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mercoledì 1 luglio 2026

Brexit 10 anni dopo: il collasso economico che non è mai avvenuto

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di John Phelan

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/brexit-10-anni-dopo-il-collasso-economico)

Quando il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna votò per uscire dall'Unione Europea, le previsioni per la sua economia erano fosche. Il Primo Ministro, David Cameron, e il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, citarono un'analisi del Tesoro che prevedeva che “un voto per l'uscita spingerà la nostra economia in una recessione che ridurrà il PIL del 3,6% e, nell'arco di due anni, lascerà senza lavoro centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese rispetto alle previsioni di crescita continua se voteremo per rimanere nell'UE”.

Quello scenario apocalittico non si è mai avverato. L'economia britannica si è ostinatamente rifiutata di collassare dopo il referendum e, quando ciò è accaduto, è stato per la stessa ragione per cui sono crollate tutte le altre economie: il COVID-19.

Se confrontiamo l'andamento dell'economia britannica prima e dopo la Brexit con quello degli altri Paesi del G7, è difficile intravedere il preannunciato tracollo economico.

Il Grafico 1 mostra la variazione in punti percentuali della crescita del PIL pro capite – l'indicatore che conta davvero per il benessere economico – tra i Paesi del G7 nei periodi pre e post-Brexit. Si osserva che la crescita del PIL pro capite del Regno Unito è stata superiore di 3,2 punti percentuali nel periodo successivo alla Brexit (dal 2016 al 2025) rispetto al periodo precedente (dal 2007 al 2016), un risultato migliore rispetto a quello di altri due Paesi del G7, Canada e Germania, e in linea con quello di un terzo Paese, il Giappone; tutt'altro che una catastrofe economica.

Grafico 1: Variazione in punti percentuali della crescita del PIL reale pro capite, dal 2007 al 2016/dal 2016 al 2025 (Livelli annui destagionalizzati e calcolati in base al calendario, dollari USA pro capite, conversione a parità di potere d'acquisto, 2020). Fonte: OECD Data Explorer

Ciononostante alcuni ricercatori sostengono che la Brexit abbia avuto un impatto economico significativo. Gli economisti Nicholas Bloom, Philip Bunn, Paul Mizen, Pawel Smietanka e Gregory Thwaites del National Bureau of Economic Research hanno stimato che entro il 2025 la Brexit avrà ridotto il PIL del Regno Unito tra il 6 e l'8%, rispetto al 2016.

Ci sono motivi per dubitarne.

Innanzitutto il documento del National Bureau of Economic Research, come altri, non confronta la performance economica della Gran Bretagna dopo la Brexit con quella di questi altri Paesi, bensì con quella di un “doppelgänger” artificiale, la cui composizione, come osserva l'economista Julian Jessop, è piuttosto sconcertante. Gli otto Paesi da cui è composto non includono né la Francia né la Germania, ma comprendono due stati baltici e gli Stati Uniti. È difficile comprenderne la logica.

In secondo luogo, attribuisce interamente la performance inferiore della Gran Bretagna rispetto al suo omologo alla Brexit. Eppure il membro del G7 che ha registrato il calo più marcato sia della crescita del PIL pro capite che di quella totale, prima e dopo la Brexit, è la Germania, che è rimasta nell'UE. Gran parte della sua deludente performance economica degli ultimi anni può essere attribuita alle sue linee di politica sulla cosiddetta “energia verde”, ma se dobbiamo tenere conto di fattori diversi dall'appartenenza all'UE quando valutiamo la performance inferiore della Germania, perché non lo facciamo anche per la Gran Bretagna?

Sotto i governi conservatori e laburisti post-Brexit, a partire dal 2024, l'economia britannica è stata strangolata da tasse e oneri normativi sempre più elevati, che ne avrebbero ostacolato la crescita anche se il Paese avesse votato per rimanere nell'UE. Questo aspetto deve essere preso in considerazione nella valutazione dell'impatto economico della Brexit.

Questi problemi metodologici potrebbero spiegare i risultati sorprendenti. Se l'economia britannica fosse davvero cresciuta di un altro sette percento, sarebbe passata dalla quarta economia a più rapida crescita del G7 nel periodo 2007-2016 alla terza nel periodo 2016-2025, il che è certamente possibile. Ma, come mostra il Grafico 2, la performance ipotizzata dagli economisti del National Bureau of Economic Research implica che, se la Gran Bretagna fosse rimasta nell'UE, la sua crescita del PIL nei dieci anni successivi al 2016 sarebbe stata superiore di 9 punti percentuali rispetto ai dieci anni precedenti al 2016. Questo rappresenterebbe un miglioramento superiore a quello di tutti gli altri Paesi del G7, ad eccezione di due: l'Italia, la cui economia, dal 2016 al 2025, si stava riprendendo da un crollo del PIL del 6,7% tra il 2007 e il 2016, e gli Stati Uniti, che sono leader del G7 in termini di crescita del PIL.

Grafico 2: Variazione in punti percentuali del tasso di crescita del PIL reale dal 2007/2016 al 2016/2025 (Tasso di crescita, periodo su periodo, volume a catena, corretto per il calendario e la stagionalità). Fonte: OECD Data Explorer

È plausibile? L'economia britannica era davvero pronta per una performance così solida nel 2016? Chi ricorda le lamentele sui danni economici causati dall'“austerità” del governo Cameron rimarrà sorpreso allora.

Perché la Brexit non ha smentito le previsioni economiche?

Innanzitutto l'UE è in ritardo in campo economico. Come mostra il Grafico 3, dal 2011 l'economia dell'UE è cresciuta del 20,6%, mentre l'economia statunitense – la seconda destinazione per le esportazioni britanniche dopo l'UE nel 2016 – è cresciuta del 39,9%, quasi il doppio.

