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mercoledì 5 giugno 2019

Capitalismo: perché il Cile è molto più ricco del Venezuela





di Daniel J. Mitchell


Sono in Cina questa settimana, a tenere varie conferenze alla Northeastern University di Shenyang. Il mio argomento di oggi è "Esempi dal mondo reale", cosa che mi ha dato l'opportunità di condividere molti dei grafici che ho costruito mostrando come le nazioni orientate al mercato godano di un successo molto più a lungo termine.

Uno dei grafici mostra come il Cile abbia goduto di una forte crescita da quando è passato ai mercati liberi, soprattutto rispetto al Venezuela, che è gravato da una forma di statalismo vizioso.


Ma ho sottolineato che ho creato questo grafico nel 2011 e mostra solo i dati degli anni tra il 1980 e il 2008. Ho pensato che avrebbe potuto indurre gli studenti a pensare che stavo deliberatamente omettendo gli ultimi anni perché i dati in qualche modo avrebbero potuto contraddire il mio messaggio sui mercati liberi e su uno stato limitato.

Quindi è tempo di aggiornare il mio confronto tra Cile e Venezuela e avrò molte prove da condividere, perché la Banca Mondiale ha pubblicato un lungo documento in merito solo un paio di anni fa. Il capitolo 7 confronta in modo specifico i due Paesi che stiamo esaminando oggi.

Il documento spiega come nessuno dei due Paesi abbia avuto molto successo negli anni '70, sebbene il Venezuela ricco di petrolio abbia almeno beneficiato dell'aumento dei prezzi dell'energia.

Ciò che è più rilevante, almeno per la discussione di oggi, è il modo in cui il Cile ha poi scavalcato il Venezuela grazie a riforme pro-mercato.

Ecco un grafico tratto dal documento, il quale mostra come l'economia cilena sia cresciuta rapidamente mentre il Venezuela languiva.


Il documento è pieno di molti altri dati.

Un elemento che ha attirato la mia attenzione (in parte a causa delle politiche miopi di Trump in America) è il modo in cui il Cile ha ridotto drasticamente le barriere commerciali mentre il Venezuela è stato più protezionista.

Ma il successo del Cile va ben oltre la politica commerciale.

Ecco una tabella sulla ricerca della qualità della governance e della burocrazia.


Ed ecco alcuni dati che esaminano gli ostacoli all'imprenditorialità. Come potete vedere, ci voleva quasi quattro volte più tempo per aprire un'attività in Venezuela nel 1999.


Presumo che i numeri siano peggiori oggi... supponendo, ovviamente, che qualcuno volesse aprire un'attività in quel triste Paese.

Ecco alcuni estratti dalla conclusione del documento della Banca Mondiale. Questo è un sommario piuttosto buono di come il Cile abbia invertito la sua discesa verso il socialismo mentre il Venezuela abbia raddoppiato la cattiva politica.
Nel periodo 1971-2003 sia il Cile che la República Bolivariana del Venezuela hanno vissuto periodi di crescente statalismo nella loro politica economica. In Cile, tuttavia, si è trattato solo di un breve episodio (esperimento socialista di Allende nel 1971-73), mentre nella República Bolivariana del Venezuela questa direzione politica è stata mantenuta quasi per tutto il periodo coperto dall'analisi (con il culmine durante l'elezione dell'amministrazione populista di Chávez nel 1998). Durante suddetto periodo, le imprese statali sono cresciute in entrambi i Paesi; i meccanismi di mercato sono stati ulteriormente disturbati dai controlli dei prezzi e dalle restrizioni imposte alla libertà di ingresso nel mercato e dalle attività economiche limitate in molti settori dell'economia [...]. Inoltre sono state imposte severe restrizioni al commercio estero e ai flussi di capitali. In Cile, l'esperimento statalista è stato interrotto dopo tre anni, quando l'economia era in uno stato di profondo squilibrio con un deficit gigantesco e un'inflazione incontrollata. È stato avviato un programma radicale di stabilizzazione economica e riforme che avrebbe ampliato la libertà economica. Questo cambiamento nell'orientamento economico ha prodotto risultati positivi. Dalla seconda metà degli anni '80 fino alla fine del periodo analizzato (2003), il Cile è stato il Paese in più rapida crescita in Sud America.

