiatori del pianeta. La posizione delle nazioni le cui politiche economiche mirano a tassare il risparmio e a incoraggiare il consumo immediato è diametralmente diversa. Sono i consumi finanziati indirettamente dall’espansione del credito, senza aumenti del risparmio, che hanno portato a deficit commerciali persistenti accoppiati a deficit di bilancio.

In contraddizione con le politiche economiche neo-keynesiane, l’evidenza conferma che un’economia guidata dal risparmio ha più successo ed è meno incline all’inflazione rispetto a un’economia guidata dai consumi. Non solo il risparmio protegge il potere d’acquisto della valuta riducendo la necessità di fare affidamento sugli afflussi di capitale estero per finanziare i deficit interni, ma l’evidenza empirica mostra chiaramente che le economie guidate dal risparmio hanno più successo nel creare ricchezza per i loro cittadini. È importante sottolineare che una valuta sostenuta da una cultura del risparmio può resistere a un maggiore livello di espansione del credito da parte della sua banca centrale senza conseguenze negative sui prezzi.


Gli effetti della recessione in base all’ipotesi del deficit gemello

La spiegazione di cui sopra della relazione tra deficit commerciale e di bilancio pubblico è valida perché si tratta di un’identità contabile nazionale. E nell’attuale clima economico, ci troviamo ora di fronte a una flessione dell’attività economica mondiale, laquale porterà a minori entrate per gli stati. E quando hanno già deficit di bilancio, tali deficit inevitabilmente aumenteranno ancora di più.

Una recessione nell'attività economica creerà non poche difficoltà al governo americano. Alla vigilia di una recessione, il suo deficit di bilancio per l’anno fiscale in corso è stimato a $2.000 miliardi, pari al 7,4% del PIL. Quasi certamente aumenterà molto con il progredire della recessione e, allo stesso tempo, sembra che il tasso di risparmio stia diminuendo e che il debito delle carte di credito sia in aumento, la conseguenza naturale del fatto che i consumatori hanno dovuto affrontare un aumento dei prezzi più rapido del loro reddito.

L’identità contabile nazionale che collega il deficit di bilancio di uno stato con il suo deficit commerciale ci informa che, lungi da una recessione che porta a una minore domanda d'importazioni, e quindi a una riduzione del deficit commerciale, si verificherà il contrario. Non solo il deficit di bilancio degli Stati Uniti aumenterà, ma con i risparmi già in calo ciò porterà a un deficit considerevolmente più elevato nella bilancia commerciale. La domanda ora è: com'è possibile che ciò avvenga?

È in questo contesto che dovremmo guardare al credito nel suo complesso – non solo nel contesto del finanziamento del deficit di bilancio, ma anche per l’attività del settore privato. La contrazione del credito bancario non fa nulla per minacciare la validità dell’identità nazionale che collega i due deficit. La Legge di Say sarà ancora vera anche se la contrazione del credito bancario fosse abbastanza severa da aumentare il potere d’acquisto di una valuta, come descritto sopra nella depressione degli anni ’30. In termini reali, la Legge di Say continuerà a valere; è solo il valore della valuta in termini di beni che cambia. Per quanto riguarda il commercio internazionale di una nazione, i volumi delle materie prime importate diminuiranno durante una recessione e così anche le loro esportazioni. Lo stesso vale per i prodotti semilavorati e gli articoli di consumo, ma i volumi non sono la stessa cosa dei valori contabili registrati in valuta.

Ciò spiega perché l’ipotesi del deficit gemello vale anche in un momento di declino del commercio internazionale, di aumento dei deficit di bilancio e di calo del tasso di risparmio. A parità di condizioni, il declino dell’attività economica dovrebbe portare a un calo della bilancia commerciale, ma questo in termini reali. La soluzione a questo enigma può essere data solo attraverso un calo del potere d’acquisto della valuta nello stesso momento in cui si verifica un calo dell’attività economica. La spiegazione risiede nell’accelerazione della svalutazione della valuta, la conseguenza diretta del crescente deficit di bilancio.


La contrazione del credito da parte delle banche commerciali intensificherà la recessione

Ora sappiamo che in una recessione, o in una crisi, è l’aumento del ritmo della svalutazione della valuta che alimenta i valori delle importazioni e delle esportazioni, i cui volumi diminuiscono. Il ruolo della contrazione del credito bancario suggerisce il contrario ed è questo il nostro prossimo tema.

Il grafico seguente mostra che i depositi bancari negli Stati Uniti si sono contratti del 4,8% rispetto al picco dell’aprile 2022.

La contrazione del circolante è stata in realtà maggiore di recente, perché al credito bancario dobbiamo aggiungere i cali nella struttura reverse repo della FED, per cui i fondi del mercato monetario autorizzati cercano un tasso d'interesse più alto di quello offerto da depositi delle banche commerciali attraverso i mercati monetari. Dallo scorso settembre suddetta struttura ha fatto registrare un calo di $798 miliardi. Se consideriamo i fondi monetari come depositi bancari aggiuntivi, tenerne conto indica che la contrazione del credito bancario è stata in realtà molto più severa, in particolare negli ultimi mesi, diminuendo del 9,2% rispetto al picco dell’aprile 2022.

I monetaristi sostengono che un calo dell’offerta di denaro porta ad un aumento del potere d’acquisto del dollaro, o più convenzionalmente a un calo dei prezzi. È questa la deflazione che cercano di evitare nel raccomandare alle autorità monetarie di abbassare i tassi d'interesse, ma ciò presuppone che siano in grado di farlo, il che non è così. I tassi d'interesse sono alimentati dal ciclo del credito bancario, per cui i banchieri come gruppo temono ora di aumentare il rischio di prestito e tentano di evitarlo.

Ciò è dovuto al fatto che i bilanci delle banche commerciali statunitensi sono altamente indebitati, per cui la contrazione del credito bancario sembra destinata a continuare man mano che aumenteranno i rischi di prestito. Ma un problema per il sistema bancario nel suo insieme è che, mentre può contrarre il lato degli attivi del suo bilancio, è meno facile ridurre il lato dei passivi nei confronti dei depositanti. La soluzione per loro sarà quella di aumentare i prestiti agli stati, anche se in bond di breve termine per evitare il rischio di durata, e ridurre la loro esposizione ad altri asset. Pertanto all’interno del totale dei prestiti bancari, il calo dei prestiti al settore privato sarà più rapido di quanto indicano i numeri principali. La stretta creditizia è già rivolta alle imprese ed è destinata a intensificarsi.

