Visualizzazione post con etichetta David Gordon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta David Gordon. Mostra tutti i post

martedì 27 febbraio 2018

L'euro potrebbe distruggere l'Europa

La demenza di personaggi come Stiglitz è tale da considerare una realtà l'esistenza di una conoscenza perfetta e di un'informazione corretta. Questo significherebbe un mondo senza rischi, e allora a chi servirebbero più gli imprenditori? Ma se le cose stessero così, chi produrrebbe le cose e come? Infatti secondo i sostenitori della concorrenza perfetta, l'ennesimo arzigogolo econometrico per permettere ad una manica di imbecilli di manipolare l'economia a proprio piacimento, dovrebbe essere lo stato a cancellare eventuali storture dovute all'ingerenza della realtà nei modelli matematici. Soprattutto qualora un produttore tentasse di ricoprire il ruolo di monopolista in un settore specifico dell'economia. Ovviamente queste sono tutte frottole spacciate dai venditori di fumo amanti dei modelli econometrici, poiché incapaci di ragionare secondo logica: gli imprenditori si cimentano in determinate attività per staccare un profitto, e possono farlo solo attraendo in modo persuasivo i clienti. Come? Fornendo prezzi "adeguati". Come? Ponderando costi e prodotti concorrenti. Chiunque non tiene conto di questi parametri finirà con l'accumulare perdite... a meno che non venga salvato da enti centrali terzi, ovviamente. Contrariamente a quanto esposto dal modello della concorrenza perfetta, ciò che fa emergere un ambiente competitivo non è un gran numero di concorrenti, ma un grande varietà di prodotti. Più sarà ampio questo ventaglio di prodotti, più sarà genuina la concorrenza e più resteranno soddisfatti i consumatori. Ciò che non riescono a capire la maggior parte dei commentatori economici e tanti premi Nobel per l'economia, è che ogni produttore ha un monopolio sul proprio prodotto. Pensate, ad esempio, alla Coca Cola, a Burger King, alla Casio, ecc. Ciò che fa emergere un ampio ventaglio di prodotti è la differenza di idee e talenti dei vari imprenditori, ed essa si riflette nel prodotto offerto. L'intera questione di un "monopolio dannoso" non ha rilevanza alcuna in un libero mercato, proprio perché non esisteranno mai due prodotti uguali. È l'intervento dello stato che promuove un'omogeneità dei prodotti. Un "monopolista dannoso" può emergere solo quando lo stato, mediante licenze, limita il numero di fornitori in un particolare settore. Imponendo restrizioni e limitando così la varietà di beni e servizi offerti ai consumatori, è lo stato che riduce le scelte dei consumatori, riducendo in tal modo il loro standard di vita.
___________________________________________________________________________________


di David Gordon


Secondo Joseph Stiglitz l'euro soffre di un difetto fatale: è la valuta di 19 Paesi europei e in quanto tale blocca gli sforzi delle nazioni che hanno bisogno di svalutare le loro valute. Più in generale, i tentativi di limitare il controllo statale dell'economia risvegliano l'ira di questo implacabile nemico del mercato.

Come spiega: "Quando due Paesi (o 19 di loro) si uniscono in un'unione con una moneta unica, ciascuno cede il proprio tasso d'interesse. Poiché utilizzano la stessa valuta, non vi è alcun tasso di cambio che possa essere aggiustato e quindi rendere più economici e più attraenti i loro beni. Poiché l'adeguamento dei tassi d'interesse e dei tassi di cambio è uno dei modi più importanti con cui le economie si adeguano per mantenere la piena occupazione, la creazione dell'euro ha tolto due degli strumenti più importanti per garantirla".

Questa limitazione alla politica del governo è più di una possibilità teorica. La Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), influenzata dai banchieri tedeschi, insiste sul ripristino del denaro "sonante", con grande dispiacere della Grecia e di altri Paesi che hanno bisogno di stimoli economici. A peggiorare le cose, la Troika chiede che questi Paesi aumentino le tasse e taglino i servizi pubblici al fine di ridurre i loro enormi debiti. Se queste richieste venissero rifiutate, la Troika minaccerebbe di interrompere ulteriori prestiti ai governi malati.

