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mercoledì 23 settembre 2026

La Germania si sta preparando a introdurre una tassa patrimoniale?

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-germania-si-sta-preparando-a-introdurre)

Il 2027 sarà l'anno in cui verrà introdotto il registro patrimoniale? La ministra del Lavoro, Bärbel Bas, ha confermato al quotidiano Bild che il prossimo anno il suo ministero prevede di condurre un'indagine rappresentativa sui cittadini riguardante i loro patrimoni e le loro opinioni sulla giustizia distributiva. Un classico dietrofront di questo governo: solo tre settimane prima, la Bas aveva categoricamente escluso qualsiasi piano del genere.

Nello specifico, è prevista una raccolta dati finanziata con fondi pubblici che coinvolgerà circa 5.000 cittadini. L'iniziativa sarà gestita da un istituto di ricerca esterno nell'ambito di una gara d'appalto a livello europeo, il cui termine per la presentazione delle offerte è fissato al 1° settembre.

“Esperimento di indagine sulla disuguaglianza di ricchezza nella popolazione” è il nome apparentemente innocuo di questo studio, che probabilmente non è altro che un primo passo verso un registro completo della ricchezza tedesca.

Avvolta nel manto della ricerca scientifica, la linea di politica si sta avvicinando, passo dopo passo, alla delicata questione che da anni incombe sul dibattito politico come una spada di Damocle: il registro patrimoniale. Questo registro – uno dei numerosi progetti dell'Unione Europea – ha lo scopo ultimo di consentire valutazioni patrimoniali personalizzate e senza intoppi: la base imponibile perfetta per un cittadino perfettamente trasparente.

La novità non risiede tanto nel formato: indagini simili sulla ricchezza sono già state condotte ogni quattro anni da istituti come il DIW di Berlino. La vera novità sta nell'esplicita cornice politica e nell'interpretazione normativa dei risultati.

Naturalmente, la distribuzione della ricchezza in Germania è ineguale: una conseguenza naturale di un sistema di libero mercato e parte integrante di un sistema fondato sul principio che la ricompensa debba essere proporzionale al merito.

La progettazione dell'indagine e l'interpretazione dei suoi risultati si basano direttamente su questa disuguaglianza e mirano a legittimare opzioni politiche come l'introduzione di una tassa patrimoniale, l'aumento delle imposte di successione o altre misure ridistributive. Almeno Berlino si preoccupa ancora di mantenere una parvenza di razionalità scientifica prima di mettere in atto il suo spudorato saccheggio dei risparmi della classe media.

Che il governo tedesco abbia fatto ben più che limitarsi a dare un'occhiata alla ricchezza dei cittadini è ormai diventato evidente. L'Ufficio federale di statistica ha riportato un deficit nazionale di €71,3 miliardi per il primo semestre dell'anno, con un aumento di €36,6 miliardi rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. La situazione è disperata. I danni che le politiche ideologiche di Berlino e Bruxelles hanno inflitto all'economia negli ultimi anni rischiano di mandare in rovina le casse dello Stato tedesco.

Solo una settimana prima, l'Istituto IFO aveva lanciato l'allarme su un punto di non ritorno per le finanze pubbliche. Gli economisti avevano concluso che le entrate fiscali avrebbero potuto effettivamente diminuire in futuro, ponendo fine alla linea di politica spendacciona di Berlino. Come possibili contromisure, Berlino sta ora chiaramente pianificando aumenti delle tasse e un ampliamento della base imponibile per includere il patrimonio dei cittadini.

La situazione è drammatica: le imposte ciclicamente sensibili, come l'imposta sulle società e l'imposta sul commercio, mostrano un andamento negativo da diversi trimestri, e l'ondata di insolvenze che sta travolgendo il Paese, il crescente numero di chiusure aziendali e l'aumento della disoccupazione non lasciano presagire un'inversione di tendenza a breve termine.

Dal punto di vista del cittadino medio, la situazione si presenta così: dati gli enormi oneri fiscali che un apparato statale in continua espansione gli impone, un sovrano rischia di diventare un vassallo fiscale, se non lo è già diventato.

Uno Stato che non riesce a tenere sotto controllo il proprio bilancio tende a sperperare denaro pubblico e non esiterà a imporre pesanti tasse sul patrimonio di famiglie e imprese, già gravato da molteplici imposte.

Sapete già come funziona: tutto viene fatto in nome della giustizia sociale. Si trovano sempre delle giustificazioni, ma con questo tipo di politiche si erode la sovranità residua della società stessa, il motore stesso della prosperità, della stabilità sociale e del repubblicanesimo.

Friedrich August von Hayek avrebbe probabilmente giudicato così: la Germania è sulla strada verso la schiavitù, e ne ha già percorso un buon tratto.

E chiunque creda ancora che i raid alla ricchezza, alle eredità e alle terre si fermerà ai cosiddetti ricchi, si troverà di fronte a una brutta sorpresa: i veri ricchi sfuggono alla retata fiscale proprio grazie alla loro elevata mobilità geografica.

No, lo Stato ha messo gli occhi su coloro che non possono sottrarsi al suo controllo: la classica classe media, il Mittelstand, coloro che sono legati alla terra, giusto per usare una terminologia neofeudale.

L'opposto del feudalesimo sarebbe un diritto illimitato alla proprietà privata, che naturalmente include anche l'accumulo di ricchezza, senza alcun dibattito politico. Le persone non sono sovrane quando la spada di Damocle della tassazione arbitraria incombe sulle loro teste: una volta che lo Stato può confiscare i beni a piacimento, la proprietà privata diventa un possesso preso in prestito e il cittadino si trasforma in un servo spremuto dalle tasse. È proprio per questo che i dibattiti, alimentati dall'invidia, sulle imposte patrimoniali e sulla giustizia distributiva sono così pericolosi: trasferiscono il potere dal cittadino all'apparato statale, che per sua stessa natura non conosce limiti e ormai non si preoccupa nemmeno più di nasconderlo.

Alla fine, rimane solo un'amara constatazione: uno Stato che spreme senza vergogna i propri cittadini, spogliandoli della sacralità della proprietà privata e degli ultimi rifugi che un tempo lo rendevano sovrano, con un argomento meschino e intriso di risentimento, ha già spezzato il legame di fiducia tra di esso e il cittadino. La ricchezza, quale ultima linea di difesa di quest'ultimo, non può far altro che evaporare.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 21 settembre 2026

