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mercoledì 24 dicembre 2025

Euforia degli investitori e anatomia di un crollo dei mercati

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Brent Johnson

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/euforia-degli-investitori-e-anatomia)

I mercati si muovono in cicli di innovazione e speculazione e l'attuale impennata per quanto riguarda l'intelligenza artificiale non fa eccezione.

L'attuale boom nel settore dell'intelligenza artificiale presenta quasi tutte le caratteristiche che hanno caratterizzato le bolle speculative del passato: valutazioni alle stelle, flussi di capitale concentrati, sentiment euforico degli investitori e narrazioni mediatiche che rafforzano le aspettative di una crescita inarrestabile. Sotto molti aspetti i parallelismi vanno oltre la semplice somiglianza: il fervore speculativo attorno ai rivali dell'intelligenza artificiale supera per molti versi la bolla South Sea, la mania per le ferrovie degli anni '40 dell'Ottocento, il boom degli anni '20, l'era delle dot-com e la frenesia dei mutui subprime.

Al centro della tempesta si trova un mix infiammabile di autentiche promesse tecnologiche, abbondante liquidità e psicologia umana. Gli investitori intravedono il potenziale per una trasformazione che cambierà il mondo, il credito rimane sufficientemente accessibile da alimentare l'assunzione di rischi e la paura di perdere un'occasione spinge i comportamenti verso estremi.

Il risultato è un ambiente in cui sia le startup che le aziende consolidate vengono valutate come se un'esecuzione impeccabile, una crescita esponenziale e un'adozione di massa immediata fossero inevitabili.

Tali presupposti sono insostenibili.

Ogni bolla speculativa storica ha messo in luce il pericolo di aspettative troppo distanti dalla realtà. Alla fine degli anni '90 il mantra era che i profitti non contavano più; oggi molte aziende nel settore dell'intelligenza artificiale proiettano ricavi e margini sulla base di scenari non comprovati.

Quando il divario tra proiezioni e risultati effettivi si amplia, i rischi si aggravano. Le perdite finanziarie sono il risultato più evidente, ma la storia dimostra che spesso seguono comportamenti scorretti. Dal boom per le ferrovie del XIX secolo a Enron, WorldCom e ai più recenti eccessi sui mutui, periodi di estremo ottimismo hanno creato terreno fertile per contabilità creativa, false dichiarazioni e frodi.

I segnali d'allarme sono ben noti.

Valutazioni estreme rispetto agli utili tangibili, un'elevata concentrazione di capitale in una manciata di vincitori celebrati e la facile reperibilità di finanziamenti, o la leva finanziaria, aumentano il rischio sistemico. La proliferazione di prodotti finanziari complessi amplifica la fragilità, trasformando piccole interruzioni in eventi di stress a cascata.

E come sempre l'insistenza sul fatto che “questa volta è diverso” riecheggia forte sullo sfondo, incoraggiando il comportamento del gregge e scoraggiando un'analisi sobria.

Quando sia gli investitori al dettaglio che quelli istituzionali inseguono le dinamiche di mercato anziché i fondamentali, il sistema si avvicina sempre di più al punto di rottura.

Anche la storia offre una guida per orientarsi in questi ambienti.

Gli investitori che desiderano partecipare all'innovazione senza esserne travolti dagli eccessi devono applicare un quadro di riferimento disciplinato e storicamente fondato. Ciò significa mettere in discussione le ipotesi alla base delle valutazioni, analizzare attentamente le proiezioni di profitto, monitorare le condizioni di leva finanziaria e liquidità, e verificare se i modelli di business siano sufficientemente solidi da resistere agli shock.

Significa anche coltivare la consapevolezza comportamentale, riconoscendo che la paura di perdersi qualcosa, gli istinti del gregge e l'intossicazione narrativa possono sopraffare anche i decisori più esperti.

La cosa più importante di tutte: è essenziale vigilare contro una contabilità aggressiva o una guida irrealistica, poiché gli incentivi all'abbellimento diventano più forti nei picchi speculativi.

Questo studio non è scritto da una posizione di pessimismo. Si tratta di un'esplorazione generale dell'anatomia dei crolli del mercato, concepita per fornire un quadro di riferimento per comprendere perché si formano i cicli speculativi e come si esauriscono.

Allo stesso tempo è tempestivo. Le condizioni che osserviamo oggi suggeriscono che una brusca correzione non è una possibilità remota, ma un rischio a breve termine.

E il nostro obiettivo non è predicare la paura.

Piuttosto si tratta di aiutare a preparare i lettori alle onde anomale che la storia ci insegna si presentano proprio quando le acque sembrano più calme. Crediamo che emergeranno opportunità straordinarie una volta che gli eccessi saranno eliminati dal sistema, ma per coglierle, gli investitori devono prima sopravvivere alla volatilità che li attende.

Le sezioni che seguono si basano su queste fondamenta, a partire dal boom dell'intelligenza artificiale stessa. In quanto esempio attuale più vivido di innovazione che si scontra con la speculazione, fornisce un caso di studio concreto di come opportunità e rischio si intreccino, preparando il terreno sia per un crollo doloroso che per un rinnovamento duraturo.


Lo sfondo

I mercati finanziari hanno sempre oscillato tra paura e avidità, momenti di stabilità ed episodi di mania.

I crolli sono raramente il risultato di shock davvero imprevisti; spesso sono l'inevitabile risultato di lunghi periodi di euforia degli investitori. Queste fasi euforiche sono caratterizzate da un mix inebriante di estremo ottimismo, valutazioni in forte crescita, facile disponibilità di credito e la convinzione che un nuovo paradigma tecnologico, o economico, giustifichi l'abbandono delle lezioni della storia.

Col senno di poi i segnali di eccesso appaiono solitamente evidenti, ma sul momento investitori, istituzioni e persino autorità di regolamentazione si lasciano cullare da narrazioni persuasive e dall'apparente affidabilità di prezzi in costante aumento.

Questo saggio esamina l'anatomia di questi cicli euforici. Esplora le condizioni che permettono all'ottimismo di crescere incontrollato, i segnali che possono essere visti in tempo reale, le distorsioni che si rivelano solo dopo il crollo e gli insegnamenti duraturi che gli investitori possono trarre.

Esempi storici che spaziano dalla mania dei tulipani al boom delle dot-com fino alla frenesia delle SPAC del 2021, abbinati a dati su valutazioni, leva finanziaria, IPO e liquidità forniscono la lente attraverso cui analizzare come si sviluppano le manie, perché si esauriscono e come gli investitori disciplinati possono prepararsi alle loro conseguenze.

Condizioni che generano euforia

L'euforia tende ad essere alimentata da tre elementi principali:

  1. Valutazioni gonfiate;
  2. Credito abbondante;
  3. Una narrazione avvincente del progresso.

La valutazione è il segnale più immediato. Il CAPE ratio di Robert Shiller offre una panoramica lunga un secolo su come i multipli degli utili si espandono durante le ere speculative.

Nel 1929 il CAPE salì sopra quota 32 prima di crollare a 5 nel pieno della Grande Depressione. Nel 2000, al culmine della bolla delle dot-com, toccò quota 44, un record che resistette fino ai giorni nostri, quando il CAPE è tornato a superare quota 30.

Ogni picco fu seguito da anni, persino decenni, di rendimenti modesti.

Le valutazioni elevate potrebbero non innescare un crollo immediato, ma comprimono i rendimenti futuri a lungo termine, lasciando i mercati vulnerabili a improvvisi cambiamenti di sentiment.

La disponibilità di credito costituisce il secondo elemento motore.

La liquidità fornita da banche, istituti di credito ombra, o banche centrali, amplifica la speculazione. Il debito marginale ne è un esempio lampante: ha raggiunto i $278 miliardi nel marzo 2000, i $381 miliardi nel luglio 2007 e i $935 miliardi nell'ottobre 2021, prima di superare quota $1.000 miliardi nel ciclo attuale. Ogni impennata ha coinciso con un'ondata di assunzione di rischi; ogni ritracciamento ha amplificato le perdite, mentre le vendite forzate si sono riversate a cascata nel sistema.

Il terzo elemento motore è la narrazione.

Le bolle speculative raramente si costruiscono sul nulla; sono ancorate a cambiamenti concreti. Le ferrovie nel diciannovesimo secolo, l'elettrificazione e le automobili all'inizio del ventesimo, Internet negli anni Novanta e l'intelligenza artificiale e le crittovalute negli anni Venti del XX secolo hanno tutti offerto visioni credibili di crescita illimitata. Eppure i mercati hanno costantemente prezzato queste innovazioni con una velocità e una portata irrealistiche.

La frase “questa volta è diverso” riecheggia in ogni episodio euforico, utilizzata per razionalizzare valutazioni e livelli di leva finanziaria che in tempi più calmi sarebbero liquidati come sconsiderati.

Segnali visibili in tempo reale

Anche al culmine della mania, i segnali d'allarme sono visibili a chi è disposto a guardare.

L'impennata degli investitori al dettaglio è un indicatore comune. Negli anni '20 le famiglie speculavano nei bucket shop con scommesse a leva sulle azioni. Gli anni '90 hanno visto i day trader armati di broker online e consigli nelle chat room. Negli anni 2020 le app senza commissioni hanno alimentato la frenesia dei meme azionari, con milioni di persone che si sono riversate su GameStop, AMC e altre società speculative.

Quando l'investimento si trasforma in intrattenimento culturale, i mercati sono già immersi nella fase euforica.

L'emissione è un altro segnale.

Nel 1999 quasi 500 IPO hanno inondato i mercati, molte delle quali da parte di aziende non redditizie. Nel 2021 oltre 1.000 quotazioni, dominate dalle SPAC, hanno eclissato persino quell'ondata. Tali ondate dimostrano non solo l'interesse degli investitori, ma anche l'opportunismo di chi emette titoli che sfruttano valutazioni gonfiate.

Gli andamenti dei prezzi spesso forniscono una conferma. I movimenti parabolici, in cui i prezzi accelerano oltre la sostenibilità, sono il classico segnale. Il NASDAQ tra il 1998 e il 2000, Bitcoin nel 2017 e nel 2021, e alcuni titoli legati all'intelligenza artificiale nel 2023-2025 hanno tutti mostrato questo comportamento. La copertura mediatica, poi, segue l'esempio, spostandosi verso un'incessante positività, con storie di milionari dall'oggi al domani e testimonial di celebrità che rafforzano la frenesia.

La mania speculativa raggiunge il suo apice quando entra nella coscienza culturale dominante.

Le misure di liquidità aggiungono ulteriori prove.

Nel 2020 M2 degli Stati Uniti è aumentata di quasi il 25% su base annua, il ritmo più rapido sin dalla Seconda guerra mondiale, alimentato dagli stimoli fiscali, dai tassi di interesse bassissimi e dagli acquisti massicci di asset. Quell'impennata ha alimentato il boom di azioni, crittovalute e oggetti da collezione. Quando M2 si è contratto nel 2022, gli asset rischiosi sono crollati, rivelando quanto l'euforia dipenda dall'ondata di liquidità.

Segnali più chiari solo col senno di poi

Altre distorsioni emergono solo dopo il crollo.

Il capitale a basso costo favorisce investimenti sbagliati: le aziende dot-com bruciano denaro in marketing alla fine degli anni '90, le startup SPAC del 2020-2021 crollano una volta evaporati i finanziamenti facili. La leva finanziaria nascosta è un'altra rivelazione. Nel 2008 i titoli garantiti da ipoteca e i CDO nascondevano esposizioni sistemiche; nel 2022 i prestatori di crittovalute falliscono per ragioni simili.
Anche le narrazioni subiscono una svolta radicale.

Durante i periodi di boom l'attenzione è rivolta alla crescita senza limiti; dopo i crolli l'attenzione si sposta sulla governance, sull'economia di mercato e sulla sostenibilità. Il passaggio da “quanto può diventare grande?” a “può sopravvivere?” è il segno distintivo di un'inversione di tendenza.

Un altro problema è la falsa rappresentazione contabile.

Enron rimane l'archetipo: il finanziamento da parte dei fornitori, il riconoscimento anticipato dei ricavi e altri espedienti hanno prolungato l'illusione, fino a rendere il crollo inevitabile. Il crollo di Enron ha trascinato con sé anche Arthur Andersen, uno degli studi di revisione contabile più prestigiosi al mondo, a dimostrazione di quanto il danno possa estendersi.

Dinamiche comportamentali

Dietro questi modelli finanziari si celano forze psicologiche ricorrenti.

