venerdì 18 gennaio 2019

Riguadagnare il paradiso economico: recensione del libro “Riscoprire la Scuola Austriaca d'Economia”





di Francesco Simoncelli


Riscoprire la Scuola Austriaca d'Economia è un libro che trasmette al lettore quelle chiavi di lettura essenziali per apprendere gli strumenti basilari con cui sondare la realtà mutevole che lo circonda con un approccio solido e coerente. Piombini e Gagliano fanno un ottimo lavoro nello strutturare il manoscritto in diverse sezioni che introducono gradualmente chi legge ad un percorso di apprendimento mirato ad ottenere un singolo risultato: disintorpidire la mente degli individui affinché tornino a ricercare con spasmodica necessità la via verso la libertà individuale e la responsabilità individuale. In questi tempi in cui la richiesta di un maggiore statalismo ed interventismo nell'economia sembrano litanie costanti all'interno della maggior parte delle persone, Riscoprire la Scuola Austriaca ha come corollario la riscoperta di un liberalismo classico altamente necessario oggi. È quantomeno fondamentale che si torni a studiare i principi del liberalismo classico, solo così potranno essere gettate basi adamantine sui cui erigere la società del futuro. Egregio è lo sforzo di Gagliano e Piombini nel pavimentare quella strada che permette a lettore il modo in cui, nel corso del tempo, ha perso quella libertà che tanto lo contraddistingue nel mondo attuale, spiegando di conseguenza l'imbarbarimento dei nostri giorni nei comportamenti della maggior parte delle persone. Infatti è decisamente molto azzeccata la strategia di condurre il lettore a comprendere quali sono i principi cardine del liberalismo classico, con i relativi vantaggi, all'inizio del libro e successivamente ad elencare tutte quelle scelte che hanno portato ad un suo annichilimento pezzo dopo pezzo. Non è una caso, infatti, che il libro si apra con il pensiero liberale dell'epigone della Scuola Austriaca, Ludwig von Mises. Viaggiando a ritroso lungo il fiume della conoscenza passata attraverso giganti del pensiero liberale come Hume e Smith, Mises ci condensa in un unico libro, Liberalism, tutto ciò che un individuo deve sapere riguardo la storia del liberalismo classico, infondendo nei concetti che ci trasmette semplicità e al tempo stesso profondità. Gagliano è abile quindi a presentare al lettore un sunto essenziale di ciò che Mises ha prodotto attraverso i suoi lavori.

Se dovessi fare un parallelo letterale, paragonerei Riscoprire la Scuola Austriaca d'Economia ai capolavori della letteratura inglese Paradise Lost e Paradise Regained di John Milton. Gagliano e Piombini, a modesto parare dello scrittore che state leggendo, hanno tratto ispirazione da questa metodologia efficace di presentazione per invogliare ulteriormente i curiosi ed i neofiti ad assimilare con successo quei concetti che col tempo sembravano essere andati persi. Il primo saggio che incontriamo, quindi, è l'incarnazione del Paradise Lost, il paradiso perduto della dottrina liberale classica che attraverso le sue teorie aveva caratterizzato uno dei periodi più floridi dal punto di vista culturale, sociale e tecnologico della storia umana: il XIX secolo. Fu la teorizzazione dei concetti già emergenti nel XVI secolo che diedero vita ad un corpus letterale che forniva agli individui il vademecum alla base del successo umano durante i decenni della Rivoluzione Industriale. Mises, attraverso la diffusione dei suoi manoscritti sulle teorie liberali classiche, non fece altro che aggiornarle ai tempi correnti, fornendo a coloro che non avevano sperimentato il passaggio quella fondamentale memoria storica che tanto serve a ricordarci di non commettere errori già commessi in passato. Uno i questi errori è l'autarchia e Gagliano fa un ottimo lavoro quando ci ricorda questo passaggio cruciale a pagina 37 quando ci parla della "Politica liberale estera". Gli individui hanno sempre tratto vantaggio dalla cooperazione sociale per sopravvivere alle avversità della vita e del mondo in generale, mentre invece l'autarchia ha rappresentato la morte e la regressione. Un monito per i nostri giorni, soprattutto se guardiamo alle politiche estere protezioniste supportate dall'amministrazione Trump. L'introduzione, quindi, di figure presumibilmente illuminate in grado di discernere cosa sia bene e cosa sia male per la stragrande maggioranza degli individui, avallando fantascienze come la telepatie praticamente, ha rappresentato quel disastro che ha condotto l'umanità verso i socialismi estremi (destra e sinistra) del XX secolo. Ancora una volta Gagliano dimostra di essere padrone della materia scegliendo accuratamente di parlare del discepolo di Mises, Friedrich Hayek, mostrando al lettore il passaggio esatto in cui si è perso il paradiso del liberalismo classico: La via verso la schiavitù, capolavoro di Hayek del 1944.

“All'origine della nascita dei regimi totalitari, secondo von Hayek, vi è il progressivo allontanamento dalle idee sulle quali è stata edificata la civiltà occidentale. Da una prospettiva storica di lungo corso, un filo rosso lega questa esperienza, fondata dalla cultura greca e romana e che è cresciuta nel rinascimento e nel liberalismo del XIX secolo. Quelle idee sono condensate nel concetto di individualismo che, a dispetto elle opinioni prevalenti, non significa affatto egoismo, attaccamento ai soli propri interessi. I tratti essenziali dell'individualismo sono dunque il rispetto dell'uomo singolo in quanto uomo, cioè il riconoscimento che le sue idee ed i suoi gusti sono supremi nella sua propria sfera per quanto strettamente questa possa essere limitata, e la credenza che è desiderabile che gli uomini sviluppino i loro talenti e le loro inclinazioni individuali.” (p. 51)

È una necessità biologica che svuota il punto di vista di lungo termine della realtà e facilita le operazioni dello Stato. La necessità di vivere piega la volontà di vivere alle condizioni in base alle quali è possibile vivere; proprio come un uomo modella la propria vita intorno a condizioni primitive nelle lande selvagge, allo stesso modo si adatta a regole, regolamenti, controlli, confische ed interventi imposti dal potere politico. Se queste limitazioni sulle sue aspirazioni vengono rese legali, in modo che il suo "stile di vita" raggiunga una parvenza di stabilità, ben presto perderà coscienza di tali limitazioni; ciò di cui poteva risentirsi all'inizio, non solo viene accettato ma addirittura difeso. Tale è la composizione dell'essere umano che il suo adattamento all'ambiente non solo è confinato alla sfera fisica; deve includere un'accettazione consapevole, una giustificazione, un supporto morale. Non può vivere tranquillamente senza dare la sua benedizione alle condizioni sotto le quali vive. La sua competenza con le parole aiuta il processo di adattamento; con le parole egli sviluppa un'ideologia che soddisfa la sua mente riguardo la correttezza e la rettitudine del suo "modo di vivere". Questo è l'alleato segreto del socialismo: l'inclinazione dell'essere umano ad adorare condizioni che gli sono state imposte e sotto le quali ha trovato un comodo adattamento. La macchina socialista della propaganda, mediante una continua reiterazione, trasforma la frase ideologica in una liturgia; la burocrazia, che rende legale il tanto amato "modo di vivere", acquisisce la gloria di un sacerdozio; le infrastrutture statali, anche le prigioni, vengono ricoperte con un'aura divina; il formalismo statale diventa un rituale, le sue affermazioni un oracolo. Solo il teorico, l'economista e lo storico si preoccupa delle conseguenze di lungo termine riguardanti gli interventi dello stato. Nel frattempo uno deve vivere, e nel frattempo "lunga vita al re." E nelle sezioni 2, 3, 4, del Capitolo 2 apprendiamo come la semantica abbia fatto il suo corso per rendere plausibili delle pseudo-verità che hanno indotto in errore gli individui. Prestate molta attenzione a questo capitolo poiché in esso vengono evidenziati in modo netto i passi falsi che hanno condotto le persone a credere che il socialismo non foss'altro che l'inevitabilità del modello capitalista e Gagliano cattura oculatamente quei punti del capolavoro di Hayek per permetterci di individuare con precisione chirurgica quegli squilibri che hanno portato alla ribalta figure storiche come Marx e Keynes.

Qui la palla passa a Piombini, al quale tocca la descrizione del famoso "Better to serve in hell rather to be a serve in heaven", quando ci presenta i saggi sulle contraddizioni della teoria marxista e keynesiana. Queste due scuole "di pensiero" economico hanno tratto vantaggio dalla loro giustificazione dello pianificazione centrale attraverso lo stato per scavarsi una nicchia proficua all'interno della scala del potere. Assolutamente egregia è la sezione 4 del Capitolo 3 in cui si mostra quell'unico concetto in grado di creare un buco talmente grande nella teoria marxista da renderla assolutamente inutile a livello teorico e pratico. Ma come apprendiamo c'è chi è disposto a vendere il buon senso e la logica pur di acquisire un posto di prestigio all'apice della scala del potere. Lo stesso vale per il keynesismo. Entrambe queste scuole sono l'estensione dell'altra, perennemente alla ricerca di diventare un'appendice funzionale del potere statale e riferimento univoco delle sue scelte. Un posto invidiabile, un'ambizione deprecabile. E quest'ultimo aspetto è elaborato ampiamente nella sezione 7 del Capitolo 4, in cui apprendiamo la fonte da cui si sono diffusi tutti i mali economici negli Stati Uniti. Il New Deal aveva bisogno di essere promulgato e doveva essere metabolizzato dalla maggior parte delle persone, le quali venivano da un secolo in cui la libertà aveva caratterizzato un'incredibile crescita del benessere generale. Non la pianificazione centrale, ma la libertà di scambio e la volontarietà. L'individualismo ed il rispetto dei diritti di proprietà trasformarono una società al limite della sussistenza in un regno in cui le bellezze che un tempo erano solo ad appannaggio dei ricchi potevano essere godute anche dai poveri. Il capitalismo aveva consegnato alle masse quei sogni paradisiaci che i poveri potevano solo immaginare prima della Rivoluzione Industriale. Il New Deal doveva stravolgere questa visione radicata della vita, ma non bastava una legge per far sì che accadesse. Nel 1936, infatti, il keynesismo divenne una religione. Se il marxismo era una religione della rivoluzione politica, il keynesismo sarebbe diventata una religione della rivoluzione economica. Entrambi condividevano un controllo capillare della società da parte di una cerchia ristretta di "profeti" in grado di condurre per mano il loro gregge. Il marxismo aveva fallito perché si concentrò eccessivamente sulla politica, mentre il keynesismo avrebbe imparato da questo errore concentrando il suo fuoco sull'economia. O per meglio dire, il keynesismo sarebbe diventato il vangelo economico grazie alla diffusione delle sue teorie da parte dei governi, necessitanti una scusa ragionevole per intromettersi pesantemente nella vita degli individui.

