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lunedì 6 luglio 2026

Trump ha smascherato il bluff dell'Europa

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Wolfgang Munchau

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-ha-smascherato-il-bluff-delleuropa)

Il piano in 28 punti negoziato dalla Casa Bianca con il Cremlino non è affatto definitivo. È ben lungi dall'esserlo. È solo una bozza, niente di più, niente di meno. In ogni caso, Trump è un personaggio imprevedibile: potrebbe tirarsi indietro da un momento all'altro, ma questa volta non credo che lo farà.

Il piano, inizialmente diffuso su un canale Telegram, non è certo una soluzione ideale per l'Ucraina, ma, allo stesso tempo, non è una “capitolazione” e chi lo ha definito tale in realtà non desidera un accordo. L'Ucraina potrà migliorarlo, ma, a dire il vero, non di molto. “Non hai le carte giuste in mano”, ha detto Trump a Zelensky. Purtroppo, dopo il recente scandalo di corruzione, la sua posizione è più debole che mai.

Negli ultimi tre anni i funzionari statunitensi mi hanno ripetutamente detto che l'Ucraina non aveva alcuna possibilità di vincere la guerra. E dopo che l'America ha ritirato il suo sostegno all'inizio dell'anno scorso, è apparso chiaro che avevano ragione: l'Europa non è in grado di colmare il vuoto. Gli europei potranno anche essere i paladini, con aria di superiorità morale, del rapido collasso dell'ordine mondiale multilaterale, ma la storia ricorderà che, al momento decisivo, non erano pronti a passare dalle parole ai fatti. In media il sostegno totale all'Ucraina si è aggirato intorno ai €4 miliardi al mese durante la prima metà dell'anno scorso. A luglio e agosto è crollato a meno di €1 miliardo al mese, secondo il Kiel Institute. Nessun grande Paese europeo si è dimostrato disposto a tagliare la spesa pubblica o ad aumentare le tasse per finanziare l'Ucraina in modo significativo. La strategia europea, per quanto limitata alle apparizioni fotografiche con Zelensky, era quella di tenere i russi impegnati in combattimento fino a quando non si fossero stancati.

Purtroppo l'America si è stancata per prima e l'Europa non aveva un piano B.

Ora l'Europa è a corto di soldi e di idee... e Trump ha un piano. Ha puntato sul lungo termine. Le sue dure parole contro Vladimir Putin erano solo tattiche, volte a mascherare una strategia a lungo termine per porre fine alla guerra. Come ha suggerito Phillips O'Brien nella sua analisi “Long Con”, anche le sanzioni secondarie sul petrolio imposte da Trump facevano parte di questa manovra. Queste avrebbero dovuto entrare in vigore il 21 novembre scorso, eppure non è successo nulla. India e Cina possono continuare ad acquistare petrolio russo impunemente; le sanzioni non sono mai state una cosa seria.

Trump ha una priorità assoluta: porre fine alla guerra, a qualunque costo. E in questa impresa ha due vantaggi principali. Il primo è la dipendenza militare dell'Ucraina e dell'Europa dagli Stati Uniti. Il secondo è lo status unico dell'America come unica potenza occidentale influente con canali diplomatici diretti con Mosca. Gli europei hanno commesso un enorme errore strategico quando hanno interrotto simultaneamente i colloqui con Vladimir Putin.

Il piano di Trump in 28 punti è stato quindi negoziato da Steve Witkoff con la sua controparte russa, Kirill Dmitriev. A dire il vero dà l'impressione di essere un lavoro in corso: la versione trapelata era scritta in russo e, tradotta in inglese, risulta goffa. È dettagliato, ma non è affatto un testo formalmente concordato.

