venerdì 20 marzo 2015

La resa dei conti tra Europa e Grecia: La somma di tutti gli errori degli stati europei





di David Stockman


I politici europei si stanno dilettando con una nuova forma di fratricidio ideologico mentre continuano ad assillare la Grecia. E "fratricidio" è proprio la parola giusta, perché in questa battaglia non ci sono tante differenze — solo statalisti.

Di conseguenza tutti i combattenti — tedeschi, greci e altri politici e burocrati di Bruxelles e Francoforte — hanno fondamentalmente torto, sebbene per motivi diversi. Anche se perseverano a commettere tutti gli errori che finora c'hanno condotto a questa triste condizione, in definitiva possono farci un favore. Vale a dire, screditare e distruggere i salvataggi di stato e la banca centrale, entrambi guidati da quel modello di finanziarizzazione che minaccia la democrazia politica e la prosperità capitalistica in Europa — e nel resto del mondo.

Il caso più difficile è quello dei tedeschi, molto rigorosi dal punto di vista fiscale. Lode ad Angela Merkel, alla sua decisa opposizione alla dissolutezza fiscale keynesiana e alla sua forte resistenza ogni volta che ha dovuto sciropparsi le richieste incessanti di uno "stimolo maggiore" — da tipi come Summers, Geithner, Lew, il FMI e gli esperti del FT tra gli innumerevoli altri. Almeno i tedeschi riconoscono che se le nazioni europee dedicano il 49% del PIL alla spesa statale (tra cui quasi un quarto del reddito nazionale è destinato ai trasferimenti sociali come è avvenuto nel 2014), allora è maledettamente chiaro che non possono contrarre nuovi prestiti.

Nonostante il presunto regime di austerità chiesto dai tedeschi, questo è esattamente ciò che stanno facendo. La Germania è riuscita a nuotare contro la corrente del debito pubblico, abbassando il rapporto d'indebitamento dall'80% al 76% del PIL negli ultimi quattro anni. Eppure il debito complessivo dell'UE-19 è salito incessantemente, il che significa che il resto dell'UE sta scivolando sempre più vicino al disastro fiscale.


Debito Statale dell'Area Euro in % del PIL


Infatti, la frustrazione della Germania nei confronti degli irresponsabili fiscali europei è più che comprensibile, in quanto è sua volontà non voler cedere un millimetro di terreno ai greci. O come ha detto a Bloomberg il vice della Merkel, Michael Fuchs:

Per la Grecia non c'è via d'uscita dai suoi obblighi..... le condizioni fissate dalla Troika (UE, BCE, FMI) per accedere ai fondi di salvataggio "devono essere soddisfatte.... Questo è tutto, ed è molto semplice."

Qui non si tratta solo di rigidità teutonica. In realtà è tutta una questione di quello che viene chiamato contributo chiave in conto capitale — la quota del fondo di salvataggio UE che deve essere coperta da ogni stato membro in caso di inadempienza.

Dei $350 miliardi di debito della Grecia, $210 miliardi sono dovuti al meccanismo di salvataggio dell'Eurozona. La quota della Germania è del 27%, o circa $57 miliardi. Ma la prospettiva che i contribuenti tedeschi rimangano fregati in caso di default della Grecia, non è il problema principale — anche se porterebbe una marea di voti al partito tedesco anti-UE.

Il vero incubo per il governo della Merkel è che non si possano salvare Francia e Italia. E' per questo motivo che insiste tanto affinché la Grecia soddisfi alla lettera i suoi obblighi, perché se la Francia o l'Italia saranno chiamate a coprire le perdite, l'intero sistema di salvataggio andrà in fumo.

E' impossibile che i governi già vacillanti di questi due Paesi possano sopravvivere alla richiesta di coprire la loro quota dei fondi di salvataggio europei. Infatti, quando è stata scattata questa foto durante l'incontro con Varoufakis, quello che frullava nella mente del Ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble, era la prospettiva di una partnership tra Marine Le Pen e Beppe Grillo.

Vi basta considerare i partner che attualmente ha la Germania — già in essere prima degli sconvolgimenti elettorali portati da Syriza. In un altro dei suoi slanci di verità incansapevoli, il Ministro delle Finanze greco ha affermato che l'Italia sarà la prossima e scoprirà come sia "impossibile rimanere all'interno della camicia dell'austerità."

Questa esternazione ha attirato una risposta immediata da parte del Ministro dell'Economia italiano, Pier Carlo Padoan, il quale ha twittato al mondo che il debito in Italia è "solido e sostenibile".

Sta scherzando, vero? Il PIL italiano è morto sin dal 2007, eppure il Paese ha continuato ad avere enormi deficit di bilancio — circa $75 miliardi solo quest'anno — e il suo debito in rapporto al PIL è schizzato in alto.

In effetti, affermare che il trend mostrato qui sotto abbia davvero qualcosa a che fare con una posizione fiscale "solida e sostenibile", è indicativo della corruzione nella discussione economica che è stata introdotta dagli accademici keynesiani e dai burocrati dell'UE, del FMI e degli USA.

La loro falsa affermazione secondo cui tutto va bene in Italia, si basa sul fatto che il Paese è vicino ad un "avanzo primario" (ciò non prende in considerazione i pagamenti degli interessi).

Il fatto innegabile è che l'Italia, anno dopo anno, sta contraendo prestiti per pagare i suoi interessi e così sta solamente sprofondando in una trappola del debito. Cioè, una situazione senza speranza che nessun governo può fermare — per il semplice fatto che gli enormi aumenti fiscali e i tagli alla spesa necessari per invertire la spirale debito sarebbero politicamente impossibili da realizzare.

E questo è il punto cruciale. I modellatori keynesiani farneticano sulla possibilità di abbassare la curva del debito offrendo ricette economiche idiote: affermano che l'assunzione di una maggiore dose di veleno — spesa in deficit — possa magicamente risollevare la "domanda aggregata" e il PIL dell'Italia. Ma la crisi fiscale in Europa è ben altro, e i tempi in cui si poteva farneticare di soluzioni fantasiose disegnate sulle lavagne delle scuole è finito. Il keynesismo è finito.




Per loro grande merito, i tedeschi non credono nelle favolette dei keynesiani né in quelle dei supply-side. Di conseguenza, l'ultima cosa che vogliono è mettere alla prova la capacità dei politici italiani di coprire anche una piccola frazione dei $37 miliardi di debito greco di cui si sono fatti garanti. A scanso di equivoci, ecco la traiettoria post-crisi del PIL reale in Italia — una curva che, non a caso, si sta dirigendo verso il basso.




Inoltre, gli incubi della Germania su chi pagherà il conto non finiscono con l'Italia. La quota del debito greco garantita dalla Francia è di circa $42 miliardi. Ma come l'Italia la sua economia è in coma, avendo guadagnato solo l'1% in termini reali rispetto al picco pre-crisi.




La verità è che lo stato francese sta percorrendo la strada verso la bancarotta da diversi decenni, sotto governi di sinistra e di destra. Con lo stato che ora consuma quasi il 60% del PIL, non può decisamente aspettarsi una crescita economica. Il capitalismo non funziona quando viene soffocato dalle tasse, dalla burocrazia, dal clientelismo e dal torpore dello stato sociale.




Quindi la Francia sta vivendo una crisi che parte da lontano. La sua condizione fiscale in rapido deterioramento non ha nulla a che fare con la crisi finanziaria o la presunta deflazione. Sta pagando il pedaggio distruttivo dell'avere un'economia statalista, mentre il debito pubblico continua a salire inesorabilmente. Di conseguenza, il suo rapporto deibto/PIL si sta rapidamente dirigendo oltre il livello del 100%.




Quindi è assolutamente comprensibile la posizione inflessibile della Germania sul debito greco. Se venisse infranta la barriera del default, inizierebbero diverse corse agli sportelli parlamentari di diverse nazioni dell'UE. Anche gli olandesi sarebbero colti in fallo se fossero chiamati a soddisfare la loro parte di coperture — nonostante le lezioni di Dijsselbloem a Varoufakis sulla rettitudine fiscale. Infatti, per quanto tempo ancora lui e l'attuale governo olandese rimarrebbero in carica data la spirale del debito già in moto?




In breve, l'UE (tranne la Germania e un'altra manciata di stati come la Finlandia) ha superato il punto di non ritorno sul fronte fiscale. Nessuno stato che dovrà aumentare la sua quota di "solidarietà" in caso di default sopravviverà.

La Germania sarà lasciata col cerino in mano e speriamo che le serva da lezione.

Merkel & Co. possono anche essere fiscalmente virtuosi, ma sono decisamente ottusi in materia di banche centrali e ordine monetario. In realtà, non hanno la minima idea di ciò che rappresenti il capitalismo nel sistema finanziario.

Chiacchierano all'infinito su come la banca centrale non debba finanziare i "deficit degli stati", ma tutta questa ideologia equivale ad un vuoto assalto intellettuale ad un uomo di paglia monetario. La Germania ha assecondato il programma LTRO della BCE, per esempio, perché a quanto pare non comportava "l'acquisto" di debito sovrano.