Qual è una delle pulsioni più ancestrali dell'individuo? Vivere al massimo facendo il minimo. Attraverso i progressi tecnologici può riuscirci, ma ci vuole tempo. Un altro modo è fare in modo che altri lavorino per lui senza che egli debba sforzarsi minimamente. Un gruppo ristretto di persone che si suppone detenga la possibilità di migliorare la vita di miliardi di altri, venditori di fumo, è la scusa migliore per raggiungere questo obiettivo. Ma serve una giustificazione plausibile. Questa venne ricercata attraverso il keynesismo, il quale venne eretto a religione di stato. Al contempo, però, questa scelta rese ciechi di fronte alla realtà e quando accade non si presta attenzione a dove si va a finire; e questo Piombini lo fa notare dettagliatamente nella sezione 10 del Capitolo 4. Una discesa totale all'inferno.

Come riguadagnare il paradiso? Il Capitolo 5 del libro è dedicato interamente a questo compito. Un viaggio tutto da scoprire che permetterà al lettore di guardare al futuro con quell'ottimismo che contraddistingue una scuola di pensiero economico che non è cupa come molti pensano, bensì permette di guardare alla realtà per quello che è. Nessuna illusione, nessuna verità plausibile. Solo l'obiettività di ciò che accade e la responsabilità di affrontare le conseguenze di eventuali errori. L'ottimismo scaturisce dal fatto che potendo vedere chiaramente le cose che circondano il mondo economico, ovvero, conoscendo in modo chiaro e netto le cause dei fenomeni economici, possiamo prevederne gli effetti.  In questo modo non ci si concentrerebbe sugli effetti per correggere i malanni dell'economia, non facendo altro che perpetrarli ed acuirli, ma si andrebbe direttamente alla radice di suddetti problemi e si potrebbero risolvere facilmente. Questo ovviamente significherebbe liberarsi di un apparato parassitario e farraginoso che non ha fatto altro che spacciare un'illusione: che esso fosse l'unico modo per risolvere i problemi della società, di qualsiasi natura fossero. Liberarsene significherebbe tornare in quel punto in cui abbiamo lasciato il nostro sviluppo sociale. Lo stato non è l'apice della società; è un tappo allo sviluppo ulteriore della stessa. Ecco perché alcuni credono, o fanno credere, che l'umanità abbia raggiunto il picco massimo dell'evoluzione: non riescono a vedere oltre a causa della pianificazione centrale. Riscoprire la Scuola Austriaca d'Economia è un libro che rimuove questo tappo e permette alle persone di vedere oltre la cortina di fumo della pianificazione centrale. Permette loro di riguadagnare il paradiso.


giovedì 17 gennaio 2019

Criptovalute e la denazionalizzazione del denaro





di Lawrence H. White


In un libro del 1976 intitolato, The Denazionalisation of Money, l'economista premio Nobel F. A. Hayek enunciò una nuova proposta riguardante il cosiddetto denaro privato. Ciò che Hayek aveva in mente, non erano le banconote del passato emesse privatamente e che i relativi possessori potevano portare preso le banche emittenti e riscattare in monete d'oro o d'argento. Il suo piano richiedeva denaro irredimibile. Il mercato proposto da Hayek ricorda il mercato delle criptovalute emerso nell'ultimo decennio.

Hayek puntò il dito contro gli stati per la Grande Inflazione degli anni '70. Avevano monopolizzato l'offerta di moneta, eliminato i loro obblighi contrattuali di riscattare le banconote in oro e argento, e quindi aumentato significativamente l'offerta di moneta irredimibile. Era naturale che ne seguisse una grande inflazione. La soluzione, secondo Hayek, era quella di consentire la concorrenza tra le valute, de-monopolizzando e de-nazionalizzando il denaro.

Secondo la proposta di Hayek, i privati ​​e le imprese dovevano essere liberi di offrire la loro versione del denaro affinché entrasse in concorrenza con quella emessa dagli stati già in circolazione. Hayek riteneva che le persone avrebbero scelto valute ritenute migliori in base al loro giudizio e che la prospettiva di acquisire clienti avrebbe spinto gli emittenti privati ​​ad offrire alternative superiori. Gli stati avrebbero dovuto quindi migliorare le loro valute (cioè abbassare i loro tassi d'inflazione), o perdere quote di mercato a vantaggio dei fornitori privati.

Come doveva essere gestito questo denaro privato? Secondo Hayek le persone preferirebbero le valute con un potere d'acquisto stabile. In tal caso, i fornitori privati ​​gestirebbero il loro denaro in modo tale che un'unità di valuta acquistasse, con una certa affidabilità, un determinato paniere di merci. Una moneta stabile è interessante, perché elimina il rendimento negativo dei relativi possessori, a volte chiamato "imposta dell'inflazione". Riduce il rischio di stipulare contratti a lungo termine in quell'unità monetaria. Elimina inoltre gli aggiustamenti di prezzo non necessari che derivano dall'inflazione e facilita il confronto dei prezzi nel tempo.

Coloro che hanno esaminato la proposta di Hayek hanno notato tre potenziali problemi. Primo, non è così ovvio che le persone preferirebbero una moneta che ha un potere d'acquisto stabile. Forse preferirebbero una moneta che produce un rendimento positivo in relazione ad altri asset sicuri. Forse preferirebbero una moneta che stabilizza il reddito nominale. È difficile saperlo in anticipo.

Secondo, Hayek sembra sottovalutare l'importanza degli effetti di rete. L'utilità di una particolare moneta dipende dal numero di coloro disposti ad accettarla. La maggior parte di noi sarebbe riluttante a passare ad una moneta migliore che poche persone usano. (Altrimenti gli americani utilizzerebbero franchi svizzeri.) I costi di cambio delle valute ci dicono che sarebbe costoso per un datore di lavoro pagare i salari a diversi dipendenti in diverse valute, o che la maggior parte dei dipendenti convertisse i loro stipendi. È più probabile vedere una convergenza verso un'unità monetaria comune relativamente affidabile piuttosto che lo scenario immaginato da Hayek, in cui dozzine di monete distinte circolano simultaneamente nella stessa area.

Infine Hayek non prende seriamente in considerazione la tentazione di coloro che emettono la moneta di rinnegare le loro promesse. Per guadagnare quote di mercato, gli emettitori privati ​​devono promettere di gestire bene i propri fondi. Ma, una volta che una moneta viene ampiamente utilizzata, coloro che la emettono hanno un forte incentivo a rompere questa promessa. Infatti, poiché non hanno bisogno di rimborsare le loro banconote, potrebbero espanderne l'offerta senza alcun limite.

In un certo senso le criptovalute hanno messo in pratica l'esperimento mentale di Hayek. Le criptovalute emesse privatamente competono direttamente con il denaro emesso dallo stato. A differenza dell'oro, dell'argento e del sale, le criptovalute come bitcoin, ether e dash non hanno un evidente uso non monetario. Non sono merci, né sono riscattabili per una merce sottostante. Piuttosto sono monete irredimibili che vengono emesse da privati, proprio come aveva immaginato Hayek.

Tuttavia la maggior parte delle criptovalute si differenzia chiaramente dalle valute nella visione di Hayek in quanto non promettono un potere d'acquisto stabile. Invece, per superare il problema della rottura delle promesse, coloro che emettono le criptovalute si impegnano in modo credibile sulla quantità che emetteranno. Pre-programmano un programma di emissione nel codice delle criptovalute. L'offerta di bitcoin, ad esempio, si espande ad una quantità predeterminata in intervalli di 10 minuti. Quindi sappiamo già quante unità di bitcoin esisteranno in questo momento l'anno prossimo. La pre-programmazione rimuove la capacità di rinnegare una promessa in seguito, quando l'incentivo a farlo sarà forte.

Alcune criptovalute, come il tether, mirano a fissare il loro tasso di cambio rispetto al dollaro o all'euro. Altre lo fissano con l'oro, o mirano a stabilizzare il loro potere d'acquisto nei confronti di beni e servizi. Tuttavia queste "stablecoin" non sono riuscite ad ottenere molte quote di mercato fino ad oggi. Forse pochi individui vogliono una moneta che deficiti del potenziale di rivalutazione, o forse gli effetti di rete scoraggiano il passaggio a quello che potrebbe essere un mezzo di scambio superiore, o una combinazione dei due.

Il mercato delle criptovalute è ancora piuttosto nuovo. Bitcoin è stato lanciato poco meno di dieci anni fa. Nuove idee continuano ad essere sviluppate e proposte, quindi è probabilmente troppo presto per dire come andranno le cose. Hayek ebbe chiaramente un'intuizione eccellente quando propose di consentire alternative private al denaro statale mal gestito. Ma come Hayek ha scritto altrove, la competizione è una procedura di scoperta: dobbiamo far sì che funzioni per rivelare quali tipi di denaro le persone vogliono di più e il modo migliore per fornirlo. Come ha scritto il pioniere delle criptovalute, Nick Szabo, le domande non risolte sulle criptovalute "possono essere risolte solo mettendole in pratica e vedendo come funzionano".


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.com/


mercoledì 16 gennaio 2019

Perché la Cina dovrebbe lasciar cadere tutti i dazi?





di Alasdair Macleod


L'espansione del credito bancario negli anni '20 in America andò ad intensificare l'inflazione monetaria e dei prezzi durante la prima guerra mondiale. Nonostante l'espansione monetaria, l'America riuscì a tenere in piedi un gold-exchange standard fino al 1933. Anche altri Paesi tornarono ad un gold standard post-bellico (come il Regno Unito), ma lo fecero a tassi di convertibilità pre-bellici con una base di denaro circolante estremamente ampia. Alla fine tutti si ritrovarono a dover ricorrere alla svalutazione. Altre valute europee, invece, crollarono direttamente nel 1924.

L'offerta di moneta negli Stati Uniti salì del 73% tra il 1913-1919 ed i prezzi raddoppiarono. Nel Regno Unito l'offerta di moneta salì del 144% ed i prezzi salirono del 157%.[1] Fu da queste basi elevate che negli anni '20 continuò l'espansione del denaro circolante. Mentre tendiamo a ricordare i progressi economici derivanti dalla diffusione dell'energia elettrica e dalla produzione di automobili, ignoriamo i notevoli squilibri monetari. Gli squilibri monetari provocano squilibri nei prezzi, portando a scambi commerciali e flussi di capitali politicamente sgraditi. I governi e le banche centrali tentarono di soffocarne i sintomi, la ragione alla base della cooperazione tra Benjamin Strong presso la FED e Montague Norman presso la Banca d'Inghilterra durante quel decennio.

