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venerdì 12 luglio 2013
Come Dovrebbero Essere Determinati i Prezzi?
di Henry Hazlitt
[Free Market Economics: A Basic Reader (1966; 1974)]
"Come dovrebbero essere determinati i prezzi?" A questa domanda potremmo offrire una risposta breve e semplice: i prezzi dovrebbero essere determinati dal mercato.
La risposta è abbastanza corretta, ma è necessaria un po' di elaborazione per risolvere il problema pratico relativo alla presunta saggezza dello stato nel controllare i prezzi.
Cominciamo a livello elementare e diciamo che i prezzi sono determinati dalla domanda e dall'offerta. Se la domanda di un prodotto aumenta, i consumatori saranno disposti a pagare di più per ottenerlo, le loro offerte competitive li obbligheranno a pagare di più e consentiranno ai produttori di produrne di più. Ciò permetterà di aumentare i margini di profitto dei produttori del suddetto prodotto cosa che, a sua volta, tenderà ad attrarre più imprese nella fabbricazione di tale prodotto, e stimolerà le imprese esistenti ad investire più capitale per produrlo. L'aumento della produzione tenderà a ridurre di nuovo il prezzo del prodotto, ed a ridurre il margine di profitto nel produrlo. L'aumento degli investimenti nei nuovi impianti di produzione può ridurre il costo di produzione, oppure — in particolare se ci occupiamo di alcune industrie estrattive come quella petrolifera, dell'oro, dell'argento o del rame — l'aumento della domanda e della produzione potrebbero aumentarne il costo di produzione. In ogni caso, il prezzo avrà un effetto definitivo sulla domanda, sulla produzione e sui costi di produzione poiché questi a loro volta influenzeranno il prezzo. Tutti e quattro — domanda, offerta, costi e prezzi — sono correlati. Un cambiamento in uno porterà cambiamenti negli altri.
Così come la domanda, l'offerta, il costo e il prezzo di ogni singola merce sono tutti correlati, anche i prezzi di tutte le merci sono correlati. Queste relazioni sono sia dirette che indirette. Le miniere di rame possono produrre argento come sottoprodotto; questa è connessione di produzione. Se il prezzo del rame va troppo in alto, i consumatori possono sostituirlo con l'alluminio per molti usi; questa è una connessione di sostituzione. Dacron e cotone sono utilizzati entrambi per le camicie; questa è una connessione di consumo.
In aggiunta a queste connessioni relativamente dirette tra i prezzi, vi è una interconnettività inevitabile tra tutti i prezzi. Un fattore generale di produzione, il lavoro, può essere deviato, nel breve o nel lungo periodo, direttamente o indirettamente, da una linea a qualsiasi altra linea di produzione. Se una merce sale di prezzo, ed i consumatori non sono disposti o in grado di sostituirla con un'altra, saranno costretti a consumare un po' meno di qualcos'altro. Tutti i prodotti sono in concorrenza per il dollaro del consumatore; e un cambiamento in qualsiasi prezzo influenzerà un numero indefinito di altri prezzi.
Nessun prezzo singolo, pertanto, può essere considerato un elemento isolato. E' correlato con tutti gli altri prezzi. È proprio attraverso queste interrelazioni che la società è in grado di risolvere il problema estremamente difficile (e sempre mutevole) di come allocare la produzione tra migliaia di beni e servizi in modo che ciascuno di essi possa essere fornito (per quanto possibile) in relazione all'urgenza comparativa della necessità o del desiderio.
Poiché il desiderio e la necessità, la fornitura e il costo, di ogni singola merce o servizio sono in costante evoluzione, anche i prezzi e le relazioni dei prezzi sono in costante evoluzione. Cambiano annualmente, mensilmente, settimanalmente, giornalmente, ogni ora. Le persone che pensano che i prezzi normalmente rimangono fissi, o che possono essere facilmente inchiodati ad un livello "giusto," potrebbero passare un'ora a guardare il ticker del mercato azionario, o a leggere il rapporto giornaliero sui giornali di quello che è successo il giorno precedente nel mercato dei cambi e nei mercati del caffè, del cacao, dello zucchero, del grano, del mais, del riso e delle uova; del cotone, delle pelli, della lana e della gomma; del rame, dell'argento, del piombo e dello zinco. Scopriranno che nessuno di questi prezzi sta mai fermo. È per questo che i costanti tentativi degli stati di abbassare, alzare, o congelare un particolare prezzo, o congelare l'interrelazione dei salari e dei prezzi dove si trovavano in una certa data, sono destinati ad essere distruttivi qualora non risultassero solamente inutili.
Supportare il Prezzo degli Articoli Esportati
Cominciamo prendendo in considerazione gli sforzi degli stati nel mantenere alti i prezzi, o nel farli crescere. Gli stati cercano di farlo molto spesso per quelle merci che costituiscono un elemento principale delle loro esportazione. Il Giappone lo faceva tempo fa per la seta e l'Impero Britannico per la gomma naturale; il Brasile lo ha fatto (e lo fa ancora periodicamente) per il caffè; e gli Stati Uniti lo fanno ancora per il cotone e il grano. La teoria recita che l'aumento del prezzo di questi prodotti di esportazione può solo fare del bene e non del male alla nazione, poiché aumenterà il reddito dei produttori nazionali a spese dei consumatori stranieri.
