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lunedì 3 agosto 2026

L'economia statunitense è più forte dopo un anno e mezzo di amministrazione Trump

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-statunitense-e-piu-forte)

A un anno e mezzo dall'inizio della presidenza di Donald Trump il verdetto dei dati è inequivocabile: le previsioni apocalittiche del consenso generale si sono rivelate errate e gli Stati Uniti si confermano come l'unica grande economia sviluppata in grado di combinare una forte crescita, un'inflazione controllata e un consolidamento fiscale.

Gli stessi analisti e istituzioni che hanno applaudito ai massicci stimoli, agli eccessi monetari e agli eccessi normativi sotto la precedente amministrazione, ora faticano a spiegare perché l'economia statunitense, che si aspettavano sprofondasse nella stagflazione, stia invece superando tutti i suoi pari del G7. Inoltre i Paesi del G7 che hanno seguito linee di politica emissioni zero, di grande interventismo statale e di forte tassazione sono in una fase di stagnazione secolare.


Dal “capriccio dei dazi” a una sorpresa mondiale

Quando Trump annunciò la sua nuova ondata di dazi e politiche commerciali, gran parte del consenso globale si affrettò a prevedere un disastro. Io la definii la “crisi dei dazi”. Gli analisti misero in guardia contro un'impennata dell'inflazione oltre i livelli del 2021, rendimenti dei titoli del Tesoro al 6-7%, crollo degli investimenti, recessione e un mondo che voltava le spalle agli Stati Uniti a favore di governi europei ritenuti più responsabili.

Diciotto mesi dopo nessuna di quelle previsioni si è avverata. Al contrario, il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni è sceso al 4,1%; gli Stati Uniti sono l'unica economia del G7 a crescere in modo robusto, mentre le nazioni che hanno raddoppiato la posta in gioco con l'iperregolamentazione, le aggressive restrizioni legate al clima, le tasse elevate e la spesa pubblica sempre maggiore sono bloccate nella stagnazione, oltre a subire un vento sfavorevole dovuto ai prezzi del petrolio e del gas.

La “crisi dei dazi” non si è mai trasformata nello shock strutturale preannunciato dai critici, perché i dazi doganali – per quanto discutibili per altri motivi – non causano inflazione in quanto non immettono unità monetarie nell'economia; ciò che fanno, invece, la spesa pubblica incontrollata e l'eccesso di liquidità.


Crescita, investimenti e un raro aggiustamento fiscale

La performance dell'economia statunitense nel 2025 è straordinaria non solo in termini relativi, ma anche per i suoi meriti intrinseci. Il PIL reale cresce di circa il 3,8%, con la Federal Reserve di Atlanta che stima una crescita annua di circa il 3,5% nel terzo trimestre, e gli investimenti privati ​​si espandono a ritmi prossimi alla doppia cifra. È fondamentale sottolineare che questo miglioramento si verifica mentre la spesa federale viene ridotta, non aumentata come in altri Paesi: la spesa pubblica è diminuita di circa il 3% nell'arco dell'ultimo anno, invece di mascherare la scarsa crescita con spesa pubblica improduttiva.

Tutte le istituzioni internazionali hanno dovuto adattarsi rapidamente. L'FMI, che inizialmente prevedeva una performance molto più debole, ora si aspetta una crescita statunitense di circa il 2,1% nel 2026, e diverse importanti società di ricerca hanno rivisto al rialzo le loro previsioni per il 2025, portandole intorno al 2,5%, dopo aver inizialmente avvertito di una crescita pari a zero o addirittura negativa. Alcuni economisti hanno pubblicamente riconosciuto che la professione ha interpretato erroneamente sia la resilienza del settore privato statunitense sia il reale impatto dello shock dei dazi, ammettendo che da gennaio in poi il consenso ha costantemente sbagliato sulla direzione dell'economia.

Il fattore più importante è che l'espansione americana non è dovuta all'ennesima ondata di spesa politica alimentata dal debito, bensì alla ripresa del settore privato, degli investimenti, del commercio e della produttività. In un mondo in cui la maggior parte dei governi dei Paesi sviluppati ha risposto a ogni problema con più spesa, più debito e più regolamentazione, la nuova strategia statunitense fa una differenza significativa, e i risultati sono di gran lunga migliori.


Inflazione sotto controllo

La deviazione più significativa dalla narrazione condivisa è arrivata dall'inflazione. Il consenso keynesiano, che non prevedeva alcun rischio di inflazione nel 2021 quando la spesa pubblica e l'offerta di moneta erano in forte aumento, all'inizio del 2025 avvertiva unanimemente che i dazi avrebbero spinto l'inflazione a nuovi massimi annuali, persino superiori ai picchi registrati durante la precedente amministrazione. Invece lo scorso novembre l'indice dei prezzi al consumo si attestava intorno al 2,7%, al di sotto delle precedenti aspettative del 3,0% e lontanissimo dallo scenario catastrofico del 6-7% prospettato al pubblico.

L'inflazione di base racconta la stessa storia. L'indice sottostante, escludendo alimentari ed energia, si attesta intorno al 2,6%, significativamente inferiore rispetto a settembre e ottobre 2024, quando gli stessi commentatori difendevano con entusiasmo il mix di spesa pubblica massiccia e rapidi tagli dei tassi da parte della FED nell'era Biden. Nei dodici mesi fino a novembre scorso l'indice generale è aumentato del 2,7%, dopo il 3,0% dei dodici mesi precedenti, e l'inflazione di base è cresciuta solo del 2,6%. Non vi è alcun segno di un'ondata inflazionistica indotta dai dazi sui prezzi aggregati, solo l'inerzia derivante dal debito e dalla spesa pubblica ereditati nel 2024.

Anzi, la traiettoria suggerisce che, con l'arrivo dei dati definitivi, in particolare per le componenti alimentari ed energetiche, l'indice dei prezzi al consumo riportato potrebbe risultare persino inferiore. Un'analisi indipendente stima un'inflazione del 2,5%.

La lezione è chiara: non sono mai stati i dazi a causare l'impennata dell'inflazione a livello mondiale, bensì una combinazione di espansione fiscale incontrollata e monetizzazione dei deficit da parte delle banche centrali. L'esperienza statunitense del 2025 lo ha dimostrato ancora una volta.


Deficit, debito e politica della disciplina

Mentre molte economie avanzate continuano a scivolare verso deficit sempre più elevati e un debito pubblico maggiore, gli Stati Uniti sono riusciti in un raro successo: combinare la crescita con i primi segnali di consolidamento fiscale. Il deficit federale si è ridotto di circa il 22%, passando da circa $2.070 miliardi a novembre 2024 a circa $1.600 miliardi un anno dopo, grazie a una combinazione di maggiori entrate fiscali e commerciali e tagli alla spesa. Misurato in percentuale del PIL, il deficit è sceso dal disastroso 7,1% ereditato dalla precedente amministrazione a un valore stimato del 5,9%. Considerando che quasi il 97% del bilancio 2025 era già stato speso quando l'amministrazione Trump si è insediata, a causa di precedenti decisioni di spesa e delle leggi di continuazione approvate nel 2024, la riduzione del deficit è ancora più lodevole.

La riduzione è stata accompagnata da un'importante riforma fiscale. Trump ha attuato il più grande taglio delle tasse degli ultimi decenni, portando il cuneo fiscale per le famiglie al di sotto del 30%, secondo le stime della Tax Foundation. Nella maggior parte delle economie OCSE, la linea di politica è stata opposta: tasse più elevate sul lavoro e sul capitale, giustificate dalle esigenze di entrate a breve termine ma negative per gli investimenti e la produttività.

Sul fronte della spesa, i numeri sono ancora più notevoli se si considera il punto di partenza. La nuova amministrazione ha ereditato un bilancio quasi interamente già definito. Le leggi di proroga e le decisioni precedenti avevano già bloccato circa il 97% della spesa federale. Tuttavia le uscite federali sono comunque diminuite del 5,6% nel primo trimestre del 2025 e del 5,3% nel secondo, con una spesa pubblica totale in calo del 3,1% nella prima metà dell'anno. Trump ha ordinato un taglio dell'8% della spesa federale per il 2026, segnalando che gli aggiustamenti fiscali sono una priorità politica fondamentale.

Anche le dinamiche del debito sono incoraggianti. La nuova amministrazione si è insediata con un debito federale di circa $36.220 miliardi e un'eredità di passività impegnate ma non finanziate pari al 100% del PIL e circa $1.500 miliardi di obbligazioni precedentemente approvate. Nonostante questa eredità negativa, il debito si è stabilizzato e si è leggermente ridotto a circa $36.210 miliardi, mentre il rapporto debito/PIL è diminuito da circa il 122% al 120%, secondo i dati della Federal Reserve e analisi indipendenti. Anche una modesta inversione di tendenza invia un messaggio forte.


Mercato del lavoro: i lavoratori autoctoni migliorano, mentre il settore pubblico e l'immigrazione si riducono

Il quadro del mercato del lavoro è forse l'aspetto meno compreso della ripresa economica statunitense. Il rapporto sull'occupazione dello scorso novembre mostra il miglior mese per l'occupazione nel settore privato dei cittadini statunitensi in termini assoluti e destagionalizzati dal 2015, con salari reali in aumento e un netto spostamento dai lavori pubblici e da quelli a bassa produttività, alimentati dall'immigrazione incontrollata. I salari reali settimanali sono aumentati di circa lo 0,8% su base annua, e i lavoratori appartenenti alle fasce di reddito medio-basse hanno registrato aumenti reali di circa l'1,4%. I salari reali netti, al netto delle imposte, stanno crescendo al ritmo più veloce degli ultimi anni.

Il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6%, superiore a quello di Canada, Regno Unito, Francia, Italia e alla media dell'Eurozona.

