martedì 28 febbraio 2023

I padroni del futuro: la megalomania del WEF

 

 

di Michael Rectenwald

Il cinquantatreesimo incontro annuale del World Economic Forum (WEF) ha riunito cinquantadue leader mondiali, millesettecento dirigenti aziendali, artisti vari e altre personalità per parlare di “Cooperazione in un mondo frammentato”. La frammentazione è la nemesi del World Economic Forum, delle Nazioni Unite (ONU) e dei partner aziendali. "Frammentazione" significa che grossi segmenti della popolazione mondiale non aderiscono all'agenda incentrata sul catastrofismo climatico e ai precetti del Grande Reset.

Il Grande Reset è a un cartello ibrido statale-corporativista che amministra l'economia mondiale (e per estensione i sistemi politici mondiali) sotto la direzione del WEF, delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Centrale Europea (BCE) e dell'Organizzazione mondiale della sanità, nonché di principali responsabili delle decisioni aziendali come il CEO di BlackRock, Larry Fink.

Sebbene il WEF e le sue riunioni rappresentino semplicemente le illusioni di potere di un branco di pagliacci megalomani, va notato che il "capitalismo degli stakeholder" del WEF – introdotto nel 1971 da Klaus Schwab, fondatore e presidente del WEF, e da Hein Kroos, nel libro Modern Enterprise Management in Mechanical Engineering – è stato adottato dalle Nazioni Unite, dalla maggior parte delle banche centrali, nonché dalle principali aziende, banche commerciali e gestori patrimoniali del mondo. Il capitalismo degli stakeholder è ora considerato il modus operandi del sistema economico mondiale.

Nel libro del 1971 Schwab e Kroos scrissero che “la gestione di un'impresa moderna deve servire non solo gli azionisti, ma tutte le parti interessate per ottenere crescita e prosperità a lungo termine”. Le parti interessate sono le corporazioni e i governi compiacenti e complici, non i cittadini.

BlackRock, il più grande asset manager del mondo, detiene oltre $10.000 miliardi di asset under management (AUM), inclusi i fondi pensione di molti stati degli Stati Uniti. Nel 2019 il CEO di BlackRock, Larry Fink, ha guidato la US Business Roundtable sul capitalismo degli stakeholder. Gli amministratori delegati di 181 grandi società hanno ridefinito lo scopo comune della società in termini dell'idea di Schwab, il capitalismo degli stakeholder, segnalando la presunta fine del capitalismo degli shareholder. Nella sua lettera del 2022 agli amministratori delegati, Fink ha reso chiara la posizione di BlackRock sulle decisioni d'investimento: “Il rischio climatico è un rischio d'investimento”. Ha promesso uno “spostamento tettonico del capitale”, una maggiore accelerazione degli investimenti destinati a società “focalizzate sulla sostenibilità”.

Fink ha anche messo in guardia gli amministratori delegati: “E poiché questo avrà un impatto importante su come viene allocato il capitale, ogni team di gestione e consiglio di amministrazione dovrà considerare come ciò influirà sulle azioni della propria azienda” (enfasi mia). Secondo Fink, il capitalismo degli stakeholder non è un'aberrazione e fornisce la prova dell'imperativo woke al suo interno: “Non è un'agenda sociale o ideologica. Non è roba "woke", è capitalismo”. Questa definizione di capitalismo sarebbe stata certamente una novità per Ludwig von Mises.

Fink siede nel consiglio di amministrazione del WEF, insieme all'ex-vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, l'amministratore delegato dell'FMI Kristalina Georgieva, il presidente della BCE Christine Lagarde e il vice primo ministro e ministro delle finanze canadese Chrystia Freeland, tra gli altri.

Nel suo discorso di benvenuto del 2023, Schwab ha indicato le molteplici crisi che il mondo deve affrontare: “La trasformazione energetica, le conseguenze del Covid, il rimodellamento delle catene di approvvigionamento stanno tutti fungendo da forze catalitiche per la trasformazione economica”. Per inciso, questi sono tutti fattori che il WEF ha promosso e/o esacerbato. E insieme hanno scatenato “l'alta inflazione, l'aumento dei tassi d'interesse e il crescente debito pubblico”, cose che anche Schwab ha sottolineato.

Secondo lui il problema della frammentazione sociale e geopolitica è “un disordinato mosaico di poteri”, alludendo alla guerra in Ucraina. Ma Schwab ha anche lamentato “i grandi poteri aziendali e dei social media, tutti in competizione sempre per maggiore potere e influenza. Di conseguenza la tendenza si sta spostando di nuovo verso una maggiore frammentazione e confronto”, riferendosi, almeno in parte, alla recente acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, la perdita di un'importante piattaforma per la propaganda e la censura. Naturalmente Schwab ha fatto riferimento al "cambiamento climatico" e ai "virus" come minacce esistenziali che potrebbero portare “all'estinzione di gran parte della popolazione mondiale”. La domanda è se il "cambiamento climatico" e i "virus", o piuttosto le risposte a queste presunte minacce, saranno la causa delle estinzioni di massa.

Ma “la minaccia di frammentazione più critica”, ha affermato Klaus, è rappresentata da coloro che “negano questi problemi” e mantengono un “atteggiamento critico e conflittuale” nei confronti dell'agenda di Davos; coloro che hanno la temerarietà di opporsi a un'agenda globale che sventola il feticcio del catastrofismo climatico per controllare la produzione e il consumo, oltre a voler eliminare la proprietà privata e i diritti di proprietà per la stragrande maggioranza.

Una questione centrale affrontata dal cinquantatreesimo incontro annuale è stata “l'attuale crisi energetica e alimentare nel contesto di un nuovo sistema per l'energia, il clima e la natura”. Il tema si accorda con le precedenti e ripetute affermazioni del WEF secondo cui la filiera agricola è troppo “frammentata” per un'agricoltura “sostenibile”. “Un sistema alimentare resiliente e rispettoso dell'ambiente richiederà un allontanamento dalle nostre attuali catene di approvvigionamento frammentate”, ha scritto Lindsay Suddon, chief strategy officer di Proagrica, nel 2020. Nei documenti della Suddon e in molti altri del WEF, il ritornello della "frammentazione" è ripetuto fino alla nausea. L'agricoltura sostenibile non può essere raggiunta nelle condizioni agricole "frammentate" che esistono attualmente.

Un documento intitolato Can Collective Action Cure What’s Ailing Our Food Systems?, parte dell'incontro annuale del WEF nel 2020, sosteneva che la frammentazione rappresenta l'ultimo ostacolo alla sostenibilità:

In qualità di capi delle principali istituzioni finanziarie agricole multilaterali e commerciali, siamo convinti che la frammentazione all'interno degli attuali sistemi alimentari rappresenti l'ostacolo più significativo per nutrire una popolazione in crescita in modo sostenibile.

Scritto da Wiebe Draijer, allora presidente del consiglio di amministrazione di Rabobank, e Gilbert Fossoun Houngbo, direttore generale eletto dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), il documento era piuttosto eloquente. Diceva che, a meno che non si affronti la frammentazione, “non avremo alcuna speranza di raggiungere l'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di zero emissioni nette entro il 2050, dato che l'odierna filiera agricola, dal campo alla tavola, rappresenta circa il 27% delle emissioni di gas serra (GHG)”.

La Rabobank è uno degli sponsor finanziari della Food Action Alliance del WEF. Sul suo sito web, la Rabobank ci informa che opera nei Paesi Bassi, servendo clienti al dettaglio e aziendali e, a livello mondiale, finanziando il settore agricolo. La OIL è un'agenzia delle Nazioni Unite che stabilisce gli standard di lavoro in 187 Paesi.

Quali interessi possono avere in comune una banca internazionale e un'agenzia internazionale del lavoro delle Nazioni Unite? Secondo il loro documento scritto congiuntamente, hanno in comune la determinazione di eliminare la frammentazione nell'agricoltura. L'interesse della banca nella deframmentazione è quello di acquisire una partecipazione di controllo in aziende agricole piccole e grandi; l'interesse dell'agenzia internazionale del lavoro è quello di avere più lavoratori sotto la propria supervisione e controllo. Entrambi questi interessi si traducono in grandi aziende agricole gestite da braccianti agricoli organizzati – non proprietari – sotto il controllo della banca. Inoltre, secondo questo "schema", gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite possono essere implementati più facilmente attraverso “catene del valore agricolo e pratiche agricole”. Gli autori concludono: “La cosa più importante è che dobbiamo aggregare opportunità, risorse e competenze complementari in progetti su larga scala che possano quindi sbloccare investimenti e produrre un certo impatto” (enfasi mia). “L'azione collettiva” è la “cura”.

In termini agricoli “frammentazione” significa troppe aziende indipendenti e disparate. La soluzione a questo problema è il consolidamento, ovvero la proprietà dei beni agricoli da parte di sempre meno soggetti. E qui entra in scena Bill Gates. I "progetti su larga scala" saranno di proprietà di coloro che possono permettersi di rispettare la strategia Farm to Fork della Commissione europea (CE). “La strategia Farm to Fork è al centro del Green New Deal europeo”. L'obiettivo del Green New Deal europeo è “nessuna emissione netta di gas serra entro il 2050”.

La questione dell'approvvigionamento alimentare è stata affrontata in una sessione intitolata Sustainably Served. La didascalia riassuntiva della sessione rileva che “quasi 830 milioni di persone affrontano l'insicurezza alimentare e più di 3 miliardi non sono in grado di permettersi una dieta sana. Le sfide per la salute umana e planetaria sono state ulteriormente aggravate dall'aumento dei costi, dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento e dal cambiamento climatico”.

Il momento clou della sessione Sustainably Served è arrivato quando un membro del pubblico, "Jacob, dall'America", ha posto delle domande:

Voglio fare una domanda sulla produzione alimentare. L'anno scorso il governo olandese ha annunciato dure restrizioni all'uso di fertilizzanti a base di azoto. Tali restrizioni hanno costretto molti agricoltori a mettere fuori produzione gran parte della loro terra. E queste linee di politica hanno portato 30.000 agricoltori olandesi a protestare. E questo veniva fatto in un momento in cui la produzione alimentare era già stata fortemente ridotta a causa della guerra in Ucraina. Le mie domande sono, una, il panel supporta linee di politica simili implementate in tutto il mondo? E lei sostiene gli agricoltori olandesi che stanno protestando? Linee di politica così rigide che portano alla riduzione della produzione alimentare non danneggiano in ultima analisi le popolazioni più povere del mondo e non aggravano il problema della malnutrizione?

L'interrogante era uno di quattro, ma le sue domande hanno dominato il resto della sessione e hanno portato il moderatore, Tolu Oni, e il relatore Hanneke Faber, presidente del dipartimento nutrizione presso Unilever che ha sede nei Paesi Bassi, a mettersi sulla difensiva. Quest'ultimo ha risposto:

Sono olandese e la nostra attività ha sede in Olanda. È una situazione molto difficile. Ho molta simpatia per gli agricoltori che stanno protestando, perché sono a rischio i loro mezzi di sussistenza e le loro attività. Ma ho anche molta simpatia per ciò che il governo sta cercando di fare, perché le emissioni di azoto sono troppo alte [...]. Quindi, bisogna fare qualcosa [...].

Ma è un problema strettamente olandese. Non penso che debba preoccuparti che quelle soluzioni verranno adottate da qualche altra parte.

Quest'ultima affermazione è smentita dal fatto che i Paesi Bassi sono la sede del programma Food Action Alliance del WEF e la sede del Global Coordinating Secretariat (GCS) dei Food Innovation Hub del WEF. Inaugurati alla riunione di Davos nel 2021, i Food Innovation Hub hanno come obiettivo l'allineamento con il Food System Summit delle Nazioni Unite: “Il ruolo del GCS sarà quello di coordinare gli sforzi degli Hub regionali e allinearsi con i processi e le iniziative mondiali come il vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite”. E l'obiettivo dichiarato del vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite è allineare la produzione agricola con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030: “Il Food System Summit delle Nazioni Unite, tenutosi durante l'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 23 settembre [2021], ha posto le basi per la trasformazione dei sistemi alimentari mondiali affinché raggiungano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030”.

“Sostenibilità” e “sviluppo sostenibile” non significano, come le parole sembrano suggerire, la capacità di resistere a shock di vario genere – crisi economiche, disastri naturali, ecc. Significano sviluppo orchestrato da imperativi ambientalisti, utopidi e non scientifici, inclusa una riduazione della produzione e del consumo nel mondo sviluppato e un blocco dello sviluppo che comporterebbe la produzione di ulteriori gas serra nel mondo in via di sviluppo. In termini di agricoltura, ciò comporta una riduzione dell'uso di fertilizzanti ricchi di azoto e la loro eventuale eliminazione, oltre alla graduale eliminazione dei bovini produttori di metano e ammoniaca. Nei Paesi Bassi l'iniziativa Food Hubs ha già portato all'acquisizione obbligatoria e alla chiusura da parte del governo di ben tremila aziende agricole, il che porterà a una drastica riduzione dei raccolti del secondo esportatore mondiale di prodotti agricoli.