Tutti questi sistemi seguono un corso tipico: viene presto scoperto che il prezzo del prodotto non può essere aumentato a meno che non venga ridotta la sua offerta. All'inizio questa situazione può portare a restrizioni nelle superfici in acri, ma il prezzo più alto dà un incentivo ai produttori affinché aumentino la loro resa media per ettaro piantando il prodotto supportato solo sui loro ettari più produttivi, ed impiegando più fertilizzanti, irrigazione, e lavoro. Quando lo stato scopre che sta accadendo tutto ciò, impone controlli quantitativi su ogni produttore basandosi di solito sulla loro produzione precedente in una determinata serie di anni. Il risultato di questo sistema di quote è quello di tenere fuori la concorrenza; bloccare tutti i produttori esistenti nella loro posizione, e quindi mantenere alti i costi di produzione rimuovendo i principali meccanismi ed incentivi per ridurre tali costi. Vengono pertanto impediti aggiustamenti necessari.
Nel frattempo, però, le forze di mercato sono ancora funzionanti nei paesi stranieri e si oppongono a pagare tale prezzo più alto: vengono tagliati gli acquisti della merce sostenuta artificialmente e ricercano altre fonti di offerte. Il prezzo più alto fornisce un incentivo ad altri paesi affinché inizino a produrre la merce sostenuta artificialmente. Pertanto la gomma Britannica portò i produttori Olandesi ad aumentare la produzione di gomma, questo non solo abbassò i prezzi della gomma ma fece in modo che gli Inglesi perdessero definitivamente la loro precedente posizione monopolistica. Inoltre, il piano Britannico suscitò risentimento negli Stati Uniti, il principale consumatore, e stimolò alla fine lo sviluppo vittorioso della gomma sintetica. Allo stesso modo, senza entrare nel dettaglio, il piano del Brasile per il caffè e quello dell'America per il cotone diedero un incentivo ad altri paesi affinché avviassero o aumentassero la produzione di caffè e cotone, e sia il Brasile che gli Stati Uniti persero le loro precedenti posizioni monopolistiche.
Nel frattempo, in patria, tutti questi sistemi richiedono l'istituzione di un elaborato sistema di controlli ed un'intricata burocrazia per formularli e farli rispettare. Devono essere elaborati in quanto ogni singolo produttore deve essere controllato: un esempio di ciò lo si può trovare nel Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti. Nel 1929, prima che entrasse in vigore la maggior parte dei controlli sulle colture, c'erano 24,000 persone impiegate presso il Dipartimento dell'Agricoltura. Oggi ce ne sono 109,000. Queste enormi burocrazie, naturalmente, hanno sempre un certo interesse nel trovare ragioni per le quali i controlli che devono far rispettare vengano prolungati ed ampliati. E naturalmente questi controlli limitano la libertà dell'individuo e generano maggiori restrizioni.
Nessuna di queste conseguenze sembra scoraggiare gli sforzi dello stato nell'aumentare i prezzi di alcuni prodotti al di sopra dei loro livelli in un mercato competitivo. Esistono ancora accordi internazionali per il caffè ed accordi internazionali per il grano; una particolare ironia è che gli Stati Uniti sono stati uno degli sponsor nell'organizzazione dell'accordo internazionale per il caffè, anche se i loro abitanti sono i principali consumatori di caffè e quindi le vittime più immediate dell'accordo. Un altro paradosso è che gli Stati Uniti impongono quote di importazione per lo zucchero, le quali fanno necessariamente distinzione tra alcuni paesi esportatori di zucchero e tutti gli altri. Queste quote costringono tutti i consumatori Americani a pagare prezzi più elevati per lo zucchero in modo che una piccola minoranza di produttori Americani di canna da zucchero possa ottenere prezzi più alti.
Non c'è bisogno di sottolineare che questi tentativi di "stabilizzare" o aumentare i prezzi dei prodotti agricoli primari politicizzano ogni decisione sui prezzi e sulla produzione, e creano attriti tra le nazioni.
Tenere Bassi i Prezzi
Passiamo ora a parlare degli sforzi dello stato nell'abbassare i prezzi o come minimo nell'impedire un loro aumento. Questi sforzi si ripetono nella maggior parte dei paesi, non solo in tempo di guerra ma in ogni momento in cui c'è inflazione. Il processo tipico è questo: lo stato, per qualsiasi motivo, segue politiche che aumentano la quantità di moneta e di credito; ciò porta inevitabilmente ad un aumento dei prezzi. Ma tale scenario non è popolare tra i consumatori, pertanto lo stato promette di "contrastare" ulteriori aumenti dei prezzi.
Diciamo che inizia con pane, latte ed altre necessità. La prima cosa che accade, ammesso che possa far valere i suoi decreti, è la diminuzione del margine di profitto nella produzione delle necessità, o la sua scomparsa per i produttori marginali, mentre il margine di profitto nella produzione di beni di lusso rimane invariato o sale più in alto. Questo riduce e scoraggia la produzione delle necessità prese di mira ed incoraggia l'aumento della produzione dei beni di lusso. Ma ciò è esattamente il risultato opposto di quello che avevano in mente i controllori dei prezzi. Se lo stato poi tenta di evitare lo scoraggiamento sopracitato riducendo il costo delle materie prime, del lavoro e di altri fattori di produzione, dovrà iniziare a controllare i prezzi ed i salari in cerchi sempre più ampi finché infine cercherà di controllare i prezzi di tutto.
Ma se cerca di farlo fino in fondo, si ritroverà a cercare di controllare letteralmente milioni di prezzi e miliardi di prezzi. Fisserà rigide allocazioni nonché quote per ciascun produttore e per ogni consumatore. Naturalmente questi controlli dovranno estendersi in modo dettagliato sia agli importatori che agli esportatori.
Se uno stato continua a creare più moneta da un lato, mentre dall'altro tiene rigidi i prezzi, causerà danni immensi. E si noti, inoltre, che anche se lo stato non inflaziona la valuta ma cerca di tenere i prezzi assoluti o relativi proprio lì dove si trovavano, o istituisce una "politica dei redditi" o una "politica salariale" redatta in conformità con qualche formula meccanica, causerà danni sempre più gravi. In un mercato libero anche quando il cosiddetto "livello" dei prezzi non cambia, tutti i prezzi sono in costante evoluzione in relazione gli uni agli altri. Rispondono alle dinamiche dei costi di produzione, dell'offerta e della domanda per ciascun prodotto o servizio.
