venerdì 24 maggio 2019

La crisi del debito del governo USA





di Alasdair Macleod


Questo articolo spiega perché il governo americano è intrappolato in una trappola del debito dalla quale non c'è via di scampo. Le sue finanze stanno andando a ramengo. Nel contesto di un'economia globale in rapido rallentamento, il deficit di bilancio può essere finanziato solo dal QE e dall'espansione del credito bancario. Non trarrà conforto dal protezionismo commerciale: non impedirà che il deficit commerciale aumenti a scapito della produzione nazionale, a meno che non ci sarà un'improbabile ripresa dei tassi di risparmio personale. Ora possiamo cominciare a vedere come si evolverà la crisi del debito, la quale porterà alla distruzione del dollaro.

Al momento in cui viene scritto questo pezzo, i rendimenti obbligazionari stanno calando, l'euro è sceso rispetto al dollaro e le azioni stanno raggiungendo nuovi massimi. Ovviamente le azioni stanno prendendo la loro spinta dalle obbligazioni, ma i rendimenti obbligazionari stanno scendendo perché l'economia globale sta inviando segnali molto preoccupanti. Gli investitori in azioni sperano che l'allentamento monetario (che ora si aspettano pienamente) calmerà ancora una volta le acque e le economie continueranno a riprendersi. Stanno ignorando alcuni fatti economici di base...

I lettori abituali dei miei articoli saranno consapevoli che la fase espansiva del ciclo del credito è ormai finita e che corriamo il grave rischio di cadere a capofitto in una crisi globale e sistemica. Gli attori economici e i loro banchieri stanno cominciando a rendersi conto che le ipotesi alla base dei prestiti all'inizio del ciclo del credito erano errate.

Ecco perché è un ciclo del credito: è guidato da una precedente espansione del credito che spinge tutti i produttori ad agire allo stesso modo. Viene a cessare l'attività casuale, condizione di una vera economia laissez-faire. Invece gli imprenditori giudicano la disponibilità di credito agevolato un'opportunità lucrativa e lo stesso non si può dire degli stati (poiché essi cercano entrate, non profitti).

Se uno stato agisce in modo responsabile, non dovrebbe mai prendere in prestito, tranne forse in caso di emergenza. L'evoluzione del denaro fiat scoperto ha cambiato tutto ciò, consentendo agli stati di finanziarsi attraverso la stampa di denaro.

C'è solo un modo in cui uno stato possa finanziare l'eccesso di spesa senza che sia inflazionistico, e cioè prendendo in prestito denaro dai risparmiatori. C'è un lato negativo: lo stato incamera i risparmi esistenti, compresi quelli detenuti nei fondi pensione e assicurativi, deviandoli da altri mutuatari. Negli anni '80 questo fenomeno è stato descritto come "crowding out" e ha avuto l'effetto di far salire i tassi d'interesse fino al punto in cui questi altri mutuatari hanno smesso di accendere prestiti. Negli anni del dopoguerra, questa è stata la conseguenza del socialismo spendaccione.

Le altre due fonti di finanziamento per la spesa pubblica sono inflazionistiche. Il credito bancario è ampliato per finanziare i buoni del Tesoro. Prima del 2008 una combinazione di risparmio e espansione del credito bancario è stata utilizzata per coprire i requisiti di finanziamento dello stato. Ma dopo la grande crisi finanziaria la stampa del denaro da parte delle banche centrali, attraverso il quantitative easing, ha aperto una nuova strada. E probabilmente in futuro gli storici attribuiranno a quest'ultimo meccanismo di finanziamento l'inizio della fine delle valute fiat.

A livello teorico, il quantitative easing è promosso come una politica monetaria per stimolare l'economia iniettando grandi quantità di denaro in un sistema bancario in fallimento e consentendo a quest'ultimo di rimpinguare le proprie riserve. Ma l'effetto più importante è quello di permettere ad uno stato di spendere ben oltre le sue entrate fiscali.

La teoria keynesiana, almeno nella sua forma originale, raccomandava un eccesso di spesa pubblica per stimolare l'economia all'inizio di quello che Keynes definiva il ciclo economico. L'ipotesi era che un'economia più forte risultante dalla precedente espansione del credito avrebbe migliorato le finanze pubbliche aumentando il gettito fiscale e conseguendo così un avanzo di bilancio più avanti nel ciclo. Di tanto in tanto gli stati in passato prestavano attenzione al concetto di bilanciamento del budget, ma oggi non così tanto.

Come politica fiscale, il bilanciamento del budget durante il ciclo non è più rilevante; né il modo in cui i deficit sono finanziati. Il carattere delle economie odierne è cambiato, con la maggioranza dei consumatori che non risparmia più, tranne i fondi pensione e quelli assicurativi. Negli ultimi decenni questi risparmi istituzionalizzati hanno ridotto la loro esposizione alle obbligazioni, mentre aumentavano i loro investimenti in azioni. Hanno cercato di accumulare rendimenti attraverso i guadagni in conto capitale anziché mediante gli interessi di capitalizzazione. La politica monetaria ha favorito la soppressione dei tassi d'interesse e dei rendimenti obbligazionari, incoraggiando questa tendenza. Il risparmio personale come strumento per finanziare il debito pubblico è praticamente scomparso e ha perso importanza in tutti i settori tranne nei fondi obbligazionari specializzati.

Pertanto il desiderio keynesiano di massimizzare il consumo presente punendo i risparmiatori è quasi soddisfatto. Il modo in cui gli stati spendaccioni si finanziano è cambiato radicalmente rispetto a quando gli individui investivano i loro risparmi in titoli di stato. Invece adesso gli stati sono diventati sempre più dipendenti dal finanziamento dei deficit con mezzi inflazionistici.



Il finanziamento del governo degli Stati Uniti è fuori controllo

C'è un numero di stati occidentali il cui debito è diventato così grande rispetto alle loro economie che le loro finanze sono fuori controllo. Ai fini di questa analisi, limiteremo la nostra attenzione a quella del governo degli Stati Uniti, perché è quello che emette la valuta di riserva mondiale.

Nonostante la soppressione dei tassi d'interesse da parte della FED, il costo dei prestiti del governo federale è aumentato sensibilmente, come dimostra chiaramente il seguente grafico.


Il mio collega, James Turk, ha calcolato che il tasso di insolvenza del governo degli Stati Uniti (il costo degli interessi in percentuale delle entrate statali) sia del 17,2% per i primi sei mesi dell'anno fiscale 2019. In altre parole, per ogni $100 raccolti in tasse, $17,20 servono per pagare gli interessi. Inutile dire che le finanze del governo federale sono già in crisi.

Le previsioni obsolete del Congressional Budget Office per il deficit 2019 si attestano a $897 miliardi. Le stime più recenti dell'Office of Management and Budget ci mostrano un deficit di $1,092 miliardi finora. In altre parole, il problema del debito e degli interessi ha visto un'accelerazione significativa negli ultimi sei mesi. Turk conclude che la FED non ha altra scelta che abbassare i tassi d'interesse per salvare le finanze del governo degli Stati Uniti.

Il problema può essere visto da un'altra angolazione: la crescita del PIL nominale è stata insufficiente a produrre le tasse per finanziare il debito. In assenza di crescita del PIL, l'unico modo per affrontare la minaccia di un'escalation del debito è eliminare il deficit federale. Secondo le attuali politiche, ciò non sta accadendo e, secondo il CBO, i deficit di bilancio dovrebbero aumentare almeno fino al 2028.

Per l'anno fiscale 2019, il CBO aveva ipotizzato un aumento del PIL del 5,02% e del 4,08% per il 2020. Alla luce del forte rallentamento economico che sta diventando ormai più che evidente, queste stime sono errate. In altre parole, non solo il tasso d'insolvenza del governo USA sta crescendo a dismisura, non solo il deficit di bilancio è fuori controllo, ma le ipotesi sulla crescita del PIL sono troppo ottimistiche.

Sin dalla crisi della Lehman nel 2008/09, il governo degli Stati Uniti ha utilizzato una via di fuga negativa per il problema del PIL, addolcendo un po' i numeri dell'inflazione. Per apprezzare tutte le ramificazioni, dobbiamo capire cosa rappresenta il PIL: esso rappresenta semplicemente un totale delle transazioni registrate nell'economia durante un periodo predefinito, normalmente annuale. La crescita delle cifre del PIL non sono altro che il percorso dell'inflazione monetaria applicato a tali transazioni. In altre parole, la soluzione alla mancanza d'inflazione nelle cifre del PIL è semplicemente gonfiarlo. Ciò avviene attraverso un accelerazione quantitativa e il governo federale aumenta la spesa nell'economia interna.

Ne beneficiano temporaneamente le finanze pubbliche, ma è la cosa peggiore che un governo possa fare, perché attraverso il trasferimento della ricchezza impoverisce e distrugge l'economia in generale sulla quale lo stato conta per le sue entrate fiscali future. Sebbene per un governo spendaccione sia onnipresente la tentazione del denaro facile, e senza dubbio sarà raccomandata da economisti e commentatori mainstream, è la strada per accelerare l'inflazione dei prezzi e l'eventuale crollo della valuta.

Ad oggi l'effetto dell'inflazione monetaria sull'economia è stato deliberatamente nascosto. Se così non fosse, il vero stato delle finanze pubbliche sarebbe stato ovvio per il grande pubblico anni fa. Con il metodo statistico gli aggiustamenti obbligatori legati all'indice dell'inflazione dei prezzi hanno ridotto quest'ultima ad una frazione di ciò che deve essere per riflettere il vero costo della vita. I benefici di questa soppressione sono evidenti per le finanze pubbliche. Il problema più insidioso è che i costi in accelerazione sono una caratteristica della spesa pubblica, riflettendo gli effetti reali dell'inflazione monetaria sui prezzi.

È un problema sempre più serio. Secondo l'Indice Chapwood, negli ultimi cinque anni l'inflazione dei prezzi dei beni e dei servizi che gli americani acquistano tipicamente è in media quasi del 10% in 50 grandi città. Al contrario, gli analisti finanziari accettano ostinatamente le statistiche del CPI, le quali dichiarano che l'inflazione dei prezzi è in media solo dell'1,52% rispetto alla stessa scala temporale. L'Indice Chapwood stima che a metà del 2018 i prezzi aumentassero annualmente del 12,6% a New York, del 12,1% a Los Angeles e dell'11,9% a Chicago. Se accettiamo le stime del Chapwood e le applichiamo come un deflatore al PIL, dobbiamo concludere che in termini reali l'economia americana è stata in continuo calo sin dalla crisi finanziaria e che c'è un enorme divario tra i tassi d'interesse ufficiali e quelli richiesti dai risparmiatori.

Uno dei più vecchi cliché in politica è che si possono prendere in giro le persone fino ad un certo punto, poi arriverà un momento in cui si sveglieranno e capiranno la frode statistica sponsorizzata dallo stato. Con l'inflazione dei prezzi che sembra accelerare, l'apatia pubblica sull'inflazione dei prezzi sarà sostituita da un sostanziale e forse improvviso adeguamento delle preferenze individuali a favore delle merci.