In realtà, quando la BCE ha iniettato quell'enorme flusso di denaro fiat nel sistema finanziario europeo, ha sostanzialmente anticipato sconti triennali a quelle banche europee in possesso di debito pubblico di Germania, Francia, Italia, Spagna, ecc. Di conseguenza il rischio di credito assunto dalla BCE non era quello di BNP Paribas, ma quello dei titoli di stato francesi.

Inutile dire che si è trattato di un finanziamento statale sotto altro nome. Inoltre, questa non è la sola prova dell'ipocrisia tedesca sulla questione della politica monetaria.

Se fossero stati veramente fedeli al principio del denaro onesto, non avrebbero mai permesso alla BCE di cimentarsi in un'espansione monetaria dopo che i politici tedeschi, incantati dal "progetto europeo", scambiarono il quietismo monetario e la rettitudine della Bundesbank con la macrogestione keynesiana della BCE.

Nell'arco dei dieci anni precedenti al "whatever it takes" di Draghi del luglio 2012, il bilancio della BCE è aumentato di quasi quattro volte. Non importa se questa eruzione si sia basata su garanzie sovrane piuttosto che su acquisti "definitivi" di debito pubblico, e se le iniezioni di liquidità nel sistema bancario europeo siano state considerate come prestiti "temporanei" o permanenti.

In tutto il mondo impazza la mania di stampare denaro, e i bilanci delle banche centrali non si sono mai ristretti; si sono metastatizzati all'infinito. Le differenze tra acquisti a titolo definitivo e operazioni di questo tipo sono puramente tecniche.

Come tutte le banche centrali, la BCE è diventata uno scarafaggio monetario proprio sotto il naso della Germania. Le obbligazioni statali entrano, ma non escono. E come spiegato di seguito, la recente contrazione nominale del bilancio della BCE, che Draghi ha ora promesso di invertire con pieno supporto tedesco, era solamente un'illusione contabile.

Il fatto è che sin da quando ha aperto i battenti, la BCE si è impegnata in una monetizzazione su larga scala. Così facendo, ha drasticamente distorto il price discovery nei mercati obbligazionari e, quindi, ha spalleggiato la dissolutezza fiscale che imperversa in tutto il continente.




Come indicato in precedenza, sebbene nei due anni successivi all'ukase di Draghi il bilancio della BCE sembrasse ridursi drasticamente (di circa €1 bilione) e i ripagamenti degli sconti LTRO sembrassero fluire regolarmente, era solo una messinscena. La mole di asset della BCE è stata temporaneamente parcheggiata nei bilanci degli hedge fund e delle banche commerciali.

Questi speculatori erano più che desiderosi di fare front-running alla promessa di Draghi, ovvero, la BCE avrebbe implicitamente monetizzato tutte le emissioni sovrane di quegli stati necessitanti finanziamenti, dimodoché i mercati del debito potessero offrire loro i tassi più convenienti immaginabili. Dal momento che questa promessa incorporava tutti quegli stati della periferia irresponsabili (dal punto di vista fiscale), i front-runner hanno banchettato di cuore. Assicurandosi il valore crescente di quelle obbligazioni che avevano finanziato con pronti contro termine a costo zero o con depositi, hanno praticamente affittato i loro bilanci ai burocrati di Francoforte in cambio di profitti da favola.

Eppure nessuno dei salvataggi del debito greco, o il salvataggio del debito italiano, spagnolo, portoghese, ecc. tramite l'ukase di Draghi, sarebbe stato necessario se la BCE avesse lasciato operare un price discovery onesto nei mercati del debito durante gli anni del falso boom prima della crisi. La BCE ormai è diventata uno strumento del superstato europeo, inondando i ministeri degli stati membri ed i parlamenti con prezzi falsi sul loro debito sovrano.

In realtà, nei dieci anni prima della crisi del 2010 i tassi dei titoli di stato non avevano alcun motivo di scendere drasticamente. Prima del recente blip al ribasso nell'ICP europeo a causa del crollo globale del prezzo del petrolio e delle materie prime, il livello tendenziale dell'inflazione non era affatto cambiato sin dalla fine del secolo. Quindi quadruplicando il proprio bilancio tra il 2002 e il 2012, la BCE ha incarnato l'agente che ha scatenato la dissolutezza fiscale in tutta l'UE.

Durante suddetto periodo, l'ICP della zona Euro è aumentato inesorabilmente ad un tasso annuo composto del 2.3%, mentre l'indebitamento pubblico è salito costantemente. Dunque né un calo dell'inflazione né un miglioramento delle prestazioni fiscali — nella periferia o nel centro Europa — hanno fatto diminuire i rendimenti dei bond.

Infatti, in un regime di moneta onesta, il bilancio della BCE difficilmente sarebbe cresciuto dopo la fine del secolo. Ciò di cui necessitavano di più i paesi dell'UE, era un mercato obbligazionario onesto in grado di segnalare ai suoi governi costituenti il vero costo del debito pubblico a fronte di una crescita vacillante e una marea inarrestabile di dati demografici tristi (un crescendo di prestazioni sociali rispetto a tassi di natalità in calo e una forza lavoro in contrazione).

Detto in altro modo, gli stati europei necessitavano disperatamente di un regime monetario che lasciasse il finanziamento dei loro deficit nelle mani dei risparmi privati e degli afflussi di capitali, e non in quelle della stampante monetaria della banca centrale. Ciò avrebbe causato un "crowding out" visibile degli investimenti privati, un aumento dei tassi di interesse e l'opposizione politica ad una fiscalità sconsiderata nelle capitali europee.

Infatti la repressione finanziaria della banca centrale e la monetizzazione del debito sovrano rappresentano il nemico giurato della rettitudine fiscale tedesca. Ma i successivi governi di Berlino non ne avevano idea e non ce l'hanno tuttora.

Non sorprende, quindi, se durante la monetizzazione post-2000 della BCE, i tassi d'interesse dei Paesi periferici siano diventati una trappola. In questo contesto non importa se la BCE stesse acquistando debito italiano o greco (o se non lo stesse comprando affatto), o quali fossero le voci precise che componevano il suo bilancio in ascesa. Gli strumenti di mercato del debito sono sempre sotto l'occhio vigile dell'arbitraggio. L'impatto negativo della repressione finanziaria della BCE sarebbe avvenuto lo stesso, sia se avesse comprato debito italiano, obbligazioni stradali spagnole o conchiglie greche.


Decennale spagnolo

Decennale italiano

Decennale greco


Inutile dire che c'è sempre una controparte. All'epoca la crisi del debito dei Paesi periferici aveva raggiunto il picco nel 2010-2012, le banche europee e le compagnie di assicurazione si erano rimpinzate di debito mispriced a causa della repressione finanziaria della BCE. Di conseguenza quello era il momento in cui Berlino doveva togliersi le fette di prosciutto dagli occhi e riconoscere che la causa della crisi non erano soltanto i politici dissoluti del Club Med, ma soprattutto gli stampatori keynesiani della BCE che avevano gettato l'onestà della Bundesbank nella pattumiera della storia.

Invece la Germania è inciampata in un errore monumentale. Al culmine della crisi, tutte le grandi banche tedesche, francesi e italiane erano economicamente insolventi perché le perdite incorporate nei debiti sovrani e privati erano abbondantemente superiori ai capitali di queste istituzioni.

Nel caso di Deutsche Bank, per esempio, il suo bilancio da $1.9 bilioni alla fine del 2010 era in equilibrio precario su un patrimonio netto tangibile di soli $34 miliardi. Infatti aveva una leva finanziaria del 56X. Le grandi banche francesi non stavano molto meglio. BNP-Paribas aveva $60 miliardi di patrimonio netto tangibile su cui poggiavano $2.1 bilioni di asset, tra cui più di $600 miliardi di esposizione a prestiti ad alto rischio e obbligazioni.

Ma i rapporti di leva folli sfoggiati dalle grandi banche europee, erano il prodotto di un altro tipo di politica statalista di cui i tedeschi erano pienamente complici: il regime regolamentare noto come contabilità degli asset in base al rischio. Secondo questo quadro statistico, il debito sovrano non viene preso in considerazione ai fini del calcolo dell'adeguatezza patrimoniale. In breve, la BCE ha avallato vaste perdite sui debiti sovrani drasticamente mispriced e le autorità di regolamentazione delle banche UE hanno fatto finta di niente. Come se non fossero mai esistite!

Al di fuori del mondo primitivo keynesiano in cui esistono solo le meccaniche del PIL e non ci si preoccupa dei mercati finanziari e dei bilanci, ci sono tre "dati di fatto" estremamente pericolosi nel mondo reale della finanza.

Il primo: le banche non sono istituzioni di libero mercato, ma reparti pericolosi dello stato che devono essere strettamente regolamentati e controllati poiché altrimenti giocherebbero incautamente con i fondi dei depositanti, il capitale degli investitori e i vari programmi di assicurazione statale.