Se l'euro non piace a Stiglitz, il gold standard è ancora peggio: "La depressione americana alla fine del XIX secolo era legata al gold standard [...] senza grandi scoperte di nuovo oro, la sua scarsità stava portando al calo dei prezzi dei beni ordinari — ciò che oggi chiamiamo deflazione. [...] E questo stava impoverendo i contadini americani, che avevano difficoltà a ripagare i loro debiti. [...] Il gold standard ha giocato un grande ruolo nel peggioramento e nel prolungamento della Grande Depressione."

Stiglitz non sa che molti dei più forti difensori del gold standard, ad esempio Jacques Rueff, hanno condannato fermamente il gold exchange standard prevalso negli anni '20. Ma concentriamoci sul problema più importante: perché Stiglitz pensa che le persone non possano adattarsi al calo dei prezzi? Perché lo stato deve controllare l'offerta di moneta e, più in generale, regolare il libero mercato?

Qui arriviamo alla chiave del pensiero di Stiglitz. È un premio Nobel, secondo molti dei più importanti teorici economici della sua generazione, e afferma di aver dimostrato che un libero mercato non regolamentato finisce inevitabilmente col fallire. "Esiste una teoria astratta (chiamata teoria dell'equilibrio concorrenziale Arrow-Debreu) ​​che spiega quando un sistema di mercati competitivi senza regole potrebbe funzionare e portare all'efficienza complessiva, ovvero, in presenza di mercati e informazioni che siano molto più perfetti di quelli che esistono ovunque sul questa Terra. [...] Le circostanze in cui [Arrow e Debreu] hanno identificato dove i mercati non hanno portato all'efficienza, sono stati definiti fallimenti del mercato. Successivamente Greenwald e Stiglitz hanno dimostrato che ogni volta che le informazioni erano imperfette e i mercati incompleti — essenzialmente sempre — i mercati non erano efficienti".

La critica di Stiglitz al mercato si basa su una falsa ipotesi. La teoria generale dell'equilibrio descrive una situazione artificiale irrilevante per il funzionamento effettivo del mercato. (Le condizioni assomigliano a quelle che gli economisti Austriaci chiamano economia a rotazione uniforme [ERE]). In un libero mercato, il desiderio di guadagnare un profitto induce i produttori a soddisfare le richieste dei consumatori. Comprendiamo come funziona questo processo attraverso il semplice buon senso. Come spiega Mises: "Questo stato di equilibrio è una costruzione puramente immaginaria. In un mondo che cambia, non può mai realizzarsi. Differisce dallo stato di cose odierno e da qualsiasi altro stato di cose realizzabile [...] è stato un grave errore credere che lo stato di equilibrio potesse essere calcolato, mediante operazioni matematiche, sulla base della conoscenza di condizioni in un stato di non equilibrio. Non era meno errato credere che una tale conoscenza delle condizioni in un ipotetico stato di equilibrio potesse essere di qualche utilità per l'uomo che agisce nella sua ricerca della migliore soluzione possibile ai problemi che si trova ad affrontare nelle attività quotidiane".

Stiglitz avrebbe senza dubbio risposto con una risata. Per lui i modelli matematici prevalgono sul senso comune. Come osserva altrove: "I teoremi standard alla base della presunzione che i mercati siano efficienti, non sono più validi una volta che prendiamo in considerazione il fatto che le informazioni sono costose e imperfette. Per alcuni questo ha suggerito un passaggio all'approccio Austriaco, sviluppato con maggiore forza negli anni '40 e successivamente da Friedrich Hayek e dai suoi seguaci. Non hanno tentato di 'difendere' i mercati con l'uso di teoremi. Invece hanno inteso i mercati come istituzioni che si sono evolute per risolvere i problemi dell'informazione. Secondo Hayek, l'economia neoclassica si è messa nei guai presumendo un'informazione perfetta. Un approccio molto migliore, ha scritto Hayek, è quello di analizzare il mondo che abbiamo, quello in cui ognuno ha solo poche informazioni. [...] La nuova economia dell'informazione conferma la tesi di Hayek secondo cui la pianificazione centrale è fallimentare, poiché richiede un accumulo impossibile di informazioni. Hayek ha ragione sul fatto che la virtù dei mercati è che utilizzano le informazioni disperse detenute da diversi attori di mercato. Ma l'economia dell'informazione non concorda con l'affermazione di Hayek secondo cui i mercati agiscono in modo efficiente. Il fatto che i mercati con informazioni imperfette non funzionino perfettamente, fornisce una motivazione per le potenziali azioni dello stato". Stiglitz crede che il libero mercato sia difettoso perché non è all'altezza dello standard artificiale della cosiddetta "efficienza" dell'equilibrio generale. Quando c'è di mezzo il libero mercato, Stiglitz è un giudice parziale.