Grafico 3: Crescita del PIL reale (tasso di crescita, periodo su periodo, volume a catena, aggiustato al calendario e alla stagionalità). Fonte: OECD Data Explorer

In secondo luogo, l'economia britannica era una delle meno dipendenti dagli altri Paesi membri dell'UE. Come mostra il Grafico 4, nel 2015 solo il 42,3% delle esportazioni britanniche era destinato all'UE, una quota inferiore a quella di ciascuno degli altri 27 Stati membri. Ciò è dovuto in parte al fatto che, come ha di recente osservato Luis Garicano, ex-membro del Parlamento europeo, il “mercato unico” è in gran parte un mito.

“L'FMI stima che il costo occulto del commercio di merci all'interno dell'UE equivalga a un dazio del 45%”, scrive. Ciò vale soprattutto per i servizi, dove “la cifra sale al 110%, superando i dazi imposti da Trump sulle importazioni cinesi durante il ‘Giorno della Liberazione’”. Questo rappresenta un problema particolare per la Gran Bretagna, dove, come mostra il Grafico 5, nel 2015 i servizi hanno rappresentato una quota maggiore delle esportazioni rispetto a 22 degli altri 27 Paesi dell'UE.

Grafico 4: Quota delle esportazioni verso gli altri Stati membri dell'UE, 2015. Fonte: Eurostat & Dipartimento per le Imprese e il Commercio

Grafico 5: Servizi in percentuale sul totale delle esportazioni, 2015. Fonte: Indicatori di sviluppo della Banca Mondiale

A distanza di un decennio questi fatti sono rimasti pressoché invariati e le speranze che l'economia britannica possa essere rilanciata da legami più stretti con l'UE, o addirittura da un suo rientro, sono destinate a deludere chiunque ci creda. Come per altre “uscite”, la prosperità dell'economia britannica dipenderà in larga misura da ciò che accadrà in Gran Bretagna. E se nel 2016 scrivevo che “dubito che le prospettive economiche a lungo termine della Gran Bretagna dipendano dall'adesione all'UE”, allora potrei essere giustificato a darmi una pacca sulla spalla.

Ma forse questo non coglie il punto. Per la maggior parte delle persone la Brexit non è mai stata davvero una questione economica, bensì solo un pretesto per il dibattito che la gente voleva affrontare, ma che aveva paura di esprimere apertamente: quello più elementare sull'identità. Nel decennio successivo alla Brexit, questa paura si è attenuata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 26 novembre 2025

Il mandato di Milei: l'Argentina punta di nuovo sull'austerità

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di John Phelan

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-mandato-di-milei-largentina-punta)

Domenica 26 ottobre il partito del presidente argentino Javier Milei, La Libertad Avanza, ha ottenuto una grande vittoria alle elezioni di medio termine del Paese. Nella Camera dei Deputati ha ottenuto il 50,4% dei seggi disponibili con una maggioranza del 40,7%; nella Camera alta, il Senato, ha ottenuto tredici dei 27 seggi disponibili, con un guadagno netto di sei.

Molti dubitavano di un simile risultato un mese fa quando, secondo Polymarket, le probabilità del partito di vincere la maggior parte dei seggi erano scese al minimo del 52,5%, dall'89,5% del 19 agosto. L'Argentina era, allora, nella morsa di una delle sue perenni crisi economiche, con il pèso in calo e i rendimenti obbligazionari in aumento. Il tentativo di Milei di raddrizzare l'economia del Paese riportando in equilibrio il bilancio con profondi tagli alla spesa – che, come ha osservato Noah Smith a luglio, avevano eliminato il deficit di bilancio e ridotto l'inflazione da un tasso mensile del 25% al ​​2,4% – era in bilico.

La causa dell'ultima crisi economica argentina si è verificata il 7 settembre, quando, con la sorella di Milei coinvolta in uno scandalo di corruzione, La Libertad Avanza ha subito una pesante sconfitta elettorale per mano del partito di centro-sinistra Fuerza Patria. “I mercati sono andati nel panico”, ha riportato The Economist, “preoccupati che questo segnalasse la fine del sostegno popolare alle sue riforme e il potenziale ritorno dei perònisti spendaccioni. È iniziata una forte svendita di pesòs, mentre gli investitori hanno abbandonato i titoli di stato argentini”.

Sebbene l'Argentina non sia l'unica a risentire delle difficoltà fiscali derivanti dall'aumento dei rendimenti obbligazionari, oggigiorno sono pochi i Paesi che si preoccupano seriamente dei propri tassi di cambio, ma l'Argentina è diversa.


La necessità e il pericolo dei prestiti in valuta estera

La causa ultima della crisi argentina è la sua lunga storia di cattiva gestione fiscale e monetaria. Il Paese è stato inadempiente sul suo debito sovrano nove volte, tre delle quali negli ultimi due decenni, e ha subito ripetuti periodi di elevata inflazione. Di conseguenza nessuno presterà pesòs al suo governo a un tasso di interesse accessibile, perché potrebbe non essere rimborsato affatto (hard default), o essere rimborsato in una valuta che vale molto meno di quella del momento del prestito (soft default).

Quindi per prendere in prestito i pesòs necessari a finanziare le sue operazioni, il governo argentino prende prima in prestito dollari che poi converte in pesòs. Ma un governo che prende in prestito dollari deve essere in grado di rimborsarli, quindi, come fa un governo che prende in prestito in una valuta che non emette a ottenerla? Ha due modi.

La tassazione è il primo. Il governo argentino potrebbe imporre tasse alla sua popolazione pagabili in dollari, ma ciò non farebbe altro che trasferire il problema di reperire quei dollari dal governo ai contribuenti. Per farlo questi ultimi dovrebbero vendere agli Stati Uniti (o a chiunque altro sia disposto a effettuare transazioni con loro in dollari) più di quanto acquista da essi. In breve, l'Argentina dovrebbe registrare un surplus delle partite correnti, cosa che ha fatto solo raramente negli ultimi anni.

