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mercoledì 5 agosto 2026

Le illusioni tedesche alimentate dal debito: Merz umiliato, l'economia in caduta libera

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/le-illusioni-tedesche-alimentate)

Il 2025 si è concluso per la cancelleria tedesca con un sonoro botto a Bruxelles. Dopo il fallito blitz contro i beni russi di Euroclear, Berlino ha volto lo sguardo alla sperata ripresa dell'economia tedesca, ma anche qui, per gli ingenui statistici, si prospetta un'altra amara realtà: la ricchezza non si crea con il debito improduttivo.

È difficile stabilire se il Cancelliere trovi appagamento, o persino gioia, nel suo attuale incarico. Non che Friedrich Merz, con i suoi numerosi stratagemmi politici, possa vantare una qualche felicità professionale. Eppure, la curiosità rimane: come dev'essere la psiche di un uomo che per quasi otto mesi è stato condotto per il naso da bucanieri socialdemocratici come Lars Klingbeil e Bärbel Bas attraverso il circo politico, esposto, umiliato e ripetutamente ridicolizzato?


Marcia verso l'economia pianificata

Le grandiose promesse di Merz di snellire la burocrazia, di dare impulso all'economia con una serie di riforme autunnali e il suo bizzarro patriottismo economico alla “Made for Germany” si dissolvono al minimo soffio di opposizione interna alla coalizione. Sembra una commedia ingenua: la CDU e l'SPD camuffano le politiche di riforma, solo per condurre il piano centralizzato di trasformazione della società e dell'economia attraverso mari sempre più agitati. Il buon vecchio Erich... cosa avrebbe pensato di ciò che è diventata la vecchia “RFT”?

La continua umiliazione pubblica subita dall'ex-direttore della colazione di BlackRock, Friedrich Merz, ha raggiunto un culmine (temporaneo) a Bruxelles: al vertice UE ha ricevuto un sonoro schiaffo dalla piccola coalizione di Visegrád guidata dal primo ministro ungherese, impedendo di fatto l'espropriazione dei beni russi presso Euroclear.

Per coloro che comprendono l'importanza di Euroclear e che intuiscono anche solo vagamente cosa significhi danneggiare un pilastro dell'architettura del mercato finanziario internazionale basata sulla fiducia, un sospiro di sollievo era inevitabile.

Ciò che minacciava la situazione era niente meno che un calcio sconsiderato alle fondamenta del sistema, dettato dall'ignoranza, dall'incompetenza politica, o da una negazione quasi maniacale della realtà riguardo alla guerra perduta in Ucraina. Il panico ha preso il sopravvento sulla ragione, l'UE e l'Europa sono sprofondate sempre più nella spirale del debito e della recessione, la cui accelerazione sta ora facendo perdere la testa a città un tempo prospere come Stoccarda e Wolfsburg.

A Bruxelles, a Merz e ai suoi alleati è stato mostrato un limite invalicabile. Si è chiuso così il cerchio su un 2025 tutt'altro che positivo per lui e tutto lascia presagire che la conclusione di quest'anno offrirà ben pochi motivi di ottimismo.


Verso il tramonto

La sola economia tedesca garantisce che il 2026 proseguirà senza soluzione di continuità il disastro del 2025. Una valutazione economica onesta richiede la volontà di un inventario onesto. La quota dello Stato sul PIL tedesco ha superato da tempo la fatidica soglia del 50%. I nuovi prestiti, al netto degli artifici contabili del governo federale, ammonteranno a circa il 5,6%.

La strenua battaglia di Merz contro il freno al debito costringe ormai persino gli economisti della Bundesbank a una valutazione realistica. Per quest'anno prevedono un deficit di bilancio ufficiale del 4,8%, una cifra che conferma indirettamente la nostra stima del nuovo indebitamento effettivo.

Se si considera lo Stato come un consumatore che colma i propri deficit creando debito improduttivo, allora una crescita pari a zero, secondo le statistiche, non significa altro che l'economia privata – quella che produce beni e servizi per i consumatori reali – si sta riducendo drasticamente.

Per contrastare questa erosione economica, il governo federale, oltre al suo bilancio già fortemente in deficit, convoglia fondi speciali verso due economie artificiali: l'economia verde e il settore bellico. A tale scopo vengono presi in prestito sul mercato del credito oltre €50 miliardi all'anno.

È questo miscuglio di ignoranza economica, oblio storico e fede quasi infantile nei miracoli che lascia senza parole! Si può tranquillamente presumere che nessun membro del governo comprenda che solo il capitale risparmiato dal processo economico e trasformato in investimenti sul libero mercato crea ricchezza.

Il duo Merz-Klingbeil sta costruendo un'economia fatta di bolle, ideologicamente impegnata nella transizione verde, ma geopoliticamente basata su un'idea storicamente fatale: la crescita di un'economia di guerra.


La silenziosa erosione dell'economia reale

Questa linea di politica potrebbe ulteriormente gonfiare il settore pubblico. La semplice distribuzione di questi enormi programmi di debito e credito mette al lavoro decine di migliaia di persone a scapito della popolazione produttiva. L'elevato ritmo normativo di Bruxelles e Berlino ha costretto l'economia tedesca a creare circa 325.000 nuovi posti di lavoro amministrativi negli ultimi tre anni, unicamente per gestire la valanga di documenti e requisiti normativi. Carta su carta: assurdo, kafkiano ed economicamente distruttivo.

Lo Stato, di fatto, esternalizza la propria burocrazia e distorce le statistiche a più livelli. Mentre gli apparati amministrativi crescono, centinaia di migliaia di posti di lavoro nel settore industriale sono già andati perduti. La stima di consenso per una crescita economica nel 2026 di appena l'uno per cento è la vera catastrofe che Berlino deve ora affrontare.

Poco importa quanto credito lo Stato ritiri dal mercato dei capitali, o quali incentivi crei per indirizzare i capitali privati ​​verso aree industriali dismesse – come l'acciaio verde o l'energia eolica. In questo contesto, il settore privato si ridurrà di almeno il quattro percento solo quest'anno.


Il punto di svolta

Per Friedrich Merz questa catastrofe economica non è più solo una bomba a orologeria politica interna. Se la spirale discendente continua, gli spettacoli mediatici, le ritualizzate critiche agli imprenditori, il patriottismo vuoto e gli infiniti slogan sulla “perseveranza” non basteranno a spiegare ai cittadini perché il loro dissanguamento attraverso tasse e mercato del lavoro continua ad aumentare mentre nessuno affronta le cause.

In sostanza, questa crisi riguarda la correzione di due fondamentali errori ideologici. Verrà il momento in cui la Germania dovrà abbandonare l'illusione di sinistra: agire permanentemente come ufficio sociale mondiale. Questa svolta coinciderà con la fine del distruttivo socialismo climatico: o porterà l'industria tedesca al fallimento, oppure la spingerà tra le braccia di Paesi gestiti in modo razionale.

Il gruppo di Visegrád ha dato un calcio dimostrativo agli stinchi di Merz, ma le dinamiche reali sono più complesse: si sta formando una forte opposizione di partiti e governi conservatori – provenienti da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Italia. Alla fine questi partiti decapiteranno la Medusa del socialismo climatico, ovvero i pianificatori centralizzati. Tuttavia, visti i forti venti contrari e la feroce resistenza del potente nucleo di Bruxelles, la nascita del Perseo europeo liberatore potrebbe rivelarsi un'impresa lunga e ardua.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 23 luglio 2026

La spirale negativa dei problemi fiscali in Francia: una nazione incapace di riforme

La stessa spirale negativa a livello economico, il benchmark del trentennale francese ha raggiunto un massimo preoccupante tra le altre cose, ha un parallelo anche a livello sociale. La neolingua orwelliana è stata adottata ad hoc dall'Unione Europea, infatti l'ultima iterazione di questa presa per i fondelli nei confronti dei sudditi europei è lo “Scudo Democratico”. La Commissione europea afferma che il suo obiettivo è creare uno spazio informativo “sicuro” in cui dovrebbero prevalere i messaggi “affidabili”, in pratica, le narrazioni allineate al consenso dominante. Il problema è che i criteri di “credibilità” dell'UE, di ciò che è considerato “disinformazione” e – cosa è particolarmente dannoso – di “discorso divisivo” sono estremamente vaghi e soggetti a interpretazioni ideologiche. Di conseguenza non saranno nemmeno tribunali indipendenti, ma piattaforme online che collaborano con organizzazioni non governative selezionate da Bruxelles a decidere quali contenuti potranno raggiungere i cittadini dell'Unione Europea. Vale la pena sottolineare il ruolo dei cosiddetti “trusted flaggers” e delle reti di fact-checker. Sono proprio queste entità, spesso finanziate con fondi pubblici dell'Unione Europea o degli stati membri, e ideologicamente uniformi, a ottenere una posizione privilegiata nel processo di moderazione dei contenuti. In pratica ciò significa delegare la censura a entità che non sono soggette ad alcun controllo democratico. Allo stesso tempo le restrizioni sulla targetizzazione e sul finanziamento dei messaggi politici rendono molto più difficile raggiungere gli elettori. In pratica le piattaforme più grandi, come Facebook, hanno già smesso di pubblicare annunci “politici” per evitare rischi legali. Non è più possibile promuovere liberamente petizioni contro l'aborto o le unioni tra persone dello stesso sesso. L'Unione Europea, sotto la bandiera della tutela della democrazia, ha iniziato a limitare sistematicamente la libertà di parola e il pluralismo politico. In questo modo ci si incammina lungo i sentieri storici di ogni regime autoritario, ricorrendo alla violenza e alla censura quando il consenso pubblico svanisce.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-spirale-negativa-dei-problemi)

Quanto sta accadendo in Francia potrebbe presto trascinare l'intera Eurozona in una profonda crisi. Il Paese sta arrancando in una crisi fiscale, bloccato in una situazione di stallo politico che sembra insormontabile. Sul mercato obbligazionario il tempo stringe e il debito pubblico francese sfugge al controllo.

