mercoledì 24 luglio 2019

Sta arrivando un cambiamento radicale nel mondo delle valute





di Jeffrey Tucker


A volte le forze si allineano nel modo giusto per segnare la fine di un'era: la supremazia del dollaro.

Colin Lloyd ha fornito prove convincenti del fatto che lo status del dollaro come valuta di riserva globale potrebbe giungere al termine. Infatti suddetto status si sta indebolendo. Se dovesse perderlo del tutto, il posto degli Stati Uniti sulla scena mondiale subirà un cambiamento sostanziale. La capacità di condurre le danze, come ha fatto in tutto il dopoguerra, sarà indebolita e la sua politica monetaria non sarà più in grado di influenzare pesantemente i mercati all'estero. Il mercato della valuta statunitense potrebbe essere messa in discussione. Tutte le implicazioni, però, sono impossibili da prevedere.

Prendiamo in considerazione cinque tendenze che rendono la prospettiva molto reale.



Il divorzio dal partenariato transpacifico

Una delle prime azioni dell'amministrazione Trump è stata quella di divorziare dal partenariato transpacifico (23 gennaio 2017). Il patto coinvolgeva 12 nazioni tra cui Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. C'erano un sacco di errori nell'accordo e in cima alla lista il trattamento della proprietà intellettuale. Tuttavia non è questo il motivo per cui Trump è uscito, bensì il fatto che gli Stati Uniti hanno un "deficit commerciale" tecnico con alcuni di questi Paesi, per cui egli conclude che "loro" devono dei soldi a "noi".

Si presumeva che l'accordo sarebbe morto, quindi uscirne non avrebbe arrecato alcun danno. Non è andata così invece: gli altri 11 Paesi hanno firmato un accordo senza gli Stati Uniti. La grande ironia è che l'accordo è immediatamente migliorato in virtù del ritiro degli Stati Uniti. Le disposizioni sulla proprietà intellettuale che erano state imposte sono state rese meno minacciose e più amichevoli all'innovazione del mercato. Il nuovo accordo è in realtà piuttosto radicale: rimuove oltre il 98% dei dazi negli scambi tra Canada, Messico, Nuova Zelanda, Malesia, Vietnam, Singapore, Brunei e Perù, copre 500 milioni di persone e rappresenta il 13% del commercio globale.

Il risultato finale è stato quello che era stato ampiamente previsto: un enorme vantaggio per la Cina e una perdita di mercati per l'export per gli Stati Uniti. Solo un esempio: il Los Angeles Times sottolinea che "il vino australiano che entra in Giappone è tassato al 5,6% e alla fine scenderà a zero. Non c'è alcun obbligo per il vino dall'UE e dal Cile, ma per la California  parliamo del 15%". Tutti questi Paesi hanno scoperto di avere altre opzioni al di là del soddisfare ogni richiesta degli Stati Uniti e trattare solo in dollari USA. La perdita: guadagni perduti per $131 miliardi e una perdita diretta di $2 miliardi dovuta ai vantaggi che i partner restanti godranno commerciando tra loro.



Libra e il rally di Bitcoin

Le criptovalute continuano ad essere dichiarate morte, sin da quando Bitcoin valeva meno di $1. Persino i "crash per i libri di storia" si traducono in nuovi guadagni nel tempo. In generale, il settore delle criptovalute sta ora sfoggiando una capitalizzazione di mercato di $330 miliardi. Si tratta di asset monetari non statali che non solo solo negoziabili in dollari, ma in qualsiasi altra valuta, bene, o servizio. Sono anche asset globali non limitati dai confini geografici degli stati. Non sono controllati dalla banca centrale di qualsiasi nazione. Il fatto che Bitcoin, o qualche altra criptovaluta, possa emergere come un serio potere globale è ancora oggetto di ipotesi, ma questi strumenti basati sul mercato hanno un futuro e su questo non c'è più dubbio.

Un'indicazione chiave di ciò è l'introduzione della nuova valuta globale connessa alla piattaforma Facebook, Libra. Quelli di noi che hanno seguito a lungo i mercati delle criptovalute sanno con certezza che il denaro può emergere al di là della volontà dello stato ed essere ben gestito da protocolli che operano senza volizione umana. Per la maggior parte delle persone questo aspetto è ancora abbastanza scioccante. Sono persino atterriti.

Matt Stoller scrive sul New York Times:
Un sistema di valute permissionless basato su un consenso di grandi attori privati ​​attraverso protocolli aperti suona bene, ma non è democrazia. Oggi i regolatori americani delle banche ed i banchieri centrali sono assunti e licenziati da leader eletti pubblicamente. I regolatori dei pagamenti di Libra sarebbero assunti e licenziati da un consiglio di una società privata. Ci sono diversi modi per definire un tale sistema, ma democratico non è uno di loro [...]. Il modo in cui strutturiamo denaro e pagamenti è una questione per le istituzioni democratiche. Qualsiasi azienda abbastanza grande da lanciare la propria valuta è semplicemente troppo.

La cosa divertente di questa affermazione è che chiunque può creare una valuta in questo momento. Non bisogna essere una grande compagnia. Vedere il mercato che gli conferisce valore è un'altra questione. E sì, ci sono anche truffe da miliardi di dollari là fuori. Libra non sarà probabilmente tra di loro, ma il sottoscritto è completamente perso nel nuovo mondo fatto da denaro privato.

Ricordate che il sistema bancario centrale (e la pianificazione monetaria centrale) si basa sull'idea che tutti in una giurisdizione usino la stessa moneta, poi scorre attraverso le banche regolamentate e queste ultime rispondono alla banca centrale, la quale gestisce l'intero sistema. È un monopolio. Anche una penetrazione del 5% in questo mercato da parte di una valuta privata può turbare e destabilizzare il controllo della banca centrale. Il denaro che il sistema centralizzato controlla perde il suo peso e il potere di influenzare i risultati macroeconomici. Questo è il mondo verso cui stiamo andando.



Protezionismo "Made in USA"

Per un governo essere responsabile della gestione della valuta di riserva mondiale è un privilegio eccezionale. Con esso derivano alcune responsabilità tra cui influenzare l'economia mondiale e diventare sempre più aperti. Gli Stati Uniti ora stanno andando nella direzione opposta imponendo sempre più dazi, minacce, negoziazioni in malafede e un presidente che celebra i dazi come la chiave della prosperità. Gli Stati Uniti hanno persino creato una lista di Paesi che è fondamentalmente una lista di obiettivi che includono Irlanda, Germania, Messico, Vietnam (come se qualsiasi Paese che avesse un deficit commerciale dovesse denaro agli Stati Uniti). È assolutamente assurdo, ma alcune persone ci credono davvero. Invertire i flussi commerciali è l'equivalente del piano sovietico d'invertire le correnti oceaniche.

Inoltre gli Stati Uniti impongono sanzioni contro molti Paesi, tra cui Russia, Birmania, Costa d'Avorio, Cuba, Iran, Corea del Nord, Venezuela, Siria, Liberia, Sudan, Bielorussia, Zimbabwe, Iraq e Congo. L'elenco continua a crescere e il mondo è arrivato al punto di ignorarli, perché, alla fine, ci sono beni e mercati, e le persone hanno bisogno (e il diritto) di commerciare. La politica delle sanzioni statunitensi è arrivata al punto in cui che coloro che commerciano stanno cercando alternative sia al dollaro sia ai sistemi di pagamento controllati dagli Stati Uniti. Ciò ha ulteriormente indebolito il dollaro.

L'inasprimento delle sanzioni contro l'Iran incentiva ulteriormente la ricerca di una soluzione alternativa. Il Wall Street Journal scrive sul sistema Instex:
Le contromisure in Europa hanno preso il via dopo che gli Stati Uniti hanno minacciato di agire contro lo Swift, il sistema belga che le banche usano per comunicare tra loro sui movimenti di denaro, a meno che non avessero tagliato fuori le banche iraniane. In risposta Germania, Francia e Regno Unito hanno deciso di istituire Instex, l'acronimo di Instrument in Support of Trade Exchanges.

Il sistema, che non è ancora operativo, sarà basato sull'euro, la seconda valuta più utilizzata nel commercio internazionale. Inizialmente consentirà scambi con l'Iran di beni non coperti da nuove sanzioni statunitensi, come i prodotti di consumo e le medicine. È necessario perché le sanzioni statunitensi impediscono le transazioni in dollari con le banche iraniane, anche per le operazioni di vendita di beni non autorizzati. Una volta operativi, i membri di Instex potrebbero estenderlo per coprire qualsiasi commercio con l'Iran.



Blacklist per la tecnologia

L'attacco a Huawei è l'ennesimo chiodo nella bara. La tecnologia digitale è un'industria basata sulla conoscenza e a quest'ultima non piacciono i confini. L'imposizione di una blacklist potrebbe finire per essere devastante per la tecnologia 5G, andando a danneggiare direttamente i consumatori ed i produttori americani. Le aziende tecnologiche americane sono state costrette a non utilizzare i prodotti ed i sistemi di una delle aziende più avanzate e sviluppate al mondo. Dove prima c'era stata una cooperazione reciprocamente vantaggiosa ora ci sono regole basate sulla violenza. Fino a pochi anni fa qualcosa del genere era impensabile e non può essere un bene per lo status del dollaro.



Svalutazione monetaria

L'amministrazione Trump è convinta che i Paesi stranieri traggano beneficio dall'aumento delle esportazioni attraverso la svalutazione della valuta. Questo non è vero. Ma se ci credete, potreste essere tentati di credere anche che svalutare la propria valuta sia una buona strategia commerciale. Questo spiega parzialmente perché l'amministrazione Trump ha chiesto alla FED di adottare una politica monetaria allentata, pensando che ciò aiuterà le esportazioni e invertirà la traiettoria dei flussi commerciali. Il risultato reale è esattamente il contrario: l'indebolimento del dollaro e la contrazione dei mercati disposti a possedere dollari.

Non è una previsione astrusa che l'amministrazione Trump continuerà a lavorare per la svalutazione del dollaro, perseguendo una politica commerciale mercantilista. Tuttavia non è possibile seguire questa strada e aspettarsi che non influenzi lo status del dollaro sulla scena mondiale. Non sorprende se la Reuters scrive che "il dollaro USA rimane la valuta di riserva dominante a livello mondiale, ma le banche centrali di tutto il mondo sembrano continuare a diversificare le loro riserve lontano dal biglietto verde".