Il secondo: i politici devono essere messi di fronte al vero costo economico del denaro, o saranno tentati all'infinito ad espandere il loro potere erogando pasti gratis, sussidi industriali e sovvenzioni fiscali per gruppi di interesse organizzati e capitalisti clientelari predatori. L'indebitamento dello stato deve ferire le circoscrizioni del mondo reale, non solo offendere i requisiti della virtù fiscale.

Il terzo: i mercati finanziari sono il nucleo vitale del capitalismo, ma per loro stessa natura attraggono i giocatori d'azzardo. Di conseguenza il nemico più pericoloso per la prosperità capitalistica non è tanto la sinistra politica, bensì l'insormontabile "azzardo morale" che si verifica quando le agenzie dello stato — comprese le autorità fiscali e le banche centrali — salvano le scommesse andate male, le scommesse inacidite e gli eccessi di avidità sconsiderata che spuntano inesorabilmente nei mercati finanziari.

Va da sé che i tedeschi, fanatici della disciplina fiscale, hanno ignorato tutte e tre queste regole cardinali quando hanno collaborato con i burocrati keynesiani a Bruxelles e Francoforte per salvare il debito inacidito dei Paesi periferici. Così facendo, hanno commesso un immenso atto di follia statalista.

Innanzitutto, hanno sottratto ai mercati finanziari europei qualunque vestigia di disciplina e di price discovery onesto che li era rimasto; hanno permesso ai dirigenti finanziari e ai trader di caricare i bilanci delle loro istituzioni con perdite enormi; e hanno fatto capire ai giocatori d'azzardo che l'unico limite per BCE e UE è il cielo.

Per loro il rischio di perdite è svanito. Anche in caso di brevi turbolenze dei mercati e di modeste svendite, i tedeschi hanno chiarito che il superstato dell'UE sarebbe intervenuto con reti di sicurezza e sovvenzioni. Il triste spettacolo di hedge fund che acquistavano titoli italiani, spagnoli e titoli azionari bancari (anche greci prima della comparsa di Syriza), forti dell'ukase di Draghi, è stato il risultato di una quasi nazionalizzazione dei mercati europei del debito sovrano.

Sì, queste azioni hanno messo una pezza sull'insolvenza del settore bancario europeo. Ma anche su questo punto, i tedeschi sono profondamente colpevoli. Non c'era alcuna necessità di proteggere banche e altri investitori dalle perdite nei loro portfoli gonfi di debito dei Paesi periferici. Se avessero voluto tutelare i depositanti e il sistema finanziario in generale, avrebbero permesso alla Grecia di andare in bancarotta nel 2010 e non avrebbero interferito con gli sconquassi fiscali degli altri Paesi periferici — e, ovviamente, non avrebbero permesso una ricapitalizzazione del settore bancario con denaro pubblico, lasciando spazio ad una nuova leadership e ad un ambiente economico onesto.

Alla fine, la strada statalista scelta dai tedeschi è diventata un vicolo cieco. Ed è stato il governo tedesco che alla fine ha scelto il percorso della stampa di denaro e dei salvataggi bancari, perché nessun altro paese dell'UE aveva le risorse finanziarie e la credibilità per approvare simili cose.

Il trasferimento delle perdite di banche e speculatori ai Paesi periferici, ha portato alla distruzione della sovranità democratica nelle nazioni salvate. E questo va ben oltre l'usurpazione palese che si è verificata quando, durante il picco della crisi, Bruxelles ha praticamente deposto i governi eletti di Italia e Grecia.

Il fatto è che il "programma" odiato della Troika non esisterebbe in assenza delle depredazioni stataliste dei tedeschi. Senza quest'ultime, i governi delle nazioni europee fallite avrebbero dovuto progettare e imporre i propri programmi di "austerità" per compensare la mancanza di denaro preso in prestito e riguadagnare il loro profilo di credito nei mercati dei capitali.

Quindi Syriza ha ragione a dire che i cittadini devastati della Grecia non devono un centesimo alla Deutsche Bank e al resto dei banchieri per le obbligazioni greche che i loro governi precedenti hanno emesso imprudentemente, e che i trader e i manager di queste istituzioni finanziarie hanno acquistato scioccamente. Il fatto che il governo tedesco abbia trasferito questi debiti ai propri contribuenti è un problema di Berlino, non di Atene.

Infatti questa è l'ironia dell'attuale fiasco. Alla fine, non ci sarà alcuna "mutualizzazione" del salvataggio del debito greco o quello di qualsiasi altra nazione periferica. Finirà tutto sul conto della Germania, perché qualsiasi altro governo che tenterà di pagare la sua quota finirà come il governo Samaras — cioè, scapperà a gambe levate nel bel mezzo della notte.

I salvataggi sono stati uno dei più grandi atti di follia fiscale di tutti i tempi.

Ma non è finita qui, perché Berlino potrebbe commettere un altro grande atto di follia. I tedeschi potrebbero perdere le staffe, consentire alla Grecia di rimanere nell'UE senza rispettare i suoi impegni, e abbracciare il piano socialista di Syriza inneggiante ad un nuovo "New Deal" finanziato dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI).

Beh, questa sarebbe una mutualizzazione del debito di gran lunga più pericolosa. Per il momento Frau Merkel pare aver imparato la lezione e declinerà l'offerta di saltare dalla padella fiscale alla brace populista.

In breve, la Germania non ha altra scelta se non quella di lasciare andare la Grecia, smantellare l'intero piano di salvataggio dell'UE e quindi pagare il conto salato delle follie finora commesse.

L'alternativa è un superstato onnipotente a Bruxelles e Francoforte, il quale annullerà ciò che rimane della democrazia politica e della prosperità capitalistica in Europa.

Questo superstato seppellirà definitivamente i contribuenti tedeschi sotto il debito di altre persone. Il fiasco in Grecia l'ha già dimostrato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 19 marzo 2015

Finanza di Ponzi e petrolio a $50

Su queste pagine avete potuto leggere molte volte di come sia stata gonfiata la bolla dell'olio di scisto, ma ho avuto modo di ascoltare di recente le opinioni di un amico che lavora in banca secondo cui il prezzo del petrolio è destinato a rimbalzare nella seconda metà dell'anno. E' possibile. Con la finanza di Ponzi che oggi dimora a Wall Street, è possibile poter vedere un rimbalzo fino alla soglia degli $85. Con il canale di trasmissione della politica monetaria praticamente rotto per quanto riguarda Main Street, la maggior parte della nuova liquidità creata dalle banche centrali è rimasta confinata nel casinò di Wall Street. Cosa significa tutto ciò? Che i prezzi non stanno segnalando più informazioni genuine agli attori di mercato. C'è una disconnessione tra la realtà economica e il mondo illusorio della pianificazione monetaria centrale, la quale sta permettendo ad una serie crescente di attività decotte di poter continuare ad operare. Sono sopravvissute solo grazie alla ZIRP (o NIRP ormai) e al denaro gratuito sganciato dalle banche centrali e finito nei canyon dei mercati azionari, ma questo significa che non appena la liquidità smette di scorrere inizieranno a palesarsi le conseguenze. Una di queste è stata proprio lo scoppio della bolla dell'olio di scisto che, alimentata dalla politica allentata della FED e dalla domanda cinese, ha potuto gonfiarsi a dismisura. Ora che entrambi questi falò sono stati attenuati, la bolla è finita sotto pressione ingolfando il settore petrolifero con capacità in eccesso per quanto riguarda risorse materiali e lavoro. L'attuale pulizia nel mercato petrolifero è necessaria e non deve essere fermata dai banchieri centrali. Ma su quest'ultimo punto ho i miei dubbi, perché, come già accaduto nel 2008, la FED tornerà ad intervenire per schermare dalla pulizia del mercato quelle attività protette dal suo cartello. Quindi, il prezzo del petrolio tornerà a salire? E' probabile, proprio perché la FED tornerà ad intervenire... solo che stavolta la posta in gioco sarà decisamente più alta rispetto all'ultima volta.
___________________________________________________________________________________


di James Rickards


Il petrolio sotto i $50 è più che sufficiente per fare una quantità enorme di danni nei mercati finanziari. Le perdite sono dappertutto. Non sappiamo dove sono al momento, ma vi garantisco che ci sono grandi perdenti là fuori e si paleseranno nei luoghi più inaspettati.

Al primo posto ci sono le perdite nei junk bond. Negli ultimi cinque anni sono emersi circa $5.4 bilioni di costi nell'esplorazione, nella perforazione e nelle infrastrutture del settore delle energie alternative. Quando dico alternativo, intendo il settore del fracking.

Un sacco le ritroviamo nel Bakken e in North Dakota, ma anche in Texas e Pennsylvania. Sono un sacco di soldi e sono stati in gran parte finanziati con debito societario e bancario. Queste aziende hanno emesso alcuni titoli, ma è soprattutto debito.

Ecco come funziona. Supponiamo che io sia una società d'esplorazione petrolifera. Diciamo che ho preso in prestito un paio di centinaia di milioni di dollari per trivellare utilizzando la tecnologia fracking. La banca — il creditore, l'investitore obbligazionario o chiunque altro — dice: "Beh, Jim, hai appena preso in prestito $200 milioni. Come mi ripagherai?"