Il Primo Ministro Sébastien Lecornu ha celebrato una classica vittoria di Pirro: l'Assemblea Nazionale ha approvato a stretta maggioranza la sua bozza di bilancio sociale per il prossimo anno, ma la vittoria è arrivata a caro prezzo date le ampie concessioni che non faranno altro che peggiorare una situazione fiscale già esplosiva.


Strane coalizioni

Con 247 voti a favore, 234 contrari e 93 astensioni, l'Assemblea ha approvato un piano che prevede un deficit di €20 miliardi nel bilancio sociale, significativamente peggiore rispetto ai €17 miliardi inizialmente previsti. Sia il partito di Marine Le Pen che il blocco di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon hanno respinto la proposta.

È surreale: l'impasse politica ha portato la Francia in una situazione in cui l'estrema sinistra e l'estrema destra votano insieme, spingendo collettivamente il governo verso il collasso. Per il presidente Emmanuel Macron questo potrebbe presto significare la formazione di un altro governo fragile, poiché non vi è alcuna indicazione che la Francia possa uscire da questa catastrofica situazione di stallo.

Il disegno di legge poi è passato al Senato, dove la coalizione di governo detiene la maggioranza, ciononostante lo stallo politico continua.


Riforma delle pensioni in stallo: una paralisi permanente della riforma

Lecornu è stato costretto a congelare la riforma pensionistica prevista, che avrebbe innalzato l'età pensionabile da 62 a 64 anni. Invece la Francia la porterà solo a 62 anni e nove mesi. Il Paese mantiene il bilancio sociale più elevato dell'UE, pur conservando una delle età pensionabili più basse. Ancora una volta, la Francia elude la crescente crisi pensionistica, seguendo la Germania lungo lo stesso pericoloso percorso di un sistema a ripartizione al collasso. Parigi si rifiuta inoltre di affrontare le conseguenze fiscali dell'immigrazione clandestina, una bomba a orologeria sociale la cui miccia è già esplosa.

Questa decisione mette a nudo la profonda negazione politica radicata nella classe dirigente francese: continuano a vivere a spese delle generazioni future, consumando risorse economiche che non esistono più. La Francia è diventata fondamentalmente incapace di riforme e sta precipitando in una grave crisi fiscale.

Il deficit di bilancio di quest'anno si aggira intorno al 5,6% del PIL; la proiezione eccessivamente ottimistica del governo francese per il prossimo anno è del 5%. Con enormi lacune nei conti sociali, nessuno sa spiegare come si possa raggiungere una cifra simile. È pura fantasia. Una previsione molto più realistica è un deficit compreso tra il 6% e il 7%.

La crisi politica francese rispecchia la sua paralisi economica. La produttività economica è in calo da anni. Con una quota statale del 57% del PIL, il governo francese blocca la libera allocazione dei capitali e assorbe proprio le risorse necessarie per rilanciare l'economia. La Francia non si è mai trovata a suo agio con l'economia di mercato e ora, come un gemello siamese delle disastrose linee di politica di Berlino, spinge la pianificazione centrale ancora più in profondità nell'economia.


Immobilismo economico

Con 68.000 fallimenti aziendali negli ultimi dodici mesi e un settore industriale in contrazione, il Paese si sta dirigendo a capofitto verso una grave crisi sociale, che si riflette già in un'inevitabile trappola fiscale.

La Francia sta vivendo un'ondata di fallimenti di proporzioni bibliche, che probabilmente costerà 400.000 posti di lavoro quest'anno. L'economia è in ginocchio e i francesi si rifugiano nell'illusione che un debito infinito possa in qualche modo risollevare il loro sistema di welfare.

Abbiamo visto cosa questo significhi per la stabilità dell'Eurozona: quindici anni fa la piccola Grecia perse l'accesso ai mercati e scatenò una crisi del debito che si diffuse a macchia d'olio in tutta Europa.

All'epoca, la credibilità della politica monetaria dell'Eurozona fu sacrificata per mantenere liquidi i mercati del credito, fortemente interconnessi, attraverso massicci interventi della BCE e anni di salvataggi.

Se la seconda economia dell'Eurozona dovesse subire un “arresto” sul suo mercato obbligazionario – un improvviso crollo della domanda per la crescente emissione di debito – gli strumenti tradizionali della Banca Centrale Europea non sarebbero sufficienti a contenerne le conseguenze.


Un cambiamento secolare nei titoli obbligazionari

In caso di crisi acuta, la BCE sarebbe pronta a intervenire. Il suo strumento principale sarebbe l'acquisto di titoli di Stato nell'ambito del PSPP (Programma di acquisto del settore pubblico). Ulteriore liquidità potrebbe essere iniettata attraverso operazioni di rifinanziamento mirate a lungo termine, o tramite il sostegno alle banche che detengono ingenti volumi di debito sovrano francese.

Il programma Outright Monetary Transactions (OMT) potrebbe essere attivato, consentendo l'acquisto diretto di obbligazioni di Paesi in crisi, sebbene solo nel rispetto di rigide condizioni fiscali. Ma nella prossima crisi queste condizioni saranno quasi certamente ignorate per evitare la disgregazione dell'Eurozona. La BCE ha già fornito le linee guida quando Mario Draghi pronunciò la sua famosa frase “a qualunque costo”.

Tuttavia l'influenza effettiva della BCE ha dei limiti: la parte a lunga scadenza del mercato obbligazionario – quella con scadenze superiori a dieci anni – è il segmento più profondo e liquido. Nessuna singola banca centrale può controllarlo completamente.

Da mesi i rendimenti a lungo termine sono in aumento, prima in Giappone e ora sempre più in diverse aree dell'Eurozona. Il mercato sta segnalando una perdita di fiducia nella sostenibilità del debito degli stati fiscalmente indisciplinati.

Nei mercati obbligazionari mondiali si è già verificato un punto di svolta epocale. Al suo culmine, segnerà la fine definitiva di ogni imminente crisi fiscale. Pensiamo all'Argentina: si avvicina l'era della motosega.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 24 giugno 2026

Il neofeudalesimo di Bruxelles su Internet

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-neofeudalesimo-di-bruxelles-su)

La Commissione europea sta portando avanti senza sosta il suo progetto di soggiogare i media indipendenti. Oltre alla censura classica, vengono impiegate tecnologie sofisticate come il controllo algoritmico dei risultati di ricerca. In questo modo testate alternative, come Tichys Einblick, vengono sempre più precluse al pubblico. Lo spirito repubblicano sta morendo silenziosamente.

Negli ultimi mesi si è acceso un intenso dibattito sulle pericolose tendenze anticivilizzazione di Bruxelles e sulla sua crescente ossessione per il controllo. È significativo che la stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, abbia sottolineato il netto contrasto tra l'impotenza dei cittadini europei e una burocrazia che opera con limiti sempre più ristretti.

Attualmente Bruxelles sta utilizzando ogni mezzo a sua disposizione per esaminare le chat private tramite meccanismi algoritmici invasivi, limitando e censurando la comunicazione pubblica sui media digitali e sui social network. Nel frattempo la von der Leyen si è rifiutata di garantire la trasparenza nello scandalo dei vaccini Pfizer.

Questo comportamento può essere descritto solo come neofeudale e post-illuminista. In quale altro luogo al mondo le nazioni sovrane permettono ai propri governi di intessere una ragnatela di burocrazie repressive tra gli stati membri, se non nell'Europa dell'UE?


Londra come laboratorio oscuro

Chiunque voglia farsi un'idea della traiettoria attuale di Bruxelles dovrebbe guardare a Londra. Sin dalla Brexit il Regno Unito ha funzionato come una sorta di laboratorio per il progetto di centralizzazione dell'UE.

Qualche anno dopo la Gran Bretagna ha promulgato alcune delle leggi sulla censura più severe del mondo (ancora) libero. Le autorità non sono più concentrate sullo smascherare complotti islamisti, smantellare bande di stupratori o attuare un necessario processo di rimpatrio per preservare la cultura inglese.