Il FMI riferisce che l'ammontare di dollari nelle riserve globali è diminuito per tre trimestri di seguito. Quindici anni fa suddetto ammontare era del 71,5%; oggi è calato al 61,7%. La globalizzazione del commercio è il cambiamento più marcato nell'economia mondiale nell'ultimo quarto di secolo. Se i dirigenti del dollaro cercano invece l'isolamento, la protezione, le sanzioni, le blacklist e la svalutazione, le forze di mercato continueranno a cercare alternative.

Nessuno di questi fattori da solo sarà un innesco, ma tutti e cinque insieme potrebbero rimodellare radicalmente l'ordine monetario globale, lontano dalla centralizzazione del dollaro e verso un mix di zone commerciali basate su strategie extra-dollaro e criptovalute che consentiranno ai mercati di continuare a funzionare nonostante ogni tentativo del governo degli Stati Uniti di controllarli.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 23 luglio 2019

Il rinnovato attacco della BCE al libero mercato





di Thorsten Polleit


Dal marzo 2016 il tasso d'interesse di riferimento della Banca Centrale Europea (BCE) è pari a zero e dal giugno 2014 il tasso d'interesse della BCE sui depositi è -0,40%. Ciò significa che le banche dell'area Euro sono soggette ad una commissione sulle riserve in eccesso detenute presso la banca centrale. L'abbassamento senza precedenti dei tassi d'interesse è stato accompagnato da un enorme programma di acquisto di obbligazioni (attraverso il quale la base monetaria è aumentata di circa €2.800 miliardi) e alle banche dell'area Euro è stato offerto anche ulteriore credito a scadenza a tassi d'interesse più favorevoli.

Il 18 giugno 2019 il presidente della BCE, Mario Draghi, ha indicato che un nuovo round di quantitative easing è dietro l'angolo. Considerato il parere espresso dalla Federal Reserve riguardo il quantitative easing nei prossimi mesi, ci si può aspettare che il Consiglio direttivo della BCE si senta incoraggiato a portare avanti il ​​suo piano. Gli osservatori keynesiani sono sicuramente pronti ad applaudire. Pensano che abbassando i tassi d'interesse, portandoli anche in territorio negativo, le economie della zona Euro potrebbero ottenere un vantaggio, oltre alla produzione e all'occupazione. Questo, tuttavia, è un grave errore.

Una buona comprensione del fenomeno dei tassi d'interesse ci mostra che il tentativo della BCE di spingerli a livelli sempre più bassi e, infine, in territorio negativo, è altamente distruttivo. L'intromissione della BCE nei mercati del credito spinge il tasso d'interesse al di sotto del livello che sarebbe prevalso se si fosse astenuta dall'intervenire. Il tasso d'interesse abbassato artificialmente innesca un boom, ma solo perché distorce il consumo, il risparmio e le decisioni d'investimento delle persone. Ciò, a sua volta, porta ad una cattiva allocazione delle risorse scarse e il boom iniziale finirà per concludersi in un bust.


La BCE sembra intenzionata a spingere a zero, o sotto lo zero, i rendimenti di tutti i titoli di stato dell'area Euro, orientando verso il basso le aspettative future degli investitori nei confronti dei tassi d'interesse. Ad esempio, i decennali tedeschi hanno un rendimento del -0,32%; li biennali del -0,76%; e dopo che Draghi ha fatto le sue osservazioni, il rendimento dei decennali del governo francese è diventato negativo per la prima volta in assoluto. In altre parole: la BCE sembra pronta ad armare il mercato dei capitali per fornire ai governi dell'area Euro l'opportunità di finanziarsi a tassi negativi. La "nuova realtà del mercato creditizio nell'area Euro" è che i creditori dovranno pagare quando concederanno prestiti a mutuatari pubblici.

La sound theory riguardo i tassi d'interesse ci informa che la politica monetaria della BCE è in realtà un attacco diretto a ciò che resta del sistema economico di libero mercato. Per capirlo bisogna rendersi conto che la preferenza temporale delle persone è sempre positiva. Preferenza temporale significa che le persone valutano di più un bene presente rispetto ad uno futuro (della stessa qualità). La manifestazione della preferenza temporale delle persone è il tasso d'interesse originario. Rappresenta lo sconto sul valore dei beni futuri rispetto ai beni presenti. Come la preferenza temporale, tale tasso non può scendere a zero.

Questa è una necessità (prasseo)logica, è una categoria della logica dell'azione umana. Non si può contraddire l'affermazione "la preferenza temporale ed il tasso d'interesse originario sono sempre positivi" senza cadere in una contraddizione logica. Detto questo, ora si può facilmente immaginare che cosa succederebbe se la BCE spingesse a zero o in negativo tutti i tassi d'interesse e alla fine tutti i rendimenti degli investimenti, mentre il tasso d'interesse originario delle persone rimane positivo: significherebbe che le persone smettono di risparmiare ed investire e consumerebbero le loro entrate. In altre parole: consumo di capitale, crollo della divisione del lavoro, ritorno ad un'economia primitiva; e la campana a morto per milioni e milioni di persone.

Sfortunatamente tale allarmismo è giustificato: molto probabilmente la BCE non limiterà i suoi sforzi per ridurre i rendimenti sui titoli di stato dell'area Euro. Può anche riprendere a comprare debito societario e sostituire il finanziamento del mercato finanziario delle banche con linee di credito diretto (tramite "TLTRO"). Con il calo di tutti questi rendimenti, gli investitori cercheranno sempre più asset con rendimenti decenti. Si riverseranno, per esempio, su azioni, case ed immobili, comprimendo così i rendimenti futuri di questi asset e spingendoli verso i livelli artificialmente soppressi della BCE. Il punto estremo di tutto questo è la distruzione di tutti i rendimenti positivi, e questo segnerà la fine del libero mercato come lo conosciamo oggi. Ma andrà davvero così male?

Si può sperare di no. Solo una sound theory economica ci fornisce una chiara comprensione del fatto che la politica monetaria della BCE rappresenta un danno; e che purtroppo non vi è alcuna indicazione che la BCE possa abbandonare la sua politica devastante. La perdita del sistema di libero mercato sarebbe un prezzo terribile che le persone saranno costrette a pagare per sostenere l'euro. È giunto il momento di difendere coloro che desiderano davvero preservare il sistema di libero mercato e quindi la libertà in Europa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 22 luglio 2019

Ci potrebbe essere un caso in cui l'intermediazione finanziaria è utile





di Jeffrey Tucker


Quando Bitcoin era ancora giovane mi capitò di spiegare la tecnologia alla base all'economista Edward Stringham. Questo nuovo denaro basato sul mercato consente alle persone di operare scambi peer-to-peer senza intermediazione finanziaria. Tutte le transazioni vengono concluse indipendentemente dalla vicinanza geografica, senza rapporti di fiducia precedenti, senza dover passare dalle istituzioni finanziarie.

È come se tutti nel mondo si scambiassero soldi.

Pensavo che fosse la cosa migliore che potessi fare all'epoca. Mi sembrava ovvio che ciò rappresentasse un evidente miglioramento.

Subito si ritrasse.

"Che cosa? Nessun intermediario? Il cliente deve accollarsi tutti i rischi? Le istituzioni non controllano più le persone che partecipano ad uno scambio? Ci sono alcuni aspetti negativi importanti. Il mercato ha lavorato molto duramente per creare intermediari affidabili. Non scompariranno molto presto." (Sto parafrasando.)

Vedete, Stringham è l'autore di Private Governance, un inno alla brillantezza dell'intermediazione e di come protegga i consumatori ed i venditori dalle frodi e renda la vita molto più facile. Questo sistema può essere costoso, ma l'industria dell'intermediazione migliora enormemente le nostre vite. Non poteva concepire qualcosa che se ne sbarazzasse e sottolineò molti aspetti negativi del concetto stesso di scambio peer-to-peer.

Mi è stato difficile analizzare questa critica, ma guardando indietro e riflettendo su alcune esperienze recenti, probabilmente non aveva tutti i torti

Solo pochi mesi dopo venne hackerato un wallet buggato sul mio telefono. Poof... 10 bitcoin rubati. Ancora oggi posso vedere questa transazione sulla blockchain. È proprio lì, non è mai stata spostata. Questa trasparenza è bella da vedere, ma c'è un problema: non ho idea a chi appartenga l'indirizzo pubblico, altrimenti gli scriverei affinché mi ridia i miei soldi.

Ma in che senso un bitcoin rubato è ancora proprietà mia? Sono libero di pensarlo, ma la realtà è che qualcun altro lo possiede. Non esiste un organo di governo per giudicare questa controversia. Non c'è modo di riavere i miei soldi perché, beh, non sono più i miei.



Errori stupidi col wallet

Proprio ieri ho tentato involontariamente di inviare $930.000 in criptovalute a qualcuno. Fortunatamente non avevo tanti soldi, quindi il wallet mi ha bloccato. Se li avessi avuti, un altro indirizzo avrebbe avuto il controllo di quell'importo. Com'è successo? Ho usato la denominazione di valuta sbagliata, solo perché non stavo prestando molta attenzione.

Sì, sarebbe stata colpa mia. Si chiama errore. Le attuali convenzioni delle criptovalute sono intolleranti agli errori. Stornamento istantaneo, nessun rischio di controparte, nessuna fiducia in terze parti. Poof... siete al verde. Siamo tutti ad un piccolo clic dalla bancarotta. Non è possibile tornare indietro.

Alcuni mesi fa, dopo una conferenza, mi sono ritrovato a distribuire due dollari in Bitcoin Cash a chiunque li volesse. Nel frattempo stavo portando avanti diverse conversazioni, quindi mi sono un po' distratto. Ad un certo punto stavo per fare clic su invia, ma qualcosa mi ha solleticato il cervello. Ho dato una seconda occhiata al mio schermo e stavo per inviare ad uno sconosciuto $2.000. Ho cancellato la transazione appena in tempo.

Se fossi andato avanti, mi sarei trovato in una posizione scomoda: dover chiedere ad un estraneo di riavere i miei soldi. Non avrebbe avuto alcun obbligo legale o contrattuale a farlo. Benvenuti nel mondo dello scambio peer-to-peer. Non esiste alcuna autorità di terze parti per giudicare le controversie.

Sto pensando ad altri casi. Solo poche settimane fa ho inviato $50 all'indirizzo sbagliato, semplicemente perché avevo incollato l'indirizzo sbagliato nella finestra del mio telefono. Mi ero affidato alla funzione Mac OS che duplica i copia-incolla dal laptop al telefono, ma per una qualche ragione non è successo. Probabilmente è stata colpa mia. Fortunatamente l'indirizzo a cui ho inviato il denaro era uno che controllavo io.