Anche la situazione nei Paesi Bassi fa parte della strategia Farm to Fork della Commissione europea. Sotto l'amministrazione Trump, il Dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti (USDA) ha scoperto che l'adozione del piano comporterebbe un calo della produzione agricola tra il 7% e il 12% per l'Unione Europea, a seconda che l'adozione sia a livello di UE o mondiale. Con l'adozione solo nell'UE, il calo della produzione agricola è prevista intorno al 12%, contro il 7% se l'adozione fosse mondiale. Nel caso di quest'ultima, si prevedeva che la produzione agricola mondiale sarebbe diminuita dell'11%. Inoltre l'USDA ha anche aggiunto:

Il calo della produzione agricola ridurrebbe l'approvvigionamento alimentare nell'UE, con conseguenti aumenti dei prezzi che incideranno sui bilanci dei consumatori. I prezzi e i costi alimentari pro capite aumenterebbero maggiormente per l'UE, in ciascuno dei tre scenari [nello studio è stato incluso uno scenario intermedio di adozione di Farm to Fork da parte dell'UE e degli stati-nazione limitrofi]. Tuttavia gli aumenti dei prezzi e dei costi alimentari sarebbero significativi per la maggior parte delle regioni se le strategie [dal produttore al consumatore] fossero adottate a livello mondiale. Per gli Stati Uniti il prezzo e il costo del cibo rimarrebbero relativamente invariati, tranne nel caso di un'adozione globale.

Il calo della produzione nell'UE e altrove porterebbe a una riduzione degli scambi, anche se alcune regioni ne trarrebbero vantaggio a seconda delle variazioni della domanda delle importazioni. Tuttavia, se il commercio viene limitato a seguito dell'imposizione delle misure proposte, gli impatti negativi si concentreranno nelle regioni con le popolazioni più insicure al mondo [...].

L'insicurezza alimentare, misurata come il numero di persone che non hanno accesso a una dieta di almeno 2.100 calorie al giorno, aumenta significativamente nei 76 Paesi a basso e medio reddito coperti dalla nostra analisi a causa dell'aumento dei prezzi delle materie prime alimentari e del calo del reddito, in particolare in Africa. Entro il 2030 il numero di persone con insicurezza alimentare in caso di adozione solo nell'UE aumenterebbe di altri 22 milioni in più rispetto a quanto previsto senza le strategie proposte dalla CE. Il numero salirebbe a 103 milioni con lo scenario medio e a 185 milioni con l'adozione globale. (enfasi mia)

Quindi possiamo constatare che “servito in modo sostenibile” significa affamato in modo sostenibile.

Un'altra sessione degna di nota è stata Stewarding Responsible Capitalism, la quale ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Brian T. Moynihan, CEO di Bank of America e presidente del consiglio aziendale del WEF. Grande sostenitore del capitalismo degli stakeholder, Moynihan ha suggerito che le aziende che non soddisfano i criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) saranno lasciate indietro. Nessuno farà affari con loro.

I commenti di Moynihan hanno rivelato fino a che punto il capitalismo degli stakeholder e la metrica per misurarlo, l'indice ESG, sono penetrati nel settore bancario commerciale. Infatti oltre trecento grandi banche sono firmatarie dei "Principi per un'attività bancaria responsabile" delle Nazioni Unite, “che rappresentano quasi la metà del settore bancario mondiale”. Nel frattempo 4700 società di gestione patrimoniale, proprietari di asset e fornitori di servizi patrimoniali hanno firmato i sei "Principi per l'investimento responsabile" delle Nazioni Unite. Questi principi sono interamente incentrati sulla conformità ai criteri ESG e sul raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite. L'indicizzazione ESG ora pervade ogni aspetto dell'attività bancaria e d'investimento, comprese le società in cui investono, il modo in cui aderiscono ai criteri ESG stessi e il modo in cui cooperano con i concorrenti per promuovere suddetti criteri. Pertanto l'obiettivo dei Principi è quello di universalizzare gli investimenti ESG. Inutile dire che l'indicizzazione ESG aumenta il costo di fare affari, affama il capitale non conforme e crea un cartello woke di produttori privilegiati.

Nella sessione Philanthropy: A Catalyst for Protecting Our Planet, l'inviato statunitense per il clima John Kerry ha suggerito che lui e le persone a Davos erano “un gruppo selezionato di esseri umani in grado di sedersi in una stanza e parlare davvero di salvare il pianeta”. Tradendo il carattere religioso e cultuale del gruppo di Davos, Kerry ha suggerito che l'unzione sua e di altri come salvatori del pianeta fosse “quasi extraterrestre”. Se dici loro che sei interessato a salvare il pianeta “la maggior parte delle persone”, ha continuato Kerry, “pensa che tu sia un benefattore liberal di sinistra che abbraccia gli alberi”. Ma io sostengo che “la maggior parte delle persone” pensa che Kerry e la sua gente non siano affatto i buoni, ma maniaci del controllo e megalomani intenzionati a controllare la popolazione mondiale.

In altre sessioni i relatori hanno affermato che mangiare carne, guidare automobili e vivere al di fuori dei limiti delle città dovrebbe essere vietato.

In breve, con l'agenda di Davos ci troviamo di fronte a una campagna concertata e coordinata per smantellare le capacità produttive nei settori energetico, manifatturiero e agricolo. Questo progetto, guidato dalle élite e che va a loro vantaggio, rappresenta il più grande balzo all'indietro mai registrato nella storia. Se non viene fermato e invertito, porterà a un disastro economico, inclusa una drastica riduzione dei consumi e degli standard di vita. E quasi certamente si tradurrà in più fame nel mondo sviluppato e carestie nel mondo in via di sviluppo. Il presidente del WEF, Schwab, potrebbe superare Mao... se glielo permettiamo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 27 febbraio 2023

Legge di Say e ignoranza macroeconomica

 

 

di Alasdair Macleod

Probabilmente il più grande errore dell'economia moderna è stato l'abbandono della Legge di Say, altrimenti nota come Legge dei mercati. In poche parole, dimostrava che attraverso la divisione del lavoro, la produzione è saldamente legata al consumo e la prima è legata al secondo attraverso il denaro e il credito.

Mentre ci sono variazioni nei risultati della produzione dei singoli beni, nei mercati liberi non ci può mai essere un eccesso in generale. È questo che Keynes dovette smentire per creare un ruolo per lo stato, affinché potesse essere legittimato a intervenire e sopperire alle presunte deficienze del libero mercato. Mentre un'analisi ragionata mostra che Keynes non è riuscito a confutare la Legge di Say, è invece riuscito a convincere l'establishment mainstream che ci fosse riuscito.

Questo saggio ripercorre la storia della Legge di Say, dall'opera originale di Jean-Baptiste Say fino ai giorni nostri. Mostra come Keynes abbia piegato la verità sul libero mercato, che una comprensione della Legge di Say spiega perché l'intervento statale fallisce e perché i prezzi continueranno a salire nell'imminente recessione economica.


Introduzione

Negli anni '30 quegli economisti che cercavano di giustificare un ruolo economico per lo stato avevano un ostacolo da superare nell'economia classica: la verità evidente in quella che era definita come la Legge di Say. Conosciuta anche come la Legge dei mercati, la Legge di Say indicava che ci presentiamo in fabbrica o in ufficio per una giornata di lavoro in modo da poterci permettere tutte le cose prodotte da altre persone che rendono la vita tollerabile e persino piacevole.

Fa riferimento agli scritti di Jean-Baptist Say, un economista francese che nel suo A Treatise of Political Economy, originariamente pubblicato nel 1803, descrisse il rapporto tra produzione, consumo e il ruolo della divisione del lavoro nel modo in cui gli esseri umani si organizzano economicamente. Ottenne un risultato straordinario, definendo in modo molto dettagliato la scienza dell'economia e i ruoli del denaro e del credito, quando tale scienza era ancora giovane.

Questo è successo più di due secoli fa, prima che Marx proponesse il suo riassetto dell'economia in modo che, per conto dei lavoratori, lo stato acquisisse i mezzi di produzione e i rapaci capitalisti e i loro scagnozzi borghesi fossero costretti a sottomettersi alla volontà collettiva dei lavoratori.

Molto prima di Marx ed Engels, questa Legge dei mercati suscitava polemiche. Nel suo Principals of Political Economy, pubblicato nel 1820, Thomas Malthus sostenne che era sbagliata perché credeva che fosse la mancanza di domanda a portare all'eccesso di produzione e alla disoccupazione; secondo lui era incoerente con i cicli economici osservati. Malthus aveva guadagnato credibilità pubblica dopo il suo Saggio sui principi della popolazione del 1798.

La replica di Malthus fu pubblicamente confutata da James Mill, Robert Torrens e lo stesso Say. David Ricardo entrò in corrispondenza privata con Malthus sfidando il suo concetto di carenza della domanda. Questo dibattito continuò per tutta la prima metà del diciannovesimo secolo, quando gli economisti infine accettarono che un eccesso generale di beni non era plausibile. Dal punto di vista logico, quindi, una recessione nel senso di una domanda inadeguata era impossibile.

Malthus stava promuovendo un'argomentazione proto-keynesiana e questo punto fu ripreso dallo stesso Keynes nella sua Teoria generale come giustificazione per ribaltare l'economia classica:

La Legge di Say, secondo cui il prezzo della domanda aggregato della produzione nel suo insieme è uguale al suo prezzo di offerta aggregato per tutti i volumi di produzione, è equivalente alla proposizione secondo cui non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione. Se, tuttavia, questa non è la vera Legge relativa alle funzioni della domanda aggregata e dell'offerta, c'è un capitolo di vitale importanza della teoria economica che resta da scrivere e senza il quale tutte le discussioni riguardanti il volume dell'occupazione aggregata sono futili. (Il principio della domanda effettiva, p.26)

Pertanto gli squilibri tra produzione e consumo rimangono ancora oggi al centro del dibattito economico, ma invece di accettare che non ci può essere un eccesso generale in un libero mercato come era accettato tra il 1850 e il 1936 (quest'ultima era la data in cui Keynes pubblicò il suo Teoria Generale), nel reame dell'economia mainstream tale questione è stata capovolta. La maggior parte degli economisti odierni sostiene, sulla base dei loro libri di testo neo-keynesiani e delle osservazioni sulle economie "gestite", che un eccesso generale è endemico in un libero mercato e che lo stato ha un ruolo nel creare una domanda bilanciata per paura della disoccupazione.

Anche se risolvere questa questione è sempre importante, lo è in modo particolare oggi perché è opinione comune che la maggior parte delle economie avanzate stia affrontando una recessione, o per lo meno difficilmente potrà evitarla. Vi sono anche questioni secondarie, in particolare le cause dell'inflazione dei prezzi, i cicli economici e il ruolo del denaro e del credito.


Definire la Legge di Say

Jean-Baptiste Say non definì mai la Legge che porta il suo nome: un tal compito venne lasciato ad altri. L'essenza della definizione è descritta nel Libro 1, Sulla produzione. Nel capitolo 15 scrisse quanto segue:

Se un commerciante dice: “Non voglio altri prodotti in cambio dei miei capi di lana, voglio solo il denaro”, non sarebbe poi così difficile convincerlo che i suoi clienti non potrebbero pagarlo in denaro senza esserlo prima procurato con la vendita di altre merci. “Quel contadino”, gli si può dire, “comprerà i tuoi capi di lana se il suo raccolto sarà buono, e ne comprerà più o meno secondo la loro abbondanza o scarsità; non può comprarne affatto se i suoi raccolti falliscono del tutto. Né puoi comprare tu stesso la sua lana, né lui il suo grano, a meno che non escogiti un altro modo per procurarti la lana o un'altra merce con cui comprarla. Dici che vuoi solo soldi in cambio; io dico invece che vuoi altre merci e non denaro. Infatti per cosa vuoi i soldi? Non è per l'acquisto di materie prime o scorte per il tuo commercio, o vettovaglie per il tuo sostentamento? Pertanto sono i prodotti che vuoi e non i soldi”.

E in una nota a piè di pagina a questo passo, aggiunse:

Anche quando il denaro viene ottenuto per accumularlo o seppellirlo, lo scopo ultimo è sempre quello di impiegarlo in un acquisto di qualche tipo. L'erede del fortunato lo userà così, se l'avaro non lo fa; poiché il denaro, in quanto denaro, non ha altro uso se non quello di mezzo di scambio.

