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martedì 5 gennaio 2016

Un mito fatto a pezzi: Mises, Hayek e la rivoluzione industriale





di Thomas E. Woods Jr.


Secondo il pensiero popolare, la Rivoluzione Industriale ha portato un impoverimento diffuso tra la gente che fino a quel momento godeva di uno stile di vita all'insegna della gioia e dell'abbondanza. Tuttavia negli ultimi decenni sono emerse interpretazioni alternative che hanno costretto anche i libri di testo occidentali, sempre gli ultimi ad adattarsi alle nuove tendenze del pensiero scientifico, ad ammettere l'esistenza di ciò che viene definito come il "dibattito sullo standard di vita" relativo alla Rivoluzione Industriale. Già negli anni '40 e '50 grandi economisti Austriaci come F. A. Hayek e Ludwig von Mises, sono stati tra quelli che hanno avanzato un punto di vista alternativo.

Secondo Hayek una delle ragioni per cui così tante falsità ed errori hanno circondato la nostra comprensione della Rivoluzione Industriale, era la seguente: gli storici che avevano studiato la questione erano stati accecati dai loro stessi preconcetti ideologici. Molti di loro erano marxisti e credevano che l'industrializzazione aveva semplicemente reso più poveri gli operai. Come dice Hayek: "[Dato che] i preconcetti teorici che li hanno guidati postulavano che la nascita del capitalismo dovesse essere dannosa per la classe operaia, non c'è da sorprendersi se abbiano trovato quello che cercavano." In breve, non si sono approcciati alla ricerca con uno spirito di razionalità imparziale che si addice ad uno studioso, ma piuttosto con l'ascia ideologica che caratterizza il propagandista.[1]

L'economista e filosofo Leopold Kohr non era affatto il solo tra quegli intellettuali che nutrivano sospetti nei confronti del capitalismo; infatti nel suo libro, The Breakdown of Nations (1957), disse che l'enorme aumento dei movimenti di riforma e della critica sociale a seguito della Rivoluzione Industriale, stavano ad indicare condizioni peggiori. "[Un] aumento dei movimenti di riforma", scrisse Kohr, "è un segno di deterioramento, non di miglioramento, delle condizioni. Se i riformatori sociali sono stati rari nelle epoche precedenti, è solo perché queste erano migliori della nostra."[2]

Ma secondo Hayek le cose non stanno necessariamente così; infatti è esattamente l'opposto. Il fatto stesso che fossero emerse denunce nel tardo settecento e primo ottocento sulle terribili condizioni in cui molte persone vivevano e lavoravano, è, ironia della sorte, un punto a favore della Rivoluzione Industriale. Prima della Rivoluzione Industriale, tutti si aspettavano di vivere in condizioni di estrema povertà, e per di più si aspettavano un destino simile per i loro discendenti. La ricchezza sorprendente che produsse la Rivoluzione Industriale, fece in modo che le persone si occupassero di risolvere tutte le rimanenti sacche della povertà. Prima della Rivoluzione Industriale, quando tutti vivevano in estrema povertà, nessuno se ne accorgeva o esprimeva indignazione. Così, come fa notare Hayek, nel XVIII secolo vediamo "una crescente consapevolezza di quei fatti che prima passavano inosservati. La crescita stessa della ricchezza e del benessere migliorarono gli standard e le aspirazioni di vita. Quella che per secoli era sembrata una situazione naturale e inevitabile, o anche un lieve miglioramento rispetto al passato, venne considerata incongrua con le opportunità che offriva la nuova era. La sofferenza economica divenne meno giustificata, perché la ricchezza generale aumentava più velocemente che mai."[3]

In questo contesto potremmo citare la famosa osservazione del grande economista Joseph Schumpeter: la stupenda ricchezza che ha creato il capitalismo, ironia della sorte, è quella che ha permesso ai critici del capitalismo stesso di ricoprire il ruolo d'intellettuali, godendo dei comfort creati dal sistema che tanto criticavano. Schumpeter temeva, infatti, che questo sviluppo avrebbe potuto rivelarsi fatale per il capitalismo. L'ascesa di una classe distinta d'intellettuali del tutto ignoranti in economia, e che avrebbe dato la colpa al capitalismo per ogni male sociale, nel corso del tempo avrebbe logorato l'attaccamento della popolazione al sistema e avrebbe portato alla sostituzione del capitalismo con un'economia dichiaratamente socialista. In breve, Schumpeter temeva che il successo stesso del capitalismo avrebbe seminato i semi della sua distruzione finale.



Il Capitalismo Crea il Proletariato

Hayek continua dicendo che la "connessione tra il capitalismo e l'ascesa del proletariato, è quasi l'opposto di quello che suggeriscono queste teorie dell'espropriazione delle masse."[4] Secondo Hayek il capitalismo ha creato il proletariato, nel senso che le nuove opportunità di lavoro hanno fatto sì che molte più persone avrebbero potuto sopravvivere. "Il proletariato, la cui 'paternità' è attribuibile al capitalismo, non era dunque una fetta della società che sarebbe esistita senza di esso e che sarebbe sprofondata ad un livello più basso; rappresentava persone a cui era stato permesso di crescere grazie alle nuove opportunità di lavoro rese disponibili dal capitalismo."[5] Prima della Rivoluzione Industriale una persona non in grado di guadagnarsi da vivere nell'agricoltura, o che non era stata dotata dai genitori degli strumenti necessari per avviare un'attività indipendente, si trovava in brutte acque.

La Rivoluzione Industriale ha permesso a queste persone, che non avevano altro da offrire al mercato, di vendere il proprio lavoro ai capitalisti in cambio di un salario. Ecco perché sono stati in grado di sopravvivere. La Rivoluzione Industriale ha quindi consentito un'esplosione demografica impossibile da sostenere alle condizioni stagnanti dell'era pre-industriale. Hayek e Mises contestano l'idea che tale era fosse prospera e soddisfacente. Il pensiero popolare è ben riassunto da Mises:

I contadini erano felici. Anche i lavoratori industriali nel sistema domestico. Essi lavoravano nelle proprie case e godevano di una certa indipendenza economica poiché possedevano un giardino e strumenti propri. Ma poi la "rivoluzione industriale s'abbattè come una guerra o una peste" su questa gente. Il sistema delle fabbriche ridusse il libero lavoratore a virtuale schiavitù. Ridusse il suo tenore di vita al livello della mera sussistenza; spinse donne e bambini negli opifici, distrusse la vita familiare e indebolì i fondamenti stessi della società, della moralità e della salute pubblica.[6]

Mises concorda con Hayek quando afferma che le condizioni prima della Rivoluzione Industriale erano in realtà catastroficamente povere. L'economia alla vigilia della Rivoluzione era irrimediabilmente statica, e non forniva sbocco alcuno a tutte quelle persone che non riuscivano a vivere di sola agricoltura o manifuttara domestica.

Come sostiene Mises, il fatto che la gente accettò lavori nelle fabbriche indica che questi posti di lavoro rappresentavano la migliore opportunità che avevano.[7] "I proprietari delle fabbriche," scrive Mises, "non avevano potere di costringere chicchessia a lavorare in fabbrica. Potevano assumere semplicemente gente disposta a lavorare per il salario offerto. Per quanto bassi che potessero essere questi saggi salariali, erano nondimeno molto più di quanto questi poveri potevano guadagnare in qualsiasi altro campo loro aperto. È una distorsione dei fatti dire che le fabbriche tolsero le donne di casa dalle cure dei bambini e della casa, e i bambini dai loro giochi. Queste donne non avevano niente da cuocere con cui nutrire i loro bambini. E i bambini erano morenti di fame. Il loro unico rifugio era la fabbrica, che li salvò nello stretto senso del termine dalla morte per inedia."[8]

Mises ammette che "nei primi decenni della rivoluzione industriale il tenore di vita dei lavoratori nelle fabbriche era repulsivamente cattivo rispetto alle condizioni contemporanee delle classi superiori e alle condizioni presenti delle masse industriali. Le ore di lavoro erano lunghe, le condizioni sanitarie nelle fabbriche deplorevoli. La capacità individuale di lavoro era esaurita rapidamente. [...] Ma rimane il fatto che per l'eccesso di popolazione che il movimento delle enclosures aveva ridotto a terribile miseria e per cui non v'era letteralmente più posto nello schema del sistema di produzione prevalente, il lavoro nelle fabbriche fu la salvezza. Questa gente s'accalcava negli stabilimenti per nessun'altra ragione che la spinta a migliorare il proprio tenore di vita."[9]



Produzione di Massa

Un altro punto centrale è che il capitalismo industriale è dedito alla produzione di massa. "I commerci manifatturieri del tempo passato," spiega Mises, "erano ordinati esclusivamente per i bisogni dei benestanti. La loro espansione era limitata dall'ammontare dei lussi che gli strati più ricchi della popolazione potevano permettersi."[10] La produzione nelle fabbriche, invece, era orientata alla produzione di massa: merci a basso costo per l'uomo comune. Questo ha rappresentato un passo in avanti straordinario per il modo di vivere di tutti. Ed è questo principio su cui si basa tutto il sistema capitalistico:

Il fatto rilevante della rivoluzione industriale è che essa ha aperto un'epoca di produzione di massa per i bisogni delle masse. I salariati non lavorano semplicemente per il benessere degli altri. Essi stessi sono i principali consumatori dei prodotti delle fabbriche. La grande industria dipende dal consumo di massa. Attualmente non vi è in America un singolo ramo di grande industria che non provveda ai bisogni delle masse. Il principio stesso dell'industria capitalista è di servire l'uomo comune. Nella sua qualità di consumatore, l'uomo comune è il sovrano i cui acquisti o la cui astensione dagli acquisti decide il destino delle attività imprenditoriali. Nell'economia di mercato non vi sono altri mezzi per acquisire e preservare la ricchezza all'infuori che fornire le masse nel modo migliore e più conveniente dei beni che esse richiedono.[11]

La nostra comprensione degli eventi storici influenza necessariamente le nostre opinioni politiche. Il nostro punto di vista sulla Rivoluzione Industriale colora indirettamente la nostra percezione delle questioni economiche attuali. Il capitalismo, se viene lasciato indisturbato, tende ad aumentare il benessere di tutti, o è necessario l'intervento dello stato per prevenire l'impoverimento diffuso? Questo è ciò che c'è in gioco nell'attuale dibattito sulla Rivoluzione Industriale, e in questa impresa F. A. Hayek e Ludwig von Mises hanno notevolmente anticipato i tempi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] F.A. Hayek, “History and Politics,” in Capitalism and the Historians, ed. F.A. Hayek (Chicago: University of Chicago Press, 1954), p. 22.