E io direi: "Beh, ho intenzione di vendere il mio petrolio a $80 al barile."

Al che la banca ribatterebbe: "Come faccio a sapere che è vero?"

Così io andrei da Morgan Stanley, JP Morgan e Citibank e comprerei quello che viene chiamato un contratto di swap. E' una sorta di derivato. Citibank, o qualsiasi altro istituto finanziario, si impegnerebbe a pagarmi la differenza tra $80 e il prezzo effettivo del petrolio.

Quindi se il petrolio andasse a $50 e io avessi un contratto di swap con Citibank che mi garantisce $80, dovrebbe pagarmi i $30 di differenza. In questo modo, mi sarei legato al prezzo di $80.

Questo non è un pasto gratis. Le compagnie petrolifere pagano durante i rialzi. Se i prezzi del greggio andassero a $150, sarebbero loro a dover pagare la differenza ai creditori. Ma le compagnie petrolifere cercano di proteggersi dai ribassi.

Le compagnie petrolifere sono protette perché quando il petrolio va a $50 possono richiamare la banca e dire: "Ehi, banca, mandami l'altro da $30 al barile, perché abbiamo un accordo". E la banca non potrebbe rifiutarsi.

Attraverso il contratto derivato, la perdita si sposterebbe alla banca. Non sarebbe la compagnia petrolifera a soffrire la perdita, ma sarebbe la banca. Questo è quello che accade nel sistema finanziario globale di oggi — non si sa mai dove vanno a finire i rischi.

Quindi la prima iterazione è che alcune delle compagnie petrolifere — non tutte — spostano il loro rischio alle banche stipulando questi contratti derivati.

Potreste chiedervi: "Aha, così le banche si accolleranno tutte le perdite."

Non necessariamente. Le banche sono solo intermediari. Potrebbero aver sottoscritto quella garanzia con una compagnia petrolifera e dover pagare la differenza di $30 nel mio esempio, ma potrebbero anche aver venduto il contratto a qualcun altro. Quindi la responsabilità di pagare la compagnia petrolifera sarebbe di qualcun altro.

Chi potrebbe essere questo qualcun altro? Potrebbe essere un ETF e tale ETF potrebbe essere nel vostro portfolio. Qui è dove la cosa si fa speventosa, perché il rischio continua ad essere spostato e suddiviso in piccoli pezzi.

Citibank, per esempio, potrebbe sottoscrivere $5 miliardi di questi contratti derivati con un intero gruppo di produttori di petrolio. Ma poi potrebbe prendere questo derivato e suddividerlo in migliaia di piccoli pezzi da uno o dieci milioni di dollari e diffondere il rischio in un gruppo di fondi obbligazionari spazzatura, ETF o altre banche minori.

Quando molti produttori di petrolio sono andati alla ricerca di prestiti, i modelli del settore mostravano i prezzi del petrolio tra $80 e $150. $80 era la soglia più bassa per i progetti più efficienti, e $150 era ovviamente quella più alta. Ma nessuna compagnia petrolifera è andata alla ricerca di prestiti sul presupposto che poteva fare soldi a $50 al barile.

Quindi c'è un mucchio di debito là fuori che i produttori non saranno in grado di ripagare con i soldi che fanno a $50 al barile. Ciò significa che questi debiti dovranno essere cancellati.

Di quanto? Questo può variare.

Forse il 50%. Ma cerchiamo di essere conservatori e assumiamo che sia solo il 20%. Sarebbero un bilione di dollari di perdite che non sono state assorbite o quotate sul mercato.

Torniamo al 2007. L'ammontare complessivo dei prestiti subprime e Alt-A era di circa un bilione. Le perdite in tale settore erano ben al di sopra del 20%. Questo era un mercato da $1 bilione con $200 miliardi di perdite.

Qui stiamo parlando di un mercato da $5 bilioni con $1 bilione di perdite da debito non pagato — senza contare i derivati. Questo fiasco è più grande della crisi dei mutui subprime che nel 2007 ha fatto crollare l'economia.

Non sto dicendo che domani affronteremo un altro panico di tale entità; sto solo cercando di dire che le perdite ci sono già. Anche a $60 al barile le perdite sono significativamente più grandi della crisi subprime del 2007. Ci stiamo dirigendo verso un disastro.

In cima a questi prestiti non performanti, ci sono i derivati. In questo momento, alcuni produttori si scrollano le spalle dicendo: "Abbiamo preso in prestito tutti questi soldi sul presupposto di un prezzo del petrolio a $80, $90, $100. Ma per un paio d'anni abbiamo anche venduto la nostra produzione di petrolio a $90. Quindi stiamo bene."

Questo non è vero in tutti i casi, ma è vero in molti casi.

Però il problema con i derivati è che non si sa dove finisce il rischio. Non so dove sia, e non lo sanno né la Federal Reserve né i regolatori bancari. Le banche potrebbero conoscere quello che riguarda il loro bilancio, ma non l'intero quadro. Ciò significa che dobbiamo continuare a scavare e scavare.

Le perdite sono potenzialmente più grandi rispetto a quelle della crisi dei mutui subprime. Le perdite potrebbero essere più grandi dei finanziamenti del settore, perché è possibile creare derivati dal nulla. E come ho detto, potrebbero essere nei vostri portfoli.

C'è ancora tempo per chiamare i vostri consulenti d'investimento, o broker, e vedere se ne avete qualcuno sepolto nel vostro portfolio. Arrivati a questo punto è meglio assumere un atteggiamento sulla difensiva: possedere un po' più di liquidità o altre coperture. In questo modo quando le cose inizieranno a crollare intorno a voi — non subirete un colpo diretto, né subirete danni collaterali.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 18 marzo 2015

Libertà monetaria e free banking





di Richard Ebeling


Nel corso dei secoli solo lo stato ha rapprsentato la minaccia maggiore alla vita, alla libertà individuale e alla proprietà privata. Nemmeno gli individui più violenti e brutali sono stati in grado di infliggere una frazione del danno e della distruzione causati dal potere delle autorità politiche.

Il saccheggio legalizzato, tanto per usare un'espressione di Frédéric Bastiat, ha caratterizzato tutte le grandi catastrofi economiche e politiche che nel corso della storia hanno colpito l'umanità.



La Spesa Pubblica Equivale a Saccheggiare le Persone

Spesso ci dimentichiamo di quella verità fondamentale secondo cui gli stati non hanno nulla da spendere, o ridistribuire, se non quello che prendono dai produttori della società. La storia fiscale del genere umano non è altro che un lungo racconto dei metodi che gli stati hanno messo a punto per sequestrare il reddito e la ricchezza dei propri sudditi.

Parallelamente a questa triste storia, dobbiamo ricordare tutti i tentativi da parte delle vittime di elaborare metodi per prevenire, o almeno limitare, il saccheggio del loro reddito e della loro ricchezza.

Ogni studente che frequenta un corso d'economia apprende che gli stati hanno fondamentalmente tre metodi per sequestrare una parte della ricchezza del popolo: la tassazione, i prestiti, e l'inflazione -- la stampa di denaro.

Fu John Maynard Keynes che nel suo libro del 1919, Le Conseguenze Economiche della Pace, sottolineò:

Attraverso un processo di continua inflazione, gli stati possono confiscare, segretamente e inosservati, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini. Con questo metodo non solo la confiscano, ma lo fanno anche arbitrariamente; e mentre il processo impoverisce molti, arricchisce pochi. [...] Non c'è modo più subdolo e sicuro per rovesciare l'attuale base della società: svalutare la moneta. Il processo coinvolge tutte le forze nascoste della legge economica e lo fa in un modo che nemmeno un uomo su un milione è in grado di individuarlo.



Limitare lo Stato con il Gold Standard

Nel corso degli ultimi 200 anni, per impedire agli stati l'uso dell'inflazione in modo da coprire le loro spese sconsiderate, sono stati compiuti vari tentativi per limitare il potere di stampare denaro. Nel XIX secolo e all'inizio del XX secolo il metodo utilizzato era il gold standard. L'idea era quella di distaccare la creazione di moneta dal controllo dello stato.

Essendo una merce, la quantità d'oro disponibile per gli usi monetari e non monetari era determinata e limitata da quelle stesse forze di mercato che determinavano l'offerta di qualsiasi altra merce: la domanda e il prezzo dell'oro in relazione al costo e alla redditività del settore minerario e del conio in monete o lingotti.

Ogni banconota in circolazione sotto il gold standard era concepita per rappresentare un sostituto del denaro – cioè, crediti o rivendicazioni su una certa quantità d'oro che era stata depositata nelle banche – e, per facilitare gli scambi di mercato giornalieri, veniva usata come una comoda alternativa al costante ritiro e deposito di monete d'oro o lingotti.

