lunedì 3 giugno 2024

Perché lo “sfruttamento dei lavoratori” è un mito

 

 

di Antony Sammeroff

“Per dimostrare che si tratta di una mezza verità, dobbiamo ricorrere a lunghe e definitive dissertazioni”

~ Frédéric Bastiat

È ancora diffusa l'idea che i datori di lavoro stiano in qualche modo sfruttando le persone che lavorano per loro, nonostante il fatto che i datori di lavoro fanno di più per le finanze del lavoratore rispetto a tutte le altre persone che non lo assumono. Potrei aggiungere, forse in modo un po’ scherzoso, che possiamo includere anche tutti quei leoni da tastiera che sostengono che inserire qualcuno nel mondo del lavoro equivalga allo sfruttamento.

È vero che i lavoratori vengono pagati meno del valore totale di ciò che producono, ma ciò accade perché ciò che producono è realizzato con altre risorse che devono essere acquistate, e in una fabbrica o in un luogo di lavoro che ha un prezzo e richiede spese generali. Il capitalista è responsabile del pagamento del marketing e della pubblicità per collegare il prodotto ai potenziali acquirenti – e alla fine, se il prodotto non vende, tutti gli altri sono già stati pagati mentre il capitalista si accolla la perdita.

Egli offre una visione di ciò che pensa possa soddisfare i bisogni delle persone meglio di quanto non siano soddisfatti attualmente. Ciò richiede una competenza particolare che costituisce di per sé un apporto di lavoro superiore a quello degli altri dipendenti, peculiare solo dell'imprenditore. Se la sua visione è chiara, ne trarrà profitto; se è difettosa, subirà una perdita. Questo non è un rischio necessario, infatti assenza del motivo del profitto una persona ricca è più propensa ad acquistare una casa più grande o ad andare in crociera. Ma il capitalista corre un rischio adesso e rinuncia al consumo nel presente, nella speranza di raccogliere i benefici in seguito. Questo fa parte di ciò per cui viene pagato.

Viene anche pagato per il tempo che intercorre tra l'investimento e la maturazione di quest'ultimo. Preferiremmo tutti avere risorse qui e ora piuttosto che in un momento futuro, perché quest'ultimo è incerto, ecco perché i creditori possono addebitare interessi sul denaro che viene dato in prestito. Scelgono difatti di rinunciare a una quantità minore di consumo ora per una maggiore in futuro. I lavoratori vengono pagati adesso, il capitalista viene pagato più tardi, dopo che il prodotto è stato venduto e solo SE viene venduto. L’economista Eugen von Böhm-Bawerk spiegò che, lungi dallo sfruttare il lavoro, il capitalista toglie ai lavoratori il peso di aspettare il reddito. Se volessero produrre i beni da soli, dovrebbero anche aspettare di trovare un acquirente prima di ottenere un salario stabile, e dovrebbero prima risparmiare o prendere in prestito per accumulare le risorse in modo da acquistare una fabbrica o un laboratorio.

Infine vale la pena ricordare che il capitalista aumenta il valore del lavoro dell'operaio! Se un individuo decide di provare le stesse manovre altrove piuttosto che in una fabbrica, non produrrà molto valore per nessun altro. Chiaramente i lavoratori possono guadagnare di più lavorando per il loro datore di lavoro che per sé stessi, altrimenti si dichiarerebbero autonomi e dovrebbero provare a guadagnare un reddito più alto. Forse alcuni di loro potrebbero guadagnare di più lavorando in proprio, ma non vogliono assumersi le responsabilità di ciò che comporta e che attualmente spetta all'azienda che li impiega. Anche questa è una prova che i capitalisti creano valore.

I marxisti sostengono che i capitalisti scremano i loro profitti senza fornire alcun valore proprio – che “estraggono plusvalore” dai loro lavoratori. Ma se ciò fosse vero, le organizzazioni no-profit entrerebbero in azione e indebolirebbero le aziende a scopo di lucro eliminando il “peso morto” del pagamento di un capitalista. Non lo fanno perché non possono. I capitalisti forniscono competenze o visioni che avvantaggiano i loro lavoratori. Ciascuno trae vantaggio dallo scambio reciproco, come dimostra il fatto che se il lavoratore potesse ottenere un accordo migliore lo accetterebbe, e se il datore di lavoro riuscisse a trovare lavoratori migliori, li assumerebbe invece.

In definitiva, i salari non sono una cifra arbitraria ma un riflesso di quanto valore un dipendente è in grado di fornire a un cliente. Se una persona vuole sbarazzarsi di un datore di lavoro, può farlo apprendendo competenze, sia sul posto di lavoro che al di fuori di esso. Allo stesso modo i profitti non sono arbitrari ma riflettono il valore che un’azienda offre sul mercato, a condizione, ovviamente, che traggano i loro profitti servendo il mercato piuttosto che facendo appello allo stato, ma questo è materiale per un altro articolo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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1 commento:

  1. Questo articolo ha scatenato un po' di commenti interessanti sui social da parte dei lettori. C'è da dire che la natura teorica dello stesso non ne cambia l'essenza: lo scambio che avviene tra datore di lavoro e lavoratore è assolutamente volontario, spinto dall'azione di entrambi di trovare un miglioramento per il proprio standard di vita. Il principio assiomatico di partenza è sempre lo stesso, ovvero, quello dell'azione umana, affiancato da un altro principio assiomatico, stavolta di natura etico/morale, che è quello del principio di non aggressione. L'apriorismo di quest'ultimo è dato dal fatto che la cooperazione umana è stata l'arma vincente che ha permesso agli esseri umani di sconfiggere lo stato di natura. Di conseguenza una riduzione del conflitto e una massimizzazione di azioni reciprocamente vantaggiose rappresentano la via sicura verso prosperità e crescita. Tale punto di partenza, per quanto teorico possa essere o sembrare, è inviolabile concettualmente e quindi sempre vero. L'articolo in questione, quindi, era di questo che trattava.

    Inutile dire, poi, che esiste la pratica ed essa, per quanto possa essere mutevole non può violare suddetti principi. Si può spostare l'equilibrio tra azioni reciprocamente vantaggiose e conflitti, ma ciò significa direzionarsi inevitabilmente verso decrescita, stagnazione economica e regressione produttiva. La miopia di fronte a questa deriva significa un'erosione del bacino della ricchezza reale, con tutte le conseguenze del caso per gli standard di vita delle persone. E qual è quell'istituzione che prospera maggiormente da una situazione di conflittualità? Lo stato, dato che la burocrazia è chiamata a "risolvere" i conflitti. Il crowding-out delle risorse economiche scarse da parte dell'apparato statale va a ridurre inevitabilmente la torta economica esistente, fino ad arrivare a un punto in cui non viene creata più bensì dev'essere ridistribuita quella esistente. Allora il circolo vizioso della burocrazia si espande e la gravitazione di maggiori risorse alla sua espansione genera a sua volta più conflitti.

    Questa è, fondamentalmente, la spiegazione alla base della presunta discordia che esiste tra imprenditore e lavoratore, nonché la necessità di svalutare la valuta nel tempo, la tassazione per tenere in piedi il circo dei bond sovrani e la sottrazione silenziosa di energia/tempo alla classe media.

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