[2] Leopold Kohr, The Breakdown of Nations (New York: Rhinehart & Co., 1957), p. 155.

[3] Hayek, “History and Politics,” p. 18.

[4] Ibid., p. 15.

[5] Ibid., p. 16.

[6] Ludwig von Mises, Human Action: A Treatise on Economics, 3rd. rev. ed. (Chicago: Henry Regnery, 1966 [1949]), p. 618.

[7] Questo è un esempio del concetto di "preferenza dimostrata" di Murray Rothbard: le preferenze individuali, quando espresse in azioni volontarie, forniscono l'indicatore assolutamente affidabile attraverso il quale capiamo che l'individuo ha sostituito una situazione più soddisfacente ad una meno soddisfacente.

[8] Ludwig von Mises, Human Action: A Treatise on Economics, 3rd. rev. ed. (Chicago: Henry Regnery, 1966 [1949]), p. 619–20.

[9] Ibid., p. 620.

[10] Ibid.

[11] Ibid., p. 621.

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venerdì 10 ottobre 2014

La depressione dimenticata del 1920





di Thomas E. Woods, Jr.


[Questo articolo è stato dapprima pubblicato su The Intercollegiate Review nell'autunno del 2009.]


E' un luogo comune pensare che se non studiamo il passato siamo condannati a ripeterlo. E' quasi altrettanto certo, però, che se ci sono lezioni da imparare da un episodio storico, la classe politica ripeterà tutti gli errori — e spesso volutamente.

Avulsi da una visione del passato come potenziale fonte di sapienza e intelligenza, i governi politici hanno l'abitudine di impiegare la storia come un'arma ideologica, distorcendola e manipolandola a servizio delle ambizioni attuali. Questo è ciò che Winston Churchill intendeva quando definì "imprevedibile" la storia dell'Unione Sovietica.

Quindi non dovremmo sorprenderci se i nostri leader politici hanno fatto un uso ideologico del passato dopo che la crisi finanziaria ha investito gli Stati Uniti alla fine del 2007. Secondo la saggezza convenzionale, la Grande Depressione degli anni '30 è stato il risultato del capitalismo selvaggio, e solo gli interventi saggi dei politici progressisti hanno ripristinato la prosperità.

Chi sostiene che i programmi del New Deal non sono riusciti a risollevare il paese dalla depressione, tendono a suggerire che ci sia riuscita l'enorme spesa pubblica durante la seconda guerra mondiale.[1] (Tra cui anche alcuni sedicenti sostenitori del libero mercato, i quali reputano necessario uno stimolo fiscale.)

Il collegamento tra questa versione della storia e gli eventi di oggi è abbastanza ovvia: ancora una volta il capitalismo selvaggio ha creato scompiglio, e l'unica cosa che ci puo' salvare è l'accoppiata stimolo fiscale e stimolo monetario.

Per fare in modo che questa versione degli eventi regga, non viene mai fatta menzione della depressione del 1920-1921. E non c'è da stupirsi — quell'esperienza storica sgonfia le ambizioni di coloro che ci promettono soluzioni politiche agli squilibri reali.

La saggezza convenzionale sostiene che, in assenza di una politica anticiclica del governo, ossia, o uno stimolo fiscale o uno monetaria (o entrambi), non possiamo aspettarci una ripresa economica — almeno non senza un ritardo intollerabile. Eppure durante la depressione del 1920-1921 vennero perseguite politiche opposte, e la ripresa non tardò ad arrivare.

La situazione economica nel 1920 era triste. In quell'anno la disoccupazione era salita dal 4% a quasi il 12%, e il PNL era diminuito del 17%. Non c'è da stupirsi, quindi, se il Segretario del Commercio Herbert Hoover — erroneamente definito come sostenitore del laissez-faire — avesse esortato il presidente Harding a prendere in considerazione una serie di interventi per stimolare l'economia. Hoover venne ignorato.

Invece dello "stimolo fiscale", Harding tagliò il bilancio dello stato di quasi la metà tra il 1920 e il 1922. L'approccio di Harding era orientato al laissez-faire. Le aliquote fiscali vennero tagliate per tutte le fasce di reddito. Il debito nazionale venne ridotto di un terzo.

L'attività della Federal Reserve, inoltre, fu quasi impercettibile. Come lo descrive uno storico dell'economia: "Nonostante la gravità della contrazione, la FED non usò i suoi poteri per intervenire sull'offerta di moneta e combattere la contrazione."[2] Alla fine dell'estate del 1921, i segnali di ripresa erano già visibili. L'anno successivo, la disoccupazione era di nuovo tornata al 6.7% e al 2.4% nel 1923.

E' istruttivo confrontare la risposta americana in questo periodo con quella del Giappone. Nel 1920 il governo giapponese introdusse i fondamenti di un'economia pianificata con l'obiettivo di mantenere i prezzi artificialmente alti. Secondo l'economista Benjamin Anderson:

Si riunirono le grandi banche, le industrie e il governo e distrussero la libertà dei mercati, fermarono il calo dei prezzi delle materie prime e per sette anni mantennero il livello dei prezzi al di sopra di quello mondiale. In quegli anni il Giappone sopportò una stagnazione industriale cronica e alla fine, nel 1927, sperimentò una crisi bancaria di una tale gravità che crollarono molti grandi sistemi bancari, così come molte industrie. Fu una linea politica stupida. Nel tentativo di evitare le perdite sulle scorte della produzione di un anno, il Giappone perse sette anni.[3]

Gli Stati Uniti, al contrario, permisero alla loro economia di aggiustarsi. "Nel 1920-21," scrive Anderson:

abbiamo avuto le nostre perdite, abbiamo riadattato la nostra struttura finanziaria, abbiamo sopportato la nostra depressione e nell'agosto 1921 siamo ripartiti [...]. Il rally nella produzione delle imprese e nell'occupazione che iniziò nell'agosto 1921, si basò profondamente su una drastica pulizia delle debolezze del credito, una drastica riduzione dei costi di produzione e sulla libera azione dell'impresa privata. Non si basò su una politica governativa pianificata.

Il governo federale non fece quello che gli economisti keynesiani avrebbero invitato a fare: avere bilanci squilibrati e pompare l'economia attraverso l'aumento delle spese. Prevalse piuttosto la visione antiquata che lo stato avrebbe dovuto mantenere una tassazione e una spesa bassi, e avrebbe dovuto ridurre il debito pubblico.[4]

Quelli erano i temi economici della presidenza di Warren Harding. Pochi presidenti sono stati sottoposti al grado di sbeffeggiamento a cui venne sottoposto Warren Harding durante la sua vita e aanche dopo la sua morte. Ma i pregiudizi riguardo Harding sono sbagliati: anche la presunta "corruzione" della sua amministrazione era un fatto minore rispetto alle trasgressioni presidenziali che da allora abbiamo dato per scontato.

Nel suo discorso di accettazione alla nomination presidenziale repubblicana del 1920, Harding dichiarò:

Perseguiremo una deflazione intelligente e coraggiosa, e colpiremo il debito pubblico che rappresenta un male, e attaccheremo i costi elevati dello stato con ogni energia che ci resta. Vi promettiamo conforto, il quale scaturirà dalla fine degli sprechi e della stravaganza, e il rinnovamento dell'economia pubblica, non solo perché sarà alleviata dagli oneri fiscali, ma anche perché sarà un esempio per stimolare il risparmio e la parsimonia nella vita privata.

Facciamo appello a tutte le persone affinché risparmino e siano parsimoniose, affinché facciano qualche sacrificio se necessario, affinché si schierino contro la stravaganza ed il lusso, affinché riscoprano le gioie di una vita semplice, affinché riscoprano le gioie della prudenza che è la salute della repubblica. Non c'è mai stata una ripresa dallo spreco e dalle anomalie della guerra se non attraverso il lavoro e il risparmio, attraverso l'industria, mentre la spesa inutile e la stravaganza incurante hanno segnato ogni decadimento nella storia delle nazioni.

E' il caso di sottolineare che il discorso di Harding — tenuto durante un convegno politico — è l'opposto di quello che i presunti esperti di oggi ci spingono a fare. Inflazione, aumento della spesa pubblica, assalti al risparmio privato in combinazione con richieste di dissolutezza dei consumatori: tale è il programma per la "ripresa" nel XXI secolo.

Non sorprende che molti economisti moderni che hanno studiato la depressione del 1920-1921, non siano stati in grado di spiegare come la ripresa potesse essere così rapida ed efficace sebbene il governo federale e la Federal Reserve evitarono di impiegare uno qualsiasi degli strumenti macroeconomici — spesa per lavori pubblici, deficit pubblici e politica monetaria inflazionistica — che la saggezza convenzionale ora raccomanda come soluzione al rallentamento economico. L'economista keynesiano Robert A. Gordon ha ammesso che "lo stato non intervenne quasi per niente per moderare la depressione e velocizzare la ripresa. Le autorità della Federal Reserve rimasero in gran parte passive [...]. Nonostante l'assenza di una politica di stimolo, non tardò ad arrivare una ripresa."[5]

Un altro storico dell'economia ha ammesso che "l'economia rimbalzò rapidamente dopo la depressione 1920-1921 ed entrò in un periodo di crescita molto vigorosa," ma ha scelto di non commentare ulteriormente questo sviluppo.[6] "Questo accadde nel 1921," scrive il condiscendente Kenneth Weiher, "molto prima che il concetto di politica anticiclica venisse accettato o anche capito."[7] Possono non aver "capito" la politica anticiclica, ma la ripresa è arrivata comunque — e rapidamente.