No, ora l'attenzione dello Stato si concentra sulle attività di opposizione. Sfruttando le nuove definizioni di “odio” e “incitamento all'odio” online, migliaia di cittadini rispettosi della legge sono stati perquisiti e arrestati solo per aver criticato le politiche migratorie o il caos urbano.

In virtù del Communications Act e del Malicious Communications Act, leggi apparentemente innocue, il governo britannico effettua ora oltre 30 arresti al giorno per motivi politici, a seguito di post online ritenuti offensivi o minacciosi dalle autorità: un attacco diretto alle libertà dei cittadini nella patria del liberalismo.


Il filtro algoritmico

Un approccio simile è auspicato dalla Commissione europea e dalle sue capitali satellite fedeli. Essa funge da centro, da spirito guida di questa linea di politica. Con l'aumento dell'opposizione politica – dall'AfD in Germania alle forze conservatrici di destra nei Paesi Bassi e nella Repubblica Ceca, fino al Fidesz in Ungheria – le basi narrative del socialismo climatico e delle politiche di frontiere aperte rischiano di dissolversi nella percezione pubblica.

Attraverso definizioni sempre più lasche di “odio” e “incitamento all'odio”, utilizzate come scudi per immunizzare dalle critiche fenomeni sociali come l'islamizzazione, il declino economico dovuto al crescente centralismo di Bruxelles o il degrado urbano, l'UE tenta di soffocare un blocco conservatore in ripresa prima ancora che possa formarsi.

Questa tendenza era già stata evidenziata dal vicepresidente statunitense, JD Vance, durante il suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Secondo Vance, la partnership con l'UE è a rischio se questo attacco istituzionalizzato alla libertà di espressione non viene fermamente bloccato.


Il bastone, niente carota e il pugnale

Per evitare il controllo internazionale, Bruxelles adotta anche una seconda strategia: il pugnale, più sottile ma altrettanto efficace. Al centro della censura rimane l'algoritmo di ricerca dominante di Google, dove il controllo opera in modo occulto, invisibile all'utente medio di internet.

Con l'eufemismo di “Scudo europeo per la democrazia”, ​​è emersa una pratica di monitoraggio dei contenuti online e di definizione politica della “disinformazione” al fine di ripulire lo spazio digitale. L'UE finanzia presunti verificatori di fatti indipendenti che segnalano alle autorità nazionali presunti discorsi d'odio, innescando azioni legali.

Si tratta di un apparato di intimidazione malevolo. Nemmeno Erich Mielke avrebbe potuto orchestrarlo meglio.


Conformità ai dettami dell'UE

Per Google questa architettura di fatto impone la sottomissione al regime dell'UE: i contenuti valutati positivamente dai verificatori di fatti accreditati dall'UE vengono privilegiati, mentre le pubblicazioni alternative, come Tichys Einblick, Apollo News, NIUS o Junge Freiheit, vengono declassate algoritmicamente. Ciò accade anche quando i post generano un traffico considerevole che normalmente li collocherebbe in cima ai risultati di ricerca.

Cosa succede quando il dibattito pubblico viene compresso in un corsetto statale? Il potere si sposta dal sovrano a un'élite politica illimitata e invasiva che, soprattutto nell'UE, può portare avanti il ​​suo progetto ecosocialista ben oltre quanto sarebbe mai immaginabile in condizioni normali.

Una società ampiamente informata e dotata di spirito critico non avrebbe mai permesso che intere popolazioni venissero spinte nella disoccupazione e nella povertà sotto i dettami distruttivi dell'allarmismo climatico di origine antropica. Né le linee di politica sulle frontiere aperte sarebbero persistite di fronte alla visibile islamizzazione dell'Europa, cosa che minaccia i sistemi di sicurezza sociale e la cultura del continente.


Trump ha posto fine alla censura 

Negli Stati Uniti, questa pratica è terminata con l'elezione del presidente Donald Trump. Di conseguenza chi utilizza una VPN naviga in un panorama informativo completamente diverso rispetto a chi non è a conoscenza di tali manipolazioni.

In questo modo l'UE controlla il dibattito pubblico e cerca di ridurre lo spettro delle opinioni a un monologo compatibile con l'UE. Ciò ricalca la cosiddetta “Valle degli inconsapevoli” (Tal der Ahnungslosen) dell'epoca della DDR, quando gli abitanti della zona di Dresda non avevano accesso alla televisione della Germania Ovest e credevano nei benefici del socialismo.

Se non si impedisce alla von der Leyen e alla sua Commissione di istituzionalizzare questo regime in tutta l'UE, la libertà scomparirà, il dibattito pubblico verrà messo a tacere, il manto di ferro dell'apatia dittatoriale calerà sull'Europa e sull'UE. Ciò che osserviamo ora nel Regno Unito minaccia i cittadini dell'Unione Europea.


Il cane si morde la coda

Per rispondere alla domanda iniziale: l'UE sta usando il bastone o un pugnale nella sua campagna di censura? Entrambi gli strumenti vengono impiegati simultaneamente nella lotta per il predominio interpretativo online. Se l'opposizione di destra e conservatrice non interviene in tempo, il dibattito pubblico verrà brutalmente soffocato.

Potrebbero emergere nuovi metodi di comunicazione crittografata per preservare una rudimentale libertà di parola, finché l'arroganza di Bruxelles non la soffocherà. La cinica conseguenza: le persone si autocensureranno persino in privato, alimentando un clima di reciproca sfiducia. Questo è assolutamente riprovevole.

Aggiungiamoci l'euro, simbolo del controllo digitale, e il quadro si fa più chiaro. Un'istituzione che detta legge sia sul dibattito pubblico che sulle transazioni dei cittadini è una dittatura. In Europa si tratta di una dittatura ecosocialista, talmente tanto debole dal punto di vista economico che possiamo sperare che entrambi gli attacchi alla libertà si arrestino per bancarotta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 16 giugno 2026

Il vertice dell'UE sul mondo digitale mette in luce la crisi dell'innovazione in Europa

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-vertice-dellue-sul-mondo-digitale)

A Berlino è tornata la stagione dei vertici. Dopo gli incontri di crisi con le industrie automobilistica e siderurgica, l'attenzione si è concentrata sul prossimo punto critico: l'economia digitale. Finora le autorità di regolamentazione dell'UE l'hanno letteralmente strangolata.

Grande accoglienza presso il campus EUREF di Berlino: circa 900 partecipanti provenienti dal mondo della politica, dell'economia e della scienza di tutta Europa si sono recati nella capitale per il Digital Summit. Tra i relatori di spicco: il cancelliere Friedrich Merz e il suo omologo francese Emmanuel Macron, entrambi alle prese con forti difficoltà politiche nei rispettivi Paesi.

Anche sul piano politico l'Europa è ufficialmente entrata in modalità di crisi. L'elevato numero di vertici economici ne è la prova e non promette nulla di buono per i prossimi anni. Considerando l'economia digitale, che ha dato il via alla prossima grande rivoluzione economica, si deve concludere che il panico a Bruxelles, Parigi e Berlino è giustificato.

Il divario tecnologico tra l'economia dell'Eurozona e i concorrenti di Stati Uniti e Cina appare, al momento, incolmabile. Rivoluzione europea? Non pervenuta.


Mercato dei capitali senza vita

Uno sguardo ai numeri grezzi offre una chiara percezione della stagnazione tecnologica: negli Stati Uniti quest'anno vengono investiti oltre $340 miliardi nell'intelligenza artificiale, dopo i $244 miliardi del 2025. In Cina il settore privato mobilita circa $100 miliardi per modernizzare i processi digitali.

Anche includendo generosamente il Regno Unito, l'UE raggiunge a malapena i €25 miliardi, una quota trascurabile su scala globale.

Amazon da sola investe circa $118 miliardi, quasi cinque volte il capitale dell'intera economia dell'UE, che può dare il suo modesto contributo solo attraverso circa il 50% di finanziamenti pubblici. Una situazione imbarazzante dal punto di vista politico, disastrosa dal punto di vista economico.


Vertice senz'anima

Il dilemma della politica europea è emerso chiaramente dai discorsi di Berlino. Fin dall'inizio il quadro normativo si è rivelato eccessivamente rigido, soffocando l'innovazione e rendendo l'economia digitale dipendente, soprattutto da giganti americani come Amazon, Google o Microsoft. Il software SAP? Spesso proviene dagli Stati Uniti!

Una delle principali richieste del vertice era quindi quella di ridurre questa dipendenza da potenti concorrenti stranieri.

La Commissione europea ha annunciato, in occasione del vertice, che nei prossimi dodici mesi esaminerà come una regolamentazione più rigorosa possa arginare le presunte pratiche anticoncorrenziali dei fornitori di servizi cloud come Microsoft Azure e Amazon Web Services. Si prospetta una dura battaglia contro il governo statunitense, che senza dubbio si opporrà con forza.

Nel frattempo il cancelliere Merz ha ribadito il suo appello alla sovranità digitale europea e ha messo in guardia contro la dipendenza dal software americano. Si tratta di plasmare attivamente il futuro digitale, ha ribadito, avviando un processo di recupero per colmare il divario con la concorrenza.