I servizi segreti tedeschi si preparano ad ampliare la sorveglianza

Mentre la Lagarde dice di «fare presto» sull'euro digitale, oltreoceano il Congresso continua a rallentare il CLARITY Act. Nessun coincidenza... ovviamente! Gli eurocrati sono consapevoli della fine che faranno i capitali restanti in UE se dovesse passare prima quest'ultimo. La giustificazione addotta dalla BCE e dai sostenitori dell'euro digitale, che fanno riferimento all'«occasione persa» rappresentata dai miliardi di euro investiti negli Stati Uniti anziché nell'Unione Europea, è priva di fondamento. Gli investitori europei scelgono di operare su scala mondiale; se non tutti i capitali rimangono nell'Unione Europea, ciò è dovuto alla stagnazione, all'eccessiva regolamentazione e alla carenza di opportunità. Inoltre diventa centrale il rischio che la politica monetaria venga utilizzata per alimentare la spesa pubblica ben oltre i livelli attuali: non fungerà da freno agli eccessi della spesa pubblica, bensì li faciliterà ulteriormente, penalizzando soprattutto i risparmiatori e gli investitori prudenti. Una CBDC non è semplice moneta elettronica. La differenza fondamentale tra l'attuale moneta elettronica e l'euro digitale non risiede nella digitalizzazione, ma nel controllo. Nel sistema attuale i depositi sono custoditi presso le banche commerciali, le quali agiscono da intermediari, assorbono il rischio e mantengono una certa separazione tra le autorità monetarie e le singole transazioni, pur nel rispetto dei vincoli normativi e legali. Con una CBDC il deposito verrebbe detenuto dalla banca centrale e ciò aprirebbe la strada a pericolose forme di potere, una delle quali l'accesso diretto e in tempo reale alla quasi totalità delle transazioni, eliminando quel residuo di riservatezza finanziaria ancora garantito dal contante e dall'intermediazione bancaria. Quando ogni pagamento viene registrato in un sistema centralizzato, le autorità possono monitorare le abitudini di spesa, segnalare comportamenti indesiderati e creare profili che vanno ben oltre le legittime esigenze delle forze dell'ordine. La programmabilità rappresenta un aspetto critico dell'architettura del sistema. Le CBDC possono essere concepite come moneta programmabile, consentendo alle autorità di aumentare o ridurre i saldi, limitare i luoghi e le modalità di spesa dei fondi, nonché imporre scadenze o sanzioni per comportamenti ritenuti dannosi, che spaziano dal consumo «eccessivo» di carburante a spese politicamente impopolari. Non si tratta di congetture: la stessa BCE sottolinea la programmabilità come un mezzo per rendere più fluida la trasmissione della politica monetaria, il che si traduce in una generazione di inflazione più rapida e in un ritiro della liquidità più celere qualora i pianificatori centrali ritenessero di aver stimolato troppo l'economia. Eliminando la necessità di intermediari, quali le banche commerciali e la domanda di credito, le banche centrali possono immettere liquidità direttamente sui conti dei cittadini, fondendo di fatto politica monetaria e politica fiscale. Ciò rimuove i vincoli che il credito bancario e la disciplina di mercato impongono ai deficit pubblici, trasformando la valuta in uno strumento di finanziamento del bilancio pubblico e sostanzialmente privo di controlli. È per questo che la BCE insiste sulla necessità che le autorità ne impongano l'uso attraverso regolamenti, obblighi fiscali e norme sul corso legale. Legislatori e autorità di vigilanza stanno già discutendo di tetti individuali di detenzione pari a circa €3.000 a persona per limitare la fuga di capitali dai bilanci bancari europei. Le conseguenze sono rilevanti e la più evidente è lo spiazzamento del credito privato. Man mano che i depositi affluiscono verso la banca centrale e la normativa favorisce questa forma di moneta pubblica, la capacità delle banche di erogare prestiti a famiglie e imprese si riduce, mentre l'opzione più sicura ed economica rimane il finanziamento dei governi. Ciò accelera la tendenza, già manifesta, all'espansione del settore pubblico a scapito dell'economia privata. L'euro digitale consente alla banca centrale di espandere o contrarre l'offerta di moneta direttamente nei portafogli di famiglie e imprese, eliminando vincoli essenziali e trasformando la valuta in un puro strumento al servizio di priorità politiche, agende climatiche, politiche industriali o ingegneria sociale. Inoltre la stessa architettura di programmazione crea un incentivo perverso che penalizza il risparmio prudente sotto forma di depositi e gli investimenti conservativi. L'indipendenza formale e le leggi sulla privacy costituiscono garanzie deboli quando le istituzioni europee hanno già ceduto ripetutamente alle pressioni politiche per finanziare l'espansione statale e tollerare un'inflazione persistente. Una CBDC amplifica questo problema aggiungendo il rischio di controllo sociale alla manipolazione monetaria a livello macroeconomico. Il risultato è, sì, una valuta più facile da usare, ma dalla quale è più difficile sottrarsi e che è più vulnerabile al controllo politico discrezionale.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/i-servizi-segreti-tedeschi-si-preparano)

Secondo i piani della Cancelleria, il servizio di intelligence estera tedesco, il BND, si appresta ad ampliare significativamente le proprie capacità di sorveglianza. L'attenzione si concentrerà in particolare sulle comunicazioni internet trasmesse dalla Germania verso l'estero, le quali saranno incluse nel catalogo di monitoraggio dell'agenzia.

Dopo mesi di accesi dibattiti sull'espansione dell'apparato di censura di Bruxelles ai sensi del Digital Services Act e sul controllo delle chat da parte dell'UE, l'attenzione sulle attività di spionaggio della Commissione europea si è in qualche modo affievolita. Ora, una bozza di legge della Cancelleria, ottenuta da WDR, NDR e Süddeutsche Zeitung, sta suscitando scalpore.

La proposta di ampliamento dei poteri del BND mette in chiaro una cosa: la politica tedesca si sta muovendo di pari passo con la Commissione di Bruxelles, schierandosi apertamente contro la privacy e la libertà di comunicazione dei cittadini, dei media e delle organizzazioni critiche nei confronti dei governi.


Un promemoria dello scandalo NSA

Ricordiamo lo scandalo di oltre un decennio fa che coinvolse la National Security Agency statunitense. L'informatore Edward Snowden smascherò le operazioni dell'agenzia. La NSA raccoglieva dati mondiali sulle telecomunicazioni e su Internet, incluse telefonate, email e comunicazioni online di milioni di cittadini, spesso senza alcuna motivazione criminale. Programmi come PRISM, che consentiva l'accesso diretto ai dati delle aziende tecnologiche statunitensi, o X-Keyscore, in grado di monitorare l'attività su Internet in tempo reale, avevano già dimostrato quanto fosse avanzata la sorveglianza statale e quali possibilità tecniche fossero a disposizione degli attori governativi.

Il documento della Cancelleria trapelato mostra ora la direzione intrapresa dalla Germania: la bozza di legge segue quasi lo stesso principio. Il BND sarebbe autorizzato a monitorare il traffico internet dalla Germania verso l'estero, cosa precedentemente vietata, intercettando fino al 30% di tale traffico. Le comunicazioni internet verrebbero conservate per sei mesi, questa volta includendo anche il contenuto, non solo i metadati, tracciando le connessioni tra specifici soggetti.


Un apripista strategico

L'approccio della Cancelleria all'espansione dei poteri del BND è ben noto: in primo luogo, si apre la strada alla violazione effettiva delle regole. Gli spazi sicuri per i giornalisti che lavorano per i media di stati autoritari vengono gradualmente erosi. La definizione di chi debba essere considerato “autoritario” spetterà probabilmente a una “commissione etica” soggetta alle rigide norme della Cancelleria di Merz.

Ben presto, termini come “incitamento all'odio” o “attività antidemocratiche”, sempre citati nella lotta contro l'opposizione, entreranno in gioco. In breve: i contenuti prioritari ruotano attorno alla cerchia dell'AfD. Ciò influenza anche le posizioni libertarie e conservatrici che si oppongono al complesso social-climatico o all'espansione del settore militare. Temi come un'“Europa delle regioni” e la resistenza al crescente complesso di potere di Bruxelles entreranno probabilmente a far parte delle linee guida di monitoraggio del BND.

Partendo da questo presupposto, i poteri di sorveglianza vengono gradualmente ampliati, in base all'urgenza politica.

Se i fornitori e i gestori di piattaforme stranieri si dimostrano non collaborativi, il BND potrebbe ottenere l'autorizzazione a violare legalmente la sicurezza e ad estrarre dati personali e comunicazioni, persino all'interno dei confini tedeschi. Si tratta di un assegno in bianco per ogni “agente segreto”. Il clima sociale in Germania sta assumendo chiaramente le caratteristiche di una DDR digitalizzata.


Sorveglianza di massa digitale

La bozza del cancelliere Friedrich Merz va ben oltre i precedenti tentativi di controllo delle chat a livello europeo. È previsto l'accesso non autorizzato a sistemi stranieri, tra cui Google, Meta e la piattaforma X di Elon Musk. La giustificazione di questa linea di politica invasiva viene presentata come una necessità strategica: l'infrastruttura informatica tedesca è sempre più minacciata da attacchi informatici ostili.

Il BND dovrebbe svolgere un ruolo chiave e agire in modo più indipendente dai servizi segreti statunitensi. La Germania mira a partecipare allo scacchiere mondiale della rete di intelligence. In pratica, è più probabile che la sorveglianza prenda di mira i propri cittadini, poiché le risorse tecniche e di personale sono insufficienti per operare a livello internazionale. I lunghi periodi di conservazione e analisi chiariscono la direzione intrapresa: mentre i servizi segreti francesi possono conservare i dati fino a quattro anni e il Regno Unito o l'Italia operano secondo il criterio “per tutto il tempo necessario”, i cittadini tedeschi stanno lentamente perdendo la propria privacy a causa di una burocrazia in espansione.


Politica cinica e controllo dell'opposizione

Per Konstantin von Notz, politico del Partito dei Verdi e presidente della Commissione parlamentare di controllo sull'intelligence, la situazione è chiara: la sicurezza informatica dovrebbe essere finanziata meglio, ma entro rigidi limiti giuridici.

A prima vista, questo punto sembra legittimo, ma viene sistematicamente minato dalle azioni concrete del governo: i poteri proposti vanno ben oltre il necessario lavoro di intelligence. L'orientamento politico di Bruxelles e Berlino punta proprio alla sorveglianza di massa delle comunicazioni digitali. Piattaforme come X fungono da catalizzatori per le voci di opposizione contro Berlino e Bruxelles, criticando la politica nei confronti della Russia, le risposte alla pandemia e il crescente apparato burocratico. In questo contesto, si intensificano gli scontri tra Stato e opposizione.