Uno dei trattamenti più perversi dell'argomento arriva per mano di due storici della presidenza Harding, i quali affermano che senza la confisca di gran parte del reddito dei ricchi, l'economia americana non sarà mai stabile:

I tagli fiscali, insieme all'enfasi sul rimborso del debito pubblico ed una riduzione delle spese federali, vanno a vantaggio dei ricchi. Molti economisti concordarono sul fatto che una delle principali cause della Grande Depressione del 1929 fu la distribuzione ineguale della ricchezza, che sembrò accelerare nel corso degli anni '20 e che rappresentò il risultato del ritorno alla normalità. Nel 1929 il 5% della popolazione aveva più del 33% della ricchezza della nazione. Questo gruppo non è riuscito ad usare la sua ricchezza responsabilmente [...]. Invece ha alimentato una speculazione malsana nel mercato azionario, così come una crescita economica irregolare.[8]

Se questa teoria assurda fosse corretta, il mondo sarebbe in un costante stato di depressione. Non c'era nulla di insolito nello schema della ricchezza americana degli anni '20. Sono esistite disparità più gravi in innumerevoli luoghi e tempi senza che siano sfociate nel caos.

In realtà, negli Stati Uniti la Grande Depressione arrivò nel mezzo di un trend che portò all'aumento della quota di reddito nazionale destinata ai salari e agli stipendi — e un trend al ribasso riguardo la quota destinata ad interessi, dividendi e reddito da impresa.[9] Grazie al cielo non abbiamo bisogno dell'espropriazione violenta di ogni americano per raggiungere la prosperità.

Tuttavia non è sufficiente a dimostrare che la prosperità sia una cosneguenza dell'assenza di uno stimolo fiscale o monetario. Dobbiamo capire perché questo risultato è prevedibile — in altre parole, perché il ripristino della prosperità in assenza di rimedi centrali non sia una curiosità irrilevante o il risultato di una mera casualità.

In primo luogo, dobbiamo considerare il motivo per cui l'economia di mercato è afflitta dal ciclo boom-bust. L'economista britannico Lionel Robbins se lo chiese nel suo libro del 1934 La Grande Depressione: perché gli imprenditori cadrebbero in una "serie improvvisa di errori"?

Dato che il mercato, attraverso il sistema profitti/perdite, scarta gli imprenditori meno competenti, perché quelli relativamente più qualificati che il mercato ha premiato con i profitti e il controllo sulle risorse aggiuntive dovrebbero improvvisamente commettere gravi errori — e tutti nella stessa direzione? Questo fenomeno potrebbe essere spiegato da qualcosa al di fuori dell'economia di mercato piuttosto che al suo interno?

Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek puntarono il dito contro l'espansione artificiale del credito, normalmente nelle mani di una banca centrale autorizzata dallo stato. (Hayek vinse il premio Nobel nel 1974 per il suo lavoro sulla cosiddetta teoria austriaca del ciclo economico.) Quando la banca centrale espande l'offerta di moneta — per esempio, quando acquista titoli di stato — crea denaro dal nulla.

Questo denaro o finisce direttamente nelle banche commerciali o, se i titoli sono stati acquistati da una banca d'investimento, ci finisce indirettamente quando le banche d'investimento depositano gli assegni della FED presso le banche commerciali. Allo stesso modo in cui il prezzo di qualsiasi bene tende a diminuire con l'aumento dell'offerta, l'afflusso di nuovi capitali porta ad una diminuzione dei tassi di interesse, dal momento che le banche sperimentano un aumento dei fondi mutuabili.

Tassi di interesse più bassi stimolano gli investimenti in progetti a lungo termine, i quali sono molto più sensibili al cambiemnto nei tassi di interesse rispetto a quelli a più breve termine. (Confrontate l'interesse mensile pagato su un mutuo trentennale con l'interesse pagato su un mutuo a due anni — un piccolo calo dei tassi di interesse avrà un impatto sostanziale sul primo, ma un impatto trascurabile sul secondo.) Investimenti supplementari, per esempio, nel settore della ricerca e sviluppo (R&S), che possono richiedere molti anni per vederne i frutti, sembrano improvvisamente redditizi (cosa impossibile senza costi di finanziamento più bassi causati da tassi di interesse più bassi).

Il settore R&S appartiene ad uno stadio della produzione "superiore" rispetto a quello della vendita al dettaglio, dato che i beni di quest'ultima sono immediatamente disponibili consumatore, mentre i risultati commercial della R&S saranno disponibili dopo un periodo di tempo relativamente lungo. Quanto più una fase della produzione è vicina al bene di consumo finito, più basso è lo stadio che occupa.

In un libero mercato i tassi di interesse coordinano la produzione nel tempo. Assicurano che la struttura della produzione sia configurata in modo conforme alle preferenze dei consumatori. Se i consumatori vogliono più beni esistenti, si espandono le fasi della produzione di ordine inferiore. Se, invece, sono disposti a rinviare il consumo nel presente, i tassi d'interesse incoraggiano gli imprenditori ad utilizzare questa opportunità per dedicare i fattori di produzione a progetti non orientati verso la soddisfazione immediata dei consumatori, ma che, una volta terminati, produrranno una maggiore offerta di beni di consumo.

Se nel nostro esempio i tassi di interesse più bassi fossero stati il risultato di un risparmio volontario da parte della popolazione (invece che di un intervento della banca centrale), la relativa diminuzione della spesa per consumi avrebbe liberato risorse da poter utilizzare nelle fasi della produzione di ordine superiore. In altre parole, in caso di risparmio genuino la domanda di beni di consumo subisce una diminuzione relativa; le persone risparmiano di più e spendono di meno rispetto al passato.

Le industrie produttrici di beni di consumo, a loro volta, subiscono una contrazione in risposta alla diminuzione della loro domanda. I fattori di produzione usati da queste industrie — servizi di autotrasporto, per esempio — vengono rilasciati affinché possano essere usati nelle fasi superiori della struttura della produzione. Stesso discorso per manodopera, acciaio e altri input non specifici.

Quando viene manomessa la struttura dei tassi di interesse, questa funzione di coordinamento viene interrotta. L'aumento degli investimenti nelle fasi della produzione di ordine superiore avviene in un momento in cui la domanda di beni di consumo non è rallentata. La struttura temporale della produzione è distorta a tal punto che non coincide più con le modalità temporali relative alla domanda dei consumatori. I consumatori chiedono prodotti nel presente in un momento in cui vengono intrapresi investimenti nella produzione futura.

Quando tassi di interesse più bassi sono il risultato della politica della banca centrale piuttosto che di un vero e proprio risparmio, la domanda dei consumatori non cambia. (Se non altro, tassi più bassi rendono le persone ancora più propense a spendere rispetto a prima.) In questo caso, le risorse non vengono rilasciate affinché possano essere utilizzate nelle fasi di ordine superiore. L'economia, invece, si trova in un braccio di ferro tra le tappe superiori ed inferiori della produzione.

Data la scarsità delle risorse, il conseguente aumento dei costi minaccia la redditività dei progetti di ordine superiore. La banca centrale può espandere ulteriormente il credito, al fine di rafforzare la posizione delle fasi di ordine superiore in questo braccio di ferro, ma si limiterebbe solamente a rinviare l'inevitabile.

Se la volontà espressa dalla popolazione attraverso il risparmio e il consumo non sosterrà la deviazione di risorse verso le fasi di ordine superiore, ma spingerà le risorse verso quelle aziende che si occupano direttamente dei beni di consumo finiti, allora la banca centrale finirà in guerra contro la realtà. E alla fine dovrà decidere se è pronta ad espandere il credito ad un ritmo maggiore (in modo da sostenere artificialmente la produzione di ordine superiore) e rischiare di distruggere del tutto la moneta, o se invece dovrà rallentare o abbandonare la sua espansione e lasciare che l'economia si aggiusti alle condizioni reali.

È importante notare che il problema non è una carenza di spesa al consumo, come recita la credenza popolare; semmai il problema viene da una spesa eccessiva per i consumi, e di conseguenza troppo poca canalizzazione dei fondi verso altri tipi di spesa — vale a dire, l'espansione delle fasi della produzione di ordine superiore non poò essere completata con profitto perché le risorse necessarie vengono sottratte proprio dalla forte (ed inaspettata) domanda di beni di consumo. Stimolare la spesa al consumo può solo peggiorare le cose, intensificando la pressione sulla redditività già traballante degli investimenti nelle fasi della produzione di ordine superiore.

Si noti inoltre che il fattore scatenante del ciclo economico non è un fenomeno intrinseco al libero mercato. E' un intervento sul mercato che genera il ciclo di crescita insostenibile e di inevitabile bust.[10] Come dice il teorico del ciclo economico Roger Garrison: "Il risparmio ci porta una crescita genuina; l'espansione del credito ci porta il boom e il bust."[11]

Questo fenomeno ha preceduto tutti i boom/bust della storia americana, tra cui il bust del 2007 e la contrazione del 1920-1921. Gli anni precedenti al 1920 furono caratterizzati da un massiccio aumento dell'offerta di moneta attraverso il sistema bancario, con gli obblighi di riserva che furono dimezzati dal Federal Reserve Act del 1913 e poi con una notevole espansione del credito da parte delle banche stesse.

I depositi bancari totali raddoppiarono tra il gennaio 1914, quando la FED aprì i battenti, ed il gennaio 1920. Tale creazione artificiale del credito mise in moto il ciclo boom/bust. Inoltre la FED mantenne basso il tasso di sconto (il tasso a cui presta direttamente alle banche) durante tutta la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) e per un breve periodo in seguito. La FED cominciò a restringere la sua posizione alla fine del 1919.

L'economista Gene Smiley, autore di The American Economy in the Twentieth Century, osserva che "la visione più comune è che la politica monetaria della FED sia stata la principale causa della fine dell'espansione, dell'inflazione, dell'inizio della successiva contrazione e della grave deflazione."[12] Una volta che il credito iniziò a contrarsi, gli attori del mercato cominciarono improvvisamente a rendersi conto che la struttura di produzione doveva essere riorganizzata e che le linee di produzione dipendenti dal credito facile erano state un errore e dovevano essere liquidate.

Siamo ora in grado di valutare quelle proposte perennemente alla moda come lo "stimolo fiscale" e le sue varianti. Pensate alla condizione dell'economia a seguito di un boom artificiale. E' gravata da squilibri. Troppe risorse sono state impiegate nelle fasi della produzione di ordine superiore e troppo poche negli stadi di ordine inferiore.