Di conseguenza il costo del credito per le imprese continuerà a salire e la sua disponibilità a diminuire. Anche la produzione calerà e la disoccupazione aumenterà. Con l’offerta di prodotti in calo così come la domanda dei consumatori, questa sarà la base della condizione popolarmente definita come stagflazione, un'anomalia secondo la dottrina dei neo-keynesiani. In realtà, come sostenuto in questo saggio, è facilmente spiegabile purché si rispetti la Legge di Say. E mentre i neo-keynesiani si aspettano che il calo dei tassi d'interesse rifletta il calo della domanda, adesso siamo in grado di capire perché ciò non accadrà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 27 ottobre 2023

Tempus fugit, furtum manet



di Francesco Simoncelli

La settimana scorsa è stato approvato in Italia, con tanto di fanfara sui giornali, il cosiddetto Ddl Bilancio in cui l'attuale governo cerca in qualche modo di barcamenarsi nel mare magnum dei deficit di bilancio e delle tasse. Questo è un ottimo esercizio per sottolineare, per l'ennesima volta, la differenza tra ragionamento logico e feticismo per l'empirismo. Se prendiamo, ad esempio, l'ultima manifestazione in merito di questo tema da parte di Krugman, noteremo una tendenza ricorrente tra la gente della sua risma: mentire sapendo di mentire torcendo la statistica e usandola come martello sulle teste degli sprovveduti. D'altronde, come sosteneva anche George Canning, si può dimostrare tutto con la statistica... tranne la verità. Ed è per questo motivo che è vitale, di questi tempi in particolar modo, ricorrere e affidarsi al proprio intelletto e alla propria capacità di giudizio. Soprattutto quando IA, deepfake e strumenti analoghi possono essere usati per manipolare e fuorviare l'opinione pubblica. Oggigiorno i "valori occidentali" di cui tanto blatera gran parte dei commentatori sono virati tragicamente verso la dittatura "a fin di bene". In particolar modo nella libertà d'informazione ed espressione: si è liberi di essere d'accordo con chi ha (presumibilmente) ragione. In caso contrario le punizioni, o sanzioni come si ama chiamarle adesso, vanno dalla ghettizzazione (ohibò!) all'impedimento di espressione alla fonte, passando attraverso vari strati di censura "soft" (es. bavagli, riduzione della portata del messaggio, ecc.). Questa è la dittatura "a fin di bene", per salvaguardare chi ha (presumibilmente) ragione. Si è liberi di dire ciò che si vuole... finché le cose dette sono accettabili per il sentire comune del politicamente corretto.

Ma meglio non divagare, torniamo in tema. Infatti la prasseologia è la metodologia d'indagine che deve sempre seguire i nostri passi verso l'analisi degli eventi, di qualsiasi natura, in modo da rendere noi stessi la fonte ultima assolutamente affidabile. Sapendo, quindi, che i mentitori seriali sono dietro l'angolo è lecito sospettare della fanfara con cui si accoglie una manovra nata dall'apparato statale. Questo, a sua volta, dovrebbe permettere di porci una domanda: c'è l'inganno? Oh sì, cari lettori, che c'è l'inganno: il Ddl Bilancio è stato redatto considerando l'inflazione dei prezzi una costante. Peggio ancora! I numeri usati sono quelli ufficiali che hanno una tendenza a sottostimarla. E l'inganno viene subito smascherato quando, leggendo dei presunti benefici fiscali che si ottengono sulla scia della manovra, si fa il confronto (impietoso) con l'andamento dei salari reali: calati pesantemente, soprattutto negli ultimi tre anni. Di conseguenza non solo i presunti tagli fiscali vengono mangiati completamente, ma la crescita negativa delle retribuzioni orarie continua ad apporre sulla classe media un fardello punitivo non indifferente.

Uno dei problemi con la teoria del “prezzo attraverso il tempo” è che si tratta di pura teoria. È solo un'idea. Nella pratica le persone non acquistano “panieri” dei loro prodotti preferiti, comprano invece la cena, una casa, un'auto... quanto costa comprare queste cose? Secondo questo dossier redatto dal Corriere della Sera, e prendendo come campione di riferimento la città di Firenze, il confronto tra gli anni Sessanta e oggi è a dir poco impietoso. La paga oraria media nel 1960 era di circa 270 lire l'ora per uno stipendio medio di 47.000 lire, il quale, attualizzato ai tempi odierni, sarebbero all'incirca €640; oggi, invece, la paga oraria media è di circa €9 l’ora, ovvero circa il 130% in più rispetto a prima. In sintesi, il lavoratore medio è più povero: se in passato con un'ora di lavoro poteva acquistare ciò che gli occorreva, ora per comprare quelle stesse cose gli occorre più del doppio del suo tempo. E la macchina? Nel 1960 era stata appena lanciata sul mercato la Fiat 500 D e il costo medio di un'utilitaria si aggirava intorno alle 450.000 lire, che sempre secondo l'Istat sarebbero l'equivalente di circa €6.000 di oggi. Dove trovate oggigiorno una Fiat 500 nuova e venduta a €6.000? Da... nessuna... parte. Una rapida ricerca su Internet vi indicherà un prezzo non al di sotto dei €17.800 (per non parlare poi delle ibride e dell'elettrico). In termini di ore lavorate, l’acquirente impiegherà un'ora e venti minuti di lavoro, rispetto al passato, per potersi permettere una macchina nuova.

In pratica il lavoratore medio può permettersela solo indebitandosi. Le auto sono scarse, ma grazie al credito facile abbondano; la reliquia barbarica dei nostri tempi è la proprietà e il possesso, mentre tutto può essere preso in affitto (rings a bell?). Gli economisti del “prezzo attraverso il tempo” direbbero: “Sì, ma è un'auto migliore la Fiat 500 di oggi”. E lo è: la tecnologia avanza, i componenti migliorano e gli “extra” diventano necessità. Ma è pur sempre solo un'auto e gli stessi miglioramenti tecnologici che la rendono migliore, a rigor di logica, avrebbero dovuto renderla più economica da produrre. Invece è più cara, in tempo ma anche in denaro. E, poi, come non menzionare le case? A tal proposito il quadro generale è meno offuscato dai cosiddetti miglioramenti tecnologici: oggi infatti si possono acquistare case costruite sia nel 2023 che nel 1960. Sessantatré anni fa una casa sarebbe costata circa 4.200.000, che attualizzati ai tempi odierni equivarrebbero a circa €110.000; il prezzo medio delle case oggi è pari a circa €300.000. Ma che dire, però, della casa del 1960 con pochi dei progressi tecnologici degli ultimi 60 anni? Le abitazioni, in realtà, sono rimaste più o meno le stesse. Dovrebbe essere molto più economica, vero?

