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mercoledì 8 marzo 2023

L'inflazione sale, i palloni (spia) scendono e la guerra imperversa ancora di più

 

 

di David Stockman

Bene, almeno stiamo iniziando a fare un po' di chiarezza. L'America non è attaccata dagli alieni e probabilmente nemmeno dai cinesi. Tuttavia è sicuramente bombardata dall'inflazione, dalla febbre della guerra e, a quanto pare, dalla Northern Illinois Bottlecap Balloon Brigade (NIBBB).

Vediamo un po' di capirci qualcosa.

La recente frenesia sugli intrusi nei cieli è diventata virale sui media generalisti come la CNN e il New York Times. Forse perché lo stesso Sleepy Joe ora ci ha assicurato che gli ultimi tre intrusi abbattuti con missili Sidewinder da mezzo milione di dollari non sono stati inviati dai cinesi, dopo tutto.

“L'attuale valutazione della comunità dell'intelligence è che questi tre oggetti erano molto probabilmente palloncini legati a società private, attività ricreative o istituti di ricerca che studiano il tempo o conducono altre ricerche scientifiche”.

Quindi la sempre risibile e ridicola addetta stampa della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, ci ha assicurato che non erano nemmeno la progenie di eventuali extraterrestri.

“So che ci sono state domande e preoccupazioni al riguardo, ma non c'è NESSUNA indicazione di alieni o attività extraterrestre riguardo questi recenti abbattimenti”.

Accidenti! Buono a sapersi.

Tuttavia ora apprendiamo che ci sono altre buone notizie. Secondo una relazione di Aviation Week, almeno uno degli oggetti potrebbe essere stato un pallone lanciato per hobby e segnalato come disperso da un club dell'Illinois che li fa volare con dispositivi di localizzazione in grado di viaggiare per il mondo ad alta quota.

Questo club, la Northern Illinois Bottlecap Balloon Brigade (NIBBB), ha detto che il suo pallone da $12 con radioamatore attaccato è stato tracciato l'ultima volta tramite segnale radio il 10 febbraio a 38.910 piedi al largo della costa occidentale dell'Alaska, e che era previsto che volasse sopra il territorio dello Yukon centrale il giorno successivo, l'11 febbraio.

A proposito, quello è stato lo stesso giorno in cui un F-22 americano ha abbattuto un oggetto nella stessa area, il che lo rende sicuramente l'abbattimento più costoso della storia militare.

Ahimè, questo pallone abbattuto è scomparso nel territorio sottostante, quindi non abbiamo ancora la prova ufficiale da parte degli intrepidi difensori dello spazio aereo americano che non fosse un minaccioso Pallone Cinese. Ma il NIBBB assicura di aver lanciato quello che è noto come un "pico pallone" e che ha attraversato i territori sopra descritti nei giorni e negli orari indicati.

In ogni caso, un "pico pallone" è un palloncino argentato usato nelle feste e che trasporta un trasmettitore. Per coincidenza, un memorandum del Pentagono descriveva l'oggetto che è stato abbattuto sul Canada come un “palloncino argentato con un carico legato sotto di esso”.

Quindi, come ha twittato Edward Snowden:

[...] per favore, non ditemi che la Casa Bianca ha passato il mese di febbraio a far decollare jet da $400.000 contro PALLONCINI DA DODICI DOLLARI [...]. Signore, abbi pietà.

Sì, la minuscola cosa verde nella mano del gentiluomo qui sopra è il pericoloso "carico" che Joe Biden ha ordinato di abbattere. A scanso di equivoci, ecco un primo piano.

Fonte: qrp-labs

Rimane poi il pallone avvistato sopra il Montana a occhio nudo che ha scatenato tutta la frenesia, ma dubito seriamente che si trattasse di un pallone di sorveglianza cinese.

Dopotutto i cinesi hanno lanciato più di 100 satelliti di sorveglianza all'avanguardia, i quali hanno detto loro molto tempo fa tutto ciò che c'era da sapere sui siti missilistici americani. E, naturalmente, questo non è niente in confronto ai 350 satelliti ficcanaso di Washington (compresi i coscritti del settore privato) e che tracciano qualsiasi cosa – civile e militare – nei cieli sopra il Regno di Mezzo.

Infatti la narrativa dei Palloni Cinesi è così ridicola da ricordare ai neofiti dell'inesorabile propaganda del Deep State che sono passati quasi 63 anni da quando Gary Powers venne abbattuto sopra l'Unione Sovietica e catturato vivo. Anche questo evento dominò i titoli dei giornali di allora, in parte perché si scoprì che il suo aereo spia U-2 trasportava attrezzature fotografiche in grado di catturare immagini larghe fino a tre piedi a livello del suolo.

Ma sono passati decenni sin da allora!

Nel frattempo l'attività di sorveglianza è passata da velivoli ad alta quota a satelliti ad altitudini molto, molto più elevate, dotati di apparecchiature di sorveglianza ad alta tecnologia che persino Gary Powers avrebbe pensato fossero pura fantascienza. Sulla base di tali capacità, la Cina sapeva già tutto quello che c'era da sapere sui siti del Montana/South Dakota.

Cioè, le cose extra-segrete che non avrebbero potuto ottenere da fonti pubbliche!

Per quanto riguarda il modo in cui il "pallone cinese" ha attraversato le Aleutine in Alaska e poi si è diretto a sud nel Montana, probabilmente non è stato a causa di un pilota dell'aeronautica cinese seduto dietro uno schermo di computer e joystick in mano.

E non credetemi sulla parola. La spiegazione di seguito probabilmente proviene direttamente dalla CIA tramite il suo organo di pubblicazione altrimenti noto come Washington Post:

Quando il pallone spia cinese è entrato nello spazio aereo americano alla fine del mese scorso, le agenzie militari e d'intelligence statunitensi lo stavano seguendo da quasi una settimana, osservandolo decollare dalla sua base sull'isola di Hainan, vicino alla costa meridionale della Cina.

I monitor statunitensi hanno osservato mentre il pallone si posizionava su una traiettoria di volo che sembrava lo portasse sul territorio statunitense di Guam. Ma da qualche parte lungo quella rotta orientale, l'oggetto ha preso una svolta a nord inaspettata, secondo diversi funzionari statunitensi, i quali hanno affermato che gli analisti stanno ora esaminando la possibilità che la Cina non intendesse penetrare nel cuore degli Stati Uniti con il suo dispositivo di sorveglianza aerea.

Intorno al 24 gennaio, quando il pallone si sarebbe trovato a circa 1.000 miglia a sud del Giappone, le simulazioni mostravano che avesse iniziato a guadagnare velocità e virare rapidamente verso nord. Ciò sarebbe stato in risposta a un forte fronte freddo che aveva  scatenato aria eccezionalmente gelida sulla Cina settentrionale, sulla penisola coreana e sul Giappone.

Normalmente i movimenti di sterzata atmosferici avrebbero mantenuto il pallone su una rotta molto più da ovest a est, come mostrano i dati meteorologici storici. Tuttavia l'intenso fronte freddo ha costretto la corrente a getto e le correnti ad alta quota a scendere verso sud, portando il pallone verso nord.

Il pallone ha sorvolato le isole Aleutine dell'Alaska a migliaia di miglia di distanza da Guam, quindi è andato alla deriva sul Canada, dove ha incontrato forti venti che l'hanno spinto a sud negli Stati Uniti, hanno detto i funzionari, parlando a condizione di anonimato. Un jet da combattimento statunitense ha abbattuto il pallone al largo della costa della Carolina del Sud il 4 febbraio, una settimana dopo aver attraversato l'Alaska.

Questo nuovo resoconto suggerisce che la conseguente crisi internazionale che ha acuito le tensioni tra Washington e Pechino potrebbe essere stata in parte il risultato di un errore.

Ma non mi dire!

Ma pensate anche solo alle implicazioni. Washington è così piena di febbre da guerra che a quanto pare sono bastati due fronti freddi, uno sulla Cina settentrionale e uno sul Canada occidentale, per trasformare questo "pallone cinese" errante in un minaccioso attacco alla sovranità americana stessa.

Come ha detto il sempre perspicace Moon of Alabama, l'isteria per quanto riguarda i palloni volanti non è mai stata credibile sin dall'inizio:

Quanto detto respinge anche le ridicole affermazioni del Pentagono secondo cui il pallone aveva eliche e un timone ed era quindi manovrabile. Non c'è nulla che le eliche a energia solare possano fare quando un oggetto come un pallone a 200 piedi da terra è alla deriva e in preda a venti a 200 mph. L'idea è decisamente delirante. L'unico modo per guidare in qualche modo un pallone è alzare o abbassare la sua quota finché non si trova una corrente d'aria che lo spinga nella direzione desiderata. Mentre questo può funzionare a un'altitudine di poche centinaia di piedi, non c'è alcuna possibilità che possa accadere nell'atmosfera superiore.

Se l'attacco con il "pallone cinese" era più o meno "falso", questo stesso ciclo di notizie comprendeva un altro attacco al territorio sovrano che invece era decisamente reale. Ci riferiamo alle rivelazioni esplosive di Seymour Hersh secondo cui Washington era davvero il colpevole dietro all'attentato del gasdotto Nord Stream.