E questi cambiamenti nei prezzi, sia assoluti che relativi, sono necessari ed auspicabili poiché direzionano il capitale, il lavoro ed altre risorse dalla produzione di beni e servizi che sono meno ricercati verso la produzione di beni e servizi che sono più voluti. Regolano il bilanciamento della produzione rispetto ai cambiamenti incessanti della domanda. Permettono la produzione di migliaia di beni e servizi nella precisa quantità in cui sono socialmente desiderati. Tali quantità relative cambiano ogni giorno, pertanto gli aggiustamenti del mercato e dei prezzi e gli incentivi salariali che portano a questi aggiustamenti devono cambiare ogni giorno.
Il Controllo dei Prezzi Distorce la Produzione
Il controllo dei prezzi riduce, squilibra, distorce e scoordina la produzione. Il controllo dei prezzi diventa progressivamente dannoso con il passare del tempo. Anche un prezzo fisso o una connessione di prezzo che puo' essere "giusta" o "ragionevole" in un dato giorno, puo' diventare sempre più irragionevole o impraticabile.
Quello di cui gli stati non si rendono conto è che, per quanto riguarda qualunque merce, la cura per i prezzi elevati è rappresentata da prezzi elevati. Essi conducono l'economia verso i consumi, e stimolano e aumentano la produzione. Entrambi questi risultati aumentano l'offerta e tendono a far abbassare di nuovo i prezzi.
Molto bene, potrebbe dire qualcuno; quindi il controllo dello stato sui prezzi è dannoso in molti casi, ma finora si è parlato come se il mercato fosse governato dalla concorrenza perfetta. Che dire dei mercati monopolistici? Che dire dei mercati in cui i prezzi sono controllati o fissati da grandi imprese? Lo stato non deve intervenire (se non altro per imporre la concorrenza o far emergere il prezzo che sarebbe emerso se ci fosse stata una concorrenza reale)?
I timori della maggior parte degli economisti riguardo i mali del "monopolio" sono ingiustificati e sicuramente eccessivi. In primo luogo, è molto difficile formulare una definizione soddisfacente di monopolio economico. Se c'è solo una farmacia, un barbiere, o un negozio di generi alimentari in un piccolo paese isolato (e questa è una situazione tipica), si potrebbe dire che quella determinata attività goda di un monopolio in quella città. Ognuno può dire di godere di un monopolio delle sue qualità particolari o dei suoi talenti. Yehudi Menuhin ha un monopolio sul suono del suo del violino; Picasso nella produzione dei quadri di Picasso; Elizabeth Taylor sulla sua particolare bellezza e sex appeal; e così via per qualità minori e doti di ogni tipo.
D'altra parte, quasi tutti i monopoli economici sono limitati dalla possibilità di sostituzione. Se il tubo di rame ha un prezzo troppo alto, i consumatori possono sostituirlo con uno d'acciaio o di plastica; se la carne costa troppo, i consumatori possono sostituirla con l'agnello; se la ragazza dei vostri sogni vi respinge, potete sempre sposare qualcun'altra. Così quasi ogni persona, produttore o venditore, può godere di un certo monopolio entro certi limiti interni, ma molto pochi venditori sono in grado di sfruttare tale monopolio al di là di certi limiti esterni. C'è stata una letteratura enorme negli ultimi anni che deplorava l'assenza di una concorrenza perfetta; la stessa cosa la si poteva dire sulla mancanza di un monopolio perfetto. Nella vita reale la concorrenza non è mai perfetta, ma nemmeno il monopolio.
E' impossibile trovare molti esempi di monopolio perfetto, alcuni economisti si sono spaventati negli ultimi anni evocando lo spettro "dell'oligopolio," la concorrenza dei pochi. Ma sono giunti alle loro conclusioni allarmanti inserendo nelle loro ipotesi tutti i tipi di accordi immaginariamente segreti o di tacite intese tra le grandi unità della produzione, e deducendone quali sarebbero stati i risultati.
Il solo numero dei concorrenti in un settore particolare può avere poco a che fare con l'esistenza di una concorrenza effettiva. Se la General Electric e la Westinghouse competono efficacemente, se la General Motors e la Ford e la Chrysler competono efficacemente, se la Chase Manhattan e la First National City Bank competono efficacemente, e così via (e nessuna persona che ha avuto esperienza diretta con queste grandi aziende può dubitare che lo facciano in modo dominante), allora il risultato per i consumatori, non solo nel prezzo ma nella qualità del prodotto o del servizio, non solo è buono come quello che verrebbe generato dalla concorrenza atomistica ma molto migliore, perché i consumatori avrebbero il vantaggio di grandi economie di scala e della ricerca e sviluppo su larga scala che le piccole imprese non potrebbero permettersi.
Uno Strano Gioco di Numeri
I teorici dell'oligopolio hanno avuto un'influenza deleteria sulla divisione Americana dell'antitrust e sulle decisioni dei tribunali. I pubblici ministeri ed i tribunali hanno di recente giocato ad uno strano gioco di numeri. Nel 1965, ad esempio, un tribunale distrettuale Federale dichiarò illegale la fusione che ebbe luogo quattro anni prima tra due banche di New York, e doveva essere sciolta. La banca congiunta non era la più grande della città, ma solo la terza più grande; la fusione aveva infatti consentito alla banca di competere più efficacemente con i suoi due concorrenti più grandi; i suoi asset congiunti erano solo un ottavo di quelli rappresentati da tutte le banche della città; e la stessa fusione aveva ridotto il numero di banche separate a New York da 71 a 70. (Vorrei aggiungere che nei quattro anni successivi alla fusione, il numero di filiali bancarie a New York era aumentato da 645 a 698.) Il tribunale concordò con gli avvocati della banca che "la popolazione e le piccole imprese beneficiarono" dalla fusione delle banche. Tuttavia, proseguì il tribunale, "pratiche di per sé innocue, o anche quelle che conferiscono benefici alla comunità, non possono essere tollerate quando tendono a creare un monopolio; quelle che limitano la concorrenza sono illegali, non importa quanto possano essere vantaggiose."