Nuovi materiali e nuovi strumenti – tubi di plastica, pistole sparachiodi, finto legno – avrebbero dovuto rendere anche le nuove case più economiche da costruire, ma entrambe – vecchie e nuove – sono molto più costose. Le case vecchie dovrebbero essere generalmente più economiche: sono fuori moda e di solito hanno problemi che devono essere risolti come scaldabagni difettosi, tetti da rifare, cablaggi difettosi, ecc. Qualunque cosa, ma con gli aggiornamenti – nuovi ripiani in granito, cucina e bagni ristrutturati, elementi in legno rifiniti – si può supporre che il costo di una vecchia casa sia più o meno lo stesso di una nuova. Qual è il confronto quindi? A 270 lire l’ora, nel 1960, l’acquisto di una casa avrebbe richiesto circa 15.500 ore di lavoro; una casa oggi – supponendo che costi circa €300.000, aggiornamenti compresi – costerà circa 33.300 ore di lavoro.

Stando a queste misure, i lavoratori non hanno nulla per cui festeggiare... né quest’anno, né quelli precedenti sin dal 1960. I salari reali non hanno affatto tenuto il passo con i costi reali. Che tipo di economia è questa? Una che appone una corona di spine d'inflazione sulla testa del lavoratore e lo crocifigge su una croce di sciocchezze? Che tipo di governi sono stati quelli che lo hanno impoverito, anno dopo anno, e hanno accumulato un debito di quasi €3000 miliardi con il suo nome come garante?


LA STATISTICA PIÙ AFFIDABILE PER MISURARE L'INFLAZIONE DEI PREZZI

L’indice dei prezzi al consumo (IPC), il punto di riferimento per la maggior parte dei commentatori che vuole riferire di un aumento/calo "generalizzato" dei prezzi, non solo sottostima l’inflazione dei prezzi reale, ma maschera anche l’inflazione monetaria. Sulla stampa finanziaria e negli ambienti accademici l’indice dei prezzi al consumo viene utilizzato come principale misura della cosiddetta "inflazione". Sebbene possa apparentemente fornire una stima della direzione verso cui sta andando l’economia, si tratta di una statistica difettosa. L’inflazione dei prezzi è un sintomo dell’inflazione monetaria, quindi un buon economista deve identificare la causa dell’aumento dei prezzi, proprio come un buon medico deve identificare, attraverso i sintomi, la malattia. Tuttavia l’inflazione monetaria non è sempre la causa unica dell’aumento dei prezzi, essi cambiano anche in base a domanda/offerta e quindi un aumento del prezzo di un bene è il risultato anche del fatto che la sua domanda supera l’offerta.

Ma non sono solo i gusti e le preferenze delle persone a determinarlo, fenomeno che potremmo definire naturale, accanto a essi ci sono anche mutamenti innaturali: controlli dei prezzi, regolamentazione, incentivi dettati dalla burocrazia, ecc. Un’altra cosa da considerare, poi, sull’inflazione dei prezzi è il cosiddetto Effetto Cantillon: gli aumenti di prezzo più consistenti si verificheranno in genere laddove vengono inizialmente iniettate grandi quantità di denaro. È finita qui? Ovvio che no, perché a tutto ciò si aggiunge anche il ritmo di crescita di beni e servizi.

Supponiamo, quindi, che esista un indice dei prezzi che possa includere tutti i prezzi di un’economia e che l’offerta di denaro aumenti del 10% mentre la quantità totale di beni e servizi aumenta del 30%. A parità di altre condizioni, dovremmo aspettarci un calo dell’indice dei prezzi, proprio come sarebbe accaduto se l’offerta di denaro fosse rimasta invariata. Tuttavia, poiché non è rimasto invariata, l’indice dei prezzi è sceso meno di quanto sarebbe sceso altrimenti.

Esiste una metrica in questo oceano di variabili in grado di approssimare, nel modo più affidabile possibile, i cambiamenti nella struttura dei prezzi? Sì ed è l'offerta di denaro reale (o True Austrian Money Supply, TMS). Creata da Murray Rothbard e Joseph Salerno, è la migliore metrica dell’offerta di denaro e di conseguenza la migliore misura dell’inflazione (e della deflazione). Si basa sulla definizione Austriaca di denaro, al cui riguardo Rothbard scrisse: “Il denaro è il mezzo generale di scambio, la cosa con cui vengono scambiati tutti gli altri beni e servizi, il pagamento finale per tali beni e servizi sul mercato”. La TMS include tutti i sostituti del denaro utilizzati come mezzo di scambio, inoltre esclude tutti i sostituti che altre scuole di economia contano come denaro.

Il Mises Institute fornisce aggiornamenti regolari sulla TMS ed è un ottimo strumento che ogni esperto di previsioni di mercato può utilizzare in aggiunta ad altri. Il miglior utilizzo della TMS è mostrare alla gente comune fino a che estremi l’offerta di denaro viene manipolata artificialmente, andando a deformare le loro preferenze e a derubarli di tempo e risparmi.


SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE

Camuffare questa realtà attraverso la macroeconomia ha permesso a Keynes e ad altri di escogitare un ruolo per lo stato affinché potesse intervenire negli affari economici e attirare attorno alla sua orbita risorse e tempo delle persone. Ciò richiedeva, inutile dirlo, l'abbandono del denaro sano/onesto e lo sganciamento dal calcolo onesto della metrica dell'offerta di denaro. Non è un caso infatti che, sin dalla fine degli anni '80, si è passati dall'avere l'offerta di denaro come obiettivo della cosiddetta "stabilità economica" all'avere il tasso d'inflazione feticcio del 2%. L’idea originale era che gli stati dovessero colmare la fase di recessione attraverso lo stimolo attivo dell’economia (es. deficit di bilancio) e recuperare successivamente le finanze pubbliche "perse" attraverso l’aumento delle entrate fiscali una volta che l’economia si sarebbe ripresa. In questo modo si credeva che le recessioni sarebbero state ridotte al minimo e che le finanze pubbliche sarebbero state in equilibrio durante il ciclo economico. Si trattava di un tema applicato con (presunto) successo negli anni del dopoguerra fino alla fine degli accordi di Bretton Woods, quando l’inflazione di M3 statunitense raddoppiò da $27 miliardi nel luglio 1950 a $59 miliardi nell’agosto 1971, senza l’effetto inflazionistico che infine eruttò dopo la sospensione di Bretton Woods.

Quando l’accordo di Bretton Woods cominciò a sgretolarsi in seguito al fallimento del Gold pool di Londra alla fine degli anni sessanta, per i sommi sacerdoti della macroeconomia il problema erano le restrizioni del gold standard, non i fallimenti delle loro teorie economiche e monetarie. Bretton Woods venne abbandonata e da allora la teoria economica interventista raddoppiò i suoi sforzi per giustificare un'invasione ancor più marcata da parte dello stato nella vita economica dei contribuenti. Nonostante i deficit pubblici da record, la teoria keynesiana dello stimolo economico/fiscale ha fatto il suo corso ed è fallita. Ma non è tutto: tassi d'interesse artificialmente bassi avevano lo scopo di rilanciare l’economia e anche in questo si è fallito. Le teorie macroeconomiche si sono talmente allontanate dalla realtà che l’intera professione economica ha bisogno di reimpostare il proprio approccio al libero mercato.