Sotto il gold standard, l'offerta di sostituti del denaro in circolazione doveva aumentare e diminuire per riflettere gli eventuali cambiamenti nella quantità d'oro del sistema bancario di una nazione. Il gold standard che esisteva tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, non ha mai funzionato come viene riportato in alcuni libri di testo d'economia. Ciononostante, il potere dello stato di stampare denaro per coprire le sue spese era significativamente limitato.

Gli stati, quindi, dovevano usare uno degli altri due metodi per ottenere entrate e ricchezza dai loro sudditi. Gli stati o dovevano tassare la popolazione, oppure prendere in prestito denaro da istituti finanziari.

Ma un certo numero di economisti ha fatto notare che, prima della prima guerra mondiale, molti Paesi del Nord America e dell'Europa operavano sotto una "costituzione fiscale non scritta". Dagli stati, tranne che nei momenti d'emergenza nazionale, ci si aspettava che equilibrassero (più o meno) i loro bilanci annuali.

Se un'emergenza nazionale (ad esempio, una guerra) costringeva uno stato a prendere in prestito denaro per coprire le sue spese impreviste, ci si aspettava che una volta finita l'emergenza gli avanzi di bilancio avessero ripagato l'eventuale debito accumulato.

Questa regola non scritta del pareggio di bilancio non è mai stata seguita alla lettera. Ma l'idea che il debito pubblico fosse uno spreco e un peso per il benessere economico di una nazione, serviva come incentivo importante contro la crescita della spesa pubblica.

Quando gli stati pianificavano di fare cose, alle persone veniva presentato il conto più o meno esplicitamente. Per gli stati era più difficile promettere una vasta gamma di benefici senza mostrare quale fosse l'onere sul contribuente.



La Prima Guerra Mondiale Ha Distrutto il Gold Standard

Tutto questo cambiò durante (e dopo) la prima guerra mondiale. Il gold standard venne messo da parte per finanziare le spese di guerra. E John Maynard Keynes, che nel 1919 aveva messo in guardia circa i pericoli dell'inflazione, ben presto iniziò a sostenere che l'oro era un "reliquia barbarica" e che doveva essere sostituita con cartamoneta statale per facilitare una messa a punto monetaria e fiscale.

Inoltre, quella costituzione fiscale non scritta che richiedeva bilanci annuali equilibrati, venne sostituita con la concezione keynesiana di un bilancio in pareggio nel corso delle fasi del ciclo economico.

In pratica vennero liberati i demoni fiscali. Non più trattenuti né dall'oro né dalla tassazione, gli stati di tutto il mondo sprofondarono in un'orgia di spesa in deficit e creazione di moneta che portò alcuni a definire buona parte del XX secolo come "l'età dell'inflazione".

In questo modo politici e burocrati avrebbero potuto offrire vantaggi di breve periodo a gruppi con interessi particolari attraverso la crescita del loro potere e della spesa, evitando di menzionare i costi di lungo periodo che sarebbero gravati sulla società nel suo insieme, ovvero, contribuenti e consumatori.



La Rivolta Contro il Keynesismo

Negli anni '60 e '70 emerse una sorta di rivolta contro l'economia keynesiana, in particolare negli Stati Uniti, che venne identificata con Milton Friedman e il monetarismo.

Per frenare la capacità dello stato di creare inflazione, Friedman propose una "regola monetaria": l'aumento annuale della massa monetaria doveva essere limitato ad un incremento medio annuo in termini di produzione reale. Con l'inserimento di una sorta di "pilota automatico" per quanto riguardava la creazione di denaro, agli stati sarebbe stato nuovamente impedito l'uso della stampante per coprire le loro spese.

Ma dopo aver ricevuto il Premio Nobel per l'economia nel 1984, Friedman ebbe dei ripensamenti circa l'efficacia della sua regola monetaria. Dichiarò che la teoria della Public Choice – l'uso della teoria economica per analizzare la logica e gli incentivi del processo decisionale politico – lo convinse che era solo uno spreco di tempo cercare di persuadere le banche centrali a perseguire una politica monetaria che nel lungo termine avrebbe fatto gli interessi della società.

Proprio come il resto di noi, politici, burocrati e banchieri centrali hanno i propri obiettivi, e useranno il potere politico per portarli a compimento.

Disse Friedman: "Dobbiamo cercare di creare istituzioni in cui gli individui che perseguono il proprio guadagno siano guidati da una mano invisibile in modo che possano servire l'interesse pubblico." Concluse, inoltre, che dopo aver osservato la storia monetaria del XX secolo: "Lasciare le questioni monetarie e bancarie al mercato avrebbero prodotto un risultato più soddisfacente rispetto a quello mostrato dagli stati."



Separare il Denaro dal Controllo Statale

Sebbene Milton Friedman non fu disposto a portare i suoi temi così oltre, la logica conclusione della sua ammissione è la necessità di separare la creazione di denaro dallo stato. Ciò che serve è la denazionalizzazione della moneta, o in altre parole, stabilire una libertà monetaria nella società.

Con una libertà monetaria, lo stato non avrebbe più alcun ruolo negli affari monetari e bancari. Le persone avrebbero una "scelta tra le valute", tanto per usare un modo di dire dell'economista Austriaco F. A. Hayek. La legge farebbe rispettare tutti i contratti consensuali di mercato, a prescindere dalla valuta o dalla merce scelta dagli attori economici come denaro. E lo stato non conferirebbe alcuno status speciale ad una qualsiasi valuta attraverso le leggi del corso legale.

La libertà monetaria comprende ciò che è noto come "free banking". Cioè, le banche private sono libere di accettare depositi in qualsiasi moneta-merce e di emettere le proprie banconote rispetto a questi depositi privati.

Nella misura in cui tali banconote sono accettate e scambiate da un numero crescente di persone nella comunità economica, possono circolare sotto forma di sostituti del denaro. Tali banche private dovrebbero saldare le loro reciproche rivendicazioni per conto dei rispettivi depositanti attraverso stanze di compensazione private che avrebbero collegamenti internazionali.

Sono pochi i sostenitori del libero mercato che hanno incluso la privatizzazione del sistema monetario tra le riforme della politica economica. Il sostenitore di spicco della libertà monetaria e del free banking nel XX secolo fu l'economista Austriaco Ludwig von Mises, il quale dimostrò che fino a quando gli stati e le loro banche centrali posseggono il controllo monopolistico sul sistema monetario, l'inflazione monetaria e il ciclo economico sono praticamente inevitabili... con tutte le loro distorsioni ed effetti devastanti.

Ma gli ultimi 30 anni hanno visto la nascita di una letteratura seria e dettagliata sull'opportunità e la funzionalità di un sistema free banking interamente privato e competitivo come alternativa al settore bancario centrale.



Interesse Personale e Libertà Monetaria

Il vantaggio politico del free banking è che toglie completamente dalle mani dello stato tutte le questioni monetarie. Per quanto sia stato efficace il vecchio gold standard prima della prima guerra mondiale, era comunque un sistema monetario gestito dallo stato che ha aperto la porta ad eventuali abusi.

Inoltre un sistema free banking soddisfa la raccomandazione di Milton Friedman secondo cui l'ordine monetario dovrebbe essere quello che sfrutta l'interesse privato per promuovere l'interesse pubblico attraverso la "mano invisibile" del processo di mercato.

Gli interessi dei depositanti in un sistema bancario affidabile, coinciderebbero con l'interesse personale degli intermediari finanziari. Una conseguenza "non voluta" sarebbe un sistema monetario più stabile rispetto al sistema di pianificazione centrale odierno.

Naturalmente una libertà monetaria non mette fine alle continue spese dello stato. Sebbene si possa limitare la capacità dello stato di creare denaro per finanziare le proprie spese, ciò non metterà fine all'irresponsabilità fiscale, con conseguenze devastanti per l'economia attraverso la spesa in deficit e un debito nazionale crescente.



Libertà Monetaria e Filosofia della Libertà

Nel lungo periodo l'unico modo per limitare la crescita della spesa pubblica e il potere statale sulla società, è quello di cambiare il pensiero politico e ideologico. Finché la maggior parte delle persone vorrà usare il potere dello stato a proprio vantaggio, lo stato manterrà il suo potere e continuerà a crescere.

La riforma monetaria e fiscale è in definitiva inseparabile dalla rinascita di una filosofia di libertà che veda lo stato limitato a tutelare il diritto di ogni individuo alla propria vita, alla libertà e alla proprietà acquisita in modo onesto.

Come disse Ludwig von Mises 90 anni fa all'indomani della prima guerra mondiale e durante la Grande Inflazione tedesca dei primi anni '20:

Prima di tutto bisogna rinunciare a tutte le fallacie inflazionistiche. Questa rinuncia non può durare, se non è saldamente radicata in un divorzio pieno e completo da ogni idea imperialista, militarista, protezionista, statalista e socialista.