Ora è il momento di condividere una versione aggiornata del mio grafico (anche se sto rimuovendo l'Argentina in modo che possiamo concentrarci solo su Cile e Venezuela). Come potete vedere, grazie ai numeri aggiornati presi dal Maddison database, niente è cambiato rispetto al mio grafico del 2011.


E perché il Cile è cresciuto molto più velocemente? Come ho detto agli studenti qui in Cina, perché c'è più libertà di impegnarsi in scambi volontari.

Nell'ultimo documento dell'Economic Freedom of the World, il Cile è al quindicesimo posto, mentre il Venezuela è in fondo.

P.S. Alcune persone hanno cercato di ritrarre il Cile come un fallimento, ma tali asserzioni sono facilmente smentibili.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.com/

martedì 13 febbraio 2018

Una flat tax può salvare l'economia italiana?





di Daniel J. Mitchell


Tanto per prenderla alla leggera, l'economia dell'Italia è moribonda. Non c'è stata alcuna crescita per tutto il ventunesimo secolo.

La colpa è stata soprattutto per cattive politiche di governo.

Secondo l'Economic Freedom of the World, l'Italia è al cinquantaquattresimo posto, il peggior posizionamento in Europa occidentale dopo la Grecia. Le politiche fiscali sono terribili, mentre altre aree che presentano problemi sono la burocrazia ed il principio di legalità.

Inoltre, grazie a decenni di spesa pubblica in eccesso, la nazione ha anche alti livelli di debito pubblico. Nel corso degli ultimi anni ha ricevuto salvataggi ufficiali e ufficiosi da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea, e l'Italia è considerata ad alto rischio di crollo quando arriverà la prossima recessione.




E non dimentichiamoci che il Paese è di fronte ad una spirale demografica viziosa.

E non lo dico solo io.

Altri sono giunti a conclusioni simili. Ecco alcuni estratti di ricerche condotte da VoxEU.

L'Italia avrà bisogno di basarsi sempre di più sui fondamentali della crescita per sostenere il proprio debito pubblico. Sfortunatamente i fondamentali non sembrano buoni. Non solo l'Italia è stata gravemente colpita dalla recessione europea (il suo PIL è oggi inferiore a quello del 2005), ma quando guardiamo alla crescita della produttività del lavoro [...], possiamo vedere che l'Italia è rimasta stagnante sin dalla metà degli anni '90. [...] Alla fine del 2016, il debito del governo dell'Italia era il terzo più grande del mondo [...], a $2,300 miliardi. [...] una crisi del debito in Italia potrebbe innescare una catastrofe finanziaria globale e molto probabilmente potrebbe portare alla disintegrazione dell'Eurozona. Per evitare uno scenario del genere, l'Italia deve rilanciare la crescita [...] un'ipotetica norma politica è che l'Italia rimuova quelle barriere istituzionali (come la corruzione, l'inefficienza giudiziaria e l'ingerenza del governo nel settore finanziario) che soffocano il merito e contribuiscono al clientelismo.

Desmond Lachman dell'American Enterprise Institute dipinge un quadro fosco.

La performance economica dell'Italia dal lancio dell'euro nel 1999 è stata terribile. [...] un'economia italiana sovra indebitata ha bisogno di un governo coerente e riformista per instradare rapidamente il Paese su un percorso di crescita economica [...]; dal 2000 il reddito pro-capite tedesco è aumentato di circa il 20%, mentre in Italia è diminuito del 5%. Due decenni economici persi per il Paese. [...] se l'Italia vuole intraprendere un percorso di crescita economica, deve trovare modi per migliorare la produttività del mercato del lavoro [...] deve farlo attraverso importanti riforme economiche, in particolare con il suo mercato del lavoro molto rigido [...] essendo la terza più grande economia dell'Eurozona. L'Italia è semplicemente troppo grande per fallire affinché l'euro sopravviva nella sua forma attuale. Tuttavia si dice anche che essendo circa dieci volte più grande dell'economia greca, un'economia italiana travagliata sarebbe troppo grande da salvare.

Anche il FMI ritiene che siano necessarie riforme a favore del mercato.