Particolarmente riprovevole è l'esternalizzazione del monitoraggio ai cosiddetti “Trusted Flaggers”, che segnalano contenuti indesiderati, creando una rete di sorveglianza che ricorda i metodi della DDR: i membri dell'opposizione subiscono pressioni, azioni legali o la perdita dell'accesso ai conti bancari, una vera e propria morte sociale per ordine del governo. In questo contesto, l'ampliamento dei poteri del BND rappresenta un passo verso l'interconnessione di molteplici sistemi di sorveglianza. La fine della segretezza della corrispondenza e dell'anonimato delle comunicazioni digitali sembra ormai segnata per i cittadini dell'UE.


Repressivo e ipocrita

Durante il dibattito sul controllo delle chat targato UE, la Germania si è inizialmente opposta pubblicamente alla sorveglianza indiscriminata per salvare le apparenze e dare l'impressione di aderire alle tradizioni in materia di libertà civili. Storicamente, le forze libertarie in Germania hanno resistito con successo alla conservazione dei dati imposta dallo Stato, a dimostrazione di un sano sistema immunitario sociale.

Ora, il BND si appresta a colmare questo divario “informativo”, su iniziativa diretta della Cancelliera. Merz si atteggia teatralmente a difensore della libertà, mentre il suo partito e la sua coalizione si oppongono a chiacchiere al controllo delle chat da parte dell'UE.

Durante i dibattiti di fine anno, Merz è rimasto in silenzio, ben consapevole che la successiva inversione di rotta era già stata sancita per legge. Ora, con calcolato cinismo, mette l'apparato di spionaggio tedesco contro i propri cittadini.

Non è ancora chiaro quando la bozza entrerà in parlamento. La Cancelleria non ha rilasciato dichiarazioni su questa questione cruciale; opera clandestinamente. La Germania di questo decennio è ancora priva di efficaci “anticorpi” sociali contro il crescente apparato repressivo statale, forse a causa di decenni di narrazione mediatica che ha dipinto lo Stato come benevolo.

In sintesi: la Germania è diventata un fattore determinante sia nelle politiche climatiche distruttive sia nella sistematica erosione dei diritti civili nell'UE, o forse lo è sempre stata, evitando abilmente di apparire come un attore malintenzionato in questo spiacevole gioco.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 16 settembre 2026

La transizione della Germania all'economia pianificata, con la guerra contro la Russia come fattore determinante

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-transizione-della-germania-alleconomia)

Il professor Moritz Schularick, presidente dell'Istituto Kiel per l'Economia Mondiale (IfW), ha trovato la soluzione definitiva ai problemi economici della Germania. In un'intervista alla Neue Osnabrücker Zeitung (NOZ), l'economista ha lamentato una mancanza di leadership nella politica tedesca in materia di armamenti. La considera un elemento centrale per una politica industriale attiva in grado di risollevare la Germania dalle sue difficoltà economiche. Schularick prevede che la produzione di armi fungerà da, per usare le sue parole, “motore dell'occupazione”.

Ha detto testualmente: “Se vogliamo che l'Europa diventi presto veramente autonoma in materia di difesa e non rimanga dipendente dagli Stati Uniti, dal movimento MAGA, allora il Ministro della Difesa Boris Pistorius deve ricevere l'ordine di collaborare con i partner europei per sostituire, in futuro, gli Stati Uniti e le loro capacità”.


Retorica di guerra fatale

“Ordine di marciare”, autosufficienza militare: il vocabolario è al tempo stesso rivelatore e pericoloso. Sembra che la politica e la ricerca economica vicina allo Stato stiano convergendo su un percorso comune per quanto riguarda la politica militare e la gestione industriale sempre più pianificata centralmente. Un ritorno ai principi di mercato appare come una favola negli ambienti degli economisti tedeschi: nessuno crede più nel potere curativo della liberazione dai diktat climatici, dall'eccessiva regolamentazione e dagli oneri fiscali.

Secondo Schularick, la politica dovrebbe istituire un coordinatore di alto livello per gli armamenti al fine di gestire i fondi di investimento in risposta alla minaccia russa. Forse si immagina in questo ruolo? Dopotutto, entro la fine del decennio sono previsti investimenti per la difesa superiori a €500 miliardi per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.


Carenze di capacità produttiva

Schularick ha criticato la lentezza estrema con cui si sta incrementando la produzione di armi. Dall'inizio della guerra, quattro anni fa, non è stato fatto nulla per aumentare significativamente la capacità produttiva.

“Quanti missili Taurus vengono completati al mese? Nemmeno una manciata”, si lamenta. Un evidente deficit nella politica industriale, conclude poi.

Qui emerge il nuovo spirito dell'“accademia” economica tedesca: tutto ruota attorno alla tanto decantata politica globale di indirizzo industriale, un'azione attiva ora perseguita da Bruxelles e Berlino, pericolosamente alimentata da ricerche allineate allo Stato.

Ciò che era stato previsto da tempo con un margine di sicurezza di tre quarti sembra ora stia accadendo. I pianificatori centrali, tra cui Schularick, presumono di poter riconvertire la capacità produttiva industriale tedesca inutilizzata nel settore della difesa. La produzione di automobili civili, a loro avviso, può essere facilmente convertita in produzione di carri armati. Oltre a produrre beni che le famiglie private non richiedono, questo crea un'ulteriore industria dipendente dai sussidi, che consuma risorse destinate alla produzione civile e aumenta artificialmente i costi per i cittadini.


L'etica del lavoro “riscoperta” dalla Germania in tempo di guerra

Schularick si entusiasma per il promettente futuro dell'economia di guerra, riscoprendo sorprendentemente un'etica del lavoro da tempo assente in Germania. Osserva che la produzione è ancora prevalentemente su un unico turno, cinque giorni alla settimana. Apprendiamo, quindi, che questi sono i lavori del futuro economico della Germania.

Nessuno sembra pensare a cosa si dovrebbe produrre nei prossimi anni per evitare di ritrovarsi con gli scaffali vuoti dopo sole tre settimane in un potenziale conflitto. Non si tratta solo di veicoli blindati, ma anche di tecnologie future come sistemi autonomi, satelliti, intelligenza artificiale o robotica, aggiunge Schularick. In tutti questi settori, l'industria tedesca è rimasta indietro.

Da dove deriva questo svantaggio competitivo, si chiede il pianificatore centrale? Forse dalla politica tedesca e dall'apparato burocratico di Bruxelles che agiscono come antagonisti interni?

L'intervista mette in luce il divario crescente tra la realtà economica e la torre d'avorio ermeticamente chiusa della politica, della ricerca finanziata dallo Stato e dei media compiacenti, i quali promuovono questa enorme cattiva gestione economica senza valutare criticamente la reale forza militare della Russia, che non è in grado di effettuare un'invasione continentale.

Abbiamo già visto questo schema durante l'era COVID: una volta messo in moto, l'apparato mediatico affiliato allo Stato diffonde narrazioni attraverso giornali, radio e schiere di bot sui social, sopprimendo il libero dibattito. Le storie sull'occupazione russa vengono difese con toni apocalittici, logorando l'opinione pubblica.


Il mondo dei sogni dei pianificatori centrali

Come immaginano, nella pratica, tecnocrati come Schularick, Merz o von der Leyen, la conversione delle linee di produzione in beni militari? Oltre al finanziamento, si pone la questione del trasferimento di conoscenze. I progetti provengono da Internet o dal ministero di Boris Pistorius?

Il trasferimento di conoscenze necessario per costruire un'economia di guerra a pianificazione centralizzata a partire dall'industria civile è immenso e richiede molto tempo. Persino dopo decenni di amare esperienze con la transizione verde, che ha solo allontanato i capitali dalla Germania, le curve di apprendimento politiche rimangono negative.

Era questo l'obiettivo? Mettere l'industria alle strette con politiche climatiche fino a farla crollare, per poi riempire le capacità produttive liberate con la produzione di armi?

Al di là del fallimentare sistema dei sussidi per il clima, emerge una nuova fonte di sfruttamento: il settore della difesa europeo. È a dir poco opinabile che questo esperimento possa resistere alle reali condizioni economiche – calo della produttività, aumento del debito. I pianificatori centrali come Schularick avranno sicuramente una spiegazione: sono stati ostacolati da forze contrarie all'integrazione europea, all'economia di guerra comune e all'accumulo di debito da parte di Bruxelles.


L'illusione della pianificazione centralizzata

Non serve una profonda competenza economica per capire che la militarizzazione è destinata al fallimento; basta dare una rapida occhiata alla storia del XX secolo. Oltre alla cattiva gestione delle risorse, ci sono questioni di sovranità nazionale, interessi geopolitici divergenti dell'UE e un'Unione divisa, soprattutto con un blocco orientale timoroso di un conflitto contro la Russia.

