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martedì 14 maggio 2024

Javier Milei contro lo status quo

 

 

di Octavio Bermudez

L'amministrazione di Javier Milei sta suscitando meritati commenti, sia positivi che negativi. La discussione critica è vitale poiché è il primo presidente libertario, quindi mantenere una distanza tra il libertarismo stesso e le sue azioni di governo è un must se i libertari non vogliono cadere insieme a lui nel caso in cui i suoi piani di governo dovessero fallire.

Solo perché è un libertario e ha avuto accesso alla presidenza non significa che abbia il sostegno immanente del resto del movimento libertario, pertanto non sarebbe saggio salire sul suo carro dei vincitori nel breve termine. Mantenere un atteggiamento critico finché non verranno mostrati ulteriori risultati è la soluzione migliore.

Una grande domanda tra gli ambienti libertari e non si è diffusa da quando Milei ha iniziato come outsider e ha guadagnato una grande popolarità: sta provocando una rivoluzione all'insegna della libertà in Argentina? La popolazione argentina sta gravitando verso il libero mercato e si è allontanata dallo statalismo? Sicuramente sono domande difficili a cui rispondere, in questo articolo cercheremo di avvicinarci a una risposta.

Recenti sondaggi suggeriscono che, nonostante la recessione, Milei mantiene un'immagine altamente positiva tra la popolazione. Al Congresso non ha ancora avuto successo, ma con gli strumenti esecutivi a sua disposizione ha apportato cambiamenti sia reali che simbolici nella vita politica. Dall’assicurare che l’inflazione monetaria cessasse alla vendita di aerei e veicoli di proprietà statale (e molto altro ancora), sia i cambiamenti reali che quelli simbolici hanno avuto un impatto sull'opinione pubblica dato che ha mantenuto la promessa di ridurre la presenza dell'apparato statale nella vita delle persone.

È interessante notare che la migliore analisi del fenomeno Milei non è venuta dai suoi stessi sostenitori ma dai detrattori: una fatta dai sociologi Pablo Seman e Nicolás Welschinger. Gli autori sottolineano molte ragioni per cui il panorama pubblico è cambiato da quando Milei è entrato nell’arena politica. La loro analisi è anche autocritica, poiché ammettono molti fallimenti da parte dei politici e delle istituzioni progressiste.

L'elettore progressista sembrava disposto a sacrificare l'efficienza a favore della proprietà pubblica, nel senso che non importava se le istituzioni pubbliche fossero inefficienti, se si trattava di proprietà statale allora tutto andava bene. Questo tipo di dogmatismo sembrava indistruttibile, poiché resisteva a qualsiasi calamità prodotta dalle istituzioni statali tramite la loro inefficienza. Tuttavia tale e apparente dogmatismo non era così indistruttibile come sembrava, dato che il progressismo ha portato i suoi sostenitori a un livello così estremo di declino economico che il sostegno delle sue istituzioni non è stato più dogmatico ma basato sull’esperienza.

Questo crollo del discorso progressista ha generato frustrazioni e sogni infranti di cui Milei ha tratto vantaggio: ha identificato gli autori del disastro argentino, chiamandoli “casta”, e ha spiegato dettagliatamente come le istituzioni statali siano arrivate alla situazione attuale. Milei ha portato speranza agli elettori disillusi che non necessariamente si identificavano con lui ma vedevano coerenza e un bagno di realtà nel suo discorso. L’“estado presente” (la versione argentina dello stato sociale) si è trasformato da diritto positivo in circostanza di sofferenza; la sua difesa è ancora più difficile di prima. I progressisti si riducono sempre più ai loro circoli dogmatici.

I sostenitori di Milei, come spiegano Selman e Welschinger, sono riuniti in tre cerchi concentrici che alimentano le forze del malcontento nei confronti della “casta”. Il primo cerchio è quello dei “fondamentalisti del mercato”, gli ideologi, a conoscenza della dottrina di estrema destra e libertaria: essi creano la base che viene percepita dal secondo e terzo cerchio di elettori, i quali iniziano poi a sostenere Milei nelle diverse fasi della corsa elettorale.

