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martedì 21 ottobre 2025

Nessun salvataggio centrale: Milei fa sul serio con il federalismo

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi quattro anni in particolare. Questa una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Skot Sheller

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/nessun-salvataggio-centrale-milei)

Poche regioni in Argentina simboleggiano il crollo del modello peronista in modo così chiaro come La Rioja. Questa provincia remota e povera ha fatto affidamento per decenni sui sussidi distribuiti dal governo federale per mantenere in funzione un'economia fortemente statalista. A La Rioja due lavoratori su tre sono dipendenti pubblici, l'attività privata è scarsa e il settore produttivo è dominato da aziende controllate dallo stesso governo provinciale.

Fino all'elezione di Javier Milei, il governo centrale argentino trasferiva regolarmente fondi alle province attraverso i cosiddetti “trasferimenti discrezionali”, fondi non obbligatori assegnati per motivi politici, che a loro volta alimentavano reti clientelari.

Con l'elezione di Milei  questa dinamica si è interrotta bruscamente. La sua politica di aggiustamento fiscale, incentrata sull'eliminazione del deficit e sul ripristino dell'equilibrio di bilancio, ha portato a un taglio del 98% dei trasferimenti discrezionali alle province. Privata di fondi e senza accesso ai mercati del debito, La Rioja è diventata insolvente nel febbraio 2024.

In risposta, il governatore Ricardo Quintela, fedele al peronismo e acceso oppositore delle riforme liberali di Milei, ha lanciato una misura disperata: la creazione di una quasi-valuta locale, emessa con il nome tecnico di Bono de Cancelación de Deuda (BOCADE), comunemente nota come Chacho, in onore del caudillo locale Ángel Vicente “Chacho” Peñaloza. Con una parità ufficiale di 1:1 con il peso argentino, il Chacho doveva formalmente avere lo stesso valore di un peso.

A partire da agosto 2024 il Chacho è stato utilizzato per pagare circa il 30% degli stipendi dei dipendenti pubblici e poteva essere utilizzato nelle attività commerciali aderenti e per pagare le tasse locali. Il governo non ha obbligato i commercianti ad accettarlo, ma ha offerto loro degli incentivi.

Sebbene la misura abbia inizialmente innescato un picco nella domanda, con circa la metà degli acquisti in alcuni negozi effettuati in Chachos durante la prima settimana, la sua accettazione è rapidamente diminuita e il valore della valuta si è ulteriormente deteriorato al di fuori della provincia. Sono emerse restrizioni all'uso, insieme a mercati paralleli e negozi che accettavano Chachos solo per una percentuale dell'acquisto totale o che davano credito al negozio invece del resto. Entro la fine del 2024 la circolazione del Chacho è stata progressivamente ridotta, con il governatore Quintela che lamentava il fatto che la maggior parte dei commercianti non lo accettasse.

Pur considerando la moneta una misura “ingannevole e dannosa”, Javier Milei si è rifiutato di intervenire, poiché il presidente argentino crede fermamente nel federalismo competitivo. L'idea di Milei è che le province debbano essere libere di determinare le proprie politiche fiscali, di bilancio e persino monetarie, e allo stesso tempo farsi carico delle conseguenze di tali decisioni. Lo stato non dovrebbe essere paternalistico, anche se ciò significa lasciare che i comuni non paghino i propri debiti.

Milei immagina una struttura in cui le giurisdizioni subnazionali competano tra loro, adeguando tasse, normative e servizi pubblici per attrarre investimenti di capitale e talenti.

L'Argentina aveva già sperimentato un'ondata di quasi-valute negli anni '80 e nei primi anni 2000, quando più di una dozzina di province, tra cui La Rioja, fecero ricorso a emissioni locali di quasi-valute durante le crisi. All'epoca i titoli provinciali finirono per essere assorbiti dal governo federale e scambiati con pesos, una pratica che Milei ha giurato di non ripetere.

Si teme che il Chacho possa avere effetti inflazionistici, diretti o indiretti. Secondo l'economista Marcelo Capello della Fundación Mediterránea, se altre province seguissero l'esempio di La Rioja e queste quasi-valute venissero emesse in quantità superiori alla capacità di gettito fiscale della provincia, il rischio sarebbe critico.

Inoltre Capello mette in guardia dal rischio di una “guerra fiscale” tra le province e il governo nazionale se questo tipo di emissione dovesse diffondersi, andando a indebolire lo sforzo nazionale di contenere l’inflazione, consentendo alle province di aggirare l’aggiustamento fiscale ed emettere moneta.