Il secondo è il prestito. In questo caso il governo argentino sta di fatto acquistando dollari con pesòs ed è per questo che il tasso di cambio – il prezzo in pèso del dollaro – è importante. Ad aprile 1.000 pèsos equivalevano a 93 centesimi; il 21 settembre equivalevano a soli 68. Il governo di Milei aveva bisogno di più pèsos per acquistare la stessa quantità di dollari e questo, come ha osservato The Economist, ha sollevato il familiare spettro della stampa di moneta e dell'inflazione, con la conseguente fuga dai pèsos e dal debito denominato in essi, come i titoli di stato argentini, oltre al deprezzamento della valuta e l'aumento dei rendimenti obbligazionari.


La follia dei tassi di cambio fissi

Per proteggersi da una situazione del genere, il governo argentino ha cercato di fissare il tasso di cambio, ma questo approccio ha dei limiti.

Se il pèso aumenta rispetto al dollaro, la banca centrale argentina, essendo colei che li emette, può stamparli in quantità illimitata, utilizzandoli per acquistare dollari, facendo così scendere il prezzo relativo dei pèsos e aumentare quello dei dollari.

La situazione è molto diversa quando il pèso è in calo rispetto al dollaro. In tal caso la banca centrale argentina deve abbassare il prezzo del dollaro rispetto al pèso vendendo dollari in cambio di pèsos, facendo così aumentare il prezzo relativo di questi ultimi. Ma la banca centrale argentina ha accesso solo a una certa quantità di dollari, quindi ci sono limiti a quanto può perseguire questa linea di politica. Questa è la grande asimmetria al centro di tassi di cambio fissi come quello argentino; come scoprirono gli inglesi nel 1992, è facile indebolire una valuta relativamente forte, ma non rafforzarne una relativamente debole.

Nel periodo precedente alle elezioni, l'Argentina ha prosciugato le sue riserve in dollari nel tentativo di difendere il cambio fisso del pèso. Quando ha esaurito le munizioni, è intervenuto il presidente Trump. Per quanto utile, affidarsi a lui non è una strategia macroeconomica a lungo termine.


Le prospettive per l'Argentina

Milei mira a tenere sotto controllo l'indebitamento dell'Argentina, in modo che sia meno vulnerabile alle oscillazioni del tasso di cambio. L'elettorato argentino gli ha espresso la sua fiducia. A differenza degli elettori di altri Paesi, potrebbero aver avvertito un livello di sofferenza economica tale da indurli a riconoscere la necessità della medicina di Milei.

Con questo mandato c'è ancora molto da fare. “Il problema principale è che l'Argentina ha uno stato sociale ipertrofico, date le dimensioni e il livello di sviluppo della sua economia, e un sistema fiscale e di trasferimenti sociali altamente distorto che lo finanzia”, ​​ha dichiarato l'economista politico Jean-Paul Faguet a Newsweek a settembre. “Riesce a rimanere stabile solo nei periodi di prosperità; una cattiva situazione economica a livello internazionale, o specifici shock internazionali, la sbilanciano e la mandano in crisi”. Le ultime elezioni sono state uno shock positivo, con il pèso e i prezzi delle obbligazioni in aumento e i rendimenti in calo. Finché persistono i problemi strutturali dell'Argentina, però, l'economia – e il Paese – rimarranno vulnerabili. Il suo stato sociale, come quello francese ad esempio, deve essere proporzionato alla capacità dell'economia di sostenerlo e questo comporterà ulteriori tagli. Milei, in lizza per la rielezione nel 2027, ce la può fare ma ha ancora molto lavoro da fare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 10 settembre 2025

L'UE è una zona di libero scambio?

Quello che più fa arrabbiare eurocrati e sodali/sicofanti al seguito, e causa travasi di bile senza senso sulle piattaforme pubbliche di ogni sorta, è il tappeto dei finanziamenti che è stato tolto da sotto i loro piedi. Con Biden era tutto impostato sul pilota automatico: la proliferazione della legislazione europea è stata accelerata spudoratamente in tale arco presidenziale, un “laissez-faire” in ottica predazione del potenziale industriale-tecnologico americano. Dopo Powell, che nel 2022 ha rappresentato uno spartiacque a livello finanziario, Trump lo ha rappresentato a livello fiscale/politico. E come quando lo “zio ricco” chiude i rubinetti dei soldi ai “nipoti nullafacenti”, questi ultimi si agitano sputando veleno nel piatto in cui mangiavano piuttosto che darsi da fare. Peggio, usano ogni mezzo a loro disposizione per tornare a godere di quel flusso di liquidità che faceva fare loro la “bella vita”. In questo contesto si inseriscono tutte le multe imposte alle Big Tech americane, l'uso a tutto campo del DSA/DMA, la retorica guerrafondaia dell'UE e, in ultima battuta, l'uso dello SWIFT come un'arma. Ecco quest'ultima è più subdola come ci ricorda “The Epoch Times”, visto che può rappresentare un terreno di disturbo alla pace che gli USA stanno perseguendo con sommo interesse da quando Trump ha preso la carica. Ma l'UE, nonostante la sua boria accumulata dopo 2+ decenni di vita seguendo la massima “vivere al massimo col minimo sforzo”, è obsoleta e sorpassata. Nel caso particolare lo SWIFT è sorpassato, soprattutto in ottica GUNIUS Act e Big Beaufitul Bill, leggi in sincronia che aprono le porte a innovazioni talmente “disrputive” a livello mondiale da passare (paradossalmente) inosservate. Oro, Tether, Bitcoin e, in minore battuta, Ripple (è un fatto che sia stata “benedetta” dall'attuale amministrazione americana) sono i cavalieri dell'apocalisse per i desideri di sopravvivenza della burocrazia europea. È un lento soffocare le prospettive di galleggiamento di una struttura farraginosa che non può far altro che affondare nel mare magnum della storia. D'altronde, lo “zio ricco” non è diventato tale per caso...

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di John Phelan

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lue-e-una-zona-di-libero-scambio)

Il 1° gennaio 1993 nacque il Mercato Unico Europeo. L'ottobre dell'anno precedente il Primo Ministro britannico, John Major, aveva auspicato “un mercato unico europeo di 330 milioni di persone [...]. Un mercato per i computer britannici, le automobili britanniche, le televisioni britanniche, i tessuti britannici, i servizi britannici, le competenze britanniche. La più grande area di libero scambio del mondo”.