Più usate questa roba, più storie racconterete su errori che avete fatto. Saranno legioni.

Con i problemi di scaling raggiunti nel 2017, gli utenti hanno scoperto un'altra fonte di incertezza. Non si sapeva in ​​anticipo se la transazione sarebbe stata costosa o no, veloce o lenta. Sono rimasto sbalordito nello scoprire che non potevo più inviare un dollaro o due ad un'altra persona a meno di non pagare il triplo o il quadruplo in commissioni.

Contro chi ci si può lamentare? Bitcoin non è un'azienda, non ha un numero 800, non ha termini di utilizzo e non offre alcun supporto. È tutto nelle vostre mani.

Ci sono aspetti meravigliosi in questo mondo. La quasi eliminazione del rischio di controparte è una gran cosa. Che non ci siano riaddebiti è una gran cosa per i commercianti, i quali hanno costantemente a che fare con frodi con le carte di credito. Non esiste il furto d'identità. Non aprirete mai il vostro account per scoprire che qualcuno ha speso qualche migliaio di dollari in un casinò in Louisiana. È davvero il denaro per Internet.



I problemi con gli exchange

Per anni molti di noi si sono lamentati di come gli exchange stiano dominando il mercato. Oggi Coinbase ha più utenti di Charles Schwab. Vi state fidando di qualcun altro per controllare il vostro accesso nel mondo delle criptovalute. Può essere tirato giù in qualsiasi momento. È molto più probabile che venga chiuso il vostro conto su un exchange piuttosto che venga congelato il vostro conto in banca.

Se utilizzate un exchange, non controllate le vostre chiavi private. È una relazione di fiducia, non molto diversa dal sistema finanziario esistente.

Possiamo ignorarlo, e lo faccio anche io, ma potremmo anche riconoscere che il successo di Coinbase è davvero una questione di mercato. Potreste dire che le persone sono stupide, ma la verità è che i consumatori preferiscono... i servizi di consumo.

Quando espongo questo argomento ai miei crypto-amici, parlano immediatamente del ruolo degli smart contract, delle interfacce utente migliorate e di ulteriori innovazioni. Tutto questo è vero. Sicuramente ricorderete che la posta elettronica aveva molti problemi nei primi giorni della sua esistenza, e sono stati quasi tutti risolti in tempo. Lo stesso accadrà per le criptovalute.

Detto questo probabilmente siamo eccessivamente fiduciosi nel sostenere che il grande merito delle criptovalute sia la disintermediazione di tutte le cose. Probabilmente non succederà. Infatti se il mercato decide che non la vuole, probabilmente non dovrebbe accadere. E ricordiamoci che c'è un'enorme differenza tra l'intermediazione forzata e l'intermediazione volontaria. Ciò che stiamo veramente cercando non è la disintermediazione universale in quanto tale, ma piuttosto la competizione e la libera scelta.

Qui è dove troviamo il vero fulgore della rivoluzione delle criptovalute. Si tratta di scelta della moneta e molte altre scelte. Se un giorno avremo la nostra utopia, sarà perché le criptovalute hanno ucciso il monopolio forzato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


venerdì 19 luglio 2019

America al primo posto? America all'ultimo posto!





di David Stockman


Nell'era attuale delle "breaking news" 24/7, le informazioni giornalistiche mediate da internet e dalle reti via cavo sono state in gran parte ridotte al rumore.

L'escalation minacciata di una guerra economica di Washington contro l'Iran in una vera e propria guerra è un caso emblematico. Da quando le due petroliere sono state danneggiate ieri, pensereste che un gruppo di sanguinari aggressori a Teheran si sia alzato la mattina e abbia deciso improvvisamente di attaccare il mondo intero dallo Stretto di Hormuz.

La verità è esattamente l'opposto: l'aggressore è Washington e il pericoloso confronto che si sta ora svolgendo è assolutamente inutile.

Questa è la realtà ed è molto più importante da capire rispetto alla momentanea disputa sul fatto che la petroliera giapponese sia stata colpita da una mina iraniana o da un proiettile di origine incerta.

Pompeo e Bolton per anni sono stati per anni in modalità combattimento e potevate solo scommettere quando ci sarebbe stato un false flag per giustificare la loro voglia di battaglia e a quanto pare potrebbe essere il Golfo dell'Oman.

Quindi qualsiasi incidente intenzionale o accidentale potrebbe materializzarsi nelle acque del Golfo Persico, la verità è che accadrà perché:
  1. la 5a flotta statunitense e la macchina da guerra aerea sono dappertutto nel Golfo e non dovrebbero esserci affatto;
  2. Washington ha apertamente attaccato l'Iran attraverso sanzioni economiche volte a chiudere l'intero mercato globale alle sue esportazioni di petrolio e soffocare la sua economia interna fino al punto di crollare (eppure l'Iran è una minaccia zero per la sicurezza americana, europea ed asiatica).

Proprio così: l'Iran non ha una Marina che potrebbe arrivare fino all'Atlantico e solo 18.000 marinai dagli ammiragli ai medici; una flotta di aerei da guerra che invecchia, incapaci di voli a lungo raggio; missili balistici che hanno una portata inferiore a 800 miglia; una difesa aerea molto limitata basata su un sistema S-300 fornito dalla Russia (non l'S-400 di gran lunga più performante); e un esercito di terra di meno di 350.000 unità, o circa la dimensione di quello di Myanmar.

Infatti il budget per la difesa dell'Iran a meno di $15 miliardi rappresenta solo 7 giorni di spesa dei $750 miliardi del Pentagono; ed è molto meno persino in termini nominali del bilancio militare dell'Iran sotto la direzione dello Shah alla fine degli anni '70.

In dollari aggiustati all'inflazione, la spesa militare iraniana oggi è inferiore del 25% rispetto al livello precedente alla rivoluzione. Qualunque siano le credenze riguardo l'attuale stato teocratico iraniano, tra queste non ci può essere spazio per la potenza militare.

Bilancio militare iraniano in dollari USA (milioni)

Infatti questa è la vera ironia. Il nucleo dell'aviazione iraniana è costituito da aerei vecchi di 40-50 anni. Come un altro analista ha fatto notare, alcuni dei suoi aerei erano in realtà regali di Saddam Hussein!

Quindi la minaccia militare non ha assolutamente nulla a che fare con questa storia. Washington sta per iniziare una guerra contro l'Iran unicamente a causa di un'idea sbagliata: il Golfo Persico è un lago americano che deve essere sorvegliato dalla Marina USA e che Washington ha il diritto di controllare la politica estera dell'Iran e determinare quali alleanze essa può o non può avere nella regione.

Detto in modo diverso, le missioni di protezione delle linee di rifornimento petrolifere e di regolamentazione della politica estera di uno stato insignificante sono direttamente estrapolate dal copione "Impero al primo posto". Ciò equivale ad una politica folle e metterebbe a repentaglio l'attuale sicurezza dell'America.

Il fatto è che l'Iran non conta nemmeno nel contesto di un'economia globale da $80.000 miliardi.

Il suo PIL di $450 miliardi (e in rapido calo sotto l'embargo petrolifero di Washington) ammonta a solo lo 0,6% della produzione mondiale. Inoltre questo è ben più piccolo dell'Argentina ($650 miliardi), Svezia ($535 miliardi), Belgio ($500 miliardi) e Thailandia ($455 miliardi); e in realtà non è molto più grande dell'Austria ($420 miliardi), Norvegia ($400 miliardi) o persino Nigeria ($375 miliardi).

Nessuno di questi Paesi può minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti o persino la pace mondiale, indipendentemente da quale danno possa essere attribuito alle loro politiche estere. Cioè, il mondo non ha bisogno di un impero per mantenere in linea pesci piccoli come l'Iran ed i suoi pari economici (es. Iraq, Siria, Hezbollah-Libano o il governo degli Houthi dello Yemen settentrionale).

Ognuna di queste entità è o un governo sovrano o forze politiche basate sul sostegno popolare e hanno tutto il diritto di richiedere l'assistenza di Teheran. Quindi descriverli come dei proxy terroristici è il culmine dell'arroganza imperiale.

Per quanto riguarda la logica del Lago Americano, Washington ovviamente lo ha messo sottosopra. In un mondo non ostacolato dalle pretese di Washington, l'Iran rappresenterebbe un aiuto per il mercato petrolifero globale e l'economia, e la fonte numero 1 della stabilità produttiva tra i produttori della regione.

Questo perché, a differenza dell'Arabia Saudita e dei governi petroliferi del Golfo che possono permettersi di accaparrarsi le loro riserve, l'Iran è intrinsecamente motivato a produrre ogni barile di petrolio che può estrarre, dato che i suoi 80 milioni di abitanti hanno disperatamente bisogno di una fonte di reddito.

Come è evidente nel grafico qui sotto, negli ultimi tempi ha prodotto circa 4 milioni di barili al giorno (una cifra che è stata nettamente ridotta durante il periodo delle sanzioni di Obama nel 2013-2015). Ma il ritorno a 4 milioni di barili al giorno dopo che l'Iran ha mantenuto tutti i suoi impegni sotto l'accordo nucleare, è stato nuovamente annullato a causa delle brutali sanzioni imposte da Trump quando s'è rimangiato quell'accordo sulla base della politica regionale, non di violazioni dei suoi termini.

Inoltre ora la situazione sta per peggiorare, perché la maggior parte delle esenzioni temporanee dall'embargo petrolifero è scaduta il mese scorso quando l'Iran ha esportato circa 1,1 milioni di barili al giorno e prodotto un totale di 2,4 milioni di barili al giorno, con la differenza destinata all'uso in patria.

Si prevede ora che le esportazioni scenderanno a meno di 600.000 barili al giorno a causa dell'implacabile campagna di pressione di Washington su tutti i porti del mondo che oseranno far attraccare petroliere iraniane e che la produzione totale scenderà al di sotto dei 2 milioni di barili al giorno.

L'Iran ha circa 160 miliardi barili in riserve petrolifere comprovate, le quali lo collocano alle spalle del Canada (170 miliardi barili), dell'Arabia Saudita (266 miliardi barili) e del Venezuela (300 miliardi barili di petrolio) nelle classifiche mondiali.

Ciò è rilevante perché in un mondo libero da imposizioni egemoniche di Washington, il capitale globale scorrerebbe nei giacimenti petroliferi iraniani. Avrebbe quindi il potenziale per portare la produzione dalle sue riserve a 6 milioni di barili al giorno, o anche 8 milioni, con investimenti sufficienti e tecnologia di livello mondiale.