Il fatto che persino economisti come Schularick cedano al richiamo di una potente pianificazione centrale dimostra che non sono immuni alla vanità personale. Sicuramente sperano che i loro istituti ne traggano vantaggio, magari con un incarico ministeriale come coordinatore degli armamenti. Chissà quali descrizioni di lavoro circolano già a Berlino e Bruxelles.

È tragico, eppure il motto che sembra regnare ovunque è: “Dopo di noi, il diluvio”.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 9 settembre 2026

La politica monetaria argentina rivela la perdita di controllo da parte della Germania

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-politica-monetaria-argentina-rivela)

Javier Milei è un politico formatosi secondo i principi della Scuola Austriaca di economia. Per lui, vale la massima coniata da Ludwig von Mises: l'inflazione è sempre e comunque un fenomeno monetario.

In altre parole: l'espansione artificiale dell'offerta di moneta porta ad aumenti dei prezzi, in modi diversi. Il credito di nuova creazione e scoperto, com'è intrinseco al sistema monetario fiat, può inizialmente manifestarsi nei prezzi degli asset a seconda della struttura dell'economia, ad esempio con un aumento del prezzo dell'oro. Una volta che questo credito diventa effettivo sul lato della domanda, può portare ad aumenti generalizzati dei prezzi dei beni, ed è allora che i consumatori ne risentono direttamente. A questo punto, la politica monetaria nel sistema monetario fiat diventa sgradevole per i consumatori.

Abbiamo sperimentato questo fenomeno in modo esemplare durante i lockdown. All'epoca, i governi deliziarono i propri cittadini con i cosiddetti “bonus statali”, denaro gratuito recapitato a domicilio. In un certo senso, abbiamo assistito a una reminiscenza delle politiche dell'era Weimar sotto il cancelliere Wilhelm Cuno. Durante l'occupazione francese, Cuno invitò i cittadini della regione della Ruhr a uno sciopero generale e tentò di sostenerli economicamente con trasferimenti di denaro. L'esito è noto: la Repubblica di Weimar crollò tra ondate di iperinflazione, perdita di fiducia e fallimento sistemico.

Il compito dei media specializzati e della comunità accademica di economia dovrebbe essere quello di istruire il pubblico sulla relazione fondamentale tra politica monetaria espansiva e distruzione del potere d'acquisto.

Ciò smaschererebbe il camuffamento statale che cela i presunti benefici della pianificazione centralizzata finanziata dal debito. Molte persone potrebbero perdere fiducia in questo sedativo assistenziale basato sul debito. La democrazia non potrebbe che trarne vantaggio.

Torniamo al presente. Da quando Milei si è insediato nel dicembre 2023, si sono verificati notevoli sviluppi nella politica monetaria e nel meccanismo del credito. La rigorosa politica fiscale che ha prodotto un surplus primario ha frenato la crescita dell'offerta di moneta, così come la massiccia riduzione della forza lavoro nel settore pubblico. La misura standard dell'offerta di moneta, M2, che, in termini molto generali, comprende contanti, depositi bancari e titoli altamente liquidi, è scesa da 94.700 miliardi di pèsos all'inizio del mandato di Milei a 84.500 miliardi di pèsos nel secondo trimestre dell'anno in corso. La misura più ampia dell'offerta di moneta, M3, è aumentata solo leggermente, da 163.200 miliardi a 164.200 miliardi di pèsos.

In Argentina si è verificata una piccola ma significativa rivoluzione monetaria. Il Paese era stato afflitto da un'inflazione elevata per decenni, spingendo i suoi cittadini, quasi per necessità, verso il dollaro come protezione contro un apparato statale oppressivo. I cittadini si sono rifugiati nel migliore dei mondi possibili – la valuta di riserva mondiale del credito fiat – e ora si trovano in una fase di transizione. La conseguenza di questa inversione di tendenza monetaria: l'inflazione si attestava al 211,4% nel 2023, ma è scesa al 117,8% nel primo anno di mandato di Milei e poi al 28% lo scorso anno. Continua a oscillare intorno a quel livello.

Si tratta di un chiaro mandato per il presidente a proseguire con la sua politica di consolidamento. Milei sa che la politica ha anche una dimensione simbolica e così sta già presentando una curiosità politica: una proposta di legge che renderebbe i politici personalmente responsabili dei deficit pubblici e, nei casi più gravi, ne sospenderebbe lo stipendio.

La lotta di Milei contro la svalutazione monetaria è il fondamento della sua politica economica. Dal punto di vista di un economista libertario, ciò ha senso: l'inflazione sconvolge l'intero meccanismo di calcolo di un'economia di mercato. La cattiva allocazione delle risorse scarse e la perdita di fiducia nella capacità di pagamento dei consumatori distruggono ogni speranza di prosperità economica. Milei, quindi, con la sua politica di stabilità, cerca soprattutto di proteggere il potere d'acquisto dei suoi cittadini. La stessa persona che il cancelliere tedesco Friedrich Merz ritiene stia calpestando il suo stesso popolo, sta cercando di proteggere i suoi cittadini con lo scudo di un'economia di mercato funzionante.

Una linea di politica che in Germania è ormai nota solo per sentito dire. Permangono ancora i ricordi dei racconti dei nonni sull'epoca di Ludwig Erhard. La sua promessa era “prosperità per tutti”, fondata sull'economia sociale di mercato, sulla stabilità monetaria e su uno Stato minimo che lasciava la gestione economica ai professionisti, agli operai specializzati e agli imprenditori.

Durante il suo mandato, Javier Milei ha tagliato il bilancio statale del 27-30%. Sebbene l'aumento dei prezzi si sia successivamente invertito, seguendo un andamento disinflazionistico, l'inflazione in Germania continua a crescere. Ufficialmente, il tasso di inflazione tedesco si aggira intorno al 2,8%. Tuttavia, è risaputo che lo Stato manipola, per usare un eufemismo, la definizione del paniere di beni e servizi utilizzato per calcolare il livello dei prezzi. Il denaro si sta svalutando a un ritmo considerevolmente più rapido di quanto indichino le statistiche ufficiali.

L'inflazione è una tassa occulta, un trasferimento dal creditore al debitore più grande, l'apparato statale.

Chiunque acquisti titoli di Stato per finanziare questa montagna di debito dovrebbe avere ben chiaro un punto: la cedola del titolo di Stato tedesco a dieci anni, pari a circa il 3,2%, viene completamente annullata dall'inflazione. Alla fine, lo Stato ripaga i suoi creditori con denaro svalutato.

Una seria politica fiscale in Germania dovrebbe innanzitutto abbandonare i progetti non più compatibili con la solidità economica del Paese. In primo luogo, dovrebbe tenere conto del fatto che lo stato sociale tedesco dovrebbe porre fine agli sforzi per reclutare personale dall'estero. Il rimpatrio è inevitabile, vista l'impennata dei costi, se si vuole ottenere un rapido alleggerimento della crisi. Lo stesso vale per il coinvolgimento della Germania nella guerra in Ucraina, che anche quest'anno assorbirà miliardi di trasferimenti. Insieme agli aiuti allo sviluppo, più che discutibili e in larga parte intrecciati al sistema di sfruttamento delle ONG, i contribuenti tedeschi dovrebbero essere sollevati da oltre €20 miliardi all'anno solo in questi due ambiti.

Considerando che i nuovi prestiti contratti per finanziare tutte queste bravate politiche ammontano ad almeno il 5,5% del PIL quest'anno, si tratta di un vero e proprio scandalo. Dal punto di vista del contribuente tedesco, l'unica speranza è che il mercato obbligazionario ponga fine a questi eccessi megalomani in un futuro non troppo lontano, attraverso massicce vendite di titoli di stato tedeschi ed europei, in modo da mostrare il cartellino rosso al cancelliere e al suo ministro del debito.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 8 settembre 2026

La deindustrializzazione della Germania: fuga di capitali, politiche verdi e punto di non ritorno