Eliminando le barriere commerciali all'interno della Comunità Economica Europea, il Mercato Unico avrebbe stimolato il commercio, la crescita economica e, forse, l'integrazione politica. Queste speranze non si sono mai concretizzate.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale di ottobre dell'anno scorso ha rilevato che, mentre il commercio intra-UE di beni è aumentato dall'11% al 24% del Prodotto interno lordo dell'Unione Europea tra il 1993 e il 2023, rispetto all'8%-15% del commercio extra-UE, il commercio intra-UE di servizi – che rappresenta il 72% del PIL dell'UE – è cresciuto esattamente allo stesso ritmo del commercio extra-UE. Infatti il commercio tra i Paesi dell'UE è meno della metà di quello tra gli Stati Uniti.

Come si spiega tutto questo? Come osserva Luis Garicano, ex-membro del Parlamento europeo nell'articolo Il mito del mercato unico: “L'FMI stima il costo nascosto degli scambi di beni all'interno dell'UE in un dazio del 45%. Per i servizi la cifra sale al 110%, superiore ai dazi imposti da Trump sulle importazioni cinesi nel ‘giorno della Liberazione’”.

“Il mercato unico che tutti pensavamo di avere è in gran parte un mito”, conclude Garicano, il quale fornisce tre ragioni per questo fallimento.

In primo luogo il principio del “riconoscimento reciproco”, il quale “afferma che tutto ciò che può essere venduto legalmente in un Paese dell'UE può essere venduto in tutti gli altri”, però “fallisce nella pratica”. Il principio “non è mai stato assoluto” e prosegue:

I trattati dell'UE [...] consentono ai Paesi di bloccare prodotti per motivi legittimi come la salute pubblica, la sicurezza, o la tutela dell'ambiente. Ma queste eccezioni avrebbero dovuto essere solo questo: eccezioni, non la regola. Il problema è il costo dell'applicazione della regola quando un Paese rivendica un'eccezione.

Tra i vari esempi:

Ogni prodotto venduto ai consumatori francesi deve recare il logo nazionale di riciclaggio “Triman” e istruzioni dettagliate per la raccolta differenziata specifiche per la Francia. Le lattine di vernice di AkzoNobel soddisfano pienamente le normative UE in materia di sostanze chimiche e di contatto con gli alimenti, ma una singola lattina di vernice deve comunque recare il logo di riciclaggio Triman francese, il “Punto Verde” spagnolo e il codice alfanumerico del materiale italiano. Lo spazio su una lattina da 1 litro è così limitato che l'azienda ora detiene scorte separate per Francia, Spagna e Italia.

In secondo luogo “le direttive UE non armonizzano la legislazione UE”.

“Ci sono due problemi”, scrive Garicano:

[...] in primo luogo, anziché sostituire le normative nazionali, le norme dell'UE si sovrappongono a esse. In secondo luogo, gli stati membri spesso adottano il cosiddetto “gold plating”, ovvero aggiungono ulteriori requisiti nazionali nell'attuazione delle direttive UE.

Il risultato è che, anche quando l'UE crea norme comuni (direttive o regolamenti volti ad armonizzare), spesso il risultato non è un vero mercato unico. Le nuove norme dell'UE spesso non sostituiscono quelle nazionali, ma creano invece ulteriori livelli di regolamentazione.

A titolo di esempio, propone il Regolamento generale sulla protezione dei dati:

[...] il che (nonostante si tratti di un regolamento) significa che abbiamo ancora autorità di regolamentazione a livello UE, nazionale e regionale. Nel gennaio 2022 l'autorità austriaca per la protezione dei dati ha stabilito che l'utilizzo di Google Analytics da parte di NetDoktor violava il GDPR e ha ordinato al sito di disattivare lo strumento, pena sanzioni. Poche settimane dopo l'autorità francese per la protezione dei dati (CNIL) ha emesso decisioni parallele contro tre siti web francesi, dichiarando nuovamente Google Analytics illegale e intimando a ciascun operatore di passare a un'alternativa ospitata nell'UE. Nel giugno 2022 l'autorità italiana (Garante della privacy) ha imposto lo stesso divieto a Caffeina Media, minacciando di sospendere i suoi flussi di dati verso gli Stati Uniti a meno che non avesse riprogrammato il suo stack di analisi entro novanta giorni. Un editore che opera nell'UE deve ora mantenere configurazioni di analisi separate per Austria, Francia e Italia, mentre lo stesso strumento rimane legale altrove. Il rapporto Draghi rileva che ci sono circa 90 leggi incentrate sulla tecnologia e più di 270 autorità di regolamentazione attive nelle reti digitali in tutti i Paesi dell'UE. Tanti saluti al mercato unico!

Infine “la Commissione europea non sta facendo il suo lavoro nel far rispettare il mercato unico”. “[Esplicitamente] incaricata di garantire l’applicazione dei trattati”, scrive Garicano, “nei dodici mesi fino a dicembre 2024, la Commissione ha aperto solo 173 nuovi casi, ovvero solo un quarto del volume gestito un decennio fa”.

“C'è un'evoluzione paradossale nel ruolo della Commissione”, osserva, “man mano che ha assunto funzioni aggiuntive in settori come l'edilizia abitativa, la difesa e la geopolitica (la prima Commissione von der Leyen si definiva una “commissione geopolitica”), si è ritirata dal suo compito principale di controllo del mercato unico”.

Un ottimista potrebbe dedurre che il problema qui non sia l'eccesso di UE, ma la sua carenza: il Mercato Unico non ha mantenuto le sue promesse perché non è sufficientemente “unico”. Un pessimista potrebbe osservare che, se ciò non avviene da oltre trent'anni, è improbabile che inizi a breve. È improbabile che un altro rapporto o una revisione corposa possano far muovere la bilancia.

Questa è una cattiva notizia per il successore di John Major, Kier Starmer. Con il suo governo in difficoltà a meno di un anno dall'insediamento, ha cercato un nuovo accordo con l'UE per migliorare le condizioni di accesso della Gran Bretagna al Mercato Unico.