Quindi anche se accettate protezione e stabilizzazione della produzione petrolifera nel Golfo Persico come un obiettivo legittimo della politica, la guerra economica di Washington contro l'Iran è proprio il contrario. Nel grande schema geopolitico/economico delle cose, l'Iran è una forza naturale per arrivare alla massima produzione grazie soprattutto alle aspirazioni della sua popolazione, ampia e ragionevolmente istruita.

Ad esempio, il PIL pro-capite dell'Iran è di circa $5.500 rispetto ai $21.500 pro-capite in Arabia Saudita. Se l'Iran raggiungesse lo stesso reddito pro-capite, avrebbe bisogno di un PIL di $1.700 miliardi, non di $450 miliardi, e ciò richiederebbe un forte boom di investimenti nel settore petrolifero ed energetico ed una produzione a tutto gas.

Quello che stiamo dicendo è che non c'è bisogno di un poliziotto nel Golfo Persico. Se l'Iran non fosse minacciata da Washington, produrrebbe tutto ciò che potrebbe e non avrebbe alcun motivo di interferire con il commercio e le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz.

Ciononostante nessuno dei regni del Golfo può permettersi di interrompere la produzione per scopi politici o militari. Vale a dire, senza abbondanti introiti petroliferi per placare le loro popolazioni impotenti, ma di grandi dimensioni (50 milioni di persone in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Kuwait sono governate e saccheggiate da poche migliaia di principi e dai loro eserciti di servitori), i principi e i reali vivrebbero tutti in Svizzera.

Alla fine, l'idea fuorviante che la sicurezza petrolifera nel Golfo Persico richieda la presenza della Quinta Flotta è un residuo della Guerra Fredda, che si è conclusa 29 anni fa. La teoria degli anni '70 di Kissinger e della sua squadra di egemonisti era che l'Unione Sovietica (ormai morente) fosse sul punto di spingersi nel Golfo Persico.

Inutile dire che non ha mai avuto la capacità militare o le risorse economiche per realizzare tale impresa, e gli archivi sovietici mostrano che non c'era nemmeno un piano per farlo.

Produzione di petrolio dell'Iran (000 barili al giorno)

Quindi alla radice dell'inutile scontro militare nel Golfo Persico, c'è l'annoso errore di Washington: la sicurezza e il benessere economico dell'America dipendono dal mantenere un'armata in quei posti per proteggere i campi petroliferi circostanti e il flusso di navi cisterna attraverso gli Stretti di Hormuz.

Questa ipotesi era sbagliata sin dal giorno in cui è stata ufficialmente enunciata da uno dei più grandi ignoranti economici americani, Henry Kissinger, al tempo della crisi petrolifera del 1973. I 46 anni passati sin da allora hanno dimostrato che non importa chi controlla i giacimenti petroliferi e che l'unica cura efficace per prezzi elevati del petrolio è il libero mercato.

Ogni singola dittatura, da Muammar Gheddafi in Libia a Hugo Chavez in Venezuela a Saddam Hussein, ai capi sanguinari della Nigeria, ai mullah presumibilmente medievali e in particolar modo alle guardie rivoluzionarie dell'Iran, ha estratto petrolio; e di solito tutto il petrolio che poteva estrarre, perché aveva un disperato bisogno di entrate.

Persino i teppisti barbarici dell'ISIS hanno munto ogni possibile goccia di petrolio dai minuscoli campi petroliferi sparsi nel loro territorio, prima che fossero finalmente scacciati. Quindi non esiste nessuna tesi economica a supporto di una massiccia presenza militare di Washington nel Medio Oriente, o per prendere le parti di una tra le potenze locali.

La verità è che non esiste un cartello dell'OPEC, praticamente ogni membro produce tutto ciò che può e imbroglia quando è possibile. L'unica cosa che assomiglia ad un controllo della produzione nel mercato petrolifero globale è il fatto che i principi sauditi trattano le loro riserve petrolifere non molto diversamente da quanto faccia Exxon.

Cioè, cercano di massimizzare il valore dei loro 270 miliardi barili di riserve. Alla fin fine, però, nel calibrare il miglior prezzo del petrolio per raggiungere suddetto obiettivo in un dato momento non sono più bravi rispetto agli economisti impiegati da Exxon, DOE, o dall'Agenzia Internazionale per l'Energia.

Ad esempio, i sauditi sovrastimarono la capacità di resistenza della domanda in Cina rispetto all'offerta globale quando nel 2014 i prezzi del petrolio scesero a livello mondiale.

Allo stesso tempo, sottostimarono la rapidità con cui vennero raggiunti i $100 al barile all'inizio del 2008, cosa che innescò un flusso di investimenti, tecnologia e debito a basso costo in fonti alternative di approvvigionamento. Cioè, lo shale patch degli Stati Uniti, le sabbie bituminose canadesi, le province petrolifere della Russia, l'offshore profondo del Brasile, ecc. (per non parlare del solare, dell'eolico e di tutte le altre fonti sussidiate di energia verde).

Nel lontano passato, quando Jimmy Carter diceva di abbassare i termostati e indossare i maglioni, noi fermi alfieri del libero mercato nel cosiddetto dibattito sulla carenza di energia, dicevamo che i prezzi elevati del petrolio erano la migliore cura. Ora lo sappiamo per certo.


Per intenderci, la Quinta Flotta ed i suoi ausiliari non avrebbero mai dovuto essere nel Golfo Persico e nei dintorni. E intendiamo fin dall'inizio, ovvero si dal colpo di stato della CIA contro la democrazia iraniana nel 1953, il quale mirava a proteggere i giacimenti petroliferi dalla nazionalizzazione.

Ma dopo aver trasformato l'Iran in un nemico, Washington aveva appena iniziato. Nel 1990, in nome della "sicurezza petrolifera", scatenò la macchina da guerra americana nelle fessure politiche e religiose del Golfo Persico e lo fece a causa di un conflitto locale tra Iraq e Kuwait, il quale non aveva alcun rapporto con la sicurezza dei cittadini americani.

Come l'ambasciatore americano Glaspie disse a Saddam Hussein alla vigilia della sua invasione in Kuwait, l'America non aveva nulla a che fare con quella faida. Dopotutto, il Kuwait non era nemmeno un vero e proprio Paese: si trattava semplicemente di un conto bancario seduto su una striscia di giacimenti petroliferi che circondava un'antica città commerciale che all'inizio del XX secolo era stata abbandonata da Ibn Saud.

Questo perché l'analfabeta beduino fondatore della Casa di Saud non sapeva che cosa fosse il petrolio o che fosse lì; e, in ogni caso, nel 1913 il Kuwait era stato reso dagli inglesi un protettorato per ragioni che si perdono nella nebbia della storia diplomatica britannica.

L'accusa irachena contro il Kuwait era che l'emiro del Kuwait stesse perforando oltre il suo confine e nel campo iracheno di Rumaila, nonostante fosse un limite totalmente elastico senza nessun significato.

In realtà, la disputa sul campo di Rumaila iniziò nel 1960 quando una dichiarazione della Lega Araba segnò arbitrariamente il confine tra Iraq e Kuwait due miglia a nord della punta più meridionale del campo di Rumaila.

Malgrado ciò non c'era nulla di sacro in quella linea di demarcazione. Entrambi i combattenti nella guerra del 1990 tra Iraq/Kuwait vennero coniati dall'imperialismo europeo. La decisione di Bush senior di gettarsi nella mischia fu uno dei crimini più stupidi commessi dallo Studio Ovale.

La verità è che non importava chi controllasse la punta meridionale del campo di Rumaila, il brutale dittatore di Baghdad o l'opulento emiro del Kuwait. Da quella disputa non dipendeva né il prezzo del petrolio, né la pace dell'America, né la sicurezza dell'Europa, né la pace del mondo.

Ma Bush senior intraprese lo stesso la strada della guerra, consigliato dai protégé economicamente analfabeti di Henry Kissinger presso il Consiglio di sicurezza nazionale. Sostenevano falsamente che fosse in gioco la fatidica "sicurezza petrolifera" e che dovessero essere sguinzagliati 500.000 soldati americani nelle sabbie dell'Arabia.

Fu un errore catastrofico, e non solo perché la presenza sul presunto terreno sacro dell'Arabia offese i Mujahedeen dell'Afghanistan addestrati dalla CIA, che erano diventati disoccupati quando crollò l'Unione Sovietica. È stato il fattore chiave che ha portato Washington alla follia della guerra in Iraq, alla drastica intensificazione dello storico divario sunnita/sciita (che si è metastatizzato in Iraq e poi diffuso nella regione attraverso l'ISIS), e alla perpetuazione della massiccia presenza militare di Washington nel Golfo e nei dintorni.


Infatti quando guardate la mappa qui sopra, capite perché la propaganda neocon sulla cosiddetta Mezzaluna sciita è ridicola. La giusta metafora è l'accerchiamento e l'Iran è la vittima, non l'aggressore.

Il fatto è che l'affermazione secondo cui l'Iran sia il leader espansionista nella Mezzaluna sciita si basa sul fatto che Teheran ha una politica estera indipendente basata sui interessi propri e affiliazioni confessionali (relazioni legittime che sono demonizzate perché non approvate da Washington).

Allo stesso modo, l'accusa ufficiale che l'Iran sia il principale sponsor del terrorismo non è minimamente giustificata dai fatti: è un favore del Dipartimento di Stato a Netanyahu.

Possiamo iniziare con il sostegno di lunga data dell'Iran al governo di Bashir Assad in Siria. Questa alleanza che risale all'era di suo padre ed è radicata nella storica politica confessionale del mondo islamico.

Assad è alawita, una branca degli sciiti, e nonostante la brutalità del regime, è stato un baluardo di protezione per tutte le sette di minoranza in Siria, inclusi i cristiani, contro una pulizia etnica a maggioranza sunnita. Quest'ultima sarebbe sicuramente accaduta se i ribelli sauditi (e Washington), guidati dal Fronte Nusra e dall'ISIS, fossero riusciti a prendere il potere.

Allo stesso modo, il fatto che il governo di Baghdad (l'invenzione del 1916 di due diplomatici europei, Sykes e Picot) sia ora allineato con l'Iran, è anche il risultato di una politica confessionale e di una propensione geo-economica.

Il vecchio Iraq non esiste più. I curdi del nord-est hanno dichiarato la propria indipendenza e si sono impadroniti del proprio petrolio. Allo stesso tempo, le terre sunnite dell'Alto Eufrate, che furono temporaneamente perse dal califfato dell'ISIS, ora sono una terra di nessuno tra macerie e comunità distrutte.