È probabile che i tempi di un risveglio economico siano collegati al ciclo del credito, quando il sostegno pubblico si evolverà dalla compiacenza all'improvvisa preoccupazione. Una cosa è tollerare l'intervento dello stato quando le cose sembrano andare abbastanza bene, o c'è una prospettiva di successo, ma quando l'economia finisce nei guai prevale un umore diverso. Se il recente rallentamento economico peggiorerà, la psicologia pubblica farà tale cambiamento.

Protezionismo commerciale e la fine della fase espansiva del ciclo del credito sono una combinazione economica letale. Le prove empiriche dell'episodio 1929-32 non potrebbero essere più chiare. All'epoca lo Smoot-Hawley Tariff Act coincideva con il picco del ciclo del credito degli anni '20. Attraverso la sua politica commerciale oggi il governo degli Stati Uniti sta imponendo le stesse condizioni che hanno portato alla Grande Depressione negli anni '30. Questa volta la stessa combinazione viene applicata con il dollaro come valuta di riserva mondiale, sostenuta solo da quella che diventerà una fiducia in sbiadimento. E poi affronteremo la prospettiva di un'ulteriore accelerazione della stampa di denaro sotto forma di QE.

Supponendo che le condizioni del crash di Wall Street nel 1929-32 si ripresentino anche solo parzialmente, i requisiti di finanziamento del governo statunitense schizzeranno alle stelle. Con il pretesto di salvare un'economia in deterioramento, è chiaro che il governo degli Stati Uniti non taglierà la sua spesa.



La componente estera sta cambiando le cose in peggio

Il meccanismo di finanziamento più inflazionistico è il seguente: un dipartimento del governo (la tesoreria) emette obbligazioni al pubblico e alle banche, poi un altro dipartimento governativo (la banca centrale) le compra dal pubblico e dalle banche emettendo valuta ex novo. Al fine di non sollevare sospetti inflazionistici, questo meccanismo viene chiamato quantitative easing.

Finora il QE ha coperto solo una parte dei requisiti di finanziamento del governo degli Stati Uniti dopo la crisi della Lehman. La ripartizione completa è riportata nella tabella seguente, che incorpora sia il debito a lungo termine che quello a breve termine.


Va notato che gli stranieri hanno acquistato circa $3.611 miliardi di debito del Tesoro USA, molto più delle banche USA, dei fondi USA e di altri investitori del settore privato statunitense. A metà del 2018, gli investimenti esteri totali in titoli del Tesoro USA ammontavano a $6.200 miliardi, quindi le loro partecipazioni sono più che raddoppiate sin dalla crisi della Lehman. Il finanziamento estero del debito americano è la conseguenza dei deficit commerciali, perché i dollari finiscono in mani straniere. È solo una parte della storia del reinvestimento del deficit commerciale, ma questo è ciò che ci interessa qui.

Gli stranieri investono nel Tesoro degli Stati Uniti e in altri asset denominati in dollari perché hanno bisogno di una riserva di dollari per facilitarsi la vita nel commercio internazionale. Inoltre, con poche eccezioni, rappresentano la componente più importante delle riserve monetarie gestite dai governi esteri, dalle loro banche centrali e dai fondi sovrani.

Pertanto il livello di proprietà estera di dollari è determinato principalmente dalle prospettive a lungo termine per le condizioni commerciali. Se il commercio è in generale in espansione, gli stranieri tenderanno ad aumentare le loro disponibilità in dollari e, se il commercio è in contrazione, è probabile che le ridurranno. Alcuni detentori speculeranno trattenendo più o meno di quanto farebbero normalmente, ma la relazione di fondo tra il volume degli scambi e le disponibilità in dollari è il fattore più importante.

Negli ultimi anni alcune banche centrali e fondi sovrani hanno ridotto la loro esposizione ai dollari: tra il 2015 e il 2018 i governi esteri e i relativi fondi sovrani hanno venduto $893 miliardi di titoli del Tesoro statunitensi, la maggior parte dei quali è stata compensata da acquisti da parte del settore privato estero. È probabile che le partecipazioni del settore privato siano maggiormente influenzate dalle prospettive commerciali rispetto alle partecipazioni pubbliche, che sono di natura più strategica.

Dato il deterioramento delle prospettive per il commercio internazionale, sembra probabile che le società estere ora ridurranno le loro esposizioni ai dollari, ricoprendo il ruolo di venditori al pari dei governi esteri. Stando così le cose, nello stesso momento in cui il fabbisogno di finanziamenti del governo degli Stati Uniti inizierà ad aumentare al di sopra delle previsioni, gli stranieri liquideranno i loro bond USA e venderanno dollari. Pertanto il QE è destinato a diventare il principale meccanismo di finanziamento per il debito del governo degli Stati Uniti.

Coloro che ritenevano che il Dilemma di Triffin avrebbe garantito una domanda infinita per il dollaro, nonostante la gestione finanziaria scadente del governo degli Stati Uniti, dovranno ricredersi. L'effetto a lungo termine sul rendimento sia del dollaro sia delle obbligazioni è evidente e non dovrebbe essere sottovalutato.



Come un crescente deficit di bilancio intensifica il crollo

Gli economisti neo-keynesiani sostengono che un deficit di bilancio immetta domanda nell'economia, cosa che altrimenti non sarebbe presente. Insieme a tutti gli altri rimarranno sorpresi dalla velocità con cui il deficit di bilancio si aggraverà durante un crollo, ma sono sicuro che per ridurlo finiranno per peggiorare le cose.

Supponendo che non vi sia alcun cambiamento nel rapporto di risparmio, il fenomeno del doppio deficit suggerisce che ad un deficit di bilancio crescente corrisponderà un deficit commerciale crescente. La fonte di confusione keynesiana su ciò che è una semplice identità contabile è la negazione della Legge di Say, erroneamente descritta da Keynes stesso nella sua Teoria Generale. L'interpretazione corretta della Legge di Say è che gli esseri umani si specializzano nella loro produzione per acquisire quei beni e servizi che non producono, ma di cui hanno bisogno e desiderano. Il denaro non è altro che il meccanismo di trasmissione che trasforma la produzione in beni di consumo. Il denaro risparmiato trasforma la produzione in beni futuri. È per questo che la divisione del lavoro serve per migliorare i nostri standard di vita in modo più efficace di qualsiasi altra forma di cooperazione sociale.

Il punto chiave è il ruolo del denaro. Attraverso il controllo della valuta, gli stati e le loro banche centrali ne aumentano la quantità. Più denaro in circolazione significa uno scambio distruttivo: qualcosa in cambio di niente. Inevitabilmente, poi, i prezzi tendono ad aumentare mentre il denaro viene assorbito nel quadro esistente di produzione e consumo. E quando i prezzi aumentano, la domanda passa alle importazioni.

Se le persone risparmiassero il denaro inflazionato, non andrebbe ad alimentare il consumo e quindi non si verificherebbe un deficit commerciale. Ma i keynesiani scoraggiano il risparmio e, come notato in precedenza in questo articolo, le loro politiche hanno praticamente distrutto i risparmi personali, ad eccezione dei fondi pensione pubblici e dei fondi assicurativi. Tenendo conto del debito dei consumatori, non ci sono risparmi in America. Il disavanzo di bilancio è quindi finanziato quasi interamente con mezzi inflazionistici, quindi quando arriverà una crisi economica e farà salire il deficit di bilancio, aumenterà anche il deficit commerciale.

Lungi dal sostenere i livelli della domanda, un aumento del deficit di bilancio, portando ad un aumento del deficit commerciale, ha un effetto catastrofico sulla produzione interna. Questo perché in condizioni di crisi, un deficit commerciale crescente sostituirà la produzione interna. E falliranno anche i tentativi di alterare l'equilibrio a favore della produzione interna aumentando i dazi sulle merci importate, sempre a causa del problema del doppio deficit.

Pertanto la disoccupazione aumenterà e la valuta scenderà. Senza dubbio i keynesiani diranno che una valuta deprezzata renderà competitivo il costo del lavoro, un errore che non hanno ancora compreso come tale. Quello che a loro manca è l'importanza di un'economia basata sui risparmi, la quale tende ad avere surplus commerciali per le stesse ragioni per cui un Paese senza risparmi come l'America ha invece un deficit, utilizza i risparmi dei consumatori per investire nella riduzione dei costi di produzione unitari e nel miglioramento dei prodotti. Ciò è dimostrato dalle prove empiriche di Germania e Giappone negli anni del dopoguerra, quando le loro valute in apprezzamento non riuscirono ad eliminare le loro eccedenze nell'export.

Tutto ciò che accadrà è che gli stranieri finiranno per avere più dollari da vendere. La valuta si indebolirà sulle borse estere, mentre diminuirà il suo potere d'acquisto nell'economia nazionale. Il Tesoro degli Stati Uniti finanzierà il crescente deficit di bilancio e ucciderà la produzione interna.



Perché i rendimenti dei titoli di stato saliranno e il dollaro crollerà

Durante la grande depressione il dollaro era convertibile in oro fisico a $20,67 l'oncia e poi a $35 dal gennaio 1934 in poi. Ciò significava che il costo degli interessi per il Tesoro degli Stati Uniti rifletteva quello del prestito dell'oro più un premio per il rischio. Oggi non esiste una copertura con l'oro e gli istituti di credito sono consapevoli di dover prendere in considerazione il rischio valutario.

Finché i creditori credono che le finanze pubbliche siano ragionevolmente stabili e che le statistiche "ufficiali" siano credibili, una banca centrale potrà ridurre i costi di finanziamento attraverso una politica monetaria espansiva. Questa è la posizione corrente; ma quando le cose cambieranno, una banca centrale si troverà ad affrontare un compito impossibile.

Se la mia tesi che una combinazione di protezionismo commerciale e picco del ciclo del credito stia portando l'economia globale verso una recessione economica è corretta, le conseguenze danneggeranno severamente le finanze del governo USA per le ragioni illustrate in questo articolo. Deficit di bilancio e commerciale aumenteranno; il primo non può che portare alla distribuzione della forma più inflazionistica di finanziamento e quest'ultima deprimerà la produzione interna. E nell'ora del maggior bisogno, gli stranieri venderanno i loro portafogli in dollari.

