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martedì 11 novembre 2025

Christine Lagarde e la privatizzazione della moneta

Gli ingranaggi sono già in moto. Nella conclusione a questo saggio vi anticipavo il destino dell'Europa: fratturarsi lungo le linee che delimiteranno il Nord dal Sud. Il “federalismo pragmatico” di Draghi è esattamente questo, solo venduto al pubblico non come una disintegrazione dell'Europa bensì come un eufemismo retorico per nascondere la completa disfatta di questo progetto iper-socialista. Addirittura nemmeno più la BCE è un collante tra i vari stati, dato che le singole banche centrali nazionali possono ricorrere ai pronti contro termine per bypassarla (per quanto macchinoso possa essere il processo nonostante tutto). L'unico pilastro rimasto a reggere questo carrozzone burocratico è la moneta unica.
I grandi cambiamenti fanno fatica a essere introdotti nella storia e la demolizione controllata dell'UE non fa eccezioni. L'unione fiscale nel senso inteso da Draghi è solo un palliativo. Da qui si comprende come e perché la retorica della guerra e la stretta autoritaria intorno al collo del contribuente/risparmiatore europeo si stiano facendo più incessanti: esso deve cedere psicologicamente affinché accetti senza discutere e dia il suo consenso ai dettami che vengono dall'alto. È la stessa cosa accaduta in Inghilterra sin dalla Brexit: la “Little Britain” è stata punita, e continua a essere punita, sistematicamente per aver osato andare contro i piani europei di integrazione, al punto che se potesse voterebbe in senso opposto adesso. I tempi del disfacimento europeo stanno accelerando a questo punto e la mia previsione di un suo accadimento entro i prossimi 5 anni era “pessimistica”. La spasmodica retorica di guerra dell'UE serve a scatenare un conflitto con cui avere una scusa credibile (l'opzione fregare gli USA è sfumata) per andare in default sui debiti esistenti, ristrutturare l'euro e ricominciare daccapo con unione fiscale/obbligazionaria. Non c'è altro motivo credibile che spieghi il suicidio economico/politico/energetico/industriale dell'UE. L'oppressione burocratica, poi, serve sostanzialmente a portare allo sfinimento i contribuenti affinché accettino questa realtà.

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di Ulrich Fromy

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/christine-lagarde-e-la-privatizzazione)

In un recente discorso in Portogallo Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea (BCE), ha messo in guardia contro l'emergere delle stablecoin, affermando che potrebbero portare alla creazione di “nuove valute private”. Queste stablecoin, token coperti da valute fiat, rappresentano un rischio significativo sia per la sovranità delle nazioni sia per il “bene comune” della moneta. Auspicava pertanto che fossero regolamentate a livello globale.

Nel corso della sua esposizione è emerso chiaramente che il rischio principale di questi asset digitali è la loro popolarità tra la popolazione, la quale li vede come un modo relativamente semplice per esporsi alle valute fiat “meno peggio”, con il dollaro in cima alla lista. Secondo la Lagarde, questo successo nei mercati delle crittovalute mina l'efficacia delle politiche monetarie delle banche centrali, riducendo la quantità di denaro disponibile nelle banche commerciali tradizionali:

Penso che stiamo cadendo preda di una certa confusione tra denaro, mezzi di pagamento e infrastrutture di pagamento, e che questo fenomeno sia accelerato o accentuato a causa della tecnologia utilizzata, e in particolare da alcune tecnologie. Considero il denaro un bene pubblico e noi stessi come i dipendenti pubblici incaricati di garantirlo e proteggerlo.

Il mio timore è che questa confusione di confini di cui parlavo prima possa portare a una privatizzazione del denaro. Non credo che questo sia lo scopo per cui siamo stati nominati per svolgere il compito che abbiamo, né che sia un bene per questo bene pubblico che è il denaro.

Un altro punto interessante nell'affermazione di Christine Lagarde è che, come Andrew Bailey (governatore della Banca d'Inghilterra), sostiene che le stablecoin “fingono” di essere valute che non sono. Secondo loro le stablecoin non possono essere valute perché non sono emesse da enti pubblici, ma da aziende, in altre parole, dal mercato stesso.

Il problema risiede in questa concezione della moneta come “bene pubblico”, la cui gestione, garanzia e protezione sono responsabilità dei funzionari delle banche centrali.