L'atteggiamento gregario spinge gli investitori a seguire la massa, rafforzando lo slancio. L'eccessiva sicurezza convince i trader che usciranno prima della recessione, anche se l'esposizione aumenta. Il pregiudizio narrativo attribuisce alle storie di trasformazione il primato sull'analisi sobria. La percezione del rischio si erode man mano che pratiche un tempo considerate sconsiderate diventano normali.

Questo ciclo di comportamento si ripete con una coerenza inquietante.


Casi di studio riguardo l'euforia

Le manie speculative nascono quando ottimismo, innovazione e ricchezza improvvisa convergono per accendere l'immaginario collettivo e quando il credito facile fornisce a tutti i mezzi per partecipare.

Ogni caso ha i suoi marcatori culturali: i tulipani nell'Olanda del XVII secolo, i progetti della South Sea in Inghilterra durante l'Illuminismo, la radio e le automobili nell'America degli anni '20, le startup di Internet all'inizio del millennio, i mutui cartolarizzati negli anni 2000 e le azioni meme durante l'era della pandemia.

Dietro queste differenze superficiali si nasconde un ciclo emotivo comune: eccitazione, entusiasmo, avidità e, infine, panico.

Tulipanomania (1637)

La mania dei tulipani del 1637 è spesso ricordata come la prima grande bolla finanziaria.

Non si è mai trattato semplicemente di un fiore. Nel Secolo d'Oro olandese Amsterdam era diventata il centro del commercio mondiale e mercanti, artigiani e artisti si arricchivano grazie al commercio mondiale. I tulipani, appena importati dall'Impero Ottomano, erano considerati beni di lusso, i loro colori vivaci e i motivi sorprendenti erano dovuti al virus del mosaico.

Possedere bulbi rari significava dimostrare sia il proprio gusto che la propria posizione sociale.

La domanda trasformò presto i tulipani da status symbol a beni speculativi. Ciò che rese l'episodio straordinario fu la sua profonda penetrazione nella società olandese. Agricoltori, artigiani e piccoli commercianti specularono, spesso attraverso contratti futures che consentivano di scommettere su bulbi mai effettivamente scambiati.

Nel periodo di massimo splendore, un singolo bulbo poteva essere venduto a un prezzo dieci volte superiore al salario annuo di un operaio specializzato, con aneddoti sui prezzi che rivaleggiavano con quelli delle ville in riva al canale.

Quando un'asta ordinaria non riuscì ad attrarre le offerte attese, la fiducia svanì quasi all'istante. I prezzi crollarono, i contratti persero valore e, mentre l'economia olandese assorbiva lo shock, l'episodio lasciò una lezione duratura: quando prestigio e speculazione si fondono, i mercati possono staccarsi dalla realtà.

Bolla della South Sea (1720)

La bolla South Sea del 1720 seguì una traiettoria simile, ma con un peso istituzionale maggiore.

All'inizio del XVIII secolo l'Inghilterra era gravata da debiti di guerra e la South Sea Company propose una soluzione elegante: si sarebbe fatta carico del debito nazionale in cambio di azioni e diritti di monopolio sul commercio con il Sud America spagnolo. Promosso dai politici e approvato come praticamente privo di rischi, il piano fece impennare le azioni.

Gli investitori spaziavano dall'aristocrazia ai cittadini comuni, con la partecipazione persino della famiglia reale. L'ottimismo dell'età dell'Illuminismo incoraggiava la fiducia in opportunità illimitate e gli opportunisti lanciarono decine di iniziative imitatrici, alcune delle quali ridicolmente vaghe, come “una società per realizzare un'impresa di grande vantaggio, ma nessuno che sappesse di cosa si trattasse”.

Quando divenne chiaro che le prospettive commerciali della South Sea erano illusorie e il suo modello di conversione del debito insostenibile, la bolla scoppiò.

Le famiglie persero le loro fortune, la rabbia pubblica divampò e il Parlamento fu costretto a indagare.

La lezione era più ampia della speculazione: sottolineava la pericolosa interazione tra appoggio statale, finanza e fiducia pubblica, un momento formativo nella storia finanziaria britannica.

Crollo del 1929

Il crollo di Wall Street del 1929 catturò l'euforico mix di innovazione tecnologica, esuberanza culturale e leva finanziaria.

Gli anni '20 furono un periodo di trasformazione: le automobili ampliarono la mobilità, le radio collegarono le case e gli elettrodomestici rivoluzionarono la vita quotidiana. Il jazz, il cinema e l'energia culturale del decennio rafforzarono la sensazione che una nuova era di prosperità fosse permanente. Gli utili aziendali aumentarono, la proprietà azionaria si ampliò e i prestiti al margine permisero agli investitori di acquistare azioni con fondi presi in prestito.

Giornali e personalità radiofoniche celebravano il mercato come un biglietto di sola andata verso la ricchezza.

Nel 1929 le valutazioni erano spinte all'estremo, ma la convinzione culturale nel progresso soffocò lo scetticismo. Con l'arrivo della recessione, le richieste di margine si trasformarono in vendite dettate dal panico. Il crollo segnò la brusca fine dei ruggenti Anni Venti, infranse la fiducia nei mercati e aprì la strada alle difficoltà della Grande Depressione.

Bolla delle dot-com (1999-2000)

La bolla delle dot-com della fine degli anni '90 e dell'inizio degli anni 2000 rappresenta uno dei parallelismi moderni più evidenti.

Internet rappresentò una vera e propria rivoluzione tecnologica, ma come in epoche precedenti, fu mitizzato come fondamento di una “nuova economia” in cui le vecchie regole di valutazione non erano più valide. Le startup divennero icone culturali, investite da capitali di rischio e introdotte sul mercato attraverso un'ondata di IPO.

Gli investitori al dettaglio, favoriti dalle società di intermediazione online, si unirono alla corsa. Tra i reperti culturali dell'epoca figuravano le pubblicità al Super Bowl di aziende non redditizie e le copertine di riviste che proclamavano la fine delle attività commerciali tradizionali. Gli analisti sostenevano che “gli occhi” e i “clic” contassero più dei profitti.

Il rapporto CAPE Shiller salì a 44, un valore storico estremo. Quando la bolla scoppiò, il NASDAQ perse quasi l'80% del suo valore in due anni, cancellando fortune e carriere. Eppure, come nel 1929, le innovazioni di base hanno resistito: Amazon, Google ed eBay alla fine hanno prosperato, proprio come avevano fatto prima di loro automobili e radio.

La lezione non è che l'innovazione non abbia valore, ma che la speculazione accelera le aspettative ben oltre ciò che la realtà può offrire.

Crisi finanziaria globale (2008)

La crisi finanziaria globale del 2008 ha esteso il modello di euforia ai mercati del credito.

A differenza del boom delle dot-com, non si trattò di una mania di famiglie che acquistavano azioni di internet, ma di istituzioni che costruivano torri di leva finanziaria sulle fondamenta del mercato immobiliare. Il contesto culturale era la convinzione che la proprietà della casa fosse il fondamento del sogno americano, unita alla convinzione che i prezzi delle case non sarebbero mai diminuiti a livello nazionale.

Le banche concedevano credito a mutuatari sempre meno qualificati.

Wall Street confezionò i mutui in titoli e obbligazioni garantite da garanzie reali, che le agenzie di rating premiavano con lo status di investment grade. Gli investitori istituzionali, avidi di rendimento, li acquistavano con entusiasmo.

Quando i prezzi delle case cominciarono a scendere nel 2006 e nel 2007, l'illusione crollò.

Bear Stearns, Lehman Brothers e altri colossi crollarono, i mercati del credito si bloccarono e la crisi sfociò nella peggiore recessione globale sin dagli anni '30. La narrazione di stabilità e sicurezza cedette il passo alla fragilità sistemica e alla sfiducia.

Boom delle SPAC e delle azioni Meme (2020-2021)

Il boom delle SPAC e delle azioni meme del 2020-2021 ha dimostrato la rapidità con cui l'euforia si adatta ai nuovi ambienti.

La pandemia ha inizialmente scatenato il panico, ma uno stimolo monetario e fiscale senza precedenti ha presto invertito la rotta. Con tassi di interesse prossimi allo zero, migliaia di miliardi di dollari in trasferimenti governativi e risparmi delle famiglie da record, gli investitori al dettaglio si sono ritrovati con capitali da investire.

Piattaforme come Robinhood hanno reso il trading gratuito e ludico, mentre le comunità online su Reddit e Twitter hanno forgiato una cultura di speculazione collettiva. Titoli meme come GameStop e AMC sono diventati simboli culturali, celebrati meno per i fondamentali che per il ruolo di veicoli di ribellione contro Wall Street. Allo stesso tempo le SPAC si sono moltiplicate, offrendo quotazioni rapide per aziende non ancora testate.

Solo nel 2021 oltre 600 SPAC hanno raccolto capitali, riflettendo sia l'entusiasmo degli investitori sia la convinzione culturale che il cambiamento fosse possibile. Nel 2022 l'inasprimento della politica monetaria e l'inflazione hanno smorzato il boom.

Le azioni meme, le SPAC e persino le crittovalute sono crollati, lasciandosi alle spalle un'altra lezione: liquidità, psicologia e cultura possono generare illusioni di permanenza che si dissolvono da un giorno all'altro.

Nel loro insieme questi vari episodi mostrano come le società si convincano ripetutamente di essere sull'orlo della trasformazione, che si tratti di fiori, commercio globale, industria, tecnologia, o piattaforme digitali.

L'espansione del credito, la narrazione culturale e la partecipazione di massa forniscono il carburante.

Il crollo porta distruzione, riforma e riflessione, ma anche resilienza.

In quasi tutti i casi, l'innovazione al centro della bolla – tulipani a parte – è sopravvissuta al crollo.

Ciò che resta è sia un racconto ammonitore che una base per il futuro.


Lezioni per gli investitori: un esame più approfondito

La lunga storia delle manie euforiche offre una serie coerente di insegnamenti per gli investitori disposti a guardare oltre i guadagni a breve termine e a concentrarsi sulla conservazione del capitale attraverso i cicli.

Questi insegnamenti non sono principi astratti, si basano su secoli di modelli ripetuti, dalla speculazione sui tulipani nel XVII secolo alle crittovalute fino alle meme stock del XXI.

Studiando queste dinamiche ricorrenti, gli investitori possono elaborare un quadro pratico che funzioni sia come sistema di allarme che come guida per un processo decisionale disciplinato.

La disciplina nelle valutazioni è importante 

Il segnale più chiaro di un eccesso speculativo è la valutazione. Quando i multipli prezzo/utili, il CAPE Shiller, o le allocazioni azionarie delle famiglie raggiungono estremi storici, gli investitori pagano premi straordinari per la promessa di rendimenti futuri. La storia dimostra costantemente che tali momenti raramente finiscono bene.

Alla fine degli anni '20 le valutazioni dei titoli industriali salirono ben oltre i valori storici. Alla fine degli anni '90 il CAPE ratio raggiunse quota 44, il livello più alto nella storia degli Stati Uniti. In tali momenti i rendimenti futuri si riducono drasticamente, mentre aumenta la probabilità di dolorosi drawdown.

Le valutazioni non possono individuare con precisione i tempi – i mercati possono sfidare la gravità per anni – ma stabiliscono i limiti di ciò che è possibile. Gli alberi non crescono fino al cielo e i mercati non possono sostenere multipli in continua crescita indefinitamente. La sensibilità ai segnali di valutazione consente agli investitori di moderare le aspettative ed evitare l'illusione di stabilità nei guadagni esponenziali dei prezzi.

La leva finanziaria amplifica la fragilità 

Se la valutazione si evidenzia quando le condizioni sono tese, la leva finanziaria determina la violenza del risultato. Il denaro preso in prestito amplifica sia i profitti che le perdite, trasformando quelle che avrebbero potuto essere correzioni ordinate in crisi a cascata.

Negli anni '20 l'uso diffuso di prestiti al margine consentiva agli investitori di controllare posizioni ingenti con un capitale minimo. Una volta che i prezzi scesero, le richieste di margine costrinsero le liquidazioni, accelerando il crollo fino al 1929. Nel 2008 il carburante per la crisi arrivò dal credito ipotecario. Famiglie, banche e istituzioni accumularono debiti su fondamenta deboli, mentre i titoli garantiti da ipoteca e le obbligazioni garantite da debito distribuivano l'esposizione in tutto il sistema. Con il calo dei prezzi delle case, la leva finanziaria esplose nei bilanci, minacciando lo stesso sistema bancario globale.