Di conseguenza ciò che resta dello stato iracheno è una popolazione a maggioranza sciita, che nutre aspri risentimenti dopo due decenni di violenti conflitti con le forze sunnite. Perché, quindi, non si allea con i suoi vicini sciiti?

Allo stesso modo, l'affermazione secondo cui l'Iran stia ora cercando di annettere lo Yemen è pura fantasia. L'antico territorio dello Yemen è stato devastato dalla guerra civile fin dai primi anni '70 e una delle principali forze trainanti di quel conflitto sono state le differenze confessionali tra il sud sunnita e il nord sciita.

Le tribù Houthi, una variante sciita dell'Islam sciita, hanno dominato gran parte dello Yemen settentrionale e occidentale per secoli. Governavano lo Yemen settentrionale durante la lunga distesa dopo la sua fondazione nel 1918, fino a quando i due Yemen furono riunificati nel 1990.

Così quando venne rovesciato il governo (insediato da Washington) a Sana'a e lo Yemen si disintegrò in fazioni religiose, gli Houthi presero il potere nel nord dello Yemen, mentre le tribù sunnite si allinearono con i Fratelli Musulmani e Al-Qaeda controllava il sud.

Inutile dire che gli Houthi non hanno un esercito regolare, una marina regolare, o una aviazione regolare. Quindi non rappresentano alcuna minaccia per l'Arabia Saudita, la quale invece ha $250 miliardi di armi avanzate acquistate dall'America negli ultimi decenni.

L'intero PIL dello Yemen, devastato ed impoverito dalla guerra, è di appena $27 miliardi e gran parte viene creato al di fuori delle aree controllate dal governo degli Houthi a Sana'a.

Invece l'Arabia Saudita ha il terzo più grande budget per la difesa del mondo, a $69 miliardi (2,5 volte l'intera economia dello Yemen), ed è una forza militare moderna, addestrata ed equipaggiata dal Pentagono con il meglio.

In una parola, gli Houthi vengono brutalmente bombardati dall'Arabia Saudita in quello che equivale ad un attacco genocida: gli Houthi sono vittime di un'aggressione che ha causato la morte di oltre 10.000 civili e afflitto le terre da carestie, malattie, macerie e devastazioni economiche.

Non si può dire quale fazione nella guerra civile fratricida dello Yemen sia la più barbara, ma il modesto aiuto fornito dall'Iran al suo parente sciita non è assolutamente un caso di terrorismo.

Infine vi è il quarto elemento del presunto asse iraniano: le comunità sciite controllate da Hezbollah nel sud del Libano e nella valle della Bekaa. Come tutto il resto del Medio Oriente, Hezbollah è un prodotto dell'imperialismo europeo, della politica confessionale islamica e delle politiche di sicurezza esagerate e controproducenti di Israele.

In primo luogo, il Libano non è stato più un Paese da quando Sykes e Picot giocarono con i confini di quei posti. Il risultato fu uno stufato di divisioni religiose ed etniche: cattolici maroniti, greco-ortodossi, copti, drusi, sunniti, sciiti, alawiti, curdi, armeni, ebrei e innumerevoli altri che rendevano praticamente impossibile la costruzione di uno stato.

Alla fine un'alleanza di cristiani e sunniti ha acquisito il controllo del Paese, lasciando la popolazione sciita priva di diritti e svantaggiata dal punto di vista economico. Ma fu l'afflusso di rifugiati palestinesi negli anni '60 e '70 che alla fine sconvolse l'equilibrio delle forze confessionali ed innescò una guerra civile che durò essenzialmente dal 1975 al 1990.

Innescò anche un'invasione israeliana del sud del Libano nel 1982 e una successiva occupazione brutale di territori prevalentemente sciiti. Il presunto scopo di questa invasione era di cacciare l'OLP e Yassir Arafat dall'enclave nel sud del Libano, stabilitisi lì dopo essere stati cacciati dalla Giordania nel 1970.

Alla fine Israele riuscì a far fare i bagagli ad Arafat, ma nel processo vide la nascita di un movimento di resistenza sciita che non esisteva nel 1982, e che a tempo debito divenne la singola forza più forte negli arrangiamenti politici nazionali del Libano.

Dopo che Israele si ritirò dal Libano nel 2000, l'allora presidente cristiano della contea fece chiaramente capire che Hezbollah era diventato una forza legittima e rispettata all'interno della comunità politica libanese.

Quindi, sì, Hezbollah è una componente della cosiddetta Mezzaluna sciita e il suo allineamento confessionale e politico con Teheran è del tutto plausibile. Ma questo accordo, per quanto stia stretto ad Israele, non rappresenta affatto un'aggressione iraniana al confine settentrionale di Israele.

In realtà è uno sprone affinché i governi israeliani, specialmente i governi di destra del Likud dei tempi moderni, tornino a trattare in modo costruttivo la questione palestinese.

Al posto della soluzione "a due stati" in Palestina, la politica israeliana ha prodotto uno stato cronico di guerra con la grande maggioranza della popolazione del Libano meridionale rappresentata da Hezbollah.

Quest'ultimo è tutt'altro che pacifico e ha commesso la sua parte di atrocità, ma il punto è che dati gli ultimi 35 anni di storia e la politica israeliana, Hezbollah sarebbe esistito come una forza minacciosa sul suo confine settentrionale anche se la teocrazia non fosse esistita e lo Scià, o il suo erede, fosse ancora sul Trono del Pavone.

In breve, non esiste alcuna alleanza terroristica nella Mezzaluna sciita che minaccia la sicurezza americana. Tale affermazione è semplicemente una delle Grandi Bugie che è stata promulgata dal Partito della Guerra dopo il 1991 e che è stata abbracciata da Washington sin da allora per mantenere vivo il complesso militare/industriale e giustificare il suo ruolo auto-nominato di poliziotto del mondo.

Quindi, alla fine, l'affermazione che l'Iran sia il leader espansionista della Mezzaluna sciita si basa solo sul fatto che Teheran vuole avere una politica estera indipendente basata sui interessi propri e affiliazioni confessionali (relazioni legittime che sono invece demonizzate dal Partito della Guerra a Washington e in particolare dalla sua filiale Bibi Netanyahu).

E per questo Trump ha stracciato l'unica cosa decente che abbia fatto Obama nell'arena della politica estera, l'accordo nucleare iraniano, e questa mossa demente potrebbe portarci realmente al punto di un conflitto militare.

Se succede, il terzetto di aggressori dietro di esso ha già posato per il suo ritratto ufficiale.



[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


giovedì 18 luglio 2019

I migliori investitori nel mercato azionario: i morti





di Bill Bonner


BALTIMORE - Il mercato azionario ha avuto un buon rimbalzo ieri. Dove andrà da qui, nessuno lo sa.

Ma non dovete indovinare, perché non si guadagnano soldi nel mercato azionario nel breve termine. Le volte che indovinerete saranno eguagliate dalle volte che sbaglierete, e finirete per non andare da nessuna parte.

Sono le grandi mosse a lungo termine che fanno la differenza e il problema è che a volte queste mosse durano più a lungo di noi.

Il nostro modello di "Tempismo per principianti" richiede l'acquisto di azioni quando è possibile comprarle per meno di cinque once d'oro (attualmente siamo a circa 20)... e vendere azioni quando il prezzo supera le 15 once d'oro.

Altrimenti, dovete solo aspettare. In oro.

Negli ultimi cento anni avreste moltiplicato la vostra ricchezza reale, misurata in oro, più di 58 volte.

Come abbiamo visto la scorsa volta, le azioni sono molto sopravvalutate. Avreste potuto comprare l'intero Dow nel 1928 per 10 once d'oro. Quindi avreste potuto utilizzare le stesse 10 once per acquistare nuovamente i titoli azionari del Dow nel 2013. Il guadagno in conto capitale totale in 85 anni: zero.

In altre parole, non aspettatevi affatto guadagni in conto capitale dalle azioni. Quello che potete aspettarvi sono i dividendi, ma questi sono soggetti a tassazione sul reddito.

Ad esempio, a Baltimora le tasse totali ammontano a circa il 50%. Quindi, se il vostro titolo azionario paga un dividendo del 2%, vi ritroverete con un rendimento annuo netto pari all'1%.

E circa la metà delle volte le vostre azioni valgono meno del denaro (10 once d'oro, in media) con cui le avete pagate.

In altre parole, i vostri dividendi spariranno in perdite di capitale circa un anno ogni due.

Negli ultimi 20 anni lettori, colleghi, analisti e trader cialtroni (con l'insulto facile) ci hanno criticato per aver "perso" il più grande boom azionario della storia.

Ma indovinate un po'... durante suddetto periodo l'oro è andato meglio dell'indice S&P 500, anche quando si prende in considerazione il reinvestimento dei dividendi senza il rischio.

Le persone pensano di dover investire. Vedono annunci con coppie che sorridono e pensano che saranno dei grossi perdenti se non ingrassano il loro portafoglio.

Ma uno studio condotto alcuni anni fa ha mostrato che i migliori investitori erano quelli che non hanno fatto niente.

Guardando la performance dei conti dei suoi clienti, il gestore patrimoniale Fidelity ha scoperto quello che sembrava un gruppo di vincitori di spicco. Questi investitori battono costantemente le medie.

Qual era il loro segreto? Cosa possiamo dire ai nostri altri clienti, si chiedeva Fidelity?

Il segreto era che i migliori investitori erano morti. I loro resoconti erano rimasti lì, ancora aperti ma inattivi, accumulando e reinvestendo i guadagni.

Ciò che ci mostra questo esempio è che gli investimenti attivi non pagano affatto... non per la maggior parte delle persone. A meno che non siate molto fortunati o ben informati, finirete per perdere denaro.

Scelta delle azioni... trading in e out... prendere decisioni d'investimento... sono rari gli investitori che fanno funzionare tutto ciò. E perché dovrebbe funzionare per loro?

Investire fa parte della vita. Ottenete, più o meno, non quello che volete o quello che vi aspettate... ma ciò che meritate. E ciò che meritate di ottenere dipende da ciò che date... cosa avete messo dentro.

Un analista serio e a tempo pieno potrebbe ottenere un rendimento leggermente superiore alla media. Ma da dove verranno i suoi profitti? Cioè, se fa più della media, qualcun altro deve fare di meno. Quindi chi è il perdente?