Secondo i dati delle indagini sulle famiglie, l'occupazione dei cittadini autoctoni è aumentata da circa 130,6 milioni nel novembre 2024 a 133,3 milioni un anno dopo, con un incremento di circa 2,63 milioni di posti di lavoro. Nello stesso periodo l'occupazione degli stranieri è diminuita leggermente, di circa 21.000 unità, e l'occupazione totale nel settore pubblico è calata di 188.000 unità.

Questo cambiamento – un aumento dei posti di lavoro nel settore privato per i lavoratori autoctoni e una diminuzione dei posti di lavoro dipendenti dal settore pubblico e dall'immigrazione – rappresenta una differenza enorme rispetto a Canada, Regno Unito o alla maggior parte delle economie europee, dove l'aumento dell'occupazione include un consistente incremento di posti di lavoro nel settore pubblico e fortemente sovvenzionati. L'esperienza statunitense dimostra che una combinazione di deregolamentazione, tagli fiscali e un controllo più rigoroso delle buste paga pubbliche può comunque garantire posti di lavoro migliori e salari reali più elevati per i lavoratori nazionali.


Gli accordi commerciali si sono rivelati un successo

Le prove contraddicono l'idea che i dazi distruggerebbero la posizione degli Stati Uniti nel commercio mondiale. La precedente amministrazione ha lasciato dietro di sé un enorme deficit commerciale: circa $79,8 miliardi a novembre 2024, destagionalizzato, secondo il Bureau of Economic Analysis. A settembre 2025 tale deficit si era ridotto a circa $52,8 miliardi, con una diminuzione di circa un terzo rispetto all'anno precedente.

La combinazione di dazi mirati, accordi commerciali rinegoziati e una più chiara difesa dell'industria nazionale ha migliorato i flussi commerciali senza innescare l'esplosione inflazionistica che molti avevano previsto.


Altri miglioramenti importanti

L'amministrazione Trump ha agito con decisione su diversi fronti: vietando le valute digitali delle banche centrali, revocando le restrizioni normative e alla libertà di parola imposte dal movimento “woke”, riformando il sistema sanitario e impegnandosi ad abrogare dieci regolamenti per ogni nuovo regolamento approvato. In politica estera, Washington ha spinto per un accordo di pace a Gaza, per un percorso più realistico verso una soluzione in Ucraina basato su pressioni e sanzioni contro la Russia, e per un maggiore sostegno al ritorno alla democrazia in Paesi come il Venezuela.

Il messaggio per i conservatori e i centristi in Europa e in America Latina è chiaro: se si vogliono crescita, posti di lavoro e inflazione più bassa, non si può semplicemente replicare il modello burocratico, ad alta tassazione e ad alta regolamentazione che ha lasciato gran parte del mondo sviluppato in una stagnazione secolare. Trump forse non corrisponde alla definizione tradizionale di “liberale classico”, ma i risultati del suo primo anno  e mezzo di mandato dimostrano cosa può realizzare un governo conservatore veramente riformista.

Per molti esponenti della politica internazionale, la scomoda realtà è che gli Stati Uniti hanno mantenuto le promesse fatte da altri: una crescita più robusta, un'inflazione controllata, un deficit più contenuto, un mercato del lavoro più favorevole per i lavoratori nazionali e una stabilizzazione iniziale del debito. Tutto ciò non è stato ottenuto espandendo lo Stato e sopprimendo i segnali di prezzo, bensì tagliando le tasse, riducendo la spesa pubblica, deregolamentando e confidando nella capacità del settore privato di reagire.

Altre economie avanzate hanno scelto una strategia diversa: più burocrazia, maggiore spesa pubblica e programmi ambiziosi in materia di clima e società, finanziati con debito e tasse, e ora si trovano in una situazione di stagnazione e recessione del settore privato, senza contare poi i prezzi sfavorevoli dell'energia.

Un anno e mezzo del nuovo mandato di Trump non garantisce il successo futuro e i rischi permangono – dagli shock mondiali agli errori delle banche centrali – ma offre già una sfida empirica alle raccomandazioni del consenso keynesiano. Se gli Stati Uniti avessero seguito le proposte del consenso in materia di emissioni zero, grande interventismo statale e tassazione elevata, ora si troverebbero in una situazione fiscale e di crescita disastrosa e l'inflazione sarebbe molto più alta, come dimostra il Regno Unito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 15 aprile 2026

UE e Australia siglano un accordo commerciale tra le preoccupazioni relative alle risorse strategiche

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/ue-e-australia-siglano-un-accordo)

Sono trascorsi ben otto anni prima che l'Unione Europea e l'Australia riuscissero a raggiungere un accordo commerciale congiunto. L'accordo presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal primo ministro australiano, Anthony Albanese, a Canberra rappresenta una riduzione di vasta portata delle tariffe dirette nel medio termine.

Oltre il 90% delle merci potrà circolare liberamente tra i due continenti, ovviamente sempre nel rispetto delle norme comuni di armonizzazione e, soprattutto, delle regole europee in materia di protezione del clima. Questo aspetto deve essere preso in considerazione in ogni cosiddetto accordo di libero scambio. Le normative non scompaiono per le imprese. Nel caso degli accordi con l'UE, esse si estendono in larga misura anche ai partner commerciali.

In ogni accordo commerciale di cui l'Unione Europea è firmataria, Bruxelles cerca di integrare un massiccio protezionismo climatico nel commercio globale. In un certo senso, una sorta di colonialismo climatico postmoderno. Questo è il concetto di libero scambio così come viene praticato dagli europei.

Secondo i partecipanti, l'accordo che sta per essere firmato dovrebbe aumentare le esportazioni dell'UE verso l'Australia fino a un terzo e incrementare gli investimenti delle aziende europee in Australia fino all'ottanta percento. La direzione strategica è chiara: l'UE sta cercando di liberarsi dalla morsa cinese nel settore cruciale delle materie prime, come le terre rare. E l'Australia ha, nell'effettivo, un ricco catalogo di risorse da offrire.

Gli accordi commerciali come quello con l'Australia seguono una strategia ben precisa. Da un lato sembra crescere la consapevolezza dei problemi di approvvigionamento causati dalla guerra contro l'Iran; dall'altro l'industria europea si sta impegnando per aprire nuovi mercati di vendita e rafforzare la posizione competitiva delle aziende che hanno subito forti pressioni nel cuore industriale della Germania, soprattutto durante la crisi energetica.

È evidente che Bruxelles è pronta a coniugare i progressi nel settore manifatturiero con una corrispondente riduzione delle norme protezionistiche in agricoltura. Ciò crea potenziali conflitti, come si è visto nelle scorse settimane con l'accordo Mercosur tra l'UE e i Paesi sudamericani Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile.

L'accordo, che segue uno spirito simile a quello con l'Australia, dovrebbe entrare in vigore provvisoriamente a maggio. Ciò avviene nonostante importanti attori politici come Francia e Italia abbiano già annunciato una forte opposizione al patto, il quale metterà gli agricoltori europei – e quindi l'agricoltura europea – sotto una forte pressione competitiva, poiché il Sud America segue un quadro normativo molto diverso da quello dell'UE.

Nel caso dell'accordo australiano, su questo fronte la situazione è rimasta sostanzialmente tranquilla; il mercato australiano è troppo piccolo affinché i volumi potenzialmente importati di carne bovina, che saranno spediti in Europa tramite quote, possano destare particolari preoccupazioni.

Dal punto di vista dell'economia tedesca, l'accordo commerciale con l'Australia può essere approssimativamente riassunto come segue: mentre i settori in crisi dell'industria automobilistica, meccanica e chimica beneficeranno di una drastica riduzione delle tariffe di importazione australiane, l'UE otterrà l'accesso alle terre rare, al cobalto e al litio estratti in Australia e dovrà accettare che la produzione di carne bovina raggiungerà sempre più il mercato europeo.

In definitiva, l'Australia rappresenta solo circa l'uno per cento degli scambi commerciali dell'UE. Il Paese si colloca al ventesimo posto tra i partner commerciali più importanti dell'UE.

Ciononostante si tratta di un piccolo passo verso la liberazione dalla morsa della Cina, che, come si è visto l'anno scorso, non esita un attimo a sfruttare i suoi strumenti geopolitici nel settore delle materie prime come le terre rare, posizionando il suo motore di esportazione nella politica commerciale.

La diversificazione è fondamentale. Accumulare riserve è ancor più importante, come sappiamo oggi, visti i depositi di gas in diminuzione e le riserve petrolifere esaurite.

Le riserve strategiche rappresentano un riconoscimento politico della realtà. Il fatto che la politica europea si sia un tempo concessa il lusso di dare priorità all'ideologia climatica e alle fantasie di trasformazione rispetto alle necessità concrete, ora si traduce in un prezzo amaro da pagare.

I concorrenti commerciali come la Cina o gli Stati Uniti detengono riserve in settori fondamentali come l'energia e le materie prime, sufficienti a garantire l'approvvigionamento dell'economia e della società per oltre un anno. Crisi acute, come l'attuale chiusura dello Stretto di Hormuz, appaiono quindi relativamente più facili da gestire e controllare.

La politica commerciale europea deve seguire questa strada: deve concentrarsi sugli interessi strategici della propria economia e superare gli errori ideologici se vuole ancora salvare ciò che è salvabile nella grave crisi dell'industria europea.

Le catene di approvvigionamento e la fornitura di materie prime ed energia devono essere temi centrali nell'agenda politica europea. La reintegrazione della Russia come fornitore di gas e lo sviluppo delle risorse interne – che si tratti di gas di scisto, gas del Mare del Nord, o giacimenti di carbone nazionali – dovrebbero dare il tempo necessario per sviluppare una strategia nucleare paneuropea, il che richiederà molti anni.