Più di recente l'implosione di Archegos Capital nel 2021 ha dimostrato come la leva finanziaria nascosta possa destabilizzare i mercati. Utilizzando i total return swap, Archegos ha costruito posizioni opache e altamente concentrate, invisibili alle autorità di regolamentazione e alle controparti... almeno fino al suo crollo.

La lezione è chiara: il debito marginale, la crescita del credito e i coefficienti di leva finanziaria devono essere monitorati sia a livello micro che sistemico. La leva finanziaria agisce come un moltiplicatore di forza, accelerando i guadagni nei periodi di congiuntura favorevole, ma garantendo che le recessioni siano più acute e distruttive.

Innovazione e speculazione devono essere separate 

Le bolle spesso coincidono con l'innovazione autentica.

La bolla della South Sea era legata alla promessa del commercio globale. Il boom degli anni '20 si dispiegò mentre radio, automobili ed elettricità rimodellavano la vita. Internet negli anni '90, le ferrovie negli anni '40 dell'Ottocento, la fibra ottica negli anni '90, le crittovalute e l'intelligenza artificiale più di recente – tutte tecnologie trasformative.

Ma i mercati confondono ripetutamente l'innovazione con il successo garantito degli investimenti.

Alla fine degli anni '90 le startup di Internet senza un percorso di profitto registravano valutazioni multimiliardarie. Negli anni '40 dell'Ottocento le azioni ferroviarie salirono alle stelle, solo per poi essere rovinate dalla sovraccapacità e dall'inganno degli investitori. In entrambi i casi le infrastrutture costruite nella frenesia – linee ferroviarie e reti digitali – sopravvissero e alla fine alimentarono decenni di crescita.

Il paradosso è chiaro: l'innovazione resiste, ma la speculazione distorce.

I vincitori di domani spesso emergono solo dopo che la mania si è placata, mentre chi ha acquistato durante i picchi di euforia si ritrova con delle perdite.

La lezione è la pazienza.

Gli investitori devono distinguere l'entusiasmo dalla durevolezza, riconoscendo che i reali benefici sociali dell'innovazione richiedono più tempo per materializzarsi di quanto i mercati siano disposti ad aspettare. Il pregiudizio della recenza e l'invidia spingono le persone a inseguire i rendimenti, ma una separazione disciplinata tra promessa e prezzo è fondamentale.

La consapevolezza comportamentale è fondamentale 

Charlie Munger ha spesso sottolineato che gli investitori devono riprogrammare i propri istinti, passando dalle reazioni alimentate dalle emozioni alla pazienza e alla razionalità. Valutazione e leva finanziaria sono importanti, ma senza consapevolezza della psicologia, gli investitori rimangono vulnerabili.

Pregiudizi come la paura di perdere un'occasione, la mentalità del gregge e l'eccessiva sicurezza allontanano ripetutamente i mercati dai fondamentali. Il boom delle dot-com rese popolare la frase “i profitti non contano”. La bolla immobiliare statunitense si basava sulla convinzione che i prezzi delle case non potessero scendere a livello nazionale. Il fenomeno delle meme-stock del 2020-21 si basava sulla convinzione che gli investitori al dettaglio potessero costantemente superare in astuzia Wall Street.

In ogni caso le narrazioni hanno prevalso sull'analisi dei fondamentali finché il crollo non ha messo in luce le debolezze.

Gli investitori possono contrastare questo fenomeno con l'umiltà e la struttura. Sviluppare una disciplina anticonformista, resistere alla mania quando l'ottimismo è estremo e prepararsi ad agire quando la disperazione domina. Stabilire limiti predefiniti, diversificare e creare sistemi per prevenire decisioni emotive.

La consapevolezza comportamentale non è solo difensiva, è un vantaggio offensivo. Ignorando il 20% massimo e minimo degli estremi di mercato, come suggerì una volta J. P. Morgan, gli investitori possono concentrarsi sul 60% intermedio, dove risiedono opportunità razionali.

Riconoscere e contrastare i pregiudizi fornisce un vantaggio duraturo nei mercati che invece prosperano sulla distorsione psicologica.

La liquidità alimenta i cicli 

La liquidità è la mano invisibile dietro i boom e le crisi del mercato.

Denaro facile, tassi bassi, credito abbondante e allentamento quantitativo influenzano i prezzi degli asset incoraggiando l'assunzione di rischi. La stretta monetaria inverte il processo, innescando liquidazioni forzate e correzioni improvvise.

Alla fine degli anni '20 il credito debole alimentò la speculazione azionaria fino a quando la Federal Reserve non adottò una stretta monetaria nel 1928-29, prosciugando la liquidità e innescando il crollo. Negli anni 2000 il lassismo nei prestiti e i tassi bassi alimentarono le bolle immobiliari e del credito, finché l'aumento dei default e l'inasprimento delle politiche monetarie non misero in luce la fragilità sistemica.

Il paragone di Warren Butett è appropriato: la liquidità è come l'ossigeno, passa inosservata quando è abbondante ma è l'unica cosa che conta quando scompare.

La “Greenspan Put”, introdotta nel 1987, aggiunse una nuova dimensione: la percezione che le banche centrali sarebbero sempre intervenute per attutire i ribassi. Questo azzardo morale incoraggiò l'assunzione di rischi, contribuendo alla bolla delle dot-com e all'impennata del mercato immobiliare. La liquidità dell'era pandemica mostrò la stessa dinamica: iniezioni straordinarie nel 2020-21 inflazionarono asset in ambito tecnologico, crittovalute e altro ancora.

Quando l'inflazione aumentò, un'aggressiva stretta monetaria nel 2022 stroncò il boom.

Per gli investitori monitorare la liquidità è indispensabile. La crescita dell'offerta di moneta, gli spread creditizi, i tassi reali e la comunicazione con le banche centrali forniscono indicatori anticipatori di rischio. La liquidità determina quando l'ottimismo prospera e quando le correzioni diventano inevitabili.

Segnali di illeciti contabili 

Ogni mania genera frodi. Quando il capitale è abbondante e lo scetticismo svanisce, l'inganno diventa sistemico. La frode non è un caso dei boom, è una caratteristica.

• La South Sea Company esagerava i privilegi per mantenere vivo l'entusiasmo, mentre gli opportunisti sponsorizzavano iniziative prive di significato.

• La mania ferroviaria degli anni '40 dell'Ottocento era costellata di proiezioni inflazionate e falsi bilanci.

• Negli anni '20 i fondi di investimento piramidavano gli asset per dare l'illusione di crescita.

• Enron e WorldCom alla fine degli anni '90 incarnarono l'interconnessione tra clamore dell'innovazione e abusi contabili. Enron contabilizzò profitti immaginari come reddito corrente e nascose debiti in entità speciali.

• WorldCom capitalizzò miliardi di dollari in spese di routine per falsificare i guadagni.

• La crisi finanziaria globale ripetè il ciclo su larga scala: dati sui redditi falsificati, titoli con valutazioni errate, strutture di bilancio fuori scala e rischi nascosti imperversarono fino al crollo del mercato immobiliare.

• Più di recente Wirecard ha falsificato €1,9 miliardi in contanti.

• FTX ha sottratto fondi ai clienti dietro una facciata di trasparenza.

• Nikola ha fatto rotolare un camion giù per una collina per simulare la sua funzionalità.

• Theranos ha ingannato pazienti e investitori con false promesse.

Le forme si ripetono: manipolazione dei bilanci, ricavi falsificati, passività nascoste, proiezioni esagerate, vere e proprie bugie e fallimenti da parte di revisori, autorità di regolamentazione e agenzie di rating.

Ogni volta la frode amplifica le perdite e mina la fiducia nei mercati stessi.

Gli investitori devono presumere che la frode sia presente durante le fasi di mania e proteggersi attraverso lo scetticismo, l'analisi forense e la resistenza alle narrazioni che scoraggiano il dubbio.

Sintesi: un quadro di riferimento per la disciplina

Le lezioni di valutazione, leva finanziaria, innovazione, psicologia, liquidità e frode sono importanti.

Nel loro insieme formano un quadro di riferimento duraturo per investimenti disciplinati.

Le valutazioni forniscono la bussola, segnalando aspettative eccessive. La leva finanziaria mostra dove la fragilità è maggiore. L'innovazione evidenzia le promesse, ma mette in guardia contro la contaminazione dei prezzi. La psicologia spiega perché i mercati oscillano troppo in entrambe le direzioni. La liquidità rappresenta il carburante per i cicli, mentre la frode rappresenta l'inevitabile ombra dell'esuberanza.

Integrare queste intuizioni consente agli investitori di costruire un sistema interno di allerta precoce.

Questo quadro di riferimento non richiede di evitare completamente il rischio: le bolle sono imprevedibili e partecipare all'innovazione è necessario per la crescita.

Al contrario, promuove la disciplina: ridurre le perdite quando valutazioni e leva finanziaria sono elevate, mettere in discussione le narrazioni ottimistiche, monitorare la liquidità e rimanere vigili sulle frodi.

La storia conferma la necessità di tutto questo.

Dallo schema South Sea all'eccesso delle dot-com, dal crollo del mercato immobiliare all'intelligenza artificiale e agli asset digitali di oggi, gli stessi fattori si ripetono. La tecnologia e i mercati si evolvono, ma la paura, l'avidità e l'istinto rimangono costanti. Interiorizzando queste lezioni, gli investitori acquisiscono la capacità di evitare le trappole dell'euforia, posizionandosi al contempo per cogliere le opportunità che si presenteranno in seguito.

Pazienza, adattabilità e pensiero anticonformista sono gli ingredienti finali. I mercati sono ciclici, spesso irrazionali e punteggiati da eccessi.

Un quadro di riferimento radicato nella storia e rafforzato dalla disciplina fornisce non solo protezione dalle turbolenze, ma anche la resilienza necessaria per sfruttare le riprese. Gli investitori che abbracciano questa mentalità trasformano la volatilità dei cicli da una minaccia in una piattaforma per la ricchezza a lungo termine.


Un nuovo fattore: la gestione passiva

Mentre la storia insegna che valutazioni, leva finanziaria, liquidità, innovazione, psicologia e frode hanno costantemente guidato i cicli euforici, l'era moderna ha introdotto una forza strutturale senza un vero precedente storico: l'ascesa esplosiva delle strategie di investimento passive.

A differenza delle dinamiche nei tulipani, nelle ferrovie, nelle dot-com, o nei mutui subprime, il predominio dei fondi indicizzati e degli exchange-traded fund (ETF) ha il potenziale per rimodellare radicalmente l'anatomia dei futuri crolli dei mercati.

La gestione passiva, per sua natura, non discrimina.

I flussi di capitale negli indici generali vengono allocati in base alle ponderazioni della capitalizzazione di mercato piuttosto che a giudizi su valutazione, qualità, o sostenibilità. Con il passaggio di migliaia di miliardi di dollari dalla selezione attiva dei titoli ai fondi indicizzati, si è creato un nuovo circolo vizioso: le società più grandi dell'indice ricevono i maggiori flussi di investimento spingendo i loro prezzi al rialzo, il che aumenta ulteriormente le loro ponderazioni nell'indice attraendo ulteriori flussi di investimento.

Questo meccanismo ha creato una tendenza strutturale alla concentrazione in una manciata di società a grande capitalizzazione.

E l'entità dei flussi passivi è senza precedenti.

Negli anni '80 le strategie passive rappresentavano una quota trascurabile dell'attività di mercato.

A metà degli anni '90 avevano acquisito una modesta trazione. Oggi oltre il 50% del patrimonio dei fondi azionari statunitensi è gestito passivamente, con i soli ETF che detengono migliaia di miliardi di dollari. Alcune stime suggeriscono che nei settori chiave degli indici, le negoziazioni giornaliere siano dominate da veicoli passivi. Questo cambiamento strutturale solleva interrogativi cruciali sul comportamento dei mercati in periodi di stress.

Una conseguenza è la riduzione della determinazione dei prezzi.

Storicamente i gestori attivi competevano per valutare utili, bilanci e flussi di cassa, premiando le società efficienti e penalizzando quelle deboli. In un mercato dominato dai flussi passivi, questo processo è attenuato.

L'allocazione del capitale non è guidata dall'analisi dei fondamentali, ma dall'inclusione in un indice. Le aziende deboli possono essere sostenute semplicemente dall'appartenenza a un benchmark, mentre le aziende forti possono essere sproporzionatamente incentivate, poiché i flussi passivi inseguono le dimensioni piuttosto che il valore.

