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lunedì 31 agosto 2026

L'illusione fiscale della Germania: i mercati obbligazionari puniscono la spirale del debito di Merz

L'Europa ha avuto anni per prepararsi agli shock esterni, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, sviluppare le risorse interne, diversificare le fonti energetiche e ridurre il carico fiscale sulle imprese. Invece i governi europei hanno optato per l'interventismo, i sussidi e una maggiore spesa pubblica, e ora stanno rispolverando la retorica del razionamento. L'Europa è sopravvissuta alla crisi energetica del 2022 meno per merito di politiche brillanti e più per un sollievo temporaneo: un inverno mite, acquisti di emergenza di gas naturale liquefatto e una debole domanda asiatica per alcuni carichi. Quel periodo avrebbe dovuto essere sfruttato per riaprire la capacità nucleare, accelerare lo sviluppo delle risorse interne, garantire contratti di fornitura di gas a lungo termine e ridurre l'onere normativo per le industrie. Invece i governi europei hanno considerato un caso fortuito come un trionfo politico. L'Europa rimane esposta a perturbazioni nei mercati mondiali del GNL, all'instabilità in Medio Oriente, a possibili interruzioni delle forniture russe e all'aumento dei costi della competizione con l'Asia per i carichi energetici. Una regione che limita deliberatamente le proprie opzioni energetiche, tassa aggressivamente l'attività produttiva e impone vincoli ideologici agli investimenti non dovrebbe sorprendersi se ogni shock geopolitico si trasforma in un'emergenza economica. Anche le catene di approvvigionamento si stanno nuovamente deteriorando. Ad aprile i tempi di consegna dei fornitori si sono allungati al ritmo più sostenuto sin dal luglio 2022. Questa è la classica trappola politica europea: invece di consentire alle imprese di investire, adattarsi e trovare alternative, i governi europei rispondono alla scarsità con maggiori controlli, interventi e tassazione. I dati PMI più recenti mostrano che l'impatto si sta diffondendo e la fiducia dei consumatori conferma il danno. Le famiglie europee non reagiscono solo alle notizie provenienti dal Medio Oriente, ma a una realtà ben nota: energia costosa, tasse elevate, reddito disponibile reale debole, incertezza occupazionale e stati che offrono più restrizioni anziché maggiore crescita. L'Europa si trova, ancora una volta, di fronte a una prova politica: la risposta corretta non è il razionamento, il controllo dei prezzi o nuovi attacchi alle imprese. La risposta corretta è la deregolamentazione, la riduzione delle tasse, procedure di autorizzazione più rapide, il realismo energetico e una strategia seria per ricostruire la competitività industriale. L'area Euro non manca di talenti, capitali o imprese in grado di risolvere le sfide dell'approvvigionamento; manca di governi disposti a rimuovere gli ostacoli. La lezione è ovvia: gli shock esterni sono inevitabili, ma la debolezza strategica è una scelta.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lillusione-fiscale-della-germania)

La Germania è stata a lungo considerata un baluardo di stabilità fiscale nell'Eurozona. Tuttavia, la politica fiscale incostante del governo Merz sta ora creando tensioni sul mercato obbligazionario. I premi di rischio sui titoli di Stato tradizionali dei Paesi periferici come Italia, Portogallo e Spagna, rispetto ai Bund tedeschi, si stanno riducendo.

Da mesi, nei mercati obbligazionari europei si sta verificando un fenomeno notevole. Gli spread di rischio sui principali titoli di Stato decennali di Paesi come Italia, Portogallo e Spagna, rispetto alla Germania, considerata un punto di riferimento economico, sono in costante calo. I rendimenti spagnoli si attestano ora a soli 0,4 punti percentuali al di sopra dei Bund tedeschi; i titoli italiani – provenienti da un Paese con un rapporto debito/PIL di circa il 125% – presentano uno spread di appena 0,7 punti percentuali superiore.

È evidente che i capitali si stanno spostando dalla Germania verso altri segmenti obbligazionari europei. Il mercato sta forse scontando una politica fiscale tedesca catastrofica?


Ricalcolo dei prezzi della politica tedesca

La strategia tedesca in materia di debito è indubbiamente oggetto di una nuova valutazione da parte dei mercati. Con il cosiddetto fondo speciale, Berlino ha di fatto trascinato il Paese in una spirale del debito praticamente dall'oggi al domani. Nei prossimi dieci anni, verranno emessi oltre €850 miliardi di nuovo debito, che si aggiungeranno a un bilancio ordinario già in deficit del 2,5-3%.

Entro la fine del decennio, il debito pubblico tedesco si attesterà probabilmente intorno all'85-90% del PIL, e nulla lascia presagire un miracolo economico in grado di tirare fuori il Paese da questa spirale. I miracoli accadono nelle favole e nei libri per bambini, ma nemmeno Robert Habeck, coautore di libri per bambini, è riuscito a compiere un'impresa economica simile durante il suo mandato come Ministro dell'Economia.

Gli obblighi impliciti derivanti dai sistemi pensionistici e sociali non vengono nemmeno presi in considerazione, né in Germania né altrove. Ciò che conta nell'andamento dei rendimenti obbligazionari non è il livello assoluto, ma l'aumento relativo dell'indebitamento tedesco, e i mercati stanno prezzando proprio questo. Tutto ciò si scontra con una realtà economica che non crea alcun valore aggiunto significativo. La politica tedesca sta immettendo credito statale – che in seguito si manifesterà sotto forma di tasse più elevate e inflazione – in un vuoto economico, proprio come fanno i sistemi a pianificazione centralizzata.


Guardare al futuro

Gli investitori osservano la politica tedesca con occhio vigile: l'uscita dal nucleare, i prezzi dell'energia alle stelle che schiacciano l'industria, una politica migratoria che prosciuga lo stato sociale come un vampiro – tutto ciò influenza i prezzi dei Bund tedeschi. I mercati obbligazionari sono sempre una scommessa sul futuro, un giudizio sulla stabilità nazionale.

La conseguenza è chiara: i rendimenti sono in aumento. E continueranno a salire. Un debito sempre più consistente diventa sempre più costoso: è così che i mercati devono reagire.

Questi dati inconfutabili non possono essere minimizzati dagli esperti di comunicazione del Parlamento tedesco o dai media generalisti asserviti al governo tedesco. La produttività tedesca è stagnante dal 2018 e ora è in calo; la produzione industriale è crollata di circa un quinto; centinaia di migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero sono scomparsi, mentre solo il settore pubblico è in espansione, con una quota dello Stato nell'economia superiore al 50%.

La Germania si sta orientando verso un'economia di guerra che produce benefici pressoché nulli in termini di reale produzione economica. Accanto a un'“ecoeconomia” già fallimentare, questo settore parassitario consuma risorse, alimenta il lavoro fittizio e sostiene una rete di imprese estrattive. È finanziato da prelievi in ​​costante aumento che gravano sempre più sui lavoratori produttivi. La prosperità e la solidità economica vengono sistematicamente – e intenzionalmente – minate dai pianificatori centrali a Berlino e Bruxelles.

Questa spirale negativa viene consapevolmente e ideologicamente accelerata dal governo del cancelliere Friedrich Merz. La crisi viene orchestrata come soluzione, per piegare la popolazione all'agenda del socialismo climatico e consolidare il potere politico anche in un contesto di crescente tensione sociale. Un vero e proprio corso accelerato di ideologia, senza dubbio.

Ciò che sembra sfuggire ai pianificatori socialisti come Merz è questo: l'azione economica e la potenziale prosperità dipendono fondamentalmente da un'energia economica e affidabile. L'attuale crisi tedesca – il crollo della produttività e il declino industriale – parla da sé. Si è verificata senza necessità e si pone nella storia economica come un atto unico di vandalismo autoinflitto.

Il fatto che Merz e altri socialisti, ricorrendo a strategie mediatiche, a una censura sempre più incisiva e a continui attacchi alle imprese in eventi come i forum dei datori di lavoro, stiano cercando di guidare il loro nucleo politico attraverso la crisi dimostra una sola cosa: non capiscono che questa è una strada a senso unico. Il socialismo climatico è il problema, non la soluzione, e i mercati, insieme alla produzione tedesca, lo stanno dimostrando.

Eppure, questa mentalità è tipica dei politici intrappolati in camere di risonanza ideologiche. Lo abbiamo visto con il Ministro dell'Economia, Robert Habeck, un funzionario di partito mitizzato dai media ambientalisti filo-statali, completamente inesperto di economia e intellettualmente inadeguato. Non è riuscito a comprendere come si sia arrivati ​​alla crisi dei settori sovvenzionati che lui stesso aveva gonfiato con i salvataggi.

Il socialismo è un fenomeno ricorrente e cambia sempre pelle. Il socialismo climatico, come i suoi predecessori, fallirà a causa dell'impoverimento di massa. Per la Germania si prospettano anni difficili e nulla sembra in grado di impedire al volgare socialismo verde di metastatizzarsi nel Paese. Le capitali dell'UE sono diventate avamposti periferici del nucleo canceroso di Bruxelles.

Alcuni cambiamenti sono già visibili. L'Italia, ad esempio, ha iniziato a trasferire le riserve auree dalla banca centrale ai caveau statali e sta perseguendo l'indipendenza energetica attraverso il gas nordafricano. Sul mercato obbligazionario, questo aspetto viene premiato: i rendimenti e i premi di rischio sono in calo. Gli investitori sembrano considerare l'Italia come una “prima sopravvissuta” a una grave crisi dell'euro. La Germania non ha una narrazione simile.