Intervento statale

I politici europei giungono alla solita conclusione: finanziamenti pubblici. Questi rappresentano già circa il 40% del volume totale nel settore dell'intelligenza artificiale in Europa e saranno sempre più destinati alla formazione e alla fidelizzazione dei talenti IT europei.

Dovrebbe inoltre contribuire a costruire un'infrastruttura digitale indipendente, in particolare nei servizi cloud e nella sicurezza informatica, un altro tallone d'Achille dell'economia europea.

L'associazione di categoria Bitkom chiede una semplificazione radicale delle leggi digitali dell'UE e una drastica riduzione degli obblighi di rendicontazione. Il GDPR si è rivelato un fallimento costoso e insensato, come altri elementi dell'eccessiva regolamentazione di Bruxelles. Legge sull'intelligenza artificiale e legge sulla protezione dei dati: tutto deve essere rivisto, semplificato o abolito.


Tassazione digitale come ultima spiaggia?

Allo stato attuale l'economia digitale dell'UE non è in grado di crescere o di tenere il passo con i concorrenti internazionali. Un altro punto di discussione: una tassa digitale sui ricavi pubblicitari degli operatori globali, in particolare delle aziende statunitensi. Di recente il Ministro della Cultura, Wolfram Weimar, ha presentato l'idea in tono polemico.

Ma cosa cambierebbe concretamente? In Europa lo Stato ostacola l'innovazione. Troppi capitali transitano attraverso canali pubblici, impedendo l'emergere di un mercato del capitale di rischio funzionante e in grado di finanziare queste innovazioni.

I partecipanti al vertice si sono resi conto che l'UE si trova di fronte a un compromesso: la massima protezione dei dati ostacola la crescita del settore. L'UE dovrà liberalizzare la normativa e restituire il controllo dei dati agli utenti. Questo tema sarà al centro di un dibattito parlamentare a Bruxelles.


Energia e cultura dell'innovazione

L'economia del futuro sarà basata sui dati, dipenderà da infrastrutture energetiche stabili e da startup altamente competitive che graviteranno attorno a poli tecnologici. Nulla di tutto ciò esiste oggi in Germania. Risultato: gli investitori internazionali sono in gran parte disinteressati al Paese.

Considerando le dimensioni del mercato unico europeo, la solidità patrimoniale residua e la robusta struttura accademica, strangolare completamente l'economia digitale rappresenta un vero e proprio successo politico. Bruxelles ha creato il quadro normativo ben prima che si affermasse un'economia digitale di rilievo. Quando si tratta di controllare e manipolare il libero mercato, Bruxelles agisce con efficienza, ma anche con metodi distruttivi.


Necessario un ritiro della Commissione

Uscire da questa trappola normativa e stimolare l'imprenditorialità digitale richiederebbe una rottura radicale con le cattive pratiche: abrogare norme come l'AI Act o il GDPR, fermare gli interventi in corso tramite il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), che regolano il mercato digitale europeo in modo capillare.

Eppure il vertice ha mostrato scarsa comprensione del problema autoinflitto. Bruxelles considera le crescenti critiche al DSA e al DMA come un attacco al suo potere. La regolamentazione digitale, al pari delle linee di politica sul clima, deve essere vista nel contesto del rimodellamento ideologico dell'euroeconomia. Bruxelles è il centro di comando di questo processo fatale e la pressione dell'autorità di regolamentazione aumenta con l'aggravarsi della recessione.

Le barriere di mercato devono cadere, l'imprenditorialità deve essere più libera, gli oneri fiscali ridotti e lo Stato deve arretrare dal suo dominio sul mercato dei capitali. Sciogliere il nodo gordiano della regolamentazione digitale attraverso una liberalizzazione radicale per consentire la crescita di ecosistemi europei autonomi è sembrato, al vertice di Berlino, una favola.


Scontro tra filosofie

Raramente le filosofie politiche e i paradigmi economici statunitensi ed europei si sono scontrati così violentemente come nell'economia digitale. Le controversie sulla censura di Bruxelles, sul DSA (Digital Security Act) e sul previsto monitoraggio delle chat hanno causato tensioni reali, intensificatesi da quando il vicepresidente statunitense JD Vance ha criticato la censura europea alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

La lotta per i diritti civili, la libertà di parola e il diritto di proprietà è chiaramente un terreno di scontro nello spazio digitale: libertà contro sorveglianza, responsabilità individuale contro stato paternalista – Stati Uniti contro Unione Europea? In linea generale si potrebbe interpretare in questo modo, ma gli Stati Uniti dovranno anche affrontare il problema del potere di mercato dei propri oligopoli digitali e stabilire se i nuovi concorrenti possano accedere liberamente al mercato, o se le attività di lobbying, come a Bruxelles, debbano proteggere Amazon e simili dalla concorrenza.


Spazio di rischio digitale

Per l'autorità di regolamentazione europea, lo spazio digitale rappresenta soprattutto un rischio sulle narrazioni: uno spazio pubblico illimitato e difficile da disciplinare, che alimenta l'opposizione anziché reprimerla.

I recenti attacchi da parte di politici tedeschi contro piattaforme statunitensi come X e Meta riflettono una crescente consapevolezza – e la perdita di controllo – in aree di conflitto cruciali per la politica e l'ideologia dell'UE: la linea politica sul clima, il conflitto in Ucraina e l'aggravarsi della crisi economica, ampiamente sottovalutati dalla stampa.

Il rischio che si formi un'opposizione critica in modo opaco, decentralizzato, polemico e altamente visibile rimane sempre presente.


Errore e controllo

Nel dibattito sul futuro digitale dell'economia dell'Eurozona, incombe lo spettro dell'euro digitale e la questione della sovranità individuale nello spazio digitale.

Anche solo il tentativo di integrare questa tecnologia come forma di dominio statale centralizzato nei mercati monetari e dei capitali dimostra che Bruxelles non comprende la tecnologia digitale come una questione di concorrenza decentralizzata, che prospera con una regolamentazione statale minima.

Con il Genius Act e l'integrazione delle stablecoin statunitensi nel sistema bancario – un mercato monetario quasi alternativo – Washington attribuisce la creazione di credito maggiormente al settore privato.


Anacronismo europeo

Tutto indica una fusione sincronizzata tra la creazione decentralizzata di moneta e le applicazioni tecnologiche dell'intelligenza artificiale, motivo per cui il tentativo dell'UE di centralizzare e regolamentare rigidamente questi elementi è destinato al fallimento.

Il Vertice Digitale ha confermato i timori europei: la politica europea è intrappolata, a livello intellettuale e burocratico, in un modello in cui i finanziamenti pubblici, la regolamentazione capillare, le norme sul lavoro e un dibattito pubblico fortemente censurato costituiscono il modello ideologico di riferimento.

Questo non può e non potrà finire bene se il progresso tecnologico spinge verso la libertà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 20 maggio 2026

Il capro espiatorio dell'inflazione in Germania: perché Hormuz è una comoda storia di copertura

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-capro-espiatorio-dellinflazione)

L'economista Gerrit Heinemann ha lanciato un allarme sul quotidiano Bild riguardo a un drastico aumento dei prezzi dei prodotti alimentari in Germania. Lo studioso dell'Università di Scienze Applicate del Basso Reno ha incentrato la sua analisi sul massiccio incremento dei prezzi dei fertilizzanti. Una quota significativa di questi – stimata intorno a un terzo della produzione mondiale – viene trasportata attraverso lo Stretto di Hormuz. A seguito del doppio blocco dello Stretto, anche questo settore è entrato in una situazione di scarsità globale, costringendo gli agricoltori di tutto il mondo ad adeguare i prezzi, con conseguenti ripercussioni sui prezzi al consumo.

Heinemann conclude che l'indice dei prezzi alimentari in Germania potrebbe aumentare fino al dieci percento quest'anno. A Berlino si è già affermata una narrazione ormai consolidata, e c'è un ampio consenso: la crisi di Hormuz è la sola responsabile del disastro. Eppure a marzo l'inflazione di fondo aveva già raggiunto circa il 2,7% su base annua. L'aumento dei prezzi in tutto lo spettro dei beni, soprattutto energia e immobili, diventati scarsi a causa dell'emigrazione, ha accompagnato il declino economico della Germania per diverso tempo. Solo il drastico calo degli investimenti privati e la generale moderazione dei consumatori hanno leggermente attenuato le pressioni sui prezzi negli ultimi anni.

Ciò che spicca in questo sviluppo è la costante revisione al rialzo delle previsioni sull'inflazione. A marzo c'era consenso tra il Ministero dell'Economia e i principali istituti di ricerca sul fatto che l'inflazione si sarebbe attestata intorno al tre percento quest'anno. All'inizio di aprile, dopo un mese dall'inizio della crisi iraniana, gli economisti del Fondo Monetario Internazionale prevedevano aumenti dei prezzi tra il cinque e il sei percento.