Nella prima guerra mondiale, la produzione venne requisita dai governi e ciò ebbe l'effetto di eliminare la concorrenza estera. Mentre il commercio internazionale si riprendeva negli anni del dopoguerra, gli imprenditori si trovavano di fronte a concorrenti stranieri le cui basi dei costi erano denominati in valute svalutate. Vennero quindi introdotti dazi per recintare i mercati domestici. Ciò portò all'Emergency Tariff Act del 1921 in America, consolidato nel Fordney-McCumber Tariff del 1922. Le nazioni straniere risposero approvando a loro volta nuovi dazi e la contrazione del commercio internazionale fu un fattore significativo dietro i crolli delle valute all'inizio del 1924 in Austria, Bulgaria, Germania, Grecia, Russia e Polonia. E poiché la contrazione degli scambi rendeva praticamente impossibile per questi Paesi ripagare i debiti di guerra, i presunti benefici della protezione commerciale richiedevano un enorme costo di capitale per l'America stessa.

Nel 1922 i dazi degli Stati Uniti sulle importazioni andavano dal 7% al 68%, con una media del 38%. Mentre gran parte dell'Europa era depressa dopo la guerra, nel 1926 le economie che ne facevano parte si erano riprese nonostante i dazi, diventatie una protezione insufficiente per le imprese americane. Nel 1930 lo Smoot-Hawley Tariff Act aumentò i dazi sulle importazioni fino a una media del 60%.[2]

Nel 1930 le reazioni dei partner commerciali degli Stati Uniti, che seguirono Smoot-Hawley aumentando a loro volta i dazi, furono altrettanto prevedibili ed economicamente illogiche. I prezzi delle materie prime iniziarono a diminuire in previsione del crollo degli scambi. Ciò ebbe un effetto devastante sugli agricoltori statunitensi, che erano stati una delle ragioni principali dei dazi in tutti i dibattiti sul commercio al Congresso, ancor prima della prima guerra mondiale.

Il mercato azionario statunitense crollò verso la fine del 1929, in vista del primo voto importante sullo Smoot-Hawley Act il 31 ottobre. I trader riuscirono ad anticipare correttamente gli effetti economici. I politici, di fronte al crollo del mercato azionario, diedero la colpa ad una perdita di fiducia da parte delle imprese, cosa che sarebbe stata sanata dall'introduzione dello Smoot-Hawley Act.[3]

Gli ottimisti potrebbero obiettare che le lezioni degli anni '20-'30 rappresentavano la prima volta che gli effetti negativi dei dazi si manifestavano agli occhi dei politici e della popolazione in generale, e quindi era improbabile che si sarebbero ripetuti. Non è così. Nel maggio del 1930, un mese dopo che il Congresso aveva approvato lo Smoot-Hawley, una petizione firmata da oltre un migliaio di economisti chiese al presidente Hoover di porre il veto. L'establishment economico di oggi è ugualmente unito contro i dazi, ma il presidente Trump è meno aperto alla persuasione sugli scambi di quanto lo fosse il presidente Hoover.[4]

La storia della follia politica di novanta anni fa ci suggerisce che l'amore per i dazi è così radicato nella psiche della classe politica che le prove empiriche verranno sempre ignorate. Le conseguenze economiche della guerra commerciale rischiano di farci rivivere la Grande Depressione.

Oltre a quella contro la Cina, c'è anche la battaglia commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea. L'UE è di per sé altamente protezionista e possiamo solo sperare che le crescenti minacce non si concretizzino mai, ma questa è una speranza nata dalla disperazione.



L'agricoltura e il denaro sono diversi questa volta

Ci sono due differenze significative tra gli anni '20-'30 e oggi che dovrebbero essere prese in considerazione. La prima: il grano ed i prezzi delle terre agricole sono stati ulteriormente indeboliti dalla sovrapproduzione, a causa della rapida adozione della meccanizzazione e dei nuovi pesticidi. I prezzi di tutti i prodotti agricoli sono crollati, impoverendo gli agricoltori di tutto il mondo. Le condizioni di aridità degli anni '30 fecero il resto per mandare in crisi gli agricoltori del Nord America.

La seconda differenza è nel denaro. Il crollo della domanda di materie prime nella Grande Depressione portò ad un crollo dei prezzi delle materie prime, misurato in dollari. A quel tempo, per quanto riguardava la popolazione, i dollari erano sostituti dell'oro, essendo scambiati per il metallo giallo a $20,67 l'oncia. Pertanto il crollo dei prezzi rifletteva un aumento del potere d'acquisto dell'oro, e l'eventuale risposta politica fu di annullare la convertibilità del dollaro nel 1933 e poi svalutarlo del 40% nel gennaio successivo.

Se rivivremo un crollo degli scambi commerciali in stile anni '30, sarà misurato nelle valute fiat di oggi. Sappiamo che le banche centrali compenseranno qualsiasi tendenza al calo dei prezzi gonfiando la massa monetaria. Questa è già una politica ufficiale. L'inflazione monetaria non risolverà i problemi sottostanti, servirà solo a dissimularli. Le banche centrali cercheranno di raggiungere un equilibrio tra la quantità di denaro e la stabilità dei prezzi. Questo obiettivo non può essere soddisfatto senza rialzare sia i tassi d'interesse sia il costo del prestito per gli stati, e dobbiamo quindi concludere che una crisi economica alimentata dai dazi minaccerà di indebolire il dollaro e tutte le valute fiat ad esso collegate.



Perché gli squilibri commerciali non hanno nulla a che fare con i prezzi

È tempo di affrontare la teoria degli squilibri commerciali. Abbiamo scandagliato le prove empiriche: i politici sono facilmente persuasi che l'eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni sia dovuto alla concorrenza sleale. Persino le società americane tendono a delocalizzare la loro produzione nelle posizioni più economiche per massimizzare i loro profitti e spesso chiuderanno le loro operazioni in località più costose per ridurre i costi. Ma la ragione degli squilibri commerciali non ha nulla a che fare con il comportamento anti-patriottico, o la concorrenza sui prezzi. Essi sono endemici alle valute fiat.

Possiamo dedurre che in un sistema con sound money, vale a dire, in cui i pagamenti sono accettati in oro o in sostituti dell'oro interamente coperti, gli squilibri commerciali possono essere solo lievi e temporanei, perché le importazioni devono essere pagate con denaro reale inflessibile, guadagnato in modo che possa essere successivamente speso. Il denaro e il credito non possono essere prodotti dal nulla per pagare le importazioni. Se si verifica un deficit nel commercio, l'oro esce e di conseguenza diminuiscono i prezzi interni delle merci. Le comunità con prezzi più elevati tenderanno a comprare da comunità con i prezzi più bassi e i produttori tenderanno a vendere alle comunità con prezzi più alti.

In questo modo l'oro che scorre tra le comunità bilancia le preferenze di ogni comunità tra l'oro ed i beni, e quindi sia il commercio che i prezzi si autoregolano verso un livello comune.

Armati di questa conoscenza certa, possiamo procedere a descrivere come sorgono gli squilibri commerciali in un sistema monetario fiat. Esse dipendono dai tassi relativi di espansione del denaro e del credito tra una valuta e l'altra, perché gli squilibri commerciali devono essere pagati in denaro flessibile di oggi. Ciò porta alla seguente identità nella contabilità del reddito nazionale:

(Importazioni - Esportazioni) @ (Investimenti - Risparmi) + (Spesa pubblica - Tasse)

In altre parole, un deficit commerciale è il risultato netto di una carenza nella combinazione tra risparmio e deficit di bilancio. Si applica sia al capitale che alle merci e viene catturato nelle statistiche sulla bilancia dei pagamenti (BOP). Questo è un punto importante, date le grandi quantità di denaro che circolano all'interno del sistema finanziario globale che non sono associate agli accordi commerciali.

Supponendo di considerare un Paese con un deficit nella bilancia dei pagamenti, un deficit di risparmio per gli investimenti è sempre costituito da un'espansione di denaro e credito bancario. Se ci sono anche afflussi di capitali dall'estero, essi si tradurranno o in valuta fornita dalla banca centrale, oppure attraverso un'espansione precedente o presente del credito bancario. In ogni caso, la banca centrale è pronta a garantire che non vi sia una fuga sui mercati monetari attraverso la manipolazione sia dei tassi d'interesse sia del proprio bilancio.

Pertanto è chiaro che in tutte le circostanze il deficit di risparmio nell'identità contabile nazionale di cui sopra debba essere compensato dall'espansione monetaria.

Allo stesso modo, un deficit di bilancio può solo portare ad un'espansione dell'offerta di moneta, che di solito comporta l'emissione di buoni del Tesoro o strumenti simili a breve termine. Quando vengono emessi titoli di stato, le banche li comprano utilizzando i loro bilanci. Quando le entità non finanziarie ed i risparmiatori acquistano titoli di stato, o tolgono risparmi dagli investimenti del settore privato o aumentano i loro risparmi riducendo il consumo. Ridurre i consumi personali a favore del risparmio richiede tassi d'interesse più elevati, processo ostacolato dalle iniezioni di liquidità da parte della banca centrale.

Inoltre, avendo raccolto fondi, lo stato li spende, rimettendo i soldi in circolazione. Se ha attinto al risparmio, quei risparmi vengono trasformati in spesa pubblica. Altrimenti gli acquirenti di titoli di stato hanno un solo modo per entrarne in possesso, e cioè attingere all'espansione monetaria o creditizia. Pertanto qualunque sia il modo in cui la si guardi, un deficit di bilancio espande la quantità di denaro.

Un'analisi simile si applica ad una nazione con un surplus nella bilancia dei pagamenti. In questo caso, l'espansione monetaria è inferiore all'aumento dei risparmi, cosa che si riflette poi in un'eccedenza nella bilancia dei pagamenti. Pertanto, quando si considerano gli squilibri commerciali, i prezzi non hanno nulla a che fare con tutto ciò. I prezzi influenzeranno solo la fonte dell'offerta, non la domanda.

L'origine degli squilibri commerciali attraverso la struttura della contabilità nazionale è confermata dall'osservazione di un altro aspetto. La divisione del lavoro ci dice che facciamo cose e forniamo servizi per guadagnare i soldi per comprare le altre cose di cui abbiamo bisogno e per accumulare risparmi. Questo è vero quando si tratta di capifamiglia in famiglie in cui solo tale figura lavora. È anche vero per i soldi guadagnati e passati ad altri attraverso le associazioni di beneficenza e le agenzie statali. I sussidi di disoccupazione ed i sussidi sociali devono essere guadagnati da qualcuno.

Questo descrive un'economia in cui il sound money è l'agente temporaneo per convertire la produzione in consumo. Supponiamo ora che nell'economia vengano introdotti più soldi, non guadagnati da nessuno come descritto sopra, ma prodotti dal nulla. Di conseguenza più denaro inizia ad inseguire la stessa quantità di merci.