Finché queste considerazioni non saranno integrate in una strategia complessiva e globale, l'accordo commerciale australiano rimarrà frammentario: una mossa di poco conto, quasi irrilevante, sullo scacchiere geopolitico dominato dal duopolio Washington-Pechino.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 14 aprile 2026

L'ipotesi su Hormuz: cosa succederebbe se la Marina statunitense non avesse fretta di riaprire lo Stretto?

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di John Conrad

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lipotesi-su-hormuz-cosa-succederebbe)

Quando lo scorso 5 marzo i sette club P&I appartenenti all'International Group hanno emesso avvisi di cancellazione con 72 ore di preavviso per la copertura del rischio di guerra nel Golfo Persico, non si sono limitati ad aumentare i costi: hanno reso impossibile il transito.

I club P&I assicurano circa il 90% del tonnellaggio marittimo mondiale. Senza la loro copertura, le navi non possono salpare, le autorità portuali non consentono loro di attraccare, le banche non finanziano il carico e gli armatori non prenotano la nave. L'intero sistema, dal molo di carico al terminal di scarico, è garantito da una catena di contratti che inizia con un club a Londra, Oslo, o Tokyo. Quando i club hanno ritirato le estensioni per il rischio di guerra, quella catena si è spezzata. Non per poche navi, per l'intera flotta globale.

I premi per il rischio di guerra sono balzati dallo 0,25% all'1% del valore dello scafo, rinnovabili ogni sette giorni. Le tariffe di noleggio delle VLCC (Very Large Crude Carrier) sono quadruplicate, raggiungendo quasi $800.000 al giorno. Oltre 1.000 navi sono ora bloccate nel Golfo Persico, bruciando i costi di noleggio senza avere una destinazione. Il 3 marzo solo quattro navi avevano attraversato lo Stretto, rispetto a una media di settantasette navi nei sette giorni precedenti.

Poi Trump ha fatto qualcosa che quasi nessuno nella stampa ha capito.

Ha ordinato alla US International Development Finance Corporation di creare un fondo di assicurazione marittima da $20 miliardi, con Chubb come principale sottoscrittore, rendendo il governo degli Stati Uniti l'assicuratore di ultima istanza per il trasporto marittimo nel Golfo. Una nazione sovrana si è posizionata come garante per l'assicurazione contro i rischi di guerra nel punto di strozzatura marittima più critico del mondo. Il fondo DFC, coordinato con il Comando Centrale degli Stati Uniti e il Dipartimento del Tesoro americano, offre copertura per scafo, macchinari e carico su base continuativa alle navi idonee.

Ora gli Stati Uniti controllano l'interruttore di apertura e chiusura dello Stretto di Hormuz. Non tramite la potenza di fuoco navale, bensì tramite un sistema di assicurazione.

Leggete attentamente l'ultimo avviso del MARAD: le navi commerciali battenti bandiera statunitense, di proprietà statunitense, o con equipaggio statunitense che operano in queste aree, devono mantenere una distanza minima di 30 miglia nautiche dalle navi militari statunitensi.

E rileggete questa parte dell'annuncio della DFC: “[...] in coordinamento con il Comando Centrale degli Stati Uniti”.

Non possono passare senza il permesso della Marina.

E la luce verde non si è ancora accesa.


Il Dream Team Marittimo che fu

Per capire perché tutto questo sia importante, bisogna comprendere cosa Trump ha costruito e cosa ha distrutto.

Trump ha iniziato il suo secondo mandato determinato a ripristinare la supremazia marittima americana. Ha riunito il più grande gruppo di esperti marittimi in posizioni chiave del governo dai tempi di Nixon; ha nominato Mike Waltz, ideatore dello SHIPS for America Act, a capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale; ha creato un Ufficio Marittimo alla Casa Bianca; ha nominato sostenitori del settore marittimo in posizioni chiave in tutta l'amministrazione. Nell'aprile del 2025 ha firmato un Ordine Esecutivo Marittimo che indirizza un Piano d'Azione Marittima che coinvolge i dipartimenti della Difesa, degli Esteri, dei Trasporti e della Sicurezza Interna.

Ha iniziato a prendere di mira i punti strategici: Panama, il Mar Rosso, Suez, il varco tra la Groenlandia e il Regno Unito; ha avviato indagini su Gibilterra e la Spagna; ha promosso azioni da parte del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America e imposto dazi sulle navi costruite e gestite dalla Cina; ha convocato Rodolphe Saadé, amministratore delegato di CMA CGM, nello Studio Ovale e ha ottenuto un impegno di $20 miliardi per gli investimenti marittimi americani.

L'ambizione era reale.

Lo stesso vale per la resistenza a essa.

Gli armatori si sono schierati davanti al Dipartimento del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America e hanno protestato contro i dazi imposti alla Cina sul settore marittimo. Quasi tutti gli economisti del pianeta si sono schierati contro le proposte tariffarie marittime. L'intero settore tecnologico statunitense ha chiesto concessioni alla Cina... e cosa ha chiesto la Cina in cambio? Una tregua al Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America.

Poi il Signalgate. I media hanno fatto trapelare una conversazione privata sull'attacco agli Houthi e sulla riapertura del Mar Rosso. L'operazione è stata una sorpresa e il Signalgate ha imposto una riorganizzazione: Waltz è stato trasferito alle Nazioni Unite, l'Ufficio Marittimo è stato ridimensionato e il Consiglio di Sicurezza Nazionale smantellato.

È stato in quel momento che ogni iniziativa marittima ha iniziato a incepparsi.

Cosa è crollato: Panama non ha mantenuto la promessa di libero transito per le navi statunitensi; l'impegno di CMA CGM di investire $20 miliardi è svanito quando la società ha ordinato navi da Cina e India; il Congresso ha bloccato l'approvazione dello SHIPS Act; il Regno Unito ha ceduto le Isole Chagos, inclusa Diego Garcia, a Mauritius in cambio di un accordo di favore, mettendo a rischio un'importante base navale; le nomine di figure chiave della Marina sono state rallentate, o bloccate, al Senato.

La situazione è culminata poi nell'Organizzazione Marittima Internazionale di Londra. Nell'aprile dell'anno scorso, sessantatré Paesi hanno votato a favore del Net-Zero Framework, un meccanismo globale di tariffazione dell'anidride carbonica per ogni nave di stazza superiore a 5.000 tonnellate. Cosa hanno chiesto i negoziatori di Trump? Che la piccola flotta di navi mercantili americane fosse esentata. L'Europa ha rifiutato, sostenendo che gli interessi marittimi americani fossero “irrilevanti” e che non avessero né la forza contrattuale, né i voti necessari.

Gli Stati Uniti si sono ritirati. In ottobre, durante la votazione sull'adozione, Trump l'ha definita una “nuova truffa verde globale, una tassa sulle spedizioni”. Trump ha adottato una linea dura: il Dipartimento di Stato ha minacciato sanzioni contro qualsiasi Paese avesse votato a favore. Cinquantasette Paesi hanno votato per il rinvio.

Una vittoria di Pirro. La tassa sull'anidride carbonica era destinata al fallimento, ma non abbiamo ottenuto esenzioni per le navi statunitensi e la Casa Bianca ha iniziato a perdere la guerra più ampia per il controllo dei punti strategici e del commercio marittimo contro la City di Londra, l'Europa e la Cina.

Poi due colpi incapacitanti in rapida successione.

Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito con una votazione di 6 a 3 che l'IEEPA non autorizza il Presidente a imporre dazi, invalidando i dazi reciproci del “Giorno della Liberazione” e i dazi sul traffico di merci verso Cina, Canada e Messico. Si stima che siano andati persi circa $160 miliardi di entrate tramite tali dazi. Trump ha imposto dazi del 15% ai sensi della Sezione 122, ma questi hanno una durata massima di 150 giorni e richiedono una proroga da parte del Congresso.

Il suo strumento commerciale più potente gli è stato tolto dai tribunali. Se non si può imporre la conformità attraverso i dazi, serve un'altra forma di leva.

E poi la Flotta d'Oro.

Lo scorso dicembre Trump ha annunciato a Mar-a-Lago una nuova classe di navi da guerra, la classe Trump: da 30.000 a 40.000 tonnellate, armate con missili ipersonici, cannoni elettromagnetici, laser e missili da crociera nucleari. Da venti a venticinque scafi. Il programma di navi da combattimento di superficie più ambizioso dalla Seconda guerra mondiale.

Nel giro di 72 ore ogni think tank e accademia specializzata in sicurezza nazionale – tutti con stretti legami e finanziamenti con le nazioni della NATO – si è schierata contro il progetto. Senza concedere il tempo necessario per le dovute verifiche, il CSIS ha pubblicato l'articolo diffamatorio “The Golden Fleet's Battleship Will Never Sail”, stimando un costo di $9 miliardi per scafo e prevedendo la cancellazione del progetto prima ancora che la prima nave toccasse l'acqua. La Fondazione per la Difesa delle Democrazie l'ha definito uno spreco; amiragli in pensione nei consigli di amministrazione della difesa si sono schierati a favore dell'acquisto da parte della Marina di piccole piattaforme distribuite; ogni analista della difesa ha fatto a gara per essere citato come l'impossibile.

Lo stesso ente che ha prodotto tre Zumwalt invece di trenta, e trenta navi da combattimento litoranee quasi inutili invece di nessuna, gli stessi think tank che hanno presieduto alla Marina più piccola dalla Prima guerra mondiale, si sono schierati da un giorno all'altro per spiegare perché l'America non è più in grado di costruire grandi navi.

Le stesse persone che non hanno alcun piano per colmare il divario nei cacciatorpedinieri che al momento sta compromettendo le operazioni di scorta ai convogli nel Golfo.

I think tank non hanno offerto un'alternativa; hanno offerto, invece, un senso di impotenza. Ed è proprio in questo contesto di impotenza che si sta svolgendo ora la vicenda di Hormuz.


L'ipotesi del potere di leva

Ora unite i puntini.

Colpire l'Iran significa per l'Europa cedere o sprofondare nel buio a causa di una crisi energetica.