Come ha riassunto Jim Kunstler:

Se pensate che le ragioni alla base della prima guerra mondiale fossero incomprensibili, immaginate cosa penseranno gli storici del futuro riguardo la terza guerra mondiale. Alcune persone hanno scatenato qualcosa in Ucraina... e poi gli Stati Uniti hanno fatto saltare in aria la principale linea di approvvigionamento energetico del loro alleato nella NATO, la Germania...

Strano, no? Una persona sana di mente in un mondo sano definirebbe il sabotaggio del gasdotto Nord Stream un atto di guerra contro una nazione amica, poiché il risultato è stato quello di distruggere le basi dell'industria tedesca, per non parlare del benessere interno dei cittadini tedeschi. Grazie all'ottantacinquenne Seymour Hersh, l'investigatore indipendente che ha scoperto il massacro di My Lai nel 1969 e ha riferito delle buffonate depravate dei carcerieri americani nella prigione di Abu Ghraib in Iraq nel 2004, abbiamo una buona idea di come il Nord Stream sia saltato in aria.

Per un anno prima dell'operazione, Joe Biden e il sottosegretario di stato, Victoria Nuland – architetto del colpo di stato di Maidan nel 2014 in Ucraina e che ha dato il via alle attuali ostilità lì – hanno blaterato di "porre fine" ai Nord Stream. Curiosamente i tedeschi non hanno detto nulla. Nel frattempo gli Stati Uniti avevano stipulato un accordo per rafforzare le basi militari in Norvegia, uno dei primi firmatari della NATO (1949), e mettere in scena il sabotaggio del Nord Stream. Naturalmente la Norvegia, essendo l'unico esportatore di petrolio e gas nell'Europa occidentale, aveva interesse a eliminare la concorrenza.

Nel giugno del 2022, sotto la copertura di un'esercitazione navale annuale della NATO nel Mar Baltico, i sommozzatori della Marina degli Stati Uniti hanno attaccato mine al gasdotto Nord Stream. Quelle mine avevano inneschi che potevano essere attivati ​​da remoto in qualsiasi momento e quel momento è arrivato il 26 settembre... kaboom!

La Nuland e il segretario di stato, Antony Blinken, hanno gongolato pubblicamente. Naturalmente gli Stati Uniti hanno dato la colpa alla Russia. I media generalisti americani hanno amplificato l'accusa, nonostante l'assurdità della notizia in sé dato che significava che la Russia aveva saltare in aria la sua fonte più redditizia di entrate attraverso l'export. Il New York Times finora non ha fatto menzione del recente aggiornamento di Hersh sul sabotaggio del Nord Stream.

Anche la Germania non ha quasi fatto capolino, né il resto dell'Europa occidentale, che ora si trova di fronte a un futuro che sembra, dal punto di vista energetico, un ritorno abbastanza rapido al XIV secolo. Forse sono tutti stufi della vita moderna, di tutti quei fastidiosi bagni e finzioni nei caffè illuminati. Sotto la guida sagace del WEF stanno tutti diventando "verdi"... ma verde come le foglie del tiglio, o verde come le vene ammuffite del formaggio Roquefort? Immagino che lo scopriremo.

Infine non trascuriamo l'altro attacco anche: l'ennesima esplosione di pressione inflazionistica che ha messo KO l'illusione di Wall Street che la battaglia dell'inflazione fosse stata vinta e che la FED avvierà presto le sue rotative per un altro giro di baldoria monetaria.

L'aumento del 6,3% su base annua dell'IPC a gennaio è stato ben più marcato del previsto, ma ciò che ha davvero destato preoccupazione sono state le nuove indicazioni a monte che l'inflazione non si sta raffreddando rapidamente come era stato previsto sia dai permabull che dai tirapiedi di Biden.

Ad esempio, i prezzi all'ingrosso si stanno stabilizzando a un livello elevato, con il PPI di gennaio che si attesta a +8,7% su base annua. Tuttavia il fatto è che se i prezzi alla produzione non scendono rapidamente, non c'è praticamente alcuna possibilità che i prezzi al dettaglio (a valle) scendano nei mesi immediatamente successivi.

Inoltre, tenendo conto dell'"effetto base", che è evidente nel grafico qui sotto, l'effettivo plateau è ancora più pronunciato quando l'impatto dei cali temporanei del 2020 viene rimosso tramite l'analisi a due anni. Dall'inizio del 2022 non c'è stato praticamente alcun indebolimento del tasso a due cifre nel PPI.

Variazione annua dei prezzi alla produzione per i prodotti finiti, base su due anni:

• febbraio 2022: +8,2%

• marzo 2022: +10,3%

• aprile 2022: +12,4%

• maggio 2022: +12,2%

• giugno 2022: +13,4%

• luglio 2022: +12,2%

• agosto 2022: +11,6%

• settembre 2022: +11,7%

• ottobre 2022: +11,9%

• novembre 2022: +12,1%

• dicembre 2022:+10,9%

• gennaio 2023: +11,0%

Variazione annua dell'indice PPI per i prodotti finiti, 2020-2023

Il plateau della pressione inflazionistica a monte è ancora più pronunciato nel caso del PPI per i servizi. Dopo che il tasso annuo ha raggiunto il picco durante la metà del 2022 (linea viola), il tasso mensile (linea marrone) si è stabilizzato a circa il 5%, provocando un appiattimento anche dell'indice annuo.

In breve, l'attacco inflazionistico all'economia statunitense è tutt'altro che terminato e il riluttante ritorno della FED a tassi d'interesse che superano quello d'inflazione ha ancora molta strada da fare.

Indice dei prezzi alla produzione per i servizi: variazione annua rispetto al tasso di variazione mensile, da febbraio 2020 a gennaio 2023

In questo contesto i prezzi delle auto usate, che hanno abbassato l'IPC sin dalla metà del 2022, mostra che anch'essi hanno nuovamente accelerato per il secondo mese consecutivo.

Cox Automotive ha riferito che il suo Manheim Used Vehicle Value Index, che tiene traccia dei prezzi d'asta delle auto usate all'ingrosso, è aumentato di nuovo, questa volta del 4,1% da gennaio fino ai primi 15 giorni di febbraio.

Secondo Cox “stiamo parlando del più grande aumento a febbraio sin dal 4,4% nel 2009”.

Si dà il caso che i prezzi di Manheim abbiano un vantaggio di due mesi sull'indice IPC riguardo auto usate e autocarri. Mentre la relazione sull'IPC a gennaio ha mostrato un leggero calo dei veicoli usati, i dati in tempo reale di cui sopra indicano che i prossimi 2-3 mesi vedranno un notevole rimbalzo in questa categoria IPC a causa del suo ritardo.

Infatti la correlazione storica lascia poco spazio ai dubbi: l'indice Manheim ad alta frequenza e in tempo reale rivela che le future letture dell'IPC per le componenti auto usate e autocarri saranno molto probabilmente nettamente superiori nei prossimi mesi.

La ragione non è difficile da capire: i nostri stimati leader in entrambi gli schieramenti politici hanno la minima idea di ciò che sta realmente accadendo nel mondo?

Forse sì, ma evidentemente non lo dicono al popolo americano.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 3 marzo 2023

Laddove il Giappone si arrese, la Cina andrà avanti

 

 

di Francesco Simoncelli

Per capire il messaggio di questo fantoccio è necessario rivedere un po' la storia del Giappone. Dopo le bombe atomiche sganciate sul suo suolo dagli Stati Uniti, il Paese ha sviluppato una sorta di sudditanza e sottomissione nei confronti dello zio Sam. Sebbene più di recente sia diventato palese come il Giappone fosse il "laboratorio" degli Stati Uniti in materia di politica monetaria, dato che è stato il paziente zero del quantitative easing, in realtà sin dalla fine della seconda guerra mondiale lo è stato anche dal punto di vista sociale, industriale e culturale. Una prova in merito è la quantità di neologismi anglofoni che si sono sviluppati negli ultimi ottant'anni e che imperversano tutt'ora nel parlato giapponese. Ma al di là di ciò, e restando nel reame socioeconomico, possiamo osservare che le riserve in valuta estera da parte del Giappone sono investite esclusivamente in asset denominati in dollari. Se ci spostiamo un po' nel resto del continente asiatico, e prendiamo ad esempio la Corea del Sud che ha assetti politici ed economici simili a quelli giapponesi, le cose cambiamento nettamente.

Potremmo definirlo il "salvatore di ultima istanza", dato che questa linea di politica è stata molto utile nel corso della storia, soprattutto prima che saltasse in aria l'accordo di Bretton Woods. Inutile ricordare che dopo la seconda guerra mondiale le nazioni del mondo, piuttosto che ritornare a un gold standard, o un gold exchange standard focalizzato su due poli come accadde dopo la prima guerra mondiale, accettarono di considerare il dollaro il punto di riferimento per gli scambi commerciali internazionali e la Federal Reserve la banca di riferimento in caso di cash out dell'oro in essa parcheggiato. Molto dell'oro europeo era stato depositato presso di essa durante la seconda guerra mondiale e dopo, quindi la consuetudine d'averla come hub "affidabile" per il metallo giallo divenne legge con l'incontro a Bretton Woods. Il problema è che, come sottolineò anche Triffin a suo tempo, una valuta di riserva mondiale finisce per sviluppare i cosiddetti "deficit gemelli" (commerciale e interno) che alla fine portano a una costante erosione della fiducia nella valuta di riserva mondiale.