Say stava descrivendo la divisione del lavoro e ne trasse l'ovvia conclusione: la produzione è indissolubilmente legata al consumo. Ciò che vale per il contadino vale anche per il commerciante; vale tanto per il consumo per la produzione quanto per il consumo finale. E in quella nota a piè di pagina, Say chiarì che il ruolo del denaro è quello di facilitare la divisione del lavoro essendo il ponte tra produzione e consumo. E, cosa importante, non fa differenza se il denaro viene utilizzato immediatamente o accumulato o risparmiato.

Poiché la Legge di Say non è mai stata scritta come tale, Keynes fu in grado di produrre la sua versione senza contraddizioni: “Il prezzo della domanda aggregata della produzione nel suo complesso è uguale al suo prezzo di offerta aggregata per tutti i volumi di proposizione, proposizione equivalente a non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione”. Si trattò di un travisamento deliberato, a cui fece seguire un suggerimento per spingere il lettore nella direzione da lui desiderata: “Se, tuttavia, questa non è la vera Legge relativa alle funzioni della domanda e dell'offerta aggregate [...]”. Ma se il lettore della sua Teoria generale si prendesse la briga di leggere i trattati di Say, saprebbe che quest'ultimo descrisse anche le condizioni che potrebbero minare un'economia in una certa misura, comprese le proposte di Keynes che seguirono nella sua Teoria generale.

Pur dimostrando chiaramente che non esiste una sovrapproduzione generale relativa al consumo, Say ci dice che la sovrapproduzione di singoli prodotti può esistere ed esiste. Essa deriva da calcoli errati da parte dei produttori che sopravvalutano la domanda dei loro prodotti, a causa dei propri errori o perché i desideri dei consumatori sono cambiati. Quando ciò accade, chi è impiegato in una produzione sopravvalutata perde i frutti del proprio lavoro e perde anche la capacità di consumare. Mentre i valori per i singoli beni varieranno (e in effetti accade sempre), sarà chiaro che, nel complesso, il rapporto tra produzione totale e consumo totale rimane intatto.

Anche gli investimenti improduttivi non sconvolgono questo equilibrio. Lo spiegamento inefficiente di tutte le forme di capitale è una questione separata, la quale limita il potenziale dell'intera economia; e chi non produce per consumare deve essere sovvenzionato da chi lo fa. Casalinghe, bambini e anziani devono tutti essere sostenuti da altri nei loro gruppi familiari; il loro benessere alla fine deriva dalla produzione di qualcun altro, sia attraverso la beneficenza che attraverso le tasse. E se il consumo è finanziato attraverso la spesa pubblica in deficit, è una tassa nascosta sulla produzione. Mentre l'intervento dello stato in questo modo provoca squilibri temporanei che vengono appianati man mano che i mercati di beni e servizi si adeguano, l'equilibrio tra la produzione e il suo finanziamento del consumo è un dato di fatto.


Legge di Say e merci

Dobbiamo anche fare una distinzione tra i prezzi che riflettono i cambiamenti nella produzione e nel consumo e i prezzi che si riflettono nei cambiamenti nel livello generale dei prezzi. Il primo caso è coperto interamente dagli scritti di Say.

La confusione arriva quando si sviluppa una recessione. I macroeconomisti si aspettano un calo dei prezzi dovuto a un crollo della domanda: in altre parole, anticipano un surplus di produzione, un eccesso malthusiano. Potrebbe esserci un effetto negativo sui prezzi dovuto alla liquidazione delle scorte, ma si tratta solo di un effetto a breve termine e non spiega necessariamente l'entità di un effettivo calo del livello generale dei prezzi riflesso nel valore del mezzo di scambio. Mentre la produzione finanzia ancora il consumo e l'equilibrio tra di essi viene mantenuto, è il valore delle materie prime che sembra portare a un calo dei prezzi, perché l'inizio di una recessione dovrebbe portare a un surplus di materie prime, prima che le industrie estrattive reagiscano tagliando la loro produzione. I prezzi del petrolio e del gas sono particolarmente volatili a questo proposito, con gran parte del volume di estrazione che è insensibile alle variazioni della domanda. E i minatori spesso rispondono alla debolezza dei prezzi delle materie prime aumentando l'estrazione.

Il grafico qui sotto mostra il prezzo del petrolio WTI in dollari e le recessioni. La correlazione tra i due non è chiara, con il prezzo del petrolio che è aumentato all'inizio delle recessioni nel 1990 e nel 2007, mentre è sceso bruscamente prima della breve recessione del 2020; salvo poi scendere più tardi nelle recessioni del 1991, 2001 e in 2008. Laddove esiste una correlazione, gli effetti sui prezzi sul petrolio e su altre materie prime sono stati probabilmente esagerati dall'attività speculativa sui derivati, la quale nell'aprile 2020 ha persino spinto brevemente i prezzi del WTI in territorio negativo.

Ci sono anche variazioni di prezzo derivanti da cambiamenti nella valutazione della valuta. I prezzi del petrolio WTI sono saliti da sotto lo zero nell'aprile 2020 a un picco di $120 in soli ventitré mesi; e prima che i russi invadessero l'Ucraina, il prezzo era salito a $90.

Mentre possiamo ipotizzare che in una crisi economica è probabile che i prezzi degli input per quanto riguarda energia e materie prime possano diminuire a causa di risposte di output inflessibili se misurate in denaro sano/onesto, la situazione oggi è che tutti i mezzi di scambio sono valuta fiat. E data la volatilità dei prezzi misurati in valute fiat, le variazioni di prezzo provengono dalle valute in misura molto maggiore rispetto alle materie prime. Ciò è chiaramente illustrato nel nostro secondo grafico, il quale mostra il prezzo del petrolio sia in dollari che in oro, quest'ultimo essendo il denaro giuridico sia nel diritto romano che nei suoi moderni successori negli ultimi 1800 anni.

Il valore dell'oro stesso non è stato immune dalle influenze provenienti dalle valute fiat e dalla speculazione finanziaria sui derivati, conferendone una volatilità che altrimenti non sarebbe esistita.

Pertanto, mentre possiamo postulare che le variazioni dei prezzi delle materie prime durante i cicli boom/bust possono portare a una temporanea comparsa di carenze e sovrabbondanze di materie prime, l'evidenza è che la volatilità dei prezzi osservata nei valori delle materie prime è causata sostanzialmente dalle valute fiat. E quando queste distorsioni vengono lasciate correre, non sono la prova di un eccesso malthusiano. Inoltre l'evidenza empirica dei boom e dei bust durante il gold standard del diciannovesimo secolo conferma la nostra analisi.

Possiamo anche spiegare i prezzi dell'era della depressione. Sono crollati non a causa di un eccesso generale come ipotizzato da Keynes, anche tenendo conto dei fattori speciali che interessano l'industria agricola, ma a causa di un crollo del credito facendo quindi salire il potere d'acquisto dei sostituti dell'oro; le banche stavano crollando, distruggendo sia i valori patrimoniali che i depositi bancari. Questo è ciò che Keynes non riuscì a capire nel suo desiderio di sottomettere il libero mercato.


Intervento statale e regolamentazione

Il chiaro scopo della negazione malthusiana di Keynes nei confronti della Legge di Say, sulla base del fatto che non spiegasse le recessioni (implicito nel suo “equivalente alla proposizione che non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione”), era quello di avvalorare la sua teoria macroeconomica secondo cui esiste un ruolo per lo stato nell'economia: riequilibrare il rapporto domanda/offerta. Persuadendosi che Malthus avesse ragione sul fatto che l'eccesso di produzione e la disoccupazione fossero la prova di una domanda insufficiente, negò la Legge di Say all'inizio della sua Teoria generale (a pagina 26 di 428).

Da allora i neo-keynesiani hanno creduto nello stimolare la domanda, in parte scoraggiando il risparmio (Paradosso della parsimonia) e in parte sopprimendo i tassi d'interesse che erano visti come un onere inutile imposto da pigri redditieri (il suo termine dispregiativo per i risparmiatori). Keynes scrisse: “Quindi è di massimo vantaggio ridurre il tasso d'interesse in base all'efficienza marginale del capitale, a quel livello in cui c'è piena occupazione” (si vedano le sue Note conclusive). Auspicò anche la cosiddetta “eutanasia delredditiero” e “[...] di conseguenza l'eutanasia del potere oppressivo del capitalista che sfrutta il valore di scarsità dell'interesse sul capitale”. Inoltre, per quanto riguarda gli investimenti di capitale, espresse il seguente auspicio:

Così potremmo mirare (non essendoci nulla d'irraggiungibile in questo obiettivo) a un aumento del volume del capitale fino a quando non cessi di essere scarso, in modo che l'investitore pigro non riceva più un bonus, e a uno schema di tassazione diretta che permetta di mettere al servizio l'intelligenza, la determinazione e l'abilità esecutiva dell'investitore, dell'imprenditore et hoc genus omni (i quali sono talmente affezionati al loro mestiere che la manodopera potrebbe essere ottenuta a un prezzo molto più basso di un regalo) e della comunità a ragionevoli condizioni di ricompensa.

La direzione in cui stava viaggiando la mente di Keynes era quella di sfuggire completamente al libero mercato, verso una teoria dell'economia statale. Il suo percorso correva parallelo a quello di Marx e dei sovietici.

Mentre pochissimi dei suoi successori l'hanno seguito fino in fondo nelle sue prescrizioni, tutti hanno concordato con lui sul tema dello stimolo economico. Notoriamente messo in atto da John Law nel 1716-1720 in Francia, l'espansione monetaria è il modo preferito dagli inflazionisti per compensare un'apparente mancanza di domanda.

L'espansione monetaria keynesiana nel contesto della Legge di Say significa che la domanda e l'offerta non si bilanciano più a vicenda, essendoci una domanda aggiuntiva la cui fonte non è abbinata dal lato dell'offerta. Il risultato è ovvio: indipendentemente dal livello generale dell'attività economica, una domanda eccessiva in base all'offerta disponibile fa semplicemente aumentare il livello generale dei prezzi fino a quando la domanda aggiuntiva non viene completamente assorbita nell'economia più ampia. Ciò è tacitamente ammesso dalla politica monetaria moderna, la quale mira a un'inflazione dei prezzi al 2%, ritenendo che sia una prova del "giusto livello" di stimolo o, in alternativa, la convinzione che sia la prospettiva di un aumento dei prezzi a far avanzare la domanda.

Dovrebbe essere chiaro a chiunque prenda in seria considerazione tale questione che utilizzare la prospettiva di un leggero aumento dei prezzi per creare domanda aggiuntiva significa perseguire l'obiettivo sbagliato. Attraverso la Legge di Say sappiamo che un aumento della produzione porta necessariamente a un'ulteriore domanda da parte dei consumatori. Invece della gestione della domanda, è stato dimostrato che la riforma dal lato dell'offerta ha benefici economici e la Legge di Say ne spiega il perché; ma allo stesso tempo richiede disciplina fiscale da parte dello stato per garantire che lo stimolo dal lato dell'offerta non sia finanziato dalla svalutazione monetaria. Molto meglio che lo stato non intervenga affatto. Purtroppo questo genio è fuoriuscito dalla lampada molto tempo fa, l'intervento statalista è addirittura raddoppiato estendendosi alla regolamentazione onnicomprensiva dell'attività economica.

Oggi questi obiettivi statalisti sono all'ordine del giorno. Nel suo Principals, Say ne approfondisce gli effetti. Riguardo alla regolamentazione, nel libro I, capitolo 17, sezione 1, scrisse quanto segue:

Quando l'autorità si mette in mezzo a questo corso naturale delle cose, e dice, il prodotto che stai per creare, quello che ti dà il massimo profitto, ed è quindi il più richiesto, non è affatto il più adatto alle tue circostanze, dirige una parte delle energie produttive della nazione verso un oggetto di minore desiderio, a scapito di un altro di più urgente desiderio.

Prima della Grande Depressione, questo punto era generalmente compreso. E in comune con altri, il governo degli Stati Uniti non aveva una politica generale d'intervento o regolamentazione. Ciò è cambiato dapprima con il presidente Hoover e poi il presidente Roosevelt. Creato il precedente, da allora l'intervento normativo si è intensificato mentre gli stati hanno conservato la più sottile patina di libero mercato. Di conseguenza i produttori non sono più i servitori dei consumatori, ma dello stato. Tanto è vero che il livello di redditività è spesso consentito solo come stabilito dalle autorità.

Say ci racconta un precursore della politica agricola dell'UE quando nel 1794 gli agricoltori francesi furono persino giustiziati per aver convertito i campi di grano in pascolo contro la politica agricola del governo rivoluzionario. Oggi vengono premiati per ridare alla natura i loro terreni agricoli. Questo desiderio statalista d'intromettersi ha una lunga storia, dimostrata dall'editto dei prezzi massimi dell'imperatore romano Diocleziano nel 301 d.C. L'evidenza empirica di questi episodi indica il loro comune fallimento nel raggiungere gli obiettivi statalisti.