La comunità armatoriale e l'establishment politico europei hanno trascorso l'ultimo anno a respingere, ostacolare e deridere ogni iniziativa marittima di Trump. Hanno deriso i dazi del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d'America; hanno riso dello SHIPS Act; hanno bloccato le esenzioni dell'IMO; si sono rifiutati di prendere sul serio la politica marittima americana.

Ora la loro fornitura di energia passa attraverso un sistema assicurativo controllato da Washington.

“Lasciamo che siano le loro marine a risolvere la questione”... solo che tutti sanno che non ci riusciranno. Le forze navali europee sono troppo piccole, troppo lente e troppo mal equipaggiate per operazioni di scorta ai convogli prolungate attraverso uno Stretto conteso. Tutte le marine europee messe insieme non potrebbero inviare più di tre navi alla volta per difendere il Mar Rosso. Un'intera task force tedesca ha circumnavigato l'Africa per evitarlo.

Alla fine l'Europa dovrà capitolare per convincere la Marina statunitense, e la garanzia assicurativa degli Stati Uniti, a riaprire completamente lo Stretto.

Che aspetto avrebbe questo “capitolare”? La tassa sull'anidride carbonica dell'IMO, la Groenlandia, le concessioni tariffarie, lo SHIPS Act... ogni priorità di politica marittima che Europa e Cina hanno bloccato nell'ultimo anno praticamente.

Ieri ho avuto una lunga conversazione a porte chiuse con un alto funzionario del Dipartimento dell'Energia. Non posso rivelare i dettagli, ma è chiaro che il calcolo convenzionale relativo allo Stretto di Hormuz, quello che tutti gli analisti nelle emittenti televisive utilizzano, è errato. L'amministrazione Trump non sta affrontando la questione nel modo in cui la CNN crede.


Il precedente Earnest Will

Esiste un precedente storico che avvalora questa ipotesi.

L'ultima volta che la Marina statunitense ha scortato petroliere attraverso Hormuz è stata durante l'Operazione Earnest Will, nel corso della guerra delle petroliere tra Iran e Iraq nel 1987-88 . Le petroliere straniere che desideravano la protezione della Marina statunitense dovevano cambiare bandiera e registrarsi negli Stati Uniti. Le superpetroliere kuwaitiane battevano bandiera americana per ottenere la scorta americana.

Trump ha già affermato che la Marina scorterà le navi attraverso Hormuz “se necessario”. Se si applicasse lo stesso requisito di cambio di bandiera, ogni petroliera europea e asiatica che desidera una scorta statunitense dovrebbe battere bandiera americana.

Pensate a cosa questo significhi per lo SHIPS Act, il Jones Act, la flotta battente bandiera statunitense e la promessa non mantenuta di CMA CGM di triplicare il numero delle sue navi battenti bandiera statunitense, e la Groenlandia. Hormuz diventa il fattore determinante per tutto ciò che l'agenda marittima di Trump non è riuscita a realizzare attraverso la legislazione, o la diplomazia.

Nel frattempo l'Iran sta consentendo il passaggio selettivo di alcune navi. Petroliere turche, indiane, cinesi e alcune saudite hanno ottenuto il permesso di transitare attraverso le acque territoriali iraniane. Secondo Lloyd's circa diciotto petroliere, per lo più cinesi, hanno già effettuato il transito; le navi degli alleati occidentali sono bloccate invece.

La “chiusura” è in realtà un meccanismo di selezione. L’Iran decide chi può commerciare e chi no... a meno che la Marina statunitense non la riapra a tutti... alle condizioni dell’America.

Questa è la decisione che il mondo deve prendere: lasciare che l’Iran apra un casello, o smettere di bloccare i piani marittimi di Trump.


Il calcolo domestico

Ma che dire del mercato interno? Gli esperti sono certi che questo attacco sia costato ai Repubblicani le elezioni di metà mandato e forse anche le prossime elezioni presidenziali.

Forse... ma forse esiste un'ipotesi alternativa, quella di Hormuz.

Mentre gli analisti petroliferi televisivi si concentrano sul prezzo mondiale del petrolio, i veri esperti di Houston stanno osservando qualcosa di diverso: la frammentazione del mercato energetico mondiale.

La vera minaccia non è il petrolio a $200 dollari, bensì la frattura del sistema. È l'energia a basso costo nei Paesi esportatori e i costi energetici rovinosi in luoghi lontani dalle riserve. È il petrolio a $2 nel Golfo Persico, a $20 dollari nel Golfo d'America e a $2.000 nel Regno Unito.

Un prezzo mondiale unico funziona solo se c'è un surplus di petroliere per sfruttare i differenziali di prezzo. Prima degli attacchi in Iran, questo surplus era esiguo; ora, con le superpetroliere bloccate nel Golfo, è sparito.

Il Brent è a $106 oggi, il WTI è sotto i $100. Sul fronte interno i prezzi del diesel si stanno stabilizzando e quelli del gas naturale sono in calo, poiché il GNL che normalmente verrebbe esportato, rimane bloccato sul mercato interno. Trump ha concesso una deroga di 60 giorni al Jones Act e ha aperto le vendite di petrolio venezuelano alle compagnie statunitensi tramite una nuova licenza del Dipartimento del Tesoro per PDVSA. Queste sono esattamente le mosse che si fanno quando si cerca di abbassare i prezzi negli Stati Uniti mentre il mercato mondiale è in crisi.

Le petroliere applicano tariffe giornaliere, quindi le rotte a lungo raggio diventano relativamente più costose. Il greggio venezuelano trasportato su brevi tratte nel Golfo del Messico risulta molto più economico per le raffinerie statunitensi rispetto al greggio mediorientale che circumnaviga il Capo di Buona Speranza per acquirenti europei o asiatici.

Guardate chi ne trae vantaggio. Le tre lobby industriali più potenti negli Stati Uniti sono quelle del settore tecnologico, di Wall Street e dell'energia. Il settore tecnologico ottiene GNL a prezzi più bassi per i data center; Wall Street sfrutta la volatilità e il panico per ottenere profitti dalle operazioni di trading; le compagnie energetiche hanno ottenuto l'accesso al Venezuela e al Golfo del Messico.

Nel frattempo la California ha chiuso raffinerie e bloccato oleodotti, costringendo le navi a importare benzina dalla Corea del Sud con tariffe giornaliere alle stelle. Il governatore Newsom, il principale candidato alla presidenza nel 2028, è furioso. Il New England importa GNL e diesel via nave. Se lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, i prezzi schizzeranno alle stelle in quegli stati... stati tradizionalmente democratici. I costi energetici negli stati repubblicani diminuiranno, negli stati democratici, invece, aumenteranno. L'Europa capitolerà sulle principali controversie politiche da qui alle elezioni di medio termine.

“L'unica cosa che stabilizzerà davvero i mercati petroliferi mondiali – e quindi i prezzi della benzina per gli automobilisti americani – è la riapertura dello Stretto di Hormuz”, ha scritto Newsom in una dichiarazione rilasciata la settimana scorsa. “Ma Trump non ha offerto alcun piano in tal senso. Gli Stati Uniti non possono uscire da una crisi creata dallo stesso Presidente con le trivellazioni”.

Voglio essere trasparente: questa analisi politica è opinabile. La relazione tra i prezzi dell'energia e il comportamento elettorale è fragile, ma la logica direzionale è chiara e scommetterei che la Casa Bianca la comprende.


Cosa vi sta dicendo la Marina americana

Guardate cosa sta facendo la Marina, o meglio, cosa non sta facendo.

La Marina statunitense non ha fretta di risolvere questo problema. Sta procedendo con metodo e deliberatamente, prendendosi tutto il tempo necessario. I battaglioni dell'Esercito non si stanno mobilitando, i Marines richiamati dal Giappone stanno attraversando lentamente il Pacifico; potrebbero volerci settimane prima che siano pronti. I dragamine sono ancora lontani dal teatro operativo e le portaerei si stanno spostando lentamente, non velocemente.

Qualcuno ai vertici ha detto loro di prendersi il loro tempo e tal segnale deve provenire dalla Casa Bianca.

Ogni giorno circa 1.000 navi bloccate non sono disponibili per il noleggio; ogni giorno la dipendenza energetica europea si aggrava; ogni giorno il sistema di riassicurazione DFC diventa sempre più centrale per il sistema di trasporto marittimo mondiale; ogni giorno per l'Europa diventa sempre più difficile rifiutare le richieste di concessioni su dazi, IMO, Groenlandia e SHIPS Act.

E cosa ottiene la Marina per stare al gioco? Sostegno alle corazzate e agli alleati più forti disposti a investire denaro nella costruzione dei propri cacciatorpediniere quando il mondo si renderà conto di quanto siano diventate deboli le loro Marine militari.


Cosa sostengo e cosa non sostengo 

Non sostengo che Trump abbia pianificato tutto questo fin dall'inizio – il ritiro dal P&I Club è stato un fallimento a cascata del sistema che nessun pianificatore centrale avrebbe potuto prevedere, o orchestrare – ma è possibile.

Quello che sostengo è che l'amministrazione Trump, per scelta o per adattamento, ha messo insieme gli strumenti per sfruttare questo momento. Il programma DFC è l'opzione, la copertura P&I incompleta è il prezzo da pagare. La deroga al Jones Act e l'allentamento delle sanzioni contro il Venezuela sono posizioni di copertura. Il ritmo deliberato della Marina è il decadimento temporale che gioca a favore dell'America.

La versione più forte di questa tesi non è “Trump sta giocando a scacchi in 4D”, bensì che la sua amministrazione ha a disposizione più opzioni di quanto chiunque si renda conto, e il meccanismo assicurativo, non la Marina, è la vera leva del potere.