Senza contare che, parallelamente a questo fenomeno, se ne stava sviluppando un altro sulla scia del Piano Marshall: la nascita dell'eurodollaro. Ancora oggi nessuno sa a quanto ammonta con precisione questo sistema e che nel tempo ha costretto gli USA ad adeguarsi a situazioni di crisi che hanno costretto la FED a intervenire senza che ce ne fosse direttamente bisogno in patria. Il problema di fondo, inutile dirlo, è sempre e solo la pianificazione centrale dell'economia, alimentata ancor di più dalla natura fiat del denaro e soggetta all'arbitrio di un gruppo ristretto d'individui. Oltre a essere un mezzo di scambio, il denaro è un mezzo di comunicazione: veicola informazioni economiche tra gli attori di mercato. Quanto più precise sono queste informazioni, tanto più efficiente sarà l'ambiente economico; tanto più distorte saranno suddette informazioni, tanto più inefficiente sarà l'ambiente di mercato... e tanto più sensibile al ciclo boom/bust.

Il 1971 ha rappresentato un primo punto di rottura, reso indispensabile dalla necessità di placare governi esteri, come la Francia, che volevano ritirare il proprio oro dagli Stati Uniti. Inutile dire che anche qui ci sarebbe molto da dire, visto che l'oro parcheggiato sui lidi statunitensi, visto che non rendeva niente fermo lì, è stato rifuso in nuovi lingotti e dato in leasing altrove. D'un tratto c'erano due titolari che avevano la stessa rivendicazione sugli stessi lingotti: per quanto non potesse essere un problema per le trame nell'ombra, lo sarebbe diventato a livello d'imbarazzo alla luce del sole nel momento in cui i nodi sarebbero venuti al pettine. È l'essenza della bancarotta delle banche centrali moderne: non un problema contabile, per tutte tranne la BCE, bensì un problema d'immagine e infallibilità. La soluzione fu chiudere definitivamente la possibilità di ritirare oro presso la FED e demonetizzarlo una volta per tutte. In parole povere, nonostante gli abusi crescenti che gli stessi statunitensi avevano fatto del sistema monetario fiat, attraverso le politiche "Guns and butter" di Johnson sostanzialmente, non si sapeva come affrontare il problema del sistema bancario ombra che all'epoca era solo agli albori e già aveva fatto enormi danni. Presi dal panico, perché anche i pianificatori centrali cedono al panico, la risposta fu una pulizia dei mercati statunitensi tramite la recessione Carter/Volcker e lo sfruttamento dello stesso sistema ombra che aveva portato guai sui lidi statunitensi.

La finanziarizzazione progressiva delle economie mondiali le ha rese altrettanto sensibili al più piccolo shock nella catena d'intermediazione finanziaria che col tempo s'è sviluppata. La presunzione di conoscenza è stata quella di poter cavalcare questa tigre e pensare che le conseguenze sarebbero emerse in un futuro imprecisato, oltre all'arrogante determinazione di poter calciare la lattina ancora un po' più in là lungo la strada. È fondamentale comprendere il ruolo del sistema bancario ombra in questa storia, perché esso spiega le varie mosse che si sono susseguite nel tempo per cercare di arginare una diga in lenta frantumazione.

Quindi, tornando per un momento agli USA pre-1971, il costante deflusso di oro dalle riserve statunitensi attraverso il commercio doveva essere compensato in qualche modo da attori internazionali desiderosi di acquistare asset denominati in dollari piuttosto che fare cash out del metallo giallo. E qui entrarono in gioco i "sudditi" perfetti: i giapponesi accettarono un accordo per consentire allo yen di apprezzarsi e detenere titoli del Tesoro statunitensi come riserve estere piuttosto che l'oro. Sorpresa, sorpresa, cari lettori, i mercati dei cambi sono manipolati da market maker, i quali hanno in mente determinati obiettivi da far raggiungere agli asset di riferimento. Non importa quanto ci vorrà, ma accadrà; le regole convenzionali dell'analisi tecnica sono il loro modo per darsi delle regole da rispettare (il più delle volte) affinché i polli non capiscano l'inganno. L'accordo tra USA-Giappone riguardo lo yen portò a un "trade del decennio", anche due, molto profittevole: dal 1970 al 1990 posizionarsi long riguardo lo yen sarebbe stato vincente; non più poi dal 1990 in poi.

Nel 1980 venne eletto Ronald Reagan e la linea di politica negli Stati Uniti, come già sottolineato in precedenza, passò da un focus sul mondo del lavoro a un focus sul mondo finanziario. Uno dei principi chiave di una tale linea di politica era la libertà di acquistare ovunque fosse più conveniente, senza tener conto di alcun costo politico. Se il Giappone offriva una produzione di automobili più economica, allora era legittimo acquistare auto giapponesi, per esempio.

Consentire alle case automobilistiche giapponesi di competere direttamente con le case automobilistiche statunitensi ebbe anche un vantaggio secondario: il potere sindacale negli Stati Uniti era molto forte nel settore automobilistico, ma aprendolo alla concorrenza straniera, contribuì a ridurre il potere e l'influenza dei sindacati. Il Giappone venne usato come martello per spezzare il potere sindacale degli Stati Uniti, soprattutto nel settore privato.

Il boom della produzione giapponese negli anni '80 portò la nazione anche a superare l'industria dei semiconduttori statunitense. Poiché il mercato giapponese dei semiconduttori era dominato da produttori interni, ciò significava che alla fine degli anni '80 essi detenevano la quota di mercato maggiore. Ed è qui che iniziarono i problemi per i giapponesi: se avessero mantenuto il loro vantaggio tecnologico rispetto agli Stati Uniti, avrebbero dovuto affrontare una crescente pressione politica da parte di questi ultimi. La scelta quindi era duplice: soccombere, o tornare alle disastrose linee di politica degli anni '30 e competere apertamente contro gli Stati Uniti.

L'avanzamento tecnologico asiatico, Cina esclusa, è stato per molti anni superiore a quello degli Stati Uniti, sebbene le società statunitensi abbiano fatto registrare quote di mercato maggiori, motivo per cui anche se le vendite in Asia, Cina esclusa, sono state superiori a quelle degli Stati Uniti, la quota di mercato statunitense è rimasta superiore a quella di Giappone, Corea del Sud e Taiwan messi insieme. Va ricordato che non solo la Corea del Sud e Taiwan sono alleati militari degli Stati Uniti, ma entrambe sono ex-colonie del Giappone; inoltre né la Corea, né Taiwan hanno un equivalente sul suolo patrio di Tokyo Electron (produttore di apparecchiature per semiconduttori). Da notare, comunque, come si è espansa negli ultimi decenni la capacità della Cina nel campo dei semiconduttori, parte di un processo di emancipazione internazionale di cui discuterò nella prossima sezione e motivo per cui è ritenuta una minaccia all'unipolarismo mondiale a guida USA.

In sostanza, alla fine degli anni '80 il Giappone era un concorrente strategico degli Stati Uniti e ha preferito la stagnazione e una vita pacifica piuttosto che la rottura con lo zio Sam. Il Giappone è stato trasformato da concorrente strategico in alleato degli Stati Uniti, e dato il disastro che la seconda guerra mondiale fu per il Giappone, una decisione comprensibile. Utilizzando questa linea di pensiero, l'Abenomics ha segnato un cambiamento politico in Giappone, passando dal declino "gestito" a qualcos'altro.


LA SFERA D'INFLUENZA CINESE CRESCE

Aver ricordato la storia del Giappone ci permette, quindi, di capire il motivo per cui lo scontro Stati Uniti-Cina è entrato nel vivo. L'egemonia statunitense stessa è in gioco e l'obiettivo reale, nonostante tutte le guerre per procura, le sanzioni e le chiacchiere del maisntream, è la Cina. Da dove deriva questa minaccia percepita? Detto in parole povere, la Cina sta passando dall'essere una nazione orientata all'export a una nazione più "riflessiva", intenzionata a potenziare il settore interno. Ha cavalcato l'onda della globalizzazione accogliendo con gioia l'outsourcing di industrie e capitali provenienti dall'estero, sebbene il prosciugamento delle risaie di manodopera a basso costo sia un evento una tantum. L'effetto disinflattivo che hanno avuto la globalizzazione e le supply chain complesse ha permesso alle banche centrali di godere di un free ride non indifferente, ciarlando del proverbiale obiettivo d'inflazione al 2%. Ma quell'epoca è finita adesso e con essa tutte le distorsioni causate dalla ZIRP.