A peggiorare ulteriormente la situazione c'è l'impegno quasi incomprensibile di Berlino nel conflitto ucraino, senza alcun mandato democratico, che accelera il degrado finanziario. Merz prevede di convogliare circa €11,5 miliardi dal bilancio federale del 2026 direttamente nel buco nero di Kiev – una posizione condivisa da Parigi, Londra e Bruxelles – completamente scollegata dalla realtà e che esclude persino la possibilità di un ritiro completo degli Stati Uniti dal teatro europeo.

Questa follia geopolitica si ripercuote sui mercati obbligazionari. I leader tedeschi stanno giocando a Va banque, senza alcun senso storico, responsabilità o lungimiranza.

Chi spera che l'aumento del rapporto debito/PIL in Francia e Belgio (presto superiore al 120%) possa disinnescare l'ipercrescita statale attraverso i mercati obbligazionari potrebbe rimanere deluso. Il Giappone dimostra che anche un debito fortemente finanziato internamente – con rapporti storicamente estremi intorno al 235% del PIL – può rimanere a galla per un certo periodo, sebbene gli obblighi futuri non vengano conteggiati. I mercati prezzano che la BCE proteggerà il debito dell'Eurozona acquistando obbligazioni in eccesso, ritardando così il collasso. Ma come interverrà ora – dopo il “bazooka” del 2020 – rimane opaco e poco chiaro. I premi di rischio svelano il mistero.

Il fatto che i titoli del Tesoro statunitensi vengano scambiati con un premio di circa l'1,3% rispetto ai titoli tedeschi – e di 60 punti base rispetto a quelli greci e italiani – è grottesco, considerate le debolezze strutturali dell'Europa. Questa netta discrepanza tra la realtà economica e la valutazione dei titoli obbligazionari grida a gran voce manipolazione da parte delle banche centrali di Francoforte.

Prevedere quando i mercati declasseranno finalmente un pilastro dell'Eurozona — probabilmente prima la Francia — e faranno crollare l'intero castello di carte del debito è impossibile. Come scrisse Hemingway in Il sole sorgerà ancora : “Come sei finito in bancarotta? In due modi, rispose Mike. Gradualmente, poi all'improvviso”.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 24 agosto 2026

Lo shock del deficit francese da €107 miliardi: la prossima crisi del debito nell'area Euro?

Perché lo yen era la valuta perfetta per impostare un carry trade con le altre? Perché il Giappone aveva un'enorme base industriale e un'economia molto sviluppata. I prestiti venivano impostati in funzione di tale capacità. Poche altre nazioni possono vantare le stesse caratteristiche e, per quanto siano tornati allo zero, gli svizzeri non sono tra questi. E l'oro in Svizzera? In custodia, non c'è produzione. Di conseguenza gli europei possono sfruttare fino a un certo punto il differenziale di rendimento tra i tassi svizzeri e i loro per sostituire il carry trade sullo yen. Questo a sua volta significa che c'è un limite al quale gli europei possono succhiare capitali dalla Svizzera e tenere un tetto ai loro rendimenti obbligazionari. Ecco perché lentamente stanno esplodendo al rialzo, soprattutto il decennale tedesco che è sulla via verso la soglia pericolosa del 3.5% dove le banche e le compagnie di assicurazione vanno fallite (lo stesso vale per Italia e Francia). Quando la Svizzera verrà consumata, quello sarà il momento in cui il differenziale tra i tassi di Giappone e Stati Uniti si avvicinerà, smantellando ciò che rimane del carry trade sullo yen. Oh, e qui arriva il bello! La BCE si ritroverà costretta a creare un carry trade sull'euro, solo per permettere alla valuta comune di sopravvivere. Questa impostazione, però, crea una domanda artificiale nel breve termine perché poi tutti andranno short sull'euro: prenderanno in prestito euro, li venderanno e investiranno altrove (molto probabilmente negli Stati Uniti). Nel frattempo, però, l'economia europea interna avrà bisogno di credito per non cadere in una spirale deflazionistica, premendo ancora di più sulla capacità di stampa della BCE e sull'ulteriore abbassamento dei tassi di riferimento. Si tratta di credito che va a finanziare il 50% delle spese mondiali per il welfare, a fronte di una popolazione che è il 17% di quella mondiale. Improduttivo per sua natura, quindi, senza contare gli ostacoli posti alle imprese con tassazione e follie ambientali. Quello che era partito come un default ordito per il resto del mondo a vantaggio dell'UE, si è trasformato in un default che attende solo Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/lo-shock-del-deficit-francese-da)

Lo scorso 4 agosto si è registrato un nuovo punto basso per la stabilità fiscale europea. La Francia, pilastro dell'Eurozona, ha confermato ancora una volta di essere uno dei principali candidati e un potenziale fattore scatenante di una futura crisi finanziaria dell'area Euro.

Secondo il Ministero delle Finanze francese, il deficit del governo centrale ammontava a circa €107 miliardi alla fine di giugno. Si tratta di cifre impressionanti: un deficit superiore del 14,4% rispetto a quanto inizialmente previsto.

A meno che il governo francese non crei un muro di protezione fiscale e non si verifichi un miracolo economico, il deficit nazionale potrebbe salire a circa il sei per cento quest'anno. Non sono inclusi i deficit del sistema della previdenza sociale, dei comuni e delle regioni, che rappresentano un'ulteriore quota significativa del deficit complessivo della Francia. È possibile che la seconda economia dell'Unione Europea chiuda l'anno con un deficit pubblico complessivo intorno all'otto per cento.

Tutti i piani di bilancio diventerebbero quindi obsoleti. L'anno scorso, il governo francese prevedeva già un deficit del cinque per cento, una cifra che, secondo i criteri di Maastricht originariamente definiti, avrebbe dovuto far scattare una procedura per deficit eccessivo. Tuttavia, il club del debito dell'Eurozona ha da tempo abbandonato qualsiasi vincolo fiscale.

Il problema non risiede solo nel lato delle entrate. Mentre le entrate pubbliche sono di recente aumentate di circa il 3,7%, le spese sono cresciute contemporaneamente del 5,4%. Lo Stato sta crescendo più velocemente della base economica che dovrebbe finanziarlo.

Nonostante gli aumenti delle tasse e le difficili trattative sui tagli alla spesa, il Primo Ministro Sébastien Lecornu non è riuscito a rallentare minimamente la spirale del debito del suo Paese.

La politica fiscale francese non è più da prendere sul serio. Le previsioni di Parigi hanno ormai la stessa durata dei primi ministri francesi, che si sono succeduti a intervalli sempre più brevi.

Lo spettacolo che la Francia sta offrendo al mondo avrà delle conseguenze. La lotta al debito delle Grandi Nazioni non riguarda più solo la Francia, ma l'intero sistema europeo e l'Unione Europea.

Sta diventando sempre più evidente che le politiche europee degli ultimi anni hanno contribuito a una drammatica perdita di dinamismo e produttività economica. La Francia si trova ad affrontare una paralisi politica, un presidente privo di sostegno popolare e la continua disgregazione di una società che mantiene uno dei più grandi stati sociali al mondo, con una spesa pubblica pari al 57%, nel tentativo di nascondere le proprie fratture sociali.

La migrazione culturale ha un costo, e prima o poi quel costo si manifesta inevitabilmente nelle politiche fiscali.

Anche la Francia sta seguendo il modello tedesco, costruendo la propria economia statale attraverso il debito nel tentativo di superare una crisi di produttività senza fine. È sorprendente che questa fiducia nel potere risolutivo della pianificazione centralizzata si diffonda in tutta l'Unione Europea. Possibile che nessuno abbia imparato le lezioni fondamentali della storia?

Quanto più il capitale viene dirottato dai settori produttivi dell'economia verso la costruzione di un'economia politica, tanto più la popolazione si impoverisce. È così che funziona il socialismo.

Conosciamo questo schema dall'esperienza tedesca: lo Stato, di fatto, si autodistrugge. Maggiore è il danno causato da un'economia statale in espansione nei settori produttivi della società, maggiore sarà, in definitiva, il carico fiscale e le pressioni inflazionistiche.

Seguendo questa logica, la Francia ha aumentato diverse tasse negli ultimi dodici mesi. Il Primo Ministro, Sébastien Lecornu, ha scaricato ulteriori oneri principalmente sulle imprese e sui contribuenti con redditi più elevati.

La tassa speciale sulle grandi imprese con un fatturato superiore a un miliardo di euro è stata prorogata e si prevede che genererà circa €7,3 miliardi di entrate aggiuntive per lo Stato. Inoltre, si prevede che una tassa speciale sui redditi elevati, anch'essa prorogata, porterà circa €650 milioni di entrate. Ulteriori misure completano il pacchetto fiscale. Complessivamente, le entrate aggiuntive dovrebbero ridurre l'onere per il bilancio francese di circa €9 miliardi.

Eppure, anche questo sforzo fiscale è completamente sproporzionato rispetto all'entità del problema di bilancio. Gli aumenti delle tasse si limitano a curare i sintomi, non risolvono la crisi strutturale dello stato sociale francese.

I problemi sono simili a quelli della Germania. Non si intraprendono sforzi seri per risolvere la crisi migratoria, non c'è una riforma fondamentale dei programmi sociali e non esiste una strategia per creare un nuovo slancio economico attraverso sgravi fiscali per la classe media.

La Francia è come un incidente automobilistico al rallentatore. Tutti vedono arrivare la collisione, eppure nessuno ha ancora la forza di attutirne l'impatto.

Cosa succederebbe se il mercato obbligazionario riducesse la valutazione sull'affidabilità creditizia della Francia?

Le agenzie di rating hanno già lanciato segnali d'allarme. Fitch ha declassato il rating del credito francese da AA− ad A+, sottolineando il crescente onere del debito, l'incertezza politica e la mancanza di un percorso sostenibile verso la stabilizzazione delle finanze pubbliche.