Se il desiderio per la libertà personale ed economica riuscirà di nuovo a farsi strada nei cuori e nelle menti delle persone, alla fine la libertà monetaria e il rigore fiscale diventeranno una necessità logica.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 17 marzo 2015

Pessime idee: svalutare la moneta per stimolare le esportazioni

Di questi tempi la nenia che continua a rincorrersi sulle bocche degli eurocrati è questa: "Non esiste qualcosa come un Grexit." Il progetto dell'euro è nato per durare, poiché, come ha detto anche Draghi, è stato impegnato troppo capitale politico e finanziario per farlo andare avanti. Questo almeno nell'ottica dei burocrati europei che credono di poter comandare secondo la loro arbitrarietà i mercati. Tramite la paura dei greci, stanno facendo pressione su Syriza affinché il prossimo giugno accetti un nuovo compromesso con la Troika, ovvero, si adegui alle vecchie richieste a cui verrà dato un nuovo nome... giusto per non far fare una brutta figura davanti l'elettorato greco al duo Tsipras-Varoufakis. Agli eurocrati piace la stabilità. Piace la prevedibilità. Piace avere il controllo sugli eventi in modo da poter direzionare secondo i loro capricci i destini di milioni di persone. Al momento gli obiettivi degli eurocrati e quelli della maggior parte delle persone coincidono: sfruttare i mezzi politici per trarre vantaggi personali. Ovvero, illudersi che esista qualcosa come un pasto gratis. Ma come tutte le cose nella vita, anche questa illusione ha un prezzo e il relativo cartellino viene ignorato. Si pensa scioccamente che si possa elevare a motto supremo della società "ottenere qualcosa in cambio di niente". E' per questo che la Grecia dovrebbe andare ora in default per i propri debiti, non c'è altro modo affinché possa scrollarsi di dosso tutte le passività finora accumulate. E' un buco nero finanziario. In seguito, per riguadagnare credibilità sui mercati finanziari, dovrebbe inaugurare una vera austerità tagliando drasticamente spesa pubblica e tasse, nonché tutti gli sprechi incentivati dall'espansionismo monetario '99-'06. Non tarderebbero ad emergere una serie di valute tra cui la popolazione potrebbe scegliere, nonché nuovi assetti bancari possibilmente (si spera) avulsi dal controllo di un ente centrale. E chissà, forse potrebbero scegliere anche di ritornare ad uno standard aureo come fece la Germania post-1923. Sono scelte difficili queste qui, ma più si ritarderà più si faranno difficili da prendere.
___________________________________________________________________________________


di Frank Hollenbeck


La decisione della Banca Centrale Europea (BCE) di stampare €1.1 bilioni ha riacceso le preoccupazioni per le guerre valutarie. L'euro è sceso di quasi il 20% negli ultimi sei mesi.

Siamo in una guerra valutaria, e ci siamo stati sin dal 2008. Il nostro attuale sistema monetario globale è profondamente sbagliato, nonostante quanto dica il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che è stato creato per promuovere la cooperazione monetaria e la stabilità finanziaria. Tuttavia il FMI è stato stranamente silenzioso ultimamente, cosa che non è passata inosservata per coloro che sono a doppio filo con questa istituzione.

L'attuale regola non scritta sulla politica dei cambi tollera l'interventismo diretto, ma quello indiretto è accettabile solo se il tasso di cambio non è l'obiettivo iniziale della politica. Il concetto è simile a quello utilizzato quando cade una bomba da mille libbre su un terrorista e spazza via anche una scuola materna: "Non è un problema dato che il nostro obiettivo primario era il terrorista."

E' semplicemente irresponsabile guardare solo agli effetti diretti e indiretti, e non alle politiche economiche. Nel corso degli ultimi sei anni il quantitative easing statunitense ha costretto i paesi emergenti ad imporre controlli sui capitali e altre restrizioni valutarie, e ad accendere le stampanti monetarie. L'attuale politica monetaria giapponese, che sta abbattendo il valore dello yen, sta causando grave costernazione ai suoi vicini cinesi e coreani. Di recente la Banca Popolare della Cina ha abbassato i requisiti di riserva e ha in programma di ampliare la banda di trading sulla sua valuta. Definiamo queste cose per quello che sono realmente — ritorsioni ed escalation in quella che è una guerra valutaria mondiale.



Svalutare la Valuta Aiuta Davvero gli Esportatori?

Naturalmente queste azioni sono basate su un altro equivoco popolare promulgato dagli economisti: una moneta svalutata permetterà agli esportatori di ridurre i loro prezzo oltremare, di conquistare quote di mercato, di aumentare i profitti con ramificazioni positive per l'economia nazionale. L'errore in questa logica è che guarda gli effetti diretti e ignora totalmente gli altri effetti diretti e indiretti.

Un semplice esempio chiarisce questo punto. Supponiamo che il tasso di cambio sia un dollaro per un euro. L'esportatore europeo vende il suo prodotto per $100 negli Stati Uniti e poi trasforma i guadagni in €100 per coprire il suo costo di produzione di €80. Ora supponiamo che l'euro si svaluti in modo che ci vogliano €1.5 per ottenere $1. L'esportatore può ora abbassare il suo prezzo a $66.66, dal momento che questo gli permetterà di incassare lo stesso numero di euro come prima del deprezzamento. Ha guadagnato un vantaggio competitivo sugli avversari stranieri, con vantaggi per l'economia nazionale.

Il primo problema con questa storia è che molti esportatori possono coprire nel lungo termine il loro rischio di cambio con nuovi strumenti finanziari, come swap e futures finanziari, e quindi potranno mettere in conto il tasso a cui scambieranno dollari per euro.

Il secondo problema con questa storia è che oggi molti esportatori importano molti dei loro input. Una BMW ha parti provenienti da tutto il mondo. I suoi motori possono provenire dal Regno Unito. I sedili in pelle possono provenire dalla Cina e l'acciaio può venire dal Brasile. Se la svalutazione fa salire i prezzi degli input da €80 a €120, l'esportatore non sarà in grado di abbassare i prezzi in dollari, e, pertanto, non guadagnerà in competitività. Naturalmente non tutti i costi sono costituiti da input importati. Questo, però, mette in evidenza come le svalutazioni aiutano gli esportatori.



I Lavoratori Non Traggono Benefici dalla Svalutazione

Se i costi della nazione, per lo più quelli nel mondo del lavoro, non si aggiustano ai prezzi delle importazioni più elevati a causa della svalutazione, gli esportatori ci guadagneranno, ma questo guadagno sarà il risultato di una riduzione dei redditi reali dei lavoratori nazionali. Se in definitiva questi lavoratori negozieranno un aumento dei salari nominali per riportare i loro salari reali ai livelli precedenti la svalutazione, il guadagno per gli esportatori scomparirà. La svlutazione andrebbe solamente a creare un guadagno temporaneo.

Pochi giornalisti sembrano capire che una politica atta a ridurre il valore di cambio di una valuta equivale, in realtà, ad una politica di trasferimento della ricchezza dai lavoratori — la classe media e i poveri — ai proprietari più ricchi di industrie esportatrici. E' un altro esempio di come la banca centrale agisce come un Robin Hood alla rovescia, prendendo dai non abbienti per dare ai ricchi.

Inoltre ci sono molti altri effetti indiretti che rendono la svalutazione un obiettivo politico molto dannoso. Mises ha spiegato che non può essere utilizzata la contabilità standard della bilancia dei pagamenti quando viene distorta l'unità di conto. Anche se gli esportatori sono più redditizi, non è qualcosa di cui rallegrarsi perché un utile nominale più alto significa un profitto reale basso.

Tra l'altro gli attori economici sono anche danneggiati da una politica beggar-thy-neighbor. I consumatori dovranno sopportare il peso di prezzi più elevati dei prodotti stranieri. Verranno danneggiate anche quelle imprese nazionali che importano i loro input e vendono sul mercato interno.



Manipolare i Prezzi Danneggia l'Economia

Una moneta deprezzata è il prodotto di una banca centrale che stampa moneta più velocemente dei suoi vicini. Questa è una strategia che danneggia tutte le imprese, tra cui gli esportatori stessi. La stampa di denaro altera prezzi assoluti e relativi. Interferisce con i segnali critici che i prezzi inviano nel tempo: quali beni e servizi debbano essere prodotti secondo la società.

L'Europa non ha bisogno di un euro più debole, ma di una riforma strutturale significativa. L'Europa dovrebbe prendere come modello la Lettonia. Nel 2009-2010 il governo lettone ha tagliato la spesa pubblica dal 44% del PIL al 36%. Ha licenziato il 30% dei dipendenti pubblici, ha chiuso la metà delle agenzie statali e ha ridotto del 26% lo stipendio pubblico medio. I ministri del governo lettone hanno visto tagli salariali del 35%. L'economia lettone è inizialmente scesa del 24%, ma è rimbalzata vigorosamente facendo registrare, negli ultimi tre anni, una crescita reale annuale di quasi il 5%. La Lettonia ha fatto tutto ciò senza utilizzare la valuta come arma, in quanto ha conservato la sua vecchia valuta, il lat, in cambio fisso nei confronti dell'euro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 16 marzo 2015

Controllo dell'immigrazione: ingegneria sociale federale





di Gary North


I conservatori si oppongono alla pianificazione centrale del governo federale... almeno fino a quando non vedono un cartello che dice "Stati Uniti" da un lato e "Messico" dall'altro. Poi: "Il Congresso deve costruire un muro!"