Ma i servizi rappresentano una quota relativamente alta per quanto riguarda il 54% delle esportazioni britanniche rispetto al 33% degli Stati Uniti e ad appena il 31% dell'UE, e questo è esattamente il settore in cui il Mercato Unico è una finzione. Questo probabilmente spiega l'ostinato rifiuto dell'economia britannica di crollare in seguito alla Brexit: qualsiasi piccolo vantaggio possa derivare dall'essere bloccati in un Mercato Unico con un gruppo di economie inerti si riduce ulteriormente quando ci sono elevate barriere alla vendita delle proprie esportazioni principali – barriere che non sembrano destinate a scomparire tanto presto.

Se Starmer spera che le sue nuove condizioni di accesso alla “più grande area di libero scambio del mondo” compenseranno il danno economico causato dalle disastrose politiche fiscali del suo governo, è probabile che si sbagli. È un mito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 30 dicembre 2024

Le radici economiche del crollo politico della Francia

L'accartocciamento dell'UE è sotto gli occhi di tutti ormai. Per quanto si vogliano spacciare dati ottimistici sulla situazione, la chiusura dei rubinetti dell'eurodollaro e la fine del carry trade sullo yen hanno smascherato la reale condizione dell'Eurozona: un deserto industriale e un continente alla deriva dal punto di vista sociale. L'unica opzione rimanente è RUBARE dai contribuenti autoctoni e dalle aziende estere che creano valore aggiunto. Credevate di aver raggiunto il fondo? La Reuters ci dice di no visto che la caduta del governo Barnier potrebbe comportare una riduzione delle esportazioni di elettricità dalla Francia ai suoi mercati interconnessi, tra cui Germania e Italia. L'ennesimo shock energetico per i mercati europei che hanno dovuto fare i conti con l'aumento dei prezzi dell'elettricità e del gas naturale. L'industria europea è destinata a perdere ulteriore competitività poiché i prezzi alti dell'energia, l'aumento dei prezzi del gas naturale e le preoccupazioni sulle forniture di gas questo inverno stanno aumentando l'incertezza sul destino delle fabbriche. I prezzi di riferimento europei del gas naturale si aggirano intorno al massimo di un anno a questa parte, poiché le ondate di freddo di novembre hanno infranto le speranze di un terzo inverno relativamente mite. Nelle ultime settimane l'Europa ha esaurito le sue scorte di gas naturale al ritmo più veloce sin dal 2016, poiché la domanda è aumentata con le temperature più fredde. Questo inverno potrebbe infliggere molto più dolore a quelle industrie europee che fanno affidamento sul gas naturale e imporre riduzioni nella produzione. I costi energetici molto più elevati in Europa stanno mettendo le sue industrie in una posizione di svantaggio rispetto agli Stati Uniti, all'Asia, al Medio Oriente e all'Africa settentrionale.

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di John Phelan

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/le-radici-economiche-del-crollo-politico?r=12xido)

L'11 dicembre Michel Barnier ha perso un voto di fiducia nel parlamento francese, ponendo fine al suo mandato di primo ministro dopo soli 90 giorni, il mandato più breve di qualsiasi primo ministro dalla fondazione della Quinta Repubblica nel 1958. La causa è stata il bilancio proposto da Barnier, ma questo non fa che evidenziare problemi che si sono accumulati per decenni.

Il governo francese spende una quota maggiore del reddito nazionale rispetto alla maggior parte dei Paesi comparabili: i dati dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) mostrano che, nel 2019, la spesa pubblica rappresentava il 55% del Prodotto interno lordo (PIL), più alta rispetto a qualsiasi altro Paese del G7. Ciò è dovuto agli alti livelli di spesa per lo stato sociale, l'assistenza sanitaria e l'istruzione. I dati dell'OCSE mostrano che la spesa sociale in Francia ha rappresentato il 31% del PIL nel 2019, più alta rispetto a qualsiasi altro Paese del G7. Il governo francese impone un pesante onere fiscale per finanziarla. Sempre nel 2019 i dati dell'OCSE hanno mostrato che le entrate fiscali sono arrivate al 45% del PIL, ancora una volta il più alto livello rispetto a qualsiasi altro Paese del G7. Ma queste entrate non sono sufficienti a finanziare completamente la spesa dello stato e si prevede che il deficit di quest'anno raggiungerà il 6,1% del PIL.

Barnier, nominato a settembre a capo di un governo di minoranza dopo un'inconcludente elezione generale, mirava a ridurre il deficit al 5% del PIL l'anno prossimo, ancora al di sopra della soglia del 3% richiesta come stato membro dell'UE. La sua manovra era da €60 miliardi tra aumenti delle tasse e tagli alla spesa. Dal lato delle entrate includeva nuove tasse su circa 24.000 delle famiglie più ricche, sui profitti delle grandi aziende, sull'elettricità, sui viaggi aerei e sulle automobili. Dal lato della spesa Barnier ha cercato di congelare le pensioni statali per sei mesi l'anno prossimo, ridurre il sostegno per gli apprendistati e i contratti sovvenzionati e ridurre i rimborsi per le spese mediche e le indennità di malattia. E tutto questo doveva essere fatto aumentando la spesa per la difesa in risposta all'invasione russa dell'Ucraina.

C'era qualcosa qui che ha fatto innervosire tutti.

“I tagli alla spesa pubblica e alla rete di sicurezza sociale hanno un impatto maggiore sulla vita delle classi lavoratrici e medie”, ha affermato il legislatore di sinistra Eric Coquerel, capo della commissione Finanze dell'Assemblea nazionale. Ci si poteva aspettare l'opposizione a tali misure da parte di persone come Monsieur Coquerel, ma anche “Raggruppamento nazionale” (NR) di Marine Le Pen si è opposto. A novembre la Le Pen ha stabilito delle “linee rosse”, tra cui il rifiuto di aumentare le tasse sull'energia elettrica e l'impegno ad aumentare le pensioni statali da gennaio. “Abbiamo detto quali erano gli elementi non negoziabili per noi”, ha affermato la Le Pen. “Siamo diretti nel nostro approccio politico; difendiamo il popolo francese”.