Stiamo assistendo ai primi segnali di una nuova crisi del debito dell'area Euro che si profila all'orizzonte. Guardando indietro, dobbiamo riconoscere che per lungo tempo la politica ha potuto facilmente sfruttare il sistema monetario basato sul credito fiduciario e la BCE, integrata nel processo politico, al fine di mantenere l'illusione di una fattibilità politica illimitata.

Indipendentemente dal Paese dell'UE in cui ci si trova, la politica continua ad alimentare l'illusione che il sistema di welfare non abbia limiti, a patto che il flusso di credito non si interrompa.

Rassicurati e cullati da un falso senso di sicurezza, nessuno mette in discussione la strategia politica che ha portato al disastro economico. Eppure, questa calma apparente potrebbe presto finire, dato che i tassi di interesse sui mercati obbligazionari continuano a salire.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 3 agosto 2026

L'economia statunitense è più forte dopo un anno e mezzo di amministrazione Trump

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-statunitense-e-piu-forte)

A un anno e mezzo dall'inizio della presidenza di Donald Trump il verdetto dei dati è inequivocabile: le previsioni apocalittiche del consenso generale si sono rivelate errate e gli Stati Uniti si confermano come l'unica grande economia sviluppata in grado di combinare una forte crescita, un'inflazione controllata e un consolidamento fiscale.

Gli stessi analisti e istituzioni che hanno applaudito ai massicci stimoli, agli eccessi monetari e agli eccessi normativi sotto la precedente amministrazione, ora faticano a spiegare perché l'economia statunitense, che si aspettavano sprofondasse nella stagflazione, stia invece superando tutti i suoi pari del G7. Inoltre i Paesi del G7 che hanno seguito linee di politica emissioni zero, di grande interventismo statale e di forte tassazione sono in una fase di stagnazione secolare.


Dal “capriccio dei dazi” a una sorpresa mondiale

Quando Trump annunciò la sua nuova ondata di dazi e politiche commerciali, gran parte del consenso globale si affrettò a prevedere un disastro. Io la definii la “crisi dei dazi”. Gli analisti misero in guardia contro un'impennata dell'inflazione oltre i livelli del 2021, rendimenti dei titoli del Tesoro al 6-7%, crollo degli investimenti, recessione e un mondo che voltava le spalle agli Stati Uniti a favore di governi europei ritenuti più responsabili.

Diciotto mesi dopo nessuna di quelle previsioni si è avverata. Al contrario, il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni è sceso al 4,1%; gli Stati Uniti sono l'unica economia del G7 a crescere in modo robusto, mentre le nazioni che hanno raddoppiato la posta in gioco con l'iperregolamentazione, le aggressive restrizioni legate al clima, le tasse elevate e la spesa pubblica sempre maggiore sono bloccate nella stagnazione, oltre a subire un vento sfavorevole dovuto ai prezzi del petrolio e del gas.

La “crisi dei dazi” non si è mai trasformata nello shock strutturale preannunciato dai critici, perché i dazi doganali – per quanto discutibili per altri motivi – non causano inflazione in quanto non immettono unità monetarie nell'economia; ciò che fanno, invece, la spesa pubblica incontrollata e l'eccesso di liquidità.


Crescita, investimenti e un raro aggiustamento fiscale

La performance dell'economia statunitense nel 2025 è straordinaria non solo in termini relativi, ma anche per i suoi meriti intrinseci. Il PIL reale cresce di circa il 3,8%, con la Federal Reserve di Atlanta che stima una crescita annua di circa il 3,5% nel terzo trimestre, e gli investimenti privati ​​si espandono a ritmi prossimi alla doppia cifra. È fondamentale sottolineare che questo miglioramento si verifica mentre la spesa federale viene ridotta, non aumentata come in altri Paesi: la spesa pubblica è diminuita di circa il 3% nell'arco dell'ultimo anno, invece di mascherare la scarsa crescita con spesa pubblica improduttiva.

Tutte le istituzioni internazionali hanno dovuto adattarsi rapidamente. L'FMI, che inizialmente prevedeva una performance molto più debole, ora si aspetta una crescita statunitense di circa il 2,1% nel 2026, e diverse importanti società di ricerca hanno rivisto al rialzo le loro previsioni per il 2025, portandole intorno al 2,5%, dopo aver inizialmente avvertito di una crescita pari a zero o addirittura negativa. Alcuni economisti hanno pubblicamente riconosciuto che la professione ha interpretato erroneamente sia la resilienza del settore privato statunitense sia il reale impatto dello shock dei dazi, ammettendo che da gennaio in poi il consenso ha costantemente sbagliato sulla direzione dell'economia.

Il fattore più importante è che l'espansione americana non è dovuta all'ennesima ondata di spesa politica alimentata dal debito, bensì alla ripresa del settore privato, degli investimenti, del commercio e della produttività. In un mondo in cui la maggior parte dei governi dei Paesi sviluppati ha risposto a ogni problema con più spesa, più debito e più regolamentazione, la nuova strategia statunitense fa una differenza significativa, e i risultati sono di gran lunga migliori.


Inflazione sotto controllo

La deviazione più significativa dalla narrazione condivisa è arrivata dall'inflazione. Il consenso keynesiano, che non prevedeva alcun rischio di inflazione nel 2021 quando la spesa pubblica e l'offerta di moneta erano in forte aumento, all'inizio del 2025 avvertiva unanimemente che i dazi avrebbero spinto l'inflazione a nuovi massimi annuali, persino superiori ai picchi registrati durante la precedente amministrazione. Invece lo scorso novembre l'indice dei prezzi al consumo si attestava intorno al 2,7%, al di sotto delle precedenti aspettative del 3,0% e lontanissimo dallo scenario catastrofico del 6-7% prospettato al pubblico.

L'inflazione di base racconta la stessa storia. L'indice sottostante, escludendo alimentari ed energia, si attesta intorno al 2,6%, significativamente inferiore rispetto a settembre e ottobre 2024, quando gli stessi commentatori difendevano con entusiasmo il mix di spesa pubblica massiccia e rapidi tagli dei tassi da parte della FED nell'era Biden. Nei dodici mesi fino a novembre scorso l'indice generale è aumentato del 2,7%, dopo il 3,0% dei dodici mesi precedenti, e l'inflazione di base è cresciuta solo del 2,6%. Non vi è alcun segno di un'ondata inflazionistica indotta dai dazi sui prezzi aggregati, solo l'inerzia derivante dal debito e dalla spesa pubblica ereditati nel 2024.

Anzi, la traiettoria suggerisce che, con l'arrivo dei dati definitivi, in particolare per le componenti alimentari ed energetiche, l'indice dei prezzi al consumo riportato potrebbe risultare persino inferiore. Un'analisi indipendente stima un'inflazione del 2,5%.

La lezione è chiara: non sono mai stati i dazi a causare l'impennata dell'inflazione a livello mondiale, bensì una combinazione di espansione fiscale incontrollata e monetizzazione dei deficit da parte delle banche centrali. L'esperienza statunitense del 2025 lo ha dimostrato ancora una volta.


Deficit, debito e politica della disciplina

Mentre molte economie avanzate continuano a scivolare verso deficit sempre più elevati e un debito pubblico maggiore, gli Stati Uniti sono riusciti in un raro successo: combinare la crescita con i primi segnali di consolidamento fiscale. Il deficit federale si è ridotto di circa il 22%, passando da circa $2.070 miliardi a novembre 2024 a circa $1.600 miliardi un anno dopo, grazie a una combinazione di maggiori entrate fiscali e commerciali e tagli alla spesa. Misurato in percentuale del PIL, il deficit è sceso dal disastroso 7,1% ereditato dalla precedente amministrazione a un valore stimato del 5,9%. Considerando che quasi il 97% del bilancio 2025 era già stato speso quando l'amministrazione Trump si è insediata, a causa di precedenti decisioni di spesa e delle leggi di continuazione approvate nel 2024, la riduzione del deficit è ancora più lodevole.

La riduzione è stata accompagnata da un'importante riforma fiscale. Trump ha attuato il più grande taglio delle tasse degli ultimi decenni, portando il cuneo fiscale per le famiglie al di sotto del 30%, secondo le stime della Tax Foundation. Nella maggior parte delle economie OCSE, la linea di politica è stata opposta: tasse più elevate sul lavoro e sul capitale, giustificate dalle esigenze di entrate a breve termine ma negative per gli investimenti e la produttività.

Sul fronte della spesa, i numeri sono ancora più notevoli se si considera il punto di partenza. La nuova amministrazione ha ereditato un bilancio quasi interamente già definito. Le leggi di proroga e le decisioni precedenti avevano già bloccato circa il 97% della spesa federale. Tuttavia le uscite federali sono comunque diminuite del 5,6% nel primo trimestre del 2025 e del 5,3% nel secondo, con una spesa pubblica totale in calo del 3,1% nella prima metà dell'anno. Trump ha ordinato un taglio dell'8% della spesa federale per il 2026, segnalando che gli aggiustamenti fiscali sono una priorità politica fondamentale.

Anche le dinamiche del debito sono incoraggianti. La nuova amministrazione si è insediata con un debito federale di circa $36.220 miliardi e un'eredità di passività impegnate ma non finanziate pari al 100% del PIL e circa $1.500 miliardi di obbligazioni precedentemente approvate. Nonostante questa eredità negativa, il debito si è stabilizzato e si è leggermente ridotto a circa $36.210 miliardi, mentre il rapporto debito/PIL è diminuito da circa il 122% al 120%, secondo i dati della Federal Reserve e analisi indipendenti. Anche una modesta inversione di tendenza invia un messaggio forte.