I credenti nei muri offrono molti argomenti, tra i quali questo: "Quelle persone vogliono sfruttare il welfare state. Non ce lo possiamo permettere."

Il difensore della libertà risponde in due modi: "In primo luogo, questi programmi di welfare state dovrebbero essere aboliti. Si basano sulla pianificazione statale e sulla ridistribuzione coercitiva della ricchezza. Sono loro il problema principale, non gli immigrati che possono sfruttarli. In secondo luogo, prima andranno in bancarotta, meglio sarà. Lasciate che gli immigrati li sfruttino." Il problema è questo: la maggior parte dei conservatori approva questi programmi di welfare in teoria e in pratica. Quelli più grandi sono la Previdenza Sociale, il Medicare e l'istruzione pubblica finanziata con le tasse. I conservatori non vogliono che questi programmi vengano de-finanziati. Li considerano parte integrante dello stile di vita americano.

In secondo luogo, il conservatore dice: "Questi immigrati indeboliranno il nostro stile di vita sociale. Sono troppo diversi dal nostro stile di vita, il quale non può sopravvivere ad una libera immigrazione. Il cambiamento soverchierà lo stile di vita americano."

Il difensore della libertà risponde: "Il libero mercato cambia l'America ogni giorno. Le innovazioni indeboliscono il nostro stile di vita; momento dopo momento, l'innovazione migliora la nostra vita. Inoltre perché pensi che il Congresso debba approvare una legge che andrà a limitare la libertà di viaggiare e la libertà contrattuale? Perché ti fidi del giudizio del governo federale in materia sociale ed economica? Perché sei diventato un apologeta della pianificazione centrale? Perché sei diventato un sostenitore dell'ingegneria sociale da parte di politici e burocrati federali?" I conservatori restano in silenzio. Non c'hanno mai pensato da questo punto di vista e non vogliono ripensare a quello in cui dicono di credere, vale a dire, che non ci si può fidare del Congresso in materia economica. Dicono che il Congresso possa fornire una qualche soluzione: non troppo cambiamento sociale, ma neanche troppo poco. Il difensore della libertà chiede: "Quando mai il Congresso ha legiferato una soluzione del genere?"

In terzo luogo, il conservatore dice: "Gli immigrati potranno trovare lavoro. Ruberanno posti di lavoro agli americani."

Vorrei soffermarmi su questo argomento, poiché è il più comune. Invoca il nazionalismo piuttosto che la libertà, con relative restrizioni alla libertà contrattuale: "Non tutti dovrebbero avere il diritto legale di svolgere un lavoro all'interno dei nostri confini. Solo coloro che sono già legalmente all'interno dei nostri confini possono possedere questo diritto, o quelli che che ci nasceranno. I nostri antenati sono arrivati qui prima dell'avvento delle leggi sull'immigrazione. Noi ci meritiamo suddetto diritto, gli stranieri no. Chi arriva prima, bene alloggia."



POSSIAMO ESSERE ASSUNTI?

Questo atteggiamento è in netto contrasto col cristianesimo e il libero mercato. Un principio fondamentale del cristianesimo è quello di servire Dio servendo il prossimo. Ciò viene affermato in Matteo 25. "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (v. 40). Il contesto è il giudizio finale. Il principio del servizio è fondamentale anche per l'economia di libero mercato, la quale insegna che il reddito si ottiene servendo il cliente. Questo principio risale ad Adam Smith ne La Ricchezza delle Nazioni (1776).

Ma l'uomo ha varie occasioni per aiutare i suoi fratelli, ed è inutile aspettarsi una cosa del genere solo per benevolenza. E' più probabile che avrà successo se riuscirà a stuzzicare il loro interesse e mostrerà loro che è in grado di soddisfare le loro richieste. Chiunque voglia offrire ad un altro individuo un affare di qualsiasi tipo, deve farlo seguendo queste linee. Dammi quello che voglio così potrai avere quello che vuoi, è il significato di ogni offerta; ed è in questo modo che si ottiene il risultato massimo da quello che si vuole dagli altri. Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo la nostra cena, ma dal soddisfacimento dei loro interessi. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro amor proprio, e non parliamo delle nostre necessità ma dei loro vantaggi. Solo un mendicante dipende principalmente dalla benevolenza dei suoi concittadini.

Il principio economico alla base del controllo dell'immigrazione mira a rendere illegale servire i clienti, in questo modo vengono protetti i redditi fuori mercato di quei produttori all'interno dei confini di una nazione, riducendo quindi la disponibilità dei servizi totali. Coloro che ricoprono determinati posti di lavoro, possono costituire un cartello con un obiettivo: tenere fuori i concorrenti mantenendo i salari al di sopra di quelli di mercato. Questo cartello spinge il Congresso ad affiggere un avvertimento davanti i confini della nazione: "Non si assume." Chi non vuole? I membri del cartello.

In America la prima manifestazione di questa mentalità si materializzò in California con l'ostilità dei dettaglianti nei confronti degli immigrati cinesi. Iniziò con la corsa all'oro del 1849, anno in cui il governo federale completò il furto di un terzo del Messico, che comprendeva la California. I lavoratori cinesi lavoravano tante ore a salari molto più bassi. Erano competitivi nei prezzi. L'ostilità dei dettaglianti crebbe nel quarto di secolo successivo. Il Chinese Exclusion Act del 1882 fu il primo esempio di legge federale che escludeva cittadini specifici. Non venne abrogata fino al 1943, quando la Cina era un alleato nella guerra del Pacifico. Il presidente che approvò quella legge non poteva essere che Chester Arthur. Prima di diventare vice presidente e poi presidente dopo l'assassinio di Garfield, Arthur era stato il capo del porto di New York, la dogana più redditizia del governo. All'epoca era noto per essere una delle principali fonti di tangenti per il Partito Repubblicano. La puzza di corruzione era così intensa che il presidente Hayes rimosse Arthur dalla sua posizione.

Nei corsi di storia non ci viene insegnato niente di tutto ciò. In California, fino al 1948, per bianchi o neri non era legale sposarsi con asiatici. La Corte Suprema dello Stato della California annullò tale legge. Il voto fu di 4 a 3. Fu il primo stato a ribaltare una legge contro il matrimonio interrazziale: per un solo voto. Guardiamo indietro e rimaniamo stupiti. Perché qualcuno dovrebbe credere che i politici avessero una saggezza tale da poter valutare con precisione i benefici e gli svantaggi sociali dei matrimoni interrazziali? Questa era solamente ingegneria sociale partorita da politici. Oggi la maggior parte dei conservatori -- ma non nel 1947 -- rifiuta una proposta di legge simile. Eppure la maggior parte dei conservatori ritiene che ci si possa fidare dei burocrati federali in materia di immigrazione.

I conservatori citano Ronald Reagan. "Una nazione che non può controllare i propri confini, non è una nazione." Conclusione: dal 1788 al 1882 gli Stati Uniti non erano una nazione. Sciocco, non è vero? Allora perché i conservatori lo citano lo stesso?

Questo slogan storicamente sciocco presuppone che l'approvazione di una legge equivalga a raggiungere uno scopo prefissato. Abbiamo leggi sull'immigrazione e 10 milioni di immigrati clandestini. Forse 20 milioni. Forse 30 milioni. Il governo federale non riesce nemmeno a contarli. Per rimpatriarli ci vorrebbero $23,000 per ciascuno. Inoltre ognuno di loro rappresenterebbe un caso da discutere in un tribunale. Ciò ingolferebbe il sistema giudiziario statunitense. Non possono essere rimpatriati -- e non lo saranno. Fatto: gli Stati Uniti non controllano i loro confini. Questo presunto controllo è solo simbolico: un modo per placare gli elettori. Siamo quindi una nazione?

Dovremmo fidarci dell'ingegneria sociale dei politici? Perché?



CONFINI, DISTINTIVI E PISTOLE: UN BREVE RIASSUNTO

Nel 1917 le restrizioni federali in materia di immigrazione si applicavano ai vari tipi di comportamento sociale. Ma le restrizioni all'immigrazione, dal 1882 fino alla prima guerra mondiale, avevano a che fare con l'esclusione dei cinesi. L'Immigration Act del 1924 lo estendeva a molte nazioni. Wikipedia riassume:

L'Immigration Act del 1924, o il Johnson-Reed Act, tra cui il National Origin Act e l'Asian Exclusion Act promulgato il 26 maggio 1924, era una legge federale degli Stati Uniti che limitava il numero annuale di immigrati che poteva essere ammesso da ogni paese. Il limite era del 2% rispetto al numero di persone della stessa nazione che sin dal 1890 viveva negli Stati Uniti, un calo rispetto al tetto del 3% stabilito dall'Immigration Restriction Act del 1921. Andava a sospendere l'Emergency Quota Act del 1921. La legge mirava a limitare ulteriormente l'immigrazione di europei. Inoltre limitava fortemente l'immigrazione degli africani e vietava l'immigrazione di arabi, asiatici e indiani. Secondo il Dipartimento di Stato lo scopo della legge era quello di "preservare l'ideale di omogeneità americano". L'opposizione al Congresso fu minima.