La negazione moderna dei fallimenti statalisti è propagandata dagli stessi statalisti. Sicuramente Keynes lesse il Principals di Say e comprese i pericoli dell'interventismo. È difficile immaginare che abbia negato sia l'evidenza empirica che la sua spiegazione. È forse un'indicazione della fallibilità umana che i suoi seguaci siano stati similmente ingannati.

Un'altra area dell'interventismo è il commercio internazionale e Say ebbe molto da dire anche su questo argomento, concludendo che:

Il sacrificio che facciamo nell'approvvigionare gli stranieri con le materie prime non è più deplorevole del sacrificio degli anticipi e del consumo che deve essere fatto in ogni ramo della produzione prima di poter ottenere un nuovo prodotto. L'interesse personale è, in tutti i casi, il miglior giudice dell'entità del sacrificio e dell'indennità che possiamo attenderci; e, sebbene questa guida possa talvolta trarre in inganno, a lungo andare è la più sicura, oltre che la meno costosa.

Questa prima affermazione della Legge del vantaggio comparato venne ignorata dagli stati, con conseguenze talvolta catastrofiche. Lo sconsiderato Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 non solo contribuì al collasso dell'economia statunitense, ma insieme alla sovrapproduzione agricola fu un disastro anche per il resto del mondo.

Possiamo vedere che dando la precedenza alle convinzioni malthusiane rispetto al sano ragionamento di J. B. Say, la classe politica non stava facendo il bene dei propri elettori molto prima che Keynes combinasse i suoi danni. E questi ultimi non si limitano a negare l'evidente rapporto tra domanda e offerta, ma si estendono anche alla corruzione del mezzo di scambio da parte delle autorità.

 

Il ruolo del denaro nella Legge di Say

In un libero mercato, poiché la produzione si trasforma in consumo, è necessario un mezzo di scambio tra i due. Non importa se tale consumo riguardi prodotti o servizi finali, o acquisire i componenti per l'assemblaggio di un prodotto o i macchinari di produzione, o il consumo differito sotto forma di risparmio. Anche se una persona decide di accumulare un mezzo di scambio, la sua origine è sempre la produzione e il suo rilascio finale facilita il consumo.

Ne consegue che la determinazione di un mezzo di scambio è una questione che riguarda chi lo usa, un fatto che mina tutte le teorie statali del denaro. In un libero mercato, i metalli, in particolare l'oro, l'argento e il rame, si sono evoluti come i materiali più adatti a essere denaro, essendo durevoli e divisibili in unità riconoscibili. Anche il loro valore di scambio è una questione esclusiva di chi li usa.

È importante comprendere che un mezzo di scambio non è la fonte della ricchezza: essa deriva da una produzione di successo che porta al consumo sotto forma di acquisizione di beni, che a loro volta hanno un valore di scambio. Pertanto quanto più avanzata diventa un'economia basata sulla produzione e sul consumo, tanto maggiore sarà la sua ricchezza. Ma il mezzo di scambio non è l'origine di tale ricchezza, anche se il suo accumulo, essendo consumo differito, è valorizzato e quindi è come se diventasse ricchezza stessa.

Questo è il ruolo del denaro, che oltre a facilitare uno scambio lo conclude completamente, senza lasciare eredità di rischio. Si può immaginare che affinché la Legge di Say sia vera, il mezzo di scambio debba essere sano/onesto, ma tale solidità è una questione diversa. L'altra forma di mezzo di scambio è il credito, dove in cambio della produzione il venditore ottiene non denaro, ma credito. Quest'ultimo include banconote e depositi bancari, cambiali e altri mezzi di credito trasferibili.

Quando esisteva il gold standard, il valore del denaro e dei suoi sostituti misurati in beni veniva stabilito tra gli individui che effettuavano transazioni. L'adozione diffusa della moneta metallica e dei suoi sostituti ha consentito di effettuare un arbitraggio internazionale tra valori locali in diversi centri di mercato: quando l'oro acquistava più consumo in una giurisdizione, avrebbe gravitato naturalmente in altre dove acquistava di meno. E la Legge di Say non si limita al commercio nazionale, infatti il commercio tra le nazioni è facilitato dal denaro giuridico e dai suoi sostituti, i quali accrescono reciprocamente la loro ricchezza.


Il ruolo del credito nella Legge di Say

In pratica il trasporto e la rifusione dell'oro in monete verso mercati esteri, i quali adottavano monete diverse, era macchinoso. Ciò diede origine ai sostituti dell'oro: credito cartaceo il cui emittente deteneva una riserva d'oro sufficiente affinché fosse accettato dai produttori come deposito temporaneo del loro consumo. Questa era la base del gold exchange standard, in cui le banconote, credito anche quando sono sostituti dell'oro, erano scambiabili con monete d'oro a discrezione dei loro detentori.

A questo punto della nostra esposizione, va ripetuto che il valore attribuito a questi sostituti dell'oro è interamente a discrezione di chi li usa. Pertanto un'emissione in eccesso rispetto al suo supporto aureo non indeboliva necessariamente il valore del sostituto, purché l'espansione della quantità di sostituti fosse in linea con la loro domanda. Questa regola si applica non solo alle banconote emesse da una banca centrale, ma anche al credito creato dalle banche commerciali. Infatti quando si parla di mezzo di scambio, o circolante, in pratica si tratta sempre di credito, anche quando vigeva il gold standard.

L'attrattiva del credito rispetto ai metalli è che esso permette alla produzione di svilupparsi dove prima non esisteva. C'è un esempio poco noto della creazione di credito bancario che rappresentò un grande vantaggio commerciale e fu un meccanismo messo in atto dalle banche scozzesi all'inizio del XVIII secolo. L'espansione del credito bancario per finanziare l'attività imprenditoriale divenne la base di gran parte delle odierne attività bancarie e quindi vale la pena raccontare questo episodio per illustrare il ruolo del credito delle banche commerciali.

La Bank of Scotland venne fondata nel 1695 con poteri di emissione illimitati. Emetteva solo banconote nei seguenti tagli: £100, £50, £10 e £5. Va tenuto presente che nella valuta odierna, £100 erano l'equivalente di £39.500, attualmente espresse in sovrane d'oro. Il piano della Bank of Scotland era quello di assistere e promuovere importanti clienti commerciali, in linea con le attività bancarie di Londra. Non avrebbe emesso banconote da £1 fino al 1704.

Il suo monopolio terminò nel 1727 e fu quindi costituita la sua rivale, la Royal Bank of Scotland. Il problema allora era che con l'economia scozzese non ancora sviluppata, non c'erano abbastanza cambiali commerciali disponibili per soddisfare entrambe le banche. Fu la Royal Bank a trovare una soluzione.

Ricevute sufficienti garanzie, si impegnò ad anticipare crediti d'importo limitato a favore di persone affidabili e rispettabili. Questi crediti erano conti di prelievo creati a favore di una persona che poi avrebbe gestito come un conto ordinario; invece di ricevere interessi sul saldo, gli venivano addebitati interessi. Nel bilancio della Bank era ascritto come attivo un prestito, controbilanciato da un deposito che rappresentava l'importo disponibile per l'utilizzo.

Stiamo parlando del precursore di un prestito bancario moderno, in contrasto con il sistema bancario che a Londra all'epoca ruotava attorno allo sconto di cambiali commerciali e al prestito pre-garantito su garanzie o depositi di metalli.

I crediti della Royal Bank venivano applicati in due modi diversi: per aiutare i privati negli affari e per promuovere l'agricoltura e la formazione di attività commerciali di ogni tipo. I terreni agricoli erano sottosviluppati per mancanza di capitale e il sistema del credito aumentò la produzione agricola e liberò gli individui intraprendenti dai vincoli della società feudale. Ma ciò che qui ci interessa particolarmente sono i prestiti a persone fisiche.

La Royal Bank e la Bank of Scotland, che successivamente entrarono in questa attività, limitarono inizialmente i loro anticipi a cifre tra le £100 e le £1.000 (l'equivalente in sterline odierne di circa £39.500 e £395.000). Non era richiesta alcuna garanzia, se non fideiussioni da parte di persone di levatura che conoscevano il mutuatario. Questi "garanti", come erano chiamati nella legge scozzese, avrebbero tenuto d'occhio il modo in cui i prestiti venivano investiti, avevano sempre il diritto d'ispezionare il conto del mutuatario e avevano l'autorità d'intervenire in qualsiasi momento. In una prova fornita a una commissione della Camera dei Comuni nel 1826, quasi un secolo dopo che la Royal Bank of Scotland aveva creato tale pratica, un testimone citò il caso di una modesta banca di campagna che aveva offerto linee di credito in contanti per oltre ventuno anni e aveva tirato su oltre £90.000.000, subendo perdite solo per £1.200.

Prima dell'esistenza delle banche che offrivano crediti in contanti, la Scozia era un Paese arretrato la cui popolazione era più impiegata nel furto di bestiame e nelle guerre con i vicini che nell'agricoltura pacifica. Soprattutto c'era una mancanza di denaro e l'economia era di sussistenza. La creazione del sistema di credito in contanti, insieme alla circolazione delle banconote della Bank of Scotland e della Royal Bank, accettate come se fossero denaro, portò a enormi progressi. Questo sistema sopravvisse persino alla rivolta giacobita del 1745.

Quando il sistema di credito in contanti si consolidò, venne ampliato per finanziare progetti più grandi. Il Forth and Clyde Canal venne costruito con un credito in contanti da £40.000, concesso dalla Royal Bank. Ferrovie, banchine e porti, strade e persino edifici pubblici vennero finanziati con credito in contanti.

Come esempio tra tanti, Henry Menteith fu due volte Lord Provost di Glasgow e successivamente membro del Parlamento per Linlithgow. Iniziò l'attività come mercante-tessitore con un modesto credito in contanti. Nel 1826 Menteith impiegava 4.000 uomini e donne. L'illuminismo scozzese del XVIII secolo, che ci regalò David Hume, Adam Smith, Robert Burns e molti altri luminari, deve la sua esistenza alla trasformazione della Scozia grazie al sistema di credito in contanti. In soli cinquant'anni la Scozia progredì dal punto di vista commerciale più di quanto avesse fatto nella sua intera storia.

Il successo del credito in contanti e l'adozione del suo equivalente da parte delle unioni di credito e di altre organizzazioni su base locale in Inghilterra e Galles, divenne successivamente non solo la base di alcune notevoli fortune, ma anche il fondamento su cui prosperarono molte imprese più modeste. Non c'è dubbio che l'evoluzione del credito bancario sia stata enormemente vantaggiosa, non solo per la Scozia ma per il Regno Unito in generale. E l'adozione a livello mondiale della legge bancaria inglese trasmise i benefici economici anche ad altre nazioni.

Il problema sono i cicli destabilizzanti di espansione e contrazione del credito bancario, non l'esistenza del credito bancario in quanto tale. Keynes non riuscì a capirlo, imputandolo a un fallimento del libero mercato e credendo che fosse la prova di un eccesso di produzione non compensato dal consumo. Ma i fatti sono indiscutibili: il credito ha creato la produzione e quindi il consumo fino alla prima guerra mondiale quando nel Regno Unito esisteva ancora un gold standard. Boom e bust sono creati rispettivamente dall'eccessiva espansione del credito bancario e dalla successiva contrazione. Non esiste alcun eccesso malthusiano.


Conclusione

Anche quando viene introdotto il credito extra come collegamento tra produzione e consumo, la Legge di Say è ancora valida. L'esempio scozzese sopra citato ne offre prova. Anche in un mondo basato interamente su diverse forme di credito, la sua verità non può essere negata.

Il rifiuto di questa ovvia verità da parte di Keynes e dei macroeconomisti di oggi è alla radice della cattiva gestione economica statalista. Naturalmente ci sono altri errori che possiamo identificare, ma molti di quelli importanti si basano sul rifiuto della Legge di Say. Con il mondo occidentale sull'orlo di una recessione economica, possiamo vedere che l'errore malthusiano di associarla a un eccesso di produzione sta fuorviando gli economisti mainstream facendogli credere che i prezzi crolleranno, giustificando così un'ulteriore inflazione del credito. Poiché questo credito non ha origine dalla domanda del mercato secondo la Legge di Say, il suo potere d'acquisto sarà eroso.

In una recessione, la Legge di Say spiega perché la produzione e il consumo si ridurranno in tandem, in modo che i prezzi non crollino. Gli analisti che la chiamano stagflazione non riescono a cogliere questo punto. Infatti basta fare riferimento a ogni evento d'iperinflazione per scoprire che crollano sempre, in riferimento al potere d'acquisto di una valuta, e in contemporanea ad una contrazione economica. Keynes aveva torto quando affermò che la Legge di Say “è equivalente alla proposizione secondo cui non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione”; non è così.