Mercato del lavoro: i lavoratori autoctoni migliorano, mentre il settore pubblico e l'immigrazione si riducono

Il quadro del mercato del lavoro è forse l'aspetto meno compreso della ripresa economica statunitense. Il rapporto sull'occupazione dello scorso novembre mostra il miglior mese per l'occupazione nel settore privato dei cittadini statunitensi in termini assoluti e destagionalizzati dal 2015, con salari reali in aumento e un netto spostamento dai lavori pubblici e da quelli a bassa produttività, alimentati dall'immigrazione incontrollata. I salari reali settimanali sono aumentati di circa lo 0,8% su base annua, e i lavoratori appartenenti alle fasce di reddito medio-basse hanno registrato aumenti reali di circa l'1,4%. I salari reali netti, al netto delle imposte, stanno crescendo al ritmo più veloce degli ultimi anni.

Il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6%, superiore a quello di Canada, Regno Unito, Francia, Italia e alla media dell'Eurozona.

Secondo i dati delle indagini sulle famiglie, l'occupazione dei cittadini autoctoni è aumentata da circa 130,6 milioni nel novembre 2024 a 133,3 milioni un anno dopo, con un incremento di circa 2,63 milioni di posti di lavoro. Nello stesso periodo l'occupazione degli stranieri è diminuita leggermente, di circa 21.000 unità, e l'occupazione totale nel settore pubblico è calata di 188.000 unità.

Questo cambiamento – un aumento dei posti di lavoro nel settore privato per i lavoratori autoctoni e una diminuzione dei posti di lavoro dipendenti dal settore pubblico e dall'immigrazione – rappresenta una differenza enorme rispetto a Canada, Regno Unito o alla maggior parte delle economie europee, dove l'aumento dell'occupazione include un consistente incremento di posti di lavoro nel settore pubblico e fortemente sovvenzionati. L'esperienza statunitense dimostra che una combinazione di deregolamentazione, tagli fiscali e un controllo più rigoroso delle buste paga pubbliche può comunque garantire posti di lavoro migliori e salari reali più elevati per i lavoratori nazionali.


Gli accordi commerciali si sono rivelati un successo

Le prove contraddicono l'idea che i dazi distruggerebbero la posizione degli Stati Uniti nel commercio mondiale. La precedente amministrazione ha lasciato dietro di sé un enorme deficit commerciale: circa $79,8 miliardi a novembre 2024, destagionalizzato, secondo il Bureau of Economic Analysis. A settembre 2025 tale deficit si era ridotto a circa $52,8 miliardi, con una diminuzione di circa un terzo rispetto all'anno precedente.

La combinazione di dazi mirati, accordi commerciali rinegoziati e una più chiara difesa dell'industria nazionale ha migliorato i flussi commerciali senza innescare l'esplosione inflazionistica che molti avevano previsto.


Altri miglioramenti importanti

L'amministrazione Trump ha agito con decisione su diversi fronti: vietando le valute digitali delle banche centrali, revocando le restrizioni normative e alla libertà di parola imposte dal movimento “woke”, riformando il sistema sanitario e impegnandosi ad abrogare dieci regolamenti per ogni nuovo regolamento approvato. In politica estera, Washington ha spinto per un accordo di pace a Gaza, per un percorso più realistico verso una soluzione in Ucraina basato su pressioni e sanzioni contro la Russia, e per un maggiore sostegno al ritorno alla democrazia in Paesi come il Venezuela.

Il messaggio per i conservatori e i centristi in Europa e in America Latina è chiaro: se si vogliono crescita, posti di lavoro e inflazione più bassa, non si può semplicemente replicare il modello burocratico, ad alta tassazione e ad alta regolamentazione che ha lasciato gran parte del mondo sviluppato in una stagnazione secolare. Trump forse non corrisponde alla definizione tradizionale di “liberale classico”, ma i risultati del suo primo anno  e mezzo di mandato dimostrano cosa può realizzare un governo conservatore veramente riformista.

Per molti esponenti della politica internazionale, la scomoda realtà è che gli Stati Uniti hanno mantenuto le promesse fatte da altri: una crescita più robusta, un'inflazione controllata, un deficit più contenuto, un mercato del lavoro più favorevole per i lavoratori nazionali e una stabilizzazione iniziale del debito. Tutto ciò non è stato ottenuto espandendo lo Stato e sopprimendo i segnali di prezzo, bensì tagliando le tasse, riducendo la spesa pubblica, deregolamentando e confidando nella capacità del settore privato di reagire.

Altre economie avanzate hanno scelto una strategia diversa: più burocrazia, maggiore spesa pubblica e programmi ambiziosi in materia di clima e società, finanziati con debito e tasse, e ora si trovano in una situazione di stagnazione e recessione del settore privato, senza contare poi i prezzi sfavorevoli dell'energia.

Un anno e mezzo del nuovo mandato di Trump non garantisce il successo futuro e i rischi permangono – dagli shock mondiali agli errori delle banche centrali – ma offre già una sfida empirica alle raccomandazioni del consenso keynesiano. Se gli Stati Uniti avessero seguito le proposte del consenso in materia di emissioni zero, grande interventismo statale e tassazione elevata, ora si troverebbero in una situazione fiscale e di crescita disastrosa e l'inflazione sarebbe molto più alta, come dimostra il Regno Unito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 27 luglio 2026

Il difficile cammino dell'Argentina verso la libertà economica

Javier Milei è salito al potere con obiettivi non negoziabili: un surplus di bilancio, il contenimento dell'inflazione e la ripresa di un'economia in crisi. I suoi primi due anni  e mezzo di mandato si sono conclusi con risultati macroeconomici spettacolari: l'inflazione è crollata dai massimi, la povertà è tornata ai livelli del 2018, l'economia è di nuovo in fase di crescita, il debito netto è stato significativamente ridotto e i salari reali stanno iniziando a riprendersi, il tutto grazie al più grande piano di aggiustamento e deregolamentazione degli ultimi decenni. A dicembre 2023 Milei ha ereditato un tasso di inflazione mensile del 25,5%, vicino al 300% annuo – il più alto al mondo – e lo ha rapidamente ridotto a circa il 2,3% al mese entro ottobre dell'anno successivo, il livello più basso dal 2018, con previsioni che indicano un ulteriore calo nel 2026. Inoltre il bilancio nazionale è passato da un deficit insostenibile a un surplus per la prima volta in 14 anni, grazie a drastici tagli alla spesa superflua senza compromettere i servizi essenziali, alla chiusura di ministeri, all'eliminazione di agenzie inutili, alla riduzione dei sussidi e al taglio di decine di migliaia di posti di lavoro sovradimensionati nel settore pubblico ereditati dalla precedente amministrazione. Lasciare respirare l'economia funziona. Politiche di liberalizzazione appropriate hanno ridotto significativamente la povertà: le stime dell'UCA mostrano un calo di quasi 20 punti percentuali rispetto ai picchi della crisi e un tasso compreso tra il 31% e il 36%, il livello più basso degli ultimi sei anni; l'UNICEF stima che circa 1,7 milioni di bambini siano usciti dalla povertà negli ultimi due anni. L'FMI prevede che quest'anno l'Argentina mostrerà una crescita del PIL intorno al 3-4%, con una crescita cumulativa di quasi 8 punti percentuali tra il 2025 e il 2026. Le misure di austerità di Milei hanno portato a una forte riduzione dell'occupazione nel settore pubblico, gonfiata dal kirchnerismo e finanziata con debito e inflazione. Milei ha creato oltre 650.000 nuovi posti di lavoro nel settore privato. Secondo l'INDEC l'occupazione totale è cresciuta di 330.000 posti di lavoro in due anni e, cosa ancora più importante, l'occupazione nel settore pubblico è diminuita di 370.000 unità. Il debito pubblico ha raggiunto livelli molto elevati alla fine del 2023 e da allora è diminuito drasticamente in termini netti. L'onere del debito per l'economia si è ridotto drasticamente: è stato diminuito di decine di miliardi di dollari ed è calato in termini assoluti e in percentuale del PIL, e la dinamica esplosiva ereditata è stata arrestata. Il rapporto debito/PIL è sceso da oltre il 100% tra il 2020 e il 2023, raggiungendo un picco del 155%, al 70% nel terzo trimestre del 2025. Milei ha azzerato il debito della banca centrale trasferendolo al Dipartimento del Tesoro e nei due anni e mezzo della sua presidenza il debito totale ha fatto registrare una diminuzione netta di $48,5 miliardi. Il ministro Luis Caputo e il presidente della banca centrale, Santiago Bausili, hanno svolto un ruolo cruciale nel disinnescare le potenziali minacce lasciate dal socialismo, impedendo che esplodessero. Non possiamo dimenticare gli sforzi di Diego Santilli per garantire la sicurezza e la tranquillità degli argentini di fronte alle continue minacce di sabotaggio, né gli sforzi di Manuel Adorni per smantellare la propaganda e la disinformazione socialista. Il surplus primario è stato raggiunto tagliando la spesa, riducendo il peso dei sussidi inefficienti, frenando la crescita dell'occupazione pubblica e dando priorità ai programmi sociali essenziali. Meno sussidi per tutti e più assistenza per chi ne ha veramente bisogno hanno permesso di ridurre il debito, controllare la spesa e aiutare chi ne ha davvero bisogno. La deregolamentazione, grazie al ministro Sturzenegger, ha permesso di eliminare l'ingerenza statale nell'economia. L'eliminazione dei controlli sui prezzi, la riduzione dei dazi e l'apertura di settori come il trasporto aereo e il mercato immobiliare hanno portato a una maggiore varietà di prodotti e a prezzi migliori per i consumatori. Ora è il turno degli investimenti, che devono eliminare l'incertezza giuridica creata dal socialismo. Il programma RIGI, progettato per attrarre grandi investimenti superiori a $100 milioni, offre stabilità normativa e certezza giuridica, e sono già stati annunciati progetti per oltre $31 miliardi, soprattutto nei settori minerario ed energetico. Non è un miracolo, non è un esperimento... Milei e il suo team di governo hanno applicato la logica economica e una difesa inequivocabile della libertà.