L'ascesa di Milei avviene mentre la connessione tra le élite progressiste e il popolo si erode a un punto tale che il discorso statalista sembra provenire da un'altra dimensione. Le realtà egualitarie degenerano e finiscono per diventare parodie di sé stesse.

C’è la richiesta di un quadro che consenta agli sforzi individuali di portare prosperità e qui entra in gioco l'individualismo di gran parte della popolazione argentina, che finalmente intravede la strada verso la stabilità e il successo nel duro lavoro individuale. Il sacrificio è ciò che porta a risultati per questa parte della popolazione, la quale non richiede doni ma opportunità. Milei ha saputo rappresentare questi sentimenti facendo la differenza tra “la gente de bien”, la gente per bene, e “la casta”. La casta è descritta come attori pubblici parassiti che vivono come sanguisughe sulle spalle delle persone per bene; essa mira solo alla propria sopravvivenza, ovvero lo status quo. Milei è arrivato per smascherarli.

Alcuni analisti politici hanno espresso preoccupazione per il piano di Milei di ribaltare lo status quo: se il benessere della nazione dev'essere sacrificato per mantenere un sistema politico “ordinato”, allora è necessario sacrificarlo poiché i sistemi politici corrotti sono difficili da ricostruire. Questa tesi non solo è lontana dalle buone intenzioni e dalla preoccupazione per la sofferenza delle persone, ma non rappresenta affatto il piano di Milei. Non è arrivato per distruggere, ma per riorganizzare. Come lui stesso ha affermato, uno dei suoi obiettivi politici è riordinare il teatro politico in parti ideologiche, quindi gli elettori collettivisti votano per i partiti collettivisti e i sostenitori del libero mercato votano per i partiti del libero mercato. Questa la logica per ora sembra aver ottenuto qualche risultato.

I poteri dello status quo sono stati disconnessi dalla popolazione, non rappresentano più “il popolo” ma solo i propri interessi. Pertanto le voci esterne hanno adesso un tono più alto di quanto accadrebbe in circostanze normali e Milei è diventato una di queste voci esterne. Dà dignità ai suoi sostenitori riconoscendoli come individui che possono cambiare il loro futuro rispetto alla decadenza decretata dalla “casta”.

Al di sopra dei risultati ottenuti una volta in carica, Milei ha ottenuto una vittoria in termini di comunicazione: rendere il pensiero del libero mercato più popolare che mai. Ciò non significa che le persone siano improvvisamente libertarie, ma il cosiddetto “Zeitgeist” si è allontanato dal collettivismo. Questo cambiamento di direzione dev'essere sostenuto e capitalizzato se si vuole ottenere una vittoria a lungo termine. In caso contrario, il momento di Milei passerà alla storia come l'ennesima fantasia del “libero mercato”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 1 agosto 2023

La valuta argentina, un morto che cammina

 

 

di Octavio Bermudez

L'Argentina fa notizia in tutto il mondo ed è in cima alla classifica mondiale dell'inflazione. Le persone sono disperate, vivere in Argentina è estremamente difficile, e stanno iniziando a emigrare verso Paesi stranieri. Il pèso argentino è, per il mondo e per i cittadini argentini, uno zombi implacabile, rifiutato dal popolo ma sostenuto dallo stato, che cerca disperatamente di strappare tutto il denaro che la gente ha in tasca.

Per capirlo meglio, dobbiamo prima passare attraverso la storia del sistema monetario argentino per comprendere meglio la situazione attuale. Poi ci sposteremo a esaminare questa valuta zombi e ad analizzare le proposte per tornare a una società prospera e libera.