Il principiante guarda le notizie. Sente che le azioni "salgono sempre nel lungo periodo" e guarda indietro vedendo le prove: un enorme rally nel mercato azionario negli ultimi 36 anni.

Quello che non sa è che la maggior parte di questo guadagno è contraffatto. Non è stato generato dalla crescita organica delle vendite e dei profitti (le cose che rendono le imprese degne di essere possedute), ma dall'inflazione nei mercati dei capitali. La FED ha pompato $4000 miliardi e sono finiti in azioni e obbligazioni.

Tutto questo è al centro dell'attuale economia e dei mercati. Togliete i $4000 miliardi di soldi falsi... e i tassi d'interesse fasulli degli ultimi 10 anni... e l'intero baraccone sarà completamente diverso.

Ad esempio, se si considerano i guadagni effettivi delle società, basati su documenti dell'IRS, si scopre che oggi le società statunitensi non guadagnano più un soldo rispetto a quanto accadeva nel 2006... e molto meno di quanto hanno guadagnato negli ultimi quattro anni dell'amministrazione Obama.

Gli utili per azione sono aumentati perché le società hanno utilizzato credito a buon mercato per riacquistare le loro azioni, riducendo così il numero di azioni in circolazione.

Ciò rende le singole azioni più preziose (ci sono meno divisioni tra i profitti), ma la conseguenza dannosa è che ciò lascia il settore aziendale americano con il 50% in più di debito, oltre $9000 miliardi.

Cioè, le aziende statunitensi sono più deboli di prima, non più forti. Ora sono più vulnerabili al ciclo dei tassi d'interesse.

E soffriranno di più sulla scia dei tagli fiscali e degli aumenti di spesa del presidente T, che ha raddoppiato il fabbisogno di indebitamento degli Stati Uniti e aumentato i tassi d'interesse più rapidamente.

La combinazione di debito più elevato e tassi più alti colpirà duro gli utili aziendali. Anche prima che il rendimento del decennale USA raggiunga il 4%, prevediamo che gli investitori vorranno aver venduto azioni e obbligazioni... e acquistato oro.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.com/


mercoledì 17 luglio 2019

Libra di Facebook rappresenterà la fine del dollaro?





di Jeffrey Tucker


Facebook ha cambiato il modo in cui comunichiamo, interagiamo e raccogliamo informazioni. Non dovete amare tutti i risultati, ma la realtà del cambiamento nelle nostre vite è innegabile.

La nuova iniziativa di Facebook per creare una criptovaluta farà lo stesso per i sistemi di pagamento e per il denaro? Molto probabilmente no, ma la creazione del suo Libra rappresenterà un passo nella giusta direzione, lontano dalla monopolizzazione del dollaro e dai sistemi di pagamento intermediati verso una vera scelta della valuta.



Il denaro può essere innovato

Il più grande contributo di Bitcoin è che ha insegnato al mondo che il denaro può essere soggetto all'innovazione basata sul libero mercato. Può essere più di quello che conoscevamo. Bitcoin racchiude il mezzo di scambio e il mezzo di pagamento, rendendo possibile utilizzare in modo efficace denaro contante peer-to-peer in tutto il mondo, senza dover ricorrere ai servizi di terze parti.

È completamente nuovo. Due decenni fa, nessuno credeva che una cosa del genere fosse possibile.

È passato tanto tempo da quando si era verificata una vera innovazione nella tecnologia monetaria e si era tentati di credere che non potesse accadere più. Si era arrivati a credere ormai che il denaro sarebbe stato per sempre emesso dallo stato, stampato da una burocrazia e reso digitale dalle banche e dalle società di carte di credito che sopportano la maggior parte del rischio di controparte. Con quel sistema c'erano costi alti, lunghe attese per il saldo finale e molti livelli di permesso.

Quello che ha fatto Bitcoin, ed è stato così sorprendente che ci sono voluti molti anni prima che gli esperti potessero credere ai loro occhi, è stato bypassare questa intera infrastruttura. Al suo posto ha introdotto un libro mastro distribuito per registrare i diritti di proprietà ed i loro cambiamenti. Ha usato la crittografia per la sicurezza e ha permesso l'accesso non intermediato. Ha creato un protocollo per regolare la creazione di nuovi token, premiando poi i nodi che confermavano le transazioni.

In un lampo di brillantezza, ha risolto la maggior parte, ma non tutti, i problemi associati al grande sogno di una nuova moneta per Internet, una che fosse completamente denazionalizzata: operare al di fuori degli stati e dei loro confini.

Un problema che Bitcoin non è stato in grado di risolvere è stato quello normativo. Gli stati hanno lavorato per costringerlo a comportarsi come il vecchio denaro che avrebbe dovuto sostituire. Altri problemi (interfacce utente, fluttuazioni nella valutazione e scalabilità) sono noti e risolvibili, soprattutto ora con una grande concorrenza tra le criptovalute.

Nel frattempo l'innovazione del libro mastro distribuito era lì affinché il mondo la potesse vedere, copiare ed utilizzare. La tecnologia blockchain ha costruito una grande industria in tutto il mondo. Bitcoin ha una capitalizzazione di mercato di $265 miliardi oggi e Bitcoin Core da solo supporta 400.000 transazioni al giorno. Questo è ancora poco rispetto ai sistemi di pagamento tradizionali, ma la tendenza è inesorabile.



Denaro dei social media

Come si inserisce Facebook in questo quadro? Se viaggiate in Cina, scoprirete qualcosa di molto sorprendente: i social network ed i sistemi di pagamento sono perfettamente integrati in un modo che rende obsolete le carte di credito. Negli Stati Uniti abbiamo visto un accenno con Venmo, ma il servizio è molto limitato. Lo stesso con PayPal. In generale stiamo ancora utilizzando il sistema di pagamento dell'ultima generazione. Facebook spera di avviare un nuovo mezzo di pagamento simile a quello che è comune in Cina, ma con una differenza: utilizzerà la tecnologia blockchain.

Libra sarà quella che viene chiamata una stablecoin. Il suo valore sarà legato ad "una riserva di beni reali" (chiamata Riserva di Libra) che Facebook può sostenere utilizzando la sua credibilità di mercato e le nuove risorse di rischio.

Una stablecoin opera in modo diverso rispetto ad una criptovaluta a prezzo di mercato. Legandosi ad altre valute, tenta di distribuire i vantaggi della blockchain nei pagamenti senza la volatilità che deriva dalle fluttuazioni del mercato. Cerca di isolare i vantaggi del peer-to-peer e della riduzione del rischio senza affrontare i problemi di volatilità e non conformità normativa.

Cosa contiene questa Riserva di Libra? La mia ipotesi: un paniere di valute e anche altri beni, forse persino l'oro. L'obiettivo è un nuovo mezzo di pagamento che ha bassa inflazione, fungibilità, accettazione globale e ampio accesso anche a chi non può permettersi i servizi bancari.

Come stablecoin basata sui permessi, inviterà la critica a dire che non si tratterà di una vera e propria criptovaluta, e sebbene la critica sia valida, questo non ha nulla a che fare con se e in che misura raggiungerà i suoi obiettivi.

Facebook ha mantenuto segreto questo progetto per ben 18 mesi, con i dettagli che fuoriuscivano un po' alla volta. Ecco cosa sappiamo: Facebook sta cercando $1 miliardo in finanziamenti di rischio, Libra sarà gestita da una società separata da quella madre, sarà implementata nell'app WhatsApp (la cosa più vicina a WeChat nel mondo occidentale) e Visa, Mastercard e PayPal sono a bordo.

Considerate la portata e il possibile potere di mercato di questa moneta: Facebook ha 2,38 miliardi di utenti, WhatsApp ha 1,5 miliardi di utenti attivi in ​​più di 180 paesi.


Oltre ad osservare la sua struttura di base, la sua portata e il potenziale potere di mercato globale, tutti in questo momento si stanno dilettando a fare previsioni.

Caitlin Long, una esperta contabile con esperienza sia nelle industrie convenzionali che in quelle blockchain, offre la seguente riflessione: inizialmente sarà commercializzata nel mondo in via di sviluppo e dopo il rilascio crescerà gradualmente fino a diventare una potenza nei mercati dei capitali globali.

Secondo la Long Libra pagherà interessi a coloro che la detengono, ad un tasso equivalente al quale le banche guadagnano interessi sui loro depositi presso la FED. Il che a sua volta farà sì che la gente cominci a chiedersi perché il sistema bancario non sia così generoso con i suoi depositanti. Ciò metterà pressione alle banche e stimolerà un nuovo scrutinio sulle loro relazioni con la FED.

La Long sostiene la mia stessa ipotesi: sebbene Libra non rappresenti l'essenza delle criptovalute, il suo successo darà alle criptovalute un enorme impulso di credibilità. Questo, a sua volta, si rifletterà nella determinazione del loro prezzo.

Considerate il quadro generale: il sistema blockchain è un gigantesco balzo in avanti nella modernizzazione di un sistema che da mezzo secolo è tecnologicamente lento. Stiamo ancora utilizzando un sistema con barriere molto elevate all'ingresso. L'esclusione finanziaria mantiene al palo milioni di persone congelate che vorrebbero intraprendere relazioni economiche ambiziose. Non può durare, non ora che sappiamo che esiste un'alternativa.

Una delle migliori caratteristiche delle criptovalute è l'assenza di barriere all'entrata. Sono resistenti alla censura e al controllo centralizzato. Nemmeno gli stati possono ucciderle senza misure estreme; anche così la rete stessa vivrebbe al di fuori di ogni ambito dello stato. Una cosa che abbiamo imparato dall'esperienza di Facebook è che è tutt'altro che resistente alla censura. È un sistema basato sui permessi, come il sistema bancario moderno.

Per questo motivo Libra viene giustamente criticata dai puristi: una via di mezzo che strizza l'occhio ai vecchi sistemi e al sistema normativo esistente. Tutto vero.

Ma non è qui che finisce la storia, perché è abbastanza da minacciare il modo in cui i venivano i vecchi affari da parte della classe dirigente finanziaria, non solo il potere delle banche centrali ma anche il monopolio monetario dello stato stesso. Lo status del dollaro come valuta di riserva mondiale è già in bilico e le guerre commerciali di Trump stanno spingendo vaste aree del mondo a scoprire un'alternativa.