Questi squilibri devono essere corretti da imprenditori che, allettati da alti tassi di profitto nelle fasi di ordine inferiore, facciano offerte per quelle risorse negli stadi che si sono espansi troppo e le allochino in quegli stadi di ordine inferiore dove sono più richieste. La libertà assoluta di oscillamento di prezzi e salari è indispensabile per l'adempimento di questo compito, dal momento che rappresentano ingredienti indispensabili per la valutazione imprenditoriale.

Alla luce di questa descrizione dell'economia post-boom, possiamo vedere come siano inutili, addirittura irrilevanti, i tentativi di stimolo fiscale. Il mero atto dello stato di spendere soldi su progetti scelti arbitrariamente, non fa nulla per correggere gli squilibri che hanno portato alla crisi.

Non è un calo della "spesa" di per sé che ha causato il problema. È la mancata corrispondenza tra il tipo di produzione da un lato e il modello di domanda dei consumatori dall'altro.

E non è ingiusto far riferimento ai destinatari dello stimolo fiscale come progetti arbitrari. Dal momento che lo stato deficita di un meccanismo di profitti/perdite e può acquisire risorse supplementari tramite l'esproprio, non ha modo di sapere se sta effettivamente soddisfacendo la domanda dei consumatori (se davvero dovesse preoccuparsene) o se sta sprecando risorse. Nonostante la retorica popolare, lo stato non può essere gestito come un'azienda.[13]

Nemmeno lo stimolo monetario è di qualche aiuto. Al contrario, intensifica solamente il problema. Nell'Azione Umana, Mises ha confrontato un'economia sotto l'influenza dell'espansione artificiale del credito ed un capomastro incaricato di costruire una casa che (a sua insaputa) manca di mattoni sufficienti per essere completata. Prima scoprirà il suo errore, meglio sarà. Più a lungo persisterà in questo progetto insostenibile, più risorse, tempo e lavoro sperpererà irrimediabilmente.

Lo stimolo monetario si limita a sollecitare gli imprenditori affinché persistano lungo le loro traiettorie di produzione non sostenibile; è come se invece di allertare il capomastro per il suo errore, ci si limitasse ad incitare il suo lavoro impedendogli di scoprire la verità. Ma tali misure non rendono il bust meno inevitabile — solo più doloroso.

Se il punto di vista vista austriaco è corretto — e credo che l'evidenza teorica ed empirica indichi fortemente che lo sia — allora l'approccio migliore per spronare una ripresa sarebbe quello di agire facendo l'opposto di queste strategie keynesiane. Il bilancio dello stato deve essere tagliato, non aumentato, liberando in tal modo risorse che gli attori privati ​​possano utilizzare per riallineare la struttura del capitale .

L'offerta di moneta non deve essere aumentata. I salvataggi congelano semplicemente gli errori imprenditoriali, invece di consentire la ridistribuzione delle risorse nelle mani di quelle parti capaci di prevedere le esigenze dei consumatori alla luce delle condizioni reali. I prestiti di emergenza alle imprese in difficoltà perpetuano la cattiva allocazione delle risorse e rappresentano un privilegio per quelle imprese impegnate in attività non sostenibili (a scapito delle imprese sane pronte ad usare tali risorse in maniera più appropriata).

Questa ricetta di austerità è precisamente ciò che Harding chiese nel suo discorso inaugurale del 1921:

Dobbiamo affrontare questa cupa necessità, sapendo che dobbiamo adempiere ai nostri compiti e che nessuno statuto promulgato dall'uomo può abrogare le leggi inesorabili della natura. La nostra tendenza più pericolosa è quella di aspettarci un intervento dello stato, una grande interferenza che farebbe ben poco. Contempliamo il compito immediato di sistemare la nostra casa pubblica. Abbiamo bisogno di un'economia solida e in salute, in combinazione con una giustizia fiscale ed una prudenza individuale, assistite entrambe dalla parsimonia; questi sono elementi essenziali per affrontare il futuro in modo sereno [...].

Il meccanismo economico è complicato e le sue parti sono interdipendenti, e ha sofferto la crisi e lo scombussolamento scaturito da una domanda anomala, insufflazioni di credito e sconvolgimenti di prezzo. I saldi, una volta normali, ora sono compromessi; i canali di distribuzione sono intasati; i rapporti tra lavoro e la sua gestione sono tesi. Dobbiamo cercare il riaggiustamento con cura e coraggio [...]. Tutte le sanzioni di questo mondo non rappresenteranno una soluzione, né potranno essere distribuite uniformemente. Non c'è modo che possano esserlo. Non vi è alcun passaggio immediato dal disordine all'ordine. Dobbiamo affrontare la triste realtà, accettare le nostre perdite e ricominciare da capo. E' la più antica lezione della civiltà. Vorrei che lo stato potesse fare tutto il possibile per mitigare questa situazione; poi, con la comprensione, con la reciprocità degli interessi, con la sollecitudine per il bene comune, i nostri compiti verranno risolti. Nessun sistema alterato funzionerà per miracolo. Ogni esperimento aggiungerà solo confusione. La nostra migliore garanzia risiede nella gestione efficiente del nostro sistema.

Fra i presidenti americani del XX secolo è davvero raro che qualcuno abbia compreso, come fece Harding, quello che stava accadendo e perché i piani interventisti avrebbero ritardato solamente la ripresa. Che sia stato oggetto di uno scherno incessante da parte degli storici, al punto che nessuno ha speso una parola in suo favore per paura di essere buttato fuori dal mondo accademico, la dice lunga sulle loro capacità.

L'esperienza del 1920-1921 rafforza la tesi dei veri economisti di libero mercato, secondo i quali l'intervento dello stato è un ostacolo alla ripresa economica. La depressione 1920-1921 venne scongiurata rapidamente grazie all'assenza di stimoli fiscali e monetari. La prossima volta che verremo solennemente avvertiti di ricordare le lezioni della storia affinché la nostra economia non peggiori, dovremo fare riferimento a questo episodio — osservando con quanta velocità i nostri detrattori cercheranno di cambiare argomento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note


[1] Sulla fallacia della "prosperità in tempo di guerra" durante la seconda guerra mondiale, vedi Robert Higgs, Depression, War, and Cold War (New York: Oxford University Press, 2006).

[2] Kenneth E. Weiher, America's Search for Economic Stability: Monetary and Fiscal Policy Since 1913 (New York: Twayne, 1992), p. 35.

[3] Sul Giappone, vedi Benjamin M. Anderson, Economics and the Public Welfare: A Financial and Economic History of the United States, 1914–1946 (Indianapolis: Liberty Press, 1979 [1949]), pp. 88–89, 90.

[4] Ibid., p. 92.

[5] Robert Aaron Gordon, Economic Instability and Growth: The American Record (New York: Harper and Row, 1974), pp. 21–22, citato in Joseph T. Salerno, "An Austrian Taxonomy of Deflation — With Applications to the U.S.," Quarterly Journal of Austrian Economics 6 (Inverno 2003): 89.

[6] Robert A. Degen, The American Monetary System: A Concise Survey of Its Evolution Since 1896 (Lexington, MA: D. C. Heath, 1987), p. 41.

[7] Weiher, America's Search for Economic Stability, p. 36.

[8] Eugene P. Trani e David L. Wilson, The Presidency of Warren G. Harding (Lawrence, KS: University Press of Kansas, 1977), p. 72.

[9] C. A. Phillips, T. F. McManus, e R. W. Nelson, Banking and the Business Cycle: A Study of the Great Depression in the United States (New York: Macmillan, 1937), p. 76.

[10] La teoria austriaca si applica anche a quei casi in cui non esiste una banca centrale e l'espansione artificiale del credito prende vita attraverso altri modi. L'intervento statale è altrettanto distorsivo anche in questi casi. Vedi Jesús Huerta de Soto, Money, Bank Credit, and Economic Cycles, trad. Melinda A. Stroup (Auburn, AL: Ludwig von Mises Institute, 2006).

[11] Roger W. Garrison, "The Austrian Theory: A Summary," in The Austrian Theory of the Trade Cycle and Other Essays, comp. Richard M. Ebeling (Auburn, AL: Ludwig von Mises Institute, 1996), p. 99.

[12] Gene Smiley, "The U.S. Economy in the 1920s," EH.Net Encyclopedia, ed. Robert Whaples, 26 marzo 2008.

[13] Ludwig von Mises, Bureaucracy (New Haven, CT: Yale University Press, 1944).

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venerdì 21 giugno 2013

Perché i Greenbacker si Sbagliano





di Tom E. Woods, Jr.


[Presentato all'Austrian Economics Research Conference del 2013, Mises Institute, Auburn, Alabama]


Uno dei grandi successi di Ron Paul è stato quello di far affrontare alla Federal Reserve un'opposizione più marcata rispetto al passato. I lettori di questo sito avranno familiarità con tali argomenti: la FED gode di privilegi speciali dello stato; la sua interferenza con i tassi di interesse di mercato dà luogo al ciclo economico boom-bust; ha indebolito il valore del dollaro; crea azzardo morale dal momento che gli operatori di mercato sanno che il produttore di denaro può intervenire in loro aiuto; ed è inutile e in contrasto con una libera economia di mercato.

Purtroppo non tutti i critici della FED, anche tra i sostenitori di Ron Paul, affrontano il problema in questo modo. Un sottoinsieme di sostenitori del movimento End the FED si oppone alla FED per motivi del tutto sbagliati. Secondo questo gruppo la FED non sta inflazionando abbastanza. (Mi è stato detto da un critico che il nostro problema non può essere l'eccessiva crezione di denaro, dato che lui non conosce chi ha troppe Banconote della Federal Reserve.) Le loro lamentele, oltre a quelle principali, sono:
  1. la FED è "proprietà privata" (il problema della FED evidentemente è che non è abbastanza socialista),
  2. il denaro fiat va bene fintanto che viene emesso da rappresentanti fidati del popolo invece che dalla FED, e
  3. nel sistema attuale siamo gravati da quello che loro chiamano "denaro basato sul debito"; la loro riforma monetaria chiave comporta lo spostamento verso una "moneta priva di debito."

Questi critici sono stati chiamati Greenbacker, un riferimento al denaro fiat usato durante la Guerra Civile. (Una quarta affermazione è che la Scuola Austriaca, promossa da Ron Paul, è composta da imbonitori del sistema bancario e dello status quo; ho già fatto esplodere questa affermazione — qui, qui e qui.)