Il “bene pubblico”

Il concetto di “bene pubblico” è spesso associato a quello di interesse generale. Contrariamente a quanto sembrano sostenere i banchieri centrali, l'interesse generale non risiede nella gestione centralizzata e nel monopolio statale della moneta. Infatti qualsiasi valuta controllata a discrezione di un'autorità centrale che non deve rendere conto a nessuno rappresenta una minaccia per l'interesse generale.

Innanzitutto definiamo cosa si intende per “bene pubblico”. Secondo Frédéric Bastiat, figura di spicco del liberalismo classico, il bene pubblico comprende tutto ciò che precede e trascende ogni legislazione umana: libertà, proprietà e “personalità”, ovvero la dignità, la vita e le capacità uniche di ogni individuo. È tutto ciò che il diritto positivo (creato dallo stato) dovrebbe proteggere e non attaccare continuamente, come invece fa. Sia per i liberali classici che per gli economisti Austriaci, l'interesse generale è stato visto in tutte le istituzioni spontanee che gli individui hanno creato nel corso delle generazioni. Pertanto qualsiasi desiderio da parte del legislatore di decostruire e ricostruire queste istituzioni in nome di un “nuovo interesse generale collettivo” costituisce un attacco al vero interesse generale emerso dall'azione umana. Questo è, naturalmente, il caso della moneta, una delle prime istituzioni a essere manipolata, perché il monopolio sulla moneta è il monopolio più potente che un gruppo di individui possa esercitare sulle masse. Come scrisse Hayek:

In una società libera il bene generale consiste principalmente nel facilitare il perseguimento di scopi individuali sconosciuti [...].

Il bene pubblico più importante per il quale è richiesto l'intervento dello stato non è quindi la soddisfazione diretta di particolari bisogni, bensì la garanzia di condizioni in cui gli individui e i gruppi più piccoli abbiano opportunità favorevoli di provvedere reciprocamente ai rispettivi bisogni.

La storia dimostra che il sistema bancario centrale ha continuamente violato l'interesse pubblico – in particolare la proprietà, la libertà individuale e l'individualità – centralizzando, svalutando e politicizzando la moneta. Il risultato di queste linee di politica è che il denaro oggi non è in grado di svolgere il suo ruolo di “misuratore” della relativa scarsità dei beni, di mezzo di scambio e di riserva di valore. In breve, l'attuale moneta fiat – derivante dal monopolio statale – non possiede più le proprietà chiave della moneta.

Ma cosa accadrebbe se il ruolo delle banche centrali fosse proprio quello di distruggere il “bene pubblico” che la moneta dovrebbe rappresentare, usandola come strumento di saccheggio attraverso l'inflazione monetaria, causando instabilità economica tramite la manipolazione dei tassi d'interesse e usandola come arma contro le libertà individuali attraverso un controllo statale sempre più crescente sulla vita dei singoli? In questo contesto la promessa di una moneta digitale della Banca Centrale Europea (CBDC) può essere vista come il culmine di questo attacco coordinato al vero bene pubblico.


Valute private e paura della concorrenza da parte di una moneta libera

Ecco cos'altro scrisse Hayek in The Denationalization of Money:

Se vogliamo preservare un'economia di mercato funzionante (e con essa la libertà individuale), nulla può essere più urgente dello scioglimento del matrimonio empio tra politica monetaria e fiscale, a lungo clandestino ma formalmente consacrato con la vittoria dell'economia “keynesiana”.

Contrariamente a quanto afferma Christine Lagarde, un sistema monetario di “monete private” sarebbe, al contrario, il modo migliore per promuovere e difendere la nozione di “bene pubblico” e di interesse generale. Perché? Semplicemente perché, dando agli individui la scelta esplicita della propria valuta, questi sceglierebbero naturalmente la migliore che il mercato può offrire loro: una valuta scarsa, che rifletta la scarsità del mondo, neutrale, non tassabile e certa. Una valuta in cui possiamo immagazzinare la nostra energia e il nostro tempo per differirne e distribuirne l'uso il più possibile. Idealmente ciò implica anche una valuta al di fuori delle mani corruttibili e fallibili degli uomini.

Questo è ciò che sostengono gli economisti Austriaci, come fa Hayek nel suo libro The Denationalization of Money. Secondo lui l'emissione di valute private e la libera concorrenza tra di esse porterebbero a una valuta di migliore qualità, poiché sarebbe soggetta ai meccanismi spontanei di adozione. Questo meccanismo teorizza la naturale convergenza delle preferenze individuali verso un unico mezzo di scambio. In questa logica gli individui liberi di scegliere la propria valuta favoriranno naturalmente quella che meglio conserva il suo valore, la più affidabile per il calcolo economico e la meno manipolabile e falsificabile dagli esseri umani.