E' una cosa strana, per inciso, che politici e giudici ritenessero necessario vietare una fusione esistente al fine di aumentare il numero di banche in una città da 70 a 71, mentre non avevano una tale insistenza sui grandi numeri quando il campo è quello dei partiti politici. La teoria dominante Americana ritiene che solo due partiti politici sono sufficienti per dare all'elettore Americano una vera e propria scelta; e che quando ce ne sono di più si provoca solo confusione, e le persone non risultano realmente servite. Questa teoria politica potrebbe essere applicata anche in ambito economico. Se sono davvero in competizione, sono sufficienti solo due imprese in un settore per creare una concorrenza effettiva.
Prezzi Monopolistici
Il vero problema non è se esiste o meno un "monopolio" in un mercato, ma se vi siano prezzi di monopolio. Possono emergere quando la sensibilità della domanda è tale che il monopolista può ottenere un guadagno più elevato vendendo una quantità minore del suo prodotto ad un prezzo superiore invece di venderlo ad una quantità superiore per un prezzo inferiore. E' in questo modo che il monopolista può chiedere un prezzo superiore rispetto a quello che sarebbe prevalso in una "concorrenza pura."
Questa teoria è certamente valida. La vera domanda è: quanto è utile questa teoria per il presunto monopolista (per decidere la sua politica dei prezzi) o per il legislatore, il pubblico ministero, il giudice (per definire le politiche antitrust)? Il monopolista, per essere in grado di sfruttare la sua posizione, deve sapere quale sia la "curva della domanda" per il suo prodotto. Non lo sa; può solo immaginarla; deve cercare di scoprirlo per tentativi. E il monopolista non deve tenere a mente solo la risposta emotiva dei consumatori al prezzo; cosa che susciterà l'apprezzamento o il risentimento del consumatore. Ancora più importante, il monopolista deve considerare l'effetto che hanno le sue politiche di prezzo nell'incoraggiare o nello scoraggiare l'ingresso di nuovi concorrenti nel campo. Potrebbe decidere che una saggia politica a lungo termine sarebbe quella di fissare un prezzo non superiore a quello che secondo lui avrebbe fissato la concorrenza, e forse anche un po' più basso.
In ogni caso, in assenza di concorrenza, nessuno sa quale sia il prezzo "competitivo." Pertanto, nessuno sa esattamente quanto possa essere elevato un prezzo di "monopolio" rispetto ad uno "competitivo," e nessuno può essere sicuro se davvero sia elevato!
Eppure la politica antitrust, negli Stati Uniti almeno, presuppone che i giudici possano sapere quanto un presunto prezzo di monopolio è superiore al prezzo competitivo. Infatti, quando c'è un presunto complotto nel fissaggio dei prezzi, gli acquirenti sono invitati ad avviare pratiche processuali per recuperare tre volte l'importo che sarebbero stati costretti a pagare.
La nostra analisi ci porta alla conclusione che gli stati dovrebbero astenersi, per quanto possibile, da voler stabilire quali siano i prezzi massimi o minimi per qualsiasi cosa. Quando nazionalizzano qualunque servizio — le poste o le ferrovie, la telefonia o il settore energetico — dovranno stabilire dei prezzi e quando concedono concessioni monopolistiche — per le metropolitane, le imprese ferroviarie, telefoniche o energetiche — dovranno prendere in considerazione quali restrizioni di prezzo imporre.
Per quanto riguarda la politica antimonopolistica, qualunque sia la condizione presente anche in altri paesi, posso testimoniare che negli Stati Uniti questa politica non mostra traccia di coerenza. Non è chiara, è discriminatoria, ha effetti retroattivi, è viziata e piena di contraddizioni. Al giorno d'oggi nessuna azienda, anche di dimensioni moderate, può sapere quando verrà accusata di aver violato le leggi antitrust, o perché. Tutto dipende dal pregiudizio economico di un tribunale o di un giudice in particolare.
Vi è immensa ipocrisia su questo argomento. I politici fanno discorsi eloquenti contro il "monopolio." Poi impongono tariffe e quote di importazione destinate a proteggere il monopolio ed a tenere fuori la concorrenza; accordano concessioni monopolistiche alle imprese di autobus o alle compagnie telefoniche; approvano brevetti monopolistici e diritti d'autore; cercano di controllare la produzione agricola per far emergere prezzi di monopolio. Soprattutto, impongono sindacati di monopolio ai datori di lavoro e li costringono a "contrattare," e permettono a questi monopoli di imporre le loro condizioni con l'intimidazione e la coercizione fisica.
Ho il sospetto che la situazione intellettuale e il clima politico non siano molto diversi in altri paesi. Trovare una soluzione a questo caos normativo è compito dei giuristi, nonché degli economisti. Propongo un suggerimento modesto: possiamo trarre enorme aiuto dal vecchio common law, che vieta frodi, false dichiarazioni, intimidazioni fisiche e la coercizione. "Lo scopo della legge," come ci ricordava John Locke nel XVII secolo, "non è quello di abolire o limitare, ma di conservare e ampliare la libertà." Oggi possiamo affermare che nel campo economico l'obiettivo della legge non dovrebbe essere quello di costringere, ma di massimizzare la libertà dei prezzi e del mercato.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/
giovedì 13 gennaio 2011
Mettiamo fine al FMI
Ma esiste un'altra istituzione che merita attenzione poichè non estranea ai casini economici causati dal duo di cui sopra. Per questa gente vale sempre il detto: "più contraffattori siamo, meglio è". Sto parlando del Fondo Monetario Internazionale.