L'uomo che ha spalleggiato lo SHIPS Act, ha imposto dazi sulle navi cinesi, ha bloccato il voto sulla tassa sull'anidride carbonica nell'IMO, ha portato la CMA CGM alla Casa Bianca, ha firmato l'ordine esecutivo marittimo più ambizioso degli ultimi decenni e poi ha reso il governo degli Stati Uniti l'assicuratore di ultima istanza per la rotta marittima più importante del mondo non manca di un strategia marittima.

Una versione alternativa di questo scenario è più semplice: l'apatia. All'America non importa nulla delle navi, di quanto tempo ci vorrà per riaprire Hormuz, o di cosa succederà all'Europa di conseguenza. Ma questa versione solleva un altro interrogativo: è stato l'incoraggiamento europeo dell'apatia marittima americana, e lo sfruttamento europeo di tale apatia per accerchiare l'industria navale globale e mantenere il controllo a Londra, a creare questa situazione. Se l'indifferenza americana è il motivo per cui la Marina sta prendendo tempo, non è forse colpa dell'Europa per averla alimentata?


La questione del fine partita

La maggiore resistenza agli attacchi contro l'Iran da parte dei Democratici e della stampa mainstream è la domanda: qual è il risultato finale?

Trump ce l'ha in mente, ma forse non può dirlo apertamente.

Perché il risultato finale è il potere di leva e ciò non si annuncia: si applica.

Voglio essere chiaro su cosa sia questo saggio: è un'ipotesi scritta da un capitano di nave americano che sostiene Trump e che ha un obiettivo, ovvero far sì che l'Europa si renda conto della crescente importanza degli interessi marittimi statunitensi. Smettiamola di ostacolare la ripresa della cantieristica navale statunitense e della nostra Marina Mercantile.

Andate a esaminare le prove, formulate le vostre ipotesi, mettetele alla prova, mettete alla prova le mie.

Ma non chiedete “qual è l'obiettivo finale” come se nessuno a Washington avesse una risposta. La risposta si trova nei bilanci di ogni club P&I di Londra, negli ormeggi vuoti di ogni base navale europea e nelle 1.000 navi ferme in mare, che bruciano denaro, in attesa di un via libera che potrebbe non arrivare finché il prezzo non sarà quello giusto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 18 marzo 2026

La caduta libera geopolitica della Germania: Pechino mostra il cartellino rosso a Berlino

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-caduta-libera-geopolitica-della)

Il drammatico crollo economico della Germania sta trascinando con sé anche la sua posizione geopolitica. Il Ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha ormai imparato cosa significa essere trattato come un diplomatico di secondo piano, ricevendo il cartellino rosso da Pechino. Un'umiliazione e un rimprovero per la Germania.

La scuola della vita può essere crudele: crescere di solito significa abbandonare i propri ideali elevati, le ideologie marginali e la mentalità sognante di un'esistenza inesperta, a favore della dura realtà del mondo. La realtà segue le sue regole, indifferente all'autoinganno.

Quel momento di maturità, l'uscita dalla bolla dell'ideologia di partito, è ormai arrivato per il massimo diplomatico tedesco.


Un ministro delle fantasie

Johann Wadephul, che vagava nel Paese delle meraviglie attribuendo il miracolo economico tedesco agli immigrati turchi, ha dovuto annullare all'ultimo minuto la sua prima visita ufficiale in Cina perché Pechino non ha ritenuto necessario parlare con una delegazione tedesca.

Il cristiano-democratico sta scoprendo, proprio come il suo collega di partito, Friedrich Merz, che il drammatico declino economico della Germania ha come conseguenza immediata anche la perdita di rilevanza geopolitica.

Il primo viaggio di Wadephul in Cina era inteso come un ripristino delle relazioni diplomatiche con Pechino. Una delegazione imprenditoriale di alto profilo avrebbe dovuto accompagnarlo e contribuire ad allentare le tensioni sulle cruciali forniture di terre rare.

Da settimane la Cina minaccia di vietare completamente le esportazioni, una misura che paralizzerebbe all'istante importanti industrie tedesche.


Improvvisamente gli affari contano

La delegazione avrebbe dovuto includere rappresentanti dell'industria automobilistica tedesca, di Siemens Healthineers, dell'Associazione Tedesca di Robotica e di un importante importatore di terre rare. Insieme, avrebbero dovuto allentare la pressione a Pechino e garantire l'accesso alle risorse essenziali di cui la base industriale tedesca non può fare a meno.

Quando Pechino ha chiarito che non avrebbe preso in considerazione ulteriori colloqui oltre alla riunione obbligatoria dei ministri degli Esteri, Wadephul è stato costretto ad annullare il viaggio. Un ultimo disperato tentativo di salvare la faccia e limitare i danni politici.

Forse Wadephul avrebbe dovuto imitare il suo predecessore, Annalena Baerbock, e concentrarsi su un'evasione morale e filosofica come fece lei. È una strategia innocua, in linea con lo spirito del tempo tedesco e gli avrebbe fatto guadagnare punti preziosi tra i partner di coalizione a sinistra.


Il tallone d'Achille

In questo momento l'Europa avrebbe disperatamente bisogno di una delegazione che si posizioni in modo intelligente sulla scia degli americani.

Ogni gigante ha una debolezza. L'economia cinese è intrappolata in una spirale deflazionistica, innescata dai dazi draconiani statunitensi e da una crisi immobiliare di lunga data, causata da una massiccia allocazione di capitali da parte dello stato.

La deflazione è fatale, perché la crescita della Cina si basa sulla macchina del credito fiat. L'aumento delle insolvenze si traduce in una contrazione del portafoglio prestiti. Il turbo del credito si inceppa, il valore delle garanzie crolla a causa di svendite forzate e sovrapproduzione, soprattutto nel settore immobiliare. A questo punto lo stato deve intervenire di nuovo, iniettare altro credito e indebolire ulteriormente la propria valuta.

È un circolo vizioso che attanaglia quasi tutte le economie moderne.

La risposta della Cina è sempre stata la stessa: un colossale motore di sussidi alle esportazioni, un modello mercantilista costruito a spese dei partner commerciali che hanno perso capacità produttiva a favore della Cina.

Il surplus commerciale di Pechino rappresenta circa l'1% del PIL mondiale. Circa $1.000 miliardi, alimentato da ingenti aiuti all'esportazione.

A tutto questo si aggiungono i cavalli di Troia geopolitici come la Belt and Road Initiative, i quali aprono mercati ovunque la Cina abbia bisogno di materie prime.


La Cina è alla disperata ricerca di mercati sostitutivi

Il mercato interno europeo è diventato essenziale per Pechino per smaltire la produzione in eccesso. Il mercato statunitense è sempre più bloccato dall'offensiva tariffaria di Donald Trump: le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono crollate di un impressionante 27%.

Allo stesso tempo le esportazioni cinesi verso la Germania sono aumentate del 10,7% nella prima metà dell'anno.

Per evitare un collasso del mercato del lavoro interno, Pechino sta inondando i mercati alternativi con sovraccapacità. Il Partito Comunista si trova ad affrontare un tasso di disoccupazione giovanile intorno al 20%. L'esplosivo sociale è proprio qui.

È proprio qui che l'Europa, e in particolare Berlino, potrebbe fare leva. Nella crescente lotta per l'accesso alle terre rare, cruciale per l'industria tedesca e in particolare per le case automobilistiche, l'Europa potrebbe costruire un reale potere contrattuale alleandosi con gli Stati Uniti.


Irresponsabile e testardo

Considerando il predominio della Cina nel settore della raffinazione delle terre rare, pari al 90%, è irresponsabile non schierarsi con Washington e non assicurarsi vantaggi strategici per la sopravvivenza industriale dell'Europa.

Ideologicamente rigida, strategicamente ingenua e gravemente indebolita dai suoi disastri commerciali con gli Stati Uniti, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, barcolla da un pseudo-vertice all'altro come una regina di Bruxelles detronizzata.

Si ha l'impressione che l'intero circo del clima, la solidarietà teatrale nei confronti dell'Ucraina e l'atteggiamento delirante dei verdi siano diventati una sovracompensazione psicologica per il fallimento visibile del progetto di Bruxelles.


È tempo di cercare un'alleanza con gli Stati Uniti

L'Europa avrebbe dovuto abbracciare la suddivisione geopolitica del mondo con Washington fin dall'inizio. Soprattutto ora che gli Stati Uniti, sotto la guida di un presidente iperattivo in politica estera, rivendicano apertamente la leadership. Trump ha ragione a criticare il protezionismo dell'UE, l'onnipresente regolamentazione climatica e una politica sempre più ostile ai mercati.

Washington è all'offensiva: deregolamentazione, tagli alle tasse, abbandono del culto quasi religioso del clima. E funziona: l'economia statunitense cresce del 3,8%, il nuovo debito è sceso dal 6,7 al 5,8%. Trump sta ricalibrando il sistema mentre l'Europa precipita nella direzione opposta: debito più alto, recessione più profonda.

Wadephul e i suoi colleghi diplomatici europei devono accettare questa realtà e abbandonare la loro crociata sulla censura, abolire del tutto il Digital Services Act, il Digital Markets Act e il regime di sorveglianza online. Dovrebbero invece perseguire un commercio equo con gli Stati Uniti, senza protezionismo climatico.

L'Europa è povera di risorse e dipendente dall'energia, importando fino al 60% del suo fabbisogno energetico. Senza l'energia e le materie prime russe, il modello di prosperità europeo crolla.