L'introduzione di denaro extra farà salire i prezzi interni. Per un periodo di tempo le merci importate rimarranno disponibili ai vecchi prezzi. L'offerta di questi beni deve provenire da Paesi meno colpiti dalla domanda alimentata dall'inflazione. In pratica, anche altri Paesi inflazionano le loro valute, quindi i differenziali di prezzo diventano una questione relativa. Inoltre i cittadini di alcune nazioni risparmiano più di altri, e fintanto che il volume dei loro risparmi aumenta rispetto all'offerta di moneta, ci saranno beni e servizi disponibili per l'esportazione ad altre comunità.

Ignorare la fonte degli squilibri commerciali è stato un grosso difetto nell'economia keynesiana, portando ad una miriade di altri problemi. Il denaro scoperto per coprire i deficit di bilancio e nel risparmio è al centro di tutto. Non è quindi un caso che questi squilibri aumentino di pari passo con il potere delle banche centrali. Sembra incredibile che, nonostante teorie economiche incontestabili, Keynes pensasse di eliminare completamente i risparmiatori e che lo stato potesse fornire agli imprenditori capitale a basso costo.[5] Keynes era chiaramente un matematico senza una conoscenza approfondita dell'economia, altrimenti non avrebbe negato la verità nell'identità matematica di cui sopra. Invece decise di buttare la Legge di Say e quindi ignorare le conseguenze del denaro scoperto quando è lo stato a voler gestire i risultati economici.



I vantaggi del libero scambio

Alla luce della teoria economica ragionata, la Cina sta commettendo un brutto errore rispondendo all'autolesionismo di Trump con l'autolesionismo. Non si ragione con la follia. Invece la Cina dovrebbe rimuovere tutti i dazi e lasciare che i suoi consumatori e le imprese competano liberamente con gli stranieri.

Forse è un'idea radicale, promossa per la prima volta in Gran Bretagna da David Ricardo che dimostrò i vantaggi del vantaggio comparato (1817), poi ripresa dall'Anti-Corn Law League con Richard Cobden e John Bright (1836-38). Persuase Robert Peel, il primo ministro di allora, riguardo i meriti del libero scambio. Il risultato fu l'abrogazione delle Corn Laws (1846) e da quel momento in poi il commercio esente da dazi divenne la politica nazionale in Gran Bretagna.

Di conseguenza la Gran Bretagna diventò la nazione più potente del pianeta, nonostante le sue piccole dimensioni. Prima della prima guerra mondiale, in Gran Bretagna passava l'80% di tutte le spedizioni marittime, con i maggiori centri di costruzione navale a Clyde, Belfast e Tyne. La Gran Bretagna trasse beneficio dall'assemblare un impero con cui negoziare, ma al centro di questo successo c'era il libero scambio.

I cinesi dovrebbero prendere nota. Hanno assistito agli straordinari successi di Hong Kong e Singapore, dopo la resa giapponese nel 1945. Il loro successo è stato interamente dovuto ai mercati liberi, un commercio privo di dazi e stati poco interventisti. È quindi illogico che la Cina segua Trump al suo gioco. Molto meglio lasciarlo distruggere il potenziale dell'America attraverso scelte sbagliate.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] Melchior Payli, The Twilight of Gold, p. 33, citato in Lessons from the Great Depression di T. Rustici.

[2] Frank Taussig, The Tariff History of the United States (New York, Augustus Kelly 1967)

[3] Thomas Rustici, Lessons from the Great Depression, pp. 80 (Capitalism Works Publishing 2005)

[4] Hoover era contrario allo Smoot-Hawley Act, definendolo terribile, fraudolento e truffaldino, ciononostante lo approvò.

[5] J.M. Keynes, General Theory of Employment, Interest and Money, Note Conclusive II.

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martedì 15 gennaio 2019

A quanto pare pochi hanno capito il punto reale nella stampa 3D delle armi

Una delle domande che spesso ricorre quando avvengono delle sparatorie di massa è la seguente: è possibile che una cittadinanza armata possa fermare queste follie? La risposta è ed è documentata in un report dell'FBI, il quale passa al vaglio 50 episodi di aggressori armati attivi tra il 2016 ed il 2017. Gli incidenti con suddetti sono definiti come "uno o più individui attivamente coinvolti nell'uccisione o nel tentativo di uccidere persone in un'area popolata". L'FBI conclude la sua analisi osservando: «I cittadini armati e disarmati hanno ingaggiato l'aggressore in 10 incidenti. Hanno concluso in modo sicuro e con successo le sparatorie in otto di questi incidenti. Le loro azioni disinteressate probabilmente hanno salvato molte vite.» Non sorprende che, in 6 di questi 10 casi, colui che interveniva avesse un porto d'armi regolare ed un'arma regolarmente denunciata. Solo circostanze eccezionali o coraggio eccezionale portano un individuo disarmato a confrontarsi con un killer armato. Forse uno deve avere familiarità con le pistole per tentare. L'FBI scrive: «In quattro casi i cittadini in possesso di porto d'armi validi per armi da fuoco hanno fermato con successo l'aggressore. In due [di questi] incidenti, i cittadini hanno ingaggiato a fuoco l'aggressore. In due episodi, i cittadini hanno tenuto sotto tiro l'aggressore fino all'arrivo delle forze dell'ordine.» In un altro incidente: "un cittadino in possesso di un regolare porto d'armi è stato ferito prima che potesse sparare all'aggressore". Nell'ultimo dei sei incidenti, l'aggressore è stato accolto da armi spianate ed è fuggito. Pertanto un cittadino armato ha posto fine ad una sparatoria di massa in quattro casi, o all'8% delle sparatorie. L'economista John Lott sostiene che l'FBI non abbia tenuto conto di alcune sparatorie e che la percentuale reale negli ultimi anni sia di circa il 15%. In ogni caso, una percentuale significativa di sparatorie di massa è stata fermata da cittadini armati e molte vite sono state salvate. Disarmare la popolazione vuol dire fare un favore ai criminali.
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di Jeffrey Tucker


Il progetto di Cody Wilson per la stampa 3D delle pistole è tornato ancora una volta all'attenzione nazionale. Stavolta perché la compagnia di Cody ha (sorprendentemente) vinto una causa contro il Dipartimento di Stato che in precedenza aveva emanato un ordine restrittivo contro Defense Distribuited, citando il regolamento internazionale sul traffico delle armi.

Ci sono echi qui con la lunga battaglia per la PGP, che alla fine è stata vinta, con grande beneficio per la libertà individuale e la privacy. Fortunatamente ha vinto la libertà di parola. Alla fine potrebbe addirittura salvare il diritto di scaricare e stampare una pistola.

Ricordo l'ordine di rimozione per il progetto e Cody era coinvolto in una lotta ai massimi livelli. Questa era la battaglia che voleva e ce l'ha fatta. La sua vita non sarebbe mai più stata la stessa.

L'ordine precedente contro la DD è stato annullato, consentendo così alla sua azienda di rilasciare file digitali che consentono a chiunque abbia una stampante 3D di produrre una pistola funzionante a casa. Questa pistola ignora le consuete normative riguardanti i numeri seriali, la registrazione e la regolazione. Questo è il modo per provocare il panico in tutte quelle persone che vogliono restringere l'uso delle armi da fuoco.

Il panico non riguarda solo la distribuzione di massa di pistole non regolamentate; si tratta della perdita del controllo in generale.



Nessun controllo

Questa pistola è una manifestazione della nuova realtà digitale: il mondo fisico è ormai basato sull'informazione. L'unico modo per controllarlo è mettere la museruola alle persone, violare i diritti di libertà di parola e trasformare radicalmente un principio che siamo ormai siamo tenuti a credere che sia una relazione tra individuo e stato.

Tenete presente che Defense Distributed non produce né distribuisce armi. È solo flusso di informazioni. È un'azienda e un sito web, ma non mantiene alcuna relazione proprietaria con le informazioni che distribuisce. Ogni download può (ed è stato) duplicato e riprodotto all'infinito utilizzando qualsiasi piattaforma digitale: il mainstream web, il dark web, la messaggistica istantanea, le comunicazioni e-mail criptate, gli SMS, ogni tipo di applicazione basata su SMS, ecc.

Potete provare a controllare questa distribuzione di informazioni, ma nemmeno i regimi più totalitari di oggi vi hanno avuto successo. L'informazione è davvero un'idra a più teste, ma nemmeno questo spiega esattamente di cosa stiamo parlando. L'unico modo per controllare pienamente i flussi di informazioni in un'era digitale è assumere il pieno controllo del pensiero stesso, che è un'ambizione irrealizzabile in questo mondo, anche dal sistema più completo ed efficiente di controllo del pensiero che si possa immaginare.

Ed è esattamente il punto che Cody stava cercando di portare avanti.



I bei tempi del 2013

Cody fa parte di una generazione di intellettuali ed attivisti che dopo il 2008 ha visto nascere questo tipo di mondo. Molte cose precedentemente inimmaginabili sono cominciate ad accadere nel mondo digitale. La condivisione di file su reti distribuite ha rilasciato online grandi quantità di materiale protetto da copyright. Lo stato ha cercato di stare al passo, ma senza alcun risultato: il sistema di condivisione di file distribuiti è cresciuto nel corso dei decenni ed è continuato nonostante la scure dello stato.

Poi nel 2009 è accaduto qualcosa di incredibile: il denaro, il bene che lo stato aveva nazionalizzato 100 anni fa e in gran parte dominato per migliaia di anni, è entrato nel regno dell'economia dell'informazione. Questo era l'ultimo pezzo del puzzle, per così dire. Ora avevamo tutti i pilastri essenziali della vita commerciale e culturale traslati nel mondo dell'informazione, vale a dire, migrati nel regno in cui il potere non era più efficace.

La rivoluzione, a quei tempi, sembrava inarrestabile. Nel primo decennio del XXI secolo, queste persone erano conosciute come cypherpunk, perché usavano il codice informatico e la crittografia per aggirare i canali ufficiali di produzione e distribuzione di informazioni.

Più tardi tale movimento è mutato in quello che è divenuto noto come criptanarchismo. Il punto non era dover convincere le persone di una determinata filosofia, ma mostrare come avessimo gli strumenti per rendere la libertà una realtà. Abbiamo imparato come bypassare i due punti forti dello stato: i suoi monopoli giurisdizionali sulla forza e la sua capacità di mettere a tacere. Bypassarli con strumenti di libertà che non avevano un punto centrale di fallimento.