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di Finn Andreen

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-difficile-cammino-dellargentina)

L'ascesa al potere in Argentina del primo libertario dichiarato, Javier Milei, è stata accolta con entusiasmo da molti libertari, ma anche come un momento cruciale. Non solo ha dimostrato la possibilità di ottenere il voto della maggioranza dell'elettorato di un grande Paese a favore di un programma radicale di libertà, ma ha anche suggerito che i libertari avrebbero finalmente potuto dimostrare al mondo intero che un libero mercato senza vincoli non solo è possibile, ma anche estremamente vantaggioso per qualsiasi società.

Non sorprende, quindi, che sia i libertari che gli statalisti stiano osservando con attenzione quest'ultimo esperimento argentino, iniziato nel 2024, per individuare segnali di successo o fallimento del modello Milei. I libertari possono sentirsi tranquilli riguardo a questa aspettativa, considerando le solide basi teoriche della Scuola Austriaca di economia che ispira il modello Milei.

A questo proposito occorre fare un paio di precisazioni. In primo luogo, la difficile transizione da una società statalista a una società libera non deve essere ignorata e non può essere attribuita al libertarismo in sé. Va detto che il processo politico e pratico per giungere a un libero mercato senza ostacoli non è stato un punto focale del pensiero libertario. In secondo luogo, il cammino verso la libertà potrebbe essere ostacolato da una serie di ragioni pratiche, come fattori esterni o umani, del tutto estranei al libertarismo. Ad esempio, il leader eletto e il governo potrebbero essere imperfetti e la classe politica potrebbe opporsi al cambiamento.


Risultati generalmente positivi dopo un inizio difficile

L'inizio del governo Milei è stato turbolento, con rapidi risultati positivi delle riforme, ma accompagnato dalle prevedibili difficoltà nella transizione da un'economia caratterizzata da tasse elevate, spese eccessive e inflazione. Quest'ultima, uno dei principali flagelli degli argentini per decenni, ha subito una netta decelerazione. Nel 2024 il PIL si è contratto dell'1,8%, un risultato migliore rispetto al 2023 (-3,1%), e c'è stata una forte ripresa del PIL nel 2025 (5,2%). Grazie ai tagli alla spesa pubblica, ad agosto dell'anno scorso lo Stato argentino ha fatto registrare un surplus di bilancio pari all'1,3% del PIL, un'inversione di tendenza senza precedenti per un Paese abituato a spendere più di quanto incassa.

Ma le misure di austerità – tagli ai sussidi, riduzioni di posti di lavoro nel settore pubblico, forti svalutazioni – hanno inevitabilmente comportato costi sociali, facendo precipitare inizialmente milioni di persone nella povertà. Tuttavia il tasso di povertà è poi diminuito drasticamente nella seconda metà del 2024, passando dal 52,9% nella prima metà del 2024 al 38,1%. La disoccupazione nella provincia di Buenos Aires è salita al 9,8%, un valore superiore a quello del 2023.

In generale, gli indicatori macroeconomici puntano nella giusta direzione, nonostante l'inevitabile e prevedibile inizio difficile. Tuttavia la sfida più seria per Milei riguarda probabilmente il pèso argentino, un ambito in cui l'economia Austriaca potrebbe essere un faro per evitare di ripetere gli errori del passato.


Il pèso argentino: una storia di cattiva gestione

Nel 1991 l'Argentina agganciò il pèso al dollaro con un tasso di cambio di uno a uno. Ogni pèso doveva essere coperto da un equivalente dollaro statunitense detenuto nelle riserve. Inizialmente l'inflazione crollò e gli investimenti aumentarono vertiginosamente. Tuttavia, rinunciando alla sovranità monetaria, l'Argentina perse la capacità di adattarsi alle condizioni mondiali. Con il rafforzamento del dollaro alla fine degli anni '90, il pèso si sopravvalutò, danneggiando le esportazioni e alimentando la disoccupazione. Incapace di svalutare o di impostare i propri tassi di interesse, il governo argentino si indebitò pesantemente in dollari, aggravando le future vulnerabilità.

Nel 2001 l'Argentina era in recessione. Con la fuga degli investitori e il calo delle riserve, il governo argentino bloccò i prelievi bancari per arrestare la fuga di capitali. Scoppiarono rivolte, il governo dichiarò default su oltre $100 miliardi di debito e il sistema di cambio fisso fu abbandonato nel 2002. Il pèso perse circa il 70% del suo valore in pochi mesi, con le conseguenze sociali che si possono immaginare. Dopo il crollo, l'Argentina adottò un sistema di cambio flessibile, ma i vantaggi iniziali svanirono rapidamente con il ritorno dell'indisciplina fiscale; l'inflazione cronica, superiore al 30%, divenne la norma, emersero molteplici tassi di cambio e la fiducia si erose.

Con il programma Milei, il pèso è stato inizialmente svalutato in modo significativo (da circa 400 ARS/USD a circa 800 ARS/USD) nell'ambito degli sforzi per ridurre l'inflazione. Nell'aprile del 2025 il governo è passato a un sistema di cambio più flessibile: il pèso è stato autorizzato a fluttuare all'interno di una banda di oscillazione (ad esempio, tra circa 1.000 e 1.400 ARS/USD) e molti controlli sui capitali e sulla valuta sono stati rimossi.

Alla fine del 2025 l'Argentina ha adottato un sistema di cambio “gestito” per la propria valuta. Il tasso di cambio ufficiale si aggirava intorno ai 1.480 pèso argentini per dollaro statunitense, mentre il tasso informale, noto come “dollaro blu”, era di circa 1.580 pèso. Il rischio principale era che il pèso non potesse essere facilmente difeso in questa fase di transizione, con riserve nette della banca centrale pari a soli $6 miliardi. Questa è la ragione principale per cui l'Argentina ha ricevuto dagli Stati Uniti, nell'ottobre del 2025, un fondo di stabilizzazione aggiuntivo di $20 miliardi, il quale ha anche contribuito all'importante vittoria di Milei alle elezioni di medio termine.

Ma il pèso è ancora sopravvalutato, il che danneggia le esportazioni e la competitività. Ad esempio, gli argentini hanno acquistato dall'estero elettrodomestici di marca e carne bovina – un prodotto di punta dell'esportazione argentina – che, a causa del tasso di cambio del pèso, risultano più economici rispetto ai prodotti locali equivalenti.

Tuttavia il piano di Milei per il pèso non si limita a lasciarlo fluttuare liberamente, ma prevede addirittura l'abolizione della banca centrale e la determinazione dei tassi di interesse da parte del mercato, come raccomanda la teoria Austriaca. Questo ci ricorda che la transizione verso un'economia di libero mercato è un processo che deve tenere conto della politica.


Lezioni dalla Scuola Austriaca

Dal punto di vista dell'economia Austriaca, le ripetute crisi che l'Argentina ha attraversato in passato sono la conseguenza inevitabile di una manipolazione monetaria artificiale. Come scrisse Ludwig von Mises nel suo libro, L'azione umana: “Non c'è modo di evitare il crollo finale di un boom causato dall'espansione del credito. L'alternativa è solo se la crisi debba arrivare prima... o dopo, come catastrofe finale e totale del sistema monetario”. Per l'Argentina, queste parole restano importanti da ricordare.

Il sistema di ancoraggio al dollaro del 1991 rappresentava una forma di controllo monetario artificiale. Fissando il tasso di cambio, i politici aggirarono il meccanismo naturale del mercato per l'equilibrio tra scambi commerciali, risparmi e investimenti. Quando il pèso diventò sopravvalutato, invece di deprezzarsi, il governo argentino prese in prestito dollari per mantenere la parità, alimentando così un'enorme bolla creditizia.

Come sottolineava Mises, una moneta sana non può essere creata per decreto; il suo valore deve emergere dallo scambio volontario. Quando lo Stato fissa i prezzi, compreso il prezzo della moneta, distorce i segnali di mercato e incoraggia consumi e indebitamento insostenibili. Murray Rothbard ha ribadito questo concetto nel libro, La Grande Depressione americana: “C'è un solo modo per porre fine all'inflazione: fermare immediatamente l'espansione monetaria e lasciare che il mercato si riallinei”.

Da questa prospettiva un pèso veramente libero, senza una banca centrale che decida i tassi d'interesse, porterebbe inevitabilmente difficoltà a breve termine, ma anche un equilibrio a lungo termine. La valuta si deprezzerebbe ulteriormente rispetto al dollaro, abbassando il tenore di vita, ma allineando i consumi alla reale capacità produttiva del Paese. Il vantaggio sarebbe che ciò stimolerebbe le esportazioni e renderebbe le importazioni più costose, incentivando così la produzione interna.

Milei è uno dei pochissimi leader politici al mondo ad aver compreso questi punti. L'unico vero ostacolo a una crescita economica duratura e a un miglioramento a lungo termine del tenore di vita dei poveri argentini è il ciclo elettorale: a Milei e al suo programma di libertà economica verrà data una possibilità concreta, non solo per due anni, ma per un intero decennio o anche di più? Perché questo è il lasso di tempo necessario per la transizione verso un'economia di libero mercato.