E l'attacco a un riavvicinamento eurasiatico tra l'Europa continentale e la Russia, ricca di risorse, non è arrivato da Washington, nonostante i mantra mediatici contrari. È arrivato direttamente dal cuore dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 2 marzo 2026

Sentenza “shock” della Corte Suprema sui dazi? I timori di un rimborso da $200 miliardi sono esagerati

Voglio aggiungere maggiore contesto al pezzo di oggi di Lacalle, il quale si occupa degli aspetti più tecnici della faccenda. Io mi occuperò degli aspetti più strategici e geopolitici. Infatti Bruxelles è stata tutto un fermento sin dalla Conferenza di Monaco e il discorso di Rubio. Ricordate Mitt Romney? Era diventato senatore dallo Utah per i Repubblicani. Non faceva mancare un voto al proprio partito di appartenenza... fino a quando, però, non bisognava votare per le cose importanti. Lì c'era la defezione. Vediamo questo pattern ripetersi oggi anche con politici come Massie, il quale adotta lo stesso modello usando il feticcio dei “principi”. La costruzione di personaggi del genere e il loro inserimento in particolari contesti rientra nella categoria di asset legati all'intelligence, perché non si può essere talmente tanto strategicamente stupidi a meno che non sia esattamente questa la strategia di fondo. Allora si capisce che l'asset in questione è eterodiretto da qualcun altro. Questo discorso è sovrapponibile alla condotta di John Roberts, ad esempio, membro della Corte Suprema, il quale ha deluso la nazione quando c'era più bisogno di lui. Che sia un asset della cricca di Davos credo ci siano pochi dubbi a riguardo. Trump sapeva benissimo che la strada che ha percorso avrebbe causato qualche grattacapo giuridico, ma l'ha fatto perché era quella più veloce, politicamente ed economicamente, per bruciare le tappe e agire come maglio idraulico contro gli avversari degli USA. Le opzioni che ha adesso Trump sono altrettanto efficaci, ma più lente. Cui prodest? Chi trae beneficio dalla decisione della Corte Suprema? A chi stanno più a cuore i flussi di capitali mondiali in questo momento? Gli Stati Uniti vengono danneggiati e di certo non sono gli “ebrei” a guadagnarci. Chi ci guadagna sono City di Londra e Bruxelles, disperati per congelare il flusso dei capitali mondiali e impedire che lascino in massa i loro confini. Due cose mi sono subito saltate all'occhio di fronte a quella che sembrava una vittoria della cricca di Davos in questa battaglia: la sentenza della Corte Suprema è avvenuta a mercati cinesi chiusi e oro/argento hanno chiuso al rialzo. Non proprio un segnale di sfiducia nei confronti dei mercati americani, soprattutto perché Trump ha fatto in un anno più di quello che hanno fatto i precedenti presidenti sin da Reagan. Il grado di cambiamento dietro le quinte è enorme a livello di Dipartimenti e burocrazia: vi basti pensare, ad esempio, come SEC e CFTC adesso agiscano sotto l'Office of Management and Budget e non più come organi indipendenti (lo smantellamento della dottrina Chevron è stata cruciale per impedire alle burocrazie statunitensi di vivere di “vita propria” senza alcun meccanismo di “pesi e contrappesi”); lo stesso dicasi per la riorganizzazione di Tulsi Gabbard a livello di servizi di intelligence. Tutti questi sistemi, tutte queste burocrazie sono avversi al cambiamento e facilmente recrutabili come cavalli di Troia. Faranno di tutto per rallentare il processo di rimodellamento, America First, portato avanti dall'amministrazione Trump. Come avete già avuto modo di leggere in altri due pezzi pubblicati in precedenza, “Da qui in avanti il gioco diventa più pericoloso” e “Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo”, la guerra tra Stati Uniti e cricca di Davos/City di Londra sta scalando marcia. Per quanto possa sembrare sconfortante la sentenza della Corte Suprema riguardo i dazi, c'è un'altra questione forse ancora più importante dei dazi che addirittura potrebbe far cadere la necessità di far approvare il SAVE Act: la revisione del Voting Right Act.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/sentenza-shock-della-corte-suprema)

La reazione dei mercati alla sentenza della Corte Suprema sui dazi ha esagerato gli aspetti negativi e ignora le opzioni dell'amministrazione Trump.

I mercati stanno reagendo in modo scomposto alle notizie sul buco finanziario da $175-200 miliardi nei presunti rimborsi. Tuttavia la sentenza della Corte Suprema apre un processo lungo, stretto e ciononostante gestibile, non un'imminente crisi fiscale.

Nei giorni successivi all'annullamento dei dazi imposti da Trump, molti analisti hanno trasformato una complessa sentenza legale in una storia semplice, affermando che Washington avrebbe presto dovuto rimborsare fino a $200 miliardi. I premi di rischio sui titoli del Tesoro sono aumentati, oro e argento sono saliti alle stelle e alcuni commentatori hanno lanciato l'allarme per un imminente shock nel bilancio statunitense che avrebbe fatto impennare il debito pubblico.

La sentenza della Corte Suprema implica che il Dipartimento del Tesoro sia tenuto a rimborsare ogni dollaro riscosso dall'introduzione di questi dazi? La realtà è molto più complessa.

L'amministrazione statunitense ha molte opzioni per mantenere la sua politica commerciale.

La Corte Suprema non dichiara illegali nessuno degli accordi commerciali concordati, né i meccanismi dei dazi. Le amministrazioni Biden, Obama, Bush e Clinton hanno tutte implementato dazi in passato. Inoltre se un Paese decidesse di rifiutare gli accordi firmati, il che è improbabile, l'amministrazione può utilizzare la Sezione 122 del Trade Act del 1974 per imporre dazi al 10% per 150 giorni, come già annunciato. Questa sottosezione consente dazi o supplementi all'importazione in caso di emergenza legata alla bilancia dei pagamenti. Inoltre la Sezione 338 del Tariff Act del 1930 consente dazi fino al 50% sui Paesi che discriminano il commercio statunitense, mentre la Sezione 232 utilizza le indagini del Dipartimento del Commercio per imporre dazi su prodotti specifici e la Sezione 301 prende di mira Paesi e settori dopo le indagini dell'USTR su pratiche irragionevoli.

Tutte le amministrazioni precedenti hanno utilizzato questi meccanismi in passato. Biden, infatti, ha mantenuto tutti i dazi imposti dalla prima amministrazione Trump.

Quando esaminiamo la decisione della Corte Suprema, ci rendiamo conto che l'attenzione è rivolta più al modo in cui sono stati annunciati i dazi piuttosto che ai meccanismi delle controversie commerciali e dei dazi stessi.

Il rischio di un rimborso esiste, ma i tempi sono lunghi, l'importo effettivo è probabilmente molto inferiore a $200 miliardi e l'economia statunitense può facilmente assorbirlo. Infatti l'esito della sentenza della Corte Suprema potrebbe non comportare alcuna modifica agli accordi commerciali esistenti.

L'opinione pubblica ha scritto ampiamente lamentandosi dei dazi di Trump. Tuttavia non ho letto nulla sul sistema CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) dell'UE, un gigantesco schema costellato di dazi progettato solo per aumentare i prezzi. Il CBAM è il sistema più protezionistico visto nel commercio globale da anni, nascosto dietro la scusa della “anidride carbonica” per imporre un sistema fiscale mostruoso.

I dazi non sono un'invenzione di Trump; sono la norma nel commercio globale. Gli attuali accordi commerciali si sono dimostrati positivi per il commercio mondiale, la crescita e tutte le parti coinvolte. Annullare questi accordi sarebbe estremamente negativo per tutte le nazioni esportatrici. Inoltre un dazio globale del 10% ai sensi della Sezione 122 potrebbe fruttare $300-400 miliardi all'anno, rispetto agli attuali introiti doganali di oltre $200 miliardi nel 2025 e $77 miliardi nel 2024.

I Paesi che hanno firmato accordi commerciali con gli Stati Uniti dovrebbero essere prudenti nel non violare gli accordi esistenti, poiché i nuovi dazi doganali, successivi alla sentenza della Corte Suprema, aumenterebbero e nessuna nuova amministrazione cambierebbe la situazione, come è successo con Biden.

La Corte Suprema ha stabilito che l'uso specifico dei poteri di emergenza (IEEPA) per imporre determinati dazi è illegale, ma non ha emesso un ordine di rimborso di quelli riscossi.

Secondo gli avvocati commercialisti, la sentenza apre la strada a possibili contestazioni, ma non significa che il governo federale debba restituire ogni dollaro. C'è un'enorme differenza tra stabilire che una misura era illegale e ottenere un rimborso da parte di tutti gli importatori interessati.

Solo gli esportatori che hanno preservato i propri diritti, tra cui proteste, sospensioni della liquidazione e dichiarazioni presentate tempestivamente, possono realisticamente richiedere rimborsi. La maggior parte delle aziende probabilmente sceglierà di non adire le vie legali. Inoltre gran parte della filiera ha già assorbito il costo dei dazi, il che offre scarsi incentivi a contestarli.

Solo una piccola parte delle aziende ha intentato cause in precedenti controversie commerciali e un gruppo ancora più piccolo ha recuperato l'intero importo versato. Non si tratta di un rimborso fiscale universale; si tratta di un processo complesso e legalmente impegnativo a cui molte aziende hanno già perso l'opportunità di accedere.

Esiste un'enorme differenza tra l'importo totale dei dazi riscossi, circa $200 miliardi, gli importi legalmente rivendicabili e depositati, e i rimborsi dopo contenziosi, accordi e dinieghi.

Per gli esportatori tentare di rivendicare i dazi riscossi potrebbe rappresentare una sfida legale ardua e una decisione commerciale rischiosa, poiché potrebbe comportare perdite superiori alle loro richieste.

I casi torneranno ora alla Corte del Commercio Internazionale e ai tribunali di grado inferiore. Ogni richiesta dovrà essere elaborata, discussa e decisa, e saranno possibili ricorsi. Le controversie commerciali e doganali possono durare anni. Ciò che alcune banche considerano una cifra importante (un rimborso da $200 miliardi) si trasformerà probabilmente in un costo fiscale netto molto più basso, probabilmente inesistente. Inoltre molte di queste aziende correranno probabilmente il rischio di perdere l'accesso al redditizio mercato statunitense durante il lungo e complesso processo di contenzioso.