Stiglitz ricorre ad un'altra tesi per schierarsi contro il libero mercato, una che non si basa sullo standard dell'equilibrio competitivo. Keynes disse che un mercato libero deve essere sostenuto dalla spesa pubblica affinché possa mantenere la piena occupazione. "Un'economia che sta affrontando una crisi economica ha tre meccanismi principali per ripristinare la piena occupazione; abbassare i tassi d'interesse per stimolare consumi e investimenti; tassi di cambio più bassi per stimolare le esportazioni; o usare la politica fiscale — aumentare la spesa o diminuire le tasse. [...] Ho appena descritto la teoria keynesiana standard sulle recessioni economiche." È significativo che qui Stiglitz non richieda un modello matematico che dimostri che le politiche di stimolo keynesiano debbano funzionare. Cosa succede, ad esempio, se le persone non riescono a spendere i soldi che ricevono per stimolare il consumo — nel modo in cui presume la teoria keynesiana?

E se lo stimolo fiscale non dovesse funzionare? Qui Benjamin Anderson e Robert Higgs, tra gli altri, hanno una risposta convincente: l'incertezza su ciò che il governo potrebbe fare porta gli investitori a non avere fiducia. In questo modo lo stimolo keynesiano fallirà. Ciò che invece è necessario, è una politica "business-friendly" da parte dello stato. L'obiezione di Stiglitz a questa linea di ragionamento dovrebbe essere ovvia: nessun modello matematico lo supporta. "Esiste un punto di vista persistente secondo cui la fiducia può essere ripristinata se gli stati riducono i deficit (spesa), e con il ripristino della fiducia gli investimenti e l'economia cresceranno. Nessun modello econometrico standard ha mai confermato queste convinzioni." Stiglitz non sa che esistono prove storiche sostanziali, ad esempio, in un documento di Robert Higgs secondo cui l'incertezza sfornata dalla politica statale inibisce effettivamente gli investimenti.

Per Stiglitz i principali nemici sono i "fondamentalisti di mercato", ma ha opinioni strane su ciò che comporta il supporto per il libero mercato. "La fede nei mercati da parte dei neoliberisti non solo significa che la politica monetaria risulta meno necessaria per mantenere l'economia lungo la strada della piena occupazione; significa anche che i regolamenti finanziari diventano meno necessari per prevenire gli 'eccessi'. Per i conservatori l'ideale era un 'free banking', l'assenza di tutte le regolamentazioni." Ma l'ideale del libero mercato, come descritto da Mises e Rothbard, è molto lontano da un sistema privato di creazione illimitata di denaro fiat. Se gli "eccessi" menzionati da Stiglitz si riferiscono a prestiti speculativi resi possibili dalla riserva frazionaria, le politiche espansionistiche da lui sostenute conducono ad un'instabilità maggiore di quanto il "fondamentalismo di mercato" tolleri. Ci si chiede, inoltre, perché le richieste della Troika, aumentare le tasse per ripagare i grandi debiti, siano considerate espressioni di "fondamentalismo di mercato". Sembrerebbe più naturale considerare queste richieste come un programma statale volto a rimediare ai difetti di uno precedente.

Stiglitz non considera Mises e Rothbard degni di menzione. "Oggi, ad eccezione di una frangia insignificante, la questione non è se ci debba essere un intervento dello stato, ma come e dove dovrebbe agire, tenendo conto delle imperfezioni del mercato." Quasi senza eccezioni propone di interferire con il libero mercato, senza dimostrare poiché esso non funziona. È d'accordo con la regina di Alice nel Paese delle Meraviglie: "Esecuzione prima, verdetto poi."


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 6 febbraio 2014

Ragionamento umano ed economia a priori





di David Gordon


Jason Brennan, coi suoi post su Bleeding Heart Libertarians, ha reso un grande servigio ai sostenitori di un'economia a priori nello stile di Mises e Rothbard, anche se questo non credo fosse esattamente il suo scopo.[1] Infatti fa di tutto per dimostrare che un'economia a priori è insostenibile.