Il libero mercato è il protagonista di una continua evoluzione dei desideri dei consumatori, con i produttori che li anticipano e si adattano a essi. Svincolata dall'intervento statale, la disoccupazione diventa necessariamente bassa man mano che viene richiesta manodopera con le sue varie competenze. Le variazioni del credito sono un fattore dirompente, ma ancora una volta, lasciate a sé stesso si correggono rapidamente e possono essere moderate correttamente. È il tipo d'intervento statale prescritto da Keynes il colpevole, il quale genera una crisi continua e che alla fine porta a una povertà diffusa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 24 febbraio 2023

Combattere il colonialismo monetario con il codice informatico open-source

 

 

di Alex Gladstein

Nell'autunno del 1993 la famiglia di Fodé Diop stava risparmiando per il proprio futuro. Un brillante diciottenne che vive in Senegal, Fodé, aveva davanti a sé un brillante percorso come giocatore di basket e ingegnere. Suo padre, un insegnante di scuola, lo aveva aiutato a trovare ispirazione nei computer e nel connettersi con il mondo che lo circondava. E il suo talento atletico gli aveva procurato offerte per studiare in Europa e negli Stati Uniti.

Ma quando si svegliò la mattina del 12 gennaio 1994, tutto era cambiato. Da un giorno all'altro la sua famiglia perse metà dei suoi risparmi, non a causa di un furto, una rapina in banca o una bancarotta aziendale, bensì a causa di una svalutazione monetaria imposta da una potenza straniera con sede a 5.000 chilometri di distanza.

La sera precedente i funzionari francesi si incontrarono con i loro omologhi africani a Dakar per discutere il destino del “franc de la Communauté financière africaine” (o franco della Comunità Finanziaria d'Africa), ampiamente noto come franco CFA o “seefa” in breve. Per tutta la vita di Fodé, il suo franco CFA era stato ancorato al franco francese a un tasso di 1 a 50, ma quando la riunione a tarda notte si concluse, un annuncio di mezzanotte fissò il nuovo valore 1 a 100.

La crudele ironia era che il destino economico di milioni di senegalesi era completamente fuori dalle loro mani. Nessuna protesta avrebbe potuto rovesciare i loro padroni economici. Per decenni, i nuovi presidenti sono andati e venuti, ma l'accordo finanziario sottostante non è mai cambiato. A differenza di una tipica valuta fiat, il sistema era molto più insidioso: era colonialismo monetario.


I MECCANISMI DEL SISTEMA CFA

Nel loro libro, Africa’s Last Colonial Currency: The CFA Franc Story, gli studiosi di economia Fanny Pigeaud e Ndongo Samba Sylla raccontano la storia tragica e, a volte scioccante, del franco CFA.

La Francia, come altre potenze europee, ha colonizzato molte nazioni in tutto il mondo nel suo periodo di massimo splendore imperiale, spesso brutalmente. Dopo la sua occupazione da parte della Germania nazista nella seconda guerra mondiale, l'Impero coloniale francese iniziò a disintegrarsi. I francesi combatterono per mantenere le loro colonie, infliggendo un enorme tributo umano nel processo. Nonostante avesse condotto una costosa serie di guerre in tutto il globo, l'Indocina venne persa, poi la Siria e il Libano e, infine, il territorio francese in Nord Africa, inclusa l'amata colonia ricca di petrolio e gas, ovvero l'Algeria. Ma la Francia era determinata a non perdere i suoi territori nell'Africa occidentale e centrale; essi le avevano fornito manodopera militare durante le due guerre mondiali e offerto una cornucopia di risorse naturali – tra cui uranio, cacao, legname e bauxite – che avevano arricchito e sostenuto la metropoli.

Con l'avvicinarsi del 1960, la decolonizzazione sembrava inevitabile. L'Europa era unita nel disimpegnarsi dall'Africa dopo decenni di depredazioni e saccheggi sponsorizzati dallo stato, ma le autorità francesi si resero conto che avrebbero potuto avere la proverbiale botte piena e la moglie ubriaca cedendo il controllo politico pur mantenendo quello monetario.

Questa eredità si trova ancora oggi in 15 Paesi che parlano francese e usano una valuta controllata da Parigi: Senegal, Mali, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Togo, Benin, Burkina Faso, Niger, Camerun, Ciad, Repubblica Centrafricana, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo e Comore. Ancora oggi i francesi esercitano il controllo monetario su oltre 2,5 milioni di chilometri quadrati di territorio africano, un'area grande l'80% dell'India.

La Francia ha iniziato la decolonizzazione formale nel 1956 con "La Loi-cadre Defferre", un atto legislativo che conferiva maggiore autonomia alle colonie e creava istituzioni democratiche e suffragio universale. Nel 1958 la costituzione francese fu modificata per istituire La Communauté (La Comunità): un gruppo di territori d'oltremare autonomi e democraticamente amministrati. Il presidente Charles de Gaulle visitò le colonie dell'Africa occidentale e centrale per offrire autonomia senza indipendenza attraverso La Communauté, o indipendenza totale immediata. Disse che ci sarebbero stati vantaggi e stabilità con la prima, mentre solo grandi rischi e persino caos con la seconda.

Nel 1960 la Francia aveva una popolazione più numerosa – circa 40 milioni di persone – rispetto ai 30 milioni di abitanti di quelle che oggi sono le 15 nazioni CFA. Ma oggi 67 milioni di persone vivono in Francia e 183 milioni nella zona CFA. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2100 la Francia ne avrà 74 milioni e le nazioni CFA più di 800 milioni. Dato che la Francia ha ancora in mano il proprio destino finanziario, la situazione assomiglia sempre più a un apartheid economico.

Quando il franco CFA fu originariamente introdotto nel 1945, valeva 1,7 franchi francesi; nel 1948 fu rafforzato a 2 franchi francesi. Ma quando il franco CFA venne ancorato all'euro alla fine degli anni '90, valeva 0,01 franchi francesi: si trattò di una svalutazione del 99,5%. Ogni volta che la Francia svalutava il franco CFA, aumentava il suo potere d'acquisto nei confronti delle sue ex-colonie e rendeva loro più costoso importare beni vitali. Nel 1992 il popolo francese potè votare se adottare o meno l'euro attraverso un referendum nazionale. Ai cittadini CFA venne negato tale diritto e vennero esclusi dai negoziati che avrebbero ancorato i loro soldi a una nuova valuta. Il meccanismo del sistema CFA si è evoluto sin dalla sua creazione, ma la funzionalità di base e i metodi di sfruttamento sono rimasti invariati. Sono descritti da quella che Pigeaud e Sylla chiamano "teoria della dipendenza", in cui le risorse delle nazioni periferiche in via di sviluppo sono “continuamente prosciugate a beneficio delle nazioni ricche [...] le nazioni ricche non investono nelle nazioni povere per renderle più ricche [...] [e questo] sfruttamento si è evoluto nel tempo dai brutali regimi di schiavitù ai mezzi più sofisticati e meno ovvi per mantenere servitù politica ed economica”.

Tre banche centrali servono oggi le 15 nazioni CFA: la Banque Centrale des États de l'Afrique de l'Ouest (BCEAO) per le nazioni dell'Africa occidentale, la Banque des États de l'Afrique Centrale (BEAC) per le nazioni dell'Africa centrale e la Banque Centrale des Comores (BCC) per le Comore. Le banche centrali detengono le riserve in valuta estera (cioè il risparmio nazionale) per le singole nazioni nella loro regione, dovendone mantenere un sorprendente 50% presso il Tesoro francese in ogni momento. Questa cifra, per quanto elevata, è il risultato di negoziazioni storiche. Originariamente le ex-colonie dovevano mantenere il 100% delle loro riserve in Francia e solo negli anni '70 si sono guadagnate il diritto di controllarne una parte e di cederne “appena” il 65% a Parigi. Le nazioni CFA non hanno alcuna discrezionalità per quanto riguarda le loro riserve immagazzinate all'estero. In realtà non sanno come vengono spesi quei soldi. Nel frattempo Parigi lo sa esattamente come viene speso il denaro di ciascuna nazione CFA, poiché gestisce "conti operativi" per ciascun Paese presso le tre banche centrali.

Un esempio di come funziona: quando un'azienda ivoriana di caffè vende merci per un valore di $1 milione a un acquirente cinese, lo yuan dell'acquirente viene scambiato in euro in un mercato monetario francese. Poi il Tesoro francese prende gli euro e accredita l'importo in franchi CFA sul conto ivoriano presso la BCEAO, che a sua volta lo accredita sul conto bancario dell'azienda di caffè. Tutto passa per Parigi. Secondo Pigeaud e Sylla, la Francia produce ancora tutte le banconote e le monete utilizzate nella regione CFA – addebitando €45 milioni all'anno per il servizio – e detiene ancora il 90% delle riserve auree CFA, circa 36,5 tonnellate.

Il sistema CFA conferisce al governo francese cinque vantaggi principali: riserve bonus da utilizzare a sua discrezione; grandi mercati per esportazioni costose e importazioni a buon mercato; la capacità di acquistare minerali strategici nella sua valuta domestica senza esaurire le sue riserve; prestiti favorevoli quando le nazioni CFA sono in credito e tassi d'interesse favorevoli quando sono in debito (per lunghi periodi di tempo il tasso d'inflazione francese ha persino superato il tasso d'interesse dei prestiti, il che significa che la Francia stava costringendo le nazioni CFA a pagare una tassa per depositare le proprie riserve all'estero); e, infine, un "doppio prestito", in cui una nazione CFA prende in prestito denaro dalla Francia e, nel cercare d'impiegare il capitale, non avrà altra scelta, date le perverse circostanze macroeconomiche, se non quella di contrattare con società francesi. Ciò significa che il capitale del prestito ritorna immediatamente in Francia, ma la nazione africana rimane ancora gravata sia dal capitale che dagli interessi.

Ciò porta a un fenomeno simile a quello del "riciclaggio dei petrodollari" (dove l'Arabia Saudita prende i dollari guadagnati con le vendite di petrolio e li investe nelle obbligazioni statunitensi), poiché storicamente gli esportatori CFA hanno venduto materie prime alla Francia, con parte dei proventi raccolti dalla banca centrale regionale e “reinvestiti” nel debito pubblico francese o, oggi, europeo. E poi c'è la convertibilità selettiva del franco CFA: le aziende possono facilmente vendere i loro franchi CFA per euro oggi (in precedenza franchi francesi), ma i cittadini che trasportano franchi CFA al di fuori della loro zona bancaria di riferimento non possono cambiarli da nessuna parte. Sono inutili quanto le cartoline. Se un ivoriano lascia il suo Paese, deve prima cambiare le banconote in euro, dove il Tesoro francese e la Banca centrale europea (BCE) estorcono il signoraggio attraverso il tasso di cambio.

La repressione monetaria in atto è che la Francia costringe le nazioni CFA a mantenere un'enorme quantità di riserve nelle casse parigine, impedendo agli africani di creare credito interno. Le banche centrali regionali finiscono per prestare molto poco e a tassi molto alti, invece di prestare di più a tassi bassi. E le nazioni CFA finiscono, contro la loro volontà, per acquistare debito francese o, oggi, europeo, con le loro riserve strategiche.

La parte più sorprendente, forse, è il privilegio speciale del diritto di prelazione su importazioni ed esportazioni. Se siete un produttore di cotone maliano, dovete prima offrire i vostri prodotti in Francia, prima di affacciarvi sui mercati internazionali. Oppure se vi trovate in Benin e volete realizzare un nuovo progetto infrastrutturale, dovete prendere in considerazione prima le offerte francesi e poi le altre. Ciò ha storicamente significato che la Francia è stata in grado di accedere a beni più economici dalle sue ex-colonie e vendere i propri beni e servizi a prezzi superiori a quelli di mercato.

Pigeaud e Sylla la chiamano la continuazione del “patto coloniale”, caratterizzato da quattro principi fondamentali: “Alle colonie era proibita l'industrializzazione e dovevano accontentarsi di fornire materie prime alla metropoli che poi le trasformava in prodotti finiti e venivano poi rivenduti alle colonie; la metropoli godeva del monopolio delle esportazioni e delle importazioni coloniali; deteneva anche il monopolio sulla spedizione di prodotti coloniali all'estero; infine la metropoli concedeva preferenze commerciali ai prodotti delle colonie”.

Il risultato è una situazione in cui “le banche centrali dispongono di ampie riserve monetarie remunerate a tassi bassi o addirittura negativi in termini reali, in cui le banche commerciali detengono liquidità in eccesso, in cui l'accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese è razionato e in cui gli stati sono sempre più obbligati, per finanziare i propri progetti di sviluppo, a contrarre prestiti in valuta estera a tassi d'interesse insostenibili, il che favorisce ulteriormente la fuga di capitali”.