Questa distorsione può esacerbare l'accumulo di fragilità durante le fasi euforiche.

Il vero pericolo emerge durante i periodi di inversione.

I fondi passivi sono strutturati per fornire liquidità su richiesta – gli investitori possono riscattare le quote dell'ETF in qualsiasi momento – ma gli asset sottostanti potrebbero non essere altrettanto liquidi. In mercati calmi questo disallineamento è nascosto.

In mercati stressati i riscatti dai veicoli passivi potrebbero innescare vendite indiscriminate su interi settori, o classi di asset. A differenza dei gestori attivi, che potrebbero quantomeno scaglionare le vendite o tentare liquidazioni selettive, le strutture passive possono liquidare ingenti panieri di titoli contemporaneamente, amplificando la spinta al ribasso.

E prendete in considerazione anche le implicazioni della concentrazione.

I titoli più grandi nell'indice S&P 500 – i cosiddetti “Magnificent Seven” nel 2020 – dominano le ponderazioni dell'indice. Se gli investitori escono dai fondi passivi durante una correzione, queste società potrebbero subire un'enorme pressione di vendita simultanea, non a causa dei loro fondamentali, bensì a causa della loro dimensione all'interno dei benchmark.

Di fatto i flussi passivi potrebbero trasformare i leader di mercato in acceleratori di flessioni più ampie. Gli stessi titoli che in passato hanno stabilizzato i portafogli potrebbero diventare motori di volatilità in futuro.

Le strategie passive possono anche rafforzare il comportamento gregario.

Quando gli investitori si riversano nei fondi indicizzati durante le fasi di boom, detengono tutti lo stesso insieme di titoli. Quando il sentiment cambia, escono altrettanto insieme.

Questo comportamento sincronizzato rischia di trasformare quelle che avrebbero potuto essere correzioni localizzate in eventi sistemici. In epoche precedenti la diversità delle strategie degli investitori e degli orizzonti temporali forniva alcune forze stabilizzatrici. Oggi l'omogeneità dei flussi potrebbe indebolire tale resilienza.

Un ulteriore livello di rischio risiede nell'ascesa degli ETF tematici e con leva finanziaria.

Questi strumenti offrono agli investitori un'esposizione a ristrette fette di mercato, dall'energia pulita all'intelligenza artificiale, spesso utilizzando derivati ​​per amplificare i rendimenti. Pur essendo commercializzati come strumenti efficienti per ottenere un'esposizione mirata, rappresentano anche punti di fragilità strutturali. In una fase di vendita le liquidazioni dei derivati ​​e le esposizioni concentrate potrebbero aggravare la volatilità, creando circoli viziosi che si estendono ben oltre i settori di nicchia che monitorano.

Gli scettici sostengono che i fondi passivi siano semplicemente un involucro, che detengono gli stessi titoli sottostanti dei gestori attivi e che quindi non possono modificare radicalmente le dinamiche di mercato.

Tuttavia questa visione sottovaluta l'importanza dei flussi e degli incentivi. I gestori attivi possono scegliere di trattenere il capitale, evitare asset sopravvalutati, o spostare l'esposizione verso titoli più sicuri. I veicoli passivi non possono. La loro rigidità è la loro caratteristica distintiva e, nei momenti di stress, la rigidità può essere pericolosa.

L'ascesa della gestione passiva non invalida i fattori eterni delle bolle. Le valutazioni continueranno ad aumentare, la leva finanziaria continuerà ad accumularsi, la liquidità continuerà a dettare i cicli e le frodi continueranno a emergere.

Ciò che è cambiato è l'idraulica dei mercati.

Poiché i fondi passivi detengono una quota dominante di asset, i meccanismi con cui il capitale entra ed esce dai mercati potrebbe esacerbare sia l'ascesa delle bolle sia la violenza del loro scoppio.

Per gli investitori la lezione non è quella di evitare del tutto le strategie passive. Offrono un'esposizione a basso costo, un'ampia diversificazione e benefici a lungo termine.

Piuttosto è importante comprendere i rischi sistemici insiti nella loro portata. Monitorare i flussi in entrata e in uscita dai veicoli passivi, riconoscere i rischi di concentrazione nei titoli fortemente indicizzati e tenere conto del disallineamento di liquidità tra gli ETF e i loro asset sottostanti sarà fondamentale per prevedere come potrebbero evolversi le future vendite.

In sintesi, gli investimenti passivi introducono un fattore strutturale che non esisteva nelle bolle del passato.

E questo ha cambiato l'architettura stessa dei mercati.

Mentre la storia insegna che ogni mania finisce allo stesso modo – ottimismo vanificato da leva finanziaria, liquidità e psicologia – il prossimo crollo potrebbe essere caratterizzato dal ruolo dei flussi passivi. La portata del loro impatto non sarà messa alla prova in una crisi conclamata.

Ciò che è chiaro è che la gestione passiva, nonostante la sua efficienza, ha creato nuove vulnerabilità che potrebbero rendere le future recessioni più brusche, rapide e sincronizzate rispetto a quelle del passato.

 

Parallelismi nell'attuale boom nel settore dell'intelligenza artificiale

La rapida ascesa dell'intelligenza artificiale ha acceso l'entusiasmo degli investitori a livelli mai più visti sin dal boom delle dot-com della fine degli anni '90.

I capitali si stanno riversando nelle aziende dell'intelligenza artificiale e tecnologiche, molte delle quali vantano valutazioni elevate, svincolate dai tradizionali parametri di redditività o flussi di cassa.

La storia del potenziale trasformativo ha messo in ombra l'analisi dei fondamentali, mentre ingenti somme di denaro alimentano la convinzione che l'intelligenza artificiale rimodellerà interi settori dall'oggi al domani. Le impronte delle bolle del passato sono di nuovo visibili: valutazioni esorbitanti, credito abbondante, narrazioni seducenti, pratiche contabili discutibili e, ora, la forza aggiuntiva delle strutture di mercato passive.

Valutazioni e condizioni del credito 

Le valutazioni delle aziende legate all'intelligenza artificiale riflettono ipotesi pressoché perfette di adozione, redditività ed esecuzione.

Proprio come le aziende Internet alla fine degli anni '90 erano quotate in base a “occhi” e “clic” piuttosto che in base ai profitti, oggi le azioni nel settore dell'intelligenza artificiale sono spesso valutate in base a proiezioni di dominio totale nel settore stesso. Le valutazioni del mercato privato riflettono la stessa esuberanza, con miliardi di dollari raccolti fino a multipli disgiunti dai fondamentali.

Questi prezzi sono sostenuti non solo dall'ottimismo, ma anche da un'abbondante liquidità. Il capitale di rischio, i mercati del debito societario e i pool globali di capitali hanno reso il finanziamento straordinariamente facile, consentendo sia alle startup che agli operatori storici di espandersi in modo aggressivo.

Il ruolo del credito nell'amplificare la fragilità rimane centrale come lo era nel 1929, nel 2000, o nel 2008.

Narrazioni come acceleranti

Ogni mania storica è stata accompagnata da una grande storia di trasformazione.

Le ferrovie promettevano di unire intere nazioni: la South Sea Company prometteva ricchezze dal commercio, le dot-com promettevano di riscrivere le regole del business; l'intelligenza artificiale ora indossa la corona dell'inevitabilità, ovvero una tecnologia così potente che cambierà il commercio, la logistica, l'assistenza sanitaria, la finanza e persino la sicurezza nazionale.

Questa narrazione è stata amplificata dalla copertura mediatica, dai leader aziendali e dagli investitori desiderosi di non rimanere indietro. Lo scetticismo viene bollato come cecità verso il futuro, mentre la frase “questa volta è diverso” è implicita anche quando non pronunciata.

Pratiche contabili discutibili nel settore dell'intelligenza artificiale e tecnologico 

La storia ci insegna che quando le valutazioni si discostano dalla realtà, spesso le pratiche contabili seguono la stessa tendenza.

Per sostenere la crescita, le aziende adottano strategie finanziarie aggressive che estendono gli standard e minano la trasparenza. Le aziende odierne che operano nel campo dell'intelligenza artificiale e della tecnologia non fanno eccezione. Si distinguono diversi modelli:

  1. Riconoscimento aggressivo dei ricavi – Registrazione dei ricavi su contratti a lungo termine, o contingenti, che potrebbero non concretizzarsi mai.
  2. Capitalizzazione delle spese – Spostamento di ingenti costi di ricerca/sviluppo e infrastrutturali a bilancio, influendo negativamente sulla redditività a breve termine.
  3. Distorsione della remunerazione basata sulle azioni – Trattamento delle concessioni di capitale come irrilevanti, escludendole dagli utili rettificati.
  4. Abuso di metriche contabili non-GAAP – Eliminazione dei costi ricorrenti con il pretesto di rettifiche “una tantum”.
  5. Indebitamento di canale e integrazione di partnership – Registrazione dei ricavi derivanti da accordi con parti correlate o accordi non sostenibili.

Queste tattiche potrebbero non sempre costituire una vera e propria frode, ma creano un quadro distorto della salute finanziaria. Generano inoltre pressione sui concorrenti affinché adottino pratiche simili, diffondendo fragilità in tutto il settore.

I parallelismi storici sono inequivocabili: gli utili “pro forma” delle dot-com, le entità fuori bilancio di Enron, la capitalizzazione delle spese di WorldCom e il famigerato “EBITDA rettificato per la comunità” di WeWork. In ogni caso una contabilità discutibile riflette e alimenta la mania, finché la realtà non impone una resa dei conti.

Il ruolo delle strutture di mercato passive 

Come accennato in precedenza, ciò che rende unico il ciclo attuale è il predominio degli investimenti passivi.

Fondi indicizzati ed ETF ora indirizzano migliaia di miliardi di dollari nelle aziende più grandi semplicemente per il loro peso nei benchmark, non per la forza dei fondamentali.

Questo crea un circolo vizioso: i leader nel settore dell'intelligenza artificiale ricevono flussi di ingresso sproporzionati, i quali aumentano la loro capitalizzazione di mercato, che a sua volta attrae ancora più capitale passivo. Il risultato è un rischio di concentrazione e un rafforzamento automatico delle stesse valutazioni già tese dall'ottimismo.

Questa rigidità diventa pericolosa al contrario.

Quando il sentiment cambia, i riscatti dai veicoli passivi innescano vendite indiscriminate su interi indici. Le aziende più grandi, che hanno beneficiato maggiormente dei flussi passivi, possono diventare motori di volatilità nelle fasi di ribasso.

I meccanismi degli investimenti passivi, assenti nelle bolle precedenti, possono accelerare e sincronizzare le vendite future in modi che la storia non ha ancora testato.

Perché queste dinamiche preannunciano crolli

Il modello ricorrente è chiaro.

Valutazioni elevate creano fragilità, un credito abbondante amplifica il rischio, le narrazioni sospendono l'incredulità, contabilità discutibile alimenta illusioni di redditività, i ​​flussi passivi rafforzano la concentrazione.

E finché prevale l'ottimismo, queste condizioni persistono.

Ma quando la liquidità si restringe, i tassi di interesse salgono, o emerge uno scandalo di alto profilo, il cambiamento di sentiment è improvviso e implacabile. La fiducia si erode non solo in una singola azienda, ma in un intero settore, diffondendo il contagio tra i mercati.

La storia dimostra che lo smantellamento di queste illusioni non è mai graduale.

Il crollo di Enron gettò diffidenza nel settore energetico, i fallimenti delle dot-com screditarono la tecnologia in senso più ampio, lo scoppio della bolla immobiliare scosse la fiducia nell'intero sistema finanziario. L'intelligenza artificiale, ora integrata al centro degli indici di mercato, potrebbe innescare un simile shock sistemico se rivelazioni contabili, variazioni di liquidità, o azzeramenti delle valutazioni dovessero convergere.

Implicazioni per investitori e autorità di regolamentazione 

Per gli investitori, la lezione è la vigilanza.

I numeri riportati devono essere analizzati, con particolare attenzione ai flussi di cassa, all'integrità del bilancio e all'affidamento a rettifiche contabili non-GAAP. Le narrazioni dovrebbero essere soppesate rispetto ai fondamentali e i flussi passivi dovrebbero essere riconosciuti sia come fonte di stabilità nelle fasi di espansione che di fragilità nelle fasi di contrazione.