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di Henry Hazlitt
[Questo articolo fu inizialmente pubblicato come "Disfare il FMI" su Newsweek, 11 novembre 1963.]
I rappresentanti del governo delle dieci nazioni più industrializzate e potenti (al di fuori del blocco Comunista) hanno iniziato uno studio sui sistemi monetari del mondo. Tale studio è in tremendo ritardo. Tuttavia le prospettive di un risultato che porterà ad un reale miglioramento non sono lucenti. Al contrario i governi più influenti stanno spingendo per un'aumento delle "riserve" mondiali ed internazionali di "liquidità". In chiare lettere, stanno spingendo per una maggiore inflazione.
Il problema reale è come arrestare questa inflazione. La soluzione reale è di smantellare il Fondo Monetario Internazionale. Questo sistema si è rivelato, in pratica, una gigantesca macchina per l'inflazione mondiale. In circa 20 anni di sua esistenza, grandi e maggiori svalutazioni sono avvenute nelle valute nazionali rispetto a qualsiasi altro periodo.
In Newsweek del 21 ottobre ho richiamato l'attenzione su questa documentazione, iniziando con le cifre delle svalutazioni nel 1949 provocate dalla svalutazione notturna della sterlina Inglese da 4,03$ a 2,80$. Nel decennio che va dalla fine del 1952 alla fine del 1962, 43 valute importanti si sono deprezzate. Il dollaro Statunitense ha mostrato una perdita nel potere d'acquisto interno del 12%, la sterlina Inglese del 25%, il franco Francese del 30%. Le valute di Argentina, Brasile, Cile e Bolivia persero, rispettivamente, l'89%, il 91%, il 94% ed il 99% del loro potere d'acquisto.
Inflazione Integrata
Questo risultato non era accidentale. Fu reso possibile, se non nell'effetto causato, dal FMI.
E' stupefacente che questo sistema, costruito con materiale scadente a Bretton Woods nel 1944, non solo è ancora tollerato ma consierato come praticamente sacrosanto. La sua paternità non era di buon auspicio. I suoi due padri furono Harry Dexter degli Stati Uniti e Lord Keynes dell'Inghilterra. White, che in seguito divenne il direttore esecutivo degli Stati Uniti nel FMI, fu accreditato nel 1945 dall'FBI (rivelato dal procuratore generale Brownwell nel 1953) come una spia Russa.
Keynes esortò l'Inghilterra ad adottare il piano poichè lo considerava inflazionista. Avrebbe fornito, come disse nella Camera dei Lord (23 maggio del 1944):
"una grande addizione alle riserve monetarie mondiali. [...] Abbiamo determinato che, in futuro, il valore esterno della sterlina dovrebbe conformarsi al suo valore interno come deciso dalle nostre politiche interne, e non il contrario. [...] Intendiamo mantenere il controllo del nostro tasso d'interesse interno, in modo da mantenerlo basso secondo i nostri scopi, senza l'interferenza del flusso e riflusso dei movimenti di capitale internazionali o voli dei capitali vaganti."
Infine assicurò ai suoi ascoltatori: "Se avessi qualsiasi autorità per pronunciarmi su cosa è e su cosa non è l'essenza di un gold standard, dovrei dire che questo piano è l'esatto opposto."
Legato al Dollaro
Se non ci fosse il FMI i governi le cui valute fossero traballanti in risultato della loro sconsideratezza fiscale e monetaria, sarebbero costretti ad andare da banchieri privati o investitori per risolvere i loro problemi e gli investitori privati insisterebbero su garanzie di disciplina fiscale e monetaria come condizione di tale aiuto. Ma Keynes assicurò che le politiche inflazionistiche "interne" di una nazione: "dovrebbero essere immuni dalla critica del Fondo". Provvide a diritti di prestito automatico e lasciò qualsiasi condizione di aiuto alle decisioni politiche degli altri governi attraverso i propri rappresentanti al FMI.
Altri paesi sono stati in grado di svalutare liberamente. Ma poichè tutte le altre valute sono ancorate al sistema del dollaro americano, questa libertà è negata agli Stati Uniti che non possono svalutare senza creare caos monetario mondiale. Il nostro governo ha, nonostante ciò, continuato a seguire irresponsabili politiche fiscali e monetarie, rese inevitabili dal calcolo delle politiche legate ai tassi d'interesse. E ciò è quello che rende il FMI pericoloso per ogni altra nazione — per il futuro valore delle loro valute e della stabilità della loro economia, poichè sono diventate dipendenti dalle incerte politiche fiscali e monetarie interne degli Stati Uniti.
Perchè non dare un'ulteriore sguardo alle possibili virtù di un ritorno al gold standard?
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/
lunedì 10 gennaio 2011
Socialismo e carestia
Nonostante sia lunedì e qualche linea di febbre, è giusto parlare di situazioni "scottanti". Questo articolo di Hazlitt mi è sembrato consono con la situazione che sta degenerando in Tunisia, ripropone e spiega come determinate politiche economiche, da parte del governo, portino allo sfacelo totale. Nonostante siano passati 46 anni dall'articolo, la storia si ripete. Aggiungiamo quindi un'ennesimo episodio alla serie: "apriamo gli occhi al bestiame democratico votante"; lo Stato che getta la maschera. Perchè infatti l'inflazione la porta Maometto quando torna dalla montagna, ho indovinato?_____________________________________________
di Henry Hazlitt
[Questo articolo originariamente apparve come "Socialismo e Carestia" su Newsweek, il 31 agosto 1964.]