Presto diventerà ovvio che il governo degli Stati Uniti, insieme a tutti gli altri stati spendaccioni, è intrappolato in una trappola del debito. Sarà completamente esposta la follia delle politiche economiche e monetarie post-keynesiane progettate per giustificare l'esistenza economica degli stati. E mentre i rendimenti delle obbligazioni e il dollaro si dirigeranno verso un esito in stile Argentina, i giorni del dollaro e del debito denominato in dollari sono contati.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


giovedì 23 maggio 2019

Il rompicapo del debito studentesco

Il seguente è un articolo che va a riconfermare come l'ingegneria finanziaria, alimentata dalle politiche monetarie sconsiderate delle banche centrali, abbia alimentato l'accesso al bacino dei risparmi reali tutte quelle attività che hanno sprecato risorse scarse senza creare niente. Come descritto nell'articolo citato, invece di innovare e potenziare il settore della R&S, hanno gozzovigliato nei mercati azionari. Nel caso specifico, le grandi imprese hanno fatto ricorso ad LBO rischiosi perché si considerano "troppo grandi per fallire", con le loro potenziali perdite coperte dalla popolazione. Nel caso della fusione tra Bayer e Monsanto, poiché i rischi insiti in questa scelta stanno diventando visibili, ci si può aspettare che la BCE e la FED allentino di nuovo la politica monetaria. Ciò rianimerebbe il valore del mercato azionario di Bayer, ma a scapito dei risparmiatori che devono affrontare tassi di deposito reali più bassi e rendimenti più bassi dei titoli di stato. Inoltre la direzione di Bayer ha annunciato di voler tagliare 12.000 posti di lavoro. Per evitare ciò è probabile che i sindacati accettino tagli ai salari, il che consentirebbe di spostare i costi della fusione sui dipendenti anche. Poiché è probabile che questo causi malcontento sociale, per risolvere il problema degli LBO tossici, è necessaria un'inversione della politica monetaria ultra accomodante e far tornare in auge la funzione disciplinare dei tassi d'interesse. Solo se ripagare i debiti è un forte impegno, il finanziamento esterno può aiutare gli azionisti ad impedire ai manager di imbarcarsi in avventure altamente rischiose.
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di Laurence Vance


Il programma federale di prestiti agli studenti è un casino e milioni di beneficiari dei suoi prestiti sono indebitati fino al collo. E lo sono fino al punto che, secondo due studi recenti:
  • Il 40% dei mutuatari andrà in default sui loro prestiti studenteschi entro il 2023;
  • ci sono 250.000 mutuatari inadempienti sui loro prestiti studenteschi ogni trimestre
  • in media occorrono 19,4 anni per pagare i prestiti per studenti.

E va notato che, a differenza di altre forme di debito federale, che sono scaricabili in caso di fallimento, il debito dei prestiti agli studenti non può essere annullato con la bancarotta.

Secondo LendEDU, un sito Web che aiuta i consumatori a conoscere e confrontare i prodotti finanziari compresi i prestiti agli studenti, il precursore del programma federale di prestiti agli studenti è il GI Bill. Approvato nel 1944, la GI Bill consentì ai veterani della seconda guerra mondiale di frequentare il college a costi ridotti o gratuitamente. I prestiti federali per gli studenti furono istituiti nel 1958 in base al National Defense Education Act. Gli studenti delle scuole superiori "che hanno mostrato promesse in matematica, scienze, ingegneria e lingua straniera, o coloro che volevano essere insegnanti, hanno ricevuto borse di studio e prestiti." Sotto l'Higher Education Act del 1965, le banche hanno iniziato "a fornire prestiti sovvenzionati e garantiti dallo stato agli studenti". Il Pell Grant è stato creato nel 1972, tuttavia ottenere denaro gratis per il college non ha scoraggiato gli studenti dall'indebitarsi. Infine, con lo Student Loan Reform Act del 1993, il governo federale iniziò a prestare direttamente "ai mutuatari, invece di passare prima da un'istituzione privata".

Da un punto di vista economico, i prestiti federali agli studenti distorcono il mercato. Il sostegno del governo, o l'emissione di prestiti agli studenti, fanno salire artificialmente il prezzo dell'istruzione. Grazie alla sempre maggiore "generosità" dello stato, non vi è alcun incentivo affinché college e università riducano i loro prezzi. Molte scuole sono diventate completamente dipendenti dai prestiti federali agli studenti per mantenere alte le loro iscrizioni. Prendete in considerazione il caso dell'ITT Technical Institute (ITT Tech). Un tempo era uno dei più grandi centri per l'istruzione for-profit negli Stati Uniti, ma dopo anni di indagini e cause legali, nell'agosto 2016 il Dipartimento dell'Istruzione degli Stati Uniti ha vietato agli studenti di utilizzare prestiti federali in una delle sue 130 sedi. Solo due settimane dopo, tutte le sedi ITT Tech sono state chiuse e la società ha dichiarato bancarotta.

Dal punto di vista fiscale i prestiti federali agli studenti non sono basati su solidi principi finanziari. Gli studenti con un cattivo rating di credito hanno tante possibilità di ottenere un prestito governativo quanto quelli con un buon rating di credito. Gli studenti che perseguono specializzazioni come ingegneria o informatica che possono portare a lavori ben retribuiti hanno la stessa probabilità di ricevere prestiti governativi come quegli studenti che si specializzano in studi sulle donne o studi di genere.

Da un punto di vista filosofico i prestiti federali agli studenti sono uno programma illegittimo. Il governo federale non è una banca, non ha soldi propri. Tutti i soldi del Tesoro federale sono prelevati dagli americani sotto forma di tasse. Nessun americano dovrebbe essere costretto a pagare per l'istruzione di qualsiasi altro americano. Allo stesso modo non è il ruolo adeguato del governo federale concedere prestiti o sovvenzionare le industrie.

Da un punto di vista pratico i prestiti federali agli studenti federali non hanno alcun senso. Perché il governo federale dovrebbe sovvenzionare un settore? E se il governo federale presta denaro agli americani per il college, allora perché non per le auto, le barche, le vacanze, le case ed i matrimoni? Perché il governo federale non rilascia carte di credito con le quali gli americani possano accendere un prestito e comprare ciò che vogliono?

Che cosa dovrebbe essere fatto per risolvere il rompicapo del debito studentesco?

Sono state proposte molte soluzioni, ma più di recente il senatore Lamar Alexander (R-Tenn.), ex-segretario all'Istruzione degli Stati Uniti, ha proposto che i datori di lavoro siano tenuti a dedurre i pagamenti dei prestiti degli studenti dalle buste paga degli impiegati e li rimettano al governo federale come imposte sul reddito. Tutte le soluzioni proposte soffrono di due difetti fatali.

Nessuna soluzione proposta riconosce che il rompicapo del debito studentesco non sarebbe mai emerso se il governo federale avesse semplicemente seguito la propria Costituzione e non avesse mai avuto nulla a che fare con l'istruzione: niente prestiti, niente sovvenzioni, niente sussidi, niente finanziamenti, niente programmi per la mensa, niente regolamenti, niente norme, niente buoni pasto e niente Dipartimento dell'Istruzione.

Nessuna soluzione proposta richiede la chiusura dei rubinetti monetari federali. Come la proposta del senatore Alexander, tutti chiedono di riformare il programma di prestito studentesco federale invece di porvi fine.

Il programma di prestito studentesco federale deve essere riconosciuto per quello che è e deve essere terminato prima che si possa trovare una qualsiasi soluzione reale al problema.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 22 maggio 2019

La liquefazione dei sogni di Wall Street





di David Stockman


La stupidità regna sovrana a Wall Street: è circondato da ogni tipo di politica economica sfavorevole ed evento imprevedibile, eppure i trader ed i robo-trader continuano a camminare sul bordo di una vasca piena di pescecani.

Non sembrano affatto ricordare che tra il picco intra-giornaliero di 2.941 e la chiusura alla vigilia di Natale, l'indice S&P 500 è sceso di un 25% in soli 64 giorni di trading.

Può davvero essere che la cecità di Powell e l'apparente tregua tra Trump e lo Schema Rosso di Ponzi abbiano rimosso ogni singola nuvola oscura dai cieli?

Ad ascoltare le teste di legno nello zombie-box, pare proprio di sì. E ancora meglio, ora che le preoccupazioni sul Muro sono state cancellate, il proverbiale tsunami di denaro a bordo campo si sta presumibilmente preparando ad alimentare la madre di tutti i crolli del mercato azionario.

Lo stesso Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock, lo ha detto poco tempo fa. Intendiamoci, non ha detto perché dovrebbe salire ancora di più rispetti ai suoi attuali livelli già stratosferici, solo che il FOMO sta per scatenare un altro fuggi-fuggi di acquisto nel casinò.

Tra tutte le persone proprio Larry Fink, seduto in cima a $6.000 miliardi di asset (perlopiù ETF e fondi comuni d'investimento che possono essere scaricati in un momento di panico), dovrebbe essere agitato. Blackrock guadagna meno di 30 bps sulla sua montagna di risorse gestite, il che significa che un crollo dei prezzi degli asset di rischio (anche vicino a quelli del 2008-09 e 2000-2001) spazzerebbe via la maggior parte dei suoi $4 miliardi di profitti annuali.

Ma Larry Fink è apparentemente cieco di fronte a questo rischio e per una semplice ragione: è uno dei cavalcatori di bolle della sua generazione, e dopo 30 anni di indicibili successi e accumuli di ricchezza, ha da tempo perso la comprensione di cosa sia una finanza solida ed è diventato progressivamente ignaro del fatto che la sua azienda è in realtà seduta in cima alla più grande bolla finanziaria della storia.

Come uno dei quattro partner originali di Blackstone subito dopo l'ultima correzione onesta dei mercati nell'ottobre 1987, quando il Dow è crollato del 22% in un solo giorno, Fink è stato salutato come un innovatore finanziario estremamente brillante. Ancora ventenne, Larry Fink è stato uno dei pionieri del settore dei titoli garantiti da mutui ipotecari e inizialmente aveva realizzato profitti giganteschi scambiando e sottoscrivendo questi nuovi titoli. Compito reso estremamente facile da una evento: quando arrivò a Blackstone nel marzo 1988, il presidente della FED, Alan Greenspan, scoprì la stampante monetaria nel seminterrato dell'Eccles Building. Procedette quindi ad inondare Wall Street di liquidità, vanificando così i tentativi di Mr. Market di operare una pulizia degli errori economici accumulati sino a quel momento.

Nel 1989 i mercati si erano "ripresi" e la grande bolla trentennale dell'era attuale aveva iniziato la sua lunga, implacabile inflazione. Fu in quel momento che Larry Fink iniziò a pensare in grande: sviluppare il primo fondo comune che avrebbe investito esclusivamente in titoli garantiti da ipoteca di Fannie Mae e Freddie Mac. Ci vollero due settimane affinché il team Blackstone raccogliesse $100 milioni.

Tale team era guidato dal co-fondatore di Blackstone, Pete Peterson, già presidente di Lehman Brothers, segretario al commercio sotto Nixon, più giovane CEO in America all'età di 29 anni quando prese il timone di Bell & Howell. C'erano anche Steve Schwarzman (ancora membro di Blasckstone), Roger Altman (che successivamente ha fondato un altro gigante di Wall Street chiamato Evercore), Mark Gallogly (che in seguito ha fondato Centerbridge Partners) e il sottoscritto.

$100 milioni allora sarebbero stati $1 milione di oggi, ma quello era il 1989, quando la FED aveva un bilancio di appena $200 miliardi e il bilancio congiunto di tutte le principali banche centrali mondiali ammontava a ben meno di cinquecento miliardi di dollari. Nessuno si sarebbe mai sognato quello che sarebbe successo nel frattempo: il bilancio della FED da solo è passato ad un picco di $4.500 miliardi e il totale dei bilanci delle principali banche centrali del mondo hanno raggiunto i $25.000 miliardi.