Oggi il sistema CFA è stato "africanizzato", nel senso che le banconote ora mostrano la cultura, la flora e la fauna africane su di esse, e le banche centrali si trovano a Dakar, Yaoundé e Moroni – ma questi sono solo cambiamenti superficiali. Le banconote sono ancora prodotte a Parigi, i conti operativi sono ancora gestiti dalle autorità francesi e funzionari francesi siedono ancora nei consigli delle banche centrali regionali e detengono de facto il potere di veto. È una situazione in cui un cittadino del Gabon dipende da un burocrate francese che prende decisioni per suo conto; un po' come se la BCE o la Federal Reserve dipendessero da giapponesi o russi affinché prendessero decisioni per europei e americani.

La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno lavorato con la Francia per far rispettare il sistema CFA e raramente, se non mai, ne criticano la natura di sfruttamento. Infatti, come parte del sistema di Bretton Woods del secondo dopoguerra – dove gli americani avrebbero guidato la Banca mondiale e gli europei avrebbero guidato l'FMI – la posizione di amministratore delegato dell'FMI è stata spesso ricoperta da un funzionario francese, più di recente, Christine Lagarde. Nel corso degli anni l'FMI ha favorito la pressione francese sulle nazioni CFA affinchè essa perseguisse politiche desiderate. Un esempio lampante è stato nei primi anni '90, quando la Costa d'Avorio non voleva svalutare la sua valuta, ma i francesi spingevano per un tale cambiamento. Secondo Pigeaud e Sylla: “Alla fine del 1991 l'FMI rifiutò di continuare a prestare denaro alla Costa d'Avorio, offrendo al Paese due opzioni: o il Paese rimborsava i debiti contratti con il Fondo, o accettava la svalutazione”. La Costa d'Avorio e altre nazioni CFA cedettero e accettarono la svalutazione tre anni dopo.

Contraddicendo i valori di "liberté, égalité, fraternité", i funzionari francesi hanno sostenuto i tiranni nelle zone CFA degli ultimi sei decenni. Ad esempio, tre uomini – Omar Bongo in Gabon, Paul Biya in Camerun e Gnassingbé Eyadéma in Togo – hanno accumulato 120 anni al potere insieme. La loro gente li avrebbe spodestati molto tempo prima se i francesi non avessero fornito denaro, armi e copertura diplomatica. Secondo Pigeaud e Sylla, tra il 1960 e il 1991, “Parigi ha effettuato quasi 40 interventi militari in 16 Paesi per difendere i propri interessi”. Tali cifre sono sicuramente più alte oggi.

Nel corso del tempo, il sistema CFA è servito a consentire allo stato francese di sfruttare le risorse e il lavoro delle nazioni CFA, senza consentire loro di accumulare capitale e sviluppare le proprie economie. I risultati sono stati catastrofici per lo sviluppo umano.

Oggi il PIL pro capite aggiustato all'inflazione della Costa d'Avorio (in dollari) è di circa $1.700, rispetto ai $2.500 alla fine degli anni '70. In Senegal solo nel 2017 il PIL pro capite aggiustato all'inflazione ha superato i livelli raggiunti negli anni '60. Come scrivono Pigeaud e Sylla: “Dieci stati nella zona CFA hanno fatto registrare i livelli più alti di reddito medio prima degli anni 2000. Negli ultimi 40 anni il potere d'acquisto medio è peggiorato quasi ovunque. In Gabon il reddito medio più alto è stato registrato nel 1976, poco meno di $20.000; quarant'anni dopo si è ridotto della metà. La Guinea-Bissau ha aderito [al sistema CFA] nel 1997, anno in cui ha fatto registrare il picco del suo reddito medio; 19 anni dopo è diminuito del 20%”.

Ben 10 delle 15 nazioni CFA sono considerate tra i "Paesi meno sviluppati" al mondo dalle Nazioni Unite, insieme ad Haiti, Yemen e Afghanistan. In varie classifiche internazionali il Niger, la Repubblica Centrafricana, il Ciad e la Guinea-Bissau sono spesso annoverati tra i Paesi più poveri al mondo. I francesi stanno mantenendo una versione estrema di quella che Allen Farrington ha definito la "spoliazione del capitale".

Il politico senegalese, Amadou Lamine-Guèye, una volta riassunse il sistema CFA come un sistema in cui i cittadini hanno “solo doveri e nessun diritto” e “il compito dei territori colonizzati è produrre molto, produrre oltre le proprie esigenze e produrre a scapito dei loro interessi più immediati, al fine di consentire alla metropoli un migliore tenore di vita e un approvvigionamento più sicuro”. La metropoli, ovvero la Francia, respinge questa descrizione e come ha affermato il ministro dell'Economia francese, Michel Sapin, nell'aprile 2017: “La Francia è lì come amica”.

Ora il lettore potrebbe chiedersi: i Paesi africani resistono a questo sfruttamento? La risposta è sì, ma pagano un prezzo pesante. I primi leader nazionalisti dell'era dell'indipendenza africana riconobbero il valore fondamentale della libertà economica.

“L'indipendenza è solo il preludio a una nuova e più importante lotta per il diritto di condurre i nostri affari economici e sociali [...] senza ostacoli da parte di schiaccianti e umilianti controlli e interferenze neocoloniali”, dichiarò Kwame Nkrumah nel 1963, il quale guidò il movimento che rese il Ghana la prima nazione indipendente dell'Africa sub-sahariana. Ma nel corso della storia nella regione CFA, i leader nazionali che si sono opposti alle autorità francesi hanno avuto la tendenza a cavarsela male.

Nel 1958 la Guinea cercò di rivendicare l'indipendenza monetaria. In un famoso discorso il nazionalista Sekou Touré disse a un Charles de Gaulle in visita: “Preferiremmo avere la povertà nella libertà piuttosto che l'opulenza nella schiavitù”, e poco dopo lasciò il sistema CFA. Secondo il Washington Post: “In reazione e come monito per gli altri territori francofoni, i francesi si ritirarono dalla Guinea per un periodo di due mesi, portando con sé tutto ciò che potevano. Svitarono le lampadine, rimossero i piani per fognature a Conakry, la capitale, e bruciarono persino medicine piuttosto che lasciarle ai guineani”.

Successivamente, come atto di punizione, i francesi avviarono l'operazione Persil, durante la quale, secondo Pigeaud e Sylla, l'intelligence francese contraffasse enormi quantità delle nuove banconote guineane e poi le riversò "in massa" nel Paese. “Il risultato”, scrivono, “fu il crollo dell'economia guineana”. Le speranze democratiche del Paese vennero assassinate insieme alle sue finanze, poiché Touré fu in grado di consolidare il suo potere nel caos e iniziare 26 anni di governo brutale.

Nel giugno 1962 il leader dell'indipendenza del Mali, Modibo Keita, annunciò che il Mali avrebbe lasciato la zona CFA per coniare la propria valuta. Keita spiegò in dettaglio le ragioni del cambiamento, come l'eccessiva dipendenza economica (l'80% delle importazioni del Mali proveniva dalla Francia), la concentrazione dei poteri decisionali a Parigi e l'arresto della diversificazione e della crescita economica.

“È vero che il vento della decolonizzazione è passato sul vecchio edificio, ma senza scuoterlo troppo”, disse a proposito dello status quo. In risposta il governo francese rese inconvertibile il franco maliano. Seguì una profonda crisi economica e Keita fu rovesciato da un colpo di stato militare nel 1968. Il Mali alla fine scelse di rientrare nella zona CFA, ma i francesi imposero due svalutazioni al franco maliano come condizioni per il ripristino e non consentirono il rientro fino al 1984.

Nel 1969, quando il presidente del Niger, Hamani Diori, chiese un accordo "più flessibile", in cui il suo Paese avrebbe avuto maggiore indipendenza monetaria, i francesi rifiutarono. Lo minacciarono di trattenere il pagamento per l'uranio che stavano estraendo dalle miniere nel deserto e che avrebbero dato alla Francia l'indipendenza energetica attraverso l'energia nucleare. Sei anni dopo il governo Diori fu rovesciato dal generale Seyni Kountché, tre giorni prima di un incontro programmato per rinegoziare il prezzo dell'uranio nigeriano. Diori voleva aumentare il prezzo, ma il suo ex-padrone coloniale non era d'accordo. L'esercito francese era di stanza nelle vicinanze durante il colpo di stato ma, come scrivono Pigeaud e Sylla, non mossero un dito.

Nel 1985, in un'intervista al leader militare rivoluzionario Thomas Sankara del Burkina Faso, gli venne chiesto: “Il franco CFA non è un'arma per il dominio dell'Africa? Il Burkina Faso ha intenzione di continuare a sopportare questo fardello? Perché un contadino africano nel suo villaggio ha bisogno di una valuta convertibile?” Sankara rispose: “Se la valuta è convertibile o meno non è mai stata la preoccupazione del contadino africano. È stato spinto contro la sua volontà in un sistema economico contro il quale è indifeso”.

Sankara fu assassinato due anni dopo dal suo migliore amico e secondo in comando, Blaise Compaoré. Nessun processo è mai stato tenuto. Invece Compaoré prese il potere e governò fino al 2014, fedele e brutale servitore del sistema CFA.


LA LOTTA DI FARIDA NABOUREMA PER LA LIBERTÀ FINANZIARIA DEL TOGO

Nel dicembre 1962 il primo leader postcoloniale del Togo, Sylvanus Olympio, cercò formalmente di creare una Banca centrale del Togo e un franco togolese, ma la mattina del 13 gennaio 1963, giorni prima che stesse per cementare questa transizione, fu ucciso da soldati togolesi che avevano ricevuto l'addestramento in Francia. Gnassingbé Eyadéma fu uno dei soldati che commise il crimine. In seguito prese il potere e diventò il dittatore del Togo con il pieno sostegno francese, governando per più di cinque decenni e promuovendo il franco CFA fino alla sua morte nel 2005. Suo figlio governa ancora oggi. L'omicidio di Olympio non è mai stato risolto.

La famiglia di Farida Nabourema è da sempre coinvolta nella lotta per i diritti umani in Togo. Suo padre era un leader dell'opposizione e scontò del tempo in prigione come prigioniero politico perché si oppose ai francesi durante il periodo coloniale. Oggi lei è una figura di spicco nel movimento democratico del Paese.

Farida aveva 15 anni quando venne a sapere che la storia della dittatura del Togo era intrecciata con il franco CFA. Nei primi anni 2000 aveva iniziato a fare domande a suo padre riguardo la storia del suo Paese: “Perché il nostro primo presidente è stato assassinato solo pochi anni dopo aver ottenuto l'indipendenza?”.

La risposta: perché si opponeva al franco CFA.

Nel 1962 Olympio iniziò il movimento verso l'indipendenza finanziaria dalla Francia. Il parlamento votò a favore dell'inizio di tale transizione, della creazione di un franco togolese e del mantenimento delle proprie riserve nella propria banca centrale. Farida rimase scioccata nell'apprendere che Olympio venne assassinato solo due giorni prima che il Togo avrebbe abbandonato l'accordo CFA. Come ha affermato lei stessa: “La sua decisione di cercare la libertà monetaria è stata vista come un affronto all'egemonia nell'Africa francofona. Avevano paura che altri seguissero il suo esempio”.

Oggi, dice, per molti attivisti togolesi il CFA è la ragione principale per cercare libertà: “È ciò che anima molti nel movimento di opposizione”.

I motivi sono chiari: la Francia conserva più della metà delle riserve del Togo nelle sue banche, dove il popolo togolese non ha alcun controllo su come vengono spese tali riserve. Spesso queste ultime, guadagnate dai togolesi, vengono utilizzate per acquistare debito francese e quindi finanziare attività del popolo francese. Infatti suddette riserve vengono spesso prestate all'ex-padrone coloniale con un rendimento reale negativo. I togolesi stanno pagando Parigi affinché usi i loro soldi e nel frattempo finanziano il tenore di vita del popolo francese.

Nel 1994 la svalutazione che sottrasse i risparmi alla famiglia di Fode Diop in Senegal colpì duramente anche il Togo, provocando un enorme aumento del debito pubblico, una riduzione dei finanziamenti pubblici alle infrastrutture locali e un aumento della povertà.

“Ricordate”, dice Farida, “il nostro governo è costretto a detenere le nostre riserve nella banca francese piuttosto che a spenderle in patria, quindi quando arriva uno shock, dobbiamo svalutarci per garantire che una quantità adeguata di denaro finisca nelle mani parigine”.

Questo crea un clima nazionale di dipendenza, in cui i togolesi sono costretti obtorto collo a spedire merci grezze e finite senza mai trovare una via d'uscita.

Farida sottolinea che circa 10 anni fa il movimento anti-CFA ha iniziato a guadagnare maggiore trazione. Grazie ai telefoni cellulari e ai social media, le persone sono state in grado di riunirsi e organizzarsi in modo decentralizzato. Prima c'erano solo ivoriani e togolesi a lottare separatamente, ma ora c'è uno sforzo regionale tra tutti gli attivisti.

