mercoledì 1 luglio 2026

Brexit 10 anni dopo: il collasso economico che non è mai avvenuto

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di John Phelan

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/brexit-10-anni-dopo-il-collasso-economico)

Quando il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna votò per uscire dall'Unione Europea, le previsioni per la sua economia erano fosche. Il Primo Ministro, David Cameron, e il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, citarono un'analisi del Tesoro che prevedeva che “un voto per l'uscita spingerà la nostra economia in una recessione che ridurrà il PIL del 3,6% e, nell'arco di due anni, lascerà senza lavoro centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese rispetto alle previsioni di crescita continua se voteremo per rimanere nell'UE”.

Quello scenario apocalittico non si è mai avverato. L'economia britannica si è ostinatamente rifiutata di collassare dopo il referendum e, quando ciò è accaduto, è stato per la stessa ragione per cui sono crollate tutte le altre economie: il COVID-19.

Se confrontiamo l'andamento dell'economia britannica prima e dopo la Brexit con quello degli altri Paesi del G7, è difficile intravedere il preannunciato tracollo economico.

Il Grafico 1 mostra la variazione in punti percentuali della crescita del PIL pro capite – l'indicatore che conta davvero per il benessere economico – tra i Paesi del G7 nei periodi pre e post-Brexit. Si osserva che la crescita del PIL pro capite del Regno Unito è stata superiore di 3,2 punti percentuali nel periodo successivo alla Brexit (dal 2016 al 2025) rispetto al periodo precedente (dal 2007 al 2016), un risultato migliore rispetto a quello di altri due Paesi del G7, Canada e Germania, e in linea con quello di un terzo Paese, il Giappone; tutt'altro che una catastrofe economica.

Grafico 1: Variazione in punti percentuali della crescita del PIL reale pro capite, dal 2007 al 2016/dal 2016 al 2025 (Livelli annui destagionalizzati e calcolati in base al calendario, dollari USA pro capite, conversione a parità di potere d'acquisto, 2020). Fonte: OECD Data Explorer

Ciononostante alcuni ricercatori sostengono che la Brexit abbia avuto un impatto economico significativo. Gli economisti Nicholas Bloom, Philip Bunn, Paul Mizen, Pawel Smietanka e Gregory Thwaites del National Bureau of Economic Research hanno stimato che entro il 2025 la Brexit avrà ridotto il PIL del Regno Unito tra il 6 e l'8%, rispetto al 2016.

Ci sono motivi per dubitarne.

Innanzitutto il documento del National Bureau of Economic Research, come altri, non confronta la performance economica della Gran Bretagna dopo la Brexit con quella di questi altri Paesi, bensì con quella di un “doppelgänger” artificiale, la cui composizione, come osserva l'economista Julian Jessop, è piuttosto sconcertante. Gli otto Paesi da cui è composto non includono né la Francia né la Germania, ma comprendono due stati baltici e gli Stati Uniti. È difficile comprenderne la logica.

In secondo luogo, attribuisce interamente la performance inferiore della Gran Bretagna rispetto al suo omologo alla Brexit. Eppure il membro del G7 che ha registrato il calo più marcato sia della crescita del PIL pro capite che di quella totale, prima e dopo la Brexit, è la Germania, che è rimasta nell'UE. Gran parte della sua deludente performance economica degli ultimi anni può essere attribuita alle sue linee di politica sulla cosiddetta “energia verde”, ma se dobbiamo tenere conto di fattori diversi dall'appartenenza all'UE quando valutiamo la performance inferiore della Germania, perché non lo facciamo anche per la Gran Bretagna?

Sotto i governi conservatori e laburisti post-Brexit, a partire dal 2024, l'economia britannica è stata strangolata da tasse e oneri normativi sempre più elevati, che ne avrebbero ostacolato la crescita anche se il Paese avesse votato per rimanere nell'UE. Questo aspetto deve essere preso in considerazione nella valutazione dell'impatto economico della Brexit.