Racconta di una conversazione con qualcuno che definisce "Tizio Austriaco." Brennan ha chiesto al Tizio Austriaco, sostenitore di un'economia a priori, come considererebbe le azioni irrazionali studiate dall'economia comportamentale. (Esempi comprendono il "bias di conferma" e il "framing.") In risposta, il Tizio ha detto che questi sono esempi di comportamento e non di azione: la vera azione è razionale. Brennan commenta giustamente che il Tizio era incappato nella fallacia del Nessun Vero Scozzese. Pretendeva di parlare di azione, così come questa nozione è intesa normalmente. Di fronte ad un controesempio, il Tizio ha spostato l'argomento sull'azione "vera."

Brennan liquida il Tizio Austriaco, ma quest'ultimo ha fatto una falsa dichiarazione sull'economia Austriaca. Mises rifiuta esplicitamente il fatto che gli attori non facciano mai errori nei loro ragionamenti. Quando dice che ogni azione è razionale, intende qualcosa di molto meno controverso: un attore considera alcuni mezzi idonei per raggiungere il fine che desidera; potrebbe sbagliarsi, ma pensa il contrario.

Mises dice: "E' un fatto che la ragione umana non sia infallibile e che l'uomo molto spesso sbaglia nella scelta e nell'applicazione dei mezzi. Un'azione inadatta resta a corto di aspettative. E' contraria allo scopo, ma è razionale, cioè, è il risultato di una deliberazione ragionevole — anche se difettosa — ed un tentativo — anche se un tentativo inconcludente — per raggiungere un obiettivo preciso."[2]

Brennan, se non sbaglio, potrebbe rispondere che non ho capito il suo punto. Ha inteso la risposta del Tizio Austriaco come l'esempio di una tesi generale. Anche se quell'esempio non è adeguato, la tesi generale rimane buona. Se Mises afferma qualcosa sull'azione, tale affermazione può essere intesa in due modi. Se si tratta di una affermazione sulle azioni nel mondo, secondo la nostra normale concezione di azione, allora si tratta di un'affermazione empirica. Possiamo scoprire se l'affermazione è vera solo attraverso l'osservazione. Non possiamo sapere se è vera a priori. In base a tale proposizione possiamo costruire una particolare affermazione veritiera sull'azione, ma in questo caso finiremmo nella fallacia del "Nessun Vero Scozzese." In conclusione non potremmo scoprire la natura del mondo reale, riflettendoci semplicemente sopra.

È così? Brennan non ci ha dato alcun motivo per pensarla in questo modo. Mises non intende parlare di un concetto artificioso di "azione," costruito per rendere veritiere le sue affermazioni. Egli intende parlare delle azioni nel modo in cui siamo soliti interpretarle: possiamo ottenere la conoscenza delle azioni riflettendoci sopra. Abbiamo una conoscenza a priori che si applica al mondo.

Brennan cos'ha da dire contro? Per quanto ne so, niente. Si limita ad affermare la propria posizione contrastante. Mises dice che abbiamo una conoscenza a priori dell'azione; e Brennan risponde di no.

Molti filosofi sarebbero d'accordo con Brennan circa l'a priori. Infatti alcuni filosofi, ad esempio W.V.O. Quine e Michael Devitt, vanno oltre e rifiutano del tutto l'a priori. Ma lo status dell'a priori, tra chi ne accetta l'esistenza, è un argomento controverso ed il punto di vista che ne ha Brennan non è affatto l'unico. Solo per citare alcuni pensatori noti: Tyler Burge, Christopher Peacocke, Laurence Bonjour, Alvin Plantinga e David Chalmers sostengono un punto di vista molto più robusto sulla portata di una conoscenza a priori rispetto a Brennan.

Certo, parlare di questi filosofi non basta per dimostrare che Brennan ha torto, e non intendo difendere un punto di vista personale dell'a priori. Però non è affatto assurdo credere che abbiamo una conoscenza a priori svincolata dalle semplici definizioni dei concetti, ed a sostegno di questa tesi ecco un paio di affermazioni a priori che ci forniscono la conoscenza del mondo reale: (1) Qualcosa esiste; (2) io ora esisto [lo dico io]; (3) io so che 2+2 = 4 [lo dico io ora].