Con così tanto da discutere non ho intenzione di entrare in merito al punto (1) in questo momento, ma dovrebbe essere sufficiente notare che essere creati da un atto del Congresso, avere personale nel consiglio di amministrazione nominato dal presidente degli Stati Uniti e godere di privilegi di monopolio concessi dallo stato, non sono caratteristiche tipiche di un'istituzione "privata." Mi concentrerò sui punti (2) e (3).

Il punto di questa discussione è quello di confutare le principali falsità che circolano tra i Greenbacker: (a) un gold standard (o riserva al 100% o riserva frazionaria) o un sistema monetario fiat della Federal Reserve producono una situazione in cui i prestiti non possono essere ripagati perché non ci sono "abbastanza soldi" per pagare sia il capitale e gli interessi; (b) se le banche sono autorizzate a concedere prestiti ad interesse finiranno per avere tutto il denaro per loro; (c) l'unica alternativa è la cartamoneta fiat "priva di debito" emessa dallo stato.

Le mie risposte saranno le seguenti:
  1. l'affermazione che non ci sono "abbastanza soldi" per ripagare il capitale e gli interessi è falsa, indipendentemente da quale di questi sistemi monetari stiamo considerando; e
  2. anche se il denaro "privo di debito" fosse la soluzione, il miglior produttore di tale denaro sarebbe il libero mercato, non Nancy Pelosi e John McCain.

Per capire quello che hanno in mente i Greenbacker con la loro proposta di una "moneta esente da debito," e quello che intendono con "denaro come debito" (espressione che usano spesso), diamo un'occhiata al processo di creazione di moneta secondo la riserva frazionaria fiat vigente nel sistema monetario che abbiamo oggi. Supponiamo che la FED si impegni in una delle sue "operazioni di mercato aperto" ed acquisti titoli di stato da uno dei suoi operatori primari. La FED paga per questo acquisto scrivendo un assegno, dal nulla, e lo consegna all'operatore primario. Quest'ultimo, a sua volta, deposita l'assegno presso il suo conto bancario — diciamo nella Banca A.

La Banca A non si limita a sedersi su questi soldi. L'attuale sistema praticamente la obbliga ad usare quei soldi come base per l'espansione del credito. Quindi se sono stati depositati $10,000 in banca, circa $9,000 o giù di lì verranno prestati — al Mutuatario C. Quest'ultimo ora ha $9,000 di potere d'acquisto evocato dal nulla, mentre la Persona B può ancora scrivere assegni in base ai suoi $10,000.

Questo è il motivo per cui i Greenbacker parlano di "denaro come debito." I $9,000 che la Banca A ha creato nel nostro esempio sono entrati nell'economia sotto forma di prestito alla Persona B. Nel nostro sistema le banche non sono autorizzate a stampare denaro, ma possono fare quello che dal loro punto di vista è la cosa migliore: creare depositi a vista dal nulla. Le banche concedono prestiti dal nulla mediante l'apertura di un conto corrente per il cliente, il cui saldo è creato dal nulla secondo l'importo del prestito.

La denuncia del Greenbacker è questa: quando la banca a riserva frazionaria crea quel prestito da $9,000 (per esempio) al 10% di interesse, si aspetta $900 in pagamenti di interessi al termine del periodo del prestito. Ma se la banca ha creato solo $9,000 per il prestito e non i $900 che saranno dovuti come interessi, da dove dovrebbero saltare fuori quei $900?

In un primo momento questo può sembrare un problema insignificante. Il mutuatario può racimolare i $900 lavorando di più o consumando di meno. Ma questa non è affatto una risposta, secondo il Greenbacker. Dal momento che tutto il denaro entra nel sistema sotto forma di prestiti a qualcuno — tenete a mente come la nostra banca a riserva frazionaria abbia aumentato l'offerta di moneta concedendo un prestito dal nulla — questa soluzione posticipa semplicemente il problema. L'intero sistema è costituito da prestiti per i quali è stato creato solo il capitale. E dal momento che le banche hanno creato solo la quota capitale di questi prestiti, e non il denaro in più necessario per pagare gli interessi, non ci sono abbastanza soldi per tutti affinché possano ripagare i loro debiti tutti in una volta.

E così il problema con il sistema attuale, secondo loro, è che il nostro denaro è "basato sul debito," entrando nell'economia come un debito nei confronti di una banca. Preferiscono un sistema in cui il denaro viene creato "senza debito" — cioè, stampato dallo stato e speso direttamente nell'economia, piuttosto che prestato tramite i prestiti delle banche.

Nella sezione commenti del mio blog mi è stato detto da un critico che anche sotto un gold standard al 100%, senza alcuna riserva frazionaria, l'imposizione di interessi significa chiedere ai mutuatari di fare ciò che è letteralmente impossibile, o come minimo condurrà inevitabilmente ad una situazione in cui le banche finiranno per avere tutto il denaro.

Tutte queste affermazioni sono categoricamente false.

Non è vero che "non ci sono abbastanza soldi per ripagare gli interessi" sotto un gold standard o una moneta di libero mercato, e non è nemmeno vero sotto il sistema fiat a riserva frazionaria che abbiamo ora. Non è certamente vero che "le banche finiranno per avere tutto il denaro." Ci sono molte ragioni per condannare l'attuale sistema bancario, ma questa non è una di esse. I Greenbacker si concentrano su una irrilevanza, un po' come criticare Barack Obama per il suo gusto in abiti da uomo.

Voglio rispondere a questa affermazione in entrambi gli scenari:
  1. gold standard al 100% senza riserva frazionaria; e
  2. l'attuale sistema a denaro fiat a riserva frazionaria.

Per fare ciò, cerchiamo di ricordare cos'è il denaro e da dove viene.

Il denaro emerge dal sistema primitivo del baratto in cui le persone scambiano merci direttamente con un'altra: formaggio in cambio di carta, scarpe in cambio di mele. Questo è un sistema evidentemente maldestro, perché (tra le tante altre ragioni che confido i lettori cercheranno da sé) i fornitori di carta non necessariamente possono essere interessati ai formaggi e viceversa.

Un'economia monetaria, d'altra parte, è quella in cui le merci vengono scambiate indirettamente con un'altra: invece di dover essere un proprietario di cappelli in cerca (forse invano) di un acquirente, si può invece scambiare la propria merce per qualunque cosa il mercato reputi denaro — oro e argento, per esempio — e poi scambiare i soldi per qualsiasi altra cosa si possa volere.

Le persone insoddisfatte con il sistema goffo e inefficace del baratto percepiscono che se possono acquisire una merce più desiderata e più commerciabile di quella che attualmente possiedono, hanno più probabilità di trovare qualcuno disposto a fare uno scambio con loro. Quella merce più commerciabile tenderà ad avere determinate caratteristiche: durabilità, divisibilità, valore relativamente alto per unità di peso. E più quella merce comincia ad essere usata come un mezzo comune di scambio, più le persone che non hanno alcun desiderio particolare di venirne in possesso saranno ansiose di acquisirla comunque, perché sanno che le altre persone la accettano in cambio di beni. In questo modo, l'oro e l'argento (o qualunque cosa sia il denaro) evolvono a pieno titolo come mezzi di scambio, e infine come denaro (che è definito come il mezzo di scambio più accettato).

Il denaro, dunque, emerge spontaneamente come una merce utile sul mercato. Il fatto che le persone lo desiderano per i servizi che fornisce direttamente contribuisce alla sua commerciabilità, la quale spinge le persone ad usarlo negli scambi, che a loro volta lo rendono ancora più commerciabile, perché ora può essere utilizzato sia per uso diretto nonché come mezzo di scambio indiretto.

Si noti che non vi è nulla in questo processo che richieda uno stato, la sua polizia o qualsiasi forma di privilegio monopolistico. Il sistema preferito dei Greenbacker, in cui il denaro è creato da uno stato, è completamente estraneo all'evoluzione naturale del denaro.

E non siate tratti in inganno: il denaro deve emergere nel modo in cui l'abbiamo descritto. Non può emergere per la prima volta come cartamoneta fiat emessa dallo stato. Ogni volta che nella storia abbiamo trovato un esempio di denaro fiat imposto dalla stato, uno sguardo più attento ci rivela sempre qualche connessione tra quella moneta ed un'altra pre-esistente, la quale è o una merce o a sua volta riconducibile ad una merce.

Per prima cosa, pezzi di carta con i volti dei politici sopra non sono beni vendibili. Non hanno alcun valore d'uso, e quindi non potrebbero emrgere dal baratto come la merce più commerciabile all'interno della società.

In secondo luogo, anche se il governo cercasse di imporre una cartamoneta emessa dal nulla, non potrebbe essere usata come un mezzo di scambio o uno strumento di calcolo economico, perché nessuno potrebbe sapere quanto vale. Tre Tom valgono un mela o sette cappotti di pelliccia? Come si può sapere?

Dall'altra parte, il denaro scelto dal mercato può essere utilizzato come mezzo di scambio e come strumento per il calcolo economico. Durante il processo in cui è passato dall'essere una merce ad essere una moneta merce, veniva offerto in baratto per tutti o per la maggior parte delle altre merci. Come risultato, sono emersi una serie di prezzi in termini di quella merce. (Per semplicità, immaginiamo l'oro come la merce che il mercato ha scelto come denaro.) Le persone possono individuare il prezzo degli orologi in oro, il prezzo del burro in oro, ecc., dal periodo del baratto. La moneta merce non è un oggetto arbitrario a cui lo stato costringe la popolazione ad assegnare un valore. Ordinare alle persone di credere che dei pezzi di carta senza valore siano preziosi è un compito abbastanza difficile, ma aspettarsi che utilizzino questo elemento misterioso per facilitare gli scambi senza prezzi pre-esistenti come base per il calcolo economico è davvero assurdo.

Naturalmente, il denaro fiat esiste in tutto il mondo oggi, quindi a prima vista sembra che ciò che ho appena affermato debba essere falso. Evidentemente gli stati sono stati in grado di introdurre la cartamoneta dal nulla.