Ci sono, tuttavia, alcuni elementi non negoziabili. Uno di questi è l'accordo territoriale che darebbe alla Russia una parte dell'Ucraina che non occupa ancora. La Russia controlla già quasi il 90% dell'intera regione del Donbass: tutta Luhansk e circa tre quarti di Donetsk. Il piano di pace di Trump consegnerebbe alla Russia il territorio rimanente di Donetsk, insieme ai 200.000 ucraini che risiedono ancora nelle zone dell'oblast controllate dall'Ucraina. Secondo il piano, il territorio verrebbe smilitarizzato e diventerebbe parte di una zona cuscinetto.

Il team di Trump ha accettato questa condizione perché ha concluso, a mio avviso correttamente, che senza di essa non ci sarebbe alcun accordo. Putin continuerebbe a combattere e alla fine conquisterebbe altro territorio. La Russia ha fatto progressi: è riuscita a occupare la città di Pokrovsk, in prima linea. Potrebbe volerci un altro anno prima che la Russia conquisti la parte restante di Donetsk, prima di puntare al premio più ambito: Zaporizhzhia, una città di circa 700.000 abitanti, capoluogo dell'omonima regione. A quel punto l'indipendenza futura dell'Ucraina non sarebbe più garantita.

Questo accordo di pace non è così unilaterale come sostengono i suoi critici. Riconosce formalmente la sovranità dell'Ucraina e il suo diritto ad aderire all'UE. Consente inoltre all'Ucraina di mantenere un esercito, con un limite ragionevole di 600.000 soldati. Non impedisce inoltre ai Paesi della NATO di fornire ulteriore assistenza, fatta eccezione per alcune categorie di armi come i missili a lungo raggio.

Ma ci sono delle vere e proprie sorprese. Sono quasi caduto dalla sedia quando ho letto il punto 14, che propone di investire $100 miliardi di beni congelati della Russia nella ricostruzione dell'Ucraina, con gli Stati Uniti che si intascherebbero metà dei profitti. Questo è il classico modus operandi di Trump: giocare a giochi commerciali che vanno oltre l'immaginazione dei nostri diplomatici europei. Inoltre l'Europa sarebbe obbligata a versare $100 miliardi in aiuti di tasca propria. Ci sarà un fondo di investimento russo-americano per finanziare progetti congiunti tra Stati Uniti e Russia, con profitti condivisi.

Ma soprattutto l'accordo obbliga l'Europa a sbloccare i $200 miliardi in asset russi attualmente detenuti in conti europei, principalmente in Belgio. Si tratta di una pillola amara; l'Europa sperava di poter utilizzare il denaro russo come garanzia per i prestiti all'Ucraina. Trump non ha l'autorità per costringere l'Europa a sbloccare i fondi – Friedrich Merz ha già respinto questa richiesta – ma potrebbe rendere le cose difficili in caso di rifiuto.

L'unica strategia semi-coerente dell'Europa nei confronti dell'Ucraina era stata quella di trattenere questi asset come leva per future riparazioni: un piano basato sulla finzione che l'Ucraina avrebbe vinto questa guerra.

Ma se Russia e Ucraina dovessero raggiungere un accordo, questo piano risulterebbe impraticabile, poiché costituirebbe uno strumento con cui gli europei potrebbero sabotare l'intesa.

Un altro punto fermo nell'accordo di pace è la graduale revoca delle sanzioni. Riammettere la Russia nel Gruppo dei Sette Paesi industrializzati avanzati – riportandolo alla denominazione di G8 – sarebbe doloroso per gli europei. La Russia fu espulsa nel 2014, dopo l'annessione della Crimea. Un G8 rinato sarebbe di fatto governato da Trump e Putin.

Non sorprende, quindi, se i leader dell'UE continuino a rilasciare dichiarazioni in cui affermano di voler presentare una controproposta, pensata principalmente per ostacolare il piano di Trump. Insistono per un cessate il fuoco, una richiesta inaccettabile.

L'Ucraina, al contrario, ha espresso pareri positivi su una nuova versione dell'accordo. Il Kyiv  Independent ha citato un alto funzionario statunitense secondo il quale il piano era stato elaborato con Rustem Umerov, segretario del Consiglio nazionale e di sicurezza dell'Ucraina e uno dei più stretti collaboratori di Zelensky. A quanto pare Umerov ha approvato la maggior parte dell'accordo, dopo aver apportato alcune modifiche, che ha poi presentato a Zelensky.