Uno degli straordinari fallimenti del pensiero moderno riguarda la quasi totale cecità nei confronti della ciclicità dei prestiti bancari. E cos'è il PIL nominale, utilizzato per misurare la performance economica? Non si tratta né più né meno dell’impiego del credito per le transazioni che lo compongono. Il PIL aumenta e diminuisce non in base ai consumatori, ma ai cambiamenti nella disponibilità del credito bancario. Il comportamento dei consumatori non è la fonte delle recessioni, lo è invece la disponibilità di credito; la maggior parte delle persone, sia nel settore finanziario che in quello non finanziario, non comprendono il ciclo del credito bancario e le sue implicazioni. E la schiera più ostinata di negazionisti è la burocrazia statale. Dalle principali banche centrali alle autorità di regolamentazione bancaria, una cecità di pensiero di gruppo rispetto alle cause dei periodi di espansione e di recessione è la fonte di una crisi ciclica del credito. Sfortunatamente se uno stato e i suoi agenti continuano con linee di politica sbagliate per un periodo sufficientemente lungo, invece di essere derisi e cacciati via, la fiducia in loro da parte della popolazione in generale cresce. Si tratta di un problema particolare nei mercati dei capitali che ora hanno accettato senza riserve la presunta insostituibilità del sistema bancario centrale.

I dirigenti delle banche commerciali non sono immuni da questa tendenza. Di conseguenza invece di attenersi ai propri obiettivi aziendali, sono vincolati alle banche centrali e ai regolatori statali. Il loro vero compito è quello di essere commercianti di credito e di ottenere rendimenti per i propri azionisti, non di assumersi la responsabilità per coloro che affermano di essere stakeholder e regolatori. Pochi banchieri sembrano rendersi conto di essere intrappolati in un ciclo del credito da loro stessi creato. Questo è il motivo per cui il ciclo esiste da quando sono disponibili le statistiche sul credito. Se mettiamo insieme la mancanza di comprensione della causa del ciclo e l’assenza di responsabilità degli azionisti, otteniamo che il management delle grandi banche pensa che con il supporto normativo esse possano uscire quanto più indenni dalle recessioni. Ma quando sentono il campanello d’allarme per antonomasia, ovvero che i loro bilanci sono eccessivamente indebitati e i prezzi dei fattori di produzione sono in aumento, non c'è pensiero di gruppo che tenga: a meno che non riducano urgentemente la loro esposizione creditizia, rischieranno il fallimento a causa di crediti inesigibili e calo dei valori delle garanzie. Ecco perché i prestiti bancari si stanno contraendo e perché in termini reali il PIL diminuirà. E la contrazione del PIL alimenta un’ulteriore contrazione del credito, facendo salire i costi di finanziamento. La pressione sulle banche affinché liquidino sia gli investimenti in bilancio che le garanzie a supporto dei prestiti è destinata a intensificarsi.


FAME DI DOLLARI

E l'effetto evidente, a valle, di questa catena di eventi, a monte, è l'aumento dei prezzi dell'energia. Infatti l’unità Global Equity Research di JPMorgan prevede prezzi di $150 per il Brent e, inutile sottolinearlo, le conseguenze sui prezzi al consumo sono particolarmente dannose, come indica l’andamento dei prezzi dell’energia e delle materie prime negli ultimi tre mesi. Quindi, sì, il comparto bancario commerciale è particolarmente sotto stress e potremmo vedere molte più Silicon Valley Bank a causa di una catena di fallimenti dovuta a causa di un sistema che ha raggiunto la sua data di scadenza e deve cambiare in qualcos'altro. Sarà un problema per gli Stati Uniti? Non proprio, soprattutto ora che la FED si è emancipata dal carrozzone della coordinated central banking policy e sta cercando di ricostruire, non senza fatica, un mercato dei capitali funzionante in patria. Sia i mercati finanziari che quelli non finanziari hanno capito l'antifona di Powell incarnata nell'assunto "higher for longer" e, oltre ai capitali finanziari che affluiscono negli Stati Uniti e stanno puntellando gli indici azionari americani, c'è da notare anche un altro fenomeno rappresentato dal cosiddetto onshoring delle aziende che in passato avevano delocalizzato altrove, perlopiù in Cina. Oltre alle evidenti tensioni geopolitiche, il fenomeno del cosiddetto onshoring delle imprese statunitensi andrà a ricostruire un tessuto industriale (si spera) funzionante in patria e di conseguenza tornare ad avere una nazione prospera e, soprattutto, in grado di fortificare la propria resilienza alla crisi economica che dovrà ripulire di anni di azzardo morale.

Questo fenomeno, a sua volta, sta privando del capitale necessario la Cina per sostenere la gigantesca bolla immobiliare di cui ancora fa fatica a liberarsi, aggiungendo ulteriore polvere da sparo alla sua esplosività.

Infatti le continue vendite di titoli del Tesoro USA di cui parlano tanto i commentatori mainstream da parte della Cina, non sono simbolo di forza da parte di quest'ultima ma di necessità di liquidità per sostenere sul mercato dei cambi una situazione che rischia seriamente di sfuggire di mano. Soprattutto in questo momento in cui, diversamente dal passato in cui l'abbondanza di eurodollari permetteva alle varie giurisdizioni mondiali di accendere prestiti in dollari ombra e lasciare poi la patata bollente nelle mani della FED, i rubinetti monetari sono stati chiusi e i pasti gratis della riserva frazionaria estinti in questo sistema.

Inutile ricordarlo, il malato terminale in questa nuova condizione mondiale è decisamente l'Europa e su queste pagine si è spiegato più volte il perché. Questo per dire che anche se gli USA dovessero finire nei guai, in particolar modo il settore bancario commerciale, essi hanno un carnet di opzioni molto più efficace rispetto alle altre giurisdizioni: tra il mercato dei pronti contro termine, le azioni della FED stessa e le garanzie sul proprio bilancio (es. T-bond, T-bills), lo zio Sam ha abbastanza liquidità da poter puntellare il proprio sistema affinché superi la tempesta finanziaria e possa avere un'occasione migliore per ricostruire ciò che le precedenti amministrazioni hanno distrutto.