Nel frattempo la Cina ha stretto nuove alleanze, gettato le basi per un mondo multipolare e, soprattutto, non è particolarmente sensibile a shock dell'offerta dovuto alla riorganizzazione della logistica. Mentre l'Occidente si crogiolava sugli allori di una produzione a basso costo presumibilmente perenne, la Cina ha accumulato know-how, capitali e una certa affidabilità da parte dei suoi partner asiatici, rendendola un riferimento "spontaneo" nella regione e non imposto. La sua intenzione è adesso quella di espandere tale affidabilità, o almeno la sua percezione, anche ad altre nazioni. Prima di passare ai retroscena geopolitici, però, è bene approfondire il tema di come l'influenza della Cina sia cresciuta nel mondo, sia a livello commerciale che economico, in modo da comprendere pienamente il motivo per cui essa è una minaccia come il Giappone degli anni '80.

Infatti l'intelligence statunitense è "preoccupata" dalla sfera d'influenza che si sta espandendo a macchia d'olio da parte della Cina, non solo nei Paesi limitrofi ma addirittura negli Stati Uniti stessi. Una situazione analoga a quella che è emersa lo scorso dicembre in Italia, dove l'Ong Safeguard ha documentato l'esistenza di una sorta di "centri di polizia cinesi" attivi in diversi Paesi e ben 11 di questi presenti sul suolo italiano. Ma ovviamente la ramificazione non si ferma qui, sarebbe una connessione troppo labile. Infatti è l'energia la componente cruciale su cui la Cina sta puntando per estendere la sua sfera d'influenza altrove, non solo, ovviamente, per alimentare la macchina produttiva interna. In un recente pezzo pubblicato su Oilprice.com possiamo leggere come l'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai stia portando avanti questo compito:

In cima all'agenda energetica della Cina c'è il Medio Oriente, con l'obiettivo immediato di assicurarsi le più grandi riserve di petrolio e gas con cui continuare ad alimentare la propria crescita economica. L'obiettivo economico della Cina è superare gli Stati Uniti in termini di prodotto interno lordo entro i prossimi 10 anni e diventare la prima superpotenza economica mondiale. Pertanto non è solo sufficiente che la Cina si assicuri i più grandi bacini di petrolio e gas in Medio Oriente, regione che ancora rappresenta il più grande serbatoio collettivo mondiale di tali idrocarburi, ma anche che se li assicuri a spese degli Stati Uniti. Questo modello di crescita economica esponenziale alimentato dal petrolio mediorientale è quello che gli stessi Stati Uniti hanno utilizzato per molti decenni e ha senso che la Cina faccia lo stesso, approfittando anche della titubanza dell'Occidente nei confronti dei combustibili fossili. La riluttanza dell'Occidente a portare avanti gli investimenti nel petrolio e nel gas, mentre allo stesso tempo non costruisce un ponte infrastrutturale adeguato per passare all'energia verde come sostituto – in particolare il mancato investimento nell'energia nucleare – ha consentito alla sfera d'influenza cinese di sfruttare due enormi vantaggi. In primo luogo, la Cina ha continuato a utilizzare qualsiasi combustibile desiderasse per alimentare la propria crescita e a un costo molto inferiore rispetto alle alternative verdi dell'Occidente; in secondo luogo la mancanza di ponti infrastrutturali di transizione verso l'energia verde in Occidente ha reso l'Unione Europea dipendente dal grande partner della Cina in questo schema, ovvero la Russia.

Al vertice della struttura di potere cinese, Xi Jinping è un uomo che, oltre a comprendere appieno come gli Stati Uniti hanno forgiato la loro crescita negli ultimi 100 anni circa (l'acquisto di petrolio a buon mercato dal Medio Oriente è una componente chiave), comprende anche come ha fatto il Regno Unito nei 100 anni precedenti.

Un appunto sulla mancanza dei "ponti infrastrutturali di transizione" assenti in particolare in Europa: questa è una strategia deliberata da parte dei tecnocrati europei, come i lettori di questi blog sanno molto bene. Ma tornando all'argomento della nostra discussione, l'estratto qui sopra presentato sottolinea l'essenza strategica dell'energia a basso costo, efficiente e densa nel far progredire una società complessa e prospera. Negli ultimi due decenni la presenza economica della Cina è cresciuta in modo significativo in tutto il mondo, ma i progressi più importanti sono stati fatti in Medio Oriente e in particolar modo l'Arabia Saudita.

Nel 2001 il commercio dell'Arabia Saudita con la Cina era solo un decimo rispetto a quello combinato con l'UE e gli Stati Uniti. Sebbene il valore totale fosse modesto all'epoca, da allora è aumentato costantemente quasi ogni anno. Nel 2011 la Cina aveva superato per la prima volta gli Stati Uniti nel valore del commercio bilaterale con l'Arabia Saudita e nel 2018 aveva superato quello del Paese mediorientale con l'intera UE. Oggi la Cina è il partner commerciale più grande con l'Arabia Saudita rispetto al resto dell'Occidente messo insieme.

Lo status della Cina come partner commerciale principale dell'Arabia Saudita è documentato dal fatto che essa è il più grande acquirente di petrolio greggio al mondo e ne acquista più dall'Arabia Saudita che da qualsiasi altra parte. Quasi la metà del commercio bilaterale da $87,3 miliardi tra le due nazioni nel 2021 era costituita da importazioni cinesi di greggio. Ciò rappresentava il 77% delle importazioni totali della Cina dall'Arabia Saudita, le quali comprendevano anche merci come la plastica, un prodotto petrolifero. L'Arabia Saudita, nel frattempo, ha importato beni per un valore di oltre $30 miliardi, tra cui apparecchiature tecnologiche, telefoni e apparecchi elettronici.

A livello commerciale, poi, si potrebbero spendere fiumi d'inchiostro per descrivere l'avanzata cinese nel mondo, ma l'animazione che trovate su Visual Capitalist vale più di mille parole: fa vedere in modo esaustivo come l'iniziativa "One Belt, One Road" abbia progressivamente conquistato il mondo commerciale. Senza contare poi che la Cina è il primo Paese al mondo che ospita giacimenti di terre rare, risorse indispensabili per realizzare il sogno del "Green New Deal" europeo e statunitense. Di conseguenza la dipendenza commerciale estera non potrà far altro che aumentare, o perlomeno non diminuirà rispetto ai livelli finora raggiunti. E non dimentichiamoci che con il commercio vanno a braccetto due cose: le assicurazioni e la valuta. Le prime, infatti, stanno lasciando i centri finanziari e blasonati, come Londra ad esempio, e si spostano in nuovi centri che sono ansiosi di guadagnare credibilità a livello mondiale, come in India ad esempio. Visto che il commercio marittimo è in gran parte ad appannaggio di Russia, Cina e Asia, va da sé che tra sanzioni economiche e condanne nei confronti della Russia l'alternativa è d'obbligo. Per quanto riguarda la valuta, i BRICS hanno intenzione di svilupparne una nuova e internazionale per emanciparsi dal dollaro e da quelle occidentali che sono state "militarizzate". Siamo ancora nelle prime fasi, ma ciò che vale la pena di notare è che questo nuovo sistema monetario non sarà basato sul debito, in cui i partecipanti sono legati ad esso come servi. E infatti sarà coperto da merci e commodity.

L'importanza di questo nuovo sistema monetario non è tanto l'emancipazione da quelli esistenti, bensì il riconoscimento che esistono manipolazioni ad hoc in questi ultimi affinché vadano a vantaggio di alcuni e a scapito di tutti gli altri. Infatti il neonato Moscow World Standard ha intenzione di sostituirsi alla London Bullion Market Association, con la proposizione ben scandita di mettere fine alle manipolazioni di prezzo (al ribasso) dei metalli preziosi. Poi c'è lo SPFS, l'equivalente dello SWIFT occidentale ma di matrice russa, il quale ha l'obiettivo di integrare le nazioni e non sanzionarle secondo i capricci arbitrari di tecnocrati di turno. Insomma, la multipolarità del Sud del mondo sta emergendo in diverse sezioni della vita socioeconomico e per quanto la Cina non voglia ricoprire un ruolo egemonico come fatto dagli Stati Uniti finora (altrimenti i BRICS finirebbero sedutastante), vuole comunque essere un punto di riferimento.

Dal punto di vista monetario, lo sta diventando e l'ultima nazione che s'è associata allo yuan è l'Iraq. La banca centrale irachena ha annunciato che prevede di consentire il saldo degli scambi dalla Cina direttamente in yuan invece che in dollari. “È la prima volta che le importazioni dalla Cina verranno saldate in yuan, poiché finora sono state sempre saldate solo in dollari”, ha detto alla Reuters il consigliere economico del governo, Mudhir Salih. Dall'inizio della guerra in Ucraina diverse nazioni del Sud del mondo hanno iniziato ad allontanarsi dal dollaro nel commercio bilaterale con la Cina. Molti altri hanno scelto di aumentare le proprie riserve di yuan in un momento storico in cui l'egemonia del biglietto verde continua a indebolirsi.

Diversamente dagli anni dal Giappone degli anni '80, i guai economici si sono ingigantiti per l'Occidente rendendolo alquanto debole e fragile. La Cina è cresciuta, dapprima in sordina poi in modo manifesto, e adesso vuole approfittare del confronto tra Europa e Stati Uniti, oltre a scommettere sulla cancrena economica che s'è accentuata negli ultimi 40 anni. Gli Stati Uniti, infatti, non sono mai stati così esposti. E se davvero esiste un concorrente per il ruolo di valuta di riferimento mondiale oltre al dollaro, ebbene quel ruolo è tutto per lo yuan.