In questo contesto di parità di condizioni, in cui la somma degli interessi individuali diventerebbe di fatto l'interesse generale, l'euro, come qualsiasi altra moneta fiat, non ha alcuna possibilità di sopravvivenza.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 17 giugno 2025

Mentre il mondo cerca la pace, l'UE vuole la guerra

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Ulrich Fromy

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/mentre-il-mondo-cerca-la-pace-lue)

Possiamo percepire i venti di guerra che soffiano sull'Europa, mentre il continente agita lo spettro di un conflitto contro la Russia. Di recente la Commissione europea ha presentato una serie di misure per rafforzare la difesa degli stati membri dell'UE, in particolare attraverso il piano ReArm Europe. Il piano, approvato dal Consiglio europeo in seduta straordinaria il 6 marzo 2025, mira a mobilitare €800 miliardi per le capacità di difesa dell'UE. Include un riorientamento dei fondi pubblici, ma non solo: prevede anche l'utilizzo del risparmio pubblico. Come annunciato il 17 marzo 2025, questa strategia mira a ottenere circa €10.000 miliardi di depositi bancari europei e a reindirizzarli verso l'industria bellica e le politiche di difesa pubblica.

Un altro esempio europeo: Valérie Hayer, eurodeputata francese e leader del gruppo Renew Europe al Parlamento europeo, ha di recente dichiarato che il vecchio continente sta vivendo “un momento di gravità” probabilmente mai visto sin dalla Seconda guerra mondiale. Il colpevole? La guerra in Ucraina e la minaccia esistenziale rappresentata dalla Russia per la democrazia e l'ordine europeo. Per far fronte a questa minaccia, lei e altri politici europei vogliono mobilitare i risparmi degli europei per finanziare questo sforzo collettivo nell'industria bellica.


In Francia e Germania

A metà marzo diverse personalità politiche francesi si sono espresse a favore della mobilitazione del risparmio privato per riarmare il Paese di fronte alla minaccia russa. Il 13 marzo il Ministro dell'economia francese, Éric Lombard, si è espresso a favore di questa misura davanti ai senatori francesi. In quel momento non si parlava di creare un conto di risparmio dedicato, ma piuttosto di destinare tutto il capitale risparmiato dalla popolazione.

Tuttavia, di fronte alle diffuse critiche, Éric Lombard ha fatto marcia indietro giovedì 20 marzo e ha annunciato la creazione di un fondo da €450 milioni, gestito da Bpifrance e aperto a investitori individuali che desiderino contribuire allo sforzo di riarmo nazionale diventandone azionisti indiretti. L'importo minimo da investire in questo fondo sarà di €500, con un investimento iniziale massimo che potrebbe essere di “diverse migliaia di euro”. Una volta investiti, questi fondi “sicuri” saranno congelati per almeno cinque anni.

La stessa retorica guerrafondaia si respira anche in Germania. Prima di lasciare l'incarico, Olaf Scholz ha parlato al Bundestag della “Zeitenwende”, la svolta storica che la Germania sta attualmente affrontando. Ha promesso di affrontarla investendo nel riarmo dell'esercito tedesco, la Bundeswehr. Il nuovo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha ottenuto dal parlamento tedesco la possibilità di spendere €1.000 miliardi per il riarmo del Paese. Una spesa senza precedenti in un Paese che ha a lungo delegato la propria difesa nazionale alla NATO e agli Stati Uniti.

Tutti questi investimenti europei vengono presentati come “investimenti sicuri e redditizi” (secondo Valérie Hayer), tuttavia, come la storia ci insegna, questi investimenti sono esattamente l'opposto.


Cosa ci insegna la storia 

«La società è nata dalle opere di pace; l'essenza della società è la costruzione della pace. La pace, non la guerra, è la madre di tutte le cose. Solo l'azione economica ha creato la ricchezza che ci circonda; il lavoro, non la professione delle armi, porta la felicità. La pace edifica, la guerra distrugge.» (Mises, Socialism, p. 59)

Storicamente investire in obbligazioni e fondi di guerra ha sempre significato correre il rischio di scommettere sul cavallo sbagliato. Questa scommessa avrebbe potuto benissimo portare alla rovina dei creditori dello stato sconfitto. Questo accadde in Germania con l'impossibilità di rimborsare le obbligazioni di guerra dopo il 1918. Queste ultime erano diventate prive di valore perché le riparazioni richieste dal Trattato di Versailles e l'iperinflazione della Repubblica di Weimar ne avevano reso impossibile il rimborso.