Raggruppamento nazionale viene spesso accomunato ad altri partiti presumibilmente di “estrema destra” come Reform in Gran Bretagna. Infatti, mentre Nigel Farage di Reform potrebbe condividere l'avversione della Le Pen per l'immigrazione di massa, è, in termini economici, un Thatcheriano che offre, come descrive John Burn-Murdoch sul Financial Times, “tagli fiscali radicali e agevolazioni fiscali per l'assistenza sanitaria privata e l'assicurazione sanitaria”. Raggruppamento nazionale, al contrario, sostiene tasse elevate, spesa pubblica, più regolamentazione e protezionismo commerciale. Infatti è “di sinistra” nella maggior parte delle cose, a parte l'atteggiamento nei confronti dell'immigrazione. Ciò fa eco ai dibattiti negli Stati Uniti tra i conservatori “Freedom” e “National”. La Le Pen ha descritto il modesto consolidamento fiscale di Barnier come “pericoloso e ingiusto” e presagio di “caos” per la Francia.

Questo caos è già arrivato, insieme alla crisi fiscale.

“Lunedì, per la prima volta, i costi dei finanziamenti francesi sono saliti più di quelli della Grecia”, ha riportato la Reuters, “mentre il governo di Michel Barnier era sull'orlo del collasso, sottolineando un drastico cambiamento nel modo in cui i creditori vedono l'affidabilità creditizia dei membri della zona Euro”.

A novembre il governo di Barnier è sopravvissuto a un voto di sfiducia promosso dalla coalizione di sinistra quando Raggruppamento nazionale e i suoi alleati nell'Assemblea nazionale si sono astenuti. Quando Barnier ha forzato la manovra utilizzando una scappatoia costituzionale, è stato troppo per Raggruppamento nazionale che, insieme al “New Popular Front” di estrema sinistra, ha presentato mozioni di sfiducia contro il suo governo. Quello di Barnier è diventato il primo governo a perdere una mozione di sfiducia sin dal 1962.

Le conseguenze di questa instabilità si faranno sentire oltre i confini della Francia. Il Paese è da tempo un membro chiave, seppur un po' ambiguo, del “cuore” dell'Eurozona, ma potrebbe essere sulla buona strada per diventare un membro della sua “periferia”. Le conseguenze per la moneta unica e l'economia dell'Eurozona saranno significative. Il cuore è stato tradizionalmente accomunato a disciplina monetaria e fiscale e l'appartenenza di entrambe le potenze dell'Unione Europea a esso, Germania e Francia, ha permesso a tale situazione di prevalere. Se la Francia uscirà dal cuore e si unirà alla periferia, l'equilibrio di potere nell'Eurozona si sposterà verso un allentamento monetario e fiscale. Come minimo la Germania avrà più difficoltà a prendere le decisioni e Paesi come l'Italia avranno un nuovo e potente alleato.

L'Unione Europea è da tempo abituata all'instabilità politica tra i suoi membri periferici, ma la Francia, la sua seconda economia più grande, ora non ha un governo, nessuna prospettiva immediata di andare avanti e potrebbe presto non avere nemmeno un presidente. Come reagirà quando un membro centrale delle istituzioni sarà uno di quelli instabili?

Gli americani, inclini a pensare che la loro politica offra una dimostrazione di disfunzione unica tra le nazioni della Terra, potrebbero consolarsi se guardano alla Francia; dovrebbero evitare di provare troppa schadenfreude.

A giugno il Congressional Budget Office (CBO) ha previsto un deficit di bilancio federale di $2000 miliardi nel 2024 e “crescerà fino a $2.800 miliardi entro il 2034”. Il CBO fa notare che questi “deficit equivalgono al 7,0% del prodotto interno lordo (PIL) nel 2024 e al 6,5% del PIL nel 2025 [...]. Entro il 2034 il deficit rettificato equivarrà al 6,9% del PIL, più del 3,7% che i deficit hanno fatto registrare in media negli ultimi 50 anni”.

Il risultato: “Il debito detenuto dal pubblico aumenta dal 99% del PIL di quest’anno al 122% del 2034, superando il precedente massimo del 106% del PIL”.

La disfunzione politica della Francia deriva da molte fonti, non ultime le reazioni all'immigrazione di massa nel Paese negli ultimi anni. Ma deriva anche dal semplice fatto che i suoi governi hanno fatto a lungo promesse di spesa che la sua economia non può mantenere.

Questa disfunzione potrebbe manifestarsi in qualsiasi Paese in cui siano state fatte tali promesse e gli Stati Uniti sono uno di questi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 11 aprile 2019

La tesi di “libero mercato” contro la Brexit è un inganno

Chissà se i "riformatori (illusi) dell'UE" si siano posti la questione che tutto questo ritardo riguardo la Brexit non sia dovuto altro che alla selva burocratica ed opprimente messa in piedi dal baraccone europeo... ma al di là di ciò esiste un altro motivo denominato "The Return of Reciprotarians": la credenza che la liberalizzazione del commercio sia benefica se anche gli altri Paesi adottano lo stesso livello di liberalizzazione, altrimenti i Paesi che rimangono protezionisti guadagneranno un vantaggio a spese dei Paesi che hanno aperto i loro confini commerciali. il WTO ha fatto tutto quanto in suo potere per rafforzare questa fallacia. Nei suoi obiettivi e principi parole come "reciproco", "non discriminante", "stabile" o "equo" qualificano le relazioni commerciali, mentre la parola "libero" è inesistente o è sostituita dall'eufemismo "più aperto". Ogni regola del WTO si concentra sulla promozione di questo stereotipo del commercio: un vantaggio è tale solo se reciproco. E questo ha funzionato bene da un punto di vista burocratico, perché le parti coinvolte in questi negoziati non vogliono in realtà il libero scambio, ma più controllo sul commercio. Infatti diverse ricerche dimostrano che i negoziati multilaterali del WTO hanno portato alla proliferazione di accordi commerciali preferenziali tra i Paesi membri al fine di "ottenere un potere contrattuale all'interno di un sistema multilaterale" (Mansfield e Reinhardt, 2003). Altri studi hanno confermato il punto di vista di Mises (2010, 250) sui vantaggi dell'unilateralismo e sulla fallacia della reciprocità, mostrando non solo che quasi il 70% della liberalizzazione globale degli scambi a partire dagli anni '80 è stata unilaterale (Sally 2008, 151), ma che la riduzione unilaterale delle barriere commerciali ha generato una reciproca liberalizzazione in misura molto maggiore dei negoziati multilaterali o bilaterali (Bhagwati, 2002). Come procedere lungo una liberalizzazione unilaterale? Una buona guida la ritroviamo nelle parole di Richard Cobden (1919, 41), la cui richiesta di un libero scambio unilaterale contribuì a convincere il primo ministro britannico Robert Peel ad abrogare le Corn Laws nel 1846. Non esiste una misura migliore nel commercio di una liberalizzazione unilaterale: ridurre i dazi senza aspettarsi concessioni reciproche da altri Paesi. I partner commerciali potrebbero quindi essere più propensi a ricambiare se vedono un vero impegno nei confronti del libero scambio piuttosto che con il protezionismo.
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di John Phelan