Il mio scopo qui è un pò più limitato. Voglio sottolineare che se Brennan vuole rifiutare il carattere a priori dell'economia, non gli basta negare che una tale conoscenza sia possibile. Deve sostenere che questo punto di vista sia anche adottato; e questo, per quanto ne so, non è accaduto.

Ho detto all'inizio che Brennan ha reso un grande servigio ai sostenitori dell'a priori in economia: ha suggerito un ottimo modo per valutare le affermazioni a priori sull'azione. Se ci sono controesempi a queste affermazioni, e la persona a cui sono rivolti poi risponde finendo nella fallacia del "Nessun Vero Scozzese," si ha una buona ragione per pensare che l'affermazione iniziale è sbagliata. Questo test non è in alcun modo dipendente dall'accettare il punto di vista di Brennan su una conoscenza a priori.

A giudicare da questo test, cosa possiamo dire sull'a priori dell'economia Austriaca? Gli economisti Austriaci rispondono ai controesempi facendo ricorso alla fallacia del "Nessun Vero Scozzese"? Quando gli economisti Austriaci dicono, ad esempio, che due individui non prenderebbero parte ad uno scambio se ognuno di loro non ne trarrebbe beneficio, è questo il caso in cui "scambio" e "beneficio" vengono utilizzati in senso speciale per immunizzare la frase dai controesempi? Non penso. Questi termini vengono utilizzati in modo perfettamente normale, e l'affermazione Austriaca è che la frase sullo scambio è nota per essere vera a priori. Cosa ci dovrebbe essere di sbagliato in questa affermazione Austriaca? Ancora una volta, quando Mises dice: "Non esiste alcuna operazione raziocinante che potrebbe portare dalla valutazione di una determinata quantità o numero di cose alla determinazione del valore di un numero maggiore o minore delle stesse,"[3] non sta avanzando né un'affermazione empirica né usa le parole in un qualche senso speciale. Sta affermando una verità a priori sulla valutazione, un processo del mondo reale.

Brennan non ci ha dato motivo di pensare che gli economisti Austriaci finiscano nella fallacia del "Nessun Vero Scozzese." Men che meno ha giustificato la tesi che il perseguimento di una conoscenza a priori del mondo reale sia una ricerca inutile.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


___________________________________________________________________________________

Note

[1] Il più importante di questi articoli è qui: http://bleedingheartlibertarians.com/2013/10/extreme-austrian-apriorism-as-the-no-true-scotsman-fallacy/

[2] Azione Umana (Auburn, Ala.: Mises Institute, 1998), p. 20. Molti economisti neoclassici hanno criteri più rigidi rispetto a Mises quando si parla di razionalità. Di solito vengono usati per mostrare che i consumatori ed i produttori in un libero mercato agiscono irrazionalmente, e lo stato viene chiamato in causa per porre rimedio a questi presunti problemi.

[3] Ibid., p. 122.

___________________________________________________________________________________


giovedì 2 dicembre 2010

Cos'è il libertarismo?

Un piccolo manuale per coloro che si avvicinano per la prima volta al libertarismo. Una piccola introduzione alla filosofia libertaria. Una veloce rassegna del pensiero liebrtario su determinate questioni. La recensione di Gordon al libro "Libertarianism Today" di Jacob Huebert, è una finestra sul mondo libertario odierno presentato agli occhi di un neofita. Per chiunque volesse avvicinarsi alla filosofia libertaria un'antipasto "leggero", prima delle portate "pesanti".
_______________________________________________


di David Gordon

Libertarianism Today • By Jacob H. Huebert • Praeger, 2010 • Vii + 254 pages


Il brillante studio di Jacob Huebert sui ranghi libertari è il miglior lavoro su questo argomento sin da For a New Liberty di Murray Rothbard. Huebert naviga con successo in acque difficili. Molte persone quando sentono parlare di libertarismo, lo scaricano come troppo estremo ed irresponsabile. Come possono i libertari proporre seriamente di abolire l'istruzione pubblica ed obbligatoria, respingere tutte le regolamentazioni sulle droghe e consegnare la medicina interamente al mercato? Huebert porta a supporto una catasta di argomenti e prove storiche che mostrano che, in questi ed altri esempi, i libertari abbiano argomenti convincenti.