CONCLUSIONE

Il tweet di apertura di questo articolo è significativo: come fa a sapere un piccolo burattino il destino del mondo prima ancora che i fili vengano mossi? Non è un caso che a rafforzare questa tesi è arrivata dapprima la voce forte degli Stati Uniti, segnalando grossi guai militari in caso di rifornimento attivo di materiale bellico da parte della Cina nei confronti della Russia, e successivamente il fermento che sta montando nel Pacifico. Tecnocrati, pianificatori centrali e fazioni varie in questo grande gioco sanno benissimo che la partita geopolitica ed economica a cui giocano è arrivata a un punto di svolta: come sottolineava Mises in tempi non sospetti, quando l'ago della bilancia, in un'economia "mista", si sposta inesorabilmente verso il socialismo, il risultato è un caos pianificato. All'interno degli Stati Uniti ci sono diverse fazioni che stanno lottando affinché emerga la loro visione di piano futuro per rimettere in ordine i conti economici della nazione dopo decenni di deformazioni economiche, ma una cosa è certa: tutti vogliono tenere in piedi la supremazia statunitense per il futuro prossimo.

Sebbene il WEF abbia tentato di scalare la piramide del potere negli USA, dapprima con la crisi sanitaria e poi con la proxy war in Ucraina, facendo credere a tutti i player d'essere a bordo di un singolo piano per "salvare" il mondo dal default, credeva di poter gestire i neocon e usarli come "utili idioti". Non lo sono e se scatenati sono i peggiori guerrafondai: l'odio atavico dei neocon inglesi nei confronti della Russia e la volontà di smorzare l'imperialismo cinese incalzante da parte di quelli americani rappresentano il motore che continua ad alimentare la guerra e il patto faustiano che il WEF ha stipulato per avere un aggancio (uno tra i tanti altri) nelle relative società. Possiamo pensare al WEF come a un'agenzia di consulenza chiamata in causa per escogitare una exit strategy dal caos pianificato incalzante; ecco perché nel corso del tempo abbiamo visto il tramonto progressivo della politica nella vita pubblica e l'ascesa dei tecnocrati. Il problema è che la loro soluzione assomigliava sempre più a una tirannia digitale e alla fine andava a discapito anche degli interessi di coloro che invece doveva salvaguardare. Il modello cinese non ha convito tutti e soprattutto non in un momento storico in cui la Cina sta lavorando per competere con gli USA sulla scena geopolitica mondiale. Ecco che sono emerse spaccature all'interno di quello che all'inizio era una coalizione in questa gigantesca partita di Go, con la relativa frammentazione del mondo occidentale e l'unione di quello del Sud del mondo (BRICS).

Il WEF è rimasto col cerino in mano e i suoi piani di riformare il mondo attraverso la tecnocrazia si stanno spiaggiando, ciò che rimane è un manipolo di aspiranti tiranni che continuano a portare avanti la loro agenda assediati, però, da un lato dalla superpotenza asiatica che ha ritirato l'energia a basso costo e dall'altro dalla superpotenza americana che ha ritirato il capitale. Il risultato è il solito: tutti i piani presumibilmente ben congeniati da parte dei pianificatori centrali finiscono sempre in fallimento. E l'Europa sarà infatti l'epicentro del Grande Default.

Ricordate una cosa, però, cari lettori, qui nessuno è vostro amico: tecnocrati e pianificatori centrali faranno di tutto per salvare lo status quo e questo significa continuare a depredare il bacino della ricchezza reale nel processo. Schierarsi a favore dell'una o dell'altra parte nel dibattito politico, qualunque sia l'argomento, significa dichiararsi volontari per essere carne da macello sia a livello fiscale che a livello fisico. Per questo motivo è essenziale capire le cause di fondo dell'attuale stato di cose in modo da proteggersi e avvantaggiarsi rispetto ai propri pari che invece decidono volontariamente di andare al macello. È una guerra tra bande alla fin fine, il cui modello di saccheggio giustificato dal keynesismo è arrivato all'ultimo giro di giostra. Anche la Cina, infatti, è un gigantesco abominio keynesiano e ha le sue criticità a livello economico, ma questa è una race to the bottom e la vince chi arriva ultimo. Cina e Stati Uniti si stanno contendendo tal posto. L'Europa è fuori dai giochi, così come i suoi piani di gloria: scalare gli Stati Uniti e presentarsi di fronte alla Cina come partner paritario. Alleanze e contro-alleanze del WEF avevano lo scopo di arrivare a questo esito, facendo leva sulla presunta superiorità della cultura socioeconomica occidentale. Un tempo lo era, ma i cinesi hanno visto il bluff: è ormai una scatola vuota, svuotata da anni e anni di degrado monetario il quale ne ha inevitabilmente portato uno sociale. In parole povere, l'UE sarà spolpata fino all'osso nel confronto tra cinesi e americani.

Di conseguenza non è che se vince la NATO le cose andranno meglio, o se, viceversa, vince la Russia le cose andranno meglio: indipendentemente dal percorso si sta stabilendo sotto quale parrocchia ogni singola nazione si trasferirà. Il sistema BRICS ha l'obiettivo di creare una valuta internazionale basata sull'oro e le commodity, mentre il sistema europeo ha l'obiettivo di creare una valuta digitale controllata dalla banca centrale. In entrambi i casi è un sistema fatto apposta per tenere sotto scacco i sudditi e usarli come linfa per i propri scopi egemonici. Gli Stati Uniti invece sono divisi al loro interno, perché parallelamente a una soluzione ancora dirigista ce n'è un'altra decentralizzata. Innanzitutto la fazione dei "New York Boys" sta spremendo finanziariamente l'UE attraverso il prosciugamento del mercato degli eurodollari e l'emancipazione della FED dall'indicizzazione dei debiti interni attraverso il LIBOR. La volontà è quella di preservare in qualche modo la classe media americana, puntando sulla sua resilienza nonostante una recessione incombente. Non sono ciechi di fronte al potenziale rappresentato da Bitcoin e non è nemmeno un caso che gli USA continuino a mostrare, seppur indirettamente, un atteggiamento laissez-faire riguardo questo settore. Ultimo caso in ordine cronologico il Wyoming. Poi ci sono gli infiltrati della cricca di Davos, come la Yellen ad esempio, ma sono finiti in minoranza, e i neocon che per quanto possano favorire una soluzione top-down sono attualmente più impegnati a un confronto con la Cina piuttosto che ai guai interni. L'intensificarsi della guerra russo-ucraina va a loro vantaggio e non sorprende che molto probabilmente, come sottolineato da Seymour Hersh, ci siano loro dietro il sabotaggio del Nord Stream (con complicità della Norvegia). Due piccioni con una fava: minacciare implicitamente la Cina e punire l'UE per la sua "insubordinazione". Non dimentichiamo, infatti, che l'Unione Europea è un prodotto nato negli anni '20 negli USA dalla mente di Monnet, Fosdick e Rockefeller: un esperimento di laboratorio socialista.

Si suol dire "attenzione a quello che si desidera perché si può avverare", ebbene il Grande Reset non più a favore della cricca di Davos ma è stato rivoltato contro di loro. Volevano la decrescita e la stanno ottenendo alla grande, con la Germania che è stata messa in ginocchio dal punto di vista industriale. Dopo anni ad aver pasteggiato con l'energia a basso costo della Russia e i mercati dell'export cinese disponibili, l'Europa sembrava inarrestabile. Sono bastati un paio di rialzi dei tassi e un po' d'inflazione dei prezzi per far cadere questo castello di carte. La BCE, poi, sta andando alla cieca. Le industrie tedesche stanno delocalizzando o in Cina o negli Stati Uniti, e questo a sua volta si ripercuoterà a cascata sul resto della filiera a essa associata, compresa l'Italia. Senza contare poi l'approvvigionamento energetico che la sola Norvegia non potrà sopperire e se ne dovrà far carico la Turchia: stesso gas di prima proveniente dalla Russia ma a prezzi maggiorati. La desertificazione industriale dell'UE è stata praticamente sancita.

Tutti sanno che i nodi stanno venendo al pettine e nonostante le statistiche fasulle la percezione delle persone riguardo la realtà sta cambiando, allineandosi con una comprensione corretta delle cose e avendo la possibilità di costruire economie parallele grazie a Bitcoin. I tecnocrati ci proveranno con le CBDC e con la polarizzazione del discorso politico a sabotare questo tentativo, divide et impera, ma non sarà facile come in passato.


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una “mancia” in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.

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venerdì 4 gennaio 2019

Il mining di bitcoin e la meraviglia del capitalismo





di Valentin Schmid


Il prezzo di bitcoin continua a calare; gli oppositori ovviamente non se lo lasciano ripetere due volte e lo attaccano come possono. La fine della criptovaluta dominante è infine arrivata, o no?

Bitcoin è stato dichiarato morto centinaia di volte, soprattutto durante il brutale declino del 90% dal 2013 al 2015. Ciononostante ogni volta è ritornato più forte di prima.