Quintela sta portando fino all'ultimo respiro un modello sopravvissuto per decenni, mentre Milei si sta scontrando con la realtà: o le province effettuano riforme, o crollano senza una rete di sicurezza.

L'esperienza del Chacho riapre un dibattito ricorrente negli Stati Uniti sui salvataggi centrali. Come hanno avvertito nel corso degli anni gli economisti Thomas Sowell e Milton Friedman, il governo federale non dovrebbe salvare gli stati dai loro debiti, poiché ciò distorce il mercato e incoraggia l'irresponsabilità.

Nell'ultimo decennio gli stati americani con finanze cronicamente sbilanciate – in particolare Illinois, California e New York – hanno beneficiato dei meccanismi di sostegno federale impliciti o espliciti, soprattutto durante la pandemia. Tali interventi diluiscono gli incentivi per una sana governance attenuando l'impatto di una cattiva gestione locale.

Il caso di La Rioja ci ricorda che una federazione funzionale richiede la competizione tra giurisdizioni, non la mutualizzazione delle perdite.

I salvataggi federali per gli stati non salvano le economie. Non fanno altro che distruggere gli incentivi e addormentare il problema, offrendo una soluzione “tampone” pagata da tutti i contribuenti.

L'Argentina sta ora cercando di invertire questa logica, eliminando la rete di sicurezza federale per la scarsa pianificazione locale. Gli Stati Uniti dovrebbero seguire la stessa strada.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 11 giugno 2025

La battaglia di Milei contro la trappola monetaria dell'Argentina

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Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato "fuori controllo" negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Skot Sheller

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-battaglia-di-milei-contro-la-trappola)

Immaginate uno scenario in cui il governo federale decretasse quanti dollari possono essere acquisiti. Le aziende straniere non saprebbero con certezza quando, o addirittura se, i loro profitti verrebbero rimpatriati. Le persone avrebbero bisogno di un'autorizzazione governativa speciale per investire all'estero o acquisire dollari. Gli investimenti esteri ristagnerebbero e i dollari verrebbero commerciati sul mercato nero a prezzi gonfiati.

Questo scenario orwelliano e distopico per qualsiasi cittadino americano è stata la realtà per gli argentini dal 2011, quando la presidente Cristina Fernández de Kirchner introdusse il controllo monetario noto come cepo cambiario. La misura fu una risposta alla crescente fuga di capitali, al forte calo delle riserve internazionali e alla pressione sul peso argentino. In pratica, si trattò di una restrizione all'accesso al dollaro e di una delle maggiori distorsioni del tasso di cambio nel mondo moderno.

In quel periodo il governo argentino fece ciò che è altamente probabile che facciano gli stati: creò un problema e poi ne creò uno ancora più grande per cercare di risolverlo. L'amministrazione Kirchner, profondamente interventista, avviò un ciclo di nazionalizzazioni, controlli sui prezzi e politiche che logicamente indebolirono qualsiasi potenziale di crescita. L'Argentina non offriva più un ambiente attraente per gli investimenti.

Anche la fiducia dei cittadini venne naturalmente meno; perfino istituzioni come l'Istituto nazionale di statistica e censimento (INDEC) sono state accusate di aver manipolato la verità sui dati sull'inflazione, in un tentativo di preservare la narrazione ufficiale del governo argentino.

Com'è naturale, gli argentini iniziarono a scambiare i loro pesos con dollari come forma di protezione, portando al crollo delle riserve in dollari della banca centrale. Questo fenomeno spinse il governo argentino a decidere di fissare il tasso di cambio, anziché lasciare che il peso fluttuasse rispetto al dollaro, una linea di politica che generò una pressione significativa sulle riserve. Disperato, il governo argentino introdusse il cepo, il quale prevedeva controlli burocratici sulle importazioni, sugli acquisti di valuta estera e sulla possibilità di rimpatriare i profitti.

Il cepo divenne una presenza fissa in Argentina, presente attraverso una presidenza dopo l'altra. Anche quando il presidente di centro-destra, Macri, lo abrogò temporaneamente, lo reintrodusse dopo tre anni, a causa del deterioramento delle riserve internazionali, dei deficit di bilancio, dell'aumento dell'inflazione e della perdita di fiducia da parte dei mercati, i quali esercitavano pressioni sul tasso di cambio e sul sistema bancario. Il suo successore, Alberto Fernández, rafforzò i controlli monetari, trasformando l'accesso personale al dollaro in un assurdo processo burocratico, ma soprattutto in un intollerabile attacco alla libertà economica, che in ultima analisi è inscindibile dalla libertà individuale.