Al contrario, se lo stato fosse risultato vittorioso, il rimborso di questi prestiti, spesso ingenti, avrebbe potuto richiedere anni, mandando in rovina il creditore a causa dell'inflazione monetaria e della repressione finanziaria attuata dopo il conflitto per cancellare i debiti dello stato. Questo è ciò che accadde negli Stati Uniti dopo il 1945, quando i Victory Bond furono rimborsati. La politica di repressione finanziaria del dopoguerra mantenne bassi i tassi d'interesse e alta l'inflazione del dollaro, causando un graduale deprezzamento della valuta. Con il rimborso dei prestiti, il potere d'acquisto dei creditori diminuì negli anni successivi alla fine della guerra.

Più grave della rovina dei creditori è la rovina della società. Questi investimenti deviano capitali da alternative realmente produttive che migliorano effettivamente le condizioni di vita delle persone; ritardano il progresso dirottando capitali (risorse, lavoro e denaro) verso le industrie della difesa. Non capiscono che la prosperità a breve termine offerta dall'“industria della distruzione” è solo un'illusione e va a scapito della prosperità a lungo termine per la società nel suo complesso.

Qualsiasi società militarizzata, sciovinista e guerrafondaia non farà altro che arretrare ulteriormente lungo la strada del progresso e del miglioramento delle condizioni di vita, reso possibile dalla migliore allocazione possibile del capitale nella struttura produttiva della società. Come scrisse l'economista Frédéric Bastiat, la guerra è un'illusione di ricchezza: crea un'attività economica che si vede (l'industria bellica), ma sempre a scapito di quello che “non si vede” (ovvero opportunità perse e costi differiti). La guerra non è mai una via d'uscita da una crisi, ma la crisi definitiva che una società possa affrontare.

In breve, i guerrafondai di ogni tipo – eccitati dall'idea di trarre profitto finanziario da una possibile guerra – non capiscono nulla di economia o di storia. Peggio ancora, non capiscono nulla di guerra.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 7 aprile 2025

La Francia sprofonda sempre più nello statalismo

Queste due (1, 2) notizie, se lette in successione, sono messaggi eloquenti tra secondino e carcerato. Il piano faraonico di spesa militare ha come obiettivo quello della crisi dei titoli sovrani. Non può essere altrimenti data la natura della spesa pubblica, soprattutto se pompata all'ennesima potenza. Gli stati non possono emettere tutto il debito di cui hanno bisogno per finanziare la loro spesa in deficit. C'è innanzitutto il limite economico: deficit e debito cessano di funzionare come presunti strumenti per stimolare la crescita economica, diventando invece un ostacolo alla produttività e allo sviluppo economico. A tal proposito la sponsorizzazione della MMT altro non è stato che un modo per vendere al pubblico il piano diabolico dell'UE e al contempo giustificare la sua scalata ostile nei confronti degli Stati Uniti affinché questi utlimi spendessero irresponsabilmente tenendo vivo il mercato degli eurodollari. C'è poi il limite fiscale: l'aumento delle tasse genera entrate inferiori rispetto alle attese e il debito continua ad aumentare. Infine c'è il limite inflazionistico: una maggiore stampa di valuta e una maggiore spesa pubblica creano un'inflazione annua persistente, rendendo i cittadini più poveri e l'economia reale più debole. Paesi come Brasile e India stanno assistendo al crollo delle loro valute a causa delle preoccupazioni sulla sostenibilità delle finanze pubbliche e del rischio di indebitarsi di più mentre l'inflazione rimane elevata. L'euro è crollato a causa della combinazione tra difficoltà fiscali della Francia e delle richieste dei burocrati alla Germania di aumentare la sua spesa in deficit. Il crollo del prezzo dell'asset presumibilmente più sicuro, i titoli di stato, si verifica quando gli investitori devono vendere i loro titoli e non riescono ad acquistare la nuova offerta emessa dagli stati. L'inflazione persistente consuma i rendimenti reali dei titoli acquistati in precedenza, portando all'emergere di evidenti problemi di solvibilità. In sintesi, una crisi finanziaria funge da prova dell'insolvenza dello stato. Quando l'asset a più basso rischio perde improvvisamente valore, l'intera base patrimoniale delle banche commerciali si dissolve e diminuisce più velocemente della capacità di emettere azioni o obbligazioni bancarie. Ecco perchè si stanno tirando indietro e cercano di lasciare agli invetitori retail l'onere di sostenere le nuove emissioni. Sanno benissimo qual è il piano. Le banche non causano crisi finanziarie, bensì è la regolamentazione, la quale considera sempre i prestiti agli stati un investimento “senza rischi”, anche quando i coefficienti di solvibilità sono bassi. Poiché la valuta e il debito pubblico sono inestricabilmente legati, la crisi finanziaria si manifesta prima nella valuta, che perde il suo potere d'acquisto e porta a un'inflazione elevata, e poi nelle obbligazioni sovrane.