L'italiano medio guadagna meno di vent'anni fa. La sua paga ha subito un calo durante la crisi e non ha ancora raggiunto la crescita vista nei principali Paesi dell'area Euro. [...] una questione chiave per i policymaker è come migliorare i redditi e la produttività [...]. Nel decennio precedente la crisi finanziaria globale, la spesa italiana è cresciuta più rapidamente delle sue entrate, in gran parte a causa dell'aumento delle pensioni. [...] Il carico fiscale è pesante [...] un pacchetto di misure sul lato delle spese e delle entrate potrebbe bilanciare la necessità di sostenere la crescita, da un lato, con l'imperativo di ridurre il debito dall'altro. Tale pacchetto comprende [...] una spesa più bassa per le pensioni, la seconda più alta nell'area Euro; abbassare le aliquote fiscali sul lavoro e portare più imprese e persone nella rete fiscale. [...] insieme alle riforme della contrattazione salariale e altre delineate sopra, si potrebbero aumentare i redditi italiani di oltre il 10%, creare posti di lavoro, migliorare la competitività e abbassare sostanzialmente il debito pubblico.

C'è una possibilità che tutte queste cattive notizie possano spianare la strada a buone notizie. Agli inizi di marzo ci saranno le elezioni politiche e Silvio Berlusconi, uno dei candidati ad essere il prossimo Primo Ministro, ha proposto una flat tax.

Bloomberg elenca alcuni dettagli.

Una flat tax per tutti e 2 i milioni di nuovi posti di lavoro è tra le priorità nel programma del partito Forza Italia dell'ex-premier Silvio Berlusconi [...]. Il programma mira a rilanciare la terza economia dell'area Euro ed a recuperare il terreno perso durante la recessione 2008-2013. [...] Il piano di Forza Italia non cita un livello definito per la flat tax sull'imposta sui redditi individuali, ma Berlusconi ha detto in recenti interviste televisive che dovrebbe essere il 23% o anche meno. Il programma afferma che una flat tax si applicherebbe anche alle aziende. Il programma persegue un bilancio equilibrato dello stato italiano e definisce il debito pubblico al di sotto del 100% del PIL un obiettivo "raggiungibile". Attualmente è sopra il 130%.

Wow. In linea di principio, penso che una flat tax al 23% sia troppo alta.

Ma rispetto al regime fiscale attuale in Italia, il 23% sarà come una versione mediterranea di Hong Kong.

Quindi può succedere? Non sto trattenendo il respiro.

I numeri di bilancio saranno il più grande ostacolo alla riforma fiscale. Gli statistici ufficiali, sia all'interno del governo italiano sia presso le burocrazie pro-tasse come il Fondo Monetario Internazionale, si preoccuperanno di una potenziale perdita di entrate.

In parte queste preoccupazioni sono esagerate. Il tax rate elevato del sistema attuale ha indebolito la vitalità economica e contribuito a produrre livelli molto elevati di evasione fiscale. Se viene adottata una flat tax molto bassa, accadranno due cose.

  • Ci saranno più entrate del previsto a causa di migliori risultati economici.
  • Ci saranno più entrate del previsto a causa di una minore economia sommersa.

Queste cose sono particolarmente probabili in Italia, dove schivare le autorità fiscali è una tradizione nazionale.

Detto questo, "più entrate del previsto" non equivale a "maggiori entrate". La curva di Laffer ci dice semplicemente che una buona politica produce feedback sulle entrate, non che i tagli alle tasse si ripagano sempre da soli (ciò accade solo in rare circostanze).

Quindi se l'Italia vuole una riforma fiscale, avrà bisogno anche di una riforma della spesa pubblica. Come ho osservato commentando la riforma fiscale in Belgio, non si può avere un settore pubblico gonfio e un sistema fiscale decente.

Fortunatamente non dovrebbe essere troppo difficile. Ho fatto notare nel lontano 2011 che alcune modeste restrizioni fiscali potrebbero rapidamente pagare grandi dividendi per la nazione.

Ma un Berlusconi (che pensa di vincere) può essere in grado di portare a termine quanto detto? Sulla base del suo passato, non sono ottimista.

Ciononostante chiuderò con una nota di speranza. Berlusconi e Trump sono spesso legati a causa della loro ricchezza, della loro celebrità e delle loro vite controverse. Bene, non ero eccessivamente ottimista sul fatto che Trump avrebbe portato avanti la sua proposta di una grande riduzione del tax rate sulle società.

Eppure è successo. Non proprio il 15% che voleva, ma il 21% è stato un enorme miglioramento.