CONCLUSIONE

Per sopravvivere le istituzioni centrali hanno bisogno di sequestrare risorse scarse e, soprattutto, tempo. Non solo per allungare di un giorno in più la propria vita, ma anche per tenere occupate la maggior parte delle persone in faccende vitali che risucchiano più del loro tempo rispetto al passato. In questo modo girano sulla ruota dei criceti, troppo occupati per prestare attenzione a ciò che accade intorno a loro. Il lavoro è importante, certo, ma aver allungato le tempistiche per il raggiungimento degli obiettivi legati a esso ha rappresentato un trucchetto efficace nello strumentario dei pianificatori centrali affinché potessero distrarre le attenzioni delle persone, con la mano destra, e con la sinistra derubarle. Se c'è una cosa che è più dannosa e pericolosa del furto dei risparmi, quella è il furto del tempo. Su questo singolo fattore, poi, è stata eretta tutta una serie di illusioni per rendere ancora più confusionario la comprensione del fenomeno inflattivo e delle relative conseguenze sulla vita della maggior parte delle persone. Un esempio è il Corriere della Sera che s'interroga sul fatto che l'inflazione percepita dalle persone è il doppio rispetto a quella registrata ufficialmente. La conclusione del giornale italiano è che tutto si riduce alle aspettative. Non parla minimamente della sottostima della stessa nelle statistiche ufficiali attraverso window dressing, panieri distorti e altri fronzoli matematici per nascondere sotto il tappeto l'ovvio.

In questo senso la maggior parte delle persone chiude la propria mente all'indagine e molla l'osso nelle mani dei cosiddetti "esperti", troppo impegnate a dover sbarcare il lunario. L'ironia di tutta questa storia è che la comprensione di tale fenomeno, e quindi furto, porrebbe fine al loro tribolare. E nonostante tutti i trucchi macroeconomici, nati apposta per confondere le acque, l'inflazione dei prezzi non smetterà di mordere, soprattutto in Europa e nel resto del mondo sviluppato perché è finalmente giunto il momento di mettere ordine nel groviglio di azzardo morale eruttato sulla scia della ZIRP e della NIRP. Per quanto i Paesi in via di sviluppo possano parlare di de-dollarizzazione, in realtà sono consapevoli delle loro fragilità strutturali per emanciparsi dal dollaro. Non solo per le crisi economico/finanziarie incalzanti nei vari BRICS, ma soprattutto per i controlli dei capitali e sul mercato dei cambi che li rendono inadatti per rappresentare un sistema affidabile e con uno stato di diritto credibile.

I dollari, quindi, saranno fondamentali in questa fase di transizione e per quanto l'amministrazione Biden abbia tentato di vandalizzare l'economia statunitense, Powell e l'entourage che lo copre (es. grandi banche commerciali) sono riusciti a scalzare finora tutti i tentativi della cricca di Davos di scalare gli Stati Uniti. Sebbene quelle descritte possano sembrare delle questioni lontane dalla vita reale delle persone, in realtà incarnano il famoso aforisma di Mises secondo cui "l'economia si occuperà di quegli individui che non si occuperanno di essa". L'attuale sistema non è un colosso inattaccabile che andrà avanti imperterrito: esistono delle crepe ed esse rappresentano l'inizio di una frattura più grande. Insinuarsi in esse rappresenta un modo per avvantaggiarsi rispetto a coloro che verranno travolti dagli eventi invece. Tutto inizia dalla comprensione e dalla consapevolezza, dal vedere dove si trovano queste crepe.


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giovedì 26 ottobre 2023

I bitcoiner sono delle Cassandre

 

 

da Bitcoin Magazine

La leggenda narra che una volta esisteva una principessa di Troia di nome Cassandra, figlia del re Priamo e della regina Ecuba, sorella di Ettore, il principe di Troia che notoriamente combatté contro Achille. Il dio Apollo s'innamorò di lei e, nel tentativo di corteggiarla, le fece il dono di poter prevedere il futuro. Non impressionata, rifiutò il suo amore. Un dio non poteva riprendersi un dono divino una volta che gli era stato concesso, quindi, accecato dalla rabbia, Apollo poté solo darle qualcosa di più: una maledizione. Cassandra era destinata a prevedere sempre la verità del futuro, ma a non essere mai creduta da chiunque ascoltasse la sua previsione.

Cassandra di Evelyn De Morgan
La frustrazione che attanagliava e faceva soffrire Cassadra è una sensazione piuttosto familiare alla maggior parte dei bitcoiner. Tutti noi che comprendiamo il nostro sistema monetario, ci rendiamo conto di quanto sia pessimo. La cosa incredibile è che questo fatto non ci è stato insegnato da nessuno: né alle scuole elementari, né in qualsiasi altra parte del curriculum scolastico moderno, malgrado il fatto che la metà di ogni transazione umana coinvolge il denaro e, per gran parte del mondo, i dollari. Su una scala da 1 a 10, dove 10 significa quanto di più cattivo e ingiusto possibile, il nostro sistema finanziario è un 9,5 che si dirige costantemente verso il 10. Anzi, molto probabilmente gli aggettivi cattivo o ingiusto non rappresentano propriamente l'idea di malsano alla base di suddetto sistema.

Quanti altri mesi, anni o decenni ci vorranno affinché le masse scoprano questa realtà? Ci riusciranno mai? Chi lo sa.

Quello che sappiamo è che la maggior parte dei bitcoiner l'ha capito e anche molti nell'universo delle altcoin. Tendiamo anche a sembrare dei pazzi quando proviamo a spiegarlo a familiari e amici. E così, molti di noi hanno rinunciato a provarci, o ci è stato detto senza mezzi termini “non possiamo non parlarne almeno per stasera?”.

Prendiamo, ad esempio, i recenti problemi monetari del Regno Unito. Con la valuta nazionale che perde enormemente valore in un periodo incredibilmente breve, dovrebbe essere evidente la necessità di un’alternativa monetaria. Alcuni potrebbero capirlo, come raccontato in questo articolo sull'Isola di Man, ma per molte persone — non solo per gli inglesi — il collasso monetario è uno sport da guardare, non un qualcosa che sentono di avere il potere di cambiare.

Fonte

Un problema per i bitcoiner è che, una volta viste le ingiustizie del sistema monetario fiat, la maggior parte di essi sente una sorta di spinta evangelizzatrice — o almeno un certo grado di responsabilità morale nel cercare di mostrare ciò che hanno capito alle persone a cui tengono — e cerca di aiutare il prossimo a districarsi, in misura maggiore o minore, in mezzo alle inevitabili conseguenze dell’attuale sistema ingiusto consigliando di studiare/acquistare Bitcoin.