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di Ulrich Fromy

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-francia-sprofonda-sempre-piu-nello)

Éric Lombard, ministro dell'Economia e delle Finanze francese, propone un'impressione di sé sempre più negativa con le sue dichiarazioni sull'economia e sul ruolo dello stato nella società. Queste posizioni sono un perfetto riflesso del divario tra la classe politica francese, i difensori dello statalismo e un mondo che sta seguendo una strada completamente opposta: una strada di libertà, liberalizzazione economica, desideroso di ridurre il peso dello stato nella vita degli individui... In breve, stiamo assistendo a una rinascita delle idee liberali in Occidente mentre Paesi come la Francia sprofondano sempre più nello statalismo. Questo dogmatismo teologico nel socialismo e nello statalismo potrebbe rivelarsi poco saggio in un mondo in cui leader politici come Milei, Orban e Trump tendono a concordare sul fatto che la presenza eccessiva dello stato sia esattamente il pericolo.


Lo statalismo contro il buon senso economico

In un'intervista sul canale televisivo BFMTV del 17 gennaio 2025, il ministro dell'Economia francese Éric Lombard ha discusso la strategia economica del governo per il 2025. Durante questa intervista ha affermato che:

Gli investimenti sul clima richiederanno molti sforzi che non saranno sempre redditizi, e questo probabilmente porterà a un calo della redditività delle aziende, ed esse dovranno accettarlo [...]. Questi investimenti sono necessari perché altrimenti il riscaldamento globale ucciderà l'economia.

Questo breve passaggio illustra perfettamente fino a che punto il Ministro dell'Economia non sappia nulla di economia. Questi “investimenti non redditizi” sono aberrazioni economiche che non dovrebbero esistere in circostanze normali. Infatti mobiliteranno risorse, capitale, lavoro e tempo in progetti che gli imprenditori in un libero mercato non avrebbero mai intrapreso.

In un libero mercato l'azione imprenditoriale è sempre guidata dalla ricerca del profitto. È questo il modo sbagliato di procedere? Ovviamente no. Questa ricerca del profitto consente la migliore allocazione possibile delle risorse scarse nel sistema produttivo. L'imprenditore avrà tutto l'interesse a utilizzare risorse limitate (terra, lavoro, capitale, tempo) in modo efficiente per raggiungere il suo obiettivo, che è quello di soddisfare i consumatori, e quindi tutti noi. Il calcolo economico e i segnali di prezzo guidano l'imprenditore in questa ricerca di redditività. Se le risorse vengono utilizzate in modo efficiente e i consumatori sono soddisfatti, l'imprenditore viene ricompensato con profitti. Al contrario, se non riesce a soddisfare i consumatori, viene punito con perdite. Mises scrisse:

Il progresso economico [...] è opera dei risparmiatori, che accumulano capitale, e degli imprenditori, che lo trasformano in nuovi usi. Gli altri membri della società godono dei vantaggi del progresso, ma non solo non vi contribuiscono in alcun modo anzi pongono ostacoli sul suo cammino.

Nel caso degli investimenti non redditizi assunti da Éric Lombard, comprendiamo che lo stato non intende conformarsi agli imperativi della realtà. Ci vuole il monopolio dello stato sul denaro, sulla spesa e sugli investimenti per giustificare tali progetti che vanno contro il buon senso economico. Ad esempio, l'impossibilità di posticipare l'uso dell'energia prodotta nel tempo senza un'adeguata capacità di stoccaggio, costi di manutenzione proibitivi, intermittenza e incertezza della produzione, ecc. Alla fine la realtà raggiungerà sempre questi progetti puramente ideologici, i quali possono solo portare a sprechi irrecuperabili di risorse e tempo.