Berlusconi, nonostante i precedenti fallimenti nel riformare le cattive politiche, potrebbe introdurre un codice fiscale pro-crescita?

Ad essere onesti, non ne ho idea. Non sappiamo se è serio. E, anche se le sue intenzioni fossero buone, il sistema parlamentare italiano è diverso dai sistemi di separazione di potere dell'America e le sue mani potrebbero risultare legate da partner in un governo di coalizione.

E teniamo presente che c'è un altro partito populista che potrebbe vincere le elezioni e il suo programma, come riportato da Bloomberg, include idee spericolate come un "reddito di base".

Il malessere economico è sempre più comune in tutta Italia, dove la disoccupazione supera l'11% e il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà è quasi triplicato dal 2006, a 4.7 milioni l'anno scorso, o quasi l'8% della popolazione [...]. "La povertà sarà al centro della campagna elettorale", afferma Giorgio Freddi, professore emerito di scienze politiche all'Università di Bologna.

I Cinque Stelle sono un gruppo in rapida crescita, alimentato dalla rabbia nei confronti della vecchia classe politica. [...] un sussidio mensile di €500 a persone svantaggiate [...] è un elemento chiave nella piattaforma nazionale dei Cinque Stelle e i leader del gruppo hanno promesso di implementare rapidamente tale programma se saliranno al potere. Beppe Grillo, l'ex-comico televisivo che ha co-fondato il partito, afferma che combattere la povertà dovrebbe essere una priorità assoluta. Un reddito di base può "restituire alla gente la propria dignità" [...]. Il programma dei Cinque Stelle fa eco agli schemi di reddito di base universali considerati in tutto il mondo. [...] I Cinque Stelle affermano che il piano costerebbe €17 miliardi all'anno, finanziato in parte da [...] aumenti delle tasse su banche, compagnie assicurative e giochi d'azzardo.

Ugh. Il reddito di base è un'idea molto preoccupante.

Ho già riflettuto sul se l'Italia abbia "superato il punto di non ritorno". Se il Movimento Cinque Stelle vincesse le elezioni e rendesse lo stato ancora più grande, penso che avrò una risposta a questa domanda.

Il che aiuta a spiegare perché scrissi che i sardi avrebbero dovuto separarsi e diventare parte della Svizzera (dove uno schema di reddito di base era stato respinto in modo schiacciante).

In conclusione, suppongo che dovrei sottolineare che una flat tax sarebbe molto vantaggiosa per l'economia italiana, ma altre riforme favorevoli al mercato sono altrettanto importanti.

PS: Alcune persone, come Eduardo Porter sul New York Times, sostengono che gli Stati Uniti dovrebbero essere più come l'Italia. Non sto scherzando.

PPS: Quando mi chiedono quale sia il mio aneddoto preferito sul governo italiano, sono dibattuto. Quella volta in cui un governo apparentemente tecnocratico nominò l'uomo sbagliato in una posizione che non sarebbe nemmeno dovuta esistere? O quella volta in cui una piccola città chiuse quasi i battenti perché così tanti burocrati vennero arrestati per frode?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


sabato 9 giugno 2012

Estonia e Austerità: un Altro Petardo che Esplode in Mano a Krugman

Prima di immergerci in un pò di razionalità economica, qualche notizia dal folle mondo degli zulù stampatori. L'amministrazione Obama sta ultimamente spingendo i membri dell'eurozona a prendere misure "efficaci" contro i guai finanziari che attanagliano l'area Europea in modo da calmare i mercati e rassicurare i depositanti sulla salute delle banche. Lo zio Sam vuole che l'Europa inizi a pompare denaro dal fondo di salvataggio, di circa €700 miliardi, verso quei governi con costi di finanziamento in ascesa in modo che, a loro volta, possano aiutare le banche in difficoltà. I PIIGS sono un pozzo senza fondo, il che richiederà una maggiore centralizzazione dei poteri dell'Europa al fine di utilizzare a tavoletta la stampante della BCE e tentare di comprare ancora tempo (come ha fatto lo zio Ben). Anche perché i Tedeschi non ci stanno ad essere spennati per salvare le chiappe di Greci, Spagnoli ed Italiani, infatti, secondo un sondaggio del Bild, il 49% degli intervistati vuole un ritorno al Marco (qualche mese fà erano al 45%). Dulcis in fundo, si aggrega al carrozzone dei salvataggi anche Cipro che è probabile che ricorrerà all'aiuto Europeo per far fronte ai problemi Greci che si ripercuotono sul suo settore bancario. La Banca Popolare di Cipro ha bisogno come minimo di €1.8 miliardi per la fine del mese per soddisfare le richieste Europee di ricapitalizzazione bancaria. Michalis Sarris, Presidente della Banca Popolare di Cipro, ha detto: "Ci sarà il sostegno e arriverà dall'EFSF se necessario." Ora le autorità Cipriote stanno conversando con quelle Europee per posticipare la scadenza ad Agosto. Calciare il barattolo sta dinventando la "soluzione" universale a qualsiasi guaio economico. Non funzionerà. Il barattolo si farà solo più grande. Fate le vostre scommesse.
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di Daniel J. Mitchell