Come ripetuto spesso su queste pagine, la guerra che vediamo oggi è principalmente finanziaria. In gioco c'è l'indipendenza degli Stati Uniti, politicamente e finanziariamente; c'è il futuro del dollaro come fonte di finanziamento internazionale alla luce del sole e tramite le stablecoin, piuttosto che come fonte di finanziamento ombra tramite un meccanismo di leva finanziaria ed estrazione di ricchezza altrui. Dopo l'intervento del Segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, per stabilizzare la situazione economica giapponese, in cui sono stati prestati dollari e venduti euro, la stampa generalista adesso ha scelto il suo nuovo bersaglio al posto di Trump: Bessent. Infatti anche i sassi sanno il suo nome adesso e il Financial Times è in prima linea in questo. Nessuna sorpresa, dato che lui è il protagonista della prossima fase del piano americano di scrostamento degli strati dello Stato profondo americano connessi oltreoceano. Il recente annuncio della stretta finanziaria sull'Iran, e la connessione ufficiale tra l'IRGC e Londra, rappresenta una dichiarazione di guerra a tutto quell'apparato che per decenni ha sfruttatola capacità industriale e fiscale americana per vivere al massimo col minimo sforzo. Lo smantellamento del carry trade sullo yen è la pietra tombale su tale pratica etichettata Londra/Bruxelles. Inutile dire che non accetteranno mai un simile esito, da qui l'attacco violento al back-end della curva dei rendimenti americana con la vendita di titoli a lunga scadenza e l'inevitabile intervento di Bessent per impedire uno scoppio dei rendimenti oltre il 6%. Grazie alle emissioni selvagge della Yellen durante l'amministrazione Biden, Londra e Bruxelles sono i primi detentori assoluti di titoli di stato americani e li stanno usando non solo per attaccare gli USA, ma anche per rallentare lo smantellamento del carry trade sullo yen, per impedire che i tassi nominali scendano negli USA e che l'industria americana realizzi una rinascita hamiltoniana (creando un maggiore distacco tra USA ed Europa e una maggiore fuga di capitali), e soprattutto per impedire che i tassi obbligazionari europei vadano in orbita e l'euro finisca in un fosso. Infatti non mancano anche attacchi indiretti e il Giappone non è l'unico obiettivo: la Corea del Sud l'ha dimostrato, fungendo da destabilizzante contro lo spostamento del know-how tecnologico taiwanese negli Stati Uniti. L'incertezza politica in vista delle elezioni di medio termine è la leva che sta utilizzando la cricca di Davos per usare il Congresso contro la nazione e ostacolare l'approvazione del CLARITY Act, cosa che segnerebbe un ulteriore perdita sul suo controllo dell'eurodollaro. Sta tentando di tutto affinché evidenzi un punto debole e lo sfrutti per invertire quanto fatto dalla FED e dall'amministrazione Trump 1 & 2: una crisi finanziaria che costi agli USA la sua stabilità economica e politica, tornando agli anni Obama, Geithner, Yellen e Bernanke quando la FED era la banca centrale del mondo. Gli Stati Uniti sono l'unica nazione che conta, perché a fronte di una crisi di liquidità chi si trova alla fine della catena delle garanzie collaterali è Londra e Bruxelles.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-deindustrializzazione-della-germania)

La Camera di Commercio tedesca ritiene che l'economia tedesca si trovi in ​​una fase prolungata di deindustrializzazione. Insieme alla Federazione delle Industrie Tedesche, la Camera ribadisce la necessità di riforme di ampio respiro per stimolare la crescita e gli investimenti. Tuttavia, entrambe le associazioni esitano ancora ad affrontare la sfida cruciale della transizione verde.

La crisi economica tedesca continua senza sosta anche quest'anno. Un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio tedesca tra 23.000 aziende associate ha rilevato che solo un'impresa su sei prevede una ripresa economica nel 2026.

Il venticinque per cento delle aziende prevede ulteriori tagli al personale e solo un terzo intende effettuare investimenti per la crescita. Per la presidente della Camera di Commercio tedesca, Helena Melnikov, la situazione è drammatica. Se i policymaker non interverranno con decisione, la Germania rischia un'ulteriore, massiccia perdita di creazione di valore e di posti di lavoro, avverte la stessa Melnikov. Come in precedenza, la Camera di Commercio tedesca individua il nucleo del declino economico nell'industria tedesca. Secondo i suoi calcoli, il settore ha perso circa 400.000 posti di lavoro sin dal 2019.

Questo pesa particolarmente perché tali posizioni sono in genere ben retribuite e richiedono competenze elevate. Il valore che creano si ripercuote sull'intera struttura economica tedesca, dai servizi legati all'industria al commercio regionale e, in ultima analisi, alle finanze pubbliche.

Di conseguenza, i tesorieri comunali dei centri industriali in crisi si trovano sempre più spesso ad affrontare sfide insolubili a causa dei crescenti deficit di bilancio. In città come Stoccarda, Erlangen, Wolfsburg e altre, le entrate derivanti dalle imposte sulle imprese sono ora in visibile calo.


La realtà viene negata

La Melnikov avverte che le riforme in atto non riescono a raggiungere le imprese, sottolineando gli elevati costi del lavoro e dell'energia. Anche la Federazione delle Industrie Tedesche, in dichiarazioni rilasciate alla Reuters, ha definito il 2026 “l'anno delle riforme”.

Tutto ciò è corretto. Eppure resta da chiedersi perché le figure di spicco del mondo imprenditoriale tedesco non abbiano ancora il coraggio di criticare apertamente le politiche governative e di abbandonare definitivamente il progetto, palesemente fallimentare, di rendere più ecologica la società tedesca.

Stiamo assistendo a un fallimento epocale dell'élite economica, se così si può ancora definire. La deindustrializzazione diagnosticata dalla Melnikov viene semplicemente negata da gran parte della stampa generalista, così come dai politici. Eppure i numeri parlano chiaro.

Non è ancora del tutto chiaro a quanto ammontino i deflussi di capitali dello scorso anno. Nel 2024, i deflussi netti di investimenti diretti sono ammontati a €64,5 miliardi; nel 2023 hanno superato i €100 miliardi. Anche gli anni precedenti sono stati caratterizzati da una prolungata fuga di capitali.

Chi può, si dirige verso le uscite, fuggendo dalle normative ambientali, dagli elevati oneri fiscali e dalla devastazione economica inflitta alle aziende dalla transizione energetica tedesca.

Naturalmente, tra i punti deboli della localizzazione figurano anche le richieste di drastiche riduzioni della burocrazia. Un tema politico intramontabile, ma privo di significato alla luce del ritmo sempre più accelerato dell'intervento statale. Lo Stato dovrà creare decine di migliaia di nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, presso le sue banche di sviluppo come la KfW e le banche statali, per poter immettere nel tessuto economico il flusso di credito a basso costo.

Di fronte a un massiccio intervento statale, le imprese preferiscono tacere. Le aziende si accontentano di ciò che riescono a ottenere. Non si parla di criticare le distorsioni del mercato o l'espulsione sistematica del settore privato dai mercati dei capitali da parte dello Stato.

Per l'anno in corso, la Camera di Commercio tedesca prevede una crescita del PIL ufficiale dello 0,7%. Tuttavia, questa cifra include un nuovo indebitamento pubblico netto – compresi i fondi speciali – di circa il 5,5%, con una quota statale superiore al 50% del PIL. Il settore privato, al contrario, dovrebbe contrarsi di circa il 4%.

Il margine di manovra politico si sta riducendo. La fuga verso i mercati finanziari sembra essere l'ultima via rimasta per guadagnare tempo e mantenere l'illusione di stabilità sociale ed economica attraverso programmi di sussidi sempre nuovi.


Il patriottismo incontra la realtà

E prima ancora che vengano versate le prime lacrime di coccodrillo patriottiche: ogni direttore di stabilimento, amministratore delegato, fondo con ingenti capitali, singolo investitore e family office avrà attentamente valutato le condizioni distruttive del quadro politico in Germania e nell'UE, e non si allontanerà da tale località senza un valido motivo.

Insistere sul patriottismo territoriale, dopo decenni di deliberata erosione del sentimento patriottico, delle tradizioni e della cultura tedesca da parte dell'apparato politico e del suo impero mediatico, è nella migliore delle ipotesi infantile, o per dirla senza mezzi termini: cinico.

Il cancelliere federale, Friedrich Merz, e il suo ministro delle finanze, Lars Klingbeil, dal canto loro, non hanno esitato in passato a giocare la carta del patriottismo in modo più o meno esplicito di fronte alla crescente fuga di aziende tedesche.

Lo scorso ottobre, Klingbeil, in un gesto di impotenza, ha lanciato un appello pubblico alle imprese presenti al congresso sindacale dell'IGBC ad Hannover, chiedendo loro di impegnarsi a sostenere la sede tedesca e a salvaguardare i posti di lavoro.

Si tratta di una trovata mediatica di basso livello, dato che Klingbeil è perfettamente consapevole che la produzione ad alta intensità energetica non è più sostenibile nella sede tedesca e che la politica di transizione verde spinge deliberatamente e sistematicamente la produzione industriale all'estero, o sempre più spesso verso il fallimento.

La narrazione di una mancanza di lealtà verso il territorio è ormai saldamente consolidata. Ciò dimostra che la politica ha già individuato i suoi capri espiatori: imprenditori e investitori, che saranno pubblicamente incolpati del declino economico del Paese. Ormai vengono dipinti come profittatori irresponsabili che abbandonano i dipendenti, la società e la comunità nella ricerca della presunta massimizzazione del profitto.