Anche gli atteggiamenti interni in Ucraina stanno cambiando. Ho notato un post di Iuliia Mendel, ex-addetta stampa di Zelensky e strenua sostenitrice dell'Ucraina: “Il mio Paese sta sanguinando. Molti di coloro che si oppongono istintivamente a ogni proposta di pace credono di difendere l'Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più evidente che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all'interno del Paese in questo momento”. Ha assolutamente ragione nell'osservare che i più accesi sostenitori dell'Ucraina in Europa sono coloro che non comprendono minimamente la realtà militare sul campo.

Gli europei incoraggeranno quindi Zelensky a continuare a lottare? Sono sicuro che ci proveranno, ma non sono sicuro che ci riusciranno. Alla fine faranno marcia indietro.

Perché se l'Ucraina dovesse rifiutare l'accordo Trump interromperebbe formalmente gli aiuti militari e il supporto di intelligence rimanenti al Paese. L'Ucraina si affida a questi strumenti come sistema di allerta precoce per eventuali attacchi imminenti, nonché per guidare i propri attacchi contro le infrastrutture russe.

Trump potrebbe spingersi persino oltre e rinunciare alla responsabilità degli Stati Uniti per la sicurezza dell'Europa, sostenendo che il continente sta correndo rischi inaccettabili. Gli europei lo sanno, ovviamente. Sebbene esteriormente possano dare l'impressione di sfida, le loro azioni suggeriscono il contrario. Dopo che Trump ha imposto dazi sulle importazioni europee, l'UE ha ceduto e ha accettato un forte aumento della spesa militare. Se l'Europa avesse davvero voluto l'indipendenza dagli Stati Uniti, avrebbe creato un'unione per gli appalti della difesa, con un mandato “Compra europeo”, e avrebbe iniziato a riorganizzare le proprie forze armate. Nulla di tutto ciò è accaduto, né accadrà. Questo è il problema del multilateralismo: si preoccupa troppo delle procedure.

Nei prossimi mesi possiamo aspettarci molte proteste da parte delle capitali europee. I leader insisteranno sul fatto di voler mantenere la sovranità decisionale. Dal punto di vista giuridico, questo è vero. Gli Stati Uniti non hanno il diritto di decidere il destino degli asset russi detenuti in Europa.

Ma questa non è una disputa legale, bensì politica. L'Europa non ha mai avuto una strategia valida per la guerra, e ora sta diventando chiaro che non ne ha una nemmeno per la pace. Gli europei non hanno altra scelta che scendere a compromessi: non hanno più carte da giocare.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 10 febbraio 2025

Perché l’Europa teme la libertà di parola

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Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Wolfgang Munchau

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/perche-leuropa-teme-la-liberta-di)

Conosciamo tutti la vecchia barzelletta che recita: quando un referendum europeo dà il risultato “sbagliato”, il Paese vota ancora finché non si ottiene il risultato “giusto”.

L'UE pensava che questo dovesse essere tristemente vero dopo la Brexit e infatti finora nessuno ha riso.

Anzi, la situazione è peggiorata.

Prendete la Romania, che di recente ha annullato le elezioni presidenziali quando Călin Georgescu, leader di una coalizione nazionalista di destra, ha vinto il primo turno. Thierry Breton, ex-commissario europeo francese, ha reso manifesta la mentalità dell'UE durante una recente intervista televisiva: “L'abbiamo fatto in Romania e ovviamente lo faremo in Germania se necessario”.

In altre parole, se non si può sconfiggere l'estrema destra, allora bisogna bandirla dal dibattito pubblico.