Ho grande passione per l'Estonia, in parte perché era la prima nazione post-comunista ad adottare la flat tax, ma anche per uno scenario straordinario del paese.

Più di recente, però, mi sono congratulato con l'Estonia (insieme con la Lettonia e la Lituania, le altre due nazioni Baltiche) per aver realizzato veri e propri tagli alla spesa. Ho sostenuto che l'Estonia sta mostrando come un governo possa riaccendere la crescita riducendo il carico del governo.

Non sorprende che alcune persone non sono d'accordo con la mia analisi. Paul Krugman dal New York Times ieri ha criticato l'Estonia, scrivendo che la nazione Baltica ha subito una "crollo a livello di depressione" nel 2008 e ha solo gestito un "recupero incompleto" nel corso degli ultimi anni.

Accusa "l'austerità" per questa performance apparentemente debole.

Ho una reazione positiva e negativa al post di Krugman. La mia reazione positiva è che sta parlando di una nazione che in realtà ha tagliato la spesa, quindi c'è un'austerità reale nel settore pubblico (consultare l'articolo di Veronique de Rugy sul LA Times per capire la differenza fondamentale tra austerità nel settore pubblico e settore privato).

Questo è un segno di progresso. In passato, ha lanciato un attacco stupido alla Gran Bretagna per un "ritiro del governo" che non è mai accaduto, quindi ciò che ha scritto sull'Estonia si basa almeno su eventi reali.

La mia reazione negativa è che Krugman è molto colpevole di prendere i dati che gli fanno comodo. Se guardate al grafico che accompagna il suo post, la performance economica dell'Estonia non è molto impressionante, ma perché ci mostra solo i dati dal 2007 ad oggi.

I numeri sono esatti, ma sono progettati per fuorviare piuttosto che informare (come se avessi proposto un grafico dal 2009 ad oggi).

Ma prima di esporre quel pò di trucchi, c'è un altro errore degno di nota. Krugman vuole presumibilmente portarci a pensare che la recessione è coincisa con i tagli alla spesa. Ma il suo grafico mostra che l'economia è sbandata nel 2008 – un anno in cui la spesa pubblica in Estonia è salita di quasi il 18% secondo i dati fiscali dell'UE!

Fino al 2009 i legislatori Estoni non hanno cominciato a ridurre l'onere della spesa. Quindi credo che il Professor Krugman voglia farci credere che l'economia è colata a picco nel 2008 a causa delle aspettative d'austerità del 2009. O qualcosa del genere.

Ritornando ora al mio reclamo sui dati presi per comodità, Krugman fa sembrare l'Estonia stagnante guardando ai dati solo a partire dal 2007. Ma come si può vedere da questo secondo grafico, la performance economica di lungo periodo dell'Estonia è abbastanza esemplare. Ha raddoppiato la sua produzione economica in soli 15 anni secondo il Fondo Monetario Internazionale. In quel periodo – tra cui la recente recessione – ha goduto di uno dei tassi di crescita più rapidi in Europa.




Questo non significa che l'Estonia è perfetta. Ha fatto esperienza di una bolla del credito/immobiliare, e c'era una profonda recessione, quando la bolla è scoppiata. Ed i politici hanno lasciato esplodere la spesa pubblica durante gli anni della bolla, quasi raddoppiando il bilancio tra il 2004 e il 2008.