Huebert supera con successo un'altra difficoltà. Per definire il libertarismo non solleva nessun grande problema. Come dice lo stesso Huebert:
"[C]hiunque dovrebbe essere libero di fare qualuque cosa egli o ella vuole, finchè non commette atti di coercizione o di truffa contro qualsiasi altra percona pacifica. I libertari chiamano ciò "il principio di non aggressione". [...] Presa fino in fondo, l'idea libertaria dice che nessun governo è giustificato – ogni governo è un'esercizio criminale perchè è pagato con tasse e le persone sono forzate a sottomettersi alla sua autorità. Molti libertari (incluso questo autore) hanno questa visione. Ma molti altri ... si fermano prima di quest'idea e sono disponibili ad accettare un minimo "di Stato come guardiano", come il filosofo Robert Nozick dice, per provvedere ad una difesa comune, polizia e corti, perchè essi credono che solo il governo può provvedere a questi servizi con successo" (pp. 4–5)[1]


La difficoltà che ho menzionato sorge una volta che la definizione ci dà una caratterizzazione iniziale della posizione libertaria. I libertari sono un gruppo litigioso su un gran numero di discussioni, in competizione a gareggiare per il favore libertario. Invece la definizione di Huebert aveva già menzionato questo conflitto, quello tra anarchici e minarchici. Huebert stesso è un fermo libertario, aderente all'anarchismo rothbardiano; il che è un bene, perchè questo è il punto di vista corretto. Ma ora arriva la difficoltà. In uno studio un'autore deve presentare queste posizioni concorrenti onestamente, senza la compromissione di ciò che egli stesso accetta.

Huebert svolge questo compito ammirevolmente. In alcuni esempi egli indica la forza delle posizioni, come quella riguardante le azioni delle corti basate sulla Costituzione per assicurare la libertà, azioni di cui egli è scettico. In altri esempi fornisce la linea di pensiero e dice: "Fino a qui giungerai, ma non oltre". Mostra un giudizio accuratamente bilanciato nel delimitare ciò che conta da un punto di vista libertario.

Uno di questi esempi mi ha colpito per il suo enorme valore. Huebert spiega accuratamente e succintamente che applicare i principi libertari agli affari esteri porta ad una politica di pace e di non interventismo. La guerra moderna vìola direttamente il principio di non aggressione:
"Storicamente la guerra non coinvolgeva necessariamente l'uccisione di innocenti su larga scala. La guerra era sempre terribile ed indesiderata, ma dal diciottesimo secolo l'Europa sviluppò le regole della "guerra civilizzata". [...] La guerra moderna è un'altra storia. I governi moderni, incluse le democrazie ma non solo, sostengono di rappresentare "le persone", ed è così che le guerre moderne sono combattute, non solo tra coloro che governano, ma tra le intere popolazioni". (p. 176)


Huebert nota che poche, se non nessuna delle guerra dell'America, incontra i criteri richiesti della teoria di guerra giusta. La Rivoluzione Americana è quella che ci va più vicino, dal momento che fu intrapresa per autodifesa, ma anche questa guerra "poggiava su inflazione, controllo economico e coscrizione". (p. 190)

Dati i chiari dettami del principio di non aggressione, Huebert reagisce con stupore all'affermazione di Randy Barnett che sostiene che la guerra in Iraq è coerente con il libertarismo. Barnett estende oltraggiosamente la nozione di autodifesa per permettere di prevenire la guerra e la "costruzione di una nazione". Huebert non ci sta:
"Si può dire senza problemi che la posizione pro-guerra è in diretta opposizione col libertarismo come abbiamo definito in questo libro. [...] In sintesi sostenere la guerra in Iraq è una deviazione dal liebrtarismo". (p. 194)


Sebbene Huebert conceda che alcuni libertari sostengano i buoni per l'istruzione, i lettori sono informati che egli ritiene questa posizione non libertaria:
"Le scuole indipendenti non sarebbero uccise dalla competizione genuina di mercato; sarebbero uccise dai privilegi del governo [per esempio, l'aprovazione del governo di ricevere pagamenti in buoni] verso alcune scuole – quelle disponibili ad accettare il controllo del governo – e non altre. Un programma che farebbe ciò non può essere definito libertario". (p. 126)