Ora arriva il colpo del dieci per cento sui prezzi dei prodotti alimentari. Si potrebbe anche dire così: il colpevole dell'aumento dei prezzi in Germania è stato trovato. Stampa e governo tedesco puntano il dito contro Washington in ogni occasione, dove si troverebbe il presunto artefice del disastro: Donald Trump. Ma questa tesi regge?

Contemporaneamente all'improvviso aumento delle previsioni sull'inflazione, si registrano ripetute revisioni al ribasso dei tassi di crescita economica della Germania. Dopo oltre due decenni di ristrutturazione ecosocialista, politica monetaria accomodante e ora un debito pubblico in rapida espansione, l'economia tedesca può essere descritta in poche parole: è in una drammatica fase di contrazione, mentre i prezzi continueranno a salire in un contesto di crisi di produttività e investimenti. Per inciso, i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati di oltre il 40% tra il 2019 e il 2025, poiché i mercati finanziari e l'economia in generale sono stati inondati di credito a basso costo durante il periodo di lockdown, come documentato dall'Ufficio federale di statistica.

Hormuz è una distrazione banale dalle disastrose linee di politica che il cartello dei partiti tedeschi persegue da tempo per costruire un nuovo socialismo verde. Stiamo assistendo a un radicale cambio di paradigma, senza precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. È risaputo che l'energia a basso costo, l'apertura tecnologica, un'economia di mercato funzionante e una moneta stabile sono stati i fattori che un tempo hanno sostenuto il successo economico della Germania.

Si sta rivelando ora molto costoso essere in contrasto con il suo più importante fornitore di energia e materie prime, la Russia, e aver di fatto dichiarato un conflitto perpetuo con Mosca. La storia ci insegna che il fervore ideologico va sempre di pari passo con il fanatismo. Far saltare in aria la propria capacità nucleare è stata, letteralmente, una scommessa sconsiderata, un atto di cieco infantilismo ideologico raramente visto in altre parti del mondo nella nostra epoca.

Insieme a Bruxelles, Berlino sta perseguendo una politica di terra bruciata per quanto riguarda il ritorno a un quadro energetico basato sul mercato e a solidi principi normativi. Indipendentemente dalla gravità dell'attuale crisi energetica, i politici tedeschi rimangono fedeli alla loro ideologia di socialismo verde. Aggrappandosi rigidamente alla ricerca di rendite tramite la CO₂, a grottesche regolamentazioni climatiche e a una politica energetica fuori controllo, il Paese si è intrappolato in una camicia di forza geopolitica. L'economia tedesca è ora con le spalle al muro e Berlino ha trovato la sua soluzione: la classe media tedesca verrà dissanguata per finanziare gli eccessi di debito della capitale e nascondere la portata del disastro.

Ciò che sta peggiorando drasticamente la situazione nelle ultime settimane è una serie di attacchi in tutto il mondo contro le infrastrutture delle raffinerie. Che si tratti degli Stati Uniti, dell'Australia, o della Russia dilaniata dalla guerra, i problemi si stanno intensificando. Per la Germania un ulteriore colpo è rappresentato dalla decisione della Russia di interrompere il transito del petrolio kazako verso la raffineria di Schwedt attraverso l'oleodotto Druzhba.

È giunto il momento di sviluppare le risorse energetiche nazionali – estrazione di gas tramite fracking, e trivellazioni nel Mare del Nord e nel Mar Baltico – per segnalare ai mercati e ai consumatori il ritorno a una linea di politica razionale. Solo così la Germania potrebbe dichiarare la fine della sua illusione post-illuminista. Sarebbe urgente un'iniziativa a livello europeo per finanziare e costruire impianti nucleari, eppure Bruxelles e Berlino hanno deciso diversamente: se necessario, l'accesso all'energia sarà razionato. L'espansione dell'ecosocialismo deve proseguire a tutti i costi: l'energia diventa così una leva di potere politico sui cittadini, i quali soffrono a causa della rigidità ideologica e dell'incapacità intellettuale dei politici europei di ridurre la dipendenza energetica attraverso meccanismi di mercato e soluzioni negoziate.

Il problema dell'inflazione è autoinflitto. Solo una narrazione mediatica completamente distorta e ideologicamente orientata, incentrata sulla crisi iraniana e sulle conseguenze di una linea di politica energetica centralizzata, hanno finora impedito all'opinione pubblica di percepire correttamente il disastro economico. Il 2026 sarà probabilmente l'anno in cui l'evasione dalla realtà avrà gravi conseguenze economiche.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 18 maggio 2026

Merz alla COP30: panico climatico, declino dell'industria tedesca

La California è una Unione Europea in miniatura in seno agli Stati Uniti. Se si guardano diversi parametri, si noteranno altrettanto somiglianze con Londra ad esempio (es. demolizione sociale tramite immigrazione a briglie sciolte). Oppure i prezzi del carburante, i quali sono in linea con le medie europee piuttosto che con quelle americane. Più in generale sono gli stati cosiddetti blu (a guida democratica) a essere in un pantano economico-sociale di loro stessa creazione. Anzi, possiamo aggiungere anche consapevole creazione. Questo perché il ruolo di coloro che fanno parte di tale schieramento è sempre stato quello di creare le basi per una piattaforma di guerra civile in caso i coordinatori dietro le quinte ne avessero avuto bisogno. Le rivolte per strada, i tumulti sociali, le frodi allo Stato sociale americano sono tutti elementi caratterizzanti gli stati blu (vi basta vedere l'elenco dei governatori, partite dal Minnesota). Così come i sabotaggi. Oltre alle infrastrutture, come i porti, in stati come l'Indiana viene fomentato il caos energetico interno minimizzando a livello di offerta di petrolio mondiale l'attuale uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC. Difficile non vedere la lunga mano di Londra e Bruxelles che si staglia negli USA per disinnescare la loro emancipazione dall'influenza dei globalisti. Tutte le regole sul clima, tutte le normative sull'ambiente non sono state altro che un tentativo esterno di normare gli USA internamente e spogliarli così delle proprie risorse, finanziarie ed energetiche, a vantaggio di Londra e Bruxelles. L'imponente “no” affermato dall'amministrazione Trump sta facendo ritorcere contro gli eurocrati la macchina di morte preparata appositamente per gli americani. Infatti i criteri ESG, il Digital Services Act, il Digital Markets Act, i criteri GDPR, la normazione della tecnologia (es. USB Type C) e tutta quella pletora di tasse e regole approvate finora dal carrozzone europeo rappresentavano una conquista silenziosa degli USA. L'odio viscerale che emerge dall'UE non è ovviamente nei confronti di Trump, bensì nei confronti della rinnovata guerra d'indipendenza che gli Stati Uniti stanno portando avanti sin dal 2017 contro i colonizzatori europei e inglesi. Diventa facile, quindi, capire chi si trova dietro i conflitti emersi finora nel mondo e il motivo per cui vengono protratti nel tempo. La guerra più grande, oltre a essere finanziaria, riguarda la sopravvivenza stessa dell'Unione Europea e degli Stati Uniti. Una sconfitta, o un eventuale accordo di pace, infine, siglerà la fine definitiva dell'uno o dell'altro.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/merz-alla-cop30-panico-climatico)

Per il cancelliere tedesco un vertice segue l'altro. Dopo il vertice sull'acciaio, Friedrich Merz si è diretto ora alla COP30 in Brasile, l'incontro del club sul clima. Lì i partecipanti tentano di nascondere le crepe evidenti nella loro struttura con il consueto panico climatico.

Il vertice sull'acciaio presso la Cancelleria federale era ancora al centro dell'attenzione mediatica quando il Cancelliere era già a bordo di un aereo diretto a Belém, in Brasile. La COP30 si è svolta sotto la guida del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

Dal 1995 rappresentanti di oltre 70 nazioni celebrano questo evento annuale, il culmine del circo globale sul clima, conferendogli una parvenza di consenso sovranazionale. Naturalmente viaggiano a migliaia – in aereo, ovviamente – e con emissioni massime.

Nessuno salta volontariamente il gala annuale sul clima; poche tonnellate di CO₂ non contano più. Dopotutto, come sanno bene gli addetti ai lavori, il pianeta sta già bruciando e la lotta per una Terra abitabile è, in sostanza, già persa.


Commercio e affari legati alle indulgenze

Ciononostante le grandi figure dell'industria climatica strizzano l'occhio e lasciano intendere che potrebbe esserci ancora speranza per la Terra. Da Ursula von der Leyen a Lisa Neubauer, fino alla delegazione cinese, si ritiene che ingenti investimenti nell'economia verde potrebbero essere la soluzione.

Come negli ambienti spirituali, un po' di indulgenze qui, un aumento della tassa sulla CO₂ lì, e magicamente la temperatura globale scende a livelli accettabili: il dio del clima è placato.

Friedrich Merz ha intrapreso il viaggio di 9.000 chilometri da Berlino a Belém per assicurare ai suoi colleghi commercianti di indulgenze il continuo sostegno dei contribuenti tedeschi.