L'India sta soffrendo per gli alti prezzi ed una scarsità di cibo. Entrambe le cose sono state causate dalle politiche del governo. Per anni ha assecondato l'inflazione monetaria, i controlli, la pianificazione statale, il socialismo ed un'industrializzazione forzata che devia il capitale ed il lavoro dall'agricoltura.
Allarmato da rivolte per il cibo, il governo sta prendendo misure drastiche. La maggior parte sono esattamente misure sbagliate. Ha messo un tetto al prezzo del riso ed ha annunciato controlli sui prezzi dei cerini, del petrolio, del kerosene, dello zucchero e degli oli vegetali. Questo è esattamente il passo che farà scoraggiare molto, la produzione di queste necessità. Quando c'è una scarsità di un qualsiasi prodotto la cura è prezzi alti, non prezzi bassi. In un libero mercato senza inflazione, gli alti prezzi per un qualsiasi prodotto segnalano una scarsità di quel prodotto e danno massimi incentivi ai produttori ed agli importatori per alleviare la scarsità.
Il governo Indiano, in cerca di capri espiatori, ha accusato gli "speculatori" e gli "accaparratori" annunciando l'imposizione di rigidi controlli sugli acquisti, le vendite, l'immagazzinamento ed il trasporto dei cereali. Ma gli speculatori e gli accaparratori, quando agiscono realmente nel loro interesse, svolgono un servizio pubblico. Se sono nel giusto pensando che se trattengono ora otterranno un prezzo più alto dopo, ciò vuol dire che stanno conservando riserve ora per alleviare una anche maggiore scarsità nel futuro. A meno che non vendano al punto di massima scarsità, perdono il loro miglior mercato e si auto-sabotano.
Russia contro India
Ma il governo Indiano, sfiduciando l'intero meccanismo del mercato privato, sta imbastendo una corporazione governativa del grano per commerciare ed importare il cibo. La grande ironia è che non appena il governo Indiano ha annunciato questa nuova imitazione della Russia, quest'ultima ha deciso di muoversi nell'esatta direzione opposta.
Nei primi di agosto il premier Khruschev ha proposto che fattorie di patate e vegetali vendano la loro produzione direttamente attraverso i negozi delle loro città invece di commerciarli tramite la rete commerciale del governo. Il vantaggio di tale sistema, ha spiegato, è che il consumatore sarebbe in grado di respingere il prodotto di povera qualità in un negozio, a favore di un prodotto di più alta qualità offerto da un altro negozio agricolo. A causa dell'inaffidabile sistema di rifornimento dei canali commerciali dello Stato e la bassa qualità del prodotto offerto, i lavoratori delle città Sovietiche, come anche i contadini negli ultimi anni, hanno coltivato i propri orti. Nel 1962 il 70% del raccolto nazionale di patate ed il 42% dei vegetali è stato prodotto in questi orti privati.
Proprietà Privata
Finora i guadagni netti delle fattorie collettive sono stati divisi tra i membri sulla base del lavoro svolto, calcolato in unità di giorni lavorativi. Ciò deve essere rimpiazzato da un sistema di pagamenti connesso direttamente alla quantità ed alla qualità della produzione. Come Khruschev ha riassunto in una domanda che pose ad un guidatore di trattori in un campo di grano: "Come ti sentiresti se ti venisse assegnata una determinata porzione di terra dove saresti responsabile di tutte le operazioni, l'aratura, la semina, la coltivazione, la mietitura, e saresti pagato in base al raccolto prodotto?"
Idea meravigliosa! L'equivalente di un affitto privato! E', infatti, un terzo di un cammino — o un'avanzamento — verso la proprietà privata. Solo due ulteriori passi sarebbero necessari alla completa riforma. Quello successivo sarebbe permettere al contadino di avere diritti permanenti su un'orto. Ciò gli darebbe l'incentivo di conservare e ricostituire il terreno per migliorare le costruzioni, ecc. Il passo finale sarebbe dare ad ogni contadino il diritto di comprare o vendere orti. I contadini di successo acuisirebbero quindi più orti da chi non ha avuto successo e la produzione frutterà sempre di più nelle mani del più efficiente e produttivo — incrementando costantemente l'efficienza e la produzione.
I comunisti Cinesi hanno quasi ragione quando accusano Khruschev di flirtare con il capitalismo. Se continua in questa direzione, mentre noi continuiamo la nostra deriva verso il socialismo, la Russia potrebbe un giorno produrre in maggior numero rispetto a noi. Nel frattempo l'India socialista e la Russia comunista devono importare cibo dall'America capitalista per riprendersi.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/
venerdì 3 settembre 2010
Cosa ha aggiustato la Grande Depressione?

Interessante articolo che ci catapulta indietro nella storia e ci fa dare un'occhiata a due capisaldi della manfrina propagandista, secondo cui, grazie a questi due aspetti, il mondo è riuscito indenne da una della crisi più profonde mai viste. Ma è davvero così? Oppure oggi stiamo ancora scontando le sconsideratezze di quell'epoca?
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di Henry Hazlitt
Domanda: Cosa ha portato fuori dalla Grande Depressione l'America, il New Deal o la Seconda Guerra Mondiale?
Veramente nessuna delle due.
Ognuna ha dato apparenze di ripresa, ma fu solo quando gli uomini tornarono a casa dalla Seconda Guerra Mondiale, il capitale dato per ripartire e la produzione di ricchezza ricominciata, che l'America vide un'effettivo recupero. Comunque gli effetti del New Deal sono arrivati sino a noi oggi, dove il nostro governo federale continua ad indurre porsperità artificiale con una spesa in piacchiata che ci sta portando vicini al fondo.