Ma ecco il punto: le banche centrali si erano sempre date una regolata per quanto riguardava la creazione di denaro dal nulla. Vale a dire, i bilanci sono incrementati di circa il 3-4% all'anno, il che significa che i bilanci delle banche centrali ricoprivano una piccola percentuale del PIL (2-5%), mentre i modesti interventi nel mercato monetario esercitavano un tocco leggero sul prezzo del denaro, del debito e del rischio.

Ad esempio, durante il periodo di massimo splendore del capitalismo americano tra il 1953 e il 1966, il bilancio della FED si è espanso solo del 4,0% all'anno. Durante questo periodo la crescita economica era in media del 3,8% annuo, l'inflazione dell'1,0% all'anno e il rapporto tra debito pubblico e privato totale e PIL era cresciuto lentamente dall'1,33X nel secondo trimestre del 1953 all'1,45X nel secondo trimestre del 1966 (rispetto al 3,5X di oggi)

Inutile dire che tutto è cambiato dopo che Greenspan ha preso il timone della FED nell'agosto 1987 e ha proceduto ad esplodere il suo bilancio di 4 volte durante i 19 anni del suo regno; e ancora più importante costringere il resto delle banche centrali del mondo a seguirlo.

Di conseguenza durante i 27 anni tra il 1987 e il 2014, il bilancio della FED è cresciuto ad un tasso vertiginoso del 12,2% annuo, mentre negli ultimi trent'anni i bilanci congiunti delle banche centrali del mondo sono cresciuti di un 14,0% annuo.

Questo è completamente folle e ha causato una massiccia inflazione del prezzo degli asset finanziari, non in beni e servizi, e per una ragione molto semplice.

Per intenderci, il mondo non è mai stato a corto di lavoro: il nostro pianeta ha sempre avuto molti lavoratori, ma erano intrinsecamente vincolati al capitale perché fino agli ultimi 30 anni, la creazione di nuovo capitale richiedeva aumenti nei risparmi privati ​​e innumerevoli atti di soddisfazione posticipata dei propri desideri.

Non più ormai, almeno non durante l'attuale era della Finanza delle Bolle. Le banche centrali hanno sistematicamente represso il costo del debito e gonfiato il valore delle azioni, cosa che ha alimentato una lunga serie di massicci investimenti improduttivi. Di conseguenza i beni produttivi sono stati finanziati con il capitale a buon mercato stampato dalle banche centrali, o finanziati da speculatori col front-running in titoli di debito e titoli azionari.

A dire il vero questa deformazione finanziaria ha favorito una falsa prosperità, la cui più fulgida incarnazione è lo Schema Rosso di Ponzi. Il fatto più cruciale è che ha estinto qualsiasi tendenza verso un aumento dell'inflazione dei prezzi di beni e servizi, visto che un miliardo di lavoratori dalle risaie dell'Asia si è spostato nelle fabbriche.

Alla fine, quindi, l'inflazione artificialmente bassa di beni e servizi promossa dalle banche centrali è diventata la scusa per ancor più sconsideratezza monetaria. Il paravento delle banche centrali, la "lowflation", ricorda il dodicenne che uccide entrambi i genitori e poi si dispera nei tribunali per il fatto che sia rimasto orfano!

In ogni caso, le banche centrali hanno stampato denaro come mai prima d'ora. Ciò, a sua volta, ha travolto i giocatori nei mercati dei capitali, che si sono costantemente trasformati in casinò, con questa Grande Deformazione e ha fatto perdere definitivamente ogni traccia di una determinazione onesta dei prezzi.

Questo ci riporta al nostro Larry Fink. Negli ultimi 30 anni i sopraccitati $100 milioni di asset in gestione di Blackrock hanno raggiunto i $6.000 miliardi, ma per quanto sia intelligente, Larry Fink non è uno scienziato finanziario.


Inutile dire che Larry Fink è solo il manifesto di una generazione di trader e speculatori che hanno cavalcato bolle anche da 60.000X; e l'hanno fatto per così tanto tempo che non riescono nemmeno a vedere la follia finanziaria tutt'intorno a loro, come con Facebook, Zoom e Chipotle per citarne alcuni. Ma è sufficiente qui considerare il caso di Amazon, che ha guidato il folle recupero del 25%-35% dei principali indici azionari durante sin dalla vigilia di Natale.

La capitalizzazione di mercato di Amazon è quasi tornata al suo massimo storico, a $945 miliardi. Ciò rappresenta un assurdo 95X le sue entrate nette annuali da $10 miliardi, e un 74X del suo flusso di cassa annuale da $12,8 miliardi.

Inoltre quasi il 60% del reddito operativo di Amazon durante il 2018 è stato guadagnato dal suo business cloud (AWS), che rappresentava solo il 12% dei suoi $233 miliardi di vendite. Queste ultime non hanno nulla a che fare con il core business da $207 miliardi dell'e-commerce, e rappresentano in realtà un investimento non proprietario, a basso rendimento, ad alta intensità di capitale in vaste server farm (vale a dire, lo stupido patrimonio dell'economia digitale).

In sostanza, Amazon è un crogiolo di inefficienze, investimenti improduttivi e distruzione economica di Main Street, grazie ai falsi incentivi offerti dalla sua incredibile sopravvalutazione.

Ma come Larry Fink, i cavalcatori delle bolle non vedono l'assurdità della situazione perché 30 anni di implacabile inflazione degli asset hanno distrutto i meccanismi di funzionamento del mercato monetario e dei capitali.

Infatti anche MarketWatch ha iniziato a capire coem stanno le cose, commentando in modo perplesso il fatto che 45 analisti azionari che coprono AMZN lo considerino un "buy". Incredibile davvero, perché unac osa del genere non accadrebbe neanche tra un milione di anni in un libero mercato ed onesto.

Forse è anche per questo che l'ultima stella cadente delle IPO, Zoom, è stata tradata ad una capitalizzazione di mercato di $17,7 miliardi nella sua ultima chiusura. Ciò rappresenta 54X i suoi $331 milioni di entrate e 2.330X i suoi $7,6 milioni di reddito netto. E sì, stiamo parlando di duemilatrecentotrenta volte i guadagni.

Poi tra gli altri c'è Chipotle, che ha riportato un utile netto di $205 milioni per il periodo annuale terminato a marzo 2019. Ciò è notevole perché nel 2011 Chipotle ha incassato $215 milioni! Tuttavia ciò non ha impedito ai trader di scommettere sui suoi titoli fino ad una capitalizzazione di mercato di $20 miliardi, il che significa che è valutato al 100X del suo reddito netto e oltre il 55X il flusso di cassa.
Proprio così. Questa è una catena di ristoranti di burrito che non è andata da nessuna parte da otto anni a questa parte, perché ha saturato il Paese con negozi, ha molta concorrenza, sta affrontando crescenti costi di manodopera e cibo, ed è soggetta a molteplici episodi di avvelenamento dei suoi clienti con cibo contaminato.

Ma a quanto pare tutto ciò non importa per Larry Fink e compari, i quali ignorano come una liquefazione dei sogni di Wall Street e compagnia sia proprio dietro l'angolo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 21 maggio 2019

Cinque ragioni per la debolezza dell'economia argentina





di Daniel Lacalle


L'Argentina ha "stampato denaro per la gente" in stile MMT per molti anni. La sua erronea "politica monetaria inclusiva" del passato, stampare soldi per finanziare una gigantesca spesa pubblica, ha portato il Paese all'inflazione e alla depressione.

L'inflazione in Argentina è salita al 54% su base annua. Gli spread delle obbligazioni sono saliti a 854 punti base, i Credit Default Swap (CDS) a due anni sono saliti a 1094 punti base e quelli a cinque anni sono saliti a 948 punti base. Malgrado ciò il governo del Paese dà la colpa per l'inflazione a qualsiasi cosa eccetto la sua folle politica monetaria

L'economia argentina è più fragile e vulnerabile di quelle simili. tuttavia l'Argentina è anche uno dei Paesi con il più alto potenziale economico. Ci sono cinque fattori essenziali per capire la debolezza della sua economia:
  1. Il peso. Nonostante le politiche accomodanti della Federal Reserve e il cambio di rotta nel processo di normalizzazione, nel 2019 il peso è, ancora una volta, la valuta peggiore nei confronti del dollaro. L'indice del dollaro non si è mosso molto rispetto al suo paniere di valute, quindi è la politica monetaria disastrosa che ha fatto precipitare il peso. Una moneta debole è un pericolo per la stabilità del Paese e i governi sembrano voler solo ricucire la politica monetaria sbagliata della banca centrale. Un peso debole non rende l'economia argentina più competitiva o fa aumentare le esporta azioni. Se il Paese non affronta in modo serio e determinato l'errore di mantenere una valuta in un costante processo di distruzione del suo potere d'acquisto, passerà semplicemente di nuovo da crisi a crisi.

  2. La politica monetaria è seriamente inflazionistica. I governi preferiscono avere inflazione alta e incolpare un nemico esterno inesistente piuttosto che smettere di finanziare la spesa pubblica attraverso di essa. La perdita del potere d'acquisto della moneta viene sommata ad un tasso d'inflazione che un Paese con il potenziale e il capitale umano dell'Argentina non dovrebbe avere. Per molti anni l'Argentina è stato un Paese con il potenziale di un'economia sviluppata e una politica monetaria di un Paese del terzo mondo. Per anni ha seguito le raccomandazioni della MMT. Molti sostengono che la dollarizzazione sarebbe peggiore, perché è già stata tentata e ha portato ad una crisi... peccato che questo sia falso. L'Argentina non si è dollarizzata, ha realizzato un sotterfugio monetario fissando il peso al dollaro USA con un tasso di cambio completamente gonfiato che poi ha portato all'accumulo di squilibri. L'Argentina non aveva dollari, aveva peso sotto mentite spoglie. La dollarizzazione è ciò che ha fatto l'Ecuador, abbandonando il sucre, cosa che ha permesso al Paese di evitare un'iperinflazione in stile venezuelano.

  3. Tasse molto alte. Il cuneo fiscale argentino rimane il più alto nella regione e uno dei più alti al mondo per le aziende. Questa costante espropriazione della ricchezza attraverso svalutazione della moneta, inflazione e tasse funge da enorme ostacolo agli investimenti internazionali, alla crescita e alla creazione di posti di lavoro. In Argentina si sente sempre dire che "le entrate fiscali sono basse" e che quindi le tasse non possono essere ridotte. Tuttavia innalzarle ulteriormente mette un freno alla creazione di posti di lavoro, agli investimenti produttivi e all'attrattiva del capitale, e le entrate diminuiscono ancora di più.

  4. Spesa pubblica elevata. Negare l'effetto depressivo della spesa politica, all'interno di una spesa pubblica che raggiunge già oltre il 45% del PIL, è un problema grave per un Paese con un alto potenziale. Non è solo la spesa pubblica più alta nella regione, ma la più inefficiente secondo la Banca Interamericana dello Sviluppo. L'inefficienza della spesa pubblica in Argentina raggiunge il 7,2% del PIL.