Ridistribuire la ricchezza

Il club prevede di investire €1.300 miliardi all'anno in misure per il clima destinate ai Paesi in via di sviluppo ed emergenti. La Germania, in quanto una delle economie considerate più forti, deve naturalmente partecipare. Con l'uscita degli Stati Uniti dall'alleanza, la sua presenza è fondamentale.

Merz doveva viaggiare, a prescindere dalle questioni interne. Cinicamente il suo tempo a disposizione per parlare era di soli tre minuti. Tre minuti per l'inviato dei tifosi più intransigenti del club, un'eresia considerando i contributi finanziari della Germania.

Prima dell'ultima traversata in barca sul Rio delle Amazzoni, il Cancelliere ha tenuto una lezione sulla trasformazione industriale e sulla transizione energetica, argomenti che pochi padroneggiano così a fondo come il massimo rappresentante della Germania.


Una commedia triste

Almeno in Brasile, Merz ha potuto affermare con orgoglio che la Germania potrebbe raggiungere i suoi obiettivi climatici: una massiccia deindustrializzazione lo rende possibile. Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha chiesto un'azione radicale all'inizio dell'evento, avvertendo con il suo solito panico che l'obiettivo di 1,5° è già stato mancato, la Cancelleria ha messo in scena la sua triste commedia.

Negli ultimi anni in Germania sono andati persi circa 300.000 posti di lavoro nel settore industriale a causa dell'impennata dei prezzi dell'energia e di normative climatiche eccessivamente restrittive. Il Paese si trova in difficoltà economiche e rischia di trasformarsi in una “cintura di ruggine” europea, secondo le tempistiche climatiche dettate da figure come Guterres.

Eventi autoreferenziali come la COP30, che ignorano consapevolmente le ripercussioni economiche delle politiche climatiche più intransigenti, distorcono la realtà, rendendo difficile per la popolazione collegare la politica climatica al declino economico.


Profonde crepe nell'edificio verde

Dal culmine del movimento ambientalista nel 2009, quando il presidente degli Stati Uniti Barack Obama dichiarò legalmente la CO₂ il più pericoloso di tutti i gas serra, questo edificio ha mostrato profonde crepe.

L'amministrazione Trump ha abrogato questa norma e gli Stati Uniti sono usciti definitivamente dal club climatico il 1° gennaio 2026, infliggendo un duro colpo al movimento. Ne sono conseguiti ingenti spostamenti di capitali: dai fondi verdi verso settori che generano rendimenti di mercato reali.

Negli Stati Uniti i finanziamenti tornano a essere destinati all'energia nucleare e convenzionale. Le energie rinnovabili devono ora competere, come in una vera economia di mercato. Il vero progresso si realizza attraverso i mercati liberi.

Il movimento ambientalista non riesce ancora a comprendere che il progresso tecnologico verso una produzione più pulita, efficiente e sostenibile non è stato guidato dallo stato, bensì dalle forze di mercato, concretizzatesi attraverso meccanismi di prezzo e non attraverso la pianificazione centrale socialista.


Cina e India

L'anacronismo del declino industriale della Germania è evidente laddove emergono nuove capacità produttive, ovvero in India e in Cina. Entrambi i Paesi ignorano le regole del club climatico dominato dall'Europa.

L'India li ignora quasi completamente, mentre la Cina gioca una partita intelligente, seppur eticamente discutibile, con gli ambientalisti occidentali più estremisti. Attraverso una rete di ONG finanziate dal governo cinese, Pechino ha a lungo contribuito a consolidare il regime climatico europeo a livello politico e mediatico, incrementando al contempo in modo massiccio la produzione orientata all'esportazione, come quella dei pannelli solari, seguendo percorsi interni diversi.

Solo l'anno scorso la Cina ha messo in funzione 80 GW di nuova capacità a carbone, ha investito nel nucleare e, laddove economicamente vantaggioso, nelle energie rinnovabili, in modo pragmatico e non ideologico, secondo la tradizione cinese.


La mucca da mungere: il contribuente

Dal punto di vista dell'UE, la COP30 deve essere vista per quello che è: uno spettacolo mediatico concepito unicamente per mantenere a pieno regime la macchina europea dei sussidi climatici.

La Commissione europea prevede di stanziare circa €750 miliardi per i sussidi al clima dal 2028 al 2034, in aggiunta ai sussidi e agli aiuti nazionali. Un business colossale, con i “partner” del movimento ambientalista che tendono la mano per ottenere fondi pubblici europei attraverso gli aiuti allo sviluppo e innumerevoli fondi per il clima.

Lo stesso Merz sa che questo gioco è imperfetto. Prima del vertice ha ripetutamente sottolineato che la protezione del clima è fondamentale, ma deve essere perseguita salvaguardando al contempo la competitività economica e l'apertura tecnologica.

Eppure l'esperienza del governo Merz dimostra che la Cancelleria non intende contestare le politiche climatiche distruttive di Bruxelles. Il divieto sui motori a combustione rimane in vigore; la legge insensata sul riscaldamento continua a costare alle famiglie tedesche miliardi. Il mantra: proseguire sulla stessa strada, sussidiando i prezzi dell'elettricità per l'industria, fino al declino economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 6 maggio 2026

Fine partita per i prezzi dell'energia nell'industria tedesca: il fallimento del Green Deal innesca una spirale di sussidi

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/fine-partita-per-i-prezzi-dellenergia)

Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha ospitato presso la Cancelleria i massimi dirigenti dell'industria siderurgica tedesca per un vertice volto a discutere soluzioni alla crisi in atto. Dal picco raggiunto nel 2018, la produzione siderurgica tedesca è diminuita di circa il 25%.

La crisi economica tedesca sta accelerando. Costi energetici alle stelle, la concorrenza spietata di Cina e India, e l'assurda spinta dell'UE verso l'“acciaio verde” – una variante a impatto climatico zero che nessuno richiede sul mercato mondiale – stanno spingendo le aziende verso l'insolvenza o la delocalizzazione.

L'incontro riunirà rappresentanti del settore, sindacati e policymaker per definire i prossimi passi per un settore che sta affrontando la più grave turbolenza degli ultimi decenni.

Questo è solo l'ultimo di una serie di vertici di crisi orchestrati dal governo federale per fini mediatici. La consapevolezza è dimostrata, ma le soluzioni? Non altrettanto. Per l'economia tedesca, le “soluzioni” politiche si riducono sempre più a un unico strumento standard: più sussidi.


Un vertice monotematico

Al di là della prevista spinta verso dazi protezionistici, il vertice si riduce a un unico tema controverso: il cosiddetto prezzo dell'energia elettrica per l'industria. Sebbene molte aziende ad alta intensità energetica beneficino già di agevolazioni parziali, queste sono ben lungi dall'essere sufficienti per rimanere competitive a livello internazionale.

I prezzi dell'elettricità per l'industria si aggirano da mesi intorno ai 16-17 centesimi/kWh. L'industria tedesca continua a pagare fino al 70% in più rispetto ai concorrenti statunitensi o francesi, che beneficiano dell'energia nucleare come base energetica.

Questo è il costo della transizione verde.

E con ciò arrivano perdite di posti di lavoro, una riduzione della creazione di valore e, per la prima volta, un forte calo delle entrate fiscali comunali.

Non sorprende che il governo federale sia pronto ad approvare questo sussidio. Siamo nel pieno di una spirale di interventismi.


Costi non chiari

Il Ministro dell'Economia, Katerina Reiche, non ha fornito un bilancio specifico, ma ha indicato che i sussidi statali per l'elettricità destinati alle industrie ad alta intensità energetica, dalla chimica all'acciaio alla carta, potrebbero iniziare il 1° gennaio 2026.

L'Istituto economico tedesco stima che il piano ridimensionato per la fornitura di energia industriale si aggiri intorno ai €4 miliardi all'anno. Due anni fa un'audizione parlamentare di esperti aveva addirittura parlato di €50 miliardi. Il costo finale si attesterà probabilmente su un numero a due cifre.

Come sempre, saranno i contribuenti a pagare il conto, direttamente attraverso imposte più elevate o indirettamente tramite programmi finanziati con debito, i cui costi vengono compensati dall'inflazione.

In realtà il vertice verte interamente sui sussidi. Se non fosse per la Commissione europea che, sorprendentemente, continua a bloccare il piano, insistendo su rigidi limiti agli aiuti di stato, essi sarebbero stati approvati già da un bel pezzo: non più del 50% del consumo energetico e solo per tre anni. Non è chiaro il motivo di questo blocco da parte della Commissione, ma si tratta del principale ostacolo a questo nuovo programma di sussidi multimiliardario.


Il Green Deal fallisce

La frequenza dei vertici è significativa. La transizione della Germania verso un'economia a impatto climatico zero è già fallita. La realtà si rifiuta di piegarsi ai diktat del Green Deal di Bruxelles.

Nel frattempo migliaia di autoproclamati ideologi del clima si riuniscono alla COP30 in Brasile, mentre le critiche alle politiche climatiche e normative di Bruxelles si fanno sempre più insistenti.