Ma l'Estonia ha reagito agli eccessi di spesa ed alla recessione in modo molto responsabile. Invece di utilizzare l'economia debole come una scusa per espandere ulteriormente l'onere della spesa pubblica, nella speranza che l'economia Keynesiana avrebbe magicamente funzionato (dopo aver fallito per Hoover e Roosevelt negli anni '30, in Giappone negli anni '90, per Bush nel 2008, e per Obama nel 2009), gli Estoni si sono resi conto che avevano bisogno di tagliare la spesa.

E ora che la spesa è stata ridotta, vale la pena notare che la crescita è ripresa.

Ciò che rende Krugman particolaremente divertente è che lo ha scritto non appena il resto del mondo ha cominciato a notare che l'Estonia è un modello di ruolo. Ecco alcune delle cose che la CNBC ha appena pubblicato.

Sedici mesi dopo essere entrata a far parte del blocco valutario in difficoltà, l'Estonia è in piena espansione. L'economia è cresciuta del 7.6% lo scorso anno, cinque volte la media della zona euro. L'Estonia è l'unico paese della zona euro con un avanzo di bilancio. Il debito nazionale è solo del 6% del PIL, rispetto all'81% della Germania virtuosa, o del 165% della Grecia. Gli amanti dello shopping affollano i negozi di design Nordici ed i nuovi ristoranti a Tallinn, la capitale medievale, e le aziende all'avanguardia tecnologica si lamentano che non riescono a trovare gente per riempire i loro posti di lavoro vacanti. Sembra tutto un sogno lontano rispetto al buio in Europa. La situazione dell'Estonia è tanto più notevole se si considera che si trattava di uno dei paesi più colpiti dalla crisi finanziaria globale. [...] Come hanno fatto a riprendersi? "Posso rispondere con una sola parola: austerità. Austerità, austerità, austerità," dice Peeter Koppel, stratega d'investimento presso la SEB Bank. [...] il che non è esattamente il messaggio che gli Europei più a sud vogliono sentire. [...] L'Estonia ha inoltre prestato molta attenzione ai fondamenti per creare un ambiente favorevole alle imprese: riduzione e semplificazione delle tasse, il che rende facile ed economico costruire aziende.

Una buona linea di politica fa la differenza. Ma aiuta anche ad avere cittadini razionali (a differenza della Francia, dove la gente vota per analfabeti economici e protesta contro la realtà).

Mentre i tagli alla spesa hanno provocato scioperi, disordini sociali ed il rovesciamento dei governi in paesi dall'Irlanda alla Grecia, gli Estoni hanno subito alcune delle misure più dure d'austerità emettendo appena un mormorio. Hanno anche rieletto i politici che le hanno imposte. "E' stato molto difficile, ma ci siamo riusciti," spiega il Ministro dell'Economia Juhan Parts. "Tutti hanno dovuto dare un pò. Gli stipendi pagati col budget sono stati tutti tagliati, ma abbiamo tagliato gli stipendi dei ministri del 20% e quelli dei funzionari pubblici del 10%," ha detto Parts a GlobalPost. [...] Così come il taglio dei salari nel settore pubblico, il governo ha risposto alla crisi del 2008 aumentando l'età pensionabile, rendendo più difficile rivendicare benefici sanitari e riducendo la protezione lavorativa — tutte misure che sono state accolte con rabbia quando proposte in Europa Occidentale.

Vale la pena notare, tra l'altro, che il governo è ancora troppo grande in Estonia. Il settore pubblico consuma circa il 39% della produzione economica, quasi il doppio del peso della spesa pubblica a Hong Kong e Singapore.

Ma, a differenza di alcuni politici Americani, almeno gli Estoni comprendono il problema e stanno prendendo misure per muoversi nella giusta direzione. Spero che continuino.

P.S. Il Presidente dell'Estonia, un Socialdemocratico di nome Toomas Hendrik Ilves, ha usato il suo account twitter ieri per prendere a calci Krugman. Per un pò di divertimento, leggete questo articolo di HuffingtonPost.