E poi abbiamo Bitcoin stesso. Quasi nessuno lo capisce. Il sottoscritto lo ha studiato intensamente per migliaia di ore e ancora non coglie appieno tutti i vantaggi che offre al cittadino medio di questo pianeta, in particolare ai più vulnerabili e poveri tra noi nel Sud del mondo. Bitcoin è un’idea tanto brillante quanto la mente può concepire un sistema monetario digitale. Non esiste un aggettivo che possa trasmettere quanto sia meravigliosa un’alternativa al denaro fiat.

“Cassandra e Aiace”
Accostate questi due sistemi e cosa ottenete? Dissonanza cognitiva. Un divario più ampio degli oceani, la maledizione di Cassandra. Il delta è ampio ed è un divario d'ignoranza più grande della distanza dal sole.

Non esiste una cura per la maledizione di Cassandra se non il tempo e la pazienza. Le nostre previsioni sono molto in anticipo rispetto al tempo della loro piena realizzazione.


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mercoledì 25 ottobre 2023

I beni pubblici filtrati attraverso la lente dell'imprenditorialità

Le statistiche ufficiali sull’inflazione sono distorte: gli effetti di sostituzione e i cambiamenti di qualità sono problemi che non possono essere risolti oggettivamente, nemmeno con i metodi statistici più sofisticati. I dati ufficiali sull’inflazione non sono affatto rappresentativi dell’aumento generale dei prezzi nell’economia. Se guardiamo ai beni e servizi non inclusi nell’IPC, la direzione della distorsione è indiscutibile. I beni e i servizi forniti dallo stato sono un esempio calzante. Potremmo riferirci a essi come “beni pubblici”, anche se la maggior parte non soddisfa i criteri formali di non rivalità e non escludibilità, e alcune persone potrebbero addirittura non considerarli affatto come beni. “Beni pubblici” qui significa semplicemente che sono finanziati dai contribuenti; e, cosa fondamentale, non sono inclusi nelle misure convenzionali dell’inflazione dei prezzi. Sebbene le famiglie non paghino direttamente per i beni pubblici, pagano indirettamente attraverso le tasse. Si può quindi affermare che il carico fiscale rappresenti il prezzo di tutti i beni pubblici e se presumiamo che le entrate fiscali rappresentino il prezzo di tutti i beni pubblici, ci risparmiamo anche il noioso compito di valutare il peso dei singoli beni pubblici. Prendendo i dati Eurostat, tra il 1998 e il 2021 l’IPC nell'area Euro è salito complessivamente del 47%, corrispondente a un tasso d'inflazione medio annuo dell’1,7%; il gettito fiscale totale per i Paesi dell’Eurozona è aumentato complessivamente del 99%, corrispondente a un aumento più che proporzionale dei prezzi dei beni pubblici pari in media al 3,0% annuo (senza contare che stiamo assumendo costante la qualità dei beni e dei servizi pubblici, cosa irreale). Il peso dei beni pubblici sulla spesa totale delle famiglie è enorme e nell’Eurozona le entrate fiscali rappresentano oltre il 40% del reddito totale misurato dal PIL. I beni pubblici finanziati dalle tasse sono di gran lunga la voce più importante nel “carrello della spesa” della famiglia media e i loro prezzi crescono in modo sproporzionato, ma non vengono presi in considerazione nelle statistiche ufficiali.

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di Ryan Turnipseed

I beni pubblici, nella teoria economica tradizionale, sono beni non rivali: una persona che li utilizza non preclude la capacità di qualcun altro di fare lo stesso; sono inoltre non escludibili: i proprietari dei beni pubblici non sono generalmente in grado di limitarne l'accesso agli altri. Esempi comunemente pubblicizzati includono l’illuminazione pubblica, la radio, gli spettacoli pirotecnici, le difese militari e le difese contro le inondazioni.

Per il mainstream i beni pubblici rappresentano un problema economico e sociale: la mancanza di rivalità ed escludibilità consente l’esistenza dei cosiddetti scrocconi, il che elimina in primo luogo il motivo del profitto per fornire il bene e quindi l’incentivo a fornirlo. Ciò significa che il mercato da solo non produrrebbe abbastanza illuminazione pubblica, radio e difesa, ad esempio, e, dato tale fallimento, lo stato deve provvedere a fornirli nella quantità più vicina possibile alla loro quantità ottimale.

La critica della maggior parte degli Austriaci si concentra sull’errata affermazione secondo cui la coercizione dello stato è più “efficiente” delle azioni volontarie degli individui. Altri potrebbero scegliere di sfatare la visione tradizionale di un bene, erroneamente impostata sull'essenza fisica piuttosto che sui desideri soggettivi dell’individuo che ne fa un mezzo per raggiungere un fine. Sebbene entrambe le critiche siano importanti, c’è un aspetto che spesso viene dimenticato: pochi si concentrano sull’affermazione secondo cui non esiste alcun potenziale di profitto (o nessun potenziale adeguato) per i beni che chiunque può consumare e a cui chiunque può accedere in qualsiasi momento, il che significa che il mercato per quel bene sarà sempre in disequilibrio. Questa affermazione è il cuore del problema ed è il motivo per cui il mainstream utilizza formalmente i beni pubblici per giustificare l’intervento statale. Supponendo le buone intenzioni, questo è principalmente un errore derivante dal fallimento del mainstream nell'incorporare l'imprenditore nelle proprie teorie economiche.

La struttura aziendale nei settori tradizionali è incentrata principalmente sull’escludibilità. Grazie a essa gli imprenditori possono addebitare un prezzo prima dello scambio, come nel caso di un acquisto da un droghiere, o all'ingresso, come nel caso dell'ingresso in un cinema. Altri settori che prevedono l’escludibilità, ma che prevedono che l’imprenditore addebiti i costi dopo il consumo, hanno una struttura aziendale simile, come nella maggior parte dei ristoranti, dove il conto viene presentato dopo aver mangiato anziché prima. Tutto ciò è molto rilevante per la struttura aziendale dell'imprenditore, in particolare perché i consumatori lo pagano dato che apprezzano il bene più del denaro.

Eliminata l’escludibilità, l’imprenditore non dispone più dei ricavi generati dall'offerta di beni al consumatore; e questa è ancora una questione di struttura aziendale. L’imprenditore deve ancora generare un profitto servendo i consumatori, ma ora deve anche tenere conto degli scrocconi, quindi la logica è un po' diversa. Poiché l'acquisizione del bene da parte del consumatore non è più subordinata al pagamento, l'imprenditore non deve solo convincerlo a scegliere il suo bene rispetto alle altre opzioni disponibili, ma deve anche convincerlo che vale la pena pagare per l'offerta futura di quel bene. La struttura aziendale, poi, deve tenere conto anche del marketing, in qualunque forma esso si manifesti, non solo nei confronti del consumatore affinché scelga subito il bene dell'imprenditore, ma anche nei confronti del futuro. L'imprenditore deve promuovere ed enfatizzare il patrocinio del consumatore come mezzo per l'offerta continua del bene.