Per adattarsi al meglio alla transizione ecologica e all'urgenza che può rappresentare, c'è una sola soluzione: lasciare che il libero mercato risponda a queste sfide da solo, senza alcun “aiuto” da parte dello stato. Un calcolo economico sano e libero promuoverà l'allocazione ottimale delle risorse scarse. Questo vale anche per il tempo umano, che è la risorsa ultima e più scarsa nell'economia. Solo il libero mercato è in grado di massimizzare il suo utilizzo per affrontare nel miglior modo possibile questa “emergenza climatica”.


“Siamo un Paese fatto di stato”

Pochi giorni dopo il ministro dell'Economia francese ha ribadito sul canale televisivo LCI che “la Francia non è un Paese liberale, siamo un paese fatto di stato, di protezioni” e dovrebbero “essere guardinghi nei confronti delle persone che sono riluttanti a pagare le tasse poiché mettono a repentaglio il futuro dei nostri figli”. “Trump” — ritirandosi dall'accordo di Parigi — “ci sta mettendo tutti in pericolo”. Ancora una volta la sua dichiarazione è abbastanza chiara: il ministro dell'Economia francese non sa nulla di economia. Infatti il liberalismo non è sinonimo di insicurezza, così come “protezione da parte dello stato” non è sinonimo di sicurezza. In realtà è esattamente il contrario.

In primo luogo, manipolando i prezzi e intervenendo costantemente nel processo economico, lo stato non fa che indebolire e destabilizzare il libero mercato. Le risorse sono allocate male, i segnali dei prezzi sono distorti, gli individui non trovano più il loro vero posto nell'economia e le crisi sono inevitabili. Ad esempio, una società che consente alla sua banca centrale di manipolare il prezzo intertemporale del capitale in modo completamente discrezionale invierà costantemente segnali sbagliati agli imprenditori sulla reale disponibilità di capitale e sulla volontà dei consumatori di spendere il loro reddito oggi o domani.

Sebbene i loro effetti non siano immediatamente evidenti, sono comunque disastrosi a lungo termine, poiché portano agli inevitabili cicli di boom/bust. Questi cicli sono caratterizzati da falsi boom economici che portano inevitabilmente alla recessione, un severo e necessario riadattamento del mercato alla realtà dell'economia e alla reale disponibilità di fattori di produzione scarsi. Alla fine l'interventismo è sempre una fonte di incertezza e instabilità, anche se i burocrati francesi credono fermamente che non sia così.

Al contrario il liberalismo rende gli individui più sicuri e resilienti. Il libero mercato consente a ogni individuo di perseguire le proprie ambizioni integrando un complesso sistema di cooperazione basato sulla divisione del lavoro e sulla specializzazione delle competenze. Una società in cui tutti trovano il loro posto per servire al meglio gli altri è una società prospera e, quindi, più sicura. È ovvio per chiunque sia interessato agli studi dell'azione umana e dell'economia che il progresso non può essere pianificato a tavolino. È un processo spontaneo, il risultato delle azioni soggettive di tutti gli individui nell'ambiente di mercato, ognuno guidato dal proprio interesse personale.


Innumerevoli ostacoli al progresso

Il progresso non può essere organizzato [...]. La società non può fare nulla per aiutare il progresso. Se carica l'individuo di catene indistruttibili, se circonda la prigione in cui lo rinchiude con muri insormontabili, ha fatto tutto ciò che ci si può aspettare da essa. Altrimenti il genio troverà presto un modo per conquistare la propria libertà uscendo dalla lampada.

Ciò che Éric Lombard dimostra con le sue recenti dichiarazioni è la sua incomprensione del fallimento delle linee di politica interventiste nel processo economico, cosa che può solo produrre risultati mediocri perché non segue le realtà del mercato. I risultati saranno sempre mediocri perché l'imperativo dei risultati reali, i profitti derivanti dalla soddisfazione del consumatore, è assente. Di conseguenza non ha senso per lo stato investire in un settore in cui il settore privato è già coinvolto, dato che quest'ultimo sarà sempre più veloce ed efficiente, come impone la concorrenza.

La tragedia di queste avventure inutili risiede soprattutto nella perdita definitiva di risorse e tempo per l'economia francese. La tragedia è che l'alternativa, ovvero gli usi veramente produttivi del capitale, non verrà mai presa in considerazione, tutto a causa dell'interventismo statale. Esso non è altro che un sabotaggio permanente del progresso reale, che può venire solo dal libero mercato. Purtroppo con un tale ministro dell'economia, il futuro della Francia non sembra affatto luminoso. Questa è una vergogna per il luogo di nascita di rinomati pensatori liberali come Turgot, Say e Bastiat.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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