La gravità della recessione in corso e l'ormai innegabile deindustrializzazione del Paese rendono sempre più probabile, settimana dopo settimana, che sia già stato superato un punto di non ritorno, un punto di svolta economico.

La società tedesca si trova quindi essenzialmente di fronte a due opzioni: o si lascia ingannare dai trucchi retorici dei pianificatori centrali guidati da Friedrich Merz e Lars Klingbeil, accettando ulteriori nazionalizzazioni e la costruzione di economie artificiali a pianificazione centralizzata, come un'economia di guerra o una pesante eco-industria, oppure, alla fine, amplia i propri orizzonti, ritorna ai principi dell'economia di libero mercato e accetta il dolore sociale che qualsiasi autentica trasformazione in meglio deve necessariamente comportare all'inizio.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 7 settembre 2026

Il cancelliere tedesco avverte del rischio di un collasso economico... e poi raddoppia la dose di pianificazione centrale

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-cancelliere-tedesco-avverte-del)

In una lettera ai membri della coalizione di governo, finora nota solo in frammenti, il cancelliere Friedrich Merz ha messo in guardia contro una grave crisi economica e ha chiesto riforme. Tuttavia, gli elementi del documento diffusi e citabili dalla Cancelleria non hanno rivelato alcun cambiamento rispetto alla linea già intrapresa.

Friedrich Merz ha iniziato il nuovo anno con un messaggio interno al partito. In una lettera ai membri della coalizione di governo composta dai partiti dell'Unione e dall'SPD – finora nota solo in alcuni estratti – il cancelliere ha invocato una lotta comune contro la crisi economica. Ancora una volta, ha chiesto un “anno di riforme”, dopo che il tanto annunciato “autunno di riforme” dello scorso anno gli è sfuggito di mano come sabbia.

Ancora una volta, Merz ha visto un'iniziativa retorica dissolversi nel vuoto delle dinamiche di coalizione, dinamiche che, sotto il dogma della politica del “firewall”, hanno spinto il suo governo sempre più in profondità in acque ideologiche che persino i socialdemocratici della vecchia scuola di Helmut Schmidt avrebbero probabilmente considerato inaccettabilmente a sinistra della ragione economica.


Il miracolo della comprensione

Nella sua lettera, Merz ha avvertito – e si percepisce quasi un brivido di sconcerto – che si sono verificate pericolose perdite di posti di lavoro in tutti i settori e che la situazione è drammatica. Era giunto il momento, scriveva, di favorire una nuova crescita attraverso migliori condizioni di localizzazione e di impedire che il mercato del lavoro collassasse. In breve: più concorrenza, più crescita, meno burocrazia, minori costi energetici.

Un'intuizione profonda, che sembrava essere giunta al cancelliere come in un sogno febbrile della sua “Germania ideale” ecologicamente ambiziosa.

Non è che commentatori e industria non discutano da anni delle cause della deindustrializzazione e della catastrofica situazione economica, ma la bolla ideologica di Berlino – la ristretta cerchia di ONG e media filogovernativi – hanno svolto il loro compito, preservando negli ambienti politici l'illusione del successo della transizione verde.

Com'è possibile che una crisi economica che dura da oltre sette anni – iniziata nei settori chiave dell'industria tedesca e ora infiltratasi in tutta l'economia – sia giunta alla Cancelleria con tanta urgenza solo ora? Che la Germania sia da tempo intrappolata in una spirale di deindustrializzazione non è una novità. È stata innescata da una trasformazione verde guidata da ideologie, da un'eccessiva regolamentazione e da un eccessivo carico fiscale. Va riconosciuto a Merz il merito di averlo capito. La sua soluzione, tuttavia, consiste in ulteriori sussidi per le strutture verdi in rovina; sussidi per le grandi industrie influenti sui media generalisti; slogan di resistenza e rimproveri al Mittelstand.

Eppure, persino questa diagnosi apparentemente semplice rimane incompleta, fraintesa e accuratamente celata. Nei passaggi noti della lettera, non c'è una parola sul caos migratorio che per un decennio ha trascinato al ribasso i sistemi di previdenza sociale come piombo e scosso la sicurezza interna; non una parola sulla convinzione ingenua che economie complesse possano essere guidate verso un'economia pianificata verde nello stile di Robert Habeck; non una parola sul fatto che lo Stato sociale tedesco ha prodotto oneri fiscali e contributivi che non sono più competitivi a livello internazionale.

Di fronte all'incombente catastrofe nel Donbass, il cancelliere non ricava altro che una lealtà incrollabile a Kiev, a qualunque costo. Dopotutto, non sono soldi suoi.


Coalizione senza correzione di rotta

Friedrich Merz ha già dimostrato l'anno scorso di essere pronto, in caso qualcuno avesse dubbi, a fare qualsiasi concessione pur di preservare la sua coalizione. Basti pensare alla ridenominazione del “reddito di cittadinanza” nell'invariata “sicurezza di base”: nessuno dovrà temere tagli finanziari se, dopo aver saltato due appuntamenti, riuscirà a presentarsi in tempo all'ufficio di assistenza sociale competente per ottenere la piena erogazione dei sussidi.

Il dibattito su una vera inversione di tendenza in materia di migrazione, sulle espulsioni dei migranti irregolari, è stato completamente soffocato. Assistiamo invece ad azioni individuali, pensate per attirare l'attenzione dei media, volte a nascondere il fatto che Merz, Klingbeil e i loro alleati concordano sui principi fondamentali: la politica della Commissione europea di perseguire un'economia a zero emissioni nette e una politica di frontiere aperte deve proseguire, a qualunque costo.

Conosciamo bene la diagnosi mancante e le soluzioni stereotipate: riduzione della burocrazia, prezzi agevolati per l'elettricità industriale, una vaga promessa di riduzione delle imposte sulle società per il 2028. Tutto ciò non è altro che un palliativo. I veri strumenti ideologici – dalla legge sulle catene di approvvigionamento alla legge sul riscaldamento e fino al recente aumento della tassa sulla CO₂ – vengono difesi con tutte le loro forze.

I contribuenti e le piccole e medie imprese vengono dissanguati nella speranza di raggiungere, un giorno, un Elisio verde. Merz vede lo Stato come l'attore decisivo dell'economia. I settori chiave devono essere controllati integralmente: dalle industrie culturali verdi al settore militare in espansione, fino alle materie prime, naturalmente mascherato da prodotti fallimentari come l'“acciaio verde”. Questa visione è condivisa dai partner del governo tedesco a Parigi e Bruxelles.

La fatale convinzione dell'onniscienza del pianificatore centrale sta trascinando il Paese verso il basso come piombo.


La fuga di capitali come voto con i piedi

È sorprendente con quanta sfrontatezza Friedrich Merz continui a indicare tagli fiscali e incentivi agli investimenti, nonché presunti lavori preparatori svolti dalla coalizione lo scorso anno. Abbiamo già sentito tutto questo. Alla fine, la colpa del declino ricade sempre sugli imprenditori. Che in Germania la situazione rimanga stagnante, ovviamente, non ha nulla a che vedere con l'eccessiva regolamentazione kafkiana che, solo negli ultimi tre anni, ha costretto l'economia a creare 325.000 nuovi posti di lavoro semplicemente per far fronte ai nuovi requisiti normativi.

Lo stato iper-potente è strabordante, sta diventando obeso e ora esternalizza il suo lavoro burocratico tentacolare.

In realtà, il capitale sta votando con i piedi. Anno dopo anno, la Germania perde tra i €60 e i €100 miliardi in investimenti diretti netti. Non si tratta di una coincidenza, ma di un chiaro verdetto sulle condizioni catastrofiche del territorio.

In risposta a questo salasso economico orchestrato dallo Stato, il cancelliere ha presentato il suo cosiddetto “Fondo Germania”: un fondo di investimento statale destinato a convogliare capitali privati ​​verso settori di crescita ritenuti promettenti. Ancora una volta, un'economia pianificata, questa volta sotto le spoglie della promozione dell'innovazione. Allocazione dei capitali per decreto politico.

La crisi del debito autoinflitta, innescata dallo smantellamento del freno al debito, viene convenientemente ignorata da Merz nella sua lettera: saranno le future generazioni di politici e contribuenti a dover affrontare questo disastro.