La scelta della valuta, insieme al denaro denazionalizzato, è il futuro. Libra di Facebook è un nuovo inizio che non avrà mai fine.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 16 luglio 2019

Due anni dopo che Trump è uscito dagli Accordi di Parigi, è comprovato che fossero una farsa





di Robert P. Murphy


Due anni fa il presidente Trump ha annunciato che avrebbe iniziato il processo formale di ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi sul Clima di Parigi. A quel tempo i media e gli allarmisti sono andati nel panico: per esempio, il famoso fisico Stephen Hawking diceva che l'azione di Trump avrebbe spinto la Terra "sull'orlo del baratro". Eppure, come mostrerò in questo articolo, gli Accordi di Parigi si sono dimostrati una farsa; non risolvono affatto il "problema" del clima, nemmeno secondo i termini degli allarmisti. Se si pensa che il cambiamento climatico sia un problema secondario, o una vera crisi, in entrambi i casi l'azione di Trump dovrebbe essere accolta favorevolmente. Il ritiro di Trump ha permesso agli scienziati e agli altri di pensare ad approcci alternativi piuttosto che ad un controllo politico coordinato a livello globale sull'energia e sui trasporti.



Gli Accordi di Parigi sarebbero stati un “fallimento” anche in base ai loro stessi termini

Il punto più importante da sottolineare è che gli Accordi di Parigi non avrebbero liberato l'umanità dalla piaga del cambiamento climatico, se proprio volessimo adottare la retorica allarmistica per amor di discussione. Dal sito ClimateActionTracker.org ecco l'ultima stima riguardo gli impegni di Parigi e il livello implicito del riscaldamento globale fino all'anno 2100:


Come mostra l'immagine, anche se tutti i Paesi (compresi gli Stati Uniti, che tecnicamente ancora fanno parte dell'accordo) rispetteranno le promesse di Parigi, si prevede che il riscaldamento raggiunga i 3,0° celsius, ben oltre i livelli "sicuri" di 1,5° o al massimo 2,0°, che sono gli obiettivi che ormai vanno di moda.

Quel che è peggio, l'immagine ci mostra anche che le politiche attuali produrranno un riscaldamento previsto di 3,3° celsius, perché è più facile promettere che fare qualcosa.

Ricordate che ad aprile 2017 David Roberts diceva su Vox che nessun Paese sulla Terra stava prendendo sul serio l'obiettivo popolare dei 2° celsius. Notate che questo accadeva prima che Trump facesse il suo annuncio.

Per queste ragioni non dovremmo prendere sul serio la tesi secondo cui Parigi avrebbe funzionato alla grande ma Donald Trump ha rovinato tutto. (Rob Bradley smantella pazientemente questa tesi in particolare.)



Le promesse vuote sono una caratteristica, non un caso isolato

I sostenitori degli Accordi di Parigi respingerebbero le mie critiche di cui sopra, sostenendo che una volta stabilito il quadro di base di un accordo globale, allora potremo ottenere una seria riduzione delle emissioni.

Eppure questo è solo un ottimismo ingiustificato. L'unica ragione per cui molti Paesi hanno sottoscritto Parigi è che gli impegni non erano vincolanti, e al di là di ciò, in molti casi gli impegni erano praticamente privi di significato.

Ad esempio, Oren Cass nel 2015 ha spiegato che i "contributi nazionali previsti" (INDC) dell'India e della Cina erano meno ambiziosi di quelli che sarebbero stati stanziati in condizioni normali. In altre parole, le "offerte" iniziali dell'India e della Cina per quello che potevano fare per aiutare nella lotta contro il cambiamento climatico, non comportavano alcun sacrificio effettivo poiché è normale che i Paesi riducano nel tempo le proprie emissioni per unità di PIL.

Ancora più esilarante, in un articolo del 2017 Cass ha citato l'impegno del Pakistan, che "si è impegnato a ridurre le sue emissioni dopo aver raggiunto i massimi livelli nella misura concessa". Se ci pensate, ogni Paese potrebbe tranquillamente fare una tale promessa: una volta che le emissioni raggiungono il loro picco, non potrebbero far altro che scendere poi. Ecco perché il livello di picco sarebbe un picco.

Questa non è una coincidenza. L'unico modo per convincere tutti i governi del mondo a firmare Parigi era che ognuno di loro si rendesse conto che in realtà non erano in pericolo. (Per inciso, la ragione per cui sono gli Accordi di Parigi e non il Trattato di Parigi è che i sottoscrittori non volevano che il Senato degli Stati Uniti durante gli anni di Obama lo respingessero, come accaduto per il Protocollo di Kyoto durante l'amministrazione di Bill Clinton. Questa non una mia teoria, i sostenitori di un intervento statale sul clima dicono la stessa cosa).

Per questo motivo i fan degli Accordi di Parigi li citano come un solido quadro politico con cui "fare sul serio" riguardo la riduzione delle emissioni. La quasi unanimità dell'accordo sarebbe crollata una volta che i singoli Paesi avrebbero dovuto sacrificare la loro crescita economica. Basta guardare ai battibecchi e al caos mentre sempre più governi sperimentano reazioni negative da parte degli elettori contro le restrizioni sull'energia convenzionale. Ecco come a dicembre un articolo del New York Times ha spiegato la situazione:
Ad agosto [2018] in Australia uno sforzo per la transizione dal carbone [...] ha portato alla cacciata del primo ministro. Il politico che gli è succeduto, Scott Morrison, si è guadagnato i favori dell'industria portando un pezzo di carbone in Parlamento.

A novembre i brasiliani hanno eletto Jair Bolsonaro, che si era impegnato a promuovere interessi agro-alimentari nella foresta amazzonica [...].

In Polonia, Paese ospitante gli ultimi colloqui delle Nazioni Unite, il presidente di destra, Andrzej Duda, ha aperto i negoziati affermando che il suo Paese non ha intenzione di abbandonare il carbone.

[...] Le emissioni in Cina sono cresciute negli ultimi due anni, segnalando la difficoltà di spostare il Paese lontano dalla sua economia industriale dipendente dal carbone. La Germania sta trovando difficoltoso allontanarsi dalla lignite a causa dell'opposizione politica nell'est del Pese ricco di carbone. Il presidente francese, Emmanuel Macron, affronta disordini in patria a causa del carico fiscale che la gente della classe operaia reputa ingiusto.

Come indicano gli esempi sopra, e non citano l'azione sul clima anche in Canada, tutto questo non è certo colpa di Donald Trump. In tutto il mondo le persone stanno diventando irrequiete e alla fine dicono "basta" alle "soluzioni" tecnocratiche che fanno salire i prezzi dell'energia senza nemmeno risolvere il presunto problema dei cambiamenti climatici.



Conclusione

Il presidente Trump ha proseguito la sua campagna elettorale promettendo di ridurre i regolamenti controproducenti sull'energia, molto più di quanto la maggior parte di noi pensasse sarebbe stato politicamente fattibile. Gli Accordi di Parigi non hanno mai avuto la possibilità di intaccare seriamente le emissioni globali e sono stati un veicolo per ridistribuire la ricchezza, per un ammontare di migliaia di miliardi di dollari, come ho spiegato qui diversi anni fa.

Dal momento che anche i più ardenti attivisti ambientali ammettono che gli Accordi di Parigi non si sono nemmeno avvicinati a "risolvere" il problema dei cambiamenti climatici, dovrebbero ringraziare Trump per essere stato il primo ad annunciare che non funzionavano e porre fine a questa farsa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 15 luglio 2019

La follia insita nella formula “I deficit non contano”





di David Stockman


Il Tesoro degli Stati Uniti ha fatto registrare un deficit record di $207 miliardi a maggio e una spesa mensile record di $440 miliardi. Ciò ha portato il disavanzo di 12 mesi a sfiorare i mille miliardi, a $986 miliardi.

Innanzitutto maggio ha fatto segnare il mese #119 dell'attuale espansione economica, a pari merito con la durata del ciclo degli anni '90; ma anche J.M. Keynes si sarebbe rivoltato nella tomba alla luce del grafico qui sotto.

Anche per i keynesiani hardcore di un tempo i deficit fiscali avrebbero dovuto scendere bruscamente alla fine di un ciclo economico, o addirittura andare in eccedenza come nel 1999-2000, e non scoppiando verso il 5% del PIL come è successo ora.


Poi il Wall Street Journal è uscito un articolo in prima pagina intitolato: "Come Washington ha imparato ad amare debiti e deficit". In sintesi, non c'è mai stato un tale autocompiacimento bipartisan sulle finanze pubbliche della nazione in tutta la storia moderna, anche durante gli anni di presidenza da FDR, LBJ e ogni presidente dopo Gerald Ford.


L'articolo del WSJ è un coacervo di non sequitur, fanatismo politico e keynesismo sotto steroidi. Ciò che è più significativo è il fatto che il co-autore sia Jon Hilsenrath, giornalista che da tempo si occupa della FED, eppure non contiene una sola parola sul ruolo delle banche centrali nel promuovere l'abbandono della responsabilità fiscale.

Quindi ecco il colpevole: le banche centrali del mondo hanno espanso i loro bilanci di oltre $22.000 miliardi dall'inizio del secolo, monetizzando il debito pubblico degli Stati Uniti e della maggior parte del mondo attraverso il credito fiat creato dal nulla.

Così il massiccio ordine di "acquisto" da $22.000 miliardi delle banche centrali ha pesato sull'offerta di fondi nel mercato del reddito fisso, spingendo verso l'alto i prezzi delle obbligazioni e sopprimendone i rendimenti.

Il grafico qui sotto lascia poco spazio al dubbio, eppure le banche centrali keynesiane hanno così corrotto sia il discorso finanziario sia i prezzi delle obbligazioni che questa esplosione dei loro bilanci viene sdoganata come qualcosa di fisiologico.

Inoltre l'intero sistema è così impantanato nella fantasia "il debito non conta" (sia pubblico che privato) che otteniamo il grafico qui sotto. Apparentemente nemmeno una delle centinaia di analisti di Wall Street che si occupavano di strategie nei mercati a reddito fisso, è riuscito ad indovinare dove sarebbe andato il rendimento del decennale USA nelle proiezioni di inizio anno.

Cioè, a partire da gennaio erano sostanzialmente ciechi, sordi e muti su ciò che si sarebbe materializzato in soli 180 giorni. E il livello di errore di previsione mostrato di seguito non è dovuto al fatto che la guerra commerciale e le prospettive di crescita globale si siano deteriorate dall'inizio dell'anno.


Ecco perché le chiacchiere di Wall Street sulla debolezza macroeconomica emergente non spiegano il grafico qui sopra.

A parità di condizioni, in un sistema finanziario onesto il mercato obbligazionario potrebbe benissimo avere un prezzo, con rendimenti obbligazionari moderatamente inferiori a fronte di una recessione attesa o effettiva. Il motivo sarebbe la riduzione della domanda, soprattutto da parte di aziende e consumatori.