Una piccola industria che si è sviluppata durante la mia vita è nata attorno a un bene pubblico che dimostra questi principi. Saggi letti in video, video di persone che giocano ai videogiochi, vlog, video educativi e qualsiasi altro tipo di video regolarmente caricato su YouTube, o piattaforme simili, sono beni pubblici. Il produttore dei video non ha modo di escludere nessuno dalla visione del video finché non lo pagano e la visione del video da parte di chiunque non impedisce a qualcun altro di vederlo.

Secondo la teoria dominante, poiché questa forma d'intrattenimento è un bene pubblico, non può essere fornita in misura sufficiente da attori privati: ci sarebbero gli scrocconi che impedirebbero al settore di raggiungere livelli di equilibrio di offerta. Anche se fosse sciocco suggerire che lo stato debba fornire assistenza nell'offerta di video, questa è la logica utilizzata per giustificare l'offerta da parte dello stato di tutti gli altri beni pubblici. Come chiunque può vedere dai profitti generati da un numero qualsiasi di produttori di video su YouTube e dall'abbondanza di video caricati regolarmente su sito web  a scopo di lucro, è la teoria dominante a essere un fallimento. Sebbene alcune persone possano lamentarsi di un tipo specifico di video, i reclami non derivano dal fatto che i video siano un bene pubblico, ma perché un imprenditore, in questo caso un produttore di video, non li ha ancora offerti o lo ha fatto e non è stato in grado di realizzare un profitto.

I produttori di video di successo possono godere di un flusso continuo di entrate dalle loro produzioni principalmente grazie al loro marketing. Nel modo menzionato in precedenza, essi comunicano ai propri consumatori che l'offerta futura ha più valore di una certa somma di denaro detenuta dal consumatore. Poiché le persone pensano che li apprezzeranno più dei loro soldi, pagano il produttore del video.

La logica che abbiamo sondato nella produzione dei video e nei pagamenti può applicarsi a qualsiasi altro bene pubblico. È facile immaginare che, con una corretta comunicazione al consumatore, gli imprenditori possano fornire l'illuminazione pubblica alle città senza alcun intervento statale, convincendo i consumatori a pagare per l'offerta futura. Lo stesso ragionamento si applica alla difesa, dove il fornitore del servizio potrebbe comunicare chiaramente che se l'impresa non è redditizia, i consumatori in futuro ne rimarranno senza. In breve, è possibile trarre profitto dall'offerta di beni pubblici.

Nel sostenere politiche interventiste, il mainstream ha trascurato l’imprenditore, un grave errore di ragionamento, e usa tale errore per giustificare l’intervento statale. Reintrodurre l'imprenditore e la sua struttura aziendale nella logica economica risolve il problema della motivazione del profitto e dell'incentivo a fornire beni pubblici. Ciò invalida l’intera concezione tradizionale secondo cui i beni pubblici costituiscono un problema in un libero mercato, il che significa che quest'ultimo non fallisce affatto. È quindi insensato che lo stato li fornisca al posto dei privati.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 24 ottobre 2023

Una valutazione dell'espansione dei BRICS: ridimensionare le aspettative



di Antonio Graceffo

Al termine del vertice BRICS tenutosi a Johannesburg il 24 agosto 2023, è stato annunciato che il raggruppamento dei cinque Paesi formato da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa ne aveva invitato altri sei ad aderire: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran, Egitto, Etiopia e Argentina. Le nuove adesioni, che entreranno in vigore nel gennaio 2024, sono state definite “storiche” dal leader cinese Xi Jinping, mentre Vladimir Putin, impossibilitato a viaggiare a causa di un ordine di cattura della Corte penale internazionale, si è congratulato a distanza con i nuovi membri dei BRICS e si è impegnato a espandere la portata dell'influenza globale dell'intero gruppo.

Tuttavia, date le condizioni economiche e politiche nella maggior parte dei Paesi membri, così come i conflitti tra loro e gli interessi divergenti, gli obiettivi del gruppo allargato dei BRICS sono in gran parte irraggiungibili. Alla fine, in caso di successo, i BRICS si limiteranno a sostituire l’egemonia statunitense con quella cinese.

L'economista di Goldman Sachs Jim O'Neill ha coniato l'acronimo BRIC nel 2001 per designare le quattro economie in rapida crescita (il Sud Africa non era ancora incluso), il quale prevedeva che sarebbero potute diventare tra le più grandi del mondo entro il 2039. Negli ultimi anni Xi Jinping ha promosso i BRICS come rivali del Gruppo dei Sette (G7), ma rimangono poco organizzati e non hanno istituzioni o valuta proprie. La Cina, la Russia e, in una certa misura, l’India detengono la maggior parte dell’influenza politica ed economica nei BRICS.

Coloro che credono che i BRICS sconvolgeranno l’ordine internazionale possono citare diverse statistiche impressionanti. Con l'adesione dei nuovi membri, i Paesi BRICS contribuiranno con altri 400 milioni di persone, per un totale del 46% della popolazione mondiale. Inoltre rappresenteranno il 37% del prodotto interno lordo (PIL) globale (più del G7), il 42% della produzione mondiale di petrolio e percentuali significative di vari minerali critici. Inoltre si prevede che il gruppo cresca ulteriormente: quaranta Paesi hanno espresso interesse ad aderirvi.

I membri ritengono che i BRICS acquisiranno prestiti agevolati per lo sviluppo sostenuti dalla Cina, difenderanno i propri interessi, de-dollarizzeranno le loro economie, contrasteranno l’egemonia degli Stati Uniti e aumenteranno le proprie entrate da minerali e petrolio. Ciascuno di questi punti verrà discusso di seguito.


Mancanza d'interessi condivisi

Xi Jinping ha affermato che l’espansione dei BRICS “infonderà nuova vitalità al loro meccanismo di cooperazione e rafforzerà ulteriormente le forze per la pace e lo sviluppo nel mondo”. Eppure la Russia, il secondo membro più potente e sviluppato del gruppo, è attivamente impegnata in una guerra ed è ampiamente sanzionata dall’ordine internazionale; il membro proposto, l’Etiopia, è nel mezzo di una guerra civile; l’Iran è pesantemente sanzionato per il suo sostegno alla guerra in Ucraina e per le sue ambizioni in materia di armi nucleari; e, fino a poco tempo fa, l’Iran e l’Arabia Saudita erano coinvolti in guerre per procura in Siria e Yemen.