Se questo è il punto di vista libertario, qualcuno potrebbe obiettare, questo non ci da terreno per scaricare l'intera visione come estremista? Come potrebbero essere istruiti i poveri, in assenza di scuole di governo e pagamenti per frequentare scuole private? Huebert risponde con ciò che Herbert Hoover chiamarebbe "una statistica potente". Molto prima dell'istruzione obbligatoria e delle scuole di governo, "l'alfabetizzazione machile nelle [colonie americane] oscillava dal 70% al 100%. Nel 1850, proprio prima che il Massachusetts imponesse l'obbligo scolastico, l'alfabetizzazione nello Stato era al 98%". Esiste ogni ragione per pensare che l'aiuto di governo di qualsiasi tipo rallenti piuttosto che aiutare l'istruzione.

Ancora ed ancora Huebert rende palese la posizione libertaria. Pone l'attenzione al fatto che molte persone muoiono perchè sono incapaci di assicurarsi un'organo di cui hanno bisogno per un trapianto. "Il tempo medio di attesa per ricevere un rene è di cinque anni (in su) e più del 40% delle persone che hanno bisogno di un rene potrebbe morire durante questo periodo" (p. 105). Il libero mercato non allevierebbe enormemente questa situazione? Se le persone fossero libere di vendere gli organi, sicuramente molti di più rispetto ad ora sarebbero disponibili.

Alcuni si oppongono ai mercati sulla base che vendere gli organi è immorale o degradante. Per una volta non sono soddisfatto con la risposta di Huebert. Egli dice:
"I libertari direbbero che è giusto per loro pensare ciò, ma difficilmente è una giustificazione dire alle persone quello che devono o non devono fare con i loro proprio corpi, oppure condannare 6,000 persone ogni anno a morte. Perchè il desiderio di una persona di non aver offese le proprie sensibilità morali dovrebbe aver peso sul diritto alla vita stessa di qualcun'altro? [...] Se ti senti offesso da qualcun'altro che esercita i suoi diritti, peggio per te" (p. 106).


Huebert è nel giusto quando dice che i mercati per gli organi non solo dovrebbero essere permessi, ma anche desiderabili. Ma non ha parlato dell'obiezione, la quale dopo tutto non sostiene desideri o sentimenti di offesa, ma sostiene degrado ed immoralità. Sicuramente non si può dar per scontato che ciò che è degradante venga ridotto ai gusti personali delle persone...Forse sono ingiusto ad imputare questa visione soggettivista ad Huebert, ma il suo linguaggio mi suggerisce che egli è incline in quella direzione. Ciò che ha bisogno di aggiungere per cementare la sua posizione è che anche se una transazione è realmente degradante, non può essere bandita finchè non vìoli i diritti di qualcuno. In aggiunta si può attaccare direttamente l'affermazione che le vendite di orgnani sono degradanti (discuto di ciò più a lungo sulla rassegna, da un'altra parte rispetto a questa relazione, Justice di Michael Sandel).

La proprietà intellettuale è stata un "tema caldo" tra i tanti libertari negli ultimi anni e Huebert vi dedica un'illuminante paragrafo. E' stato molto influenzato dall'importante monografia di Stephen Kinsella, Against Intellectual Property. Secondo la visione di Kinsella, che Huebert adotta, brevetti e diritti d'autore vìolano i diritti di proprietà: non assicurano i diritti di creatori ed inventori ma garantiscono allo Stato un monopolio di privilegi che vìolano i diritti degli altri.

Perchè? I diritti di proprietà, secondo la nuova visione, sorgono perchè le risorse sono scarse:
"Cioè sono limitate nella quantità e l'uso che una persona ne fa di un pezzo di proprietà impedisce a qualcun'altro di usarla. Due persone non possono occupare lo stesso spazio o mangiare la stessa arancia. Senza i diritti di proprietà ci sarebbero conflitti irrisolvibili su chi usa quale terra o oggetti, e come li possa usare. [...] Dall'altro lato se certe cose non fossero scarse – se potessimo riprodurle all'infinito senza nessun costo, o se fossero in qualche modo abbondanti – non ci sarebbero conflitti su queste cose e nessun bisogno di regole etiche, diritti di proprietà, o leggi per governare tali conflitti. Per caso, le idee cadono in quest'ultima categoria".(p.107)