Dove gli scettici hanno ragione: la seconda bolla di bitcoin è scoppiata a dicembre di due anni fa e il prezzo è sceso di circa l'80% dal suo massimo di $20.000. Nessuno sa se e quando vedrà di nuovo questi picchi.

Di conseguenza milioni di speculatori sono stati bruciati e le grandi istituzioni non si sono presentate per colmare il divario.

Ciò è accaduto anche su piccola scala nel 2013 dopo una simile cavalcata del 100x, ed era necessario.



Tempo per recuperare

Ciò che la maggior parte degli speculatori e persino alcuni seri sostenitori del sistema monetario indipendente e decentralizzato non capiscono: bitcoin ha bisogno di queste pause per migliorare la propria infrastruttura.

Gli exchange, che non sono stati in grado di gestire i volumi degli scambi al culmine della frenesia e non hanno saputo stare dietro alle richieste del servizio clienti, possono prendersi una pausa, aggiornare i loro sistemi ed assumere persone capaci.

La tecnologia stessa ha bisogno di fare progressi e questo richiede tempo. Progetti come Lightning Network, un sistema che offre pagamenti bitcoin istantanei a costi molto bassi e su scala praticamente illimitata, è ora disponibile solo per programmatori esperti.

Una valutazione più alta è giustificata solo se questi miglioramenti raggiungeranno il mercato di massa.

E dal momento che viviamo in un mondo in cui tutto ciò che è finanziario è strettamente regolamentato, nel bene o nel male, anche questo settore deve recuperare, dal momento che i regolatori si trovano cronicamente dietro la curva del progresso tecnologico.

E, naturalmente, c'è il mining. L'infrastruttura vitale per proteggere la rete bitcoin e per elaborare le sue transazioni è stata concentrata in poche mani e in pochissimi luoghi, in particolare in Cina, che ospita ancora circa il 70% della capacità di mining.



La tesi a supporto del mining

I critici si sono sempre lamentati del fatto che il mining di bitcoin consuma "troppa" elettricità, proprio quanto la Repubblica Ceca. In termini energetici si tratta di circa 65 terawattora, o 230.000.000 gigajoule, che costano $3,3 miliardi secondo le stime del Digiconomist.

Per i non-fisici tra noi, questo è tanto quanto consumato da sei milioni di famiglie statunitensi all'anno.

Tutte queste stime sono imprecise, perché l'aggregato non può sapere quanta energia consuma ciascuno dei diversi miner e quanto costa l'elettricità. Sono una stima approssimativa ragionevole.

Quindi val la pena di capire perché il mining sia necessario e se il consumo di elettricità sia giustificato.

Tutto e tutti gli esseri umani consumano risorse. La domanda quindi è: ne vale la pena? E: chi decide?

Queste domande portano quindi alla domanda successiva: val la pena avere e usare il denaro? La maggior parte delle persone sosterrebbe di sì, perché usare il denaro invece del baratto rende le transazioni economiche più veloci e meno costose e quindi si risparmiano risorse naturali ed umane.

Bitcoin può ricoprire lo status di moneta, o almeno di valuta, in quanto soddisfa determinati requisiti generali: è riconoscibile, divisibile, portabile, durevole, è accettato in cambio di altri beni e servizi, ed è addirittura limitato nell'offerta.

Quindi avere qualsiasi tipo di denaro ha un prezzo, che si tratti di monete d'oro, banconote in dollari o numeri sullo schermo del vostro sistema bancario online. Nel caso di bitcoin, è l'elettricità e il capitale per le apparecchiature informatiche, nonché le risorse umane per eseguire queste operazioni.

Se pensiamo che avere denaro in generale sia una buona idea e che alcune persone apprezzino la natura decentralizzata e indipendente di bitcoin, allora vale la pena pagare per verificare le transazioni sulla rete bitcoin e mantenere la rete sicura e solida: fino al punto in cui le risorse consumate supererebbero i benefici dell'efficienza. Proprio come molte persone non pensano che sia una cattiva idea usare le carte di credito e le banche, infatti anch'esse consumano elettricità.

Tuttavia bitcoin è l'ultimo arrivato ed è per questo che viene esaminato ancor di più rispetto ai vecchi player affermati.



Denaro diverso, costi diversi

Quante persone sanno quanta elettricità, vite umane e altre risorse consuma l'estrazione dell'oro, o ha consumato nel corso della storia? E il sistema bancario? Filiali, server, aria condizionata, personale? Che dire della stampa di banconote ed il loro trasporto in camion blindati?

Che dire degli effetti sociali della cattiva gestione dei fondi bancari e statali, come l'inflazione e la deflazioni del credito? L'oro qui ha la meglio.

La maggior parte delle persone non si è posta queste domande, motivo per cui val la pena di sottolineare l'unico studio esauriente svolto sull'argomento. In "An order of magnitude", l'ingegnere Hass McCook analizza i diversi sistemi monetari e raggiunge conclusioni sbalorditive.

Lo studio è un po' datato e, naturalmente, le aggregazioni sono stime molto approssimative, ma i numeri sono ragionevoli e la metodologia è valida.

Infatti, secondo lo studio, bitcoin è la più economica tra tutte le diverse forme di denaro.

L'estrazione dell'oro nel 2014 ha utilizzato 475 milioni di GJ rispetto ai 230 milioni usati da bitcoin nel 2018. Il sistema bancario nel 2014 ha utilizzato 2,3 miliardi di gigajoule.

Più di 100 persone all'anno muoiono cercando di estrarre oro. Ma l'attività mineraria costa più dell'elettricità, infatti consuma circa 300.000 litri di acqua per kg di oro estratto oltre a 150 kg di cianuro e 1500 tonnellate di rifiuti e macerie.

Il sistema bancario internazionale è stato utilizzato in tutti i tipi di attività fraudolente nel corso della storia: finanziamento del terrorismo, riciclaggio di denaro e ogni altra attività criminale sotto il sole, per un costo di migliaia di miliardi di dollari e secondo un ordine di grandezza superiore alle stesse transazioni fatte con le criptovalute.

E, naturalmente, mentre l'oro ha un valore relativamente stabile nel tempo, banca centrale e stato hanno emesso così tanto denaro da fargli perdere circa il 90% del suo potere d'acquisto nel secolo scorso, perché può essere creato dal nulla. Ciò porta all'inflazione e allo spreco di risorse fisiche e umane, perché distorce il processo di allocazione del capitale.

Senza contare le centinaia di migliaia di filiali bancarie, i milioni di bancomat ed i dipendenti che consumano elettricità e altre risorse, 10 volte più elettricità della rete bitcoin.

Secondo il filosofo monetario Saifedean Ammous, autore di "The Bitcoin Standard", il beneficio sociale del sound money, vale a dire il denaro che non può essere stampato per decreto dallo stato, non può essere messo in discussione; viceversa, i costi del denaro fiat e del credito fiduciario sono difficili da calcolare.

Secondo Ammous, bitcoin è il miglior sound money in circolazione, persino migliore dell'oro perché la sua offerta totale è limitata, mentre l'offerta dell'oro continua ad aumentare di circa l'1-2% ogni anno.

"Guardate all'era del gold standard, dal 1871 fino all'inizio della prima guerra mondiale. C'è una ragione per cui questa è conosciuta come l'era d'oro, l'età dorata e La Belle Epoque. È stato un periodo di impareggiabile prosperità umana in tutto il mondo. La crescita economica era ovunque. La tecnologia veniva diffusa in tutto il mondo. La pace e la prosperità stavano aumentando ovunque in tutto il mondo. Le innovazioni tecnologiche stavano avanzando. Penso che non sia una coincidenza. Quello che il gold standard ha permesso di fare, è stato avere un deposito di valore che avrebbe mantenuto il suo valore in futuro. E questo ha abbassato la preferenza temporale delle persone, cosa che ha innescato l'incentivo a pensare a lungo termine e ha spinto la gente ad investire in cose che le avrebbero ripagate nel lungo periodo [...]. Bitcoin è molto simile all'oro. È l'equivalente digitale dell'oro", ha detto in un'intervista a The Epoch Times.



Contrariamente al gold standard di cui parla Ammous, bitcoin non ha molta storia alle sue spalle. In teoria ne soddisfa tutti i criteri, ma nel mondo reale non è stato adottato ampiamente ed è stato così volatile da essere inutilizzabile come deposito affidabile di valore, o come valuta sottostante di un mercato dei prestiti.

I sostenitori affermano che nel tempo questi problemi saranno risolti nello stesso modo in cui l'oro si è diffuso nella sfera monetaria sostituendo rame e conchiglie, ma anche Ammous ammette che il processo potrebbe richiedere decenni e il risultato è tutt'altro che certo. L'oro è la scommessa sicura per il sound money, bitcoin ha il potenziale per diventarlo.

C'è un altro aspetto in cui il bitcoin perde, secondo un recente studio condotto dai ricercatori dell'Oak Ridge Institute di Cincinnati, Ohio.

È la quantità di energia spesa per dollaro per i diversi strumenti monetari. Minare un dollaro in bitcoin costa 17 megajoule rispetto ai cinque per l'oro ed i sette per il platino. Ma lo studio omette l'uso del cianuro, dell'acqua e di altre risorse fisiche nell'estrazione dei metalli fisici.