Qui è dove il lavoro di Murray Rothbard ci viene in aiuto. Nel suo classico What Has Government Done to Our Money? sviluppa l'analisi di Ludwig von Mises e descrive sinteticamente le fasi in cui una merce scelta dalla popolazione, attraverso i suoi scambi volontari, si trasforma in un sistema monetario del tutto diverso basato sulla carta fiat.

I passi sono i seguenti. In primo luogo, la società adotta una moneta-merce come descritto sopra. (Come ho già detto, per facilità di esposizione sceglieremo l'oro ma potrebbe trattarsi di qualunque merce selezionata dal mercato.) Lo stato poi monopolizza la produzione e la certificazione dell'oro. Le banconote di carta emesse dalle banche o dagli stati, che possono essere convertite in un determinato peso d'oro, iniziano a circolare come un sostituto conveniente al posto di trasportare monete d'oro. A questi certificati monetari vengono dati nomi diversi in paesi diversi: dollari, sterline, franchi, marchi, ecc. Questi nomi nazionali condizionano la popolazione a pensare al dollaro (o alla sterlina o ad altro) come se fosse denaro, così diviene meno disorientante quando scatta la fase finale e lo stato confisca l'oro a cui i certificati cartacei danno diritto, lasciando le persone con denaro di carta scoperto.

Così è come nasce la cartamoneta scoperta. Nasce come un sostituto convertibile per una merce come l'oro, e poi lo stato toglie di mezzo l'oro. Continua a circolare anche senza la copertura in oro, perché le persone possono ricordare i rapporti di cambio esistenti tra i soldi di carta ed altri beni, quindi la cartamoneta non viene imposta loro dal nulla.

Il denaro di libero mercato, quindi, è una moneta-merce la quale non è "basata sul debito." Quando un cercatore d'oro estrae oro e lo porta alla zecca affinché venga trasformato in monete, spende semplicemente il denaro. Quindi il denaro di libero mercato non entra nell'economia soto forma di prestito. Si tratta di un esempio di "denaro esente da debito" che i Greenbacker dovrebbero favorire. Ho il forte sospetto che molti di loro non hanno mai pensato al problema secondo questo punto di vista. Se quello che favoriscono è una "moneta esente da debito," perché affermano automaticamente che debba essere prodotta dallo stato? Per amor di coerenza, dovrebbero sostenere tutte le forme di denaro esente da debito, compreso il denaro che ha origine da un bene prodotto volontariamente sul mercato e senza alcuna forma di privilegio monopolistico.

Il "denaro esente da debito" del libero mercato, inoltre, non richiede un monopolio dello stato e non fa affidamento sull'ingenua speranza che la produzione di "denaro senza interessi" da parte dello stato sarà effettuata senza corruzione o in un modo non arbitrario. (Qualsiasi "politica monetaria" che interferisce con lo stock di moneta, determinato dagli scambi volontari in un libero mercato, è arbitraria.)

Ma ora concentriamoci sull'affermazione dei Greenbacker secondo cui i pagamenti degli interessi, per loro natura, non possono essere pagati da tutti i membri della società.

Questo è chiaramente falso per una società in cui la produzione di denaro viene lasciata al mercato. La denuncia dei Greenbacker sui pagamenti degli interessi in un sistema a riserva frazionaria recita che le banche creano dal nulla il capitale per un prestito e che non creano la quantità di denaro necessaria per ripagare gli interessi, quindi è utopico pensare che possa essere rimborsata la somma collettiva dei prestiti (capitale e interessi). Alcuni, dicono i Greenbacker, possono rimborsare i loro prestiti con gli interessi, ma non tutti.

Ma questo non è ciò che accade nella situazione che abbiamo descritto, in cui il denaro viene scelto spontaneamente e volontariamente dagli individui nella società, e in cui lo stato non ha alcun ruolo. Il denaro in questo sistema veramente laissez-faire viene introdotto nell'economia una volta che viene prodotto, non prestato dal nulla, quindi non c'è nessun problema legato ad una "moneta basata sul debito" che genera una situazione in cui "non ci sono abbastanza soldi per ripagare gli interessi." Non esiste "debito" in nessun punto del processo di produzione del denaro nel libero mercato. Quest'ultimo ci offre "denaro esente da debito," ma i Greenbacker non ne vogliono sapere.

Supponiamo che io, un banchiere, voglia prestare dieci once d'oro al 10% di interesse. L'anno prossimo mi dovrete versare 11 once: dieci once per il capitale e un'oncia di interesse. Dove guadagnate i soldi per pagarmi l'interesse? O astenendovi dal consumo e risparmiando, o guadagnando attraverso l'offerta di beni o servizi. In altre parole, guadagnerete i soldi per pagare gli interessi allo stesso modo in cui guadagnate i soldi per pagare qualsiasi altra cosa.

(Anche sotto il gold standard classico, in cui l'oro copriva solo una parte dei soldi di carta in circolazione, esisteva ancora una parte dell'offerta di denaro — ovvero, i sostituti del denaro coperti dall'oro — che non veniva prestata, e che quindi poteva servire come fonte di pagamento degli interessi.)

Anche se la tesi "non ci sono abbastanza soldi per pagare gli interessi" è falsa, voglio riprendere un argomento simile riguardo al denaro sonante — fatto notare all'inizio di questo saggio — che ho letto nella sezione commenti del mio blog: il prestito di denaro ad interesse da parte delle banche produrrà un risultato di lungo periodo in cui i banchieri si ritroveranno in mano tutti i soldi.

La tesi è la seguente: se le banche possono prestare 1,000 once d'oro oggi e guadagnare 100 once di interessi (ipotizzando un tasso di interesse del 10%) al termine del periodo di prestito, allora nel prossimo periodo avranno un totale di 1,100 once da prestare e potranno guadagnare 110 in interessi. Poi avranno un totale di 1,210 once, e quando le presteranno guadagneranno 121 once in interessi. Nel periodo successivo ne avranno 1,331 (1,210 più le 121 che hanno guadagnato di interessi nel periodo precedente), ecc. Alla fine le possiederanno tutte.

Questo è completamente sbagliato, ma anche se fosse giusto, anche i banchieri dovrebbero comprare le cose ad un certo punto, in modo che il denaro tornerebbe in circolo in ogni caso. Raramente il denaro merce spinge le persone a possederlo a spese di cibo, acqua, vestiario, alloggio, intrattenimento, ecc. E quando torna in circolo, lo stesso denaro può essere usato per saldare gli interessi dei vari prestiti.

La ragione più importante per cui questa tesi è da cartellino rosso è che si potrebbe applicare a qualsiasi attività commerciale, non solo al settore bancario. Ad esempio, se Apple ci vende apparecchiature elettroniche, guadagna profitti. Questi utili permettono di investire in modo più efficiente nei processi di produzione, il che significa che l'anno prossimo Apple sarà in grado di produrre computer e altri dispositivi in modo migliore e in quantità maggiore. Se compreremo anche questi ultimi, Apple incamererà ancora più profitti, il che significa che sarà in grado di produrre ancora di più e meglio l'anno dopo, e prima che ve ne accorgiate Apple si ritroverà in mano tutto il denaro del mondo.

Cosa manca in questi scenari? La domanda. I consumatori non hanno una domanda infinita per i prodotti elettronici. Se Apple continua a produrre più iPod, dovrà venderli a prezzi sempre più bassi per indurre a comprarli. Questa è l'ABC dell'economia — la legge della domanda, derivante a sua volta dalla legge dell'utilità marginale. Più prodotti elettronici compro, meno utilità traggo da quote aggiuntive di tali beni (e quindi sono meno desideroso di acquistarne di più). Nel frattempo, all'esaurirsi del mio saldo a causa di questi acquisti, aumenta l'utilità marginale dei miei soldi restanti (e quindi sono più desideroso di trattenerli invece di scambiarli per altri prodotti elettronici).

Lo stesso vale per i prestiti al consumo (e alla produzione). L'obiezione dei Greenbacker presuppone che la domanda di prestiti sia infinita. Come zombie, continueremo a chiedere prestiti trascurando il tasso di interesse, e le banche saranno sempre in grado di trovare più gente disposta a consumare più credito. Ma come abbiamo visto sopra, al fine di indurci a consumare una maggiore offerta di prodotti della Apple, e/o indurre altri acquirenti ad entrare nel mercato, i prezzi di tali beni devono scendere.

Questo principio vale anche per il credito. Per indurre le persone ad accettare una crescente offerta di credito, le banche non avranno altra scelta, data la legge della domanda, se non quella di abbassare il tasso di interesse. Ne derivano due conseguenze. Guadagnando meno interessi, diminuirà la loro capacità di pagare ai loro clienti tassi di interesse competitivi sui conti di risparmio e sui prodotti finanziari. E all'allontanarsi di questi clienti dal sistema bancario alla ricerca di rendimenti più elevati, le banche dovranno concedere meno prestiti. Queste pressioni gemellate applicheranno un limite alla quantità di credito che le banche possono concedere.

Quindi potete dormire sonni tranquilli. Le banche, dopo tutto, non finirebbero per ritrovarsi tra le mani tutto il denaro del mondo.

In un libero mercato, il denaro verrebbe prodotto nello stesso modo in cui viene prodotto ogni altro bene, senza che a nessun produttore venga concesso alcun privilegio di monopolio. Senza dubbio la persona media potrebbe trovare difficoltoso immaginare come possa esistere il denaro senza un produttore di monopolio. Ma questo non significherebbe che tutti vorrebbero entrare nel business della produzione di denaro? Dopo tutto, bisogna creare denaro. Potrò creare il mio denaro e spenderlo! Non è un'operazione più redditizia che produrre altri beni?

Prima di tutto, nessuno può aspettarsi di stampare pezzi di carta con il proprio volto sopra e poi spenderli. Nessuno li accetterebbe, manco a dirlo, e come abbiamo visto è impossibile che i soldi possano essere introdotti ex nihilo in questo modo. L'unico tipo di moneta che può emergere dal libero mercato è una che veniva considerata come una merce utile. I soldi di carta sono nati nel libero mercato e senza coercizione, servivano come richiesta di rimborso della moneta-merce, ma i soldi di carta irredimibili non possono originarsi senza le minacce o la violenza dello stato.