Un breve riassunto della storia monetaria dell'Argentina

Il primo governo locale nel Paese che oggi è conosciuto come Argentina fu istituito nel 1810, ma fu solo nel 1861 che il Paese venne unificato. Prima del 1881 non esisteva un sistema monetario obbligatorio in Argentina e c'erano poche o nessuna legge che regolasse o stabilisse come dovevano essere effettuate le transazioni e quale valuta dovesse essere utilizzata. Inoltre il governo nazionale non aveva emesso alcuna valuta nazionale ufficiale e c'era una circolazione limitata di alcune valute emesse ufficiosamente dallo stato (a volte scoperte da metallo e che portavano all'inflazione), soprattutto durante i periodi di guerra, e la maggior parte delle persone usava valute estere o private. In sintesi, il sistema era libero (o anarchico).

Questo stato di cose terminò nel 1881 quando il presidente Julio Argentino Roca istituì la prima valuta nazionale con corso legale, il pèso moneda nacional, vincolando legalmente le persone a concludere i loro contratti con questa nuova moneta d'oro (la costituzione del 1853 conferiva allo stato la facoltà di emettere una valuta nazionale, tuttavia fino a Roca non era mai stato fatto). L'Argentina non poteva sfuggire ai cicli economici a causa del fatto che lo stato iniettava regolarmente mezzi fiduciari per risolvere i suoi problemi. Uno di questi cicli portò al panico del 1890. In risposta lo stato creò una commissione monetaria per stabilizzare il valore del pèso d'oro chiamato caja de conversión (il gold standard argentino). Fu sospeso dal 1914 al 1927 e abbandonato nel 1929 a causa della crisi mondiale.

Nel 1931, un anno dopo un colpo di stato fascista, il Banco Nación (per esteso, Banco de la Nación Argentina; in inglese, Bank of the Argentinian Nation) fu autorizzato a emettere banconote senza bisogno di copertura aurea. Nel 1935 (durante il governo a guida militare) fu creato il Banco Central de la República Argentina (o Banca Centrale Argentina), una vera e propria “banca delle banche”. Regolamentava e controllava le banche commerciali e il credito, accumulava riserve monetarie e fungeva da agente finanziario dello stato. Lo scopo iniziale era quello di affrontare i cicli economici, ma undici anni dopo, nel 1946, la banca fu nazionalizzata dal presidente Juan Domingo Perón per espandere l'offerta di denaro quanto il governo riteneva opportuno per finanziare il suo deficit. Da qui in poi al governo argentino importava solo di una cosa: quanto inflazionare.

Il periodo d'iperinflazione dell'Argentina è iniziato alla fine degli anni '80 ed è continuato fin nei primi anni '90. Questa situazione si stabilizzò tra il 1991 e il 2002. Il presidente Carlos Menem implementò un sistema (ideato dal suo ministro dell'economia, Juan Domingo Cavallo) chiamato "convertibilità": una commissione monetaria che agganciava 1:1 il pèso al dollaro. Tuttavia non vennero fatte le riforme necessarie per sostenere tale sistema e fu abbandonato nel 2002 per finanziare il deficit pubblico con l'inflazione. Fino a oggi l'inflazione è stata sempre più elevata e non vi è alcun segno che diminuirà nel futuro a breve/medio termine. Tutta questa cronologia può essere visualizzata nel grafico qui sotto.

Inflazione in Argentina, maggio 1810-luglio 2022. Fonte: El proceso inflacionario argentino en el largo plazo (1810–2022)  (Santa Fe, arg.: Bolsa de Comercio de Santa Fe, settembre 2022)


Il pèso argentino: una valuta zombi

C'erano cinque diverse valute nazionali in Argentina, eppure il problema dell'inflazione non è mai stato risolto; indipendentemente dal tipo di valuta adottata, essa è continuata. Gli argentini hanno storicamente rifiutato il denaro dello stato e a ragion veduta: chiunque fosse stato eletto in un dato momento avrebbe sempre cercato di risolvere i problemi fiscali espandendo l'offerta di denaro.