Questi problemi metodologici potrebbero spiegare i risultati sorprendenti. Se l'economia britannica fosse davvero cresciuta di un altro sette percento, sarebbe passata dalla quarta economia a più rapida crescita del G7 nel periodo 2007-2016 alla terza nel periodo 2016-2025, il che è certamente possibile. Ma, come mostra il Grafico 2, la performance ipotizzata dagli economisti del National Bureau of Economic Research implica che, se la Gran Bretagna fosse rimasta nell'UE, la sua crescita del PIL nei dieci anni successivi al 2016 sarebbe stata superiore di 9 punti percentuali rispetto ai dieci anni precedenti al 2016. Questo rappresenterebbe un miglioramento superiore a quello di tutti gli altri Paesi del G7, ad eccezione di due: l'Italia, la cui economia, dal 2016 al 2025, si stava riprendendo da un crollo del PIL del 6,7% tra il 2007 e il 2016, e gli Stati Uniti, che sono leader del G7 in termini di crescita del PIL.

Grafico 2: Variazione in punti percentuali del tasso di crescita del PIL reale dal 2007/2016 al 2016/2025 (Tasso di crescita, periodo su periodo, volume a catena, corretto per il calendario e la stagionalità). Fonte: OECD Data Explorer

È plausibile? L'economia britannica era davvero pronta per una performance così solida nel 2016? Chi ricorda le lamentele sui danni economici causati dall'“austerità” del governo Cameron rimarrà sorpreso allora.

Perché la Brexit non ha smentito le previsioni economiche?

Innanzitutto l'UE è in ritardo in campo economico. Come mostra il Grafico 3, dal 2011 l'economia dell'UE è cresciuta del 20,6%, mentre l'economia statunitense – la seconda destinazione per le esportazioni britanniche dopo l'UE nel 2016 – è cresciuta del 39,9%, quasi il doppio.

Grafico 3: Crescita del PIL reale (tasso di crescita, periodo su periodo, volume a catena, aggiustato al calendario e alla stagionalità). Fonte: OECD Data Explorer

In secondo luogo, l'economia britannica era una delle meno dipendenti dagli altri Paesi membri dell'UE. Come mostra il Grafico 4, nel 2015 solo il 42,3% delle esportazioni britanniche era destinato all'UE, una quota inferiore a quella di ciascuno degli altri 27 Stati membri. Ciò è dovuto in parte al fatto che, come ha di recente osservato Luis Garicano, ex-membro del Parlamento europeo, il “mercato unico” è in gran parte un mito.

“L'FMI stima che il costo occulto del commercio di merci all'interno dell'UE equivalga a un dazio del 45%”, scrive. Ciò vale soprattutto per i servizi, dove “la cifra sale al 110%, superando i dazi imposti da Trump sulle importazioni cinesi durante il ‘Giorno della Liberazione’”. Questo rappresenta un problema particolare per la Gran Bretagna, dove, come mostra il Grafico 5, nel 2015 i servizi hanno rappresentato una quota maggiore delle esportazioni rispetto a 22 degli altri 27 Paesi dell'UE.

Grafico 4: Quota delle esportazioni verso gli altri Stati membri dell'UE, 2015. Fonte: Eurostat & Dipartimento per le Imprese e il Commercio

Grafico 5: Servizi in percentuale sul totale delle esportazioni, 2015. Fonte: Indicatori di sviluppo della Banca Mondiale

A distanza di un decennio questi fatti sono rimasti pressoché invariati e le speranze che l'economia britannica possa essere rilanciata da legami più stretti con l'UE, o addirittura da un suo rientro, sono destinate a deludere chiunque ci creda. Come per altre “uscite”, la prosperità dell'economia britannica dipenderà in larga misura da ciò che accadrà in Gran Bretagna. E se nel 2016 scrivevo che “dubito che le prospettive economiche a lungo termine della Gran Bretagna dipendano dall'adesione all'UE”, allora potrei essere giustificato a darmi una pacca sulla spalla.

Ma forse questo non coglie il punto. Per la maggior parte delle persone la Brexit non è mai stata davvero una questione economica, bensì solo un pretesto per il dibattito che la gente voleva affrontare, ma che aveva paura di esprimere apertamente: quello più elementare sull'identità. Nel decennio successivo alla Brexit, questa paura si è attenuata.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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