In vista del referendum britannico sulla sua adesione o meno all'Unione Europea nel giugno 2016, i sostenitori di un libero mercato erano divisi.

C'era chi vedeva la Brexit come un'opportunità per sfuggire ad un vasto blocco protezionista, una sorta di Festung Europa economico, che rappresenta una quota sempre minore delle esportazioni britanniche e dell'economia globale. Le norme UE non richiedono solo che i pallet provenienti da stati non membri vengano sottoposti a trattamento termico o puliti per prevenire la contaminazione, ma anche avere marcature specifiche per confermare che soddisfino determinati standard. Se la Gran Bretagna lasciasse l'UE senza un accordo, sarebbe illegale, sempre in base alle norme dell'UE, acquistare un panino al prosciutto a Derry che si intende mangiare sette miglia lungo la strada a Bridge End. Tanti saluti alla grande liberalizzazione del commercio.

Ma c'erano altri, persone intelligenti tra l'altro, che hanno raggiunto la conclusione opposta. Una delle loro tesi è che l'UE rappresenta un baluardo contro le politiche economiche stataliste che sarebbero state imposte dal parlamento di Westminster. Che l'UE impedisca ai governi democraticamente eletti di perseguire tali politiche è una buona cosa, perché la libertà è più importante della democrazia. Purtroppo per loro, l'UE sta distruggendo le loro argomentazioni.



Aumentare le tasse irlandesi

Nel 2008 l'Irlanda ha votato per respingere la Costituzione Europea, in parte per proteggere le loro politiche di successo incentrate su una bassa tassazione. Ma nell'ottica dell'Unione Europea votare non rappresenta un'opportunità affinché gli elettori prendano decisioni, invece rappresenta l'imposizione di decisioni già adottate dai leader dell'UE. Gli irlandesi avevano dato la risposta sbagliata, come avevano fatto quando hanno votato "No" al Trattato di Nizza nel 2001, quindi, come con il Trattato di Nizza, sono stati costretti a votare di nuovo. Hanno ricevuto assicurazioni sul fatto che il nuovo Trattato di Lisbona, la cosiddetta costituzione ribattezzata, avrebbe, tra le altre cose, salvaguardato le loro politiche fiscali. Nel 2009 hanno diligentemente votato "Sì".

Ma l'UE non abbandona mai un'idea, la rimanda solo nel tempo: adesso infatti sta ancora una volta attaccando le tasse basse dell'Irlanda. Attualmente alcune decisioni sulla politica fiscale devono essere prese all'unanimità, dando a Paesi come l'Irlanda un veto. Ma la Commissione Europea, l'organo esecutivo non eletto dell'UE, vuole porre fine a tutto ciò. È improbabile che le tasse basse, sulle quali si basa il miracolo economico dell'Irlanda, sopravvivono a lungo a tale unanimità.

Gli altri stati membri dell'UE avrebbero potuto guardare al successo irlandese e pensare: "Ecco qualcosa da emulare". Invece la vedono come qualcosa da fermare e l'UE ha i mezzi per farlo. A rafforzare questo teatro dell'assurdo, c'ha pensato la recente approvazione da parte del Parlamento Europeo della nuova direttiva sul diritto d'autore. Come ci spiega l'Economist, si tratta semplicemente di protezionismo e barriere all'ingresso su vasta scala. I sostenitori dell''UE non hanno nemici più dannosi e pericolosi della stessa UE. I cosiddetti "Remainer" sono solo gli ultimi a scoprirlo.



Nel frattempo, in Gran Bretagna...

Non c'è dubbio, però, che i "Leave" non abbiano molto di cui rallegrarsi nel comportamento delle parti a Westminster. Il Partito laburista di Jeremy Corbyn è sempre più socialista: le sue politiche di punta comprendono la rinazionalizzazione delle ferrovie, delle compagnie idriche ed energetiche, e della Royal Mail. Il più deprimente di tutti è lo stato attuale del partito conservatore. Una volta guidato da Margaret Thatcher, che aveva sulla sua scrivania una copia della Società Libera di Hayek e diceva fiera "Questo è ciò in cui crediamo", con Theresa May è tornato ad una sorta di paternalismo dirigista.

Anche così, a quasi tre anni di distanza, la tesi del libero mercato è migliore di quello dei cosiddetti "Remainer" o "riformatori (illusi) dell'UE". La Brexit potrebbe benissimo imporre alcune politiche economiche cattive, ma le imporrebbe solo sulla Gran Bretagna. L'UE, al contrario, consente a Francia e Germania (che la gestiscono praticamente) di imporre cattive politiche a tutti i 28 Paesi membri, come dimostra la spinta ad aumentare le tasse dell'Irlanda. La tesi dei cosiddetti "Remainer", secondo cui potevano acquistare maggiore libertà economica nell'UE, va in frantumi quando l'UE finisce per disprezzare la libertà economica ed abbraccia lo statalismo di Emmanuel Macron. Perché il suo protezionismo dovrebbe essere meno nocivo di quello di Theresa May o di Jeremy Corbyn?