Anche in questo caso, come abbiamo visto in precedenza, il modello è il seguente: una merce è scelta liberamente dai partecipanti al mercato affinché serva come denaro, per comodità iniziano a circolare ricevute cartacee pienamente convertibili come sostituti del denaro, infine lo stato rimuove la merce a copertura della carta e resta solo la carta. Questo è quello che è successo negli Stati Uniti nel 1933.

Quindi il vostro amico Joe non dovrebbe aspettarsi che in un libero mercato possa stampare alcune banconote di carta con il suo volto sopra e le possa scambiare per beni e servizi. Oltre ai problemi logici che abbiamo esaminato in precedenza, sembrerebbe semplicemente un pazzo anche se ci provasse.

Inoltre, come per ogni altra industria, il profitto regola la produzione. La produzione di denaro, come la produzione di tutte le altre merci, si assesta su un normale tasso di rendimento e non è unicamente destinato ad inondare i partecipanti a tale settore con fiumi di profitti. All'aumentare delle imprese che entrano in tale settore, la domanda crescente di fattori di produzione necessari a produrre il denaro fa aumentare i prezzi di tali fattori. Nel frattempo, l'aumento della produzione di denaro fa diminuire il potere d'acquisto del denaro prodotto.

In altre parole, queste pressioni gemelle
  1. costo crescente della produzione di denaro e
  2. valore decrescente del denaro prodotto (in quanto più denaro esiste, a parità di condizioni, minore sarà il suo potere d'acquisto)
servono a regolare la produzione del denaro nello stesso modo in cui regolano la produzione di tutti gli altri beni nell'economia.

Una volta che l'oro viene estratto, deve essere convertito in monete per l'uso generale e successivamente timbrato con una qualche forma di certificazione affidabile che ne indichi il peso e la finezza. Le imprese private svolgono una tale certificazione per una vasta gamma di prodotti nel libero mercato. Questo servizio sarebbe altrettanto fornito per i soldi coniati dalle zecche.

I servizi bancari esisterebbero sul libero mercato nella misura in cui le persone valuterebbero l'intermediazione finanziaria, nonché i vari servizi che fornirebbero le banche come gli assegni e la custodia del denaro.[1]

L'intermediazione del credito consiste nel prestare denaro dei risparmiatori, mettere in comune questi fondi ed utilizzarli per concedere prestiti ai mutuatari. Le banche guadagnano dal differenziale del tasso di interesse che esiste tra i tassi applicati ai mutuatari ed i tassi che pagano ai risparmiatori. La messa in comune dei risparmi e l'identificazione dei progetti a cui possono essere temporaneamente diretti tali fondi, rappresenta un servizio importante in un'economia di mercato.

E come con la produzione di tutti gli altri beni e servizi sul mercato, l'intermediazione creditizia è regolata dal profitto. Non può essere moltiplicato all'infinito, come un gran numero di commentatori Greenbacker sembra credere. Nello stesso modo in cui gli alti profitti attraggono nuove leve in qualsiasi settore produttivo e quindi vanno a moderare tali profitti, un differenziale elevato dei tassi di interesse tra i mutuatari e risparmiatori attirerà più persone nei servizi di intermediazione creditizia. Questi operatori dovranno pagare tassi di interesse più alti ai risparmiatori al fine di acquisire ulteriori fondi per intermediare con i mutuatari. Viceversa, al fine di attirare mutuatari aggiuntivi avranno bisogno di abbassare i tassi di interesse praticati per tali mutuatari. Queste due pressioni — tassi più elevati pagati ai risparmiatori e tassi più bassi per i mutuatari — dissipano i profitti delle banche e mettono un limite all'attività di intermediazione creditizia. Quindi, le banche devono affrontare un limite naturale per le loro attività, e non possono guadagnare tutti i nostri soldi.

Finora abbiamo considerato il caso di un gold standard o di una moneta di libero mercato. Ma in un sistema a denaro fiat non di mercato ed a riserva frazionaria, le preoccupazioni dei Greenbacker sono ancora fuori luogo. Ci sono molte ragioni per criticare il denaro fiat e la riserva frazionaria, ma dal momento che tali critiche vengono vanificate da falsi argomenti, voglio prenderli da parte.

Sappiamo dalla nostra precedente analisi che il denaro deve emergere sul mercato come una merce utile e che la teoria secondo cui il denaro ha valore solo quando lo dice lo stato è insostenibile.

Quando Franklin Roosevelt confiscò l'oro degli americani nel 1933 e diede loro in cambio cartamoneta, questo denaro non entrò nel sistema "come debito." Fu un semplice atto di conversione dal metallo alla carta. (Grazie a J.P. Koning per aver rintracciato questo link.) E' così che tutti i sistemi hard-money diventano fiat: il metallo prezioso che sostiene la moneta viene portato via, e la gente viene lasciata solo con la carta (in cambio del loro metallo). E dal momento che quella parte di massa monetaria coinvolta nella trasformazione da metallo a carta non è basata sul debito — il governo sta dando loro denaro, non glielo sta prestando — diventa una parte permanente della massa monetaria totale da cui si possono trarre interessi. Esiste sempre una parte della massa monetaria che è estranea da qualsiasi debito, e quindi non esiste alcun processo implicito (neanche in un sistema fiat a riserva frazionaria) per cui i debiti risulterebbero collettivamente impagabili.

Sotto il gold standard come esisteva negli Stati Uniti, le banche emettevano entrambi i tipi di sostituti del denaro secondo la tipologia misesiana: certificati monetari (carta che funge da ricevuta per l'oro in deposito) e mezzi fiduciari (carta che, pur fisicamente indistinguibile dai certificati monetari, non corrisponde all'oro in deposito; questo è quello che le banche creano quando vogliono aumentare l'offerta di moneta oltre lo stock di oro). Solo i mezzi fiduciari si qualificherebbero come "moneta basata sul debito," perché solo i mezzi fiduciari entrano nel sistema sotto forma di nuovi prestiti. I sostituti del denaro che corrispondono all'oro nelle riserve delle banche non sono basati sul debito. Non entrano nell'economia sotto forma di prestito; entrano nell'economia come ricevute per l'oro in deposito presso le banche. Anche questa parte della massa monetaria diventa un fondo permanente, anche dopo il passaggio ad un sistema di denaro fiat, da cui si possono trarre interessi.

Ricordate, ancora una volta, che quando la gente paga alle banche un interesse sui propri prestiti, tali pagamenti saranno in larga misura spesi dai dipendenti della banca. La stessa unità di moneta può quindi essere utilizzata per pagare il capitale o gli interessi su più prestiti poiché circola ancora e ancora. Non c'è ragione per cui i banchieri o chiunque altro che voglia realizzare dei profitti non debba spenderli o investirli, a meno che non sia un feticista che trae piacere dal nuotare nel denaro stesso. Ciò è insolito.

Le migliori difese e descrizioni di una moneta di libero mercato le ritroviamo nel libro di Jörg Guido Hülsmann The Ethics of Money Production e nella stupefacente testimonianza al Congresso di Jeffrey Herbener davanti la sottocommissione sulla politica monetaria di Ron Paul. Vi invito vivamente a leggere almeno la testimonianza di Herbener. E' ben scritta e la sua logica costringe il lettore praticamente all'assenso. (Visto che ci siete, guardate questo video in cui il professor Herbener spiega perché è diventato un Austriaco a metà della sua carriera, anche se non ha guadagnato professionalmente nulla da questa scelta.)

In breve, non vi è alcun bisogno di sostituire la FED con un'altra creazione del governo. Non vi è alcuna buona ragione per sostituire il monopolio della FED con un monopolio governativo esercitato in modo più diretto. Tutti quello di cui si ha bisogno per un sistema a moneta sonante, sono le leggi ordinarie del commercio e del contratto.

Opponiamoci alla FED per le giuste ragioni, ed opponiamoci duramente: non perché non crea abbastanza denaro dal nulla (non è una critica importante alla FED, dopo tutto?), ma perché la libertà, la pace sociale e la prosperità economica sono in contrasto con qualsiasi monopolio coercitivo, e perché l'ingenua fiducia nella classe politica americana (considerata dai Greenbacker come l'alternativa) non è degna di un popolo libero.

(Grazie a Robert Murphy per i suoi commenti su questo articolo.)


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Esiste una particolare tradizione all'interno della scuola Austriaca (in particolare tra i Rothbardiani) che prevede la separazione delle funzioni delle banche. Le banche possono agire come depositi di denaro o come intermediari del credito, o come entrambi. Non sono la stessa cosa. Si può immaginare banche che offrano un servizio o l'altro, così come si può concepire banche che offrono entrambi i servizi distinguendosi nettamente fra di loro. I conti di deposito, per esempio, sarebbero disponibili per i clienti su richiesta, e in questo caso la banca opererebbe come magazzino per il denaro; mentre i conti di risparmio verrebbero considerati come un prestito alla banca, con il quale la banca potrebbe impegnarsi in attività di intermediazione.

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sabato 2 ottobre 2010

La visione Misesiana della libera società

A causa di un problema "elettrico", Freedonia è rimasta inattiva per qualche giorno. Questo mi ha dato modo di riprendere la lettura assidua di alcuni libri. Tornando on-line mi sono imbattuto casualmente nell'introduzione proprio di un libro che mi era capitato sottomano ultimamente, Liberalism. Temi che vanno dalla proprietà privata alla guerra ed alla pace, dall'economia al ruolo dello Stato ecc. Un'analisi del liberalismo classico necessario per una libera società.
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di Thomas E. Woods, Jr.


Ogni filosofia politica deve concentrarsi su una domanda centrale: sotto quali condizioni l'inizio della violenza può essere considerata legittima? Una filosofia può appoggiare tale violenza a nome degli interessi della maggioranza razziale di un gruppo, come i Nazional Socialisti in Germania. Un altro potrebbe sostenerla a nome di una particolare classe economica, come i Bolscevichi nella Russia Sovietica. Un'altra ancora può preferire di evitare una posizione dogmatica in un modo o nell'altro, lasciando al buon giudizio di coloro che amministrano lo Stato decidere quando il bene comune chiede l'inizio della violenza e quando no. Questo è il caso delle democrazie sociali.