Se all'Argentina fosse consentito di diventare economicamente libera, ciò rappresenterebbe non solo un'importante vittoria per il libertarismo, ma anche una luminosa fonte di ispirazione per la riforma di innumerevoli nazioni occidentali attualmente in difficoltà sotto il giogo dello statalismo keynesiano. Il successo di Milei contribuirebbe a convincere concretamente tutti coloro che ancora dubitano che un programma politico basato sull'economia Austriaca possa portare a una prosperità duratura per tutti, a patto che si possano superare gli ostacoli politici.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 13 luglio 2026

L'estrema sinistra in Francia minimizza il ruolo del debito pubblico per poter spendere ancora di più

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di Mihai Macovei

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lestrema-sinistra-in-francia-minimizza)

Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra francese “La France Insoumise”, vuole minimizzare le preoccupazioni relative all'elevatissimo debito pubblico francese, il quale supera il 100% del PIL. Tali timori minano le sue richieste di maggiore spesa pubblica e le sue possibilità di vincere le elezioni presidenziali del 2027. Ha sempre cercato con entusiasmo soluzioni per ridurre il debito pubblico, anche ricorrendo a espedienti contabili. Nel 2020, da membro del Parlamento francese, Mélenchon propose la cancellazione di parte del debito pubblico francese detenuto dalla Banca Centrale Europea. Nel giugno 2026, dopo aver rinnovato la sua candidatura alla presidenza, chiese inoltre che il debito pubblico venisse misurato in base al valore economico aggiunto nell'arco della sua vita utile, e non in base al PIL di un singolo anno. Secondo questo nuovo indicatore, il debito pubblico francese si ridurrebbe magicamente a circa il 12-13% del PIL.


La misurazione del debito rappresenta un problema?

A seguito della crisi finanziaria globale, della pandemia di COVID-19, di anni di crescita stagnante e di persistenti deficit di bilancio, il debito pubblico ha raggiunto livelli record in molte economie occidentali. Secondo il Global Debt Monitor dell'FMI, il debito pubblico nelle economie occidentali è più che raddoppiato, passando da circa il 45% del PIL negli anni '60 a circa il 110% del PIL nel 2024. Tra queste, il debito pubblico francese è stato uno di quelli con la crescita più rapida, passando da meno del 20% del PIL negli anni '60 al 115% del PIL nel 2025.

Ciononostante Mélenchon e i sostenitori del suo partito ritengono che il debito pubblico francese non sia elevato, perché può essere finanziato a tassi di interesse relativamente bassi. Inoltre il debito sarebbe protetto da una svendita grazie all'importanza dell'economia francese e delle banche sistemiche. Implicitamente Mélenchon ammette che la BCE interverrebbe senza dubbio in caso di necessità, acquistando titoli di Stato francesi e abbassando i tassi di interesse. Questo è esattamente ciò che è accaduto all'indomani della crisi finanziaria globale, quando il governatore della BCE, Mario Draghi, ha pronunciato la famosa frase “a qualunque costo” per salvare l'euro e la BCE ha ampliato il proprio bilancio di ben €5.000 miliardi, pari al 37,5% del PIL. In realtà il debito pubblico francese e dell'area Euro non è finanziato a basso costo perché è basso, ma perché beneficia del sostegno e del trattamento preferenziale delle banche centrali.

Al fine di evitare la monetizzazione del debito pubblico da parte delle banche centrali, che sarebbe inflazionistica e politicamente divisiva in un'unione monetaria di stati sovrani, i padri fondatori dell'euro hanno ideato le regole fiscali di Maastricht. In base a tali regole gli stati membri sono tenuti a limitare i disavanzi di bilancio al di sotto del 3% del PIL e a mantenere il debito pubblico al di sotto del 60% del PIL, o a ridurlo gradualmente verso tale livello. A 115% del PIL, il debito pubblico francese è quasi il doppio del valore di riferimento e la Francia è gradualmente diventata il terzo Paese più indebitato dell'area Euro dopo Grecia e Italia (Grafico 1). Modificare la definizione di debito pubblico sarebbe probabilmente ben accolto anche da altri Paesi fortemente indebitati e scatenerebbe una spirale negativa. La Germania ha già abbandonato la sua politica fiscale più frugale, innescando una corsa alla spesa per la difesa e gli investimenti pubblici al fine di sostenere la sua economia in difficoltà.

Grafico 1: Rapporto tra debito pubblico lordo e PIL (2025). Fonte: Eurostat (link: Debito pubblico pari all'87,8% del PIL nell'area Euro - Indicatori euro - Eurostat)

Mélenchon sostiene che misurare il debito pubblico (una variabile di stock) in rapporto al PIL (una variabile di flusso) sia fuorviante. Non siamo d'accordo, perché la misurazione dell'indebitamento in relazione alla capacità del debitore di ripagare il debito è un indicatore consolidato anche nel settore privato. Anche lo stock di debito privato viene confrontato con gli utili (EBITDA) di un'azienda in un dato anno. L'indicatore del debito pubblico è in realtà più generoso perché, a differenza degli utili aziendali, solo una parte relativamente piccola del PIL può essere accantonata per il rimborso del debito. Sarebbe più significativo confrontare lo stock di debito con le entrate che un governo può incassare in un anno (di solito solo il 30-40% circa del PIL) e che non sono destinate a voci di spesa obbligatorie.

Innanzitutto il debito pubblico gode già di un trattamento preferenziale rispetto al debito privato. Mentre le imprese sono tenute a generare profitti sufficienti per onorare e rimborsare il debito, in genere non ci si aspetta che i governi lo rimborsino interamente, ma solo che mantengano un livello di indebitamento sostenibile in relazione alle dimensioni dell'economia e alla capacità fiscale. Per questo motivo la crescita economica, i disavanzi di bilancio e la pressione fiscale rivestono un ruolo chiave nella valutazione della solvibilità del debito pubblico. Vi sono inoltre vantaggi normativi, come coefficienti di ponderazione del rischio di capitale molto bassi o nulli per gli investimenti bancari in titoli di Stato, requisiti minimi per determinate istituzioni finanziarie, come i fondi pensione, per detenere titoli di Stato e l'utilizzo da parte delle banche centrali del debito pubblico come garanzia per le operazioni di moneta.

È vero che i governi possono mobilitare entrate più facilmente delle imprese, poiché possono ricorrere a mezzi coercitivi non di mercato come l'aumento delle tasse e l'inflazione per svalutare parte del debito in valuta nazionale; tuttavia questa capacità non è illimitata e l'estrazione di risorse dal settore privato mina la crescita e può facilmente condurre l'economia in una spirale discendente.


Un debito pubblico eccessivo soffoca la crescita?

Sulla scia della crisi finanziaria globale, Reinhart e Rogoff hanno analizzato l'impatto del debito pubblico sulla crescita, basandosi sull'esperienza di quarantaquattro Paesi in un arco di due secoli. I loro risultati hanno dimostrato che un debito molto elevato, superiore al 90% del PIL, è associato a tassi di crescita mediani inferiori, dell'uno per cento o più, in modo analogo sia nei mercati emergenti che nelle economie avanzate. Un debito pubblico elevato aumenta i premi di rischio e i costi degli interessi, spiazzando gli investimenti privati. Inoltre accresce l'incertezza fiscale e le aspettative di aumenti delle imposte, inducendo le imprese a ritardare gli investimenti, ostacolando l'imprenditorialità e modificando i modelli di consumo. Infine il rischio di crisi del debito non è trascurabile, soprattutto quando l'onere fiscale è già eccessivo e i tagli alla spesa sono impopolari.

Gwartney, Holcombe e Lawson hanno sostenuto che non solo l'elevato debito pubblico, ma anche la spesa pubblica eccessiva deprimono il dinamismo economico. Poiché la spesa pubblica nei Paesi OCSE è quasi raddoppiata tra il 1960 e il 1996, i loro tassi di crescita del PIL reale sono diminuiti in media di quasi due terzi. Con circa il 44% del PIL, il carico fiscale in Francia è il secondo più alto tra i Paesi OCSE, quasi 10 punti percentuali al di sopra della media. È opinabile che le tasse possano essere ulteriormente aumentate senza una grave reazione negativa da parte dell'economia. A ciò si aggiunge un livello di spesa pubblica altrettanto elevato, che si avvicina al 57% del PIL (Grafico 2), il che suggerisce che il rendimento marginale dell'ulteriore spesa pubblica pianificata da Mélenchon sarà molto basso. 

Grafico 2: Spesa pubblica generale. Fonte: OCSE (link: Spesa pubblica generale | OCSE)

Negli ultimi tre anni il disavanzo di bilancio si è attestato intorno al 5% del PIL. La Francia non ha avuto un bilancio in pareggio per oltre 50 anni, ovvero dal 1974, e i disavanzi di bilancio hanno superato il limite del 3% del PIL previsto dalle regole di Maastricht in 26 anni su 34 sin dal 1992. Di conseguenza il debito pubblico è salito alle stelle, passando da meno del 20% del PIL negli anni '70 a circa il 115% del PIL di oggi. Ciò riflette anche l'effetto di una crescita economica sempre più lenta, dovuta al progressivo soffocamento del settore privato e della crescita economica da parte dell'intervento statale (Grafico 3).

Grafico 3: Debito pubblico e crescita reale in Francia. Fonte: Elaborazioni proprie con dati dell'FMI (2025 Global Debt Monitor.pdf) & della FRED (Conti nazionali: PIL per spesa: prezzi costanti: prodotto interno lordo: totale per la Francia (FRAGDPRQPSMEI) | FRED | St. Louis FED)

Una relazione recente della Corte dei Conti francese ha lanciato nuovamente l'allarme sull'insostenibilità della situazione fiscale e sulle sue fosche prospettive. Senza ulteriori misure di risanamento fiscale, il debito pubblico è destinato a crescere rapidamente fino a raggiungere il 129,4% del PIL entro il 2031, mentre il deficit di bilancio si attesterà intorno al 6% del PIL. A causa dell'aumento dei tassi di interesse, anche il costo annuo del debito è cresciuto rapidamente, passando da circa il 2% del PIL nel 2024 al 2,5% del PIL nel 2026, contraddicendo l'atteggiamento accomodante di Mélenchon.