Non sono mai stato d'accordo con quello che Breton ha sempre detto, ma gli sono grato per aver esposto il suo caso con tale chiarezza. Durante il suo periodo come commissario per l'industria a Bruxelles, dal 2019 fino all'estate scorsa, quando Emmanuel Macron lo ha sostituito con una figura più compiacente, è stato la forza trainante dietro una serie di leggi progettate per mantenere l'Europa nell'età oscura digitale. La più estrema di suddette è stata il Digital Services Act (DSA) che obbliga “le grandi piattaforme online”, come X e Meta, a verificare i fatti e filtrare le fake news.

Ma, grazie a Breton, la verità è saltata fuori: l'obiettivo finale dell'Europa non è salvare il dibattito pubblico, ma soffocare i partiti di estrema destra privandoli dell'ossigeno dell'informazione. Il DSA non è nemmeno l'ultima parola nella jihad anti-digitale dell'UE. Una delle grandi idee di Ursula von der Leyen dell'anno scorso durante le elezioni europee è stata il cosiddetto “scudo democratico”, ovvero approvare ancora più leggi per impedire interferenze esterne negli affari dell'UE. Questa cosa evoca immagini di combattimenti con spade laser e sotto certi aspetti non è lontana dalla realtà: un blocco spaventato ha bisogno di uno scudo per proteggersi dal nemico incombente.

Mark Zuckerberg è sicuramente andato all'attacco. La scorsa settimana ha annunciato che abbandonerà il fact-checking sulle sue piattaforme, sfidando di fatto il DSA. E sta scommettendo su Donald Trump per proteggersi dalle conseguenze legali. Dato che Vance, il vicepresidente eletto, ha già minacciato di porre fine al sostegno degli Stati Uniti alla NATO se l'Europa provasse a censurare X di Elon Musk, sicuramente lo stesso varrà per Facebook. E l'UE è fin troppo dipendente dagli Stati Uniti per essere in grado di organizzare una campagna efficace contro una qualsiasi delle piattaforme social americane. Il DSA, elaborato frettolosamente durante la pandemia, non solo giudica male la natura dei social media, ma anche il potere politico. Espone la debolezza dell'Europa agli occhi dell'America.

Questa non è solo una battaglia geopolitica, però, è anche una battaglia europea. Il tentativo di repressione rivela che c'è qualcosa che il blocco teme più della libertà di parola: il populismo. Gli eurodeputati hanno trovato abbastanza difficile digerire le brutali esplosioni di Nigel Farage quando era membro del Parlamento europeo. Ora hanno Musk che gli alita sul collo, sostenendo i candidati dell'AfD, un partito che siede all'estrema destra nei banchi del Parlamento europeo e che sostiene l'uscita della Germania dall'UE.

I media tedeschi hanno avuto un crollo collettivo quando Musk ha twittato il suo sostegno ad AfD, ha intervistato su X Alice Weidel, co-leader del partito, e poi l'ha sostenuta in un articolo sul Die Welt. Il direttore editoriale del quotidiano tedesco si è dimesso per protesta. E un articolo su un altro giornale ha descritto istericamente l'intervento di Musk come incostituzionale. Che i giornalisti sostengano la censura sembra scioccante, finché non si comprende il ruolo del giornalismo nella società dell'Europa continentale: opera saldamente all'interno di uno stretto consenso politico centrista, che abbraccia tutti i partiti dal centro-sinistra al centro-destra. Naturalmente AfD non ottiene molto spazio sui media tedeschi.

Ma mentre è marginalizzato dai media generalisti, AfD prospera su TikTok, dove ha un vasto seguito. Quindi ciò che irrita i media tedeschi e i politici di altri partiti è che il cartello della censura non funziona più bene come una volta. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito i media generalisti, un tempo potenti, hanno già perso il loro potere. Hillary Clinton ha espresso tale frustrazione quando ha detto che i social media devono verificare i fatti, altrimenti “perdiamo il controllo”. Ma l'Europa vive ancora in una zona crepuscolare in cui i media generalisti si crogiolano nel tramonto del potere, cercando di ignorare i social media che sorgono all'altro orizzonte. Come tutte le moderne battaglie politiche in Europa, si tratta di proteggere interessi stabiliti.