Anche se il rimborso netto fosse di $100-150 miliardi, suddiviso in tre-cinque anni, si tratterebbe in media di $20-50 miliardi all'anno. In termini di bilancio federale, una cifra irrisoria.

Con un PIL di oltre $30.000 miliardi, anche un rimborso da $150 miliardi equivarrebbe ad appena lo 0,5% della produzione statunitense. Inoltre l'imposizione di un dazio globale del 10% genererebbe, secondo le stime, oltre $300 miliardi all'anno, ovvero il 50% in più rispetto all'importo dichiarato dai giornali come possibile rimborso.

Nel frattempo l'economia statunitense si sta rafforzando, con il PIL del settore privato nel quarto trimestre in aumento del 2,4% grazie a consumi e investimenti robusti, mentre la spesa pubblica sta diminuendo, il che sottrae un punto percentuale al PIL ma è una decisione politica per controllare il debito e i deficit; l'inflazione sta diminuendo e la creazione di posti di lavoro sta accelerando, con il settore manifatturiero in espansione.

Gli investitori potrebbero temere l'incertezza giuridica in merito alle politiche commerciali, ma non un rimborso una tantum. Nonostante si parli di un buco da $200 miliardi, il vero rischio è un periodo prolungato di controversie legali, mutevoli misure tariffarie e confusione nei dati commerciali, non un precipizio fiscale. Per questo motivo credo che i partner commerciali preferiranno mantenere gli accordi esistenti piuttosto che intraprendere un lungo e doloroso contenzioso che potrebbe concludersi con un aumento dei dazi per gli esportatori.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 25 febbraio 2026

Davvero gli americani pagano il 96% dei dazi?

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/davvero-gli-americani-pagano-il-96)

Il Congressional Budget Office ha rivisto le sue stime e afferma che gli aumenti dei dazi in vigore dal 6 gennaio 2025 al 15 novembre 2025 ridurranno il deficit primario degli Stati Uniti di $2.500 miliardi in 11 anni, se mantenuti in vigore nel periodo 2025-2035. Le entrate dai dazi sono aumentate a $90 miliardi tra ottobre e dicembre 2025, rispetto ai $20 miliardi fatti registrare nello stesso periodo del 2024, però l'inflazione annua è in realtà inferiore.

L'inflazione negli Stati Uniti non è salita al 5-6%, come alcune banche d'investimento avevano previsto in seguito all'annuncio dei dazi. Infatti l'indice dei prezzi al consumo annuo, l'indice PCE e i prezzi all'importazione riportati dalle dogane e dagli uffici di frontiera non mostrano alcun aumento percepibile dell'inflazione annua e sono certamente molto lontani dalle stime di consenso.

Secondo gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics, l'indice dei prezzi al consumo su base annua negli Stati Uniti si è attestato al 2,7% a dicembre, con un incremento mensile dello 0,3%. I principali fattori trainanti dell'inflazione sono l'edilizia abitativa e i servizi, che non hanno nulla a che fare con i dazi. L'inflazione di fondo (IPC esclusi alimentari ed energia) si è attestata al 2,6% su base annua a dicembre, con un incremento mensile di solo lo 0,2%, il livello più basso negli ultimi quattro anni. L'inflazione di fondo si è stabilizzata intorno al 2,6%, ben al di sotto di quanto temuto qualche mese fa, rafforzando la percezione che le pressioni di fondo si stiano attenuando, nonostante i servizi rimangano relativamente “caldi”.

L'indice dei prezzi all'importazione negli Stati Uniti è aumentato dello 0,4% nel periodo settembre-novembre 2025, con un aumento dello 0,7% su base annua per le importazioni non energetiche. Per quanto riguarda le componenti delle importazioni, i prezzi dalla Cina sono diminuiti del 3,6% su base annua a novembre, mentre quelli dal Giappone sono aumentati del 2,6% e quelli dall'UE sono diminuiti dello 0,1%. I prezzi doganali all'importazione stanno diminuendo, soprattutto dai Paesi che devono affrontare dazi più elevati.

Inoltre i prezzi all'esportazione degli Stati Uniti sono aumentati dello 0,5% nel periodo settembre-novembre 2025, soprattutto per i prodotti agricoli e i veicoli a motore.

Secondo il BLS, i prezzi all'importazione sono aumentati solo dello 0,1% nei dodici mesi terminati a novembre, mentre i prezzi all'esportazione sono aumentati del 3,3%. Poiché questi dati escludono i dazi, mostrano che le pressioni inflazionistiche non provengono né dai prodotti importati, né dai dazi.

Se sia i prezzi all'importazione che quelli all'esportazione aumentano, ma i prezzi all'importazione si muovono a malapena, l'effetto dei dazi viene assorbito lungo tutte le catene di approvvigionamento, in particolare in quelle località con la maggiore capacità in eccesso. In altre parole esportatori, distributori, trasporti e magazzinaggio assorbono la maggior parte dei dazi, perché il costo del capitale circolante per gli elementi delle catene con maggiore capacità in eccesso rende impossibile il trasferimento dei dazi al consumatore.

Nonostante ciò, leggerete studi di Cavallo o del Kiel Institute che affermano il contrario. Le stime di Alberto Cavallo utilizzano gennaio 2024 come limite per il calcolo del trend pre-dazi. Tuttavia, dopo una brutale impennata inflazionistica nel 2021-2024, l'ultimo anno appare artificialmente “disinflazionistico”. Se si esamina la serie 2021-2024, la tendenza è di una continua disinflazione. L'andamento dell'inflazione nel 2025 è inferiore a quello degli anni di Biden, anche nei diciotto mesi che hanno portato all'allentamento della politica monetaria della FED e ai tagli dei tassi.

La Federal Reserve Bank di Atlanta ha pubblicato che le aziende prevedono che i loro costi aumenteranno solo del 2% nel prossimo anno, in calo rispetto al 2,2% di dicembre, il livello più basso nell'era post-pandemica.

Lo studio del Kiel Institute, intitolato “America's own goal: Americans pay almost entirely for Trump's tariffs”, è opinabile per diverse ragioni tecniche e identificative. Economisti come Stephen Moore ed E. J. Antoni hanno evidenziato alcune ipotesi sorprendenti, e John Carney ha scritto ampiamente sui principali bias statistici soprattutto nel pezzo “Debunking the myth that Americans are paying 96% of tariffs”, concludendo: “Non dimostra che il 96% dei costi ricada sugli americani, non dimostra che i consumatori paghino prezzi più alti e certamente non dimostra che i dazi siano un autogol”.

Il fattore più sorprendente è che il Kiel Institute attribuisce quasi l'intero andamento dei prezzi negli Stati Uniti ai dazi, ignorando che lo stesso trend è simile o addirittura più marcato nel Regno Unito, in Paesi dell'Unione Europea come la Spagna, o in Giappone. Se gli esportatori statunitensi aumentano i prezzi fino a tre volte più velocemente per le stesse categorie rispetto a coloro che esportano negli Stati Uniti, il fattore esplicativo delle variazioni dei prezzi in America non sono i dazi, ma ha molto più a che fare con altri fattori, oltre al diffuso deterioramento del potere d'acquisto delle valute nei Paesi analizzati.

Il risultato chiave dietro il titolo che circola sui media – secondo cui gli esportatori assorbono il 4% dei dazi e gli Stati Uniti il ​​96% – si basa su un coefficiente di circa -0,039 con un errore standard di 0,024, significativo solo al livello del 10%, mostrando una stima molto rumorosa nonostante i 25,6 milioni di osservazioni, spiega Carney. Con un tale livello di imprecisione, l'intervallo di confidenza implicito stesso consente un assorbimento da parte degli esportatori compreso tra lo 0% e il 9%, quindi presentare il “4%” come una cifra precisa crea un'illusione di accuratezza che i dati non supportano.

Inoltre lo studio interpreta l'aumento dei prezzi medi all'importazione come prova del trasferimento dei dazi, ma ignora che le importazioni totali (in valore e volume) diminuiscono del 28%, con l'uscita dal mercato dei fornitori a basso costo. Se i prodotti economici scompaiono e rimangono solo quelli di fascia medio-alta, il prezzo medio aumenta, anche se la realtà mostra che i prezzi all'interno di ciascuna categoria non sono aumentati, come si evince dai dati doganali e dai dati sui consumatori finali. Pertanto il cambiamento nel mix di qualità può essere scambiato per un aumento dei prezzi “dovuto ai dazi”.

I dazi vengono applicati a livelli molto disaggregati (HS8/HS10), ma lo studio del Kiel lavora con dati a livello HS6, molto più aggregati, secondo Carney. Ciò impone l'utilizzo di un'aliquota tariffaria media per prodotti con dazi effettivi molto diversi o addirittura senza. Questa misurazione inadeguata (come variabile esplicativa) introduce un errore che distorce i coefficienti verso lo zero, rendendo più facile “trovare” una piccola risposta dei prezzi e reinterpretarla come prova che quasi tutto il costo ricade sugli Stati Uniti. Se la stessa analisi viene effettuata per prodotti non energetici nel Regno Unito, in Giappone, in Germania, in Spagna o in Francia, ad esempio, sembrerebbe che i dazi vengano pagati contemporaneamente dagli americani e da tutti gli stranieri, il che è ovviamente assurdo. Se sia i beni soggetti a dazi che quelli non soggetti a essi mostrano aumenti nei valori unitari, il confronto differenziale viene artificialmente ridotto.

Anche se le stime sui prezzi all'importazione fossero corrette, lo studio presuppone, senza prove, che il 96% venga trasferito ai consumatori, senza analizzare i prezzi al dettaglio, i margini aziendali, o la distribuzione dell'incidenza lungo le catene di approvvigionamento.

L'affermazione che si tratti fondamentalmente di una “tassa sui consumi” trasferita al 96% agli americani viene presentata come una conclusione empirica, quando in realtà si tratta di un'estrapolazione personale priva di un supporto statistico diretto, conclude Carney.