L'industria tedesca considera leggi come la cosiddetta legge sulle catene di approvvigionamento – viste come una porta d'accesso al pieno controllo normativo lungo l'intera catena del valore – un ostacolo insormontabile. Persino un accordo su un prezzo dell'energia industriale apparentemente competitivo non può nascondere la burocrazia kafkiana di Berlino e Bruxelles.

Solo negli ultimi tre anni le aziende tedesche hanno dovuto creare 325.000 posti di lavoro aggiuntivi, non per la produzione, l'innovazione o l'esportazione, ma unicamente per soddisfare le crescenti esigenze burocratiche. Assurdo, antieconomico e devastante.


Presagio di fallimento

Ora lo stato interviene di nuovo in un'economia in crisi. Un prezzo agevolato per l'elettricità destinata all'industria è un segnale inequivocabile, anzi un avvertimento, che la transizione energetica tedesca è fallita.

Ciò che l'industria sa e che il complesso politico-mediatico sul clima nega è che, in un mercato dell'energia verde diretto dallo stato, la produzione competitiva di beni ad alta intensità energetica è impossibile. Con l'interruzione delle forniture di gas russo a basso costo e la dismissione delle centrali nucleari, altri Paesi, in particolare gli Stati Uniti, si impadroniranno della produzione industriale, sfruttando i minori costi energetici. La deregolamentazione del settore energetico statunitense sotto l'amministrazione di Donald Trump non fa che accentuare questo cambiamento.

L'etica politica richiederebbe un dibattito franco su decenni di sussidi sprecati, risorse mal allocate e strutture industriali al collasso, ma questo dibattito ancora non ha luogo.


Nessuna soluzione sostenibile all'orizzonte

Un prezzo agevolato per l'elettricità industriale è solo un altro tassello in un mosaico di sussidi ed esenzioni. Ammette il fallimento della transizione verde e l'impossibilità di pianificare centralmente processi economici complessi.

Tornare al gas russo a basso costo come soluzione temporanea per alleviare i costi energetici è politicamente impossibile nell'attuale contesto dell'UE. La soluzione effettiva, invece, assomiglia a un gioco di prestigio: si sottrae denaro a un gruppo (tramite tasse o debito, con inflazione ritardata) per darlo a un altro, ovvero le aziende ad alta intensità energetica.

Gli europei devono accettare di importare GNL statunitense a prezzi gonfiati e continuare a finanziare un'economia fallimentare basata sui sussidi per le energie rinnovabili. È ora di riscoprire i principi fondamentali dell'economia sana e onesta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 22 aprile 2026

Il sogno tedesco sull'idrogeno si trasforma in un buco nero da $9 miliardi all'anno

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/il-sogno-tedesco-sullidrogeno-si)

La Corte dei conti tedesca (Bundesrechnungshof) ha smantellato la strategia governativa sull'idrogeno. Né sul fronte dell'offerta, né su quello della domanda, i risultati sono minimamente in linea con gli obiettivi politici. La Germania rischia l'ennesimo disastro causato dai sussidi.

Berlino è in preda ai postumi della crisi. La crisi economica in corso sta impietosamente smascherando le illusioni della cosiddetta transizione verde. Dopo il crollo della produzione di batterie – si pensi a progetti fallimentari come Northvolt, finanziati a suon di sussidi – la ritirata dell'industria dall'“acciaio verde” e il fallimento della transizione energetica sotto il peso dell'eolico e del solare, diventati pozzi senza fondo di sussidi, ora è sotto attacco anche l'altro grande progetto: la strategia dell'idrogeno.


La Corte dei conti esce allo scoperto

In una relazione recente la Corte dei Conti tedesca ha esaminato l'economia dell'idrogeno: un vero e proprio capolavoro di artifici politici. Dal 2020 il settore è stato inondato di sussidi, solo per il 2024 e il 2025 sono stati stanziati oltre €7 miliardi. Un bel po' di lubrificante per un motore che ha borbottato fin dal primo giorno e che ancora si rifiuta di partire.

Gli investitori privati, allettati dalle garanzie e dai prezzi sostenuti dallo stato, contribuiscono con oltre €3 miliardi all'anno. E qual è il risultato dopo cinque anni di finanziamenti costanti? A dir poco devastante. L'attuale produzione di idrogeno verde si attesta a soli 0,16 gigawatt; altri 0,2 gigawatt sono in fase di costruzione.

In altre parole: un mercato che praticamente non esiste, sta già consumando circa €8 miliardi all'anno, tra fondi pubblici e privati, come un buco nero.

Come sempre accade quando lo stato cerca di gestire centralmente settori complessi dell'economia, l'idrogeno in Germania sta diventando un cimitero di sussidi, e a pagarne il conto saranno i contribuenti. La Corte dei conti lo definisce educatamente “un rischio finanziario per il contribuente”, ma è molto di più.


La pianificazione centralizzata ha fallito... di nuovo

Sì, persino la Corte dei conti, essendo parte dell'apparato statale, segue il modello ideologico di Bruxelles. Eppure il verdetto è sorprendentemente chiaro. I revisori pongono due domande centrali:

  1. Con questa strategia la Germania riuscirà ancora a raggiungere l'obiettivo, ormai sancito dalla Costituzione, della neutralità climatica entro il 2045?
  2. Tutto ciò è economicamente sostenibile?

Un punto di critica fondamentale: il Ministero dell'Energia ha eliminato l'obbligo per le nuove centrali a gas di essere predisposte per l'utilizzo dell'idrogeno. Senza tale obbligo, viene a mancare un cruciale stimolo alla domanda.

Allo stesso tempo la rete centrale di idrogeno viene descritta come eccessivamente ambiziosa. Domanda e offerta sono completamente sfasate.

In altre parole: non esiste una domanda di mercato significativa per un prodotto ecologico sovraprezzato.

Chi l'avrebbe mai detto? La pianificazione centrale ha fallito miseramente ancora una volta.

In conclusione la Corte dei Conti vede il pericolo di un finanziamento statale permanente, con rischi di vasta portata per l'industria tedesca e, come sempre, con costi incalcolabili per i contribuenti.

In parole povere: stiamo assistendo alla nascita di un'altra nicchia per il capitalismo clientelare verde. Un asset sovraprezzato viene prodotto artificialmente nonostante non esista un mercato reale. Le aziende si stanno ritirando, lasciando dietro di sé un giudizio impietoso da parte dell'opinione pubblica sulla politica energetica tedesca: un voto di sfavore.


Un rimprovero notevole

La natura esplosiva di questa critica risiede nella sua fonte: la Corte dei conti (Federal Audit Office), un'istituzione solitamente indulgente nei confronti della cattiva gestione politica. Il fatto che la sua analisi sia così aspra dimostra la portata del fallimento delle linee di politica, lo spreco di denaro pubblico e l'eccessivo indebitamento contratto per imporre obiettivi politici.

E con l'aumento del debito pubblico, la Corte dei conti avrà molto più da fare. Solo quest'anno il nuovo indebitamento netto – includendo i cosiddetti “fondi speciali”, che non sono altro che debito riclassificato – ammonta a circa il 4,7% del PIL.

Se il governo tedesco sopravvive, l'economia rimane debole e il cancelliere Friedrich Merz resta in carica, il debito pubblico totale della Germania potrebbe raggiungere circa l'80% del PIL entro la fine del suo mandato.

Lo spazio per ulteriori iniziative di sovvenzioni ecologiche si sta riducendo rapidamente.


Senza industria, non si può raggiungere la scalabilità

La mancanza di sussidi non è l'unico problema. Un freno importante all'espansione dell'idrogeno è il crollo dell'industria tedesca, causato proprio dalle linee di politica riguardo la transizione verde. Bruxelles e Berlino non avevano previsto la fuga degli investimenti dovuta all'impennata dei costi energetici.

L'aumento della produzione di idrogeno richiede una domanda industriale, ma tale domanda sta svanendo.

Le linee di politica si muovono a tentoni, passando da un sussidio all'altro, spinte dalla disperazione di mantenere in vita progetti di riqualificazione urbana fallimentari. È uno spettacolo terribile, per ogni contribuente costretto a finanziarlo.

E il mondo degli affari ha già emesso il suo verdetto. Dopo che ArcelorMittal ha rinunciato a un sussidio di €1,3 miliardi per la produzione di acciaio verde a base di idrogeno, altri hanno seguito l'esempio: HH2E a Thierbach, il Gruppo Forsight, RWE, ritirandosi da uno dei più grandi progetti del Paese sull'idrogeno.