Per decenni c'è stata l'idea di una valuta "Eco", per tutte le nazioni della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS), comprese le potenze economiche regionali Nigeria e Ghana. Farida ha detto che i francesi hanno cercato di sabotare questo piano, vedendolo come un modo per espandere il proprio impero finanziario. Nel 2013 l'allora presidente François Hollande formò una commissione che poi pubblicò un documento per il futuro francese in Africa; in esso si affermava che era imperativo coinvolgere Paesi anglofoni come il Ghana.

L'amministrazione di Emmanuel Macron sta ora cercando di rinominare il franco CFA in Eco, in un continuo processo di "africanizzazione" del sistema finanziario coloniale francese. La Nigeria e il Ghana si sono ritirati dal progetto, una volta capito che i francesi avrebbero continuato ad avere il controllo. Nulla è ancora formalmente accaduto, ma i Paesi attualmente gestiti dalla banca centrale BCEAO sono sulla buona strada per passare a questa valuta "ecologica" entro il 2027. I francesi avranno ancora capacità decisionale e non ci sono piani formali per adeguare la banca centrale delle nazioni CFA centrafricane o delle Comore.

“È il culmine dell'ipocrisia per i leader francesi come Macron andare a Davos e dire che hanno chiuso con il colonialismo”, dice Farida, “mentre in realtà stanno cercando di espanderlo”.

Originariamente il franco CFA era stato creato sulla base della riforma monetaria utilizzata dagli occupanti nazisti in Francia. Durante la seconda guerra mondiale, la Germania creò una valuta nazionale per le colonie francesi in modo da poter facilmente controllare le importazioni e le esportazioni. Quando la guerra finì e i francesi riconquistarono la libertà, decisero di utilizzare lo stesso identico modello per le loro colonie. Quindi, evidenzia Farida, la creazione e la continuazione del franco CFA è di stampo nazista.

Il sistema è tanto geniale quanto malvagio, in quanto i francesi sono stati in grado, nel tempo, di stampare denaro per acquistare beni vitali dalle loro ex-colonie, ma quei Paesi africani hanno dovuto lavorare per guadagnare riserve.

“Non è giusto, non è indipendenza”, dice Farida. “È sfruttamento, puro e semplice”.

La Francia afferma che il sistema è buono perché fornisce stabilità, bassa inflazione e convertibilità per il popolo togolese. Ma la convertibilità finisce per facilitare la fuga di capitali – oggi è facile per le imprese fuggire dal CFA e parcheggiare i propri profitti in euro – mentre intrappola i togolesi in un regime di signoraggio coatto. Ogni volta che il CFA viene convertito – e deve esserlo, poiché non può essere utilizzato al di fuori della zona economica di riferimento – i francesi e la BCE si prendono la loro fetta.

Sì, dice Farida, l'inflazione è bassa in Togo rispetto alle nazioni indipendenti, ma molti dei loro guadagni andranno a combattere l'inflazione invece di sostenere la crescita delle infrastrutture e dell'industria in patria. La crescita del Ghana, che ha una politica monetaria indipendente e un'inflazione più elevata rispetto alle nazioni CFA, è di gran lunga superiore rispetto a quella del Togo: assistenza sanitaria, crescita della classe media, disoccupazione sono, tra gli altri fattori, quelli che esprimono meglio la superiorità negli standard di vita ghanesi rispetto a quelli togolesi. Infatti nessuna nazione CFA è tra i 10 Paesi più ricchi dell'Africa, invece la metà si trova tra gli ultimi 10 più poveri.

Farida dice che il colonialismo francese va oltre il denaro, colpisce anche l'istruzione e la cultura. Ad esempio, la Banca mondiale dona $130 milioni all'anno per aiutare i Paesi francofoni a pagare i libri per le scuole pubbliche. Farida afferma che il 90% di questi libri è stampato in Francia: il denaro va direttamente dalla Banca Mondiale a Parigi, non al Togo o a qualsiasi altra nazione africana. I libri sono strumenti per il lavaggio del cervello, sottolinea Farida: si concentrano sulla gloria della cultura francese e parlano male delle conquiste di altre nazioni, siano esse americane, asiatiche o africane.

Quando era ancora al liceo Farida chiese al padre: “Le persone usano altre lingue oltre al francese in Europa?” Non potè far altro che rispondere con un sorriso. Lei aveva appreso solo la storia francese, i nomi degli inventori francesi e quelli dei filosofi francesi. È cresciuta pensando che le uniche persone intelligenti fossero i francesi; non aveva mai letto un libro americano o britannico prima di viaggiare all'estero.

In generale, dice Farida, l'Africa francese consuma l'80% dei libri stampati dai francesi stessi. Il presidente Macron vuole espandere questo dominio e ha promesso di spendere centinaia di milioni di euro per promuovere il francese in Africa, dichiarando inoltre che potrebbe diventare la “prima lingua” del continente e definendola una “lingua della libertà”. Date le tendenze attuali, entro il 2050 l'85% di tutti i francofoni potrebbe vivere in Africa e la lingua è un pilastro a sostegno della sopravvivenza del franco CFA.

La politica è un altro di questi pilastri. Una parte importante del sistema CFA è il sostegno francese alla dittatura. Con l'eccezione del Senegal, nessun Paese del blocco CFA ha mai avuto una democratizzazione significativa, ogni singolo tiranno di successo nell'Africa francofona, dice Farida, ha avuto il pieno sostegno dello stato francese. Ogni volta che c'è un colpo di stato contro la democrazia, i francesi sostengono i golpisti fintanto che sono amichevoli con il regime CFA. Invece nel momento in cui qualcuno ha tendenze antifrancesi, saltano fuori sanzioni, minacce, o persino omicidi.

Farida cita poi l'esempio del Ciad e del Mali: entrambi i Paesi sono minacciati dal terrorismo e dalla ribellione. In Ciad il defunto dittatore militare Idriss Deby è stato sostenuto dalla Francia per tre decenni fino alla sua morte. Secondo la costituzione ciadiana, il capo del parlamento è il prossimo in fila per essere il presidente, invece i militari hanno insediato il figlio di Deby, un generale dell'esercito. Il governo francese ha applaudito questa transizione illegale e il presidente Macron ha persino visitato il Ciad due mesi dopo per celebrare questa farsa. In un discorso di tributo, ha definito Deby un “amico” e un “soldato coraggioso”, aggiungendo anche: “La Francia non permetterà a nessuno di mettere in discussione o minacciare, oggi o domani, la stabilità e l'integrità del Ciad”. Il figlio, ovviamente, promuoverà il franco CFA.

Il Mali, continua Farida, ha avuto un colpo di stato un mese dopo quello in Ciad. La giunta e la popolazione non erano così amichevoli con Parigi e hanno cercato nella Russia un nuovo partner per ostacolare il terrorismo. Così il governo francese ha definito il golpe “inaccettabile”, minacciato di ritirare le truppe dal Mali in modo da “lasciar imperversare i terroristi” e ha imposto sanzioni. Il Mali è stato punito dalla Francia per aver fatto la stessa cosa che ha fatto il Ciad. C'è dispotismo e corruzione da entrambe le parti, l'unica differenza è che il Mali voleva allontanarsi dal controllo monetario francese mentre il Ciad continua a collaborare.

“Quando sei un dittatore, finché lavori per la Francia, troveranno scuse per aiutarti a rimanere al potere”, ha detto Farida.


LA MISSIONE DI FODE DIOP: PORTARE BITCOIN IN SENEGAL

È stato solo quando Fodé Diop ha avuto l'opportunità di recarsi negli Stati Uniti che ha potuto iniziare a guardare il suo Paese, il Senegal, dall'esterno.

All'inizio la svalutazione del franco CFA nel 1994 aveva messo a repentaglio il suo futuro accademico. Ebbe l'opportunità di andare a studiare e giocare a basket in un'università del Kansas, ma i risparmi della sua famiglia erano stati distrutti. Più fortunata della maggior parte delle persone intorno a lui, la sua famiglia aveva un'altra opzione: suo padre aveva i diritti sui libri per i materiali didattici che aveva scritto e poteva usarli per prendere in prestito ciò che era necessario per mandare Fodé a scuola.

Un giorno, pochi anni dopo essersi laureato al college, mentre viveva negli Stati Uniti e lavorava a un nuovo sito di video on demand con suo fratello, Fodé s'imbattè in un video su YouTube del dottor Cheikh Anta Diop, uno scienziato e storico senegalese, in cui parlava di come il denaro e la lingua fossero strumenti per controllare le menti e i mezzi di sussistenza delle persone.

Fodé aveva già sentito parlare del dottor Diop – la più grande università del Senegal era stata intitolata a lui – ma non aveva ancora ascoltato la sua critica al sistema CFA. Quel video colpì nel profondo Fodé, un po' come nel film Matrix, uno dei suoi film preferiti, quando Neo prende la pillola rossa da Morpheus e si sveglia nel mondo reale.

“Quella è stata la prima volta nella mia vita che ho iniziato a pensare con la mia testa”, dice Fodé. “La prima volta che ho capito che la valuta del mio Paese era un meccanismo di controllo”.

È più di un semplice controllo sulla valuta, poiché i francesi stampano e controllano il denaro attraverso i conti operativi di ciascun Paese, dispongono di dati.

“Sanno cosa sta andando dove, hanno informazioni su tutti i Paesi; hanno un vantaggio su di essi. Sanno chi è corrotto, chi sta comprando proprietà in Francia, cosa è disponibile. Hanno il diritto di prelazione sui prezzi preferenziali d'importazione ed esportazione; hanno un dominio totale”, dice Fodé.

In seguito a quell'evento rivelatore riflettè sulla svalutazione del 1994. All'epoca aveva solo 18 anni, quindi non capiva cosa fosse successo, a parte il fatto che le finanze della famiglia navigavano in brutte acque.

“È come se ti avessero messo un sacco in testa in modo che tu non vedessi la realtà”, ha detto.

Ma in retrospettiva, c'è stato un grande dibattito pubblico al riguardo. Le persone si resero conto che quando andavano a convertire i loro soldi in franchi francesi, avrebbero ottenuto solo la metà, anche se lavoravano come prima. La Francia, dice Fodé, voleva rendere le esportazioni più economiche in modo che i Paesi africani potessero produrre in modo più competitivo, ma secondo lui la verità è un'altra: quella svalutazione permise alla Francia di schioccare la frusta e acquistare merci a prezzi stracciati.

Fodé avrebbe sperimentati altri due momenti da "pillola rossa". Il primo nel 2007, quando lavorava a Las Vegas. Stava guardando un video di Steve Jobs, il quale aveva appena annunciato l'iPhone al mondo, e ne rimase sbalordito: un telefono cellulare che aveva un browser touch-screen nativo. La stessa cosa che era sui computer, ora era anche su un telefono. Sapeva che ciò avrebbe cambiato il mondo. Il suo pensiero successivo: come possiamo ottenere pagamenti nativi nelle app per iPhone, in modo che le persone senza conti bancari e carte di credito possano finalmente accedervi?

Il secondo nel 2010. Viveva a Los Angeles quando lesse per la prima volta il white paper di Satoshi Nakamoto. Dal quel momento Fodé ha pensato: abbiamo un'arma per combattere l'oppressione e il colonialismo. Soldi del popolo, non controllati dagli stati. “Questo”, dice, “è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno”.

Anni prima Fodé aveva letto Out Of Control di Kevin Kelly e uno dei capitoli riguardava le valute elettroniche. Sapeva che alla fine tutto il denaro sarebbe diventato digitale, parte di una grande rivoluzione elettronica mondiale, ma non aveva mai riflettuto a fondo sul potere di trasformazione che il denaro digitale poteva avere, fino a Bitcoin.

“Cos'è il denaro? Da dove proviene? Facendomi porre queste domande, Bitcoin mi ha istruito”, ha detto. “Prima di allora erano argomenti che non avevo mai messo in discussione”.

Forse, pensava, un giorno la Francia non avrebbe più avuto il diritto o la capacità di stampare e controllare il denaro del popolo senegalese.

Fodé e il suo compagno di stanza a Las Vegas sarebbero rimasti alzati fino a tardi negli anni a venire, pensando a ciò che Bitcoin avrebbe potuto rendere possibile per i pagamenti, i risparmi e tutte le attività economiche. Ha appreso cosa succede quando si striscia la propria carta di credito, che tipo d'informazioni vengono cedute e cosa fanno le terze parti di fiducia con quelle informazioni.

Pensava che il matrimonio tra smartphone e Bitcoin sarebbe stato un incredibile strumento di emancipazione per la gente comune. Fodé tornava spesso in Senegal e ogni volta portava con sé un mucchio di telefoni da regalare.