Le pistole stampate in 3D esistevano ben prima che arrivasse Cody Wilson, ma il suo contributo geniale è stata la volontà e il desiderio di alzarsi ed essere il volto di questo cambio di paradigma. Sapeva che per chiarire il punto, i media avevano bisogno di qualcuno da incolpare, qualcuno da demonizzare, un solo prodotto (una pistola!) su cui concentrarsi, per scrivere le loro storie e discutere delle implicazioni. Ispirare questo dibattito è stato il suo intento.

Cody era e non è un fanatico delle armi; era ed è un fanatico delle informazioni. Ha visto quello che molti di noi hanno visto. Ha scelto di agire in base ai nuovi ideali. È stato disposto a diventare il manifesto di un movimento che, di fatto, non ha nessun capo.



Non si tratta di Cody

I giornalisti che scrivono di questo argomento non hanno capito il punto. Sono abituati a coprire le questioni concentrandosi su persone, istituzioni e prodotti; discernendo tra buoni e cattivi sulla base delle dottrine della religione civica. Non sono disposti a coprire cambiamenti di paradigma su larga scala nella relazione tra individuo e stato. Non comprendono le implicazioni del decentramento, le implicazioni della mercificazione delle reti di informazione e cosa questo significhi per il controllo del mondo.

Ed è proprio per questo che la copertura editoriale della prima settimana di agosto 2018 è stata così assurda. Volevano concentrarsi su Cody e demonizzarlo. Ciò che non riuscivano a capire era il punto centrale di Cody: il mondo fisico sta migrando verso un regno diverso, il mondo dell'informazione che nessuno può controllare. Il mondo del futuro è incontrollato e incontrollabile.

Questo era il suo punto centrale. Non si trattava di armi in quanto tali. Non si trattava nemmeno di stampa 3D in quanto tale. Il suo punto centrale riguardava i flussi di informazione e l'ineluttabilità del potere in un mondo digitale. Niente sarà più lo stesso. Questa è la nostra realtà attuale; non è, tuttavia, la nostra attuale politica o tipo di giornalismo.

Cody e noi abbiamo sottovalutato la resilienza delle forze reazionarie nel mondo di oggi. Il paradigma sta cambiando, ma non senza attriti, non senza vittime, non senza un profondo turbamento dello status quo, che reagirà con strumenti che conosciamo e alcuni che ancora non comprendiamo.

Viviamo giorno per giorno, vivendo solo la scena passeggera che vediamo sui social media. Ma ci sono forze più grandi al lavoro. Non c'è possibilità di censurare definitivamente il futuro, con nessuno degli strumenti che hanno plasmato il passato. La grande migrazione sarà da un'economia basata sulle cose regolate dallo stato ad un'economia basata sulle idee regolate solo dalle scelte degli individui che compongono la società stessa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 14 gennaio 2019

Perché gli speculatori dovrebbero amare i crash nelle criptovalute





di Bill Bonner


Il 12 febbraio 1827 George Brown ospitò un incontro nella sua casa di Baltimora.

Insieme a lui c'erano 24 dei principali uomini d'affari dell'epoca.

L'argomento: rendere competitiva Baltimora sulla costa orientale.

New York aveva da poco aperto l'Erie Canal... ed era stato un successo strepitoso. I prezzi di spedizione erano diminuiti drasticamente ed i lavoratori erano accorsi nello stato.

Altre città in tutta la costa orientale degli Stati Uniti pianificarono la costruzione di un canale. Gli uomini d'affari di Baltimora temevano di venire lasciati indietro.

George Brown e Philip Thomas, un altro importante uomo d'affari locale, trovarono una soluzione: la nuova tecnologia chiamata ferrovia. E ne avrebbero costruita una dal porto di Baltimora al fiume Ohio.

Vendettero l'idea agli altri uomini d'affari dicendo loro che sarebbe confluito nello stato un notevole commercio. Erano praticamente tutti d'accordo.

Un mese dopo, Brown e Thomas inaugurarono la compagnia ferroviaria di Baltimora e Ohio (B&O).

Per finanziare la società Brown e Thomas si affacciarono in borsa. Convinsero la popolazione che sarebbe confluito nello stato un considerevole commercio e raccolsero $3 milioni in soli 12 giorni. ($3 milioni nel 1827 valgono più di $71 milioni oggi.)

Si dice che quasi tutti i residenti di Baltimora comprarono le azioni.


Ed è importante ricordare che le ferrovie erano una tecnologia rivoluzionaria all'epoca... Infatti B&O (ora parte di CSX Transportation) fu la prima ferrovia commerciale negli Stati Uniti.
Tutti sapevano che avrebbe avuto un profondo impatto sugli affari in America, ma come sarebbe andata a finire quell'impatto nessuno poteva saperlo.

Come vi mostrerò, la maturazione dell'industria ferroviaria passò attraverso una serie di boom, bust e storie.

E vi mostrerò anche i suoi parallelismi con l'industria delle criptovalute oggi.



Tutti amano il boom

Nel 1829 la B&O Railroad divenne la prima ferrovia negli Stati Uniti a guadagnare introiti su passeggeri e merci.

Nel 1854 incamerava profitti annuali per $2,7 milioni all'anno e ricordate che B&O aprì i battenti con soli $3 milioni.

Non erano solo la B&O... Le ferrovie iniziarono a spuntare in tutti gli Stati Uniti. Tra il 1849 e il 1857 gli Stati Uniti aggiunsero oltre 20.000 miglia ferroviarie. Era una mania a tutti gli effetti. (Per confronto, l'attuale sistema ferroviario del Regno Unito ha solo circa 10.000 miglia.)

Certo, tutti amavano il boom.

Ma nel 1857 iniziò a crollare. La corsa all'oro della California era finita. La guerra dell'Inghilterra contro la Russia drenò la Bank of England ed i finanziamenti esteri per le ferrovie americane si prosciugarono.

Fu un disastro per l'economia americana. Le azioni ferroviarie crollarono. Molte linee ferroviarie dovettero chiudere e licenziare migliaia di lavoratori. Molte compagnie ferroviarie dichiararono bancarotta.

Il crollo si diffuse alle banche che avevano finanziato la costruzione e l'acquisizione della terra per queste ferrovie. Diverse compagnie, come l'Ohio Life Insurance and Trust Company, fallirono.

Nonostante un'economia a brandelli e la caduta delle azioni, le ferrovie non morirono. Invece il crash si comportò come un incendio boschivo e andò ad eliminare i cespugli morti, permettendo una nuova crescita.

E aprì la strada al boom successivo.

I benefici delle ferrovie erano troppo buoni per scomparire.



Gli speculatori amano un buon bust

Nel 1859, il panico del 1857 era ormai passato. Nuovi imprenditori erano emersi per far avanzare ancora una volta l'industria ferroviaria.

Uno di questi era Jay Gould. Iniziò a speculare in titoli ferroviari di piccole dimensioni nel 1859 e nel 1863 era diventato il manager della Rensselaer e Saratoga Railroad.

Promuoveva le ferrovie e il telegrafo come l'onda del futuro, dicendo:
Mi interessa il telegrafo, perché i sistemi ferroviari e telegrafici vanno di pari passo, per così dire; parti integranti di una grande civiltà.

E:
Ho sempre comprato scommettendo sul futuro; è così che ho fatto i miei soldi

Era anche in grado di coinvolgere gli altri su tale futuro. Ad un certo punto della sua carriera, Gould controllava oltre 10.000 miglia di ferrovie negli Stati Uniti, oltre il 10% dell'intero sistema ferroviario statunitense all'epoca.

Ma come il primo boom, anche questo finì in un bust...

Dopo la guerra civile il sistema bancario crebbe rapidamente. Le ferrovie accesero molti prestiti per finanziare le loro operazioni e gli investitori si precipitarono nelle nuove azioni di un sistema ferroviario innovativo.

Ma alla fine una crisi bancaria in Europa si fece strada negli Stati Uniti. Oltre 100 banche fallirono ed i finanziamenti si prosciugarono. Gli investitori iniziarono a vendere i loro titoli ferroviari in massa, determinando il panico del 1873.

Potete vedere il danno arrecato alle azioni ferroviarie nel grafico qui sotto:


Nessuno venne risparmiato. Ancora una volta, come il primo bust, il secondo aprì la strada al boom successivo.

L'industria ferroviaria sarebbe andata avanti tra boom e bust molte altre volte, ma ogni volta non è mai stata la fine delle ferrovie. Ogni volta, l'industria è ritornata più forte di prima.

Infatti se si evitavano i titoli dei giornali e si puntava sulla crescita di lungo termine, il successo delle ferrovie era evidente.



Come l'industria delle criptovalute è come i primi anni delle ferrovie

Proprio come con le ferrovie, abbiamo visto lo stesso schema emergente nelle criptovalute. La differenza principale è che sta accadendo molto più velocemente.

Infatti nel decennio in cui le criptovalute sono state utilizzate, abbiamo già visto quattro boom e bust:
  • 2011: Dopo un rally del 10,500%, bitcoin è passato da $32 a $2; un calo del 94%.
  • 2013: Dopo un rally dell'11,400%, bitcoin è passato da $230 a $70; un calo del 70%.
  • 2014: Dopo un rally del 1,600%, bitcoin è passato da $1,200 a $173; un calo dell'86%.
  • 2018: Dopo un rally dell'11.450%, bitcoin è passato da $20.000 a $3.405; un calo dell'83%.

Mentre scrivo oggi, siamo alla fine del più recente bust delle criptovalute e ora sta emergendo una nuova storia che ci porterà nel prossimo boom.

Ecco alcune delle grandi storie dell'anno:
  • CBOE: A luglio il Chicago Board Options Exchange (CBOE) ha depositato presso la Securities and Exchange Commission (SEC) per un ETF su bitcoin. In collaborazione con la società di gestione degli investimenti VanEck e SolidX, CBOE ha aggiunto nuove funzionalità, come l'assicurazione, che ne renderanno più probabile l'approvazione in futuro.
  • Bakkt: The Intercontinental Exchange (ICE), proprietario della Borsa di New York e di 22 altri mercati in tutto il mondo, sta lanciando la sua piattaforma di asset digitali entro il 24 gennaio 2019.
  • Yale Endowment: Lo scorso ottobre David Swensen, Chief Investment Officer dello Yale Endowment Fund, ha annunciato che il fondo aveva investito in criptovalute. (Anche le dotazioni di Harvard, Stanford, Dartmouth e MIT hanno fatto investimenti in criptovalute).
  • Nasdaq: la seconda borsa valori del mondo prevede di quotare i futures di bitcoin nel primo trimestre del 2019. Il Nasdaq baserà i suoi contratti futures sul prezzo del bitcoin su numerose borse spot, come compilato dalla società di gestione degli investimenti VanEck.

E questo è solo l'inizio. La storia di Wall Street sta iniziando ad accelerare. Prendete in considerazione alcune affermazioni fatte nell'ultimo mese...