P.P.S. Poche altre nazioni, quali Canada e Nuova Zelanda, hanno anche imposto vere restrizioni alla spesa negli ultimi decenni e hanno anche ottenuto buoni risultati.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 22 maggio 2012

Paul Krugman ed il Mito dell'Austerità Europea

Quando si parla di austerità lo stato fischietta accuratamente e tenta di divincolarsi dalla scena. Mentre le famiglie ed i privati tentano come meglio possono di tirarsi fuori da una situazione fatta di scelte errate (indovinate a causa di chi?) e conseguenti errori accumulati, la sconsideratezza del governo tappa le ali a questo processo e continua sulla strada Keynesiana di una maggiore spesa. Negli Stati Uniti il debito totale, non contando le passività off-budget di medicare e Previdenza Sociale, è di $53 biliardi. Sin dal 2008 è aumentato di $3 biliardi. Il debito posseduto dai cittadini privati, invece, è calato di $550 miliardi: hanno abbandonato le proprie case o dichiarato bancarotta. Invece, il governo sta pensando allegramente a come mantenere in piedi un circo di morti viventi a scapito della vita dei contribuenti che loro malgrado saranno le cavie per continuare a foraggiare questo scenario alla Resident Evil. Perché mentre loro affrontano il duro cammino dello sdebitamento per liquidare gli errori del passato, il settore finanziario ha goduto di enormi regali da parte delle banche centrali e dei governi continuando a prolungare l'agonia di questa crisi nata in prima istanza dalla manipolazione centrale delle varie economie globali. E sono proclami come questi che intontiscono l'opinione pubblica, sono zombie come questo che mangiano il cervello delle persone. E' dal 1955 che gli Stati Uniti non sperimentano più una deflazione nei prezzi; ma questi beoti predicono sempre la deflazione nei prezzi per il prossimo anno. Il governo continua ad ammassare debito che non ripagherà mai, le banche centrali stampano a tavoletta derubando del potere d'acquisto la classe media. Ciò non cambierà fino al giorno della resa dei conti: il Grande Default. Prima di quel giorno non ci sarà alcuna deflazione. Fate le vostre scommesse.
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di Daniel J. Mitchell


Con la Francia e la Grecia che decidono di saltare dalla padella della sinistra alla brace della sinistra estrema, la politica fiscale Europea è diventata un argomento assai controverso.

Ma trovo questo dibattito piuttosto noioso e poco gratificante, soprattutto perché contrappone i sostenitori della spesa Keynesiana (il cosiddetto campo della "crescita") ed i sostenitori di tasse più alte (il campo "dell'austerità").

Dal momento che sono un grande fan delle nazioni che abbassano le tasse e riducono l'onere della spesa pubblica, vorrei veder perdere entrambe le parti pro-tasse e pro-spesa (non era lo stesso atteggiamento di Kissinger sulla guerra Iran-Iraq?). In effetti, questo è il motivo per cui ho messo insieme questa matrice, per dimostrare che vi è un approccio alternativo.

Una delle mie molte frustrazioni in questo dibattito (Veronique de Rugy è altrettanto irritata) è che molti osservatori sostengono l'assurda affermazione che l'Europa ha attuato "tagli alla spesa" e che questo approccio non ha funzionato.

Ecco cosa il Prof. Krugman ha appena scritto sulla Francia.

"I Francesi hanno reagito. [...] Ciò che è vero è che la vittoria di Mr. Hollande significa la fine del "Merkozy", l’asse Franco-Tedesco che negli ultimi due anni ha imposto il regime di austerità. Questo sarebbe stato uno sviluppo "pericoloso" se questa strategia avesse funzionato, o addirittura avesse avuto una ragionevole possibilità di funzionare. Ma non è, e non deve essere così; adesso è ora di andare avanti. [...] Cosa c'è di sbagliato nel prescrivere tagli alla spesa, come rimedio per i mali dell'Europa? Una risposta è che non esiste una “fata della fiducia” — quella, cioè, che convince che i governi che tagliano la spesa pubblica spingono consumatori e imprese a spender di più, tanto che l’esperienza degli ultimi due anni ha profondamente sconfessato questa scelta. Quindi i tagli alla spesa in un'economia depressa possono solo rendere la depressione più profonda."

E ha fatto affermazioni simili circa il Regno Unito, lamentando che, "il governo del primo ministro David Cameron ha scelto di muoversi invece in un'immediata e forzata austerità, nella convinzione che la spesa privata sarebbe più che compensata per il ritiro di quella del governo."

Quindi, diamo uno sguardo ai dati effettivi e vediamo quanti "taglii" sono stati attuati in Francia e nel Regno Unito. Ecco una tabella con gli ultimi dati provenienti dall'Unione Europea.