Il liberale fissa ad un'alta soglia l'inizio della violenza. Oltre la minima tassazione necessaria per mantenere servizi legali e difensivi -- ed alcuni liberali riducono anche ciò --, egli nega allo Stato il potere di iniziare la violenza e cerca solo rimedi pacifici per i disagi sociali percepiti. Si oppone alla violenza nell'interesse della redistribuzione della ricchezza, del miglioramento delle lobby influenti, o provando a migliorare la condizione morale dell'uomo. Le persone civili, dice il liberale, interagiscono tra di loro non secondo la legge della giungla, ma tramite la ragione e la discussione. L'uomo non deve essere reso buono dalla guardia carceraria e dal boia; se dovessero essere necessari per renderlo buono, la sua condizione morale sarebbe già oltre la salvezza. Come dice Ludwig von Mises in questo importante libro, l'uomo moderno "deve liberarsi dall'abitudine, proprio nel momento in cui qualcosa non lo aggrada, di chiamare la polizia".

C'è una sorta di rinascimento negli studi Misesiani sulla scia della crisi finanziaria che per prima ha fatto presa sul mondo nel 2007 e 2008, dal momento che sono stati i seguaci di Mises a dare le spiegazioni più convincenti per i fenomeni economici che hanno lasciato molti dei cosidetti esperti balbettanti. L'importanza degli apporti economici di Mises alla discussione dei giorni nostri, è appropriata per farci guardare verso i suoi contributi come un teorico sociale ed un filosofo politico. La riedizione di Liberalism aiuta a rettificare questa dimenticanza.

I liberalismo che Mises descrive qui non è, ovviamente, il "liberalismo" degli Stati Uniti di oggi, ma piuttosto un liberalismo classico, che è come il termine continua ad essere inteso in Europa. Il liberalismo classico sta per libertà individuale, proprietà privata, libero mercato e pace, principi fondamentali dai quali il resto del programma liberale può essere dedotto (quando la prima edizione inglese di Liberalism apparve nel 1962, Mises la pubblicò sotto il titolo di The Free and Prosperous Commonwealth, in modo da non confondere i lettori americani che associavano il liberalismo con un credo molto diverso da quello che lui difendeva).

Non sarebbe un'offesa per Mises descrivere la sua difesa del liberalismo come parsimoniosa, nel senso che, seguendo il rasoio di Occam non impiega a suo favore nessun concetto che non sia strettamente necessario al suo discorso. Così Mises non fa nessun riferimento ai diritti naturali, un concetto che gioca un ruolo centrale in molte altre esposizioni del liberalismo. Si concentra principalmente sulla necessità di una cooperazione sociale su larga scala. Questa cooperazione sociale, con la quale le complesse catene di produzione funzionano per migliorare lo standard di vita generale, può scaturire solo da un sistema economico basato sulla proprietà privata. La proprietà privata dei mezzi di produzione, raddoppiata con la progressiva estensione della divisione del lavoro, ha aiutato a liberare l'umanità dalle orribili afflizioni che un tempo si presentavano davanti la razza umana: malattia, povertà opprimente, tassi sconvolgenti di mortalità infantile, squallore generale e sudiciume ed insicurezza economica radicale, con le persone che spesso soffrivano di fame a causa di un pessimo raccolto. Finchè l'economia di mercato illustrava le possibilità di creazione di ricchezza dalla divisione del lavoro, era dato per scontato che queste caratteristiche grottesche della condizione umana erano i rigidi dettami di una natura fredda e senza pietà, così improbabile da essere sostanzialmente alleviata, e molto meno da essere conquistata per intero, dallo sforzo umano.

Agli studenti è stato insegnato per molte generazioni a pensare che la proprietà fosse una brutta parola, la vera impersonificazione dell'avidità. Mises non lo farà. "Se la storia potesse provare in qualsiasi modo questa questione, potrebbe farlo solo mostrando che in nessun luogo ed in nessun tempo c'è mai stata una persona che abbia migliorato se stessa al di sopra di una condizione di miseria opprimente e barbarie scarsamente distinguibile da quella animale, senza la proprietà privata". La cooperazione sociale, mostra Mises, è impossibile in assenza di proprietà privata e qualsiasi tentativo di ridurre tale diritto mina il pilastro centrale della civiltà moderna.

Infatti Mises ancora saldamente il liberalismo alla proprietà privata. E' fin troppo consapevole che elogiare la proprietà sarebbe come aprire la porta alle accuse secondo cui il liberalismo è solamente una velata apologia per il capitale. "I nemici del liberalismo l'hanno marchiata come parte degli interessi speciali dei capitalisti", osserva Mises. "Ciò è caratteristico della loro mentalità. Non capiscono semplicemente un'ideologia politica, come se fosse nient'altro che l'invocazione di certi speciali privilegi opposti al benessere generale". Mises mostra nel suo libro ed in tutti i suoi lavori che il sistema della proprietà privata dei mezzi di produzione torna a beneficio non solamente ai diretti proprietari, ma difatti a tutta la società.

Non c'è, infatti, nessuna particolare ragione per cui le persone in possesso di grande ricchezza dovrebbero favorire il sistema liberale di libera concorrenza, in cui un continuo sforzo deve essere esercitato a nome dei desideri dei consumatori se non si vuole ridurre quella ricchezza. Coloro che posseggono una grande ricchezza -- specialmente coloro che l'hanno ereditata -- possono difatti preferire di abitare in un sistema interventista, il quale più probabilmente mantiene il modello esistente di riccehzza stabilita. Non c'è da meravigliarsi che le riviste finanziarie americane durante l'Era Progressiva sono riempite da appelli per un rimpiazzo del laissez-faire, un sistema in cui i profitti di nessuno sono protetti, a favore del cartello regolato dal governo e tecniche di collusione.

Naturalmente, data l'enfasi di Mises sulla centralità della divisione del lavoro e sul mantenimento e progresso della civiltà, egli è particolarmente schietto riguardo i mali della guerra, la quale oltre al suo alto prezzo di vite umane causa anche il progressivo impoverimento dell'umanità tramite il suo radicale sconvolgimento dell'armoniosa struttura della produzione che attraversa l'intero globo. Mises, che raramente spezzetta le parole ma la cui prosa è generalmente elegante e controllata, parla con indignazione e scandalo quando il soggetto diventa l'imperialismo europeo, una causa in nome della quale egli non ammette nessuna giustificazione. Proprio come suo il studente, Murray Rothbard, successivamente identificherà guerra e pace come la questione fondamentale dell'intero programma liberale, allo stesso modo Mises insiste che queste questioni non possono essere trascurate -- come lo sono spesso dai liberali classici del nostro tempo -- in favore di argomenti più sicuri, ma politicamente meno delicati.

Lo strumento principale del liberalismo, sosteneva Mises, era la ragione. Ciò non vuol dire che Mises pensava che il suo intero programma doveva essere attraversato da densi ed elaborati trattati accademici. Ammirava enormemente coloro che portavano le proprie idee in scena, sul grande schermo e nel mondo delle pubblicazioni narrative. Ma non significava che la causa doveva rimanere radicata nella discussione razionale, un fondamento più sensato rispetto all'incostante irrazionalismo dell'emozione e dell'isterismo con cui le altre ideologie cercavano di scuotere le masse. "Il liberalismo non ha niente a che fare con tutto ciò", insiste Mises. "Non ha fiori o colori, musiche o idoli, simboli o slogan. Ha la sostanza e gli argomenti. Sono queste cose che devono condurre alla vittoria".

Infine una piccola parentesi sulla traduzione. L'elegante resa di Ralph Raico delle parole di Mises non solo trasmette le idee dell'autore con precisione e cura, ma preserva anche il suo stile di prosa unico ed affascinante. I lettori degli ultimi lavori di Mises, molti dei quali sono apparsi originariamente in inglese piuttosto che in forma tradotta, saranno colpiti da quanto abilmente Raico abbia catturato la voce che loro scoprono in quei libri.

Dovremmo rallegrarci per la pubblicazione da parte del Mises Institute della nuova edizione di questo vecchio classico, particolarmente in un periodo così pericoloso della storia. Con le crisi fiscali e le conseguenti dure scelte che minacciavano un'ondata di fermenti popolari in Europa, le impossibili promesse fatte da Stati a corto di denaro divennero crescentemente ovvie. Come Mises argomentò, non c'è nessun stabile ed a lungo termine sostituto per la libera economia. L'interventismo, anche in nome di un'apparente buona causa come il welfare, crea più problemi di quanti ne risolva, portando così ad ancora più interventi finchè il sistema non diviene totalmente socializzato, se il collasso non arriva prima.

La posizione di Mises va contro quelli che sostengono che il mercato era difatto un posto di rivalità e conflitto in cui il guadagno di qualcuno implicava perdite per qualcun'altro. Uno può pensare, ad esempio, a David Ricardo e la sua opinione secondo cui i salari ed i profitti necessariamente si muovono in opposte direzioni. Thomas Malthus avvisò di una catastrofe legata alla popolazione, che implicava un conflitto tra alcuni individui (quelli già nati) ed altri (cioè i presunti eccessi che sarebbero venuti in seguito). Poi, ovviamente, c'era tutta la tradizione mercantilista, che vedeva il commercio e lo scambio come un tipo di battaglia di bassa intensità che produceva una serie definita di vincitori e perdenti. Karl Marx sottolineò quella dichiarazione classica inerente l'antagonismo di classe nel Manifesto Comunista. Anche più vecchio rispetto a queste figure era Michel de Montaigne (1533-1592), che disse nel suo saggio "la triste condizione di un uomo è il beneficio di un altro" ovvero "il profitto può possibilmente essere fatto ma solo a speso di un altro". Mises chiamò in seguito questo punto di vista "la fallacia di Montaigne".

Per il bene della stessa civiltà, Mises ci sprona ad abbandonare i miti mercantilisti che affossano la prosperità di una persona rispetto ad un'altra, i miti socialisti che descrivono le varie classi sociali come nemici mortali ed i miti dell'interventismo che cercano prosperità tramine il saccheggio reciproco. Al posto di questi infantili e distruttivi malintesi Mises avanza un'importante argomento per il liberalismo classico, che vede "le economie in armonia" -- prendendo in prestito la formulazione di Frédéric Bastiat -- dove gli altri vedeno antagonismo e conflitto. Il liberalismo classico, così abilmente difeso qui da Mises, non cerca nessun vantaggio coercitivo per nessuno, e per questa ragione causa i più soddisfacenti risultati a lungo termine per tutti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/