“Fondo Germania”: quando la situazione si fa scomoda, la stessa classe politica che rifiuta categoricamente qualsiasi riferimento nazionale improvvisamente ricorre a simboli patriottici. Una manovra trasparente che si inserisce perfettamente nei giochi mediatici della Cancelleria: dal “Made for Germany” (come riportato da Apollo News) agli appelli agli imprenditori affinché investano in Germania dopo un presunto brillante lavoro preparatorio politico. Merz si atteggia ripetutamente a cancelliere favorevole alle imprese, apparentemente ignaro del fatto che la sua credibilità e la fiducia nei suoi confronti siano state da tempo dilapidate.

Friedrich Merz si comporta come un pianificatore centrale privo di una bussola ordoliberale. Il suo periodo come dirigente di facciata alla BlackRock sembra non avergli fornito l'accesso alla conoscenza segreta dei processi di mercato. Forse avrebbe dovuto studiare con il tanto criticato Javier Milei per capire che una ristrutturazione ecologica dell'economia secondo un piano statale è destinata al fallimento.

Nella prossima circolare, Merz probabilmente riproporrà il suo consueto repertorio di slogan di resistenza e luoghi comuni tipici delle piccole e medie imprese, guadagnando tempo in quella che si sta trasformando in un'inevitabile lotta contro il declino.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 2 settembre 2026

Il programma di Milei: porre fine allo Stato debitore responsabilizzando i politici per gli eccessi di bilancio

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-programma-di-milei-porre-fine)

Solo il contrasto rivela i propri errori. Javier Milei è l'antitesi della classe politica tedesca, e il paragone non potrebbe essere più netto.

Mentre la Germania continua ad espandere lo Stato, l'Argentina sta tagliando i sussidi e riducendo drasticamente le dimensioni della sua burocrazia pubblica; mentre Berlino accumula enormi debiti pubblici, Buenos Aires fa registrare un avanzo primario di bilancio; Friedrich Merz crede nel potere curativo dell'intervento statale, mentre Milei sta deregolamentando i mercati e spianando la strada a un boom degli investimenti.

L'Argentina ha realizzato una svolta economica, mentre la Germania continua il suo declino. L'economia argentina è in costante crescita, l'occupazione nel settore privato è in espansione e il tasso di povertà sta diminuendo rapidamente.

In un momento in cui la Germania raddoppia la posta in gioco sul debito, sull'industria degli armamenti e sulla pianificazione statale ecologista, Milei appare come una cometa che sfida sia la gravità politica sia le dottrine convenzionali di governo.

L'ultima iniziativa del presidente argentino è la cosiddetta “Catena Fiscale”.

Dietro il nome marziale si cela quella che si configura come una vera e propria rivoluzione fiscale. Milei ha presentato per la prima volta la proposta, con il suo caratteristico stile accattivante, durante un discorso televisivo al popolo argentino. Il disegno di legge deve ancora essere approvato dal Congresso, dove il suo partito, La Libertad Avanza, dovrebbe ottenere il sostegno delle fazioni parlamentari alleate in entrambe le camere.

Sebbene Milei non disponga di una maggioranza parlamentare propria, le sue alleanze si sono finora dimostrate straordinariamente solide.

Se approvata, questa legge romperebbe con una delle regole non scritte della politica moderna: il presupposto che i governi possano sempre comprare voti con una maggiore spesa pubblica, tasse più alte e un debito sempre crescente. La pratica di gravare sulle generazioni future e sui contribuenti con un'espansione del credito orchestrata politicamente, almeno per il momento, giungerebbe al termine.

L'idea di Milei è semplice: ai futuri governi argentini dovrebbero essere tarpate le ali prima ancora che siano in grado di spiccare il volo verso un'altra folle corsa alla spesa finanziata dal debito.

Il meccanismo è altrettanto semplice: se il bilancio federale dovesse rimanere in deficit per diversi mesi consecutivi, al Congresso verrebbe dato un termine per ripristinare l'equilibrio fiscale. Il mancato rispetto di tale termine comporterebbe automaticamente una paralisi del governo simile a quella statunitense. Le attività governative non essenziali verrebbero sospese automaticamente, senza ulteriori dibattiti parlamentari o trattative politiche. Il Presidente, il Vicepresidente, i ministri, i segretari di Stato e ogni membro di entrambe le camere del Congresso non riceverebbero un solo pèso di stipendio fino al ripristino del pareggio di bilancio.

Inoltre, tutte le nuove spese verrebbero congelate. Non si potrebbero stipulare nuovi contratti né assumere nuovi dipendenti pubblici. Ancor più grave, verrebbero sospesi anche i trasferimenti discrezionali dal governo federale alle province argentine.

Allo stesso tempo, la legge tutela le responsabilità fondamentali dello Stato. I pagamenti delle pensioni, i servizi sanitari, i sussidi di disoccupazione, così come gli stipendi degli agenti di polizia, dei membri delle forze armate e del personale penitenziario, rimarrebbero pienamente esenti da queste misure di austerità.

Per gli statalisti tedeschi, una proposta del genere è quasi impensabile. Piuttosto che confrontarsi con le idee o le politiche di Milei, preferiscono ignorarlo completamente. Per il cancelliere Friedrich Merz, Milei è diventato una sorta di campanello d'allarme. In un'occasione, durante un'intervista televisiva, Merz ha affermato che il presidente argentino stava rovinando il suo Paese e calpestando il suo popolo.

Una tipica risposta da Merz. Il cancelliere tedesco vede il mondo attraverso un prisma che distorce la realtà. Parla come un autentico credente nell'onnipotenza dello Stato, una convinzione che non è mai stata scossa da una vita trascorsa al sicuro all'interno dell'establishment politico.

Poi, di tanto in tanto, qualcuno rompe i ranghi all'interno del consenso della sinistra tedesca e dice ad alta voce ciò che molti pensano veramente di Milei. Lo definiscono “autoritario” e una minaccia per i diritti umani. Nell'aprile di quest'anno, il partito della Sinistra tedesca ha addirittura presentato una mozione parlamentare che descriveva Milei come “ultra-neoliberale”. Provenendo da uno dei partiti politici più statalisti della Germania, un'etichetta del genere dovrebbe essere considerata un complimento. Dice molto di più sui limiti intellettuali dei suoi autori che su Milei stesso.

Ciò che colpisce e al tempo stesso preoccupa è quanto la retorica della cancelleria tedesca si sia avvicinata al linguaggio volgare tradizionalmente associato alla sinistra politica.

Eppure, nemmeno Javier Milei riesce a soddisfare appieno i libertari tedeschi. Il loro leader intellettuale, Hans-Hermann Hoppe, ex-professore all'Università del Nevada, Las Vegas e allievo di Murray Rothbard, si è lamentato, a pochi mesi dall'inizio della presidenza di Milei, del fatto che quest'ultimo non avesse mantenuto la sua principale promessa elettorale: l'abolizione della banca centrale.

La critica mette in luce una debolezza fondamentale di molti libertari: vivono nel mondo teorico della logica da manuale. In tale contesto, sembra inconcepibile che l'abolizione della banca centrale da un giorno all'altro possa far deragliare l'intera presidenza di Milei. Non ci vuole molta immaginazione per visualizzare l'alternativa: un collasso finanziario seguito dalla caduta del governo, proprio il tipo di scenario che metterebbe a repentaglio l'intero progetto di riforma di Milei.

Ma non è compito di Milei accontentare tutti. Alla fine, ogni leader politico di successo delude quasi tutti i suoi elettori: non elargisce favori e non fa promesse vuote. Il suo programma di austerità intransigente sta disintossicando lo Stato, ripristinando l'economia di mercato, smantellando i sussidi e trasformando in perdenti tutti coloro che per lungo tempo hanno vissuto a spese dello Stato senza dare un contributo produttivo, sostenuti dal clientelismo politico piuttosto che da una reale necessità economica.

Se Milei manterrà la sua linea e l'Argentina continuerà a ritrovare stabilità, è probabile che passi alla storia del Paese come un riformatore libertario che ha saputo coniugare convinzione e prudenza. Gli statalisti tedeschi – da Friedrich Merz e Lars Klingbeil a Ursula von der Leyen – farebbero bene a prepararsi: potranno ignorarlo, ridicolizzarlo o insultarlo, ma la realtà ha la brutta abitudine di insinuarsi silenziosamente nella mente delle persone.

Come scrisse Nietzsche in Così parlò Zarathustra: “I pensieri che giungono al passo di una colomba guidano il mondo”. Talvolta, però, arrivano accompagnati dal rombo di una motosega.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 1 settembre 2026

La classe media tedesca sotto assedio

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-classe-media-tedesca-sotto-assedio)

Risparmiate quando avete abbondanza, e ne avrete quando ce ne sarà bisogno. Un vecchio proverbio tedesco, che ora si rivela tragicamente profetico. Le difficoltà causate da un'ideologia socialista sono solo all'inizio. È probabile che questo esperimento eco-socialista continui a devastare il Paese fino a quando la sua sostanza economica non sarà completamente consumata.