Ne la Seconda Guerra Mondiale ne il New Deal crearono prosperità. La Seconda Guerra Mondiale fu probabilmente necessaria, secondo i nostri studi storici, ma parleremo di ciò un'altra volta. Il New Deal comunque, fu un massiccio spreco di denaro che portò l'America nella sua perpetua abboffata di debito.
SECONDA GUERRA MONDIALE
Alcuni dicono che la Seconda Guerra Mondiale ci ha portati fuori dalla Grande Depressione perchè creò lavori e ridusse la disoccupazione. Dicono anche che creò la domanda per i carri armati, munizioni, armi e così via. Si, ciò è tutto vero. Comunque, per quanto riguarda la disoccupazione negli Stati Uniti: quando la maggior parte dei tuoi uomini sono oltreoceano a combattere una guerra, cosa ti aspetti che accada alla disoccupazione? In più, da dove tutto questo denaro per pagare le truppe, l'equipaggiamento necessario e gli armamenti è venuto fuori? Fu preso in prestito o venne direttamente fuori dalla produzione reale dell'economia attraverso le tasse!
La guerra è a volte un'esborso necessario, ma argomentare che in qualche modo produca prosperità è una completa fandonia. Per illustrare ciò, usiamo un'esempio di Thomas Woods dal suo libro "Meltdown". Se la prosperità in tempo di guerra è fondata, allora il Giappone e gli Stati Uniti dovrebbero accordarsi per combattere nell'Oceano Pacifico. Solo, per evitare perdite di vite umane, che costruiscano il più sofosticato, avanzato e dispendioso sistema navale a distanza che il mondo abbia mai visto. Che si accordino nell'incontrarsi nel mezzo del Pacifico e guardino i fuochi artificiali iniziare. Che perdano o vincano...noi tutti perdiamo economicamente.
Considerate tutto il tempo, le risorse, e le energie coinvolte (capitale), tutte pagate per usare il "denaro". Alla fine di questa battaglia, tutto quel capitale investito in navi distrutte giacerà sul fondo dell'Oceano Pacifico. Se la prosperità in tempo di guerra fosse vera, il Giappone e l'America sarebbero due superpotenze economiche da un giorno all'altro e la nostra recessione sarebbe finita.
Ciò che non è visto qui è tutta la ricchezza che potrebbe essere prodotta con lo stesso capitale ora giacente sul fondo dell'oceano. Quante automobili, attrezzi, TV, computer, potrebbero essere costruiti con quel capitale?
La Seconda Guerra mondiale non ha fatto prosperosa l'America. La guerra è una spesa, a volte una spesa necessaria, ma la distruzione economica che comporta, a causa della sua devastazione di ricchezza che richiede, è abnorme.
IL NEW DEAL
Il New Deal era semplicemente un "Pacchetto di Stimoli" odierno. Nacque dall'idea di John Maynard Keynes il quale suggerì che un governo centrale potesse indurre prosperità economica attraverso "l'innesco del processo di sviluppo". Suggerì che se il governo semplicemente avesse speso denaro, ciò avrebbe creato la domanda per prodotti e servizi ed avrebbe fatto salire l'economia. Famosamente concentrò la sua teoria intorno a questo esempio: si potrebbe pagare un'uomo per scavare una buca ed un altro che la riempia. Il fatto che niente di produttivo stia accadendo non importa, la spesa da sola stimolerà l'economia. Argomentò che la spesa a debito era il miglior modo di fare, perchè le tasse possono danneggiare una ripresa economica tagliando il capitale reale fuori dall'economia, sgonfiando così la stessa ripresa.
In un certo senso Keynes aveva ragione, ma ciò è un argomento complicato da fare e pieno di caveat che praticamente alla fine smontano la sua stessa teoria. Un particolare caveat è il "tempo" stesso. Quando Keynes introdusse le sue teorie c'erano altri eminenti economisti, incluso F.A. Hayek, che avrebbero potuto proporre una dannata critica sottoforma di domanda: "Ed a lungo andare?". Alla quale Keynes famosamente replicò: "A lungo andare saremo tutti morti". Come se questo fosse una sorta di gioco. John Maynard Keynes sapeva che quello che stava teorizzando era insostenibile, ma ovviamente percepiva che gli effetti negativi a lungo andare sarebbero stati così lontani da essere considerati irrilevanti. Il problema oggi per noi è che voi ed io abbiamo raggiunto il "lungo andare". Stiamo pagando per le sue teorie economiche fuorvianti. La nostra economia non è basata solo sul sentiero sostenibile della prosperità, il che sarebbe la creazione di ricchezza, ma invece è un matrimonio di capitalismo, massicce somme di sovvenzioni e pianificazione centrale, il tutto amministrato dal governo federale e dalla Federal Reserve che sono finanziati dai contribuenti statunitensi, ora e nel futuro.
Sussidi includono:
Sussidi agricoli
Welfare per i poveri
Welfare Corporativo
Sussidi fidatari e garanzie -- [case (FNMA, FMAC, HUD), scuola, prestiti finanziari]
Spesa di governo, "stimoli"
"Detrazioni Fiscali" -- Incetivi sulla Rottamazione, Incentivi a chi compra casa
ecc.