Ma questo non accade nel mondo di oggi, perché il finanziamento statale esplode durante una recessione; un'esplosione di gran lunga superiore a qualsiasi riduzione della domanda di credito o di debito a lungo termine. E le famiglie sono talmente sotto stress economico/finanziario che l'uso del credito si riduce a malapena.

Ad esempio, durante la crisi finanziaria e la Grande Recessione, il tasso dei prestiti federali è salito da $161 miliardi nell'anno fiscale 2007 a $1.400 miliardi nell'anno 2009. In termini cumulativi, il debito federale totale alla vigilia della crisi nel settembre 2007 era di $5.994 miliardi e nel momento in cui il peggio della recessione era passato, nel settembre 2009, la cifra era di $8.616 miliardi.

Quindi lo Zio Sam da solo ha assorbito $2.622 miliardi di risparmi privati ​​durante quel periodo di due anni. Ma a differenza della teoria, i prestiti alle famiglie e alle imprese non sono scesi.

Infatti i debiti non finanziari delle imprese (societarie e non corporative) sono saliti da $9.845 miliardi nel settembre 2007 a $10.387 miliardi due anni dopo, un salto di $542 miliardi.

Allo stesso modo, il debito totale delle famiglie si è mosso a malapena, nonostante i massicci pignoramenti occorsi durante quel periodo. A settembre 2007 il debito delle famiglie era di $14.030 miliardi e poi è sceso a $13.960 miliardi nel settembre 2009, un calo di $65 miliardi (0,5%).

In sintesi, la domanda di fondi del Tesoro degli Stati Uniti è aumentata di $2.620 miliardi durante il periodo recessivo 2007-2009, ma anche la domanda di famiglie ed imprese è aumentata di $474 miliardi.

Non vi è stato alcun indebolimento nella domanda di prestiti, il che significa che la teoria che la domanda privata di prestiti scende durante una recessione è smentita dai fatti dell'ultimo periodo di recessione.

Qualunque possa essere stato il caso negli anni '60 e '70, non è più rilevante. Questo perché l'economia americana è ora tumulata sotto $72.000 miliardi tra debito pubblico e privato.

Di conseguenza le famiglie non hanno affatto affrontato un percorso di deleveraging sin dalla crisi del 2008-2009, con un debito totale che ora registra un valore record di $15.700 miliardi e il debito delle imprese è cresciuto del 58% a $15.600 miliardi.

Quindi perché gli analisti erano così lontani quando da sei mesi a questa parte hanno analizzato i rendimenti dei bond? E perché il rendimento decennale è crollato dal 3,24% l'8 novembre scorso a solo il 2,096% alla chiusura di oggi?


Si tratta di un enorme calo del 35% a fronte di un lieve ribasso delle prospettive economiche. E si sta verificando in condizioni finanziarie che non sono migliorate affatto rispetto all'ultima recessione, quando non vi è stato alcun calo del debito del settore privato.

Detto in modo diverso, se il mercato obbligazionario sta scontando una recessione imminente nelle attuali condizioni finanziarie, i rendimenti dovrebbero salire in quanto i finanziamenti federali sicuramente salirebbero e la domanda privata è praticamente garantito che rimarrebbe costante come già accaduto nel 2007-2009.

Inutile dire che tutte le cose non vanno mai nel verso giusto e il mercato obbligazionario non sta scontando nessuno dei fatti citati sopra.

Ciò che sta scontando sono la FED e le altre banche centrali, e ora sta anticipando un flusso biblico di nuova liquidità che dovrebbe monetizzare i deficit federali che emergeranno durante la prossima recessione; e questo senza contare il debito non finanziario delle imprese e delle famiglie.

Ma ecco il punto: l'ipotesi che i livelli indefiniti e virtualmente infiniti del debito pubblico possano essere monetizzati, non può essere vera; né può essere vera l'ipotesi che il rendimento reale del decennale possa rimanere praticamente pari a zero nel futuro prossimo senza conseguenze sgradevoli.

Dopotutto, ciò equivarrebbe ad un pasto gratuito senza precedenti: nessuno deve risparmiare o posticipare i propri desideri nel settore privato perché le banche centrali possono sempre stampare abbastanza denaro fiat per monetizzare il debito pubblico e mantenere i tassi d'interesse bassi.

La verità è che la massiccia monetizzazione del debito da parte della banca centrale ha essenzialmente eliminato una gestione fiscale responsabile, come sottolineato dall'articolo del Wall Street Journal, ma così facendo sta anche spingendo il sistema verso una resa dei conti epocale.

Tra l'altro questo può essere visto nel grafico qui sotto, il quale tiene traccia dei risparmi nazionali netti. Tra le varie misure del risparmio, questa è la più importante perché sottrae i massicci e cronici "risparmi" del settore pubblico (ossia i deficit) dal livello dei risparmi positivi generati dalle famiglie e dalle aziende.

Suddetto grafico ci mostra quindi cosa rimane per l'investimento netto nel settore privato e la risposta attuale è "non molto". Infatti il risparmio nazionale netto nel primo trimestre del 2019 era di appena $506 miliardi a tasso annuo.

Questa cifra è inferiore del 26% ai $681 miliardi registrati nel primo trimestre del 1999. Ed è anche in dollari nominali!

Aggiustato all'aumento del 46% del deflatore del PIL sin dal 1999, il livello di risparmio nazionale netto attuale si attesta a $340 miliardi (1999 $), o il 50% in meno rispetto a quanto era esattamente 20 anni fa.

In una parola, i tassi artificialmente soppressi delle obbligazioni, generati dalla massiccia monetizzazione del debito da parte della banca centrale, hanno alimentato la folle convinzione che il debito pubblico sia benevolo e che deficit da migliaia di miliardi di dollari al picco del ciclo economico siano salutari.

In verità, hanno portato ad una metastasi finanziaria sotto la superficie: l'America ha consumato il suo grano (risparmi privati) per finanziare la baldoria fiscale più irresponsabile nella storia. Il debito pubblico è passato da $5.500 miliardi a $22.000 miliardi durante gli ultimi 20 anni, e tra 10 anni il debito pubblico sarà di $42.000 miliardi, o quasi 8 volte più alto.

Detto in modo diverso, oggi mentre l'economia lotta per crescere dopo l'espansione commerciale più lunga e più debole di sempre, l'economia privata ha il 50% in meno in termini reali per investire in produttività e crescita futura rispetto a due decenni fa... e questo sta accadendo nel peggior momento della storia.

Cioè, alla vigilia dello tsunami di pensionamenti dei Baby Boomer che raggiungerà 11.600 unità al giorno entro il 2022 e 80 milioni di beneficiari di previdenza sociale/Medicare entro la fine del 2020.


Quel che è peggio è che i banchieri centrali ed i loro apologeti keynesiani, che sono responsabili di questa catastrofe, sono diventati dei negazionisti del debito, sostenendo che ci sono molti risparmi in altre parti del mondo per coprire il buco fiscale americano. O perlomeno così dice William Dudley, capo della FED di New York e plenipotenziario di Goldman Sachs presso la banca centrale.

Quello che sta suggerendo è che le persone prudenti nel resto del mondo non hanno seguito il modello statunitense e hanno aumentato i loro tassi di risparmio; e, ancora una volta, saranno felici di inviare i loro sudati risparmi negli Stati Uniti per guadagnare una miseria al netto dell'inflazione e del rischio valutario.

In realtà, è ancora più ridicolo. Dopo gli aggiustamenti riguardo il costo delle coperture valutarie, la signora Watanabe in Giappone otterrebbe un rendimento negativo sul decennale USA in base al 2.096% di oggi.

Forse il popolo giapponese sta ancora facendo segretamente ammenda per la seconda guerra mondiale. Sarebbe una spiegazione tanto valida quanto qualsiasi altra, se non fosse che l'intero mercato globale del reddito fisso è in crisi a causa delle follie monetarie delle banche centrali.

Infatti ora siamo vicini ad un massimo storico di debito a rendimento negativo: $11.000 miliardi su base mondiale. Quindi da qualche parte sul pianeta ci deve essere una specie di enorme riserva di risparmi per aiutare i governi del mondo a sbarcare il lunario.


Tranne che non c'è. Il presunto eccesso di risparmio è stato inventato da Bernanke e B-Dud (Bill Dudley) ed è una una delle tante Grandi Menzogne. La maggior parte delle economie del mondo sviluppato ha fatto registrare un calo del tasso di risparmio nazionale netto, esattamente come negli Stati Uniti.

Rispetto al PIL si è diretto verso sud per decenni, e ora si attesta a poco meno di un quarto del livello che ha prevalso durante i periodi di crescita degli anni '60.


Nel caso del Giappone, ad esempio, il tasso di risparmio netto delle famiglie è crollato dal 12-14% del reddito disponibile negli anni '80 ad appena il 2,0% di oggi. L'immagine qui sotto non suggerisce che la colonia di pensionati più grande del mondo abbia un risparmio di denaro.


O prendete il caso dell'Australia. Solo dal 2008 il tasso di risparmio delle famiglie è sceso di oltre il 50%.


Per quanto riguarda le principali economie europee, la storia è la stessa. Dalla metà degli anni '80 il tasso di risparmio nel Regno Unito (linea rossa) e in Italia (linea verde scuro) è praticamente scomparso. Allo stesso modo, nel caso della Francia (linea verde chiaro) e della Germania (linea gialla), i tassi di risparmio sono diminuiti costantemente, anche se non così rapidamente come nei primi due casi.


Quindi da dove dovrebbero saltare fuori tutti i presunti risparmi in eccesso?

Dallo Schema Rosso di Ponzi ovviamente!

Ma anche qui c'è il trucco (statistico) a causa delle ipotesi keynesiane incorporate nei conti nazionali dei redditi e dei prodotti (NIPA). A partire dalla fine degli anni '90 il debito totale della Cina è esploso da $2.000 miliardi a $40.000 miliardi, e questo enorme salto è stato riciclato nell'economia per finanziare i suoi investimenti nelle infrastrutture pubbliche e nell'industria privata.

Tutto il nuovo debito ha alimentato il reddito salariale ed il reddito aziendale. Ma, ahimè, non vi è stata alcuna compensazione nei conti NIPA per la passività permanente che ha incluso queste voci nel PIL.

Un eccesso di risparmio, se ci credete...
Sfortunatamente i politici di Washington e gli scommettitori di Wall Street apparentemente ci credono per davvero.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/