Per le autorità di regolamentazione, la sfida è far rispettare la disciplina contabile prima che i mercati la impongano.

La trasparenza nella rendicontazione e il controllo delle pratiche aggressive sono essenziali per preservare la fiducia.

Riepilogo 

Il boom nel settore dell'intelligenza artificiale non è un caso unico nella sua psicologia.

Segue il percorso ben collaudato delle manie speculative: valutazioni oltre ogni ragionevolezza, credito che scorre liberamente, narrazioni di crescita illimitata e pratiche contabili che offuscano la realtà.

La novità è la struttura dei mercati odierni, dove gli investimenti passivi amplificano la concentrazione e accelerano le inversioni di tendenza. Insieme, queste forze preparano il terreno per una fragilità su una scala non ancora testata. La storia ci suggerisce che ignorare questi segnali non farà scomparire il potenziale botto successivo.

Il crollo, quando arriverà, seguirà la consueta anatomia.

Solo che questa volta c'è un nuovo accelerante incorporato nel sistema stesso.


Perché è importante ORA 

Lo slancio è andato perso

Lo slancio nei principali indici e nei principali titoli tecnologici ha iniziato a cedere, nonostante i prezzi appaiano resilienti. Questa perdita di forza interna sia nei benchmark che nelle loro componenti principali è un segnale precoce che le basi del rally si stanno indebolendo.

Questo è importante perché il rally azionario dell'ultimo anno si è basato su una leadership sempre più ristretta.

Il Dow Jones, l'indice S&P 500 e il Nasdaq si trovano tutti vicino ai massimi del ciclo in termini di prezzo, ma sotto la superficie la situazione è meno rassicurante. Gli indicatori di forza relativa (RSI) per ciascun indice hanno raggiunto il picco più di un mese fa e sono poi tornati indietro, mentre lo slancio stocastico ha già iniziato a segnalare un esaurimento.

Questa divergenza, con il momentum che si indebolisce mentre i prezzi si muovono lentamente verso l'alto, è uno dei classici indicatori di un mercato in difficoltà.

La fragilità degli indici è ulteriormente aggravata dal visibile deterioramento delle principali componenti del mercato, i cosiddetti “Magnificent Seven”.

Nvidia (NVDA) ha già ceduto i massimi, con l'RSI che precipita in territorio di ipervenduto.

Microsoft (MSFT), un altro pilastro sia dell'indice S&P 500 che del Nasdaq, mostra una decisa perdita di momentum, con il prezzo che scivola sotto la media mobile a 50 giorni e la forza relativa in calo.

Tesla (TSLA) non è riuscita a recuperare i massimi di fine 2024, muovendosi invece lateralmente con momentum in calo. Persino Apple (AAPL), da tempo un barometro del sentiment generale, mostra segni di stanchezza nonostante il recente rimbalzo. L'RSI è elevato ma in calo, il che suggerisce che la forza dei prezzi non è confermata da convinzioni interne.

I semiconduttori, principali beneficiari del boom dell'intelligenza artificiale, mostrano un andamento simile: i prezzi rimangono elevati, ma il momentum si è interrotto.

Nel complesso questi andamenti suggeriscono che gli indici più ampi siano appesi a un filo.

I prezzi rimangono ai massimi o quasi, ma i titoli leader che hanno trainato i guadagni mostrano crepe visibili. Storicamente, quando i generali cadono, l'esercito li segue.

Con gli indici fortemente concentrati su questi pochi titoli, il crollo del momentum nei titoli MAG7 non è solo una curiosità tecnica. È un segnale di allarme di una potenziale debolezza sistemica del mercato.

Strutture passive: amplificatori del rischio 

La vulnerabilità è amplificata dall'attuale struttura del mercato. Le strategie passive – fondi indicizzati ed ETF – dominano la proprietà azionaria a un livello senza precedenti nella storia. Per come sono strutturati, questi veicoli allocano il capitale in base alla capitalizzazione di mercato.

Ciò significa che i titoli più grandi, in particolare le MAG7, hanno ricevuto una quota sproporzionata di flussi in entrata durante la fase di rialzo. Nvidia, Microsoft, Apple e Tesla non sono solo singole aziende; sono i pilastri su cui poggiano migliaia di miliardi di risparmi passivi.

Questa struttura funziona in modo riflessivo.

Con l'aumento dei prezzi, i flussi passivi li hanno spinti al rialzo, aumentando ulteriormente le valutazioni e rafforzando il loro predominio nei benchmark.

Ma lo stesso meccanismo funziona al contrario. Quando il momentum si interrompe e gli investitori escono dai veicoli passivi, questi ultimi sono costretti a vendere in proporzione al peso dell'indice. La pressione di vendita su Nvidia o Apple non rimane limitata a quei titoli; si riversa sull'intero indice, trascinando al ribasso ogni fondo e portafoglio legato al benchmark.

Ciò che rende critico il momento attuale è la convergenza di fragilità tecnica e strutturale.

Il momentum negli indici ha già raggiunto il picco, suggerendo un esaurimento interno. Le MAG7 nell'indice stanno capitolando una dopo l'altra, con NVDA e MSFT che mostrano un netto deterioramento del momentum.

L'allocazione passiva implica che la debolezza di questi titoli non sarà isolata, ma si propagherà all'intero sistema. Di fatto, il mercato ha creato un circolo vizioso in cui le vendite generano altre vendite, non perché i fondamentali siano cambiati, ma perché la struttura del mercato ora lo richiede.

Il rischio è che quella che inizia come una correzione tecnica in una manciata di titoli possa trasformarsi in un declino più ampio del mercato. Con valutazioni elevate, liquidità in calo e resoconti contabili discutibili già sotto esame, i flussi passivi che un tempo stabilizzavano i mercati ora minacciano di accelerare la volatilità.

Questo ci fa riflettere ulteriormente quando analizziamo le valutazioni attuali nel contesto storico più ampio.

Per non parlare del posizionamento. Dopotutto, se le strategie che seguono il trend sono all-in, cosa ci dice questo di quelle che invece si limitano a seguire ciecamente suddette strategie?

Per gli investitori l'implicazione è chiara: l'apparente stabilità del mercato è più fragile di quanto sembri e il crollo dei titoli leader potrebbe essere il catalizzatore che trasforma la forza passiva in una vulnerabilità sistemica.

Riepilogo 

Nessuna di queste analisi garantisce che un crollo sia imminente. I mercati possono rimanere sotto pressione più a lungo di quanto suggerisca la logica, e i periodi di divergenza tra prezzo e momentum possono durare settimane.

Ciò che i dati dimostrano è che il tavolo è perfettamente pronto per tutto questo.

E stiamo entrando in una stagione in cui i mercati tendono a diventare più instabili e il contesto di quest'anno include una serie di potenziali catalizzatori in vista: dati sull'inflazione che potrebbero sorprendere, riunioni delle banche centrali che potrebbero acuire le divisioni politiche e tensioni geopolitiche che possono verificarsi senza preavviso.

Politiche monetarie divergenti nelle principali economie aggiungono un ulteriore livello di incertezza. O forse non c'è affatto bisogno di uno shock esterno. A volte i mercati inciampano semplicemente perché non si presentano nuovi acquirenti.

Nel frattempo l'indice di volatilità si attesta a livelli insolitamente bassi, segno che gli investitori sono diventati compiacenti. Una bassa volatilità significa anche che il costo delle assicurazioni è basso.

In un contesto in cui la leadership vacilla, le dinamiche interne si stanno indebolendo e i potenziali catalizzatori incombono, la possibilità di assicurarsi una protezione a prezzi convenienti è un'opportunità che pochi cicli hanno offerto.

L'attuale situazione suggerisce che è improbabile che queste coperture rimangano a basso costo a lungo e, quando daranno i loro frutti, potrebbero farlo in modo spettacolare.

In ogni caso, le lezioni del passato sono molto chiare e in questo momento stanno urlando.

Ricordate, il momento migliore per prepararsi è prima della pioggia. Prima della pioggia


Conclusione 

Il boom alimentato dall'intelligenza artificiale dimostra perché le lezioni della storia finanziaria rimangono indispensabili.

Le forze che alimentano le bolle – ottimismo, credito, liquidità e psicologia – sono senza tempo. Ciò che cambia sono le forme che assumono. Proprio come i tulipani, le ferrovie, le startup dot-com e i mutui subprime un tempo indossavano il mantello del progresso, l'IA ora combina un potenziale trasformativo con straordinari flussi di capitale, fervore speculativo e slancio narrativo.

Il risultato di questo cocktail raramente è la stabilità.

A differenza delle precedenti bolle confinate a un settore, l'intelligenza artificiale promette di trasformare simultaneamente tanti settori: software e cloud computing, produzione e logistica, sanità e finanza. Questa ampia applicabilità attrae sia il capitale istituzionale in cerca di esposizione alla “prossima tecnologia multiuso”, sia gli investitori al dettaglio attratti da storie di adozione esponenziale.

La velocità del progresso tecnologico, abbinata a livelli di investimento senza precedenti, comprime gli orizzonti temporali, aumentando la probabilità che le valutazioni si stacchino rapidamente dalla realtà e si correggano con violenza.

I parallelismi storici sono evidenti.

Alla fine degli anni '90 le reti digitali furono annunciate come una rivoluzione istantanea, giustificando valutazioni estreme per aziende senza profitti. Negli anni 2000 il settore immobiliare era considerato permanentemente sicuro, consentendo un'enorme leva finanziaria nel sistema finanziario. Oggi le aziende basate sull'intelligenza artificiale sono quotate in base a proiezioni di esecuzione impeccabili, scalabilità immediata e rapida redditività. Quando queste ipotesi inevitabilmente vacillano, il divario tra aspettative e realtà può innescare brusche inversioni di tendenza, amplificate dalla leva finanziaria e dal calo dello slancio.

La psicologia amplifica questi rischi. Il comportamento umano – la FOMO, l'istinto di gregge, l'eccessiva sicurezza e la convinzione immutabile che “questa volta è diverso” – rimane più potente che mai. Gli investitori sono portati a inseguire storie di crescita illimitata, anche quando la disciplina avverte del contrario.

Il pericolo non è solo un ottimismo fuori luogo, ma anche l'inganno. La storia dimostra che i periodi di euforia invitano ad abbellimenti contabili, false dichiarazioni e frodi, mentre i team di gestione e i promotori si sforzano di soddisfare aspettative impossibili. L'ambiente motivato dall'hype riguardo l'intelligenza artificiale, con le sue promesse di rivoluzione in ogni settore, è terreno fertile per simili tentazioni.

Eppure, al di là di queste forze familiari, si cela qualcosa di nuovo: il predominio strutturale delle strategie di investimento passive. Nelle prime bolle speculative il capitale veniva allocato in gran parte da investitori attivi che esprimevano giudizi, per quanto consolidati, su valutazione, rischio e potenziale.

Oggi migliaia di miliardi di dollari affluiscono in fondi indicizzati ed ETF che li allocano automaticamente, premiando le dimensioni piuttosto che i fondamentali. Questo circolo vizioso, in cui le aziende più grandi attraggono la maggior parte dei flussi di investimento, semplicemente perché sono grandi, ha concentrato il rischio in una manciata di mega-cap.

Questi flussi passivi creano ora vulnerabilità uniche nelle fasi di recessione.

Quando gli investitori riscattano gli ETF in caso di eventi di stress, le vendite avvengono indiscriminatamente su tutti gli indici, indipendentemente dai fondamentali. Gli stessi colossi che hanno ancorato i portafogli potrebbero diventare acceleranti di volatilità, non a causa della debolezza del business, ma a causa delle loro ponderazioni negli indici. Gli squilibri di liquidità tra gli ETF e gli asset sottostanti aumentano ulteriormente il rischio di vendite forzate, in particolare nei settori meno liquidi. Gli ETF tematici e a leva aggravano la fragilità, amplificando le inversioni di tendenza in aree di nicchia e trasmettendo stress ai mercati.

Questo cambiamento strutturale, assente nelle precedenti manie, potrebbe accelerare la velocità e la sincronizzazione dei crolli futuri. I mercati sono più omogenei, poiché le strategie passive concentrano gli investitori sugli stessi titoli.

In una correzione i flussi provenienti dai veicoli passivi potrebbero creare un nuovo e potente ciclo di feedback, amplificando i fattori ciclici che la storia ha sempre mostrato. L'assetto dei mercati è cambiato e, con esso, il modo in cui le bolle si gonfiano e si sgonfiano.