  5. Protezionismo. Secondo l'indice di competitività globale del World Economic Forum, l'Argentina occupa il posto 92 su 137. Il trend di deterioramento iniziato tra il 2012 e il 2015 è stato ridotto per tre anni, ma le sfide da affrontare sono ancora consistenti. Una di queste è eliminare le scappatoie alle misure anti-commerciali e protezionistiche imposte dalla miope percezione che il protezionismo sostituirà le importazioni e rafforzerà l'economia, mentre la stampa di denaro stimolerà la crescita.

È vero che alcune misure sono state adottate per invertire questi elementi di fragilità, ma le riforme devono essere più coraggiose per impedire che l'economia cali ulteriormente nel 2019 e nel 2020.

Non è facile cambiare le politiche "neo-keynesiane" sbagliate dell'era Kirchner senza riconoscere l'enorme buco monetario e fiscale creato dalla precedente amministrazione, ma se le riforme non sono decisive e chiare, l'economia argentina continuerà ad essere fragile e più vulnerabile ai cicli economici rispetto alle altre economie simili. L'Argentina è un grande Paese con terribili politiche monetarie e fiscali. Con un tale potenziale di crescita e di occupazione, vale la pena essere coraggiosi e porre fine a ciò che rimane delle passate politiche sbagliate.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 20 maggio 2019

La libertà funziona in Svizzera





di Henrique Schneider


Nel 2018 l'economia svizzera è cresciuta del 2,5% e per il 2019 il gruppo di esperti federali per le previsioni economiche prevede un aumento dell'1,5%. Il prodotto interno lordo (PIL) della Svizzera è cresciuto tra l'1 e il 3% all'anno per quasi un decennio. Le turbolenze nell'Unione Europea, la "guerra commerciale" tra Stati Uniti e Cina e un franco svizzero forte non sembrano aver fermato la prosperità dell'economia svizzera. Qual è la sua formula per il successo? E durerà?

La Svizzera è comunemente associata alle sue banche e ai suoi orologi. I fatti, tuttavia, raccontano una storia diversa: solo circa il 9% del PIL svizzero è riconducibile ai servizi finanziari. La produzione si aggira intorno al 18%, quasi il 15% al dettaglio; la parte più significativa del PIL, circa il 31%, è generata da altri servizi.

Se è vero anche che ogni anno in Svizzera vengono prodotti più di 25 milioni di orologi, essi rappresentano solo il 9% delle esportazioni svizzere. I prodotti chimici e farmaceutici rappresentano oltre il 44% delle esportazioni totali del Paese; macchinari ed elettronica oltre il 14%. A proposito: la Svizzera produce ed esporta il doppio dei prodotti a base di caffè e tabacco rispetto a quelli a base di cioccolato e formaggio.

Queste statistiche potrebbero sembrare aneddotiche, ma la storia dietro di loro elucida un aspetto importante dell'economia svizzera: la sua diversità. La ventesima più grande economia del mondo, con un PIL nominale di $679 miliardi (2018, secondo il World Economic Forum) è un mix di produzione e servizi, di imprese high-tech e low-tech, orientate al mercato interno ed estero. L'economia svizzera è dominata da piccole e medie imprese che rappresentano oltre il 99% del numero totale delle sue imprese.



Unità senza uniformità

La Svizzera comprende l'eterogeneità come una forma di capitale. Diversi tipi di aziende con diversi modelli di business si arricchiscono reciprocamente in un ciclo di feedback positivo. Possono esplorare idee comuni attraverso la cooperazione; attraverso la competizione possono migliorarsi l'un l'altra. In entrambi i casi maggiori sono le imprese con idee diversificate e diversi modelli di business, maggiore sarà la collaborazione e la concorrenza. Ciò porta ad una maggiore produttività e innovazione.

Due esempi illustrano questo sistema. Mentre Uber entrava nel mercato svizzero nella città di Zurigo, alcuni degli operatori storici dei taxi si sono uniti per sviluppare la loro app, ispirata da Uber ma adattata al mercato svizzero. Con l'ingresso di Uber e la risposta dei taxi tradizionali, il mercato globale è cresciuto in termini di entrate. Nel cantone svizzero (stato) di Zugo, gli sviluppatori della tecnologia blockchain sono al lavoro per portare alla luce nuove idee di business. Mentre la maggior parte dei loro prodotti non ha ancora raggiunto la scala mondiale, le aziende stanno sviluppando nuove applicazioni ad un ritmo record.

Fino ad ora le autorità svizzere si sono astenute dal regolamentare Uber o le tecnologie legate alla blockchain. Questo, in parte, spiega il dinamismo del Paese ed è una caratteristica chiave dell'eterogeneità svizzera. Di norma i regolatori optano per la sovrintendenza applicata al quadro generale delle attività o dell'intera economia; la regolamentazione orientata a settori, industrie e tecnologie specifiche è rara e negli ultimi 20 anni è stata continuamente ridotta. L'idea alla base: la regolamentazione settoriale tende ad omogeneizzare l'attività aziendale, mentre quadri e condizioni neutrali incentivano la diversità.



Libertà economica e responsabilità individuale

Le condizioni neutrali vanno di pari passo con la libertà economica. Questo principio è sancito dalla costituzione svizzera: tutte le attività economiche non proibite, o regolate separatamente, sono aperte e possono essere perseguite da chiunque. Ciò ha conseguenze immense per il tessuto commerciale del Paese, perché chiunque è libero di aprire e gestire un'attività in qualsiasi momento in Svizzera, indipendentemente dall'educazione o dall'esperienza di quella persona e soprattutto senza la necessità di una licenza commerciale.

Due esempi: se un panettiere desidera fornire consulenza finanziaria, lui o lei può istituire e gestire tale attività. Non è richiesta nessuna licenza, né si applica nessuna regolamentazione settoriale e, all'inizio, l'azienda non deve nemmeno essere registrata. Non c'è bisogno di incorporazione e nessuna formalità. Ovviamente il fornaio può registrarsi, entrare in un organismo auto-regolamentato e incorporare l'azienda. In definitiva, però, questa è una decisione che spetta al proprietario. Allo stesso modo, se un parrucchiere vuole creare e gestire un'azienda che produce sacchetti di plastica, può farlo: non ci sono barriere all'ingresso.

Il rovescio della medaglia è che le singole imprese sono le uniche responsabili del loro successo o fallimento. Con un tasso di fallimento dell'1% annuo, la Svizzera mostra più fallimenti commerciali della maggior parte delle nazioni europee. Tuttavia questo aspetto è considerato come parte integrante di un sistema che tiene in alta considerazione la responsabilità individuale. Con pochissime eccezioni, la maggior parte delle aziende non ha una garanzia di stato né esplicita e né implicita. Non sono sovvenzionate e la responsabilità individuale è al centro della libertà economica.



Economia aperta e proprietà privata

La libertà economica e la responsabilità individuale, insieme all'apertura dell'economia e alla proprietà privata, sono fattori che contribuiscono alla diversità della Svizzera e al suo successo economico. Molte imprese svizzere, grandi e piccole, sono attori globali. Circa il 53% delle esportazioni svizzere è destinato all'Unione Europea, ma gli Stati Uniti e la Cina stanno diventando mercati sempre più importanti. La maggior parte delle aziende svizzere preferisce esportare nei mercati internazionali invece di avere una presenza fisica lì. Il sentimento generale è che quasi nessun Paese protegge la proprietà privata come la Svizzera, dove essa è considerata una base economica e morale per l'attività economica.

Due esempi: il governo svizzero sta spingendo per l'abolizione di tutti i dazi nei confronti di tutto il mondo. Vuole fare il primo passo e abolire unilateralmente tutti i dazi sulle importazioni di beni industriali. Ognuno trae vantaggio dal libero commercio, ma anche se un Paese si apre unilateralmente, i mercati liberi fanno pressione sull'industria nazionale, spingendola a migliorare. Dall'altra parte, una piccola azienda svizzera che produce sistemi di colorazione preferisce farli in patria ed esportare il prodotto nei due mercati principali, l'India e gli Stati Uniti. L'azienda sa che sarebbe meno costoso produrre nei mercati di riferimento ed è consapevole dei dazi per i suoi prodotti. Tuttavia continua a considerare la proprietà privata, le macchine e le formule proprietarie meglio tutelate in Svizzera ed è disposta a pagare un premio per mantenere tali beni al sicuro.

Apertura e pregiudizi domestici portano ad un dilemma: i prodotti svizzeri sono costosi, ma tendono a viaggiare bene nei mercati nazionali e internazionali. È vero che le imprese svizzere trovano clienti disposti a pagare il premio, ma spesso anche l'imprenditore paga. I margini di profitto delle imprese svizzere sono generalmente inferiori rispetto agli altri Paesi; il margine di profitto medio in tutta l'economia diversificata è di circa il 2%.



Stabilità politica e continuità

Un altro elemento che contribuisce alla prosperità dell'economia svizzera è la stabilità politica. Anche la politica è considerata una questione di responsabilità individuale e la maggior parte dei detentori di cariche politiche sono imprenditori o impiegati. Oltre alle cariche pubbliche, ricoperte da privati ​​cittadini impegnati in politica (e non da politici in carriera invece), quattro elezioni all'anno assicurano che la popolazione svizzera rimanga sintonizzata sulle decisioni politiche. Ciò porta ad una costante mediazione del consenso politico.

In Svizzera i politici a tempo pieno sono un fenomeno raro, che spesso ritroviamo nei rami esecutivo e giudiziario. Ma anche così molti magistrati, ministri di cantoni e quasi tutti i sindaci sono part-time. Inoltre tutti i principali partiti politici sono rappresentati nel governo nazionale. Non forgiano una coalizione formale, né firmano un contratto per formare un governo. La loro presenza in esso è una conseguenza del consenso in stile svizzero.

Accordare i cittadini alla politica e incentivare la politica a basarsi sul consenso porta alla stabilità politica. Da un lato i politici svizzeri svolgono normali attività economiche, dall'altro costruire il consenso sfrutta il capitale derivante dall'eterogeneità delle opinioni. Entrambe queste caratteristiche impediscono alla politica di scollegarsi con l'economia e distaccarsi dalla realtà. Il sistema politico svizzero non rispecchia solo l'economia della nazione per quanto riguarda la diversità come capitale; è anche accoppiato con la libera impresa a livello culturale e personale.



Tre scenari per il futuro

Il sistema economico svizzero, intrinsecamente legato al funzionamento politico del Paese, è stato la chiave per il successo e la prosperità della nazione alpina. Questo sistema, tuttavia, è sotto costante pressione per il cambiamento: poiché la Svizzera interagisce a livello internazionale, adatta il suo sistema di conseguenza. Mentre il discorso politico diventa più conflittuale, la politica norma di più e visto che il futuro è incerto, anche il successo futuro della Svizzera è indeterminato. Delineare tre possibili scenari ci aiuterà a concettualizzare come potrebbe evolversi tale futuro.