Morgan Stanley considera il settore delle criptovalute la "nuova classe d'investimento istituzionale".

JPMorgan ha detto al mondo: "Siamo grandi credenti in Ethereum".

E la cripto-venture Grayscale Investments ha annunciato di aver visto "livelli record d'interesse tra gli investitori istituzionali", nonostante il crollo dei prezzi.

Come le ferrovie, il prossimo boom delle criptovalute aprirà nuove opportunità d'investimento. Molti investitori entreranno nel 2019, fino a quando il prossimo boom non sarà ben avviato.

Ma se siete uno speculatore e siete disposti ad investire in questa nuova classe di asset, le criptovalute oggi sono la vostra opportunità.

Ricorda solo che le criptovalute sono molto volatili. Se avete intenzione di esporvi, non investite più di quanto possiate perdere. Una piccola scommessa per il potenziale di ottenere guadagni che cambiano la vita.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.com/


venerdì 11 gennaio 2019

Stato o individuo?





di Alasdair Macleod


La questione più importante della razza umana non viene quasi mai affrontata di questi tempi: chi dovrebbe essere il padrone, lo stato sull'individuo o l'individuo sullo stato? È particolarmente rilevante oggi, tenendo presente che Trump sta demolendo l'ordine stabilito sia a livello nazionale che a livello d'influenza dell'America all'estero. È molto rilevante per il processo della Brexit nel Regno Unito, in cui l'establishment sta cercando di far naufragare la volontà espressa dal popolo nel referendum.

Il dibattito su questa questione fondamentale ha le sue radici nella filosofia dell'antica Grecia e della Cina. Platone si schierò dalla parte dello stato ed Aristotele prese le parti dell'individuo. Lo studente di Aristotele, Alessandro Magno, scelse il compromesso essendo proto-mercantilista. In Cina, i legalisti si schieravano con Platone, i taoisti con Aristotele ed i confuciani erano nel mezzo. La rilevanza per la Cina moderna è che Mao era un legalista ed i suoi successori possono essere descritti come confuciani.

Le etichette usate per descrivere le scuole di filosofia peccano sempre di precisione, in particolare quando si confronta la filosofia di una cultura con quella di un'altra e in diversi momenti della storia. Ma non è questo il punto. Nel corso della storia della filosofia c'è stato un dibattito continuo sulla domanda fondamentale posta nel titolo di questo saggio. Questo fino agli ultimi decenni, quando il dibattito è ormai più o meno cessato ed è stato sostituito da un'ipotesi generale secondo cui lo stato è padrone dell'individuo.

Lo scopo di questo saggio è quello di contestare questa ipotesi. Per fare ciò, dobbiamo prima stabilire in quale sottoinsieme della filosofia si trova il dibattito e considerare anche la validità del mercantilismo, una sorta di via di mezzo tra il bianco e il nero tra lo stato e l'individuo.

Al tempo degli antichi filosofi, l'economia non era un tema a sé stante. L'economia divenne un sottoinsieme identificabile della filosofia nel diciottesimo secolo, anche se l'uso e lo status del denaro sono stati discussi fin dai tempi antichi. L'economia propriamente detta nacque durante l'illuminismo scozzese del diciottesimo secolo, identificata in particolare da David Hume e Adam Smith, sebbene individui come Richard Cantillon (che fu anche il banchiere di John Law a Parigi nel 1710) avessero già avanzato alcune importanti osservazioni economiche. Nonostante fossero stati fatti notevoli progressi nella comprensione del ruolo dell'individuo alla luce della rivoluzione industriale britannica, Karl Marx iniziò a mettere al centro lo stato, un'istituzione austera come quella di Platone e dei legalisti cinesi.

Il comunismo di Marx si sviluppò con una giustificazione egoistica del perché dovrebbe esserci una rivoluzione globale per distruggere tutte le ricchezze private. Auspicava un nuovo super stato con lui come dittatore ed Engels come generale. Era una cattiva filosofia e per questo motivo ignorata fino a molto tempo dopo la sua morte, quando divenne il collante che avrebbe tenuto insieme l'Unione Sovietica dopo la rivoluzione del 1917, e la Cina di Mao Zedong dopo la seconda guerra mondiale.

Dopo la rivoluzione russa, il pendolo oscillò a favore dello stato. Invece della libertà personale e dei liberi mercati, varie forme di socialismo guadagnarono credibilità. La scelta non era più tra stato o individuo, ma quale tipo di stato avrebbe dovuto controllare l'individuo: marxista, trotskista, o socialismo nazionale. Tutti richiedevano un dittatore che dirigesse gli altri affinché seguissero i suoi ordini. Tutti richiedevano la soppressione dell'individuo, con la forza e persino l'eliminazione. Tutti mettevano lo stato al di sopra della legge, e la legge veniva usata esclusivamente per il sostegno dello stato. L'individuo non era solo sottomesso, ma uno strumento superfluo.

Le economie formalmente libere cercarono un compromesso con i credenti nel socialismo comunista. In gran parte dell'Europa e della Gran Bretagna il compromesso era nel nome della pace e della stabilità sociale. In Germania, Italia e Spagna c'era una forma di socialismo che lottava per la supremazia contro un altro socialismo, ovvero, il comunismo. I comunisti alla fine vinsero in virtù della sconfitta del socialismo nazionale nella seconda guerra mondiale, aiutati dai sostenitori di un libero mercato che spalleggiarono i comunisti.[1]

L'America comprese cosa rappresentasse la minaccia comunista per il libero mercato e l'attaccò con il maccartismo, bandendo comunismo e comunisti dalla politica americana e dall'influenza pubblica. Ma negli ultimi decenni la libertà personale, sinonimo di libero mercato, è stata drasticamente erosa da uno stato invasivo. La Gran Bretagna tra le due guerre aveva scelto il compromesso, fino a quando il governo di Atlee fu eletto nel 1945, quando iniziò a perseguire l'ideale comunista di nazionalizzare le industrie. Il compromesso è continuato anche con i governi successivi, accelerando verso una crisi politica ed economica alla fine degli anni settanta. Gli economisti influenti come Keynes, sempre uomini dell'establishment, dichiararono che il denaro avrebbe dovuto essere un monopolio di stato, liberato della sua zavorra aurea, e quindi spazzarono via l'economia classica che dimostrava la superiorità dei mercati liberi.

La nostra domanda, stato o individuo, fu risolta dagli economisti Austriaci a favore della libertà individuale, ma respinta dagli statalisti. In America la politica sotto il presidente Obama ha raggiunto un punto di crisi, portando all'elezione del presidente Trump che sta indebolendo lo status quo socialista del dopoguerra. In Gran Bretagna, le persone sono di fronte ad una scelta tra mantenere una qualche parvenza di controllo democratico sui loro rappresentanti eletti, o perderla del tutto nel super stato dell'Unione Europea.

L'orologio deve essere riavviato per riaprire la questione tra stato ed individuo, socialismo contro libero mercato. Dobbiamo anche occuparci della scelta a metà strada, il mercantilismo, per vedere se fondere statalismo ed individualismo possa rappresentare un'opzione alternativa. Prenderemo una definizione moderna di mercantilismo per indicare qualsiasi politica emanata dallo stato ed intesa a conseguire la piena occupazione ed una posizione favorevole nel commercio estero.[2]



Il ruolo dello stato

Lo statalismo moderno ha le sue origini nel marxismo, ovvero, lo statalismo nella sua forma più completa. Secondo Marx il pensiero individuale doveva essere bandito e non dovevano esistere scelte individuali. Tutto doveva essere deciso da un super stato globale.

Marx era uno studente di Hegel e basava la sua analisi filosofica sulla dialettica hegeliana.[3] Hegel concluse che tutti prendiamo spunto dai nostri ambienti e circostanze sociali/culturali, e che essi a loro volta sono impostati dagli eventi storici. Questo impianto divenne la base per la filosofia di classe di Marx, che, in comune con quella di Hegel, negava qualsiasi ruolo all'indipendenza del pensiero umano.

La posizione filosofica di Marx fu ampiamente descritta nel suo libro, A Contribution to the Critique of Political Economy, pubblicato nel 1859. Il principio fondamentale del marxismo viene affermato all'inizio della prefazione, dove viene definita la sua deduzione dalla dialettica hegeliana: "Non è la coscienza degli uomini che determina la loro esistenza, ma la loro esistenza sociale che determina la loro coscienza." In altre parole, l'organizzazione sociale ha la precedenza sull'individuo, e quindi ne consegue che l'individuo è subordinato all'organizzazione sociale.

Al centro della conclusione di Marx c'era la sua teoria del lavoro. Tale teoria, combinata con la teoria dei profitti di Ricardo (dove i salari devono essere soppressi affinché l'imprenditore possa massimizzare i profitti), fornì le basi per avanzare accuse credibili di sfruttamento delle classi lavoratrici. Almeno fino a quando Carl Menger, il più importante contributore alla rivoluzione marginale nell'ottocento, stabilì chiaramente che i prezzi erano decisi in modo soggettivo dall'acquirente e non dall'imprenditore; un argomento contro la supremazia dello stato poteva essere finalmente provato oltre ogni ragionevole dubbio.

Agli statalisti non piaceva, e ci volle il genio degli eredi contemporanei della tradizione mengeriana, in particolare Ludwig von Mises e Friedrich Hayek, per spiegare perché fosse impossibile per lo statalismo sostituire la superiorità dell'individuo. Dimostrarono perché un dittatore socialista e burocrati subordinati non potevano mai allocare in modo efficiente le risorse economiche. Lo stato non ha le conoscenze per valutare l'allocazione del capitale, che può essere calcolata solo da imprenditori indipendenti che cercano di soddisfare il consumo futuro.

In altre parole, tutte le teorie sui prezzi che in un certo modo fornivano credibilità allo stato, erano semplicemente sbagliate. Affinché fossero valide era necessario che il consumatore fosse costretto ad acquistare beni contro la sua volontà. Fino ad oggi tutte le imprese statali, o controllate dallo stato, si basano su un comportamento monopolistico per costringere i consumatori ad accettare la loro determinazione dei prezzi, e continuano a registrare perdite. E l'abietto fallimento di questo approccio fu anche dimostrato quando la caduta della cortina di ferro rivelò la completa bancarotta del sistema sovietico.[4]

Socialisti e altri statalisti continuano a sostenere le loro tesi, nonostante esistano prove empiriche del contrario e nonostante il ragionamento aprioristico stabilisca che è il consumatore ad impostare i prezzi. Se la teoria del costo dei prezzi avesse una validità, allora un'economia potrebbe essere pianificata con successo, date le certezze matematiche che ne seguono. Questa è la base dell'approccio statalista alla modellizzazione economica e perché la teoria dei prezzi sia centrale nel nostro dibattito.