I sostenitori di un libero mercato hanno più possibilità di invertire una cattiva politica imposta da un Parlamento locale rispetto ad una cattiva politica imposta da una burocrazia sovranazionale. È importante che il potere sia diffuso e decentralizzato. Questa è una lezione chiave del liberalismo che i "riformatori (illusi) dell'UE" hanno completamente ignorato. Con le sue azioni, l'UE gliela sta ricordando.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


giovedì 20 febbraio 2014

Il panorama inflazionistico dell'Inghilterra

Oggi smontiamo un altro mito che aleggia con una certa persistenza in Europa. Ogni volta che sentite parlare di "ripresa" o "boom" di una determinata economia, o di come abbia "miracolosamente" sconfitto la disoccupazione, chiedetevi qual è stata la politica intrapresa dalla sua banca centrale. Così come con lo zio Sam, anche in Inghilterra è stata utilizzata la stessa retorica: "l'espansione monetaria sarà una condizione temporanea, sarà invertita." Negli USA non si parla più di una strategia d'uscita. Non esiste, a meno che non si voglia scatenare una nuova recessione. Ma dato l'ammontare di errori accumulati fino ad ora dal sistema bancario e statale, è molto probabile che i pianificatori centrali perderanno definitivamente il controllo. Quindi si va avanti brancolando nel buio. Così accadrà anche in Inghilterra. Le autorità monetarie dei vari paesi del mondo hanno inondato le proprie economie con masse abnormi di credito e denaro fiduciario, solo per salvaguardare il settore bancario e statale. Può funzionare? No, perché nonostante tutto il denaro lanciato verso il problema esso non viene risolto. La prova? L'avversità a qualsiasi ritiro di denaro presso una banca. Gli asset di buona qualità non saranno sufficienti a coprire le passività delle banche.
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di John Phelan


Di recente ho scritto un articolo per Save Our Savers tentando di inquadrare la massiccia espansione della base monetaria sin dal marzo 2009 in Inghilterra con il fatto che sin da giugno 2012 l'inflazione è ormai all'interno dell'obiettivo della Banca d'Inghilterra del 2% (+/- 1%). Quest'oggi mi piacerebbe espandere un po' l'argomento.

Sin dal marzo 2009 la base monetaria della Gran Bretagna, nota anche come moneta in senso stretto o M0, è aumentata del 321%. Possiamo vedere che la maggior parte di questo denaro è finito nelle riserve bancarie, in crescita del 642% sin dal marzo 2009.


Fonte: The Bank of England, series Notes in circulation – RPWB55A, and Reserve Balances – RPWB56A


Questo è proprio quello che ci aspettavamo di vedere in seguito al Quantitative Easing della Banca d'Inghilterra, dove quest'ultima crea nuovo denaro e lo utilizza per acquistare obbligazioni dalle banche commerciali -- ed è in questo modo che il nuovo denaro diventa riserva bancaria. Le banche commerciali sono sedute su quei soldi (non li utilizzano come base per creare nuovo credito e non finiscono in M4), motivo per cui mentre M0 è letteralmente esploso, l'offerta di moneta più ampia (M4) si è appena mossa, in aumento solo del 7.4% sin dal marzo 2009.


Fonte: The Bank of England, series Notes in circulation (RPWB55A) and Reserve Balances (RPWB56A) (M0), and Monthly amounts outstanding of M4 (monetary financial institutions’ sterling M4 liabilities to private sector) (in sterling millions) seasonally adjusted  (LPMAUYN) (M4)


Questa crescita contenuta di M4 spiega il livello moderato dell'inflazione. In fin dei conti non è un mistero il perché le banche commerciali vogliano avere più riserve, basti pensare al calo del valore dei loro asset ed ai loro bilanci disastrati. La questione chiave è cosa succederà dopo.




Il grafico qui sopra mostra il rapporto tra M0 a M4 sin dal maggio 2006; quante sterline nella misura monetaria più ristretta coprono quelle nella misura monetaria più ampia. Dal 25:1 tra il maggio 2006 ed il marzo 2009, è diminuito dopo i vari Quantitative Easing fino a circa 6:01 nel settembre 2012.

Da un lato le banche potrebbero attenersi a questo nuovo rapporto più basso. Castigate dalle loro esperienze con gli asset ipotecari, potrebbero desiderare una riserva permanetemente bassa in base al rapporto con gli asset e tutti i QE serviranno solo come una vasta ricapitalizzazione delle banche.

Dall'altro, qualora dovesse arrivare una "ripresa," potrebbero iniziare ad aumentare il loro rapporto asset/riserve. Potrebbero non ripercorrere le vette vertiginose raggiunte con il 25:1, ma moltiplicheranno partendo da una base monetaria che è triplicata. La base monetaria della Gran Bretagna è ora di £362 miliardi e M4 è circa sei volte di più, £2.2 bilioni. Ma se una fiducia rinnovata nel settore bancario vedesse le banche tornare a rapporti più elevati, le cifre di M4 sarebbero le seguenti:




Nonostante ciò ci viene detto che la Banca d'Inghilterra sarà in grado di "prosciugare" dal sistema questa liquidità. Lo farebbe invertendo il QE; vendita di bond alle banche ed eliminazione del denaro ricevuto in cambio. Ma un massiccio aumento dell'offerta di bond in relazione alla loro domanda ne abbasserà il prezzo. Ciò equivarrebbe all'aumentarne i rendimenti ed equivarrebbe ad un aumento dei tassi di interesse.

Vale la pena di riflettere per un attimo sulle vendite di tali bond e sul conseguente aumento dei tassi di interesse che potrebbe essere necessario per drenare questa base monetaria del sistema finanziario. Dobbiamo sperare che l'economia possa sopportare un tale scenario o che le banche continuino a rimanere sedute su tali riserve.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/