Dalla nazionalizzazione della banca centrale durante il primo governo perónista fino ai giorni nostri, l'Argentina ha sofferto di un'inflazione cronica. Le persone abbandonano il pèso per altre valute o asset che tendono a conservare meglio il loro valore. A questo proposito l'Argentina si differenzia dagli altri Paesi con problemi d'inflazione in quanto è l'unico Paese ad aver sofferto ottant'anni per un'inflazione cronicamente alta. Risparmiare questa valuta zombi per il consumo futuro è impossibile, poiché il suo valore diminuisce significativamente a breve termine. Nell'aprile del 2023 l'inflazione annua era del 108,8% e il governo non ha intenzione di fermare la spesa e la stampa di denaro.

I politici insistono per mantenere il pèso, ma gli argentini continuano a rifiutarlo perché se non lo fanno, col tempo perderanno tutto il loro potere d'acquisto. L'unico motivo per cui le persone lo usano ancora è perché lo stato lo richiede affinché i contratti siano supportati dal sistema giuridico. Sotto qualsiasi paradigma economico il pèso non è denaro; è una valuta morta tenuta in vita con la forza dallo stato. Ecco perché il pèso argentino non è né vivo né morto come valuta, ma uno zombi.


Principi di una possibile riforma monetaria

Dopo aver esaminato la storia monetaria argentina e analizzato la situazione del pèso zombi, la domanda ora è: si può fare qualcosa al riguardo? La risposta è sì, sicuramente, ma pochi sembrano intenzionati a percorrere la strada o avere la capacità di farlo bene. Una cosa è certa: il pèso non può più esistere, dev'essere sostituito. Una linea d'azione ragionevole sarebbe quella di dare corso legale a tutte le valute affinché le persone abbandonino spontaneamente il pèso e utilizzino qualsiasi valuta ritengano opportuna (il dollaro è già la scelta preferita per la stragrande maggioranza). Poi tutti i pèso rimanenti verrebbero convertiti in dollari, eliminando definitivamente la banca centrale dato che non servirebbe più a nulla. Sulla carta sembra una buona linea d'azione, ma la sua applicazione è tutt'altro che facile. La riforma monetaria dev'essere accompagnata da una serie di riforme economiche verso il libero mercato. In caso contrario, col tempo, la dollarizzazione fallirà.

Nessun cambiamento monetario è possibile senza tagliare la spesa pubblica, deregolamentare l'economia e tagliare le tasse. Queste sono misure necessarie affinché qualsiasi cosa su scala monetaria funzioni. In caso contrario – com'è stato evidenziato da eminenti economisti argentini – la riforma monetaria non sarà accettata dal mercato, poiché sarà percepita come transitoria, tornando infine allo stato di cose inflazionistico.

Va detto che l'Argentina non ha le riserve di dollari necessarie per scambiare la base monetaria col biglietto verde a un tasso di cambio ragionevole, ovvero il tasso di mercato (le riserve nette della banca centrale sono negative). In primo luogo il governo argentino dovrebbe aumentare la riserva di dollari a un numero compreso tra nove e undici miliardi, secondo uno dei più eminenti sostenitori della dollarizzazione, da scambiare al tasso di mercato (circa un dollaro per 493 pèso al 25 maggio 2023). Sul tavolo ci sono molte proposte su come ottenere questi dollari; alcune sono più praticabili di altre e sia l'etica che l'economia devono essere prese in considerazione quando si pianifica una tale linea di politica in modo che né la proprietà privata né il benessere delle persone vengano danneggiati.

Per concludere, non importa chi sarà in carica il prossimo anno o se il partito al governo prenderà in considerazione o meno la dollarizzazione, l'amministrazione che sarà eletta entro la fine di quest'anno dovrà fare i conti con questa dolorosa situazione. Lo statalismo o la libertà saranno le loro opzioni, non c'è posto per i moderati.

L'opinione pubblica chiede posizioni chiare su questioni concrete e i politici si posizionano su entrambi i lati della strada. I compromessi verranno smascherati, dato che nei cuori e nelle menti delle persone sembra più presente la libertà che il socialismo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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