Il caso rumeno dimostra come queste restrizioni alla libertà di parola siano le prime salve di una guerra di repressione più ampia. Le elezioni presidenziali sono state annullate perché un TikTok infestato dai russi aveva disinformato gli elettori. Sono sicuro che i russi fossero attivi, ma è scioccante pensare che un'elezione sia stata annullata perché qualcuno potrebbe aver mentito su TikTok.

Sia chiaro, nessuno ha parlato di brogli elettorali. Georgescu ha vinto il primo turno delle elezioni in modo leale e onesto, ma come con la ridicola pantomima a Bruxelles dopo il voto sulla Brexit, la presunzione di voler spingere per l'annullamento del risultato si basava sul fatto che gli elettori sono troppo stupidi per farsi un'idea propria. La ripetizione si terrà il 4 maggio, seguita da un ballottaggio tra il candidato di maggior successo due settimane dopo. Georgescu è ancora il candidato con più probabilità di vincere secondo i sondaggi di opinione, ma l'establishment politico rumeno è ancora determinato a trovare modi per radiarlo, il più promettente dei quali è la speranza che possa aver ricevuto fondi non dichiarati.

Esistono modelli simili anche altrove.

Marine Le Pen rischia la potenziale squalifica dalle elezioni presidenziali del 2027 a seguito di accuse di irregolarità riguardanti i suoi assistenti al Parlamento europeo. Più di recente Bruxelles è stata spaventata dalla vittoria in Austria del Partito della Libertà, il quale è riuscito a ottenere il 28,8% dei voti alle elezioni generali di settembre. Ha superato una soglia oltre la quale è diventato politicamente impossibile per gli altri partiti formare coalizioni. Herbert Kickl, il leader dell'FPÖ, ora diventerà il prossimo cancelliere dell'Austria. Nel frattempo, in Germania, un gruppo di 113 parlamentari si è unito per bandire AfD. La loro storia è che l'estrema destra vuole distruggere la democrazia. Mentre il partito non ha ancora sondaggi abbastanza alti da innervosire l'ennesima coalizione centrista a Berlino dopo le elezioni di questo mese, la Germania potrebbe essere a pochi punti percentuali di distanza da un'impasse in stile austriaco.

Di sicuro, però, l'approccio sensato all'ascesa dell'AfD, dell'FPÖ e di altri partiti di destra non è quello di censurarli, ma di affrontare il problema di fondo che li ha resi così forti: persistente incertezza economica, perdita di potere d'acquisto e politiche disfunzionali sull'immigrazione. In mancanza di ciò, perché non cooptare i partiti di estrema destra come partner di coalizione junior come hanno fatto in Svezia e Finlandia? Se la Weidel venisse improvvisamente spinta a ricoprire il ruolo di ministro dell'economia, potremmo saggiare se sarà in grado di difendere il suo curriculum al governo. Ma i partiti centristi in Germania e Francia non faranno né l'una, né l'altra cosa. Hanno eretto barriere politiche contro l'estrema destra e stanno raddoppiando la dose con le stesse vecchie linee di politica.

È un approccio che inevitabilmente si ritorcerà contro di loro. Una Le Pen bandita sarebbe molto più pericolosa per l'establishment centrista, e forse anche più estrema quando alla fine arriverà al potere. Allo stesso modo AfD verrebbe sicuramente radicalizzata dopo un'espulsione coatta.

Fino ad allora, le armi spuntate preferite dall'UE (divieti normativi, barriere politiche e censura) infliggeranno più autolesionismo che benefici. Nella gerarchia dei diritti democratici, la libertà di parola ha una priorità relativamente bassa in Europa. Come le creature nel libro La Fattoria degli animali di George Orwell, faccio fatica a individuare la differenza tra gli estremisti di destra e coloro che cercano di combatterli.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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