Gli economisti-statalisti ignorano tutte le verità fondamentali affinché possano arrivare ad una posizione plausibile e credibile. Nei tempi moderni è iniziato con la teoria del denaro proposta da Georg Knapp, fondatore della scuola chartalista in Germania, il quale pubblicò la sua teoria sul denaro nel 1905. Visse per vedere i risultati dei suoi errori, morendo nel 1926, tre anni dopo il crollo del suo denaro statale. Nonostante questa battuta d'arresto, gli economisti statalisti continuarono a sostenere il monopolio statale sul denaro: lo stato sa agire meglio dei liberi mercati per ottenere un risultato economico desiderato. Il fatto che l'attuale opinione economica salti da una posizione all'altra è la prova che le sue teorie sono costruite sulle sabbie mobili di credenze effimere e che la teoria adeguatamente ragionata sia stata gettata via.

Scartate una teoria solida e potrete promuovere un ruolo per lo stato. Questo è ciò che Keynes fece con la Legge di Say, la quale esclude un qualsiasi intervento da parte dello stato.[5] Avendo ignorato la Legge di Say, lo stato ha potuto intervenire nei mercati per imporre soluzioni a problemi che esso stesso aveva creato in precedenza. Von Mises e Hayek hanno dimostrato che il ciclo economico, la scusa per l'intervento statale, non è una conseguenza del libero mercato, ma l'inevitabile risultato della manipolazione monetaria e dei tassi d'interesse da parte dello stato e delle sue banche centrali. Nonostante questa conoscenza sia stata resa disponibile al mondo negli ultimi novanta anni, è stata soppressa dagli stati, mentre invece sono state promosse convinzioni che andavano dal lato opposto.

Pochissimi di noi notano questo sotterfugio e le sue conseguenze. Lo stato ha acquisito per sé un monopolio sul denaro, che serve ai sostenitori dello statalismo, coloro che sono sempre più persuasi che lo stato sia superiore all'individuo. La corruzione del denaro permette allo stato di distorcere qualsiasi cosa, mettendo a tacere i critici che non sono in grado di collegare causa ed effetto tra interventi governativi ed i disastri successivi. Questa inaffidabilità è stata istituzionalizzata al punto che quelli che sottolineano gli errori nella politica economica e monetaria vengono semplicemente ignorati.



Il ruolo del libero mercato

Il libero mercato è un'espressione che indica la libertà di scegliere come spendere i propri guadagni, profitti e risparmi. In queste condizioni la funzione degli imprenditori è quella di rispondere ai desideri collettivi delle persone e creare quei beni e servizi che desiderano di volta in volta. Se falliscono in questo compito, perderanno il loro capitale e alla fine andranno in bancarotta. Se hanno successo, faranno profitti. Il consumatore è il re, esercitando il suo diritto di scelta nonostante qualsiasi tentativo di influenzarlo attraverso la pubblicità. Il consumatore imposta la domanda per quei beni e servizi che desidera, stabilendone i prezzi. In un libero mercato l'imprenditore deve accettare questa realtà. Deve far evolvere i suoi prodotti ed i suoi prezzi per rimanere in attività. Deve competere.

Chiunque spenda deve guadagnare i mezzi per poterlo fare, quindi è sia produttore che consumatore. Coloro che non hanno, o non sono in grado di guadagnare, sono sovvenzionati da altri che lo fanno. Ognuno deve produrre le cose che è bravo a produrre e lasciare la produzione di altre cose agli specialisti. Questa divisione del lavoro è fondamentale per il progresso umano, dandoci tutto ciò che vogliamo e possiamo permetterci, mettendoci in grado di migliorare la nostra condizione e il nostro benessere. È la base della cooperazione sociale dell'uomo. È espresso nella Legge di Say: produciamo per consumare.

Un libero mercato è in continua evoluzione. Quello che i consumatori hanno desiderato ieri differisce da ciò che desiderano oggi e ci si può aspettare che differisca da quello che vorranno domani. È l'ambizione dell'imprenditore anticipare con successo la domanda di domani, migliorando i suoi prodotti ed inventandone di nuovi. Se, come consumatori, cerchiamo di beneficiare da questi progressi, dobbiamo anche adeguare il nostro lavoro di conseguenza. Non possiamo avere prodotti migliori senza accettare che noi stessi dobbiamo cambiare il nostro lavoro per soddisfare le richieste degli altri.

Il libero mercato funziona al massimo delle sue potenzialità se i guadagni delle persone vengono pienamente impiegati nella loro scelta tra consumi e risparmi. I risparmi forniscono sicurezza futura per l'individuo e sono la fonte del capitale monetario per l'imprenditore che investe nella produzione. Ne consegue che se un agente esterno, come lo stato o i criminali, sequestra una parte dei guadagni di ogni individuo, come fa lo stato con le tasse ed i criminali con il furto, diminuiscono i benefici della divisione del lavoro.

Gli statisti sostengono che il libero mercato sia senza cuore e vada a svantaggio di deboli, disabili ed ammalati. Questa tesi ha le sue origini nella dottrina marxista, secondo cui tutti sono creati uguali. Ignora la libertà degli individui di scegliere se mettere da parte alcuni dei propri guadagni e profitti per aiutare coloro che ne hanno bisogno. Inoltre non ammette l'interesse dei produttori a massimizzare l'uso del lavoro, e ad impiegare tutti tranne che i non abili.[6]

Nel libero mercato, dividendo il loro lavoro, compratori e venditori di beni e servizi concorderanno tra loro il denaro che fungerà da deposito temporaneo della loro produzione. Nel corso dei millenni varie forme di denaro sono state provate in diverse parti del mondo, ma alla fine hanno prevalso l'oro e l'argento. Le caratteristiche favorevoli sono state la loro incorruttibilità, durata, stabilità dell'offerta ed accettazione onnipresente.

In pratica, lo stato in una forma o nell'altra, è un onere per il libero mercato e dovrebbe essere evidente che mescolare i due, come raccomandato da Confucio, riduce il potenziale di un'economia nel far progredire il nostro tenore di vita. Dobbiamo ora affrontare gli errori di credere in una via di mezzo, lo statalismo mescolato con il libero mercato: il mercantilismo.



Il mito mercantilista

C'è una convinzione comune tra gli imprenditori: un approccio più aziendale alla gestione dello stato farà raggiungere risultati migliori rispetto al socialismo o al libero mercato. Questo è senza dubbio l'approccio adottato dal presidente Trump, che in accordo con una definizione moderna di mercantilismo cerca la piena occupazione e condizioni commerciali favorevoli. Anche la gestione economica della Cina sotto il presidente Xi condivide questo approccio.

La cooptazione di un'economia per sostenere un obiettivo comune deciso da un re, un imperatore, o un presidente, è antica quanto l'esistenza delle comunità organizzate. Il mercantilismo, in misura maggiore o minore, viene sempre imposto con la forza. C'è una storia di sant'Agostino (400 d.C.) su Alessandro Magno che illustra perfettamente il punto:
Questa fu una risposta appropriata che un pirata diede ad Alessandro Magno. Quando quel re chiese al pirata perché intendesse percorrere la via del possesso ostile del mare, quest'ultimo rispose con audace orgoglio: "Perché tu conquisti tutta la terra e vieni chiamato imperatore, mentre se lo faccio io con una piccola nave sono chiamato un ladro?[7]

Alessandro morì giovane, prima del suo trentatreesimo compleanno, però aveva assemblato il più grande impero che il mondo avesse conosciuto fino a quel momento. Potrebbe essere un po' difficile dire che fosse un mercantilista, perché le sue ambizioni erano apertamente militari. Ma l'ambizione militare è inesorabilmente legata all'acquisizione di ricchezza per sé stessi ed i propri sostenitori, l'obiettivo comune del mercantilismo.

Il suo impero decadde poco dopo, il che illustra il problema con tutte le forme di mercantilismo: la sua temporaneità. Anche se un dittatore ha l'acutezza di minimizzare il danno economico con le sue stesse azioni e di far progredire la sua nazione rispetto ad altre, è improbabile che il suo successore condivida le stesse caratteristiche. I pochi dittatori di successo che hanno comandato senza imprigionare o giustiziare gli avversari sono molto pochi.

Una variazione più moderna del mercantilismo è meglio illustrata dal successo della Compagnia delle Indie Orientali. A quest'ultima venne originariamente concessa un'ordinanza reale nel 1600 da Elisabetta I "per commerciare nelle Indie Orientali". Secondo alcuni dati, alla sua massima influenza, rappresentava quasi la metà del commercio mondiale. Il suo esercito e le sue flotte erano persino più grandi di quelli britanniche, e dalla fine del diciottesimo secolo governò l'India fino all'ammutinamento nel 1857, dopo il quale la corona britannica assunse il controllo. L'operazione mercantilista di maggior successo nella storia moderna è durata in India quasi un secolo, probabilmente perché non corrompette il denaro.

La rilevanza odierna è che questo modello mercantilista ha molto in comune con la strategia economica della Cina. Invece di fare affidamento su un Alessandro, il presidente Xi è sostenuto da un comitato. La differenza con la Compagnia delle Indie Orientali, che era un monopolista a scopo di lucro, è che la Cina sta cavalcando un'ondata di ripresa economica. A meno che il governo cinese in futuro non ridurrà la coercizione sulla sua gente, verranno compromessi i miglioramenti degli standard di vita e la stabilità politica sarà sempre più difficile da sostenere.

Ci possono essere pochi dubbi sul fatto che il presidente Trump si consideri un mercantilista. Vede il fallimento delle politiche di uno stato socialista e si considera un uomo d'affari esperto che può fare meglio. Finora ha esposto con successo il grado di corruzione economica, per cui il governo degli Stati Uniti paga per cose che non dovrebbero essere affari suoi. È anche determinato ad aumentare la produzione nazionale e ad affrontare pratiche commerciali scorrette, in conformità con la nostra moderna definizione di mercantilismo. Tuttavia la riduzione del ruolo dello stato non sembra essere nella sua agenda. Né sta affrontando la svalutazione della valuta. Come uomo d'affari quasi certamente pensa che i costi determinino i prezzi, quindi non riesce a cogliere l'unica ragione affinché venga rescisso l'intervento dello stato nell'economia.

La nostra conoscenza, dopo aver affrontato fin qui la questione se lo stato o le persone siano più importanti, ci dice che a meno che Trump non risponda correttamente a questa domanda di base, sarà indebolito dal fallimento economico.

La scelta tra stato o individuo è posta qui in termini di bianco e nero, ma la realtà è che, mentre in teoria le comunità possono andare perfettamente d'accordo senza lo stato, le persone che esercitano il libero arbitrio sono condizionate a volere un'autorità superiore. Ci saranno sempre leader e seguaci, e ci sarà sempre un governo.