Nel complesso le lezioni durature della storia e le nuove realtà degli investimenti passivi forniscono un quadro per la sopravvivenza.

Le valutazioni continuano a metterci in guardia quando le aspettative superano gli utili; la leva finanziaria determina ancora la violenza dei ribassi; la liquidità alimenta ancora i cicli e la psicologia distorce ancora il giudizio; le frodi emergono ancora quando l'analisi si affievolisce. Però, ora, l'architettura dei flussi passivi deve essere aggiunta al calcolo. Ignorare questo fattore moderno rischia di far sottovalutare la rapidità con cui le inversioni di tendenza possono intensificarsi.

Per gli investitori il quadro è chiaro: la storia ci prepara a riconoscere segnali familiari come valutazioni elevate, credito abbondante, narrazioni euforiche e frodi striscianti. La moderna struttura del mercato richiede di aggiungere i flussi passivi alla watchlist, monitorare come il capitale entra ed esce dagli indici e comprendere i rischi di concentrazione insiti nei benchmark.

Insieme queste intuizioni consentono un approccio disciplinato: ridimensionare l'esposizione quando l'esuberanza raggiunge il picco, ridurre la leva finanziaria in condizioni di turbolenza, analizzare narrazioni e dati finanziari e prepararsi ad agire quando i crolli creano opportunità generazionali.

I cicli di ottimismo e crollo sono vecchi quanto i mercati. Le tecnologie si evolvono, ma il comportamento umano e le dinamiche finanziarie rimangono costanti.

Ciò che è nuovo è l'infrastruttura attraverso cui si muove il capitale. L'intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi trasformativa, proprio come lo sono state le ferrovie, l'elettricità e Internet. L'investimento passivo può rimanere uno strumento a basso costo per i risparmiatori a lungo termine. Ma entrambi i fenomeni contengono anche i semi dell'instabilità.

Integrando le lezioni senza tempo della storia con la consapevolezza del cambiamento strutturale, gli investitori possono preservare il capitale durante le turbolenze e posizionarsi per cogliere le opportunità che inevitabilmente emergono quando la polvere della battaglia si posa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 18 luglio 2025

La Matrix originale: cosa non vi insegnano riguardo il denaro

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “Il Grande Default”: https://www.amazon.it/dp/B0DJK1J4K9 

Il manoscritto fornisce un grimaldello al lettore, una chiave di lettura semplificata, del mondo finanziario e non che sembra essere andato “fuori controllo” negli ultimi quattro anni in particolare. Questa è una storia di cartelli, a livello sovrastatale e sovranazionale, la cui pianificazione centrale ha raggiunto un punto in cui deve essere riformata radicalmente e questa riforma radicale non può avvenire senza una dose di dolore economico che potrebbe mettere a repentaglio la loro autorità. Da qui la risposta al Grande Default attraverso il Grande Reset. Questa è la storia di un coyote, che quando non riesce a sfamarsi all'esterno ricorre all'autofagocitazione. Lo stesso è accaduto ai membri del G7, dove i sei membri restanti hanno iniziato a fagocitare il settimo: gli Stati Uniti.

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di Brent Johnson

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-matrix-originale-cosa-non-vi-insegnano)

«Prendi la pillola blu e la storia finisce, ti svegli nel tuo letto e credi a quello che vuoi credere. Prendi la pillola rossa e resti nel Paese delle Meraviglie e ti mostrerò quanto è profonda la tana del Bianconiglio.»

~ Morpheus, Matrix


Cos'è il denaro?

Alcune cose nella vita sono così profondamente radicate nella nostra esistenza quotidiana che raramente ci fermiamo a metterle in discussione.

Sono semplicemente lì, operanti in background, così fondamentali per la nostra esistenza da sembrare naturali come l'aria che respiriamo.

Le usiamo, ci affidiamo a loro e ci muoviamo nel mondo dando per scontato che siano esattamente come dovrebbero essere.

Ad esempio, tutti conoscono la frase “Il denaro fa girare il mondo”.

Raramente viene messa in discussione ed è piuttosto accettata come ovvietà.

Ogni giorno vi svegliate, pagate le bollette, andate al lavoro e controllate il vostro conto in banca, credendo di comprendere il sistema in cui operate.

Ma vi siete mai chiesti: cos'è veramente il denaro?

Non la definizione sui libri di testo.

Non la teoria economica che avete imparato a scuola.

Ma la verità.

Il denaro è ovunque. Determina chi mangia e chi muore di fame, chi si eleva e chi crolla. Costruisce imperi e distrugge civiltà.

Ha alimentato rivoluzioni, finanziato guerre e controllato il destino di intere nazioni.

È probabilmente la forza più potente sulla Terra, eppure la maggior parte delle persone non si ferma mai a interrogarsi sulle sue origini, sul suo scopo, o sulla sua vera natura.

Usiamo il denaro ogni singolo giorno. Lo guadagniamo, lo spendiamo, lo risparmiamo. Ci scambiamo tempo ed energie. Determina dove viviamo, cosa possediamo e le opportunità che abbiamo a disposizione.

È così profondamente radicato nella nostra vita che metterlo in discussione sembra assurdo, come mettere in discussione la gravità, o l'aria che respiriamo.

Ma vi siete mai chiesti chi decide cos'è il denaro? Chi, o cosa, gli dà valore? O chi lo controlla?

E, cosa ancora più importante, cosa succederebbe se giocassimo a un gioco le cui regole erano state truccate prima ancora che nascessimo?

Per chi è disposto a guardare oltre la superficie, le risposte potrebbero essere sorprendenti.

Ma attenzione: una volta che si iniziano a porre le domande giuste, non si torna più indietro.


Definizioni tradizionali di denaro

Il denaro è uno degli aspetti della civiltà umana più universalmente riconosciuti, ma meno esaminati.

Influenza ogni aspetto della nostra vita, dettando le nostre opportunità economiche, plasmando il commercio globale e agendo come una forza centrale in modi che pochi considerano.

Eppure, nonostante la sua onnipresenza, il denaro rimane un concetto profondamente frainteso.

Sebbene tutti lo usiamo, pochi di noi si soffermano a valutare veramente cos'è, come funziona e se davvero funziona come immaginiamo.

L'obiettivo qui non è convincere nessuno di una prospettiva specifica, ma riflettere in modo critico sul denaro: cosa rappresenta realmente e se la realtà corrisponde a ciò che ci è stato insegnato.

Se fermassi qualcuno per strada e gli chiedessi se sa cos'è il denaro, quasi certamente risponderebbe con un sicuro sì.

Tuttavia, se lo incalzassi ulteriormente e gli chiedessi di darne una definizione appropriata, la risposta potrebbe non arrivare altrettanto rapidamente. La certezza iniziale probabilmente lascerebbe il posto all'esitazione nella ricerca di una risposta.

Se si insistesse un po' di più, o si rivolgesse la domanda a qualcuno esperto di finanza o teoria economica, le risposte diventerebbero probabilmente più strutturate.

A questo livello le persone potrebbero iniziare a descrivere le caratteristiche associate a una forma forte di moneta – qualità che la rendono efficace come mezzo di scambio, riserva di valore e unità di conto.

Se poi la conversazione dovesse andare ancora oltre, chi riflette in modo critico sulla questione potrebbe andare oltre le caratteristiche della moneta e concentrarsi invece su cosa fa effettivamente.

Potrebbero iniziare a discutere del suo ruolo nel facilitare il commercio, della sua funzione nel saldare i debiti, o della sua importanza nelle transazioni economiche.

Tuttavia anche se tutti questi punti fossero accettati come veri, il nocciolo della questione rimane: cos'è?

Al suo livello più fondamentale, un mezzo di scambio deve essere una “cosa”. E di cosa sono fatte le cose tangibili?

Merci.

Secondo questo ragionamento, la moneta – ridotta alla sua forma più elementare – è una merce.

E le merci sono composte da elementi presenti nella Tavola Periodica. Tuttavia non qualsiasi merce (o qualsiasi elemento) può fungere da moneta.

Se una particolare merce è ampiamente richiesta e possiede alcune (o tutte) le caratteristiche che definiscono una moneta forte, allora cessa di essere solo una merce e invece trascende, diventando essa stessa denaro.

A questo punto diventa spesso chiaro che il denaro è la merce più commerciabile, un bene che funge da estintore definitivo del debito e che è stato selezionato dalle forze del libero mercato nel corso del tempo.

Questa definizione trova riscontro in molti di coloro che hanno studiato la storia della moneta e come le sue diverse forme si siano evolute nel tempo.

Spingendo questo concetto un passo avanti, e riconoscendo che il denaro è una merce e che le merci sono composte da elementi della Tavola Periodica, si potrebbero persino valutare i vari elementi per vedere quale di essi abbia il maggior numero di caratteristiche che gli consentirebbero di “ascendere” a diventare denaro.

Facendo così ci si renderebbe conto che esiste una merce che è stata a lungo considerata una delle forme più forti di moneta. Grazie al suo insieme unico di attributi che la rendono altamente efficace come mezzo di scambio e riserva di valore.

Una delle sue qualità più distintive è la durevolezza: a differenza della cartamoneta, o di altri beni deperibili, non si corrode, non si ossida né si degrada nel tempo, garantendo il mantenimento del suo valore nel corso delle generazioni.

Questa durevolezza gli consente di fungere da forma di conservazione della ricchezza affidabile, poiché non soccombe all'azione del tempo o alle condizioni ambientali.

Un'altra caratteristica fondamentale di questa merce è la sua divisibilità.

A differenza di altre merci può essere fusa e divisa in unità più piccole senza perdere il suo valore intrinseco, consentendo transazioni di varie dimensioni.

Questo la rende più pratica come mezzo di scambio rispetto a beni che non possono essere facilmente scomposti.

Inoltre è fungibile, il che significa che ogni unità è identica a un'altra unità dello stesso peso e purezza. Questa intercambiabilità garantisce che possa essere scambiata senza discrepanze di valore, rendendola un mezzo di scambio altamente efficiente.

È apprezzata anche per la sua portabilità.

Pur essendo un bene fisico, possiede un elevato rapporto valore/peso, consentendo a privati ​​e istituzioni di trasportare ingenti quantità di ricchezza in un formato compatto e pratico.

Questa portabilità, unita alla sua riconoscibilità, ne rafforza lo status di forma di denaro ampiamente accettata e affidabile.

In tutte le culture e nel corso della storia è stata universalmente riconosciuta come riserva di valore e il suo aspetto distintivo, e le sue proprietà uniche, la rendono difficile da contraffare.

Oltre a queste qualità, possiede anche la scarsità, una caratteristica fondamentale che ne ha preservato il valore nel tempo.

La sua offerta è naturalmente limitata dai vincoli fisici di estrazione e produzione.

Questa intrinseca scarsità impedisce l'inflazione artificiale e garantisce il mantenimento del suo potere d'acquisto per lunghi periodi.

Infine la sua malleabilità ne aumenta l'utilità, poiché può essere modellata in monete, lingotti, o gioielli senza perdere le sue proprietà essenziali.

Questa adattabilità la rende estremamente versatile, consolidando ulteriormente il suo ruolo di una delle forme di denaro più efficaci e durature.

Stiamo ovviamente parlando dell'oro.

E in effetti, nel corso della storia, l'oro ha incarnato tutte le qualità della moneta forte: è scarso, durevole, divisibile, trasferibile e ampiamente riconosciuto.

Il suo ruolo di lunga data nei sistemi economici ha portato molti ad affermare che rimanga la forma di denaro per eccellenza.

A questo punto, un'alzata di mano potrebbe rivelare un ampio consenso su questa prospettiva.

Ma prima di giungere a una conclusione definitiva, vale la pena fermarsi e chiedersi: la storia ha sempre funzionato tramite un sistema di libero mercato?

Ancora più importante, la moneta è sempre stata determinata dal libero mercato o è intervenuta un'altra forza?


Il denaro come costrutto controllato dallo stato

Un presupposto comune che deve essere accettato quando si utilizza la definizione di denaro sopra riportata è che i mercati operino liberamente, guidati dallo scambio volontario e dalla concorrenza.

Ma questo corrisponde alla realtà storica?

La storia è sempre stata caratterizzata da un libero mercato? O, cosa ancora più importante, il mondo è mai stato veramente governato dai principi del libero mercato?

Queste domande sono essenziali, ma ci impongono di guardare il mondo così com'è, non come vorremmo che fosse. Il che porta a una discussione più ampia sulla natura stessa del denaro.