Il nuovo anno è iniziato come è finito quello vecchio: un'incursione fiscale nelle tasche della classe media. A Bruxelles e Berlino si respira un senso di soddisfazione per il fatto che i cittadini siano stati silenziosamente, senza clamore, sottoposti a ulteriori aumenti delle tasse, i cui introiti, come la marea che sale, sollevano solo leggermente tutte le navi.

Il 1° gennaio, il prezzo della CO₂ per tonnellata di gas emesso è salito da €55 a €65. Questa tassa, applicata ai combustibili fossili come benzina, diesel, gas naturale e olio combustibile, si insinua come una linea rossa lungo l'intera catena del valore, arrivando persino a pesare sulle bollette delle famiglie. Il meccanismo di estrazione verde è ormai saldamente radicato nella società, finanziando in misura crescente le attività di Bruxelles e venendo difeso a spada tratta dai politici al governo.


La menzogna degli sgravi fiscali

Quando il governo federale celebra i suoi sgravi fiscali per le fasce di reddito basse e medie, la realtà racconta una storia diversa. In verità, questi implacabili esattori fiscali stanno ulteriormente aumentando il carico tributario. Solo l'opera fuorviante dei media generalisti impedisce che i costi di questo iperstato in continua espansione diventino pienamente visibili.

Il 2026 si sta rivelando un anno costoso per la classe media tedesca, in costante contrazione, come si è notato dal primo stipendio dell'anno. I tedeschi si sono trovati di fronte al vero costo di uno stato sociale eccessivamente esteso e dell'esperimento unico nel suo genere di trasformazione del sistema di previdenza sociale tedesco in un sistema assicurativo quasi globale.

Mai dalla Seconda guerra mondiale la classe media tedesca si era trovata ad affrontare una pressione fiscale ed economica di tale portata.


Il peso dei sussidi statali sulla classe media

Gli innumerevoli sussidi e interventi statali che finanziano il complesso settore delle “arti verdi”, la guerra in Ucraina e ora il rafforzamento militare costituiscono un attacco diretto alla classe media tedesca. Le imprese e i contribuenti pagano ogni anno un “prezzo di sangue” sempre più alto per sostenere le ambizioni ideologiche e di potere di Berlino e Bruxelles.

Il programma di sovvenzioni per le energie rinnovabili, l'EEG, tuttora attivo, da solo consuma oltre €16 miliardi per una rete energetica che, sin dalla fine dell'energia nucleare, non fornisce più una base sicura per la produzione industriale, spingendo i costi dell'elettricità, sia per l'industria che per le famiglie, a livelli vertiginosi. La “palla di ghiaccio” di Trittin è diventata un Himalaya dei costi che nessuno riesce a scalare.

Il declino industriale della Germania, che dura da sette anni e che ora sta accelerando, ripercorre fedelmente il percorso di distruzione deliberata della sua base industriale. Quasi 300.000 posti di lavoro nel settore industriale sono andati persi sin dal 2018: una tragedia, eppure apparentemente di scarsa preoccupazione per i politici di Berlino.

I tesorieri comunali, tuttavia, stanno subendo le conseguenze: con il crollo delle entrate fiscali delle imprese a causa della distruzione industriale, i cittadini possono aspettarsi tagli ai servizi pubblici e forti aumenti delle tasse. Scuole, asili, impianti sportivi: tutti dovranno affrontare drastici tagli. Un grande ringraziamento va all'ufficio di pianificazione centrale a Berlino.


Settore industriale sull'orlo del baratro: i prestiti si esauriscono

L'obiettivo di Friedrich Merz, Ursula von der Leyen e degli altri pianificatori centrali è chiaro: utilizzare i prestiti statali per occupare le capacità industriali liberate. Eppure, per quanto i finanziamenti affluiscano nel nuovo programma sociale sotto l'egida di un fondo speciale per la produzione verde e militare, l'effetto si è già esaurito. A dicembre dell'anno scorso, l'intero settore industriale dell'Eurozona, misurato dagli attuali indici PMI (Purchasing Managers' Index), è scivolato in recessione. Da sette anni ormai la Germania sta vedendo ridimensionarsi continuamente la sua industria.

Una vittoria per i pianificatori centrali di Bruxelles, il cui obiettivo è la neutralizzazione economica e geopolitica del Paese. Dopo anni di deindustrializzazione e ondate di fallimenti, questa strategia è difficile da interpretare diversamente. L'indice PMI tedesco si attesta ora a 47 punti, chiaramente in contrazione. Centinaia di migliaia di posti di lavoro andranno persi quest'anno. Solo l'anno scorso, 24.000 aziende sono fallite. Non sono ancora disponibili cifre precise sui deflussi di posti di lavoro e investimenti diretti netti; nel 2024, €64,5 miliardi sono usciti dalla Germania. L'industria tedesca non è più competitiva.


Il gioco dell'attribuzione delle colpe

I colpevoli vengono individuati rapidamente. Spesso si citano i dazi statunitensi, un tema caro ai media generalisti, sebbene la crisi sia iniziata ben prima dell'elezione di Donald Trump. Viene inoltre evidenziata la concorrenza del dumping cinese. Pur essendo un fattore da tenere in considerazione, il 99% dei problemi economici della Germania ha origini interne.

Nessuno ha costretto il Paese a tenere i confini spalancati per un decennio, spingendo il suo sistema di previdenza sociale sull'orlo del collasso, il tutto per creare nuove basi elettorali per la sinistra e per spezzare la resistenza della destra borghese.


Contrazione della classe media e calo degli investimenti

Questa tendenza si riflette anche nella classe media. L'indice DATEV PMI mostra un calo dei ricavi reali in tutti i settori, in particolare nel commercio, nell'edilizia e nei servizi al consumo. Gli investimenti sono pressoché congelati: solo il 20% delle imprese prevede un aumento degli investimenti, secondo il PMI di LBBW.

L'agenda ideologica ecologista ha lasciato il segno. Costi elevati dell'elettricità, redditi in calo e inflazione persistente stanno prosciugando le risorse della classe media. Il settore della vendita al dettaglio ne ha risentito per la prima volta durante il periodo natalizio: le vendite nominali sono aumentate dell'1,5%, ma le vendite reali sono diminuite dell'1% nel mese di punta.

Nel 2026, la classe media tedesca è costantemente afflitta dallo stress economico. Prezzi immobiliari elevati, tassi di interesse reali pari a zero sui risparmi e una rapida erosione della sostanza economica si scontrano con uno Stato in continua espansione. La burocrazia e l'apparato statale si stanno trasformando in un leviatano parassitario, finanziato da un numero sempre minore di contribuenti.


Conseguenze per l'industria, il commercio e i centri urbani

Troppo dipende dall'elevata creazione di valore industriale della Germania: imprese di servizi, alti redditi da fattori produttivi e finanze comunali solide, tutto ciò sta andando perduto, e i suoi effetti si riflettono nei centri urbani.

Dove un tempo la vita fioriva, ogni anno chiudono circa 5.000 negozi, una perdita irreparabile. La desolazione rispecchia ciò che i cittadini avvertono nelle proprie tasche: il declino è iniziato.

Il calo del potere d'acquisto della classe media è particolarmente evidente nel settore dell'ospitalità, dove le famiglie sono le prime a tagliare le spese. Gli hotel hanno perso il 3,7% del fatturato reale nel 2025, mentre ristoranti e bar hanno registrato un calo del 4,1% su base annua. Le famiglie risparmiano ovunque sia possibile. Gli alti costi energetici, l'aumento degli oneri sociali e l'indebolimento del mercato del lavoro lasciano dietro di sé una scia di declino economico.


Lezioni mancate: la popolazione e la crisi

Le crisi economiche strutturali impiegano tempo a penetrare nella coscienza pubblica. La maggior parte delle famiglie inizialmente stringe la cinghia senza lamentarsi.

Lo Stato sfrutta questa calma prima della tempesta per consumare la ricchezza dei cittadini più velocemente di quanto il settore privato sia in grado di compensare. Con un nuovo debito netto superiore al 5,5% quest'anno – inclusi gli artifici contabili – ciò è particolarmente evidente. La devozione di una parte della popolazione a una dottrina ideologica si trasforma in una tragedia costosa e distruttiva.

La Germania si trova ad affrontare una nazione impreparata a trarre le lezioni necessarie: invertire la politica migratoria, adattare l'apparato statale ipertrofico alle nuove realtà economiche e ridimensionarlo di conseguenza. Manca ancora una svolta verso un'economia di mercato meritocratica.

Finché queste lezioni non saranno apprese e messe in pratica, la Germania continuerà a declinare.

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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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