Di conseguenza brevetti e diritti d'autore, che significano la garanzia dei diritti di proprietà sulle idee, sono illeggittimi:
"Così secondo la teoria libertaria i diritti sulla proprietà delle idee non sono "diritti di proprietà" per niente, ma una licenza emanata dal governo per attaccare i diritti di proprietà – e perciò dovrebbero essere aboliti". (p.208)


Questo è uno dei dibattito più significativi, sebbene farei attenzione al fatto che la scarsità di risorse non è decisamente sufficiente a generare la regola del primo fruitore per distribuire queste risorse. Sarei più incline di Huebert, quindi, ad incorporare la continuità della nuova visione con la posizione di Murray Rothbard.

Huebert presenta un resoconto molto più accurato delle opinioni di Rothbard rispetto a tutti gli altri. La formulazione semplice che la maggior parte adotta è che Rothbard rigettava i brevetti, ma permetteva i diritti d'autore. Huebert rende chiaro che ciò semplifica eccessivamente quello che Rothbard dice:
"Rothbard pensava che il diritto d'autore poteva essere giustificato se fosse il prodotto di un contratto. Per esempio, quando Smith vende a Jones un libro, Smith lo marchia con "diritto d'autore", poi Jones riceve solamente da Smith il diritto di fare ed usare quel libro, ma non il diritto di copiarlo [...] perchè una persona non può trasferire nessun'altro diritto rispetto a quelli che possiede, qualsiasi terza parte che in seguito prende i llibro da Jones sarebbe soggetta alla stessa restrizione che affronta Jones [...] Rothbard giustificava i brevetti su una base simile. Se Smith vende a Jones un nuovo tipo di aspirapolvere e lo marchia "brevettato" (oppure come Rothbard avrebbe detto "con diritto d'autore"), questo dice a Jones che lui sta solo ricevendo il diritto all'oggetto fisico, non il diritto a farne copie". (pp. 205-206)


Qualcuno che ha indipendentemente inventato l'aspirapolvere, sarebbe immune dalla sfera del brevetto.

L'obiezione standard alla posizione di Rothbard è che simili contratti possono legare solo le persone che sono parte in essi. Se trovi un libro protetto da diritti d'autore che qualcuno ha scartato, sei libero di copiarlo a tuo piacimento; non hai stipulato nessun accordo per non fare ciò. E' a causa di ciò, penso, che Huebert dice: "Murray Rothbard iniziò ad intaccare l'idea della proprietà delle idee, ma si aggrappava ancora ad alcune parti di essa". (p. 205)

Questo è un'eccellente punto (Robert Nozick fu uno tra i primi a sollevarlo), ma è un'obiezione alla visione di Rpthbard? In Man, Economy and State Rothbard dice:
"I diritti d'autore [...] hanno la loro base nella prosecuzione di un furto implicito. Il querelante deve provare che l'imputato ha rubato la precedente creazione riproducendola e vendendola egli stesso in violazione del suo o del contratto di qualcun'altro con il venditore originale". (MES, p.745)


Ciò suggerisce che qualcuno che non è parte del contratto sarebbe libero di copiare la creazione a suo piacimento. Il punto su terze parti sarebbe una conseguenza quindi della visione di Rothbard, non un'obiezione ad essa.

Il sostegno di Rothbard alla proprietà delle idee si dissolverebbe quindi. Qualche volta Rothbard non illustrò pienamente le conseguenze delle sue stesse frasi, come i lettori di The Ethics of Liberty non mancheranno di notare. Ma il passaggio che ho citato pone le basi per un nuovo pensiero sulla proprietà delle idee.

Il libro di Huebert merita un'accurato studio da chiunque interessato al libertarismo.[2]


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


__________________________________________________________________

Note

[1] L'espressione Stato come "guardiano notturno" viene da Ferdinand Lassalle, non da Nozick. Quest'ultimo non credeva che solo il governo potesse fornire i servizi che Huebert menziona.


[2] Ho notato un piccolo errore; Algernon Sidney era uno scrittore inglese del diciassettesimo secolo, non del diciottesimo (p. 139).


__________________________________________________________________