Pianificazione Centrale del Capitale:
Tassi d'Interesse (FED)
Massa Monetaria (FED)
Ciò che abbiamo visto durante l'era del New Deal era una falsa ripresa, molto come quella che stiamo vedendo ora. Non ci fu ripresa finchè il capitale non permise di far ripartire, differentemente dal New Deal, quegli investimenti reali e successivamente ritornò anche la produzione di ricchezza reale. Il problema è che siamo stati lasciati con questa eredità di manipolazione economica che ci sta rendendo in ultima analisi più poveri. Quando il governo interviene ed agisce al di fuori del suo ruolo, costituzionalmente limitato, prende ricchezza sia dal presente attraverso le tasse o dal futuro attraverso il debito e la devia agendo come un pianificatore centrale. Questa deviazione di capitali causa bolle ed il loro relativo scoppio, come quella da cui è scaturita l'attuale crisi del credito.
In più molti puntano agli incrementi del PIL sotto il New Deal e ad altri indicatori economici per dire che ha funzionato, proprio come stiamo vedendo oggi. La cosa fuorviante sul PIL è che è solo un buon indicatore se è unicamente il risultato di attività in libero mercato. Non appena subentra l'intervenzionismo, è impossibile comparare il PIL, o usarlo, o usare qualsiasi altro indicatore economico, come un misuratore della produttività nell'economia reale. Sotto il New Deal ci fu l'attuazione dei prezzi base. Ciò causò temporaneamente un aumento nel PIL per beni più inflessibili come il cibo e le materie prime vitali. In più quando la maggior parte della spesa è basata sul debito e proviene in primo luogo dal governo, il PIL è inflazionato oltre il suo vero livello.
L'economia Keynesiana è una sorta di schema piramidale. Può funzionare o dare l'apparenza di funzionare finchè:
- il governo non può più prendere in prestito (si veda la Grecia);
- il capitale è stato talmente male allocato che avviene un massiccio collasso economico.
Continuiamo ancora a camminare sulla stessa strada, costruendo nuove bolle e il loro successivo scoppio, dove ognuno è peggiore di quello precedente.
Il malinteso più comune avendo a che fare con la ricchezza è che denaro = ricchezza. Ciò non è vero. La ricchezza può essere misurata in denaro, ma ciò non significa che l'unità di misura è proprio ricchezza. Se il denaro è ricchezza, i paesi potrebbero semplicemente stampare ricchezza ed i loro cittadini potrebbero sedersi bevendo birra tutto il giorno. Problema: da dove viene quella birra? L'unica via per la verità e la prosperità sostenibile è attraverso la creazione di ricchezza (produzione). Sappiamo ciò da questo semplice esempio: quale paese è il più ricco? Quello che produce pane, scarpe, vestiti, attrezzi, automobili, ecc. o quello che produce "banconote"?
A che servono i soldi se non c'è il pane da comprare? L'unica temporanea eccezione a ciò è un'economia basata sul debito, come la nostra. Il 70% dell'economia statunitense è basata sulla spesa dei consumatori. Questo spiega perchè dopo gli attacchi del 9/11 il presidente Bush disse a tutti di andare a fare shopping. Perchè non disse di andare a produrre ricchezza? Perchè non è così che la nostra economia è stata costruita. L'America ha prodotto ricchezza, ma niente di abbastanza vicino a giustificare il suo tasso di consumo. Potremmo essere veramente ricchi, se non anche di più, rispetto all'attuale situazione di apparente ricchezza. Ma abbiamo permesso che il governo federale sprecasse e distruggesse la nostra ricchezza e quella delle future generazioni, attraverso la giustificazione dell'economia Keynesiana.
La spesa del governo non crea prosperità. Il governo è solo una spesa per ogni nazione, una spesa necessaria quando è confinata al suo legittimo ruolo di difensore naturale di diritti da nemici stranieri e criminali interni (è da vedere se lo faccia, poi n.d.t.), ma quando si avventura oltre questo ruolo e prende in mano poteri di manipolazione economica, distrugge la ricchezza che è la base della prosperità. Invece di farci diventare più ricchi, effettivamente ci rende più poveri.
In entrambi i casi, del New Deal e della Seconda Guerra Mondiale, un punto dovrebbe essere chiaro. La maggior parte del denaro che fu usato per pagare queste attività venne da spesa a debito. Fu da questo momento in poi che il debito perenne non fu più qualcosa da essere evitata, ma qualcosa da essere abbracciata. Non solo il debito continuo è insostenibile, è immorale. Thomas Jefferson intuì che era immorale per una generazione creare debito che non sarebbe stata in grado di ripagare.
La prosperità non viene dalla spesa del governo, anche quando viene dall'illusione che è creata dalla spesa a debito. Un giorno, qualcuno dovrà pagarlo. Questa è la versione generazionale dello schema di Ponzi, è veramente una cosa irresponsabile e truffaldina. Ai posteri non lasceremo una vita migliore, lasceremo la povertà.
"In sincerità credo....che il principio di spendere denaro che sarà pagato dai posteri sotto il nome di finanziamento, non è altro che ingannare il futuro su larga scala." -- Thomas Jefferson a John Taylor, 1816. ME 15:23
"(Usando), per esempio la tabella di M. de Buffon, (può essere determinato che) la metà di quelli di 21 anni ed in su che vivono in un qualsiasi istante di tempo, sarà morta in 18 anni ed 8 mesi o diciamo 19 anni per avere un numero intero. Così 19 anni è il termine oltre il quale nè i rappresentanti di una nazione nè la nazione stessa possono estendere validamente un debito....Riguardo i debiti futuri, non sarebbe saggio proprio per (una) nazione dichiarare nella (propria) costituzione che nè la legislatura nè la stessa nazione possono validamente contrarre più debito rispetto a quello che possono ripagare nello stesso periodo, o entro i termini di 19 anni? E che tutte le future stipulazioni dovrebbero essere ritenute da evitare per tutto ciò che rimarrebbe non pagato alla fine dei 19 anni dall'inizio delle stesse?" -- Thomas Jefferson a James Madison, 1789. Carteggi 15:394
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/
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