L'India, il Paese più popoloso del mondo nel luglio 2023, è impegnata in una disputa sul confine con la Cina, la quale ha provocato piccoli scontri militari nel 2020 e nel 2022. Le attività navali della Cina nell'Oceano Indiano hanno portato l'India a rafforzare i legami di difesa con gli Stati Uniti, l'Australia e il Giappone attraverso il dialogo nel cosiddetto Quadrilatero sulla sicurezza (QSD). Pochi giorni dopo il vertice dei BRICS, con una mossa che mette a repentaglio una cooperazione significativa per la pace globale e lo sviluppo economico, il Ministero cinese delle risorse naturali ha pubblicato una nuova versione della sua mappa nazionale che rivendica il territorio indiano e russo. L'India ha prontamente presentato una denuncia diplomatica.


De-dollarizzazione

Si è discusso della creazione di una valuta dei BRICS, che i relativi sostenitori ritengono potrebbe spodestare il dollaro. Sostituirlo nel commercio, tuttavia, sarebbe problematico: data la sua liquidità e la libera convertibilità, il dollaro è ampiamente utilizzato nel commercio mondiale e molte nazioni produttrici di petrolio ancorano a esso le loro valute, oltre a essere la valuta preferita per le riserve estere. In generale, nemmeno i Paesi BRICS vogliono detenere le varie valute dei loro membri come riserve. L’unica valuta tra i BRICS che viene utilizzata nelle riserve mondiali è lo yuan, che rappresenta il minimo storico di circa il 2,5%. La sostituzione del dollaro con una valuta dei BRICS non era nemmeno all’ordine del giorno nel loro ultimo vertice.


Mancanza d'istituzioni

L’unica istituzione BRICS esistente è la Nuova Banca per lo Sviluppo (NDB), che fino a poco tempo fa era una banca che trattava esclusivamente in dollari. Sostenuta e in gran parte finanziata dalla Cina, fornisce prestiti simili a quelli forniti da quest'ultima attraverso l’Asian Infrastructure Investment Bank e la Belt and Road Initiative. Nel 2016 la NDB ha iniziato a strutturare alcuni prestiti nelle valute di altri Paesi BRICS; ma data la bassa convertibilità e l’elevata instabilità delle valute dei relativi membri, la sua valuta di lavoro rimane il dollaro. All’ultimo vertice dei BRICS, la stabilizzazione delle valute dei Paesi membri era una priorità rispetto alla de-dollarizzazione.


Evitare l’economia mondiale guidata dagli Stati Uniti

Le dimensioni e la salute delle economie BRICS variano notevolmente. Le prospettive dell’India sono brillanti, con un PIL e un aumento degli investimenti diretti esteri. L’Arabia Saudita è una ricca nazione produttrice di petrolio con uno dei tassi di crescita più elevati del Gruppo dei 20 (G20). Il Brasile si trova ad affrontare una crescita lenta e un’elevata disoccupazione, ma sta andando meglio rispetto agli anni precedenti. Il Sudafrica è appena tornato ai livelli di attività economica pre-pandemici, ma la disoccupazione rimane elevata. L’inflazione argentina, nel frattempo, è salita sopra il 100%; l’Etiopia, nonostante la rapida crescita del PIL, rimane uno dei Paesi più poveri dell’Africa con un PIL pro capite di poco superiore ai $1.000 all’anno. Infine l’Egitto ha fatto registrare sia un aumento del PIL che un aumento della povertà.

Le principali economie dei BRICS sono Cina, India e Russia. Queste tre nazioni sono anche le principali potenze militari del mondo, dopo gli Stati Uniti. Probabilmente le nazioni BRICS con il maggior potere e influenza mondiali nella politica e nella diplomazia sono Cina e Russia, ma dall’inizio della guerra in Ucraina l’economia russa si è deteriorata e ora deve far fronte alla diminuzione delle riserve di valuta estera e alle sanzioni economiche. Di conseguenza essa sta diventando sempre più finanziariamente dipendente dalla Cina. Allo stesso tempo, poiché la Cina è alle prese con il calo del commercio e degli investimenti, la riduzione delle esportazioni e la disoccupazione giovanile da record, Pechino potrebbe avere difficoltà o addirittura essere impossibilitata a sostenere le altre nazioni BRICS. Se dovesse trovare una soluzione, i BRICS finirebbero solo per sostituire l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti con un ordine guidato dalla Cina.

Un think tank indiano, lo United Services Institute (USI), ha accusato Pechino di voler dotare i BRICS di alleati cinesi per promuovere la propria agenda. L’USI ha affermato che la Cina sta cercando di costruire la propria influenza attraverso i BRICS come ha fatto attraverso altri gruppi, come l'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e la Belt and Road Initiative.


Controllo dei minerali e del petrolio

Con la sua inclusione, l’Arabia Saudita, il più grande esportatore di petrolio greggio, si unirà alla Cina, il più grande importatore di petrolio, in una coalizione economica che rappresenterà il 42% della produzione petrolifera mondiale. L’espansione dei membri colloca nel gruppo anche diversi membri dell’OPEC+. Ci sono indiscrezioni secondo cui i BRICS trarranno vantaggio dalla vendita di petrolio, ma i membri dell’OPEC+ nei BRICS non hanno annunciato che lasceranno l’OPEC, il quale controlla ancora la quantità e il prezzo del petrolio.

Con la loro espansione i BRICS avranno tre dei cinque maggiori produttori mondiali di litio, il 75% della fornitura mondiale di manganese, il 50% della grafite, il 28% del nichel e il 10% del rame. Tuttavia, come nel caso dei membri produttori di petrolio nei BRICS, non esiste alcun coordinamento tra i produttori di minerali per controllarne la quantità o il prezzo.

Inoltre l'opposizione ufficiale del gruppo alle restrizioni commerciali artificiali renderebbe impossibile il controllo dei prezzi delle materie prime. La Dichiarazione di Johannesburg II, enunciata dai BRICS, afferma chiaramente che essi “si oppongono alle barriere commerciali” e attribuisce la colpa del declino economico mondiale alla “frammentazione del commercio”.


La grande contraddizione

Alla fine molti degli obiettivi del gruppo, come la de-dollarizzazione o la regolamentazione del prezzo e della quantità di petrolio e dei minerali, sembrano improbabili per non dire impossibili. Nel frattempo l’obiettivo di sfuggire all’egemonia statunitense, se raggiunto, potrebbe portare semplicemente all’egemonia cinese. Tuttavia la più grande contraddizione dell’agenda dei BRICS viene rivelata dal discorso di chiusura di Xi Jinping, quando consiglia ai Paesi BRICS di evitare l’egemonia, la costruzione di blocchi e il sonnambulismo verso una “nuova Guerra Fredda”, dato che la sua visione è quella di costruire e dominare un grande blocco per contrastare gli Stati Uniti e il G7.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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