Il segreto di un governo di successo non è seguire la via marxista, ovvero, distruggere deliberatamente la ricchezza personale. L'elettorato deve essere capace di scegliere una moneta solida, di poter risparmiare per i propri bisogni futuri e di non doversi affidare allo stato. Lo stato deve minimizzare i suoi oneri. Garantire che l'individuo abbia il primato sullo stato e che lo stato non abbia obblighi nei confronti dell'individuo, è la via più efficace per massimizzare la prosperità e la stabilità a lungo termine.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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Note

[1] Rimanendo neutrale durante la seconda guerra mondiale, la Spagna ha vissuto nel socialismo nazionale fino alla morte di Franco nel 1975.

[2] Si veda The Quarterly Journal of Economics, Volume 66, Issue 4, November 1952, pagine 465-501; The liberal elements in English Mercantilism di William Gampp, per una definizione moderna di statalismo.

[3] Hegel, come Marx, partì da una tesi, poi passò all'antitesi e infine alla sintesi. Questa doveva rappresentare la prova inconfutabile di una conclusione logica. Ma se i fatti ordinari e storici e qualsiasi ipotesi sono sbagliate sin dall'inizio, la tesi iniziale ovviamente è fallace.

[4] È interessante far notare che anche le autorità statunitensi vennero colte di sorpresa dal collasso economico sovietico, poiché pensavano che l'economia sovietica fosse forte. Oltre al fatto di mostrare l'inutilità dei servizi d'intelligence, questo errore ci conferma che nemmeno i funzionari statali statunitensi comprendevano i principi base della teoria dei prezzi e pertanto perché il comunismo sarebbe infine fallito.

[5] La definizione della Legge di Say da parte di Keynes, l'offerta crea la propria domanda, è il classico esempio di definizione superficiale che permise a Keynes di distorcere l'economia e farla andare dovunque egli volesse. Gli permise di dire che l'offerta addizionale poteva essere fornita dallo stato piuttosto che dalla divisione del lavoro. La sua definizione errata persiste ancora oggi nelle tesi propugnate dai neo-keynesiani.

[6] Il salario minimo lo impedisce e quindi rappresenta un'azione deliberata da parte dello stato nel creare disoccupazione tra i lavoratori non qualificati ed i non abili.

[7] La Città di Dio, Libro IV: “I furti sono come quei regni senza giustizia”

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giovedì 10 gennaio 2019

Cos'è (e cosa non è) la crescita economica?

La rivoluzione industriale ebbe inizio in Gran Bretagna poco dopo il 1750, ma prima del 1800. Gli storici non sono d'accordo su come sia successo, così come non sono d'accordo su come tutto il resto sia successo. Ma il fatto che ciò sia accaduto, e sia accaduto prima in Gran Bretagna, è fuori discussione. I figli crescono dando per scontate le benedizioni del capitalismo come parte del loro ambiente. Non ci pensano tanto. Si limitano a constatare l'esistenza del loro ambiente, anche quando è qualcosa di analogo ad un miracolo. Pensate all'interruttore della luce e a tutto ciò che rappresenta. Pensate a tutto ciò che è servito per renderlo possibile. L'elettricità ha fatto di più per rendere uguali le razze e i sessi di quanto non abbia mai fatto la legislazione sulle pari opportunità. Intono a noi ci sono una serie di benedizioni (es. salute, ricchezza, comunicazioni, istruzione, trasporto, case, servizi, lavoro, opportunità, computer, divertimento) che persino lo stato non è stato in grado di portarci via, nonostante i suoi sforzi per "migliorare le cose". Tendiamo a presumere che siano normali, invece sono anormali se guardiamo al mondo prima del 1750.
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di Per Bylund


C'è una certa confusione su cosa significhi crescita economica. Molti pensano erroneamente che abbia a che fare con il PIL, o la produzione di cose. Non è così. Crescita economica vuol dire la capacità di un'economia di soddisfare i bisogni delle persone, qualunque essi siano, per produrre miglioramenti nel benessere generale.

Il PIL è un modo terribile per catturare tutto ciò, poiché usa le statistiche [pubbliche] ed è quindi corrotto da coloro che traggono vantaggio dal manipolare tali cifre. Il PIL non è crescita

Allo stesso modo, avere più cose nei negozi non vuol dire crescita. Produrre quantità sempre maggiori di cose che nessuno è disposto ad acquistare è l'esatto opposto della crescita economica: vuol dire sprecare la nostra limitata capacità produttiva. Ma prestate attenzione alla parola "volere". Il benessere non riguarda i bisogni [oggettivi], ma l'essere in grado di sfuggire al disagio percepito. Può rivelarsi giusto o sbagliato, ma non è questo il punto. La crescita economica è la capacità di soddisfare qualsiasi desiderio abbiano le persone, per qualsiasi ragione.

Esempi di crescita economica non sono il più nuovo iPhone, o il giocattolo di plastica fatto in Cina, bensì la disponibilità di alloggi di qualità, cibo e la capacità di curare le malattie.

Un ovvio esempio di crescita economica dai tempi di Malthus è l'enorme aumento della nostra capacità di produrre cibo. La quantità e la qualità sono aumentate immensamente. Usiamo meno risorse per soddisfare più desideri, questo è il significato di crescita economica. Economico significa semplicemente economizzare, o trovare il miglior uso per le risorse scarse (non solo quelle naturali). La crescita economica è quindi un'economia migliore, nel senso che possiamo permetterci di soddisfare più desideri e non solo i bisogni di base.

La cosa bella della crescita economica è che si applica alla società in generale così come ai singoli individui: una maggiore capacità produttiva significa più modi di soddisfare i desideri, ma anche modi più economici di farlo. Questo, naturalmente, non implica che la distribuzione e la capacità di consumare siano uguali e istantanei. Si diffonderanno in modo graduale e raggiungeranno tutti.

Inoltre l'aumento della produttività aumenta davvero il potere d'acquisto del denaro, compresi (e soprattutto) i salari bassi, rendendo così molto più "conveniente" soddisfare i propri bisogni e desideri. Ma va sempre ricordato che la distribuzione di tale prosperità non può essere uguale o istantanea: qualsiasi nuova innovazione, nuovo bene, nuovo servizio, ecc., sarà creata da qualche parte, da qualcuno; non può essere creata per sette miliardi di persone istantaneamente. Quindi tutto ciò che è nuovo, inclusi i nuovi posti di lavoro e le nuove capacità produttive, deve diffondersi in tutta l'economia come se fosse un'onda.

Poiché le cose nuove vengono create continuamente, significa che non riusciremo mai a raggiungere un punto in cui tutti riescono a godere esattamente dello stesso standard di vita. Non può essere altrimenti, perché la crescita economica e il benessere che genera attraverso la capacità di soddisfare i desideri è un processo continuo. L'uguaglianza perfetta è possibile solo non avendo la crescita: tirare il freno a mano, non aumentare il benessere generale. In altre parole, non aumentare la convenienza e non migliorare gli standard di vita; rifiutarsi di capire come trattare le malattie che altrimenti saremmo in grado di curare molto presto.

Queste sono le nostre opzioni, non la favoletta del cosiddetto "accesso uguale alla crescita".

Ciò non significa, ovviamente, che dovremmo essere soddisfatti delle disuguaglianze. Significa solo che dovremmo riconoscere che alcune disuguaglianze sono inevitabili, se vogliamo che tutti godano di standard di vita più elevati. Ma dovremmo anche riconoscere che gran parte della disuguaglianza che vediamo oggi non è "naturale": è una disuguaglianza di origine politica piuttosto che economica. L'abbiamo ereditata dai privilegi di cui godevano alcuni in passato, è stata rafforzata dalle strutture politiche e sociali contemporanee, e viene ampliata dai privilegi creati oggi attraverso alcuni tipi di politiche (es. clientelismo, favoritismo, ricerca di rendite, ecc.)

Dal punto di vista della crescita economica come fenomeno economico, la disuguaglianza originata dalla politica ha effetti sia sulla creazione che sulla distribuzione della prosperità:
  1. La politica crea vincitori (a) proteggendo alcuni dalla concorrenza presente e futura; (b) limitando (monopolizzando) l'uso di nuove tecnologie e sostenendo in tal modo gli operatori storici.
  2. La politica crea perdenti ridistribuendo valore e capacità economiche a coloro che sono favoriti politicamente.

Ciò significa che la politica ha due effetti principali sulla crescita economica: limita la creazione di valore e ne distorce la distribuzione. Inutile dire che questa disuguaglianza non è vantaggiosa per la società in generale, ma solo per coloro che sono favoriti. È la creazione di vincitori perché prima vengono creati dei perdenti.

Questa non è crescita economica. Infatti il favoritismo politico e la disuguaglianza che provoca è l'opposto della crescita economica, poiché crea vincitori (ricchi) a spese di tutti gli altri (generalmente distribuiti su una popolazione più ampia). È solo una ridistribuzione di un valore già creato, introducendo nel contempo inefficienze nel sistema: allocazione di capacità produttive che non si basa sulla creazione di benessere, ma sul peso politico.

Nel corso del tempo l'economia non fa che peggiorare, e quindi ne soffre anche il processo di crescita economica. È importante tenere a mente questi due "lati" della medaglia riguardo la disuguaglianza. Premere il pulsante "stop" sulla crescita economica non farà altro che alimentare una maggiore influenza da parte della politica sull'economizzazione. Ciò non è di grande beneficio, almeno non per tutti gli altri. Invece è estremamente vantaggioso per la classe politica e gli "addetti ai lavori" nel sistema della grande impresa.

Una soluzione sarebbe quella di liberarsi dei privilegi creati politicamente e permettere ai processi economici di riadattarsi alla realtà: mirare alla produzione di benessere invece che di favori e influenze. Ciò non eliminerà l'ineguaglianza in quanto tale, ma la ridurrà in modo significativo ed eliminerà gran parte dei suoi effetti dannosi. Significherebbe un'economia in cui imprenditori e lavoratori trarrebbero vantaggio dalla produzione di valore per gli altri. In altre parole, crescita economica e standard di vita più elevati.

Le alternative sono piuttosto facili da comprendere, tuttavia esperti e commentatori politici chiacchierano di alternative inventate, spesso utopie ignoranti che distorcono i significati del privilegio e della crescita economica. Le alternative che abbiamo sono quelle sopra indicate, nient'altro. Fate la vostra scelta. Sforzarsi di realizzare favolette impossibili è uno spreco di tempo, sforzi e risorse. Non è così che aumentiamo il benessere e miglioriamo il tenore di vita.

Per me la soluzione è abbastanza ovvia. La maggior parte delle persone sembra scegliere la favoletta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.com/