Questa tradizione di controllo dell'immigrazione andò dal 1924 al 1968, quando venne approvato da Lyndon Johnson l'Immigration Act di Teddy Kennedy.

Un segno di libertà prima della prima guerra mondiale era questo: non esistevano passaporti in Occidente. Da Wikipedia:

Una rapida espansione del trasporto ferroviario e della ricchezza in Europa a partire dalla metà del XIX secolo, portarono ad una diluizione del sistema dei passaporti. La velocità dei treni, così come il numero di passeggeri che attraversava più confini, rese difficoltosa l'applicazione delle leggi sui passaporti. La reazione generale fu un alleggerimento dei requisiti riguardo al rilascio di tale documento. Verso la fine del XIX secolo e fino alla prima guerra mondiale, i passaporti non erano necessari per i viaggi in Europa, e attraversare una frontiera era una procedura relativamente semplice. Di conseguenza, poche persone possedevano passaporti.

Durante la prima guerra mondiale, i governi europei introdussero il requisito del passaporto alle frontiere per motivi di sicurezza, e per controllare l'emigrazione di cittadini con competenze utili. Questi controlli rimasero in vigore anche dopo la guerra, diventando una procedura standard seppur controversa. I turisti britannici si lamentarono, soprattutto riguardo le fotografie allegate e le descrizioni fisiche, che secondo loro avrebbero portato ad una "deplorevole disumanizzazione".

"Documenti, per favore!" La prima guerra mondiale ci ha lasciato in eredità questa triste frase.

La tradizione conservatrice in America, 1788-1882, voleva le frontiere aperte. Anche la tradizione liberale. La tradizione costituzionale in America voleva le frontiere aperte. Solo nel 1882 assistemmo ad un cambiamento. Si intensificò nel 1924.

Se ascoltate i sostenitori delle restrizioni all'immigrazione, potreste pensare che George Washington e James Madison nel 1787 convinsero la Convenzione Costituzionale ad autorizzare restrizioni in materia di immigrazione. Potreste pensare che fosse parte della tradizione costituzionale americana. Ma la Costituzione degli Stati Uniti non fa alcun riferimento a tali limitazioni.

Ogni volta che qualcuno dice che ci deve essere una sorta di criterio sociale oltre allo status giuridico "incensurato" (al fine di ottenere la residenza negli Stati Uniti), sta dicendo che politici e burocrati sono competenti nel comprendere ciò di cui ha bisogno l'America oggi e in futuro.

I conservatori non concordano con questi aspetti in molti settori della vita, ma fanno eccezione due cose -- merci importate e persone importate. Credono che il Congresso e la burocrazia sappiano meglio cosa fare. Questa è la modalità di pensiero standard della maggior parte dei conservatori. Credono con tutto il cuore che il Congresso possa essere attendibile e che i burocrati siano in effetti una sorta di sacerdozio. "Queste persone sanno ciò di cui ha bisogno l'America."

Perché qualcuno dovrebbe credere a queste fandonie?



"GLI ISPANICI DISTRUGGERANNO L'AMERICA!"

Non molto tempo fa ho ricevuto questa e-mail:

E' vero che per gran parte della nostra storia abbiamo sperimentato una bassissima immigrazione. Però la nostra stessa nazione è stata fondata da un manipolo di persone in cerca di una nuova terra, lavoratori, contadini, inventori, educatori, ecc. Invece noi abbiamo insistito che i nuovi arrivati imparassero la nostra lingua, si conformassero alle nostre leggi e si considerassero cittadini del loro paese adottivo.

Chi sono questi "noi"? Come ci sono riusciti questi "noi"? Lasciando in pace le persone, giuridicamente parlando. Il governo federale non diceva nulla. Infatti il governo federale non aveva alcuna voce in capitolo.

Alcuni non ci sono riusciti e talvolta se ne sono tornati al loro vecchio paese, ma la maggior parte è rimasta ed è diventata americana a tutti gli effetti.

Ciò che disturba profondamente è che molti dei nuovi arrivati, in particolare gli ispanici, sembra avere poca o nessuna intenzione di apprendere la nostra lingua. Se andrà avanti questa situazione diventerà una formula infallibile per il disastro sociale, proprio come accadde in URSS.

Scommetto che questo accadrà nel prossimo futuro -- una volta iniziato, acquisirà una velocità di accelerazione letteralmente spropositata.

Quello che l'autore di questa e-mail non ha detto è questo: "Mi fido del Congresso degli Stati Uniti e della burocrazia affinché prendano decisioni in materia di stabilità sociale, oggi e in futuro." Se l'avesse detto esplicitamente, gli avrei dato il merito di aver almeno riflettuto sulle implicazioni delle sue idee. Crede nell'ingegneria sociale del Congresso in materia di immigrazione. Ritiene che i burocrati federali abbiano la capacità e la responsabilità morale di prendere decisioni su chi debba vivere qui e in quali circostanze. Sta dicendo che i burocrati federali hanno la capacità di fare previsioni accurate su come gli immigrati incesurati e sani di mente influenzeranno la società americana in futuro.

Non condivido la sua fede.

Non si fida degli ispanici. Pensa che parleranno spagnolo per tutta la loro vita. Pensa che non si integreranno mai.

Dove sono le prove che gli ispanici nati in questo Paese, che hanno frequentato le scuole pubbliche, che guardano la televisione americana e che ascoltano la musica rap non parlano inglese? Sono letteralmente fissati col rap. A me non piace. Non riesco a capire che cosa dicono. Ma gli adolescenti ispanici sono fluenti col rap. Credo che possiamo definirli trilingue.

Gli ispanici non creano problemi d'ordine pubblico molto spesso. Le persone a La Raza marciano in gruppi con cartelli e slogan, ma sono abbastanza intelligenti da scriverli in inglese per il telegiornale della sera.



TRE GENERAZIONI

La maggior parte degli immigrati che arrivò dall'Europa dell'est e dall'Europa centrale nel tardo XIX secolo e all'inizio del XX secolo, non sapeva parlare inglese. Non sappiamo quanti di loro impararono a parlare inglese, ma nel 1900 c'erano intere sezioni di New York che parlavano Yiddish e altre lingue dell'Europa centrale. Ma i figli hanno imparato l'inglese, padroneggiandolo e facendo da traduttori per i genitori. Non c'era nulla di strano.

C'è anche una componente sociologica per quanto riguarda gli immigrati. I genitori immigrati vogliono conservare le tradizioni del loro vecchio Paese. Vogliono che anche i figli conservino queste tradizioni, ma vogliono anche che abbiano successo. I figli abbandonano costantemente le tradizioni dei genitori. Vogliono integrarsi. Vogliono essere come i loro amici a scuola. Vogliono essere considerati americani. Da questo punto di vista, i figli hanno più successo dei genitori.

Per le persone con più di 12 anni è difficile imparare una lingua straniera. Alcuni adulti possono averne la capacità, ma non la maggior parte di loro. Non c'è nulla di strano. Probabilmente è genetico: fasi dello sviluppo. I bambini piccoli padroneggiano le lingue a ritmi incredibili, almeno se li paragoniamo alle persone anziane. I bambini multilingue che crescono in ambienti multilingue sono comuni. Mio padre, che era di stanza in Egitto durante la seconda guerra mondiale, disse che i ragazzi nelle strade parlavano tedesco, italiano e inglese con una certa facilità. Avevano venduto servizi ai vari eserciti invasori, e se la cavarono bene.

Le persone si adattano. Rispondono agli incentivi. Se ci sono incentivi economici e le opportunità per assimilare, i figli degli immigrati non ci penseranno due volte.



OTTO PAROLE CHE DEFINISCONO L'AMERICA

Ci sono otto parole nella lingua inglese che generalmente definiscono gli americani, almeno non quelli al Congresso. Queste otto parole sono fondamentali per comprendere il carattere americano. Sono state alla base del comportamento americano per oltre 300 anni. Eccole:

Vivi e lascia vivere.
Facciamo un affare.

Quando i governi civili si lasciano coinvolgere negli affari degli uomini, allora queste due frasi vengono compromesse. Le forze anti-immigrazione si oppongono alla prima frase: "Vivi e lascia vivere". I protezionisti si oppongono alla seconda: "Facciamo un affare". Molto spesso troviamo persone che si dicono a favore di entrambe le posizioni e si definiscono conservatrici. I conservatori amano le dogane, gli agenti doganali, gli addetti al controllo dell'immigrazione. Si fidano del Congresso e della burocrazia... solo ai confini nazionali. In altri settori della vita, insistono di credere nei principi di uno stato limitato. Ma mostrate loro un confine nazionale e abbandoneranno i loro principi. Hanno fiducia nel governo federale non appena vedono un confine nazionale.

Tenetelo a mente: la residenza non è la stessa cosa della cittadinanza. I conservatori confondono i due concetti. Gli americani non commisero questo errore fino allo scoppio della prima guerra mondiale


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/