In generale i confronti in termini di dollari vanno contro bitcoin perché vale meno di $73 miliardi in totale (al momento in cui è stato scritto questo articolo). Un problema che potrebbe essere facilmente risolto ad un prezzo più alto, ma un prezzo più alto è giustificato solo se l'infrastruttura migliora, l'adozione aumenta, la volatilità diminuisce e la rete dimostra la sua capacità di resistere agli attacchi nel tempo.

Nel frattempo i partecipanti al mercato apprezzano ancora il fatto di possedere una valuta indipendente dallo stato, completamente digitale, facilmente fungibile e limitata nell'offerta e relativamente decentralizzata. E il mercato nel suo insieme è disposto a pagare un premio per questi fattori, i quali si riflettono in prezzi più alti per dollaro per il mining di bitcoin.



La creatività del mining di bitcoin

Ma laddove il mining espone il fianco, lo compensa con la creatività.

In teoria, e in pratica, il mining può essere fatto ovunque ci sia elettricità a basso costo. Alcuni miner stanno affollando il deserto texano dove il gas è praticamente gratis, grazie ad un'altra rivoluzione petrolifera. Altri miner vanno in luoghi dove c'è vento, acqua o altre energie rinnovabili a basso costo.

Questo perché non devono costruire filiali bancarie, tipografie e edifici governativi, o montare escavatori e nastri trasportatori per estrarre l'oro dal terreno.

Tutto ciò di cui hanno bisogno è l'accesso a Internet e una casa per i computer, ognuna delle quali ha circa 200 computer specializzati per il mining di bitcoin.

"Il bello del mining è che non importa dove avvenga una transazione, possiamo verificarla nel nostro data center qui. I miner fanno parte della filosofia decentralizzata di bitcoin, è completamente indipendente anche dalla vostra posizione", ha dichiarato Moritz Jäger, chief technology officer presso Bitcoin Mining, Northern Bitcoin AG.



Mining centralizzato

Ma finora questo decentramento non ha funzionato come sembra, in teoria.

Poiché i governi locali cinesi hanno accesso all'elettricità sovvenzionata, è stato proficuo per i funzionari stringere accordi con le compagnie di mining e fornire loro energia elettrica a basso costo in cambio di posti di lavoro. A volte i prezzi erano bassi, da 2 centesimi a 4 centesimi di dollaro per kilowattora.

Questo è il motivo per cui la maggior parte del mining è ancora concentrato in Cina (circa il 70%), dov'è più redditizio, ma solo perché i pianificatori centrali cinesi hanno sovvenzionato il prezzo dell'elettricità.

Questa impostazione ha portato al risultato indesiderato che il più grande minatore di bitcoin, una società chiamata Bitmain, sia diventata anche il più grande produttore di apparecchiature informatiche specializzate per il mining di bitcoin. La società ha registrato ricavi per $2,8 miliardi nella prima metà del 2018.

Il mining centralizzato è un problema, perché ogni volta che c'è un player o un conglomerato di player che controllano più del 50% della potenza di calcolo della rete, potrebbero teoricamente causarne il crash spendendo lo stesso bitcoin due volte, il cosiddetto problema del "double spending".

Non hanno un incentivo a farlo perché rovinerebbero il prezzo del bitcoin e il loro business, ma è meglio non dover contare su un gruppo ristretto di persone che controlla un intero sistema monetario. Dopotutto abbiamo lo stesso identico problema con il sistema bancario centrale e il bitcoin è stato creato come alternativa decentralizzata.

Finora nessun player o conglomerato di player ha mai raggiunto la soglia del 51%, almeno non dai primi tempi di Bitcoin, ma molti partecipanti al mercato hanno sempre pensato che la forte presenza di Bitmain fosse un po' troppo comoda.

Questo ambiente favorevole ai cinesi per quanto riguarda il mining di bitcoin sta cambiando, con una riduzione della generosità dei governi locali riguardo l'energia elettrica e una caccia alle streghe nei confronti delle criptovalute.

Bitcoin stesso ed il relativo mining rimangono legali in Cina, ma gli exchange sono stati banditi sin dalla fine del 2017.

Ma c'è ancora molto da fare affinché bitcoin diventi indipendente dal capriccio di un regime oppressivo centralizzato e dai burocrati statali.



Northern Bitcoin: un caso di studio

E qui entra in scena Northern Bitcoin AG. L'azienda non è l'unica che sta cogliendo opportunità con le energie rinnovabili in luoghi diversi dalla Cina.

Ma è speciale per la straordinaria organizzazione che ha per le sue operazioni, per il fatto che è quotata in borsa in Germania e per le opportunità di scalabilità che ha scoperto.

Le operazioni di Northern Bitcoin fondono le meraviglie del bitcoin con quelle del capitalismo.

Come il Texas ha un sacco di petrolio e gas a costi irrisori, e ha senso usare il gas piuttosto che bruciarlo, la Norvegia ha molta acqua, specialmente l'acqua che scende giù dalle montagne a causa delle piogge e della neve che si scioglie.

E ha senso usare il potere del movimento dell'acqua, convogliarlo attraverso tubi in generatori per creare elettricità a basso costo e quasi illimitata. La Norvegia genera il 95% della sua elettricità totale mediante l'energia idroelettrica.

Il capitalismo non distingue tra rinnovabili e fossili. Usa quello che è più conveniente. In questo caso, è chiaramente l'acqua in Norvegia ed il gas in Texas.

Come nota a margine sulle meraviglie del capitalismo e sul fatto che quest'ultimo e l'ambiente non devono essere nemici, l'acqua in una delle centrali idroelettriche vicino all'impianto Northern Bitcoin viene convogliata attraverso un generatore realizzato nel 1920 da JM Voith AG, un società di Heidenheim in Germania.

La società è stata fondata nel 1867 e si trova lì ancora oggi. Il generatore è stato prodotto nel 1920 e ancora oggi produce elettricità.



Eccesso di energia elettrica

Nelle regioni remote della Norvegia settentrionale, non ci sono molte persone o industrie che usano l'elettricità. E invece di trasportarla per centinaia di miglia verso i centri industriali europei, le industrie del futuro si stanno trasferendo in Norvegia, laddove è sita la fonte dell'elettricità a basso costo.

Naturalmente non si tratta solo di mining, ma anche di altre operazioni di elaborazione come server farm per il cloud computing.

"I container sono belli. Sono prodotti in Germania, dove viene sviluppato e testato l'hardware. Poi lo mettiamo su un camion e lo spediamo qui. Quando il camion arriva, lo solleviamo sul veicolo container. Due ore dopo che il container arriva, lo spostiamo su un porta-container e in 40 ore colleghiamo tutti i sistemi affinché sia online", ha detto Mats Andersson, portavoce del centro dati Lefdal Mine di Måløy, Norvegia, dove opera Northern Bitcoin.

Se l'elettricità a basso costo non fosse sufficiente, circa 5 centesimi per kilowattora rispetto ai 17 centesimi in Germania, la Norvegia fornisce anche lo stoccaggio perfetto per questi container in cui ci sono gli strumenti per il mining.

Anche qui, l'allocazione delle risorse è bellissima. Invece di occupare terreni altrimenti utili per qualcos'altro e deturpare la natura, i container di Northern Bitcoin e di altre società sono conservati nella vecchia miniera di Lefdal.



Efficienza, efficienza

L'utilizzo della vecchia miniera come storage per il data center rende l'intero processo ancora più efficiente sotto il profilo delle risorse.

Perché? Finora abbiamo solo parlato del mining di bitcoin che usa molta energia. Ma per cosa? La maggior parte dell'energia elettrica viene utilizzata per impedire il surriscaldamento dei computer. Quindi non sono nemmeno i processori stessi; sono le ventole che raffreddano i computer ad usare più energia.

È qui che la miniera è davvero utile, perché è piuttosto fresca a 160 metri sotto il livello del mare; certamente più fresca che il deserto del Texas.

Oltre al raffreddamento ad aria dei computer, il data center di Lefdal utilizza un sistema di tubature con acqua dolce all'interno. Le ventole possono quindi far circolare l'aria sfruttando i tubi freddi e trasferire il calore all'acqua. Si può sentire la differenza quando si toccano i diversi tubi.

Il ciclo chiuso dell'acqua dolce va a completare il ciclo "verde" o di efficienza delle risorse trasferendo il suo calore all'acqua ghiacciata del vicino fiordo.

L'acqua viene aspirata dal fiordo attraverso un tubo, il calore viene trasferito senza che l'acqua venga contaminata e l'acqua ritorna infine nel fiordo, senza alcun impatto sull'ambiente.

Per finire, la miniera ha una sicurezza fisica naturale di gran lunga migliore rispetto ai data center open air ed è addirittura protetta da un attacco ad impulsi elettromagnetici perché è sotterranea.



Dinamiche aziendali

Data questa configurazione superlativa, Northern Bitcoin vuole aumentare la produzione il più velocemente possibile nella miniera di Lefdal e in altri luoghi simili in Norvegia, i quali hanno più montagne dove possono essere ospitati i data center.

Al momento Northern Bitcoin ha 15 container con 210 macchine minerarie ciascuno. I 15 contenitori producono circa 5 bitcoin al giorno per un costo totale di circa $2.500 alla fine di novembre 2018 e dopo che la difficoltà di risolvere i problemi matematici è diminuita del ~17%.