Quest'ultimo e i suoi partner politici nell'alleanza di partiti di sinistra “Nouveau Front Populaire” (NFP) si sono presentati alle elezioni del 2024 con un programma economico che promuoveva un maggiore intervento statale. Prevedono di aumentare la spesa pubblica annua di ben €150 miliardi (circa il 5% del PIL) incrementando i salari pubblici e minimi, annullando la riforma pensionistica di Macron e aumentando altre spese sociali. Vogliono inoltre tassare maggiormente l'economia introducendo una tassa sugli “extraprofitti” delle aziende, ripristinando l'imposta patrimoniale sui ricchi e aumentando la progressività delle imposte sul reddito e sulle successioni.

I critici di centro-destra e le associazioni imprenditoriali dubitano che le misure fiscali proposte possano effettivamente raccogliere gli importi previsti, dato l'elevato carico fiscale già in vigore in Francia. Pertanto prevedono che il programma dell'NFP aumenterà il deficit di bilancio del 3-5% del PIL annuo, spingendo il debito pubblico verso un'impennata. Indipendentemente da come venga misurato, un elevato livello di debito pubblico è innanzitutto un segnale d'allarme che indica come la spesa pubblica e l'intervento statale nell'economia siano già eccessivi. Politici come Mélenchon farebbero bene a prestare attenzione a questo aspetto, altrimenti rischiano di condannare l'economia a un declino permanente.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 8 luglio 2026

Il declino della moneta fiat nelle nazioni sviluppate

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-declino-della-moneta-fiat-nelle)

I governi presumono di poter stampare tutta la moneta che vogliono e che verrà accettata con la forza. Tuttavia la storia delle valute fiat è sempre la stessa: prima i governi superano i limiti di credito, poi ignorano tutti i segnali di allarme e infine assistono al crollo della valuta.

Oggi assistiamo in tempo reale al declino delle valute fiat nelle economie sviluppate. Il sistema di riserva mondiale si sta lentamente ma inesorabilmente diversificando, allontanandosi da un ancoraggio basato esclusivamente sulle valute scoperte per orientarsi verso uno misto in cui l'oro gioca un ruolo dominante.

I dati COFER dell'FMI mostrano che, sebbene il dollaro continui a dominare, la sua quota di riserve dichiarate è scesa verso il 50%. L'oro ha superato il dollaro e l'euro come principale bene rifugio delle banche centrali per la prima volta in 40 anni.

C'è una ragione per questo cambiamento storico: le economie sviluppate hanno superato tutti i loro limiti di indebitamento.

Il debito pubblico è costituito da emissioni di valuta e la credibilità delle nazioni sviluppate come emittenti sta rapidamente svanendo. Tutto è iniziato quando la BCE, la FED e le principali banche centrali mondiali hanno fatto registrare ingenti perdite. I loro attivi generavano rendimenti negativi, mentre l'inflazione e i problemi di solvibilità diventavano evidenti. Gli economisti e i governi tradizionali hanno minimizzato queste perdite, considerandole insignificanti, eppure esse dimostravano l'estremo rischio associato agli acquisti di asset effettuati negli anni precedenti.

L'inflazione è una forma di default graduale sugli obblighi emessi, e le banche centrali stanno evitando il debito dei Paesi sviluppati perché prevedono un deterioramento delle prospettive fiscali e inflazionistiche. Il debito sovrano non è più un bene di riserva.

Il debito pubblico mondiale ha raggiunto circa $102.000 miliardi, un nuovo record storico, ben al di sopra dei livelli pre-pandemia e vicino ai picchi toccati durante la più aggressiva espansione monetaria. Il debito sovrano ha alimentato questa crescita fenomenale, con Paesi come la Francia e gli Stati Uniti che hanno fatto registrare enormi deficit annuali anche in periodi non di crisi. La politica economica statunitense, nota come “Bidenomics”, è stata la prova più evidente di una politica fiscale imprudente, con deficit record e un aumento della spesa di oltre $2.000 miliardi in un periodo di forte ripresa economica.

Come si è verificata questa perdita di fiducia? Le nazioni con una forte sovranità monetaria non hanno una capacità illimitata di emettere valuta e debito; hanno dei limiti ben precisi che, una volta superati, generano un'immediata perdita di fiducia a livello mondiale. Le economie sviluppate hanno oltrepassato questi tre limiti, soprattutto a partire dal 2021:

• Il limite economico viene raggiunto quando un debito sempre più elevato porta a una diminuzione della crescita marginale. La spesa pubblica ha gonfiato il PIL, ma la produttività è stagnante e i salari reali netti sono invariati o in calo.

• Il limite fiscale deriva dallo spiazzamento degli investimenti produttivi da parte degli oneri finanziari e della spesa per i servizi sociali. Nonostante la repressione finanziaria, i bassi tassi di interesse e gli stimoli monetari, gli oneri finanziari assorbono quote sempre maggiori dei bilanci dei Paesi sviluppati, rendendo più oneroso il finanziamento degli obblighi pubblici, anche se l'indice dei prezzi al consumo annuo si modera.

• Il limite inflazionistico viene raggiunto quando il ripetuto finanziamento monetario della spesa pubblica erode la fiducia nel potere d'acquisto della moneta fiduciaria e l'inflazione cumulativa supera i salari reali, creando una crisi di accessibilità economica.

La recente combinazione di elevato debito nominale, aumento degli oneri finanziari e deficit fiscali strutturali nelle principali economie avanzate dimostra il superamento di ogni limite.

Le banche centrali comprendono la natura della moneta fiat e sanno che il debito sovrano non rappresenta più l'asset sicuro in grado di garantire stabilità e rendimenti economici reali, pertanto hanno reagito con un'ondata senza precedenti di acquisti d'oro. Gli acquisti ufficiali netti hanno superato le 1.100 tonnellate nel 2022 e si sono mantenuti al di sopra delle 1.000 tonnellate sia nel 2023 che nel 2024, più del doppio della media annua registrata tra il 2010 e il 2021. Nel 2024 le banche centrali hanno acquistato ufficialmente 1.045 tonnellate d'oro, segnando il terzo anno consecutivo al di sopra delle 1.000 tonnellate e prolungando una serie di 15 anni di aumenti netti. Tuttavia si stima che gli acquisti non ufficiali siano significativamente maggiori. I sondaggi mostrano che circa un terzo delle banche centrali prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi anni e oltre quattro quinti si aspettano che le riserve auree ufficiali mondiali continuino a crescere a causa delle preoccupazioni per l'inflazione persistente, la stabilità finanziaria e i problemi di solvibilità.

La domanda record di oro è una risposta diretta alla mancanza di fiducia nella sostenibilità delle passività in valuta fiat emesse da stati eccessivamente indebitati. L'oro non presenta rischi di default e non è soggetto al controllo delle banche centrali, il che lo rende un investimento adatto quando le stesse banche centrali dubitano della credibilità a lungo termine delle valute dei grandi Paesi.

Molti gestori di riserve ritengono che il modo in cui i governi aumentano massicciamente l'offerta di moneta durante le crisi, unitamente al lento ritorno alle politiche normali, implichi che l'inflazione e il controllo finanziario siano ormai componenti permanenti del sistema, anziché semplici soluzioni temporanee; pertanto l'acquisto di riserve auree rappresenta una sorta di polizza assicurativa contro la graduale tassazione dei risparmiatori attraverso rendimenti reali negativi e inflazione.

Un simile esito non significa un imminente crollo del dollaro, né un processo di “de-dollarizzazione”, bensì un'indiscutibile perdita di fiducia nelle valute fiat in generale, dall'euro e dalla sterlina allo yen e al dollaro stesso. Quest'ultimo, però, rimane la valuta fiat dominante, rappresentando l'89% delle transazioni mondiali e detenendo il 57% delle riserve mondiali.

Investitori e banche centrali si stanno orientando verso un ordine di riserva ibrido in cui le valute fiat coesistono con un'allocazione strutturalmente più elevata nei confronti dell'oro, ma anche con un utilizzo crescente di crittovalute decentralizzate.

Alcune banche centrali sono nel panico. La BCE mira a imporre l'uso dell'euro attraverso l'introduzione di una valuta digitale emessa dalla banca centrale, ma questo approccio errato riflette sia la disperazione che il desiderio di controllo. La FED e il governo statunitense stanno incentivando le stablecoin coperte da titoli del Tesoro come mezzo per stimolare la domanda di dollari. È un'idea migliore rispetto all'imposizione e alla repressione, soprattutto considerando che il governo statunitense è concentrato sulla riduzione del deficit e del debito. Tuttavia se il governo statunitense non accelera le misure per ridurre il debito attraverso politiche di crescita e tagli alla spesa, la fiducia nella sua valuta potrebbe indebolirsi rapidamente.

Nessun governo nelle economie avanzate vuole tagliare la spesa pubblica, fatta eccezione per l'amministrazione statunitense, che lo sta facendo con moderazione. Con economie che si trovano ad affrontare rapporti debito pubblico/PIL superiori al 100%, persistenti disavanzi primari e resistenza politica a seri tagli alla spesa, è probabile che chi emette valuta fiat rimanga intrappolato oltre i limiti economici, fiscali e inflazionistici.

Stiamo vivendo un cambiamento monetario storico che avrà implicazioni a lungo termine. Le banche centrali di tutto il mondo hanno smesso di credere alle promesse sulla carta e richiedono moneta reale. La prima nazione ad adottare politiche monetarie e fiscali solide vincerà... le altre perderanno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 16 giugno 2026

Il vertice dell'UE sul mondo digitale mette in luce la crisi dell'innovazione in Europa

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-vertice-dellue-sul-mondo-digitale)

A Berlino è tornata la stagione dei vertici. Dopo gli incontri di crisi con le industrie automobilistica e siderurgica, l'attenzione si è concentrata sul prossimo punto critico: l'economia digitale. Finora le autorità di regolamentazione dell'UE l'hanno letteralmente strangolata.