Se le conclusioni della relazione – basate su diverse ipotesi estreme – fossero corrette, allora l'inflazione annua, l'inflazione di fondo e l'indice PCE statunitense sarebbero più che raddoppiati rispetto ai livelli pubblicati. Lo studio presuppone che tutti gli aumenti dei prezzi siano spiegati dai dazi, ignorando la tendenza al rialzo dei prezzi individuali e dei panieri nei Paesi esportatori. Se i prezzi delle esportazioni statunitensi aumentano tre volte più velocemente dei prezzi delle importazioni, e ancora di più se analizzati categoria per categoria, è chiaro che gli esportatori verso gli Stati Uniti non stanno trasferendo i dazi sui prezzi finali. Quando i prezzi delle importazioni dall'UE diminuiscono e il calo dei prezzi in Cina è così significativo, è anche un segnale di allentamento della pressione inflazionistica, non il contrario.

Inoltre ignorando il fatto che le categorie più “inflazionistiche” nei dati statunitensi sono i servizi, che non sono soggetti a pressioni commerciali, l'analisi giunge a conclusioni azzardate e solleva più dubbi che certezze. Inoltre dovremmo assistere a margini crescenti e prezzi più bassi tra gli esportatori che vendono negli Stati Uniti, ma è accaduto il contrario.

Anche nel rapporto del Kiel Institute si afferma che gli esportatori hanno in gran parte mantenuto i prezzi in dollari pre-dazi, il che rappresenta una riduzione a parità di dollari, considerando l'indebolimento del dollaro statunitense nel 2025 rispetto alle valute degli esportatori. Inoltre lo studio afferma che i loro margini unitari negli Stati Uniti non sono aumentati e che hanno accettato volumi inferiori e perso quote di mercato. Se gli americani hanno consumato di più, come indicano i dati, e i prezzi non sono aumentati a dollari costanti, mentre gli esportatori hanno perso quote di mercato e i loro profitti non sono migliorati, il rapporto riconosce che le variazioni di prezzo non possono essere attribuite ai dazi, bensì a molti altri fattori in una situazione commerciale complessa.

I dazi rimarranno un argomento di dibattito per molto tempo, e gli studi sono sempre preziosi, ma l'evidenza – quasi un anno dopo – è che le componenti dei dati sull'inflazione non mostrano una sua persistenza (un fenomeno che si verifica in tutti i Paesi comparabili) a causa dai dazi. Con il livello di capacità in eccesso esistente nel sistema di esportazione globale, è chiaro che le catene di approvvigionamento assorbono i costi dei dazi laddove il potere di determinazione dei prezzi è più debole.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 4 febbraio 2026

Tante chiacchiere, nessuna strategia: l'indignazione della Germania per la linea di politica di Trump sulla Groenlandia

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tante-chiacchiere-nessuna-strategia)

La reazione provocatoria dell'élite politica e imprenditoriale tedesca riguardo i dazi di Donald Trump nel conflitto in Groenlandia rivela una notevole negazione della realtà. È sempre più chiaro che Bruxelles e Berlino sono più disposte ad accettare danni collaterali significativi in una disputa con gli Stati Uniti che a perseguire soluzioni razionali. È giunto il momento di riconoscere le proprie debolezze.

Alla fine la disputa sul futuro strategico della Groenlandia si è sviluppata come previsto. In risposta allo schieramento di un piccolo contingente di truppe europee sull'isola amministrata dalla Danimarca, Washington ha utilizzato un potere di leva sostanziale: i dazi. Questo strumento ormai consolidato è rivolto alle otto nazioni partecipanti all'azione, tra cui la Germania, che ha contribuito con soli 13 soldati a questa peculiare misura.

A partire dal 1° febbraio è entrato in vigore un ulteriore dazio del 10%. Se la situazione rimane invariata, salirà al 25% il 1° giugno. Se la controversia sulla Groenlandia dovesse degenerare in un casus belli commerciale, avrebbe un impatto diretto sull'economia europea nel suo complesso. Le economie fortemente orientate alle esportazioni, come la Germania, potrebbero vedere spazzato via fino allo 0,3% del loro PIL.


Rotte e risorse di spedizione

Di cosa si tratta realmente? L'interesse di Donald Trump per il controllo strategico della Groenlandia è duplice. Da un lato le ricche risorse naturali della Groenlandia, in particolare le terre rare, sono cruciali; dall'altro si tratta di controllare le principali rotte commerciali artiche. L'obiettivo di Washington è dominare il Passaggio a Nord-Est lungo la Russia e il Passaggio a Nord-Ovest lungo il Canada. Queste rotte che collegano Europa, Asia e Nord America potrebbero diventare strategicamente vitali in futuro. Anche lo Stretto di Davis, tra Groenlandia e Canada, svolge un ruolo chiave nel gioco di potere degli Stati Uniti, fornendo accesso a importanti zone ricche di risorse. La regione del Nord Atlantico è generalmente considerata essenziale per la sicurezza militare del governo statunitense.

Negli ultimi giorni Trump ha ripetutamente sottolineato che né la NATO, né l'Unione Europea hanno adottato misure politiche sostanziali in risposta alla crescente influenza della Cina e della Russia nella regione.

Ciò solleva l'inevitabile domanda: perché l'Europa è improvvisamente così interessata alla Groenlandia? Una soluzione chiara sarebbe senza dubbio un referendum sull'isola parzialmente autonoma. Resta da vedere come si svilupperà questo processo.


Provocazioni invece di una strategia

Le risposte politiche e imprenditoriali della Germania indicano la volontà di un'escalation retorica. I rappresentanti delle associazioni di categoria tedesche parlano di un'inversione di tendenza nella politica statunitense. Il presidente della VDMA, Bertram Kawlath, ha criticato i dazi definendoli un'arma politica e apostrofandoli come assurdi. Analogamente il presidente del DIW, Marcel Fratzscher, ha avvertito che la Germania e l'Europa non dovrebbero più lasciarsi estorcere dalla controversia commerciale con gli Stati Uniti.

Il presidente della BGA, Dirk Jandura, e la presidente della VDA, Hildegard Müller, hanno definito grotteschi i dazi annunciati. Rappresenterebbero un onere enorme per un'industria europea già pesantemente colpita. Entrambi hanno invitato Bruxelles ad agire con decisione e strategia.

In particolare, spicca l'appello di Fratzscher a una più stretta cooperazione con la Cina. Eppure solo poche settimane fa la disputa sulla fornitura delle terre rare con Pechino ha rischiato di degenerare, un player che fa valere i propri interessi con altrettanta spietatezza sfruttando la sua influenza sulle risorse.

C'è accordo sul fatto che Bruxelles debba ora raccogliere la sfida lanciata dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per un pacchetto di dazi di ritorsione che potrebbe colpire le imprese statunitensi in Europa fino a $93 miliardi. I segnali indicano una tempesta, ma non è ancora chiaro se l'amministrazione statunitense ne sarà impressionata.

Da una prospettiva europea emergono due opzioni principali: in primo luogo, il modello a lungo discusso di tassazione pesante sulle aziende tecnologiche americane – la cosiddetta tassa digitale – potrebbe finalmente essere implementato; in secondo luogo, i contro-dazi proposti dall'UE potrebbero essere utilizzati per esercitare pressione nei prossimi negoziati con l'amministrazione statunitense.

La domanda cruciale è: fino a che punto l'UE potrà giocare a questo gioco di potere prima che i costi economici diventino insostenibili? Bruxelles ha mostrato la tendenza, in conflitti come la guerra in Ucraina, ad attenersi a richieste massimaliste, accettando al contempo danni collaterali significativi. La stessa dinamica viene minacciata ora nella disputa commerciale con gli Stati Uniti: la retorica europea è forte, ma la sostanza economica è debole.

Analogamente allo scontro con la Russia, l'UE si trova ad affrontare una visibile asimmetria di potere rispetto all'economia statunitense, che è cresciuta del 5,5% annuo nell'ultimo trimestre, mentre la disoccupazione è scesa al 4,4%. La crescita è trainata principalmente dagli investimenti privati e da un massiccio aumento della produttività, la vera misura del successo economico sostenibile.

Al contrario l'UE – e in particolare le aree industriali della Germania – stanno sanguinando. Nonostante l'ingente indebitamento e gli ampi programmi di stimolo governativi, gli investimenti privati ​​e gli incrementi di produttività continuano a languire.


Asimmetria di potere

Sul conflitto commerciale in lenta escalation pende la spada di Damocle del conflitto ucraino e della conseguente crisi energetica tedesca. L'occasione persa mesi fa di risolvere un nodo gordiano con la mediazione statunitense ora esige il suo pedaggio. Passo dopo passo gli Stati Uniti potrebbero adeguare le proprie garanzie di sicurezza per l'Europa, esponendo le vulnerabilità economiche e militari dell'UE.

La nuova strategia di sicurezza di Washington, pubblicata a dicembre, chiarisce che l'UE non è più considerata un alleato strategico. Gli Stati Uniti sono invece pronti a perseguire i propri interessi con il pugno di ferro, se necessario.

Non si può negare che con l'attuale amministrazione Trump la realpolitik è tornata a farsi sentire nelle relazioni UE-USA. L'Europa deve riconoscere queste nuove realtà e affrontarle con una valutazione realistica della propria posizione e l'attuale situazione economica è tutt'altro che rosea.

L'atteggiamento morale nei confronti dei presunti “metodi da Far West” degli americani è ipocrita. Non è stata forse la Commissione Europea a costringere, per molti anni, i partner commerciali – più di recente i Paesi del Mercosur – al suo regime protezionista sul clima? Non è altrettanto problematico spingere la propria popolazione in un pantano economico solo per soddisfare fantasie di potere socialiste sul clima ed espandere il controllo politico?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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