Non sono sicuro di come Krugman definisce l'austerità, ma certamente non sembra che ci siano stati un sacco di "tagli" in queste due nazioni.

Per essere onesti, la spesa pubblica nel Regno Unito è cresciuta un pò più lentamente rispetto all'inflazione negli ultimi due anni, quindi si potrebbe dire che ci sia stato un taglio molto modesto.

Non c'è stata alcuna ristrettezza fiscale in Francia, tuttavia, anche se si utilizza tale definizione più leggera di taglio. La sola affermazione precisa che può essere fatta sulla Francia è che l'onere della spesa pubblica non è cresciuto molto più rapidamente dall'inizio della crisi come è cresciuto negli anni precedenti.

Questo non significa che non ci sono stati dei tagli alla spesa in Europa. I governi Greci e Spagnoli hanno effettivamente tagliato le spese nel 2010 e 2011, e il Portogallo ha ridotto le spese nel 2011.

Ma si può vedere da questo grafico, che prende in esame tutti i PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), che i tagli alla spesa sono stati molto modesti, e solo dopo anni di dissolutezza. Infatti, la Grecia è l'unica nazione che ha effettivamente tagliato la spesa nel periodo dei 3 anni dall'inizio della crisi.




Krugman sosterrebbe, naturalmente, che i PIIGS stanno soffrendo a causa dei tagli alla spesa. E poiché in realtà ci sono stati tagli alla spesa nell'ultimo anno o due in queste nazioni, ciò giustifica le sue affermazioni?

Sì e no. Non sono d'accordo con la teoria Keynesiana, ma questo non significa che sia facile o indolore ridurre il peso del governo. Come ho scritto all'inizio di quest'anno, "[...] l'economia ha colpito un dosso artificiale quando il settore pubblico è stato tagliato. In parole povere, ci saranno costi di transizione quando l'onere della spesa pubblica viene ridotto. Solo nei libri di economia è possibile riallocare senza problemi e subito le risorse."

Quello che direi, però, è che queste nazioni non hanno altra scelta che stringere i denti e ridurre il peso del governo. L'unica altra alternativa è quella di convincere in qualche modo i contribuenti di altre nazioni a gonfiare maggiormente la bolla del debito con più salvataggi e trasferimenti. Ma ciò renderà il giorno della resa dei conti molto più doloroso.

Inoltre, penso che gran parte del dolore economico di queste nazioni sia il risultato degli enormi aumenti fiscali che sono stati imposti, comprese le aliquote d'imposta sul reddito, le maggiori imposte sul valore aggiunto ed i vari altri prelievi che riducono l'incentivo ad adottare un comportamento produttivo.

Allora qual è il percorso migliore per il futuro? L'approccio migliore è quello di implementare tagli alla spesa profondi e significativi, e penso che le nazioni Baltiche come Estonia, Lituania e Lettonia sono modelli di ruolo positivi in questo senso. Diamo un'occhiata a quello che hanno fatto negli ultimi anni.




Come si può vedere dal grafico, l'onere della spesa pubblica era in aumento ad un tasso spericolato prima della crisi. Ma una volta che è scoppiata la crisi, i paesi Baltici hanno tirato i freni e hanno imposto tagli alla spesa veri e propri.

Le nazioni Baltiche hanno attraversato un momento difficile quando questo è accaduto, soprattutto perché avevano anche le loro versioni di una bolla immobiliare. Ma, come ho già sostenuto, penso che l'approccio "dell'astinenza" o "strappare via il cerotto velocemente" abbia dato i suoi frutti.

La questione chiave è se le nazioni saranno in grado di mantenere un contenimento delle spese, in particolare quando (se?) l'economia riprenderà a crescere.

Anche un caso disperato come la Grecia può rimettersi sulla buona strada se segue la Regola d'Oro di Mitchell e semplicemente si assicura che la spesa pubblica, nel lungo periodo, cresca più lentamente dell'economia privata.

Il modo per realizzare questo obiettivo è quello di attuare qualcosa di simile al Freno Svizzero all'Indebitamento, che agisce effettivamente come un tetto annuale sulla crescita del governo.

Nel lungo periodo, naturalmente, l'obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre il peso complessivo del governo rispetto alla sua crescita.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/