Grande accoglienza presso il campus EUREF di Berlino: circa 900 partecipanti provenienti dal mondo della politica, dell'economia e della scienza di tutta Europa si sono recati nella capitale per il Digital Summit. Tra i relatori di spicco: il cancelliere Friedrich Merz e il suo omologo francese Emmanuel Macron, entrambi alle prese con forti difficoltà politiche nei rispettivi Paesi.

Anche sul piano politico l'Europa è ufficialmente entrata in modalità di crisi. L'elevato numero di vertici economici ne è la prova e non promette nulla di buono per i prossimi anni. Considerando l'economia digitale, che ha dato il via alla prossima grande rivoluzione economica, si deve concludere che il panico a Bruxelles, Parigi e Berlino è giustificato.

Il divario tecnologico tra l'economia dell'Eurozona e i concorrenti di Stati Uniti e Cina appare, al momento, incolmabile. Rivoluzione europea? Non pervenuta.


Mercato dei capitali senza vita

Uno sguardo ai numeri grezzi offre una chiara percezione della stagnazione tecnologica: negli Stati Uniti quest'anno vengono investiti oltre $340 miliardi nell'intelligenza artificiale, dopo i $244 miliardi del 2025. In Cina il settore privato mobilita circa $100 miliardi per modernizzare i processi digitali.

Anche includendo generosamente il Regno Unito, l'UE raggiunge a malapena i €25 miliardi, una quota trascurabile su scala globale.

Amazon da sola investe circa $118 miliardi, quasi cinque volte il capitale dell'intera economia dell'UE, che può dare il suo modesto contributo solo attraverso circa il 50% di finanziamenti pubblici. Una situazione imbarazzante dal punto di vista politico, disastrosa dal punto di vista economico.


Vertice senz'anima

Il dilemma della politica europea è emerso chiaramente dai discorsi di Berlino. Fin dall'inizio il quadro normativo si è rivelato eccessivamente rigido, soffocando l'innovazione e rendendo l'economia digitale dipendente, soprattutto da giganti americani come Amazon, Google o Microsoft. Il software SAP? Spesso proviene dagli Stati Uniti!

Una delle principali richieste del vertice era quindi quella di ridurre questa dipendenza da potenti concorrenti stranieri.

La Commissione europea ha annunciato, in occasione del vertice, che nei prossimi dodici mesi esaminerà come una regolamentazione più rigorosa possa arginare le presunte pratiche anticoncorrenziali dei fornitori di servizi cloud come Microsoft Azure e Amazon Web Services. Si prospetta una dura battaglia contro il governo statunitense, che senza dubbio si opporrà con forza.

Nel frattempo il cancelliere Merz ha ribadito il suo appello alla sovranità digitale europea e ha messo in guardia contro la dipendenza dal software americano. Si tratta di plasmare attivamente il futuro digitale, ha ribadito, avviando un processo di recupero per colmare il divario con la concorrenza.


Intervento statale

I politici europei giungono alla solita conclusione: finanziamenti pubblici. Questi rappresentano già circa il 40% del volume totale nel settore dell'intelligenza artificiale in Europa e saranno sempre più destinati alla formazione e alla fidelizzazione dei talenti IT europei.

Dovrebbe inoltre contribuire a costruire un'infrastruttura digitale indipendente, in particolare nei servizi cloud e nella sicurezza informatica, un altro tallone d'Achille dell'economia europea.

L'associazione di categoria Bitkom chiede una semplificazione radicale delle leggi digitali dell'UE e una drastica riduzione degli obblighi di rendicontazione. Il GDPR si è rivelato un fallimento costoso e insensato, come altri elementi dell'eccessiva regolamentazione di Bruxelles. Legge sull'intelligenza artificiale e legge sulla protezione dei dati: tutto deve essere rivisto, semplificato o abolito.


Tassazione digitale come ultima spiaggia?

Allo stato attuale l'economia digitale dell'UE non è in grado di crescere o di tenere il passo con i concorrenti internazionali. Un altro punto di discussione: una tassa digitale sui ricavi pubblicitari degli operatori globali, in particolare delle aziende statunitensi. Di recente il Ministro della Cultura, Wolfram Weimar, ha presentato l'idea in tono polemico.

Ma cosa cambierebbe concretamente? In Europa lo Stato ostacola l'innovazione. Troppi capitali transitano attraverso canali pubblici, impedendo l'emergere di un mercato del capitale di rischio funzionante e in grado di finanziare queste innovazioni.

I partecipanti al vertice si sono resi conto che l'UE si trova di fronte a un compromesso: la massima protezione dei dati ostacola la crescita del settore. L'UE dovrà liberalizzare la normativa e restituire il controllo dei dati agli utenti. Questo tema sarà al centro di un dibattito parlamentare a Bruxelles.


Energia e cultura dell'innovazione

L'economia del futuro sarà basata sui dati, dipenderà da infrastrutture energetiche stabili e da startup altamente competitive che graviteranno attorno a poli tecnologici. Nulla di tutto ciò esiste oggi in Germania. Risultato: gli investitori internazionali sono in gran parte disinteressati al Paese.

Considerando le dimensioni del mercato unico europeo, la solidità patrimoniale residua e la robusta struttura accademica, strangolare completamente l'economia digitale rappresenta un vero e proprio successo politico. Bruxelles ha creato il quadro normativo ben prima che si affermasse un'economia digitale di rilievo. Quando si tratta di controllare e manipolare il libero mercato, Bruxelles agisce con efficienza, ma anche con metodi distruttivi.


Necessario un ritiro della Commissione

Uscire da questa trappola normativa e stimolare l'imprenditorialità digitale richiederebbe una rottura radicale con le cattive pratiche: abrogare norme come l'AI Act o il GDPR, fermare gli interventi in corso tramite il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), che regolano il mercato digitale europeo in modo capillare.

Eppure il vertice ha mostrato scarsa comprensione del problema autoinflitto. Bruxelles considera le crescenti critiche al DSA e al DMA come un attacco al suo potere. La regolamentazione digitale, al pari delle linee di politica sul clima, deve essere vista nel contesto del rimodellamento ideologico dell'euroeconomia. Bruxelles è il centro di comando di questo processo fatale e la pressione dell'autorità di regolamentazione aumenta con l'aggravarsi della recessione.

Le barriere di mercato devono cadere, l'imprenditorialità deve essere più libera, gli oneri fiscali ridotti e lo Stato deve arretrare dal suo dominio sul mercato dei capitali. Sciogliere il nodo gordiano della regolamentazione digitale attraverso una liberalizzazione radicale per consentire la crescita di ecosistemi europei autonomi è sembrato, al vertice di Berlino, una favola.


Scontro tra filosofie

Raramente le filosofie politiche e i paradigmi economici statunitensi ed europei si sono scontrati così violentemente come nell'economia digitale. Le controversie sulla censura di Bruxelles, sul DSA (Digital Security Act) e sul previsto monitoraggio delle chat hanno causato tensioni reali, intensificatesi da quando il vicepresidente statunitense JD Vance ha criticato la censura europea alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

La lotta per i diritti civili, la libertà di parola e il diritto di proprietà è chiaramente un terreno di scontro nello spazio digitale: libertà contro sorveglianza, responsabilità individuale contro stato paternalista – Stati Uniti contro Unione Europea? In linea generale si potrebbe interpretare in questo modo, ma gli Stati Uniti dovranno anche affrontare il problema del potere di mercato dei propri oligopoli digitali e stabilire se i nuovi concorrenti possano accedere liberamente al mercato, o se le attività di lobbying, come a Bruxelles, debbano proteggere Amazon e simili dalla concorrenza.


Spazio di rischio digitale

Per l'autorità di regolamentazione europea, lo spazio digitale rappresenta soprattutto un rischio sulle narrazioni: uno spazio pubblico illimitato e difficile da disciplinare, che alimenta l'opposizione anziché reprimerla.

I recenti attacchi da parte di politici tedeschi contro piattaforme statunitensi come X e Meta riflettono una crescente consapevolezza – e la perdita di controllo – in aree di conflitto cruciali per la politica e l'ideologia dell'UE: la linea politica sul clima, il conflitto in Ucraina e l'aggravarsi della crisi economica, ampiamente sottovalutati dalla stampa.

Il rischio che si formi un'opposizione critica in modo opaco, decentralizzato, polemico e altamente visibile rimane sempre presente.


Errore e controllo

Nel dibattito sul futuro digitale dell'economia dell'Eurozona, incombe lo spettro dell'euro digitale e la questione della sovranità individuale nello spazio digitale.

Anche solo il tentativo di integrare questa tecnologia come forma di dominio statale centralizzato nei mercati monetari e dei capitali dimostra che Bruxelles non comprende la tecnologia digitale come una questione di concorrenza decentralizzata, che prospera con una regolamentazione statale minima.

Con il Genius Act e l'integrazione delle stablecoin statunitensi nel sistema bancario – un mercato monetario quasi alternativo – Washington attribuisce la creazione di credito maggiormente al settore privato.


Anacronismo europeo

Tutto indica una fusione sincronizzata tra la creazione decentralizzata di moneta e le applicazioni tecnologiche dell'intelligenza artificiale, motivo per cui il tentativo dell'UE di centralizzare e regolamentare rigidamente questi elementi è destinato al fallimento.

Il Vertice Digitale ha confermato i timori europei: la politica europea è intrappolata, a livello intellettuale e burocratico, in un modello in cui i finanziamenti pubblici, la regolamentazione capillare, le norme sul lavoro e un dibattito pubblico fortemente censurato costituiscono il modello ideologico di riferimento.

Questo non può e non potrà finire bene se il progresso tecnologico spinge verso la libertà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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