Negli anni successivi ha lavorato in diverse startup, tutte nel settore informatico. Nel 2017 lasciò Las Vegas e andò a San Francisco; si unì a un bootcamp di programmazione e decise di diventare un ingegnere informatico. Inizialmente era molto coinvolto dalle criptovalute nel suo insieme, ma alla fine si "disinnamorò" di Ethereum, proprio nel periodo in cui iniziò a frequentare i seminari socratici di San Francisco con il fondatore di River, Alex Leishman. Incontrò molti degli sviluppatori principali di Bitcoin.

Nel 2019 vinse un hackathon sui trasporti, emettendo una fattura su Lightning Network che avrebbe sbloccato una Tesla. Questo gli diede una grande spinta alla fiducia che avrebbe potuto aiutare a cambiare il mondo. Decise di tornare a casa in Senegal per diffondere l'istruzione su Bitcoin. Durante il viaggio ricevette una borsa di studio per una conferenza a Berlino dal CEO di Lightning Labs, Elizabeth Stark. Lì incontrò Richard Myers di GoTenna e lo sviluppatore Will Clark, i quali stavano pensando a come combattere la censura di Internet con le reti mesh. Dato che in Senegal la telecom francese controlla tutte le reti telefoniche; fodé pensava che forse si sarebbe potuto trovare un modo per aggirare il controllo francese sulle comunicazioni e la capacità di "spegnere Internet".

I gateway di telecomunicazioni del Senegal sono controllati dalla Francia e possono essere chiusi in caso di proteste contro il leader del Paese, i quali rimangono al potere fintanto che sostengono il sistema CFA. Ma è possibile trovare endpoint, ha affermato Fodé, attraverso altri fornitori: altre reti telefoniche nazionali, o anche connessioni satellitari. Fodé ha creato una box che avrebbe captato questi altri segnali e i telefoni cellulari vi avrebbero fatto parte, consentendo agli utenti di restare online anche quando i francesi avrebbero disattivato Internet. Per incentivare le persone a usare tali box, esse vengono pagate in Bitcoin. Questo è ciò su cui Fodé sta lavorando oggi.

“È molto rischioso”, dice Fodé, “poiché si può incappare in multe o finire in carcere, ma con incentivi monetari, le persone sono disposte a rischiare”.

La prossima volta che la telecom francese spegnerà Internet per proteggere il suo alleato al comando, la gente avrà un nuovo modo per comunicare che il regime non può fermare.

“Abbiamo bisogno di pagamenti istantanei ed economici. Non possiamo effettuare pagamenti Bitcoin on-chain, le commissioni sono troppo costose. Dobbiamo usare Lightning Network, non c'è altra opzione. E funziona”.

Ciò suona particolarmente vero nel settore delle rimesse, che, secondo la Banca mondiale, sono una delle principali fonti di PIL per molte nazioni CFA. Ad esempio: il 14,5% del PIL delle Comore si basa sulle rimesse. Per il Senegal è del 10,7%; Guinea-Bissau, 9,8%; Togo, 8,4%; Mali, 6%. Dato che il costo medio per l'invio di una rimessa da $200 nell'Africa sub-sahariana è dell'8%, e che il costo medio per una da $500 è del 9%, e dato che i servizi di rimessa basati su Bitcoin come Strike possono ridurre le commissioni ben al di sotto dell'1%, le nazioni CFA potrebbero risparmiare dallo 0,5% all'1% del loro PIL se adottassero Bitcoin. Ogni anno circa $700 miliardi vengono inviati in patria dai rimittenti di tutto il mondo. Si potrebbero risparmiare tra i $30 e i $40 miliardi, all'incirca la stessa cifra che gli Stati Uniti spendono ogni anno in aiuti esteri.

Fodé capisce perché le persone in Occidente potrebbero essere scettiche su Bitcoin. “Se hai Venmo e Cash App, potreste non capire perché è importante. Avete tutte le comodità di un moderno sistema monetario. Ma quando vivete in Senegal, oltre il 70% della nostra gente non ha mai messo piede in una banca. La mamma non ha mai avuto una carta di credito o una carta di debito”.

Il matrimonio tra smartphone e Bitcoin libererà le persone e cambierà la società. Fodé cita The Mobile Wave, il libro che il CEO di MicroStrategy, Michael Saylor, ha scritto sulla rivoluzione dei palmari. Quando Fodé ha toccato per la prima volta un iPhone, sapeva che era quello che stava aspettando. In pochi anni ha visto l'iPhone, la Grande Crisi Finanziaria, il rilascio di Bitcoin da parte di Satotshi e la sua transizione per diventare cittadino americano.

“Quando torno a casa, vedo come le persone vengono depotenziate. Ma nello stesso modo in cui abbiamo scavalcato le linee fisse e siamo passati direttamente ai telefoni cellulari, scavalcheremo le banche e andremo direttamente a Bitcoin”.

Un altro effetto che sta vedendo in Senegal è che quando le persone sono esposte a Bitcoin, iniziano a risparmiare.

“Oggi, in patria, sto pensando a come aiutare le persone a risparmiare denaro. Nessuno riesce a risparmiare niente qui. Si spende solamente ogni franco CFA che si riesce a guadagnare”.

Fodé si sentirà "per sempre grato" per il BTC che Leishman gli diede, poiché l'ha poi regalato a persone in Senegal, coloro che sono venuti agli eventi o che hanno posto buone domande. Le persone hanno visto il proprio valore crescere nel tempo.

Ha accolto quello che è successo a El Salvador con grande entusiasmo. Si trovava in una sala conferenze a Miami quando ha ascoltato il fondatore di Strike, Jack Mallers, annunciare che un Paese aveva reso Bitcoin a corso legale. Si commosse.

“Ciò che era iniziato come una riserva di valore, ora si sta evolvendo in un mezzo di scambio”, ha affermato.

El Salvador ha alcune somiglianze con i Paesi della zona CFA: è una nazione povera, le attività economiche si basano su una valuta estera, è dipendente dalle importazioni, ha una base di esportazione più debole. La sua politica monetaria è controllata da un potere esterno e il 70% del Paese non ha banche, senza contare che il 22% del PIL della nazione dipende dalle rimesse.

“Se è una buona opzione per loro”, pensa Fodé, “forse lo è anche per noi”.

Ma sa che ci sono grossi ostacoli lungo questa via.

Uno è la lingua francese. Non ci sono molte informazioni in francese su GitHub o nei materiali di documentazione su Bitcoin. Attualmente Fodé sta lavorando alla traduzione in francese di parte di questo materiale, in modo che la comunità degli sviluppatori locali possa essere maggiormente coinvolta.

Potrebbe nascere una comunità di Bitcoin Beach in Senegal? Sì, dice Fodé. Questo è il motivo per cui è tornato indietro e sta organizzando incontri, raccogliendo donazioni, oltre a mettere su una versione di Radio Free Europe basata su Bitcoin e sostenuta dai cittadini.

“Potrebbero imprigionarmi, ma attraverso i meetup sto facendo in modo di non essere un punto singolo di fallimento”.

Pensa che sarà difficile diffondere l'adozione di Bitcoin in Senegal, a causa dell'influenza francese.

“Non ci riusciremo senza combattere”, ha detto.

Come ha affermato Ndongo Samba Sylla: “Oggi la Francia affronta un declino economico in una regione che a lungo ha considerato la sua riserva privata. Anche di fronte all'ascesa di altre potenze come la Cina, la Francia non ha intenzione di rinunciare al suo dominio: combatterà fino all'ultimo”.

Ma forse, invece di una rivoluzione violenta, potrebbe essercee una graduale e pacifica che nel tempo scaccerà il colonialismo.

“Non un interruttore di spegnimento improvviso, ma un sistema parallelo, in cui le persone possono scegliere liberamente”, ha detto Fodé, “nessuna coercizione”.

Per quanto riguarda invece quelle persone che pensano che dovremmo chiedere allo stato di proteggere i nostri diritti?

“Non sanno che le democrazie come la Francia hanno questo lato negativo”, dice Fodé, “non ci regaleranno la libertà. Invece dovremmo seguire le orme dei cypherpunk e impadronirci delle nostre libertà con il codice informatico open-source”.

Alla domanda sulle possibilità di Bitcoin di sostituire le banche centrali, Fodé ha affermato che l'idea “può sembrare folle agli occhi degli americani, ma per i senegalesi o i togolesi le banche centrali sono un parassita della società. Dobbiamo reagire”.

Fodé considera Bitcoin un qualcosa “che ti cambia la vita”.

“Mai prima d'ora abbiamo avuto un sistema in cui il denaro potesse essere coniato in modo decentralizzato. Oggi ce l'abbiamo ed è una soluzione per chi ne ha più bisogno. Per la prima volta, abbiamo uno strumento potente per respingere l'oppressione. Potrebbe non essere perfetto, ma dobbiamo usare tutti quegli strumenti utili per combattere. Non aspettate che qualcuno venga ad aiutarvi”.


LA SEPARAZIONE TRA DENARO E STATO

Nel 1980 l'economista camerunese Joseph Tchundjang Pouemi scrisse il libro, Monnaie, servitude et liberté: La répression monétaire de l'Afrique. La tesi: la dipendenza monetaria è il fondamento di tutte le altre forme di dipendenza. Le parole finali del libro suonano particolarmente forti ancora oggi: “Il destino dell'Africa sarà forgiato attraverso il denaro, o non sarà forgiato affatto”.

Il denaro e la valuta sono sepolti sotto la superficie nel movimento globale per i diritti umani. Sono temi che raramente vengono fuori alle conferenze sui diritti umani e ancor più raramente vengono discussi tra gli attivisti, ma chiedetelo a un sostenitore della democrazia in un regime autoritario e racconteranno storie incredibili e tragiche. Demonetizzazione in Eritrea e Corea del Nord, iperinflazione in Zimbabwe e Venezuela, sorveglianza statale totale in Cina e Hong Kong, pagamenti congelati in Bielorussia e Nigeria e firewall economici in Iran e Palestina. E ora colonialismo monetario in Togo e Senegal. Senza libertà finanziaria, i movimenti e le ONG non possono sostenersi. Se i loro conti bancari vengono chiusi, le banconote demonetizzate o i fondi svalutati, il loro potere è limitato e la tirannia continua.

La repressione monetaria continua ad essere nascosta e non se ne parla nei circoli edotti. La realtà oggi per i 182 milioni di persone che vivono nelle nazioni CFA è che mentre possono essere politicamente indipendenti di nome, le loro economie e il loro denaro sono ancora sotto il dominio coloniale; e le potenze straniere continuano ad abusare e prolungare tale relazione per spremere e sfruttare tanto valore quanto possibile dalle loro società e posizioni geografiche.

Negli ultimi anni i cittadini della zona CFA sono sempre più in aumento. Lo slogan “France Dégage!” è diventato un grido di battaglia, ma i critici più rumorosi del sistema, Pigeaud e Sylla tra loro, non sembrano offrire un'alternativa praticabile. Respingono lo status quo e la schiavitù dell'FMI, solo per suggerire una valuta regionale, controllata da leader locali, o un sistema in cui ogni nazione CFA crea e gestisce la propria valuta. Solo perché il Senegal o il Togo ottengono l'indipendenza monetaria dalla Francia, ciò non garantisce che funzioneranno bene o che i leader del Paese non abusino delle nuove condizioni monetarie.

C'è ancora la minaccia di un malgoverno dittatoriale interno, o di una nuova cattura del potere da parte di potenze straniere russe o cinesi. È chiaro che le persone hanno bisogno di una forma di denaro che rompa questo circolo vizioso, che possa controllare e che non possa essere manipolato da governi di alcun genere. Proprio come c'è stata una separazione storica tra chiesa e stato che ha aperto la strada a una società umana più prospera e libera, è in corso una separazione tra denaro e stato.

I cittadini delle nazioni CFA potrebbero, nel tempo, con un crescente accesso a Internet, rendere popolare Bitcoin al punto che gli stati sarebbero costretti ad adottarlo de facto, com'è successo nei Paesi dell'America Latina come l'Ecuador con la "dolarización popular"? La storia resta da scrivere, ma una cosa è certa: la Banca Mondiale e l'FMI resisteranno a qualsiasi tendenza in questa direzione. Si sono già scagliati contro El Salvador.

L'attore Hill Harper è stato citato dal New York Times in merito al suo attivismo per Bitcoin nella comunità afroamericana: “Non possono colonizzare Bitcoin”.

Farida Nabourema è d'accordo: “Bitcoin”, ha detto, “è la prima forma assoluta di denaro a tutti gli effetti decentralizzato e accessibile a chiunque nel mondo, indipendentemente dal colore della pelle, dall'ideologia, dalla nazionalità, dalla quantità di ricchezza, o dal passato coloniale”.

È una valuta del popolo e fa anche un ulteriore passo avanti: “Forse”, ha detto, “dovremmo definire Bitcoin la valuta della decolonizzazione”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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