Se ipotizziamo che il denaro sia semplicemente una merce scelta dalle forze del libero mercato, allora dobbiamo conciliare questo presupposto con le prove storiche.

E il fatto è che esiste un'altra prospettiva, che sfida la definizione tradizionale di denaro e ci costringe a riconsiderare se il denaro sia mai stato un fenomeno puramente guidato dal mercato.

Se la storia ci insegna qualcosa, è che lo stato ha svolto un ruolo significativo nel plasmare la storia nel suo complesso. Lo stato ha anche svolto un ruolo significativo nello sviluppo dei sistemi monetari.

Quindi, se ci occupiamo del mondo così com'è, piuttosto che come vorremmo che fosse, questo semplice fatto non può essere ignorato.

Nel corso della storia gli stati hanno emesso varie forme di moneta fiat, non in risposta alla domanda del libero mercato, ma come meccanismo per facilitare il commercio, affermare il controllo e sostenere i sistemi economici.

Gli antichi imperi spesso coniavano monete fatte di metalli vili, imprimendole con le immagini dei sovrani o dei simboli dello stato, garantendo che il loro valore fosse determinato da un decreto piuttosto che da un valore intrinseco.

Questi primi sistemi monetari stabilirono un precedente in cui lo stato, piuttosto che le forze del mercato, dettava cosa funzionasse come denaro.

Durante il Rinascimento e oltre, le banconote cartacee emersero come uno strumento monetario diffuso. Inizialmente queste banconote erano coperte da metalli preziosi, rafforzandone la legittimità e la fiducia.

Tuttavia, nel tempo, si sono gradualmente evolute in pura moneta fiat, completamente svincolata da qualsiasi bene fisico.

Questa trasformazione ha permesso agli stati e alle banche centrali di esercitare un grande potere decisionale sui sistemi monetari, non essendo più vincolati da riserve finite di oro o argento.

Anche i governi coloniali hanno svolto un ruolo significativo nella storia monetaria, emettendo cambiali come mezzo per gestire il commercio e l'attività economica.

Queste cambiali hanno funzionato come prime forme di valuta coperta dallo stato, rappresentando un obbligo piuttosto che una riserva di valore tangibile.

Con il passare del tempo le valute fiat sono diventate la forma di denaro dominante, con gli stati moderni che hanno adottato valute nazionali come il dollaro, l'euro e lo yen.

Oggi la moneta fiat esiste sia in forma fisica che digitale, a testimonianza della continua evoluzione dei sistemi monetari statali.

Se accettiamo questa realtà storica, allora dobbiamo chiederci: il denaro è davvero un prodotto del libero mercato o è sempre stato plasmato e definito da chi detiene il potere?

O, in altre parole: il denaro è davvero la merce più commerciabile scelta dagli individui, liberi pensatori, o è uno strumento potente imposto dal Re?

Per rispondere a queste domande, è innanzitutto necessario sviluppare le competenze necessarie per comprendere al meglio il proprio ambiente.


Consapevolezza situazionale

La consapevolezza situazionale è un'abilità fondamentale che consente agli individui di percepire, comprendere e anticipare gli eventi che li circondano, consentendo loro di prendere decisioni consapevoli e agire efficacemente.

Si compone di tre componenti essenziali: in primo luogo, la capacità di percepire elementi critici nell'ambiente, come persone, oggetti ed eventi in corso; in secondo luogo, la capacità di comprenderne il significato e il potenziale impatto; e in terzo luogo, la capacità di prevedere gli sviluppi futuri sulla base delle informazioni disponibili.

Questa abilità è indispensabile in ambienti ad alto rischio come l'aviazione, le operazioni militari, la sanità e il mondo degli affari, dove la capacità di riconoscere segnali sottili e reagire di conseguenza può fare la differenza tra successo e fallimento.

Lo stesso principio si applica all'allocazione del portafoglio, dove i mercati finanziari sono in costante evoluzione e una mancanza di consapevolezza può portare a perdite devastanti.

Al di là degli ambiti professionali, la consapevolezza situazionale svolge un ruolo fondamentale nella vita quotidiana, migliorando la sicurezza personale, il processo decisionale e consentendo agli individui di orientarsi efficacemente in un mondo in continua evoluzione.

Senza questa competenza, le persone rischiano di essere colte di sorpresa, di fare scelte sbagliate e di subire conseguenze evitabili.

Che si applichi alla sicurezza personale, alle decisioni finanziarie, o al pensiero strategico, la consapevolezza situazionale è uno strumento vitale per ottimizzare i risultati in un mondo pieno di incertezza.

Un esempio di applicazione della consapevolezza situazionale al nostro attuale argomento è rappresentato dallo scenario seguente.


L'economia carceraria

Come accennato in precedenza, per ottimizzare le proprie circostanze, è necessario comprendere appieno l'ambiente in cui si opera.

Questo principio è chiaramente illustrato nell'ecosistema chiuso delle economie carcerarie, dove non esistono sistemi monetari tradizionali.

In tali ambienti i detenuti si affidano a forme di valuta alternative, scegliendo beni durevoli, ampiamente accettati e facilmente scambiabili.

Ad esempio, le sigarette hanno storicamente funzionato come una valuta efficace dietro le sbarre.

Sono molto richieste, facilmente divisibili per piccole transazioni e ampiamente riconosciute come unità di scambio.

Le sigarette possono essere scambiate con cibo, servizi o altri beni di prima necessità, creando un'economia di baratto che rispecchia i sistemi finanziari tradizionali.

Analogamente le scatolette di sardine si sono affermate come merce di valore in alcuni contesti carcerari.

La loro natura non deperibile, unita al loro valore nutrizionale, le rende una riserva di ricchezza affidabile che mantiene la sua utilità nel tempo.

In assenza di una moneta ufficialmente riconosciuta, questi beni assumono le caratteristiche di mezzo di scambio, riserva di valore e unità di conto: gli stessi principi che definiscono il denaro stesso.

Questa economia informale all'interno delle carceri funge da microcosmo per sistemi monetari più ampi, dimostrando che il denaro non è definito solo da un decreto statale, ma da ciò che le persone riconoscono collettivamente come avente valore.

Gli insegnamenti che si possono trarre da questi ambienti controllati sottolineano l'importanza dell'adattabilità, dell'intraprendenza e della comprensione delle forze economiche, indipendentemente da dove si operi.

È anche importante capire che, sebbene sia le sigarette che le sardine siano diventate forme di denaro popolari in ambienti controllati, non lo sono diventate solo grazie alla commerciabilità delle loro qualità intrinseche.

Si consideri uno scenario all'interno di un'economia carceraria dove le sardine sono ampiamente accettate come moneta. In questo sistema fungono da mezzo di scambio, riserva di valore e unità di conto, svolgendo tutte le funzioni necessarie del denaro.

Tuttavia, cosa succede quando un detenuto viene trasferito in una struttura diversa, dove le dinamiche di potere sono diverse?

In questa nuova prigione, la figura dominante – quella che detiene la maggiore influenza – odia le sardine ma ama le sigarette.

Ha dichiarato, per decreto, che le sigarette sono ora la forma di pagamento richiesta.

In un simile contesto, non importa più che le sardine un tempo avessero un valore monetario. Le regole sono cambiate e la nuova figura autoritaria ha imposto un nuovo sistema.

In questa situazione, avrebbe senso insistere sul fatto che le sardine siano ancora denaro?

Oppure il prigioniero sarebbe costretto ad adattarsi al nuovo standard, riconoscendo che il denaro non è determinato solo da qualità intrinseche, ma piuttosto dalle strutture di potere che ne impongono l'uso?

Vi prendereste la responsabilità di cercare di convincere la figura dominante che è sbagliato pretendere sigarette e che dovrebbe affidarsi ai principi del libero mercato piuttosto che ai propri bisogni e desideri?

Questo esempio solleva una domanda cruciale: se potessimo scegliere, preferiremmo una forma di denaro basata sul mercato, determinata organicamente dal libero scambio, o un sistema in cui il denaro è dettato da un'autorità centrale che detiene il potere sui partecipanti?

La maggior parte delle persone propenderebbe istintivamente per la prima opzione, credendo che il libero mercato debba determinare la migliore forma di denaro.

E poiché credono che il libero mercato sarebbe migliore, allora credono che sia così che i mercati si sono sviluppati nel corso della storia.

Tuttavia questa prospettiva presenta un problema, raramente riconosciuto.

Nonostante la sua ampia accettazione nei manuali di economia e nei modelli teorici, ci sono poche prove storiche che il baratto su larga scala e il libero scambio abbiano mai costituito il fondamento dei sistemi monetari.

L'ipotesi che i mercati producano denaro naturalmente senza alcuna forma di struttura imposta non è in linea con gran parte della documentazione storica.

Questo mette in discussione l'idea che il denaro si sia evoluto come prodotto del libero mercato e ci costringe a riconsiderare se le sue origini siano più strettamente legate al potere, all'autorità e alle regole imposte piuttosto che allo scambio volontario.

La maggior parte delle persone presume che il denaro sia sempre stato determinato dalle forze del libero mercato, ma la storia racconta una storia diversa, in cui potere, controllo e coercizione hanno plasmato i sistemi finanziari in modi che pochi si soffermano a considerare.

Quindi, se il denaro non è ciò che pensiamo che sia, cosa significa per tutto il resto?


Debito, potere ed evoluzione dei sistemi monetari

La narrazione convenzionale sulle origini del denaro suggerisce che si sia evoluto naturalmente dai sistemi di baratto, in cui gli individui si scambiavano direttamente beni e servizi.

Tuttavia David Graeber, nel suo libro Debt: The First 5.000 Years, contesta questa ipotesi, sostenendo che ci sono poche prove storiche a sostegno dell'idea che il baratto sia mai stato il fondamento primario dei sistemi economici.

I libri di testo di economia spesso descrivono le società primitive come impegnate nel baratto prima dell'introduzione del denaro, ma la ricerca di Graeber suggerisce il contrario.

Sostiene invece che il debito, non il baratto, fosse il fondamento dello scambio economico.

Nelle società antiche il commercio si basava spesso su sistemi di credito, in cui gli individui scambiavano beni e servizi sulla base di fiducia e obblighi reciproci piuttosto che su un pagamento fisico immediato.

Questi sistemi non richiedevano denaro in senso tradizionale, ma si basavano su contratti sociali e accordi informali.

Nel corso del tempo questi sistemi di credito si sono formalizzati in debito strutturato, portando infine all'emergere del denaro come mezzo istituzionalizzato per saldare i propri oneri.

Graeber ripercorre l'evoluzione del debito nel corso della storia, illustrando come si sia profondamente radicato nei sistemi economici e politici, spesso fungendo da mezzo di controllo piuttosto che da mera facilitazione degli scambi.

Critica i modi in cui il debito è stato utilizzato per imporre gerarchie sociali, plasmare dinamiche di potere e limitare l'autonomia individuale.

Riformulando la storia del denaro attorno al debito, Graeber fa luce sui meccanismi sociali sottostanti che governano i sistemi economici, meccanismi a lungo trascurati o fraintesi.

Ad esempio, è noto che nel corso della storia i governanti hanno esercitato un controllo diretto sull'attività economica, utilizzando coercizione, tassazione e debito strutturato per plasmare i sistemi monetari.

In alcuni casi il potere veniva imposto attraverso la coscrizione vera e propria, in cui il re arruolava i cittadini nel suo esercito, esigeva il loro lavoro per progetti infrastrutturali o li costringeva alla servitù per gli sforzi di costruzione dello stato.

C'era poco spazio per il rifiuto: chi si opponeva spesso rischiava la morte o la prigione.

In altri casi intere economie funzionavano secondo sistemi feudali, dove i contadini erano costretti a lavorare la terra, generando ricchezza che alla fine andava a beneficio della classe dominante.

In tali sistemi i contadini erano tenuti a pagare le tasse “in natura”, il che significa che cedevano una parte dei loro raccolti, del bestiame, o di altri beni direttamente alla monarchia.

Al netto della tassazione rimaneva loro solo ciò che serviva alla propria sopravvivenza.

Tuttavia mantenere il controllo con la forza diretta ha i suoi limiti. Richiede risorse, sforzi e una minaccia costante di violenza.

Un sistema più efficiente sarebbe stato quello in cui il controllo fosse mantenuto senza una costante imposizione, un sistema in cui gli individui si sottomettessero volontariamente, credendo di avere il controllo delle proprie decisioni economiche.