Nessuno vuole toccare questo coacervo di sussidi, non importa quanti nuovi prestiti Klingbeil e soci concedano.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 20 aprile 2026

La crisi del carburante per aerei in Europa: Hormuz, fallimenti politici e uno shock dell'offerta autoindotto

Come sottolineato diverse volte su queste pagine, l'Unione Europea è destinata a fratturarsi lungo una linea che la dividerà (come minimo) in due tronconi. Adesso “ci arriva”, o per meglio dire lo rende ufficiale, anche la stampa generalista. Infatti il Washington Post ci mette a conoscenza della proposta di Lars Klingbeil di una Europa a due velocità non è altro che la formalizzazione di una spaccatura effettiva del continente. Le principali linee di frattura corrono lungo la Germania, la Francia e l'Italia. Ecco perché è stato dirimente per la Commissione europea “far ritornare nei ranghi” l'Ungheria, in modo da impedire che i Paesi dell'est Europa potessero far fronte comune e accelerare la “seconda velocità”: l'UE sta venendo schiacciata dalla power politics degli Stati Uniti. Questa consapevolezza della propria impotenza sta montando da tempo, soprattutto da quando, la scorsa estate, le minacce commerciali di Trump hanno costretto il blocco ad accettare un accordo commerciale con gli Stati Uniti. L'UE vede allontanarsi sempre di più la capacità di ripristinare la propria “autonomia strategica” nei confronti degli Stati Uniti, così come la federalizzazione dell'UE tramite un'unione militare e la creazione di un maggiore debito comune coi finanziamenti all'Ucraina. La Germania, così come tutte le nazioni del mondo, non è un monolite e al suo interno ci sono fazioni che spingono verso una direzione o l'altra: verso l'avvicinamento nei confronti degli USA, o un allontanamento. Il tempo stringe, poiché la coalizione liberal-globalista al governo in Polonia potrebbe essere sostituita da una coalizione populista-conservatrice dopo le prossime elezioni parlamentari dell'autunno 2027; per questo motivo la Germania vuole ottenere il massimo risultato possibile nel più breve tempo possibile. Se in Polonia dovesse salire al potere una coalizione populista-conservatrice, questa potrebbe riunire alleati regionali per opporsi collettivamente e in modo più efficace all'UE. In tale scenario quest'ultima potrebbe dividersi in due blocchi guidati dalla Germania e dalla Polonia: il primo rappresenterebbe i membri storici, il secondo i nuovi. Così come il blocco guidato dalla Germania intende prendere decisioni internamente e poi costringere i membri più piccoli a fare altrettanto, anche il blocco guidato dalla Polonia potrebbe agire allo stesso modo nei confronti dei membri più grandi. Queste dinamiche potrebbero portare alla dissoluzione dell'UE in due blocchi distinti, uniti solo da politiche ereditate, come la libera circolazione. È quindi ironico che la Germania consideri la sua proposta di una“Europa a due velocità” un adattamento alla geopolitica delle grandi potenze, in grado di consentire all'UE di funzionare in modo più coeso e di diventare più competitiva sulla scena mondiale, quando in realtà questa proposta rischia di infliggere un colpo mortale all'UE così come la conosciamo oggi. Le probabilità sono ancora a favore della Germania, ma potrebbero cambiare radicalmente dopo le prossime elezioni parlamentari in Polonia, previste per l'autunno del 2027, che si preannunciano cruciali per l'intero continente.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-crisi-del-carburante-per-aerei)

La politica ha instaurato una nuova routine: puntualmente a mezzogiorno, i prezzi della benzina nelle stazioni di servizio tedesche aumentano giorno dopo giorno.

Il decreto governativo sui prezzi, un meccanismo frettolosamente improvvisato, agisce come un acceleratore in una situazione di approvvigionamento di carburante già drammaticamente critica. Chiunque avesse una conoscenza elementare di economia sapeva già che questa forma di regolamentazione dei prezzi si sarebbe configurata come una mera manovra politica con conseguenze a dir poco fatali.

Il mercato sta reagendo come previsto: i gestori nelle stazioni di servizio prevedono aumenti generalizzati dei prezzi e coordinano indirettamente le proprie politiche di prezzo. Se a tutti è consentito aumentare i prezzi solo una volta al giorno, tale aumento verrà effettuato deliberatamente: meglio prezzi troppo alti che troppo bassi. Dopodiché si passa ad aspettare e osservare la reazione dei concorrenti. Se la mossa successiva può essere solo una riduzione dei prezzi, il rischio può essere risolto in termini di Teoria dei giochi: i prezzi vengono semplicemente mantenuti alti finché i concorrenti non intervengono.

Ciò crea una situazione simile a quella di un cartello, il quale evita il rischio di rapidi ribassi dei prezzi e la conseguente perdita dei margini individuali.

Le dinamiche di mercato si trasformano quindi in una generalizzata esitazione tattica. Allo stesso tempo la leadership politica si distingue per una sorprendente mancanza di direzione di fronte alla scarsità reale e al rapido peggioramento della situazione degli approvvigionamenti. Hormuz sta mettendo a nudo i limiti delle misure di emergenza politica.

Le misure adottate finora dal governo tedesco per frenare l'aumento dei prezzi sono un classico camuffamento politico: una manovra ben orchestrata per conquistare l'opinione pubblica. La questione fondamentale di come gestire le importazioni di energia non viene affrontata seriamente. L'Europa deve importare il 60% del suo fabbisogno energetico per soddisfare la domanda e l'atteggiamento intransigente nei confronti della Russia, il principale fornitore di energia e materie prime per l'Europa, si rivelerà probabilmente l'errore più fatale della politica europea – un vero e proprio successo, considerando che è già costellata di errori di valutazione e decisioni erratiche dettate da motivazioni ideologiche.

È inoltre significativo che il regime di emissioni di CO₂ di Bruxelles abbia gravemente danneggiato la capacità di raffinazione europea. L'Europa non dispone più delle infrastrutture necessarie per attivare rapidamente la capacità di raffinazione in caso di emergenza e colmare il crescente divario nell'approvvigionamento di petrolio e gas, indipendentemente dalla provenienza delle nuove materie prime.

La politica dell'UE sta consapevolmente e deliberatamente aggravando la situazione attuale. Questa constatazione si applica in particolare alle importazioni di carburante per aerei. Il settore aeronautico europeo importa circa il 40% del suo carburante per aerei dal Golfo Persico, rendendo di fatto irrisolvibile la situazione attuale.

Dall'inizio della guerra il prezzo del carburante per aerei è praticamente raddoppiato, passando da $800 a $1.800 a tonnellata.

Il fatto che gli Stati Uniti stiano impiegando tempo per riportare lo Stretto di Hormuz sotto controllo militare sta esercitando un'enorme pressione sulle compagnie aeree europee. La compagnia scandinava SAS ha già cancellato 1.000 voli ad aprile; anche Lufthansa sta valutando la possibilità di mettere a terra parte della sua flotta.

Le compagnie aeree che hanno coperto i rischi legati all'acquisto di carburante potrebbero essere in grado di attutire in qualche modo gli aumenti di prezzo – tra cui Lufthansa – ma ciò non risolve il problema della carenza fisica di carburante per aerei. L'Europa è sull'orlo di una grave penuria di carburante per aerei.

Il 9 aprile l'ultima petroliera che trasportava carburante per aerei dal Golfo Persico ha raggiunto Rotterdam; le riserve esistenti dovrebbero essere sufficienti a garantire i voli europei per tre o quattro settimane. Ciò che accadrà in seguito resta del tutto incerto.

Considerata la distruzione della capacità di raffinazione e delle relative infrastrutture in nome del Green Deal, i policymaker europei si trovano di fatto con le mani legate. La crisi di Hormuz rischia di esplodere con tutta la sua forza. Se non si giunge a una rapida soluzione del conflitto contro l'Iran, la perdita del 40% del carburante per aerei disponibile non può essere compensata.

Bruxelles potrebbe attivare uno dei suoi strumenti preferiti e, tramite un regolamento di emergenza dell'UE – simile a quello adottato nei primi giorni del conflitto in Ucraina – imporre misure di razionamento per i jet privati e i voli a lungo raggio. Un'altra opzione potrebbe essere lo sblocco immediato delle riserve di raffinazione commerciali inutilizzate, in particolare nelle principali aree portuali di Rotterdam, Anversa e Amsterdam. L'acquisto di carburante costoso per aerei in Nord America con forti sussidi potrebbe rappresentare un'alternativa a breve termine ed evitare un collasso del traffico aereo.

Indipendentemente da come si evolverà la grave carenza di carburante in Europa nelle prossime settimane, il danno è ormai fatto: il danno strutturale causato dalla politica europea nella sua ossessiva lotta contro la CO₂ si sta ora manifestando in tutta la sua drammatica portata. La capacità di raffinazione non può essere ripristinata dall'oggi al domani e il mondo è ora impegnato in una competizione per le rimanenti riserve di carburante in circolazione.

Che i prezzi continuino a salire per il momento è inevitabile; la campagna degli ideologi della decrescita contro la mobilità individuale, il trasporto aereo e i motori a combustione interna sta vivendo un momento di trionfo inaspettato.

Per la civiltà nel suo complesso, questa è una catastrofe; per gli individui che si sono adagiati sugli allori di un mondo protetto dagli ideologi, è senza dubbio una vittoria... pur sempre una vittoria di Pirro, però.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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