IL CASO MIGLIORE: la Svizzera rimane unica. Conserva l'eterogeneità nella sua economia con molte differenze tra settori, regioni, attività e modelli di business. Si distingue sempre più dai suoi concorrenti internazionali, ad esempio con meno regolamentazione, una maggiore volontà di assumersi rischi, rafforzare i diritti di proprietà e una bassa tassazione. A livello politico il processo decisionale guidato dal consenso popolare crea un forte legame tra il mondo politico, l'economia e la popolazione in generale.

IL CASO PEGGIORE: la Svizzera diventa più simile al resto d'Europa. Spinta dall'integrazione europea, la Svizzera si adegua all'Unione Europea accettando le sue regole e regolamenti e riconoscendo la sua Corte di Giustizia. In tal modo incrementa l'onere normativo, il sistema di assistenza sociale inizia a rispecchiare le soluzioni dell'UE e finisce per offrire anche servizi ai cittadini dell'UE. Di conseguenza l'attività del Paese diventa più omogenea, c'è meno attività imprenditoriale e innovazione. Le politiche statali più costose portano ad una maggiore tassazione. Il sistema politico perde la sua funzione integrativa attraverso la "professionalizzazione" dei politici a tutti i livelli di governo.

UN POSSIBILE RISULTATO: la Svizzera diventa più simile agli Stati Uniti. Mentre l'economia del Paese continua ad essere eterogenea tra settori, regioni, attività e tecnologie, il governo centrale svolge un ruolo più ampio e le normative settoriali diventano comuni. Imprenditori, pubblico in generale e politici si battono per una concorrenza "equa", normando di più e mettendo in atto licenze commerciali e altre barriere all'ingresso sul mercato. La responsabilità individuale viene a scemare a favore di politiche collettivistiche. Gli standard internazionali vengono rapidamente applicati ai processi economici e politici interni, spesso dopo essere stati modificati. La politica rimane basata sul consenso ma diventa più conflittuale; a livello federale i politici a tempo pieno diventano la norma.



Conclusione

Non è un segreto, alla fine: la libertà economica, l'economia aperta, i diritti di proprietà, la responsabilità individuale, nonché la stabilità politica e la continuità, sono i fattori principali che guidano il successo economico svizzero. La chiave per capire la Svizzera è che tutti questi fattori insieme creano un ambiente per modelli di business e prodotti differenziati. La diversità è l'anima del sistema, la principale fonte di capitale dell'economia svizzera.

Il futuro del successo svizzero dipende dalla capacità del Paese di proteggere la sua unicità, soprattutto di fronte alla forza omogeneizzante degli standard internazionali e delle normative europee. Nel migliore dei casi, la Svizzera osa rimanere diversa da qualsiasi altro sistema. Il caso migliore, tuttavia, non è il più probabile.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 17 maggio 2019

Keynes è morto, il lungo termine è infine arrivato





di Francesco Simoncelli


John Maynard Keynes è stato tenuto in grande considerazione per diversi decenni grazie al suo lavoro in economia all'inizio del XX secolo. La teoria che egli rese popolare nel tentativo di comprendere meglio la Grande Depressione, chiamata teoria keynesiana, rivoluzionò la politica economica: Keynes sosteneva una maggiore spesa pubblica e tasse più basse per stimolare l'attività economica , soprattutto durante i periodi di difficoltà economica. Successivamente, molto tempo dopo la sua morte, i suoi discepoli dissero che una performance economica ottimale potesse essere raggiunta attraverso una frequente "messa a punto" dell'economia, attraverso politiche monetarie e fiscali.

La prescrizione iniziale di Keynes si è trasformata in un'applicazione costante anche durante le lievi flessioni cicliche. Infatti in seguito alla crisi finanziaria 2007-2008, la minima turbolenza nei mercati ha costretto i pianificatori monetari centrali a ricorrere a rimedi keynesiani che un tempo erano riservati alle crisi serie. L'effetto è stata una dipendenza globale dallo stimolo economico, ma il triste record di crescita dei Paesi che per anni, se non decenni, vi hanno fatto ricorso, indica che la sua presunta efficacia è diminuita, se non scomparsa. In realtà queste misure disperate hanno causato più danni che benefici, perché un'eccessiva dipendenza cronica da farmaci nel breve termine ha portato ad una grave malattia nel lungo termine. Ormai siamo arrivati al punto in cui, secondo la teoria (neo-keynesiana), abbassare i tassi d'interesse è un modo per prendere in prestito dalla domanda futura al fine di prevenire una recessione oggi; ma poi arriva la pratica e in particolar modo la stagnazione economica in Europa.

Quando i tassi d'interesse raggiungono lo zero, o peggio ancora finiscono in territorio negativo, è lecito ritenere che non ci sia più una domanda futura che possa essere anticipata nel presente. Quindi, dopo un po', se si vuole continuare a consumare oltre la propria produzione, l'unica soluzione è usare i risparmi del passato. Ad esempio, in Germania i tassi di lungo termine sono scesi dal 4,5% del 2007 allo 0,3% di oggi. Ora immaginate un fondo pensione tedesco, o compagnia assicurativa, i cui investimenti sono interamente in bund tedeschi. Inoltre immaginate che il 10% del portafoglio maturi ogni anno e che questo fondo pensione, o compagnia assicurativa, debba versare il 3% del suo valore ogni anno in prestazioni pensionistiche.

Tra il 2007 e il 2011 il rendimento sui bund si è attestato intorno al 3%, quindi il nostro ipotetico fondo pensione non ha avuto problemi. Tuttavia, dal discorso di Mario Draghi del luglio 2012, i rendimenti sui bund sono crollati e ora oscillano attorno allo 0,3%. Per il nostro ipotetico fondo pensione tedesco, il suo reddito da cedole obbligazionarie (0,3%) non è più sufficiente per coprire il pagamento annuale ai suoi pensionati (3%). Ciò significa che deve vendere obbligazioni e le prime che venderà saranno quelle con cedola più alta acquistate tempo addietro, perché sono quelle su cui il fondo ha fatto i maggiori guadagni in conto capitale. Ma vendendo questi strumenti il fondo riceverà in futuro cedole medie più basse, perché i proventi di queste vendite saranno investiti in obbligazioni di nuova emissione con un rendimento molto più basso.

Alla fine, il fondo pensionistico esaurirà le vecchie obbligazioni da vendere e l'unica soluzione sarà o iniziare a pagare le pensioni dando fondo al suo capitale, oppure ridurre drasticamente le sue prestazioni pensionistiche. Quando i tassi di interesse raggiungono lo zero, dopo un po' i guadagni in conto capitale scompaiono e l'unico modo per mantenere il consumo è iniziare a consumare lo stock di risparmi.

Prendiamo la Francia come esempio: una delle cause scatenanti la protesta dei Gilet Gialli è stata la decisione del governo francese di fermare l'indicizzazione delle pensioni al tasso d'inflazione francese. Il livello basso dei tassi d'interesse significa che lo stock dei risparmi francesi è attualmente insufficiente a fornire adeguati rendimenti ai pensionati, quindi per sostenere il potere d'acquisto dei pensionati francesi, quindi l'unica opzione per il governo francese sarebbe stata quella di aumentare le tasse sui lavoratori. Ma una mossa del genere è sia politicamente che economicamente impossibile, dato il livello già elevato delle imposte dirette e indirette.

Una volta che viene raggiunta l'eutanasia del redditiero, le politiche keynesiane smettono di funzionare e come possiamo vedere le vittime principali sono i pensionati. E non solo per quanto riguarda i fondi pensione privati, ma anche e soprattutto quelli pubblici. Attenzione, però, perché nonostante tutte le prove empiriche che abbiamo a nostra disposizione (nonostante lo sapessimo a priori), si sta facendo strada un nuovo tipo di pensiero: le banche centrali possono stampare tutto il denaro che vogliono per compensare le carenze di risparmio. La stampa di denaro affinché gli stati possano spendere anche quando i risparmi non consentono tali spese, ora si chiama Modern Monetary Theory, o MMT.



RIANIMARE KEYNES: A CHE PREZZO?

Il nome è già un ossimoro: non c'è nulla di moderno in questa "teoria monetaria". Confondere la creazione di denaro con la creazione di ricchezza è un dibattito vecchio di 300 anni, qualcosa di già dimostrato dai fallimenti di John Law e dai saggi consigli di Richard Cantillon nel suo Essay on Commerce. Per capire come la MMT sia semplicemente più della stessa cosa che finora ha fallito, è importante ricordare come funziona la politica monetaria convenzionale. Se una banca centrale pensa che i tassi d'interesse dovrebbero essere inferiori per incoraggiare la crescita economica, crea denaro e lo usa per acquistare obbligazioni statali da banche private. Queste ultime, a loro volta, concedono prestiti ad un tasso di interesse più basso, incoraggiando consumi ed investimenti. Se la banca centrale teme l'inflazione, opera il processo inverso. (Va notato che è molto difficile capire quanti soldi creare o eliminare per raggiungere il delicato equilibrio tra prezzi stabili e crescita economica.)

La MMT trasferisce queste decisioni al parlamento. La banca centrale continuerebbe a creare denaro, ma il parlamento di una nazione determinerebbe quanto crearne. Il denaro creato ex novo non passerebbe inizialmente dalle banche, ma dai destinatari dei vari programmi della spesa pubblica. L'inflazione continuerebbe ad essere una preoccupazione, data la mole di denaro che verrebbe creata, e la MMT ha una risposta: le tasse. Nel mondo della MMT le tasse non vengono utilizzate per raccogliere fondi per le spese future, ma per "distruggere" denaro e bilanciare le spese precedenti. Inutile sottolineare come la MMT non eviti affatto il problema della (iper)inflazione.

I politici hanno scarsi incentivi a frenare le spese, perché esse portano benefici nel breve termine (prima delle elezioni) ad un costo nel lungo termine (dopo le elezioni). Né vi è ragione per supporre che i politici aumenteranno le tasse per bilanciare le loro spese. Le tasse sono sempre impopolari; la loro presenza può persino far deragliare il sostegno a politiche popolari. L'atteggiamento miope dei politici è il motivo per cui le economie forti stabiliscono l'indipendenza della banca centrale. Con la MMT avremo lo stesso risultato che abbiamo ora: la spesa supererà di gran lunga le tasse, ma con l'iperinflazione.

Inoltre tasse elevate generano poche entrate, perché riducono l'incentivo a fare tutto ciò che viene tassato: un'imposta sul reddito scoraggia il lavoro, un'imposta sulle vendite scoraggia gli acquisti, un'imposta sulle plusvalenze scoraggia gli investimenti, ecc. C'è un limite a quanti soldi lo stato può incamerare con le tasse e non è possibile bilanciare una spesa illimitata tassando solo i gruppi che sono i migliori ad evitare le tasse. Dal momento che non è possibile bilanciare la creazione di denaro senza restrizioni, tassando solo i ricchi, i politici saranno costretti a combattere l'inflazione con tasse più alte per tutti. Questi ultimi risponderanno di conseguenza, richiedendo più spese mentre i gruppi con interessi speciali vorrebbero esenzioni fiscali. Ancor più di adesso, la spesa pubblica rappresenterà la descrizione dello stato fornita da Bastiat: "Quella grande finzione attraverso la quale ognuno si sforza di vivere a spese di tutti gli altri".