Considerando questo, cosa accadrebbe se il re ideasse un sistema in cui, invece di esigere beni materiali, o lavoro diretto, emettesse una valuta, una moneta usata per rifornire il suo regno?

E se, alla fine della stagione, o dell'anno, chiedesse ai suoi cittadini di restituire una parte di quella valuta sotto forma di tasse?

In questo modello gli individui continuerebbero a lavorare per sostenere il sistema, ma invece di subire una coercizione diretta sarebbero costretti a partecipare all'economia per guadagnare la valuta emessa.

La necessità di ottenere monete per pagare le tasse creerebbe domanda per la valuta stessa, attribuendole valore non per il suo valore intrinseco, ma perché è l'unico modo per soddisfare gli obblighi verso lo stato.

Infatti tutto questo sarebbe l'equivalente del lavoro forzato, o della tassazione diretta, ma in un modo più sottile, efficiente e facile da gestire. Il sistema di controllo esisterebbe ancora, ma ora apparirebbe volontario.

Prima di scartare questa idea come inverosimile, vale la pena riflettere sulle parole di Johann Wolfgang von Goethe che una volta disse: “Nessuno è più irrimediabilmente schiavo di coloro che credono falsamente di essere liberi”.


Debito, controllo e la natura del potere

Il concetto di debito come meccanismo di controllo è efficacemente illustrato nel film L'Internazionale, dove Umberto Calvini, un importante produttore di armi a livello mondiale, spiega agli investigatori del riciclaggio di denaro perché una grande banca europea stia intermediando armi leggere cinesi per i conflitti del Terzo Mondo.

Gli investigatori presumono che la banca stia semplicemente traendo profitto dalla guerra, ma Calvini chiarisce che il vero obiettivo non è controllare il conflitto in sé, ma controllare il debito che la guerra crea.

«La IBBC è una banca. Il suo obiettivo non è controllare il conflitto, ma controllare il debito che il conflitto produce.

Vede, il vero valore di un conflitto – il vero valore – sta nel debito che crea.

Controllando il debito, controlli tutto. Lo trova sconvolgente, vero? Ma questa è l'essenza stessa del settore bancario: renderci tutti, nazioni o individui, schiavi del debito.»

Le parole di Calvini sottolineano una realtà agghiacciante: la guerra (e il debito) non riguardano solo la terra, le risorse, o l'ideologia... sono uno strumento finanziario.

Assicurandosi che stati e individui rimangano indebitati, le istituzioni finanziarie e coloro che le controllano possono esercitare un'influenza a lungo termine su intere nazioni.

Questo sposta l'attenzione dal controllo diretto attraverso la forza fisica alla sottomissione economica attraverso cicli di debito perpetui.

L'idea che il controllo si estenda oltre la guerra e la finanza viene ulteriormente esplorata nel film Matrix, dove Morpheus rivela a Neo l'inquietante verità sul mondo in cui vive.

Neo, come tutti gli altri, crede di vivere in una realtà in cui fa le proprie scelte.

Ma Morpheus smaschera questa illusione creata appositamente per tenere le persone in schiavitù senza che se ne accorgano.

Quando Neo chiede cos'è Matrix, Morpheus spiega:

«Matrix è un mondo onirico generato al computer, costruito per tenere le persone sotto controllo al fine di trasformare un essere umano in... questo.»

In quel momento Morpheus solleva una batteria, rivelando l'orribile verità: l'umanità stessa è stata ridotta a una fonte di energia per un sistema invisibile.

Nel contesto dei sistemi finanziari, questa analogia è sorprendente.

Proprio come le macchine di Matrix estraggono energia dagli esseri umani, le strutture economiche moderne estraggono ricchezza, lavoro e produttività dagli individui, spesso senza che ne siano consapevoli.

La maggior parte delle persone non mette mai in discussione il sistema in cui è nata, proprio come Neo non ha mai messo in discussione il suo mondo finché non è stato costretto a confrontarsi con una scomoda verità.

Tracciando queste connessioni, diventa chiaro che debito, controllo economico e influenza sistemica funzionano in modi che vanno ben oltre ciò che la maggior parte delle persone percepisce.

La domanda allora diventa: se il mondo in cui viviamo opera secondo un sistema a cui non abbiamo mai acconsentito, e che la maggior parte delle persone non comprende nemmeno, quanta della nostra realtà è veramente nostra?


La Matrix monetaria

Dopo aver esplorato diverse prospettive, torniamo alla domanda fondamentale: cos'è il denaro?

Ma prima di tentare di rispondere, considerate questo: siete pronti a prendere la Pillola Rossa?

E se, riecheggiando le parole di Umberto Calvini ne L'Internazionale e di Morpheus in Matrix, il denaro non fosse semplicemente uno strumento di scambio, né semplicemente un prodotto dell'evoluzione del libero mercato?

E se il denaro non fosse mai stato neutrale, ma piuttosto fosse sempre stato un meccanismo di controllo?

Se così fosse, allora il denaro non è solo uno strumento economico, è la Matrix originale.

Esiste da quando esistono le strutture di potere, plasmando le civiltà, garantendo il rispetto delle regole e mantenendo le gerarchie migliaia di anni prima che i moderni sistemi finanziari fossero concepiti.

Non è emerso organicamente dai liberi mercati, ma è stato implementato e imposto da chi deteneva il potere.

Se quest'idea sembra radicale, considerate l'analogia: il denaro è un costrutto creato dallo stato, costruito per tenere le persone sotto controllo, proprio come Matrix ha schiavizzato l'umanità, trasformandola in batterie per un sistema invisibile.

Le parole di Morpheus sulla trasformazione degli umani in una batteria illustrano perfettamente questo concetto.

Ma quando Neo si confronta con questa realtà, la sua prima reazione è di orrore e rifiuto.

Rifugge l'idea, rifiutandola categoricamente:

«Non ci credo. Non è possibile.»

E forse, proprio ora state avendo la stessa reazione.

Forse questa idea sembra troppo inverosimile, troppo estrema per essere reale.

Ciononostante... potete essere completamente certi che sia sbagliata?

La sfida non è accettare o rifiutare questa idea a priori; la sfida è guardare il mondo così com'è, non come vorremmo che fosse.

Se ci riuscite, allora dovete essere come minimo disposti a chiedervi: e se tutto ciò che pensavate di sapere sul denaro fosse un'illusione?

Ma prima di giungere a una conclusione, diamo un'occhiata più da vicino ad alcune prove; prove che tutti noi abbiamo sperimentato direttamente.


Le prove

Fin dal momento in cui nasciamo, entriamo in un ambiente controllato, in cui la registrazione è obbligatoria e a ogni individuo viene assegnato un numero identificativo.

Questo sistema non viene definito prigione, ma piuttosto stato o Paese.

Eppure, nonostante la terminologia diversa, la struttura ha una somiglianza inquietante con un'istituzione progettata per gestire e contenere i suoi abitanti.

Ma a differenza delle prigioni tradizionali, questo sistema è molto più sofisticato. Qui non si viene semplicemente rinchiusi, ma viene fatto credere di essere liberi.

Non si vive in questo sistema gratuitamente. C'è un costo, un obbligo ricorrente che deve essere soddisfatto. Non chiamano questi pagamenti “spese di detenzione”, ma “tasse”.

Anche se si è tenuti a pagare, si ha poco o nessun controllo su come il denaro viene speso.

E a peggiorare le cose, per ottenere il denaro necessario a pagare queste tasse, bisogna prima lavorare all'interno del sistema stesso.

L'economia è strutturata in modo tale che si debba guadagnare la valuta statale, che può poi essere utilizzata per pagare le tasse.

Non c'è alternativa. Almeno non uno che non implichi la minaccia di prigionia o violenza.

Ma non finisce qui.

Il sistema non si limita a esigere il vostro lavoro, ma vi incoraggia anche a indebitarvi.

Vi presenta nuovi prodotti scintillanti, nuovi lussi, nuove promesse, invogliandovi a indebitarvi ulteriormente, assicurandosi che rimaniate legati al sistema, dipendenti dalla sua valuta e intrappolati in un ciclo da cui è quasi impossibile uscire.

A differenza di una prigione fisica, dove i confini sono visibili, i muri di questo sistema sono invisibili, ed è questo che li rende così efficaci.

Potreste credere di essere liberi di muovervi, ma provate ad andarvene senza la documentazione richiesta: un passaporto, un visto, o un'autorizzazione.

I vostri movimenti sono tracciati, monitorati e limitati.

In alcuni casi determinate “strutture” – che siano imposte dalla nazione, dalla normativa, o da vincoli economici – non vi permettono affatto di andarvene.

Ciononostante la forma di controllo più efficace non è la forza, ma la distrazione.

Lo stato fornisce notizie, intrattenimento e un coinvolgimento infinito, assicurandosi che la maggior parte delle persone non si accorga nemmeno dell'esistenza dei muri.

Infatti sono così abili in questo che la stragrande maggioranza degli individui non farà mai un passo indietro, non si fermerà mai abbastanza a lungo per riconoscere la struttura per quello che è veramente.


La dissonanza cognitiva in tutto ciò

Ora, alcuni di voi potrebbero pensare: questo non è davvero il denaro, è solo gergo della MMT. E altri potrebbero credere che se fosse vero, il sistema sarebbe già crollato.

Ma ricordate, inevitabile non significa imminente. I sistemi non crollano da un giorno all'altro. Resistono per decenni, secoli, persino millenni prima che i loro difetti intrinseci li conducano al loro inevitabile collasso.

Quindi, dopo aver esaminato le prove – dopo aver considerato la natura del sistema in cui viviamo – avete cambiato idea?

Riuscite a vedere lo schema, o detestate solamente ciò che implica?


Liberarsi

Comprendere il denaro come meccanismo di controllo non significa rifiutare categoricamente l'idea del libero mercato o di denaro basato sul mercato.

Richiede invece consapevolezza situazionale: la capacità di riconoscere e gestire le strutture che plasmano i sistemi finanziari, anziché accettarle ciecamente come verità immutabili.

Il libero mercato e la moneta basata sulle merci possono effettivamente essere ideali, ma la realtà racconta una storia diversa: una storia in cui i sistemi monetari sono in gran parte centralizzati, manipolati e progettati per mantenere le strutture di potere.

Riconoscere questa realtà non significa ammettere la sconfitta; significa comprendere il gioco a cui si sta giocando in modo da potervi partecipare alle proprie condizioni, anziché essere un partecipante passivo in un sistema che non è mai stato costruito per il proprio beneficio.

La natura del denaro è intrinsecamente dualistica.

A volte è una merce scelta dal mercato, che emerge organicamente dal libero scambio di beni e servizi; altre volte è un token imposto dallo stato, richiesto dai poteri sovrani come mezzo esclusivo per saldare obblighi come le tasse.

E, in molti casi, è entrambe le cose allo stesso tempo: un ibrido di controllo statale e valore guidato dal mercato che esiste all'interno di un quadro che pochi si soffermano a mettere in discussione.

Niente di tutto ciò intende screditare il libero mercato o il ruolo duraturo dell'oro.

Al contrario, la storia ha dimostrato ripetutamente che l'oro e i principi di una moneta solida forniscono una base più stabile e affidabile per il commercio e la conservazione della ricchezza.

Se fosse data la possibilità di scegliere, la maggior parte delle persone preferirebbe un sistema in cui i mercati, piuttosto che gli stati, determinano cosa funziona come moneta.

Ma questo non è il mondo in cui viviamo oggi.

Ignorare questo fatto significa rimanere ciechi di fronte alle forze che plasmano la finanza globale, rendendosi vulnerabili alle mutevoli maree della politica monetaria, dell'intervento economico e del controllo centralizzato.

Ora più che mai, le convinzioni dogmatiche su cosa dovrebbe essere il denaro non devono offuscare la nostra comprensione di cosa sia realmente il denaro.

Negli anni a venire la capacità di pensare in modo critico, di adattarsi e di rimanere consapevoli dell'evoluzione delle realtà finanziarie non sarà solo preziosa, ma sarà probabilmente essenziale per la sopravvivenza finanziaria.

Piuttosto che aggrapparci a un quadro ideologico che non è più in linea con la realtà, dobbiamo coltivare una mentalità che ci permetta di vedere il mondo così com'è, non come vorremmo che fosse.

E la consapevolezza situazionale è il superpotere definitivo nei mercati volatili: un potere che, se padroneggiato, può non solo aiutare a sopravvivere, ma anche a prosperare negli anni a venire.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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