In pratica, il cepo significava che la banca centrale vendeva dollari a un tasso ufficiale ben al di sotto del tasso di libero mercato. Fino a poco tempo fa vendeva dollari a 400 pesos, mentre il mercato parallelo, il “dollaro blu”, li vendeva a circa 1.000 pesos. Ciò creava una distorsione e un evidente incentivo all'arbitraggio.

Se la banca centrale avesse avuto riserve sufficienti a soddisfare tutta la domanda al tasso di cambio ufficiale, il mercato si sarebbe naturalmente adeguato, ma le riserve si sarebbero esaurite. In quella situazione lo stato argentino aveva solo due opzioni: svalutare il peso aumentando il tasso di cambio ufficiale o razionare i dollari, limitando chi poteva acquistare e quanto, mantenendo così il cepo.

Negli ultimi anni l'Argentina ha fatto entrambe le cose: svalutando la moneta e mantenendo i controlli sui cambi.

La vittoria di Milei ha rappresentato un cambiamento radicale e senza precedenti: da una società fortemente interventista a un approccio liberale classico. Naturalmente Javier Milei ha promesso di eliminare il cepo.

La sua abrogazione, tuttavia, non è stata così immediata come alcuni dei suoi sostenitori avrebbero auspicato. Personaggi come Gabriel Zanotti e Larry White, legati alla Scuola Austriaca, hanno criticato quello che considerano un eccesso di gradualismo.

Milei, tuttavia, aveva motivo di essere cauto. Temeva che le fragili finanze della banca centrale e l'elevata inflazione del peso potessero innescare una corsa agli sportelli. Di conseguenza ha mantenuto la maggior parte dei controlli del cepo, riconoscendo che il passaggio da un modello interventista a uno liberale doveva essere graduale.

Lunedì la lunga corsa di Milei si è conclusa con l'annuncio da parte dell'amministrazione dell'abrogazione del cepo. L'annuncio è arrivato subito dopo gli accordi che hanno visto l'Argentina rafforzare le riserve attraverso accordi con il Fondo monetario internazionale, la Cina (uno swap da $5 miliardi) e altre istituzioni internazionali, per un totale di circa $28 miliardi. Ciò ha permesso l'eliminazione del cepo per i privati ​​e l'attuazione di un sistema di cambio fluttuante, con una fascia di oscillazione tra 1.000 e 1.400 pesos per dollaro.

Con pazienza, Milei è sfuggito alla trappola monetaria dell'Argentina. Non è un'impresa da poco.

Milei ha ereditato una situazione macroeconomica di gran lunga peggiore di quella dei suoi predecessori, una situazione che richiedeva un approccio graduale nonostante la pressione ideologica. Prima di eliminare il cepo, Milei ha dovuto svalutare il peso, fissare il sistema di passività e di emissione monetaria della banca centrale, attuare deregolamentazioni e tagliare la spesa pubblica, altrimenti avrebbe avuto la stessa miserabile sorte dell'ex-presidente Macri. Solo una volta che le riserve fossero state sufficienti a impedire una corsa agli sportelli, i controlli sulla valuta avrebbero potuto essere revocati.

È anche importante tenere presente che Milei governa con una base parlamentare fragile e frammentata. Il Presidente argentino ha dovuto affrontare la sfida di bilanciare la coerenza ideologica con la responsabilità istituzionale e le dure, ma necessarie, realtà del negoziato politico.

Il successo di Milei ci ricorda che il gradualismo non è incompatibile con la responsabilità istituzionale. Da una gestione attenta di queste forze, la via verso la libertà economica emergerà non come un ideale retorico, ma come l'unica via credibile verso una prosperità e una stabilità durature.

La situazione difficile di Milei è necessaria solo dopo che il Paese, un tempo considerato uno dei più ricchi al mondo, è sprofondato in una profonda instabilità economica, povertà e decadenza, un monito per gli americani. La ricchezza si crea, non è garantita e può essere distrutta da cattive politiche economiche.

Una guerra commerciale derivante da protezionismo, spesa eccessiva e cattiva gestione della massa monetaria sono tutte strade che portano allo stesso destino precedente dell'Argentina.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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