Nel mondo della MMT, dato che il denaro viene creato dallo stato ed è in grado di stamparne quanto ne vuole, esso ha implicitamente il controllo su quantità illimitate di ricchezza reale. Se lo stato determina ciò che dovrebbe essere considerato come denaro e quale sarà il suo valore, ciò significa anche che imporrà il tasso di scambio tra denaro, beni e servizi. Ciò significa che i prezzi verranno stabiliti dallo stato e le forze di mercato verranno aggirate. La teoria economica mostra che tale condotta conduce all'uso inefficiente delle risorse e, a sua volta, all'impoverimento economico. Un esempio a questo riguardo è il crollo dell'Unione Sovietica e l'incapacità delle economie pianificate, come Cuba e Corea del Nord, di sfamare la propria popolazione.



SOLO IL LIBERO MERCATO HA LA SOLUZIONE

La via d'uscita è più libero mercato, il motore di un aumento della produttività, degli standard di vita, della ricchezza real e della prosperità economica. La visione di un ordine anarco-capitalista con un'economia altamente produttiva e una società apolide è in netto contrasto con il sistema di governance socialdemocratico contemporaneo che marcia lungo una maggiore spesa pubblica, più debito pubblico, più burocrazia, più stagnazione produttiva/creativa e meno potere d'acquisto dei salari. Il fine ultimo di questo sistema non è la stabilità, la ricchezza e la libertà, ma la bancarotta, la miseria e la repressione.

L'agenda politica della democrazia moderna afferma che lo stato potrebbe prevenire e curare la disoccupazione, le crisi economiche, le recessioni, l'inflazione, la deflazione e la disuguaglianza e che potrebbe fornire istruzione, assistenza sanitaria e previdenza sociale per tutti. Le promesse di aumento dei redditi e dell'occupazione dominano le campagne politiche, eppure la politica non ha mai soddisfatto queste affermazioni. Le politiche socialiste non funzionano perché distruggono la produttività e quest'ultima è la chiave della prosperità. La risposta non è più interventismo statale, ma eliminare lo stato. Non sarà il socialismo democratico a salvarci, ma l'anarco-capitalismo.

Nuove innovazioni tecnologiche renderanno obsoleto l'apparato politico e consentiranno la privatizzazione delle funzioni dello stato, della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario. Con la fine della politica di partito e del predominio statale monopolistico, la popolazione si scrollerà di dosso un peso finanziario colossale. In un mondo senza stato nel senso convenzionale in cui è inteso, il costo della vita sarà nettamente inferiore a quello di oggi ed i contributi obbligatori richiederanno solo una parte trascurabile del proprio reddito. La produttività sarà così alta che il potere d'acquisto degli stipendi eliminerà le ansie sulla sicurezza del posto di lavoro e il pagamento delle bollette.

Per evitare un nuovo totalitarismo, la risposta è più libero mercato e meno politica. Un sistema politico libero da politiche di partito, unitamente ad un ordine monetario basato sul mercato e alla disposizione privata del diritto e della sicurezza pubblica, ridurrà e infine abolirà lo stato come organizzazione monopolistica di dominio. Un ordine anarco-capitalista permetterebbe alle nuove tecnologie di eliminare la valanga di politiche e regolamenti pubblici che hanno soffocato la società fino ad oggi; eliminare in definitiva il sistema attuale inefficiente, corrotto, ingiusto e che nella sua essenza è anche antidemocratico.

Negli ultimi duecento anni, sin dalla rivoluzione industriale, la tecnologia ha trasformato profondamente l'esistenza umana. Nei prossimi decenni le innovazioni tecnologiche cambieranno il mondo ancor più di quanto accaduto negli ultimi duecento anni. Il libero mercato, insieme alla drastica riduzione dello stato e all'abolizione della politica, eliminerà quegli oneri finanziari che affliggono gli individui ed impediscono loro creare le basi di un ambiente economico prospero. L'intervento statale nella vita economica non porta alla prosperità, la quale invece può essere raggiunta solo da un costante smantellamento dello stato e dalla fine della politica.



IL RUOLO DELLE CRIPTOVALUTE

Ma quali sono le innovazioni tecnologiche di cui abbiamo parlato finora? Possiamo scorgerle sin da ora? Assolutamente sì e mi riferisco alle criptovalute. Bitcoin, nello specifico, potrebbe essere una via d'uscita, il modo migliore per prepararsi alla prossima recessione globale e al successivo reset della mole di debiti impagabili accumulati sino ad ora. Bitcoin è la sensazionale criptovaluta decentralizzata che potrebbe essere la risposta al sistema bancario centrale, il quale da quando è stato creato non ha fatto altro che rendere ciclico l'alternanza boom/bust. Le prospettive economiche stanno diventando così tetre che, come ci ricorda Macleod, esistono inquietanti parallelismi tra oggi e la Grande Depressione.

Il sistema che le banche centrali hanno creato si fonda su basi sabbiose e infine arriverà ad un redde rationem; in tal contesto il decentramento sarà la chiave per assicurarsi che una cosa del genere non debba mai più ripetersi. L'economia globale sembra andare bene, basta chiederlo ai media generalisti, ma tutto sta accadendo mentre uno degli indicatori economici di recessione sta segnalando il proverbiale "allarme rosso". Una delle maggiori preoccupazioni è la crisi del debito, in particolare il debito sovrano, il quale a livello mondiale sta superando i massimi storici. A partire dal disastro del 2008, il valore nominale di tutte le forme di debito è aumentato di decine di migliaia di miliardi di dollari, poiché le banche centrali di tutto il mondo hanno sostenuto i bilanci dei cosiddetti "Too big to fail", le imprese hanno potuto accendere più prestiti per "promuovere la crescita" ed i consumatori hanno speso più che mai. Il tutto mentre gli investimenti improduttivi e la Legge dei Rendimenti Decrescenti hanno continuato a far pagare dazio a quelle realtà che hanno deviato risorse reali scarse verso attività di mercato che le hanno sprecate.


La società occidentale ha accumulato oltre $87,000 miliardi in nuovi debiti sin da allora, accentuando che gli stati e le banche centrali non hanno imparato dagli errori del passato. La storia si ripete e pochi su questo pianeta hanno imparato le lezioni del passato. La situazione fiscale è insostenibile e la Federal Reserve è stata messa a "scacco matto" dal sistema stesso che ha aiutato a creare. Le tecnologie non hanno lo stesso tipo di ciclo vitale degli esseri umani. Sono più simili alle specie, nascono e si evolvono lentamente con i loro habitat. La mania delle ICO ha raggiunto il picco nel marzo 2018, quando le startup blockchain rendevano $1,75 miliardi e il mercato ICO sembrava inarrestabile. A novembre tale cifra era scesa a $360 milioni. Oh, e il prezzo di bitcoin era sceso di circa due terzi. In realtà era inevitabile che scoppiasse, la mania, una necessità del processo di maturazione di questa nuova tecnologia. Ciononostante la stampa ha accolto questo processo come una marcia funebre, un corteo di persone disilluse da un qualcosa che sembrava promettere mari e monti e invece non ha lasciato altro che macerie. Una triste fine, potreste pensare, per tutti coloro che avevano speso tempo ed energie per studiare e cercare di capire meglio cosa fosse bitcoin e come funzionasse. Inutile girarci intorno: il movimento blockchain è morto.

Duecentocinquanta milioni di anni fa la Siberia vide l’inizio di eruzioni vulcaniche che con la loro lava alla fine coprirono un’area di 770.000 miglia quadrate e non si fermarono per un milione di anni. Si stima che il 96% delle specie marine e il 70% degli abitanti della terra si fossero estinti. È conosciuto come l’evento di estinzione del Permiano-Triassico. Ciononostante la vita è andata avanti, dopo molte prove e tribolazioni, ed eccoci qui a commentare la morte del movimento blockchain. Nella grande narrazione della vita sulla Terra, una catastrofe di proporzioni che non possiamo lontanamente immaginare è stata ridotta ad una pagina di Wikipedia e ad alcuni documentari su Discovery Channel. Col senno di poi siamo molto bravi a spiegare come una tecnologia ha cambiato il mondo. Pensate ad Internet. Pensate a come le auto abbiano sostituito i cavalli e a come anche l’uomo medio capisca di motori. Quello che non comprendiamo all’inizio, il disordine durante le transizioni, è la cosa davvero interessante.

Nell’ultimo anno un movimento è morto e sono stati piantati i semi di un’industria. Quando un gruppo di piccoli imprenditori indipendenti trova una nuova idea, spesso decide di far parte di una rivoluzione che sconvolgerà lo status quo. Niente di più vero con la tecnologia Bitcoin/blockchain. La sua natura, in cui gli individui possono fare a meno degli intermediari, ha spinto le persone a considerare le sue applicazioni come un elisir per qualsiasi problema politico nel mondo. Le persone hanno iniziato a sognare ad occhi aperti, sognare di abbattere vecchi ordini che disprezzavano. L’opposizione a questa tecnologia ci ha fatto vedere anche strani compagni di letto: i più ardenti gold bug ed i socialisti hanno visto minacciati i loro giocattoli preferiti. Le chiacchiere sui social media secondo cui la blockchain è o il fondamento di una società utopica o una grande truffa si trascineranno ancora un po', ma non ha più importanza ormai.

Anche il più recente scandalo intorno a Bitfinex non ha più importanza, e infatti il prezzo di Bitcoin ne è stato solo marginalmente influenzato. L'unica vera stablecoin è una ancorata all'oro, come Ekon, le altre, quelle legate alle valute fiat, sono solo l'eredità che un mondo morente cerca di ancorare a quello nascente. KYC, riserva frazionaria, centralizzazione dei depositi, certificazione di terzi della presenza di riserve, ecc., sono tutti figli del mondo che Bitcoin è nato per sostituire. Quello attuale è un periodo di transizione, di comprensione potremmo dire.

La tecnologia Bitcoin/blockchain cambierà il mondo, ma probabilmente non nel senso di cui è stato discusso negli ultimi anni. Alcuni dei “sopravvissuti” potrebbero avviare mega società che diventeranno nomi noti a tutti nel futuro prossimo; altri saranno assunti da banche di Facebook, Google o Wall Street che potrebbero andare a costituire lo status quo che hanno cercato di rovesciare. Quelle società li cambieranno e loro cambieranno quelle società. Tra 20 anni avremo una storia da raccontare e la sentiremo ripetere anche nei documentari: come è morto un movimento, da cui è nato un settore industriale nuovo che ha apportato miglioramenti alla vita di tutti i giorni e si è evoluto incenerendo gli scetticismi che ancora oggi stentano a scomparire. Un esempio recente è il continuo travaso di bile di Roubini senza aver capito niente della tecnologia bitcoin. Equiparare bitcoin ad una bolla in generale è una cosa che ci si può aspettare da parte di chi non dispone degli strumenti di base per comprendere né la struttura del libero mercato, e quindi la scienza economica, né bitcoin. Queste equiparazioni sono equivalenti alla seguente di Paul Krugman, premio Nobel per l’economia: “Entro il 2005 sarà divenuto chiaro che l’impatto di Internet sull’economia non sarà superiore a quello del fax”. Ricordiamoci quindi di questi articoli fra qualche anno, come oggi ci ricordiamo di queste parole di Krugman.