La maggior parte dei costi è per l'elettricità; il resto è per il leasing dei container, per affittare lo spazio della miniera, per comprare i computer, pagare il personale, pagare le spese generali, ecc.

Anche agli attuali prezzi relativamente bassi di circa $4000, si tratta di un profitto di $1500 per bitcoin, o $7.500 al giorno.

Ma l'obiettivo è arrivare a 280 container nel 2019, per una produzione di 100 bitcoin al giorno. Inutile dire che l'azienda è nel posto giusto per farlo.

Contrariamente all'inizio dell'anno in cui uno non poteva procurarsi un computer da Bitmain, anche se la propria vita dipendesse da esso, l'attuale bear market ne ha abbassato i prezzi e sono disponibili sia nuovi che di seconda mano, soprattutto a causa di quei miner che hanno dovuto cessare le operazioni perché non potevano produrre con bitcoin a prezzi molto bassi.

E per quanto riguarda i container? Sono prodotti da una società chiamata Rittal, leader mondiale del mercato. Quindi al proprietario di Rittal va bene possedere anche il 30% della miniera di Lefdal, fornendo un accesso preferenziale ai container.

Northern Bitcoin ha dichiarato di disporre di un capitale sufficiente per l'obiettivo intermedio di salire a 50 container per la fine dell'anno, ma potrebbe attingere nuovamente ai mercati dei capitali per il prossimo passo.

L'azienda può anche trarre vantaggio dalla bassa aliquota d'imposta tedesca sulle società, poiché le entrate vengono registrate solo quando i bitcoin vengono venduti in Germania, non quando vengono estratti in Norvegia.

Naturalmente tutti i titoli azionari a bassa capitalizzazione, in particolare le società bitcoin, hanno le loro peculiarità ed i rischi molto elevati. Ad esempio, le dichiarazioni finanziarie di Northern Bitcoin, anche se pubbliche, non sono controllate.

L'equipaggiamento nella miniera di Lefdal in Norvegia è reale e le operazioni sono controllate dal personale di Lefdal, ma si deve fare affidamento su informazioni esclusive dell'azienda per dati finanziari e costi, quindi l'acquirente deve stare attento.



Norvegia, centrale elettrica?

Northern Bitcoin vuole arrivare a 280 container, i quali rappresenteranno circa il 5% della potenza di calcolo della rete.

La miniera di Lefdal ha una capacità di alimentare e raffreddare 1.500 container in un impianto da 200 megawatt, una volta che sarà completamente costruito.

"Qui hai tutto lo spazio, la potenza e il raffreddamento di cui hai bisogno. [...] Qui puoi crescere ", ha detto Andersson di Lefdal.

All'inizio di questo decennio il governo norvegese ha praticamente supportato un'iniziativa per portare potenza di calcolo in Norvegia e farne una delle destinazioni principali per i data center.

A tal fine le amministrazioni locali possiedono parte delle società che gestiscono le centrali elettriche e possiedono una parte della miniera di Lefdal e altre località. Ma anche senza sovvenzioni degne di nota (ad es. pagamenti in contanti alle società), gli attori del mercato sono stati in grado di capirlo da soli, a vantaggio di tutti.

Le società legate alle utenze vincono, perché possono vendere la loro energia elettrica a basso costo vicino casa. Le aziende informatiche come IBM e Northern Bitcoin vincono, perché possono ottenere elettricità, stoccaggio e sicurezza a basso costo. Gli operatori dei data center come a Lefdal vincono, perché possono addebitare l'affitto per lo spazio altrimenti non utilizzato e non necessario.

Tuttavia, in un recente dibattito, il governo centrale di Oslo ha deciso di rimuovere i miner dall'elenco delle società che possono pagare un'aliquota fiscale preferenziale sul consumo di elettricità.

Normalmente le società ad alta intensità energetica, inclusi i data center, pagano una tassa preferenziale sull'energia elettrica consumata di 0,48 øre ($0,00056). Secondo un report di Aftenposten, questa tassa salirà a 16,58 øre ($0,019) nel 2019 esclusivamente per i miner.

Ecco la tesi del politico di sinistra, Lars Haltbrekken, che ha sponsorizzato l'iniziativa: "La Norvegia non può continuare a fornire enormi incentivi fiscali per la forma più sporca di produzione di criptovalute [...]. [Bitcoin] richiede molta energia e genera grandi emissioni di gas serra a livello globale".

Dato che la Norvegia genera elettricità usando l'idroelettrico, è vero esattamente il contrario: non si produrrebbero emissioni di gas effetto serra, anzi non si produrrebbero affatto emissioni, se tutto il mining fosse fatto in Norvegia. Al contrario della Cina, dove l'estrazione viene effettuata con carbone e con emissioni.

Ma non solo in Norvegia la quota di energia rinnovabile e senza emissioni è elevata. Secondo la ricerca di Coinshares, bitcoin consuma circa il 77,6% della sua energia sotto forma di fonti rinnovabili a livello globale.

Tuttavia, nonostante siano infondate le tesi contro il mining di bitcoin in Norvegia, l'iniziativa politica sta andando avanti. Cosa significherà tutto ciò per Northern Bitcoin non è chiaro, poiché insieme ai loro container a Lefdal ne ospitano altri, come quelli di IBM.

"Non è ancora deciso; ci sono grandi sforzi da parte dei settori IT e dei partiti per cercare di cambiare le carte in tavola. Se viene presa una decisione del genere, potrebbe applicarsi a siti di mining che ospitano data center esclusivamente per le criptovalute piuttosto che ai data center misti, come il nostro", ha affermato Andersson di Lefdal.

Anche nella peggiore delle ipotesi, significherebbe un aumento da ~5 centesimi a ~6,9 centesimi per kilowattora, o il 30% in più pagato sull'elettricità da parte di Northern Bitcoin, che a ~$3250 sarebbe ancora tra i produttori più competitivi nel mondo.

Coinshares stima il prezzo medio di produzione a $6.800 per Bitcoin a $0,05 per kilowattora di energia elettrica e un programma di ammortamento di 18 mesi, ma ammette che un minatore redditizio potrebbe "[ammortare] attrezzature minerarie per 24-30 mesi, o [pagare] meno per le attrezzature minerarie rispetto alle nostre stime."

Jäger afferma che Northern Bitcoin ha ammortato l'apparecchiatura per tre anni e ha ottenuto prezzi molto favorevoli da Bitmain, rendendo la sua produzione molto più competitiva rispetto alla media nonostante lo stesso costo dell'elettricità. Inoltre il raffreddamento naturale della miniera riduce anche i costi di elettricità in generale.



Il vantaggio di produrre a costi bassi

Al momento la tassa potrebbe essere l'ultimo dei problemi dei miner, dato che il prezzo di bitcoin è in caduta libera.

Ma cosa succederebbe qualora il prezzo dovesse crollare ulteriormente? Basti dire che c'era il mining quando il prezzo in dollari era inferiore a 1 centesimo e ci sarà a prezzi più bassi grazie al design della rete.

Secondo le cifre di Coindesk, Mao Shixing, il fondatore della mining pool F2pool, ha stimato la chiusura di 600.000 miner a partire dal crash di novembre .

Come dovrebbe essere in un sistema competitivo, le macchine più energivore ed obsolete vengono disattivate per prime.

Come per ogni altra merce, quando il prezzo scende, alcuni miner abbandoneranno il mercato, lasciando spazio a concorrenti più economici. Ma con bitcoin questo passaggio è un po' più semplice che con il rame o l'oro, ad esempio.

Quando un grande player nel mercato del rame va in bancarotta, i suoi concorrenti devono aumentare la produzione e fa salire i costi per aumentare la loro quota di mercato. Con bitcoin, se 3.000 computer vengono rimossi dalle mining pool, non saranno più in grado di estrarre i circa 5 bitcoin.

Tuttavia, poiché la difficoltà di risolvere le attività computazionali di bitcoin diminuisce automaticamente quando ci sono meno computer impegnati nel mining, gli altri player devono semplicemente lasciare accese le loro macchine alla stessa velocità e per lo stesso costo, e poi divideranno i 5 bitcoin tra di loro.

"Nel momento in cui il prezzo scende, anche il nostro prezzo di produzione diminuirà", ha detto Jäger, un processo che è già accaduto da novembre a dicembre, quando la difficoltà è diminuita due volte a novembre e all'inizio di dicembre.

Ciò favorisce naturalmente player come Northern Bitcoin che stanno producendo all'estremità inferiore dello spettro dei costi. Saranno loro quelli che chiuderanno bottega per ultimi.

E questa è una cosa buona. Più esistono compagnie come Northern Bitcoin e Paesi come la Norvegia, più decentralizzato sarà il sistema bitcoin.

Più computer ci sono in mani diverse che fanno mining, più diventerà sicuro il sistema, perché sarà sempre più difficile per un player raggiungere la soglia del 51% per mandare in crash il sistema.

È questa filosofia decentralizzata che ha mantenuto in piedi il sistema bitcoin per 10 anni. Sia a $1 o a $20.000.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.com/