CONCLUSIONE

Il "lungo termine" cui Keynes faceva riferimento nei suoi scritti è infine arrivato e la maggior parte delle persone non è pronta ad affrontare le conseguenze di questa situazione. Infatti giustificare ad oltranza il keynesismo in tutte le sue assurde prescrizioni economiche, crisi economica dopo crisi economica, ha silenziosamente distrutto l'ultimo baluardo su cui si fonda la fiducia nelle autorità di pianificazione centrale: le pensioni. Durante la prossima recessione i fondi pensione, che sono già fortemente sottofinanziati, cadranno in un buco nero finanziario dal quale non potranno mai scappare.


Stati e città, molti dei quali emettono obbligazioni per coprire le loro spese, saranno declassati a spazzatura e il loro accesso al credito sarà pesantemente tagliato, a meno che non aumentino le tasse (economicamente impossibile) o taglino i benefit previdenziali (politicamente impossibile). Le città e gli stati più deboli saranno costretti ad andare in default, gettando nel caos il mercato dei bond municipali e statali. Di fronte a un fallimento a cascata di una parte cruciale dell'universo del reddito fisso, le banche centrali reagiranno come hanno fatto nel 2008 accarezzando l'idea di seguire le idee della MMT. A quel punto c'è una buona possibilità che la crisi si diffonda dalle pensioni alle valute fiat.

Sarà questa la molla che spingerà la maggior parte delle persone a rifugiarsi nelle criptovalute, oltre a perdere la fiducia nello stato per quanto riguarda le prestazioni pensionistiche, che come ci stanno insegnando Venezuela, Brasile e Argentina sono l'unico modo affinché gli individui possano trattenere potere d'acquisto e libertà.


giovedì 16 maggio 2019

L'austerità funziona... quando i mercati sono lasciati liberi di agire





di Anthony P. Mueller


Cercare di superare una crisi finanziaria con dosi maggiori di debiti è inefficace e la cosa è auto evidente, visto che sarebbe solo un ulteriore passo in avanti verso la bancarotta definitiva. Per superare una crisi finanziaria sono necessarie politiche a favore delle imprese private. L'austerità non è dolorosa quando la contrazione del settore pubblico è accompagnata dall'espansione del settore privato: la ricetta per far funzionare l'austerità richiede l'eliminazione degli interventismi centrali e l'alimentazione dello spirito imprenditoriale. I policymaker non dovrebbero litigare sui tagli alla spesa, ma determinare che cosa deve essere fatto per far espandere il settore privato mentre il settore pubblico si restringe.



Politiche fallimentari

Come gli economisti della scuola Austriaca hanno spiegato molto tempo fa, l'austerità (e non più spesa) è la via per uscire da una depressione. Un nuovo studio empirico su 16 economie avanzate ha pienamente confermato la tesi che l'austerità funziona. La ricerca ha rilevato che una considerevole riduzione del deficit di un Paese e la stabilizzazione del debito pubblico, sono il modo per recuperare e riconquistare la crescita economica.

Eppure la credenza popolare dice che il debito, attraverso più deficit, verrebbe finanziato da maggiori entrate fiscali perché la spesa pubblica "stimola" l'economia. I politici guadagnano consensi con questa falsa tesi. Eppure questi sostenitori ignorano che l'emergere di una crisi del debito è di per sé la prova che il cosiddetto moltiplicatore fiscale della spesa pubblica non ha funzionato come promesso. La materializzazione di una crisi del debito significa che il farmaco miracoloso ha fallito.

Quando emerge una crisi del debito, gli stati cercano di ignorare la verità e la popolazione non vuole sentire che la baldoria della spesa dovrebbe finire. I politici ottengono il loro posto nel governo come spacciatori di pasti presumibilmente gratis, di conseguenza non sono in grado di giustificare la necessità di una minore spesa pubblica. Va contro la natura di coloro che vivono di stato dire che la soluzione è una minore attività statale.

Anche quando la crisi del debito pubblico è diventata un'emergenza nazionale, non si placano i soliti fuochi d'artificio di una retorica delle illusioni. È molto più probabile che la stessa negligenza che ha provocato la crisi del debito persisterà anche quando arriva la crisi del debito. Un Paese può definirsi fortunato quando dà una possibilità all'austerità.

Una crisi del debito mostra che ora è necessario liberare risorse per il settore privato. Quando l'espansione della produzione privata compensa la contrazione del settore pubblico, diminuirà il carico del debito del Paese. Non più spesa pubblica, come sostengono i risparmiatori di deficit, ma ridurla e far spazio all'espansione del settore privato salverà l'economia.

Coloro che preferiscono più spesa pubblica di fronte ad una crisi del debito pubblico suggeriscono che la stessa strategia che ha portato alla calamità sarebbe la sua soluzione. La presenza di una crisi del debito dimostra che è stato accumulato troppo debito e per superare tale crisi sono necessari più risparmi, non meno.



Austerità senza rimorsi

La ripresa economica dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in Europa occidentale ci fornisce un'impressionante conferma della tesi secondo cui i tagli alla spesa pubblica stimolano l'attività economica quando realizzati in combinazione con un miglioramento del clima degli investimenti.

All'epoca la riduzione della spesa pubblica, quando la macchina da guerra americana dovette essere ridotta, avvenne in un'atmosfera che era tornata favorevole agli affari privati. Mentre l'incertezza e la politica economica del presidente Roosevelt ridussero l'economia privata a favore del settore pubblico e dell'occupazione statale durante la Grande Depressione e negli anni della guerra, era emerso un nuovo periodo per la libera impresa negli Stati Uniti e negli altri Paesi (Germania occidentale e Giappone, ad esempio).

Un altro esempio istruttivo è quello di mettere a confronto le politiche del Regno Unito dopo la fine delle guerre napoleoniche e quelle adottate dopo le due guerre mondiali.

Debito pubblico del Regno Unito, 1692-2011

Sulla scia delle guerre napoleoniche all'inizio del XIX secolo, il debito pubblico britannico era cresciuto oltre il duecentocinquanta percento rispetto al suo prodotto interno lordo. Nel secolo che seguì la guerra, terminata nel 1815, il Regno Unito abbatté il suo debito e sperimentò il suo più glorioso periodo di prosperità economica. Al contrario, l'economia britannica ha vissuto periodi prolungati di stagnazione economica sia dopo la prima guerra mondiale che durante la seconda guerra mondiale.

Le politiche economiche di questi periodi non potrebbero essere più diverse. Mentre nel XIX secolo la Gran Bretagna seguì una politica economica basata sugli ideali del liberalismo classico, il Paese adottò politiche interventiste dopo la prima guerra mondiale e fece lo stesso dopo la seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni '70. Mentre la Gran Bretagna ha guadagnato ricchezza e prosperità nel XIX secolo, ha sperimentato declino economico e stagnazione nel XX secolo.



La prossima crisi

Negli Stati Uniti il peso del debito (debito pubblico in percentuale del prodotto interno lordo del Paese) è aumentato dall'82% nel 2008 al 105% nel 2016. Questa cifra è destinata ad esplodere quando arriverà la prossima recessione o i tassi d'interesse saliranno. Il Giappone è sprofondato nel debito per oltre due decenni e l'onere del debito della nazione è salito oltre il 250%. Il Giappone fornisce l'esempio più eclatante del fatto che enormi programmi di spesa pubblica e ZIRP non sono utili quando il sistema statale non viene sostituito da riforme radicali orientate al libero mercato.

Qualunque siano le circostanze specifiche della prossima crisi finanziaria, si unirà ad una crisi del debito pubblico. Infatti molti Paesi del mondo, non solo la Grecia alcuni anni fa o attualmente il Brasile, sono in una crisi del debito. Stati Uniti, Giappone, molti Paesi europei: una crisi del debito pubblico incombe su quasi tutte le economie avanzate. La crisi non è ancora diventata acuta in suddetti Paesi perché le banche centrali hanno acquistato il debito pubblico ad un ritmo senza precedenti e hanno applicato tassi d'interesse estremamente bassi. Ora queste politiche stanno raggiungendo il loro limite e la prossima recessione rappresenterà anche la prossima grande crisi del debito.

Quando i tempi sono normali, l'investitore può considerare i titoli di stato buoni quanto la propria valuta. Infatti acquistarli può essere un'alternativa redditizia al risparmio in valuta; invece di prestare il proprio denaro alle banche commerciali in un conto di risparmio, il risparmiatore presta i suoi fondi allo stato. Quando il mercato obbligazionario è liquido, e il mercato delle obbligazioni è solitamente uno dei mercati finanziari più liquidi, le obbligazioni sono un sostituto completo della valuta (con l'ulteriore vantaggio di guadagnare interessi).

Finché l'interesse sulle obbligazioni compensa la perdita dovuta all'inflazione dei prezzi, l'investitore può sentirsi salvo. Cosa succede quando l'inflazione dei prezzi supera le aspettative? In questo caso il calcolo che è stato effettuato al momento di decidere di acquistare le obbligazioni non è più valido: quanto più il nuovo tasso d'inflazione atteso supera il livello precedente, tanto meno favorevole sarà mantenere le obbligazioni. Gli investitori iniziano a vendere obbligazioni ed i nuovi investitori le acquisteranno solo ad un tasso di interesse più elevato. La superiorità delle obbligazioni rispetto alla valuta va in frantumi. Poi si scopre che l'assioma della MMT, che lo stato può spendere senza tener conto delle entrate, che "i deficit non contano", diventa una falsa promessa.

Una volta che le aspettative inflazionistiche cominciano a salire e le proiezioni trovano conferma, lo stato diventa un debitore ordinario e in quanto tale è affidabile solo quanto può onorare il proprio debito. Cessa il privilegio dello stato come emettitore degno di fiducia della moneta della nazione; questo fenomeno è comunemente chiamato "perdita di fiducia". In termini economici ciò significa che l'investitore non considera più i titoli di stato tanto buoni quanto la valuta.



Conclusione

Quand'è che gli stati riconosceranno che non esiste un'alternativa all'austerità quando si raggiunge il limite di debito contraibile? Quand'è che gli stati riconosceranno che l'austerità non ha bisogno di essere dolorosa e basta solo effettuare tagli alla spesa in combinazione con un miglioramento del contesto economico del settore privato? La scelta tra il taglio della spesa pubblica o un aumento della stessa si riduce alla scelta tra accettare un periodo di avversità o andare avanti illudendosi che le cose si sistemeranno da sole. Alla fine la verità viene sempre a galla. Solo un cerebroleso potrebbe optare per una maggiore spesa. Tuttavia la semplice riduzione della spesa pubblica non è sufficiente: ciò che deve essere fatto è combinare i tagli alla spesa con una politica convincente di promozione della libera impresa senza alcuna riserva.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/