lunedì 7 aprile 2014

Salario minimo: La prova del nove per gli economisti

«“Si potrebbe fare alla svelta una legge sul salario minimo che preveda il carcere per i datori di lavoro che non la rispettano». È la proposta del viceministro per l’Economia Enrico Morando, intervenuto al workshop Ambrosetti di Cernobbio. Morando pensa a «un accordo di secondo livello che possa derogare su tutto,tranne che sulle disposizioni di legge, rispetto al contratto nazionale.” [...]
La proposta di Morando si inserisce nel secondo pacchetto di misure del Jobs act del governo Renzi. ddl di delega al Governo per la riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, il riordino dei contratti e il sostegno alla maternità e alla conciliazione è stato infatti presentato al Senato.
È l’altro tassello, dopo il decreto su contratti a termine e apprendistato, già in discussione alla Camera. La delega, come tale, fissa i principi e i criteri degli interventi da realizzare. Il governo avrà poi sei mesi di tempo per i decreti legislativi. Tra gli obiettivi indicati, la revisione della cig (quella in deroga andrà ad esaurirsi, come già previsto dalla riforma Fornero), l’introduzione dell’assegno universale di disoccupazione, del contratto a tutele crescenti, del compenso orario minimo, l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’occupazione fino ad un "tax credit" per le mamme.»


-- Morando: “Ora legge su salario minimo, in carcere i datori che non la rispettano”, La Stampa, 5 aprile 2014.
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di Gary North


Nel corso dell'ultimo mezzo secolo ho imparato che esistono due criteri per capire se un economista ha davvero a cuore l'idea di scambio volontario come mezzo per aumentare la produttività ed i proventi netti. Uno di questi è il libero scambio. L'altro è il salario minimo come fonte di aumento della disoccupazione.

Il primo di questi criteri risale a The Wealth of Nations di Adam Smith (1776), e prima di lui, più di 20 anni prima, agli scritti del suo amico David Hume. Entrambi si opposero a quello che oggi viene chiamato mercantilismo: la coercizione dello stato per aumentare la ricchezza nazionale.

Entrambe queste posizioni -- libero scambio tra le frontiere e libero scambio nei rapporti di lavoro -- vanno a favore di contratti volontari tra individui.

La tesi del libero scambio di solito viene presentata in termini di commercio oltre i confini nazionali, ma si può dire lo stesso se assistiamo a transazioni oltre qualsiasi confine. A nessuno importa se le merci attraversano le frontiere statali, i confini provinciali e i CAP, ma se ne discute quando abbiamo a che fare con i confini nazionali. Questo perché gli oppositori del libero commercio discutono solo dei confini nazionali. Questa limitazione giurisdizionale è illogica, proprio perché il protezionismo è illogico.

Il salario minimo ostacola i contratti volontari tra datori di lavoro e dipendenti. Riduce il numero di tali contratti perché aumenta il costo della contrattazione. Rende illegale la contrattazione dei salari al di sotto del salario minimo, esattamente nello stesso modo in cui le quote sulle importazioni rendono illegali eventuali contratti fra individui che vivono su lati opposti di un confine nazionale. I costi vengono aumentati dalla burocrazia, cioè dalla minaccia di sanzioni negative. Pertanto viene chiamata in causa una della leggi economiche fondamentali: a parità di condizioni, un prezzo superiore diminuirà la richiesta di un determinato bene. Se si nega questa legge, si nega ogni ragionamento economico. Se il rapporto prezzo-quantità richiesta non è vero, allora l'intero corpus della teoria economica non è vero. Non esiste una teoria economica coerente se suddetta legge non è vera.



GRUPPI CON INTERESSI PARTICOLARI

I gruppi con interessi particolari assumono economisti che sostengono che, in certi casi, questo rapporto prezzo-domanda non è vero. Alcuni gruppi di imprese vogliono tariffe più alte e quote sulle importazioni più elevate affinché possano assicurarsi un mercato interno protetto, e quindi prezzi più alti, e quindi maggiori profitti. Assumono economisti che sostengono che le tariffe e le quote non limitano la crescita economica. Non dicono il motivo per cui vengono richieste tariffe e quote (e cioè, per limitare il commercio), ma sostengono che queste restrizioni siano un bene per la nazione nel suo complesso.

Al contrario, quegli economisti che difendono un aumento del salario minimo sostengono che questa legge va ad aumentare la scelta individuale ed il benessere dei lavoratori in generale, senza danneggiare i datori di lavoro. Questa è una follia. Non vi è altro modo per descriverla in modo più preciso. Questa è una follia. Ciò significa che l'economia non sarebbe più coerente. Eppure scopriamo, anno dopo anno, che sempre più economisti giungono alla conclusione che il salario minimo sia una buona idea. Negli ultimi 35 anni la percentuale di economisti che crede che il salario minimo crei disoccupazione per i lavoratori a basso salario, è diminuita di circa il 90% fino a raggiungere circa il 50% di tutti gli economisti.

Grazie ad un recente documento del Congressional Budget Office sugli effetti di un salario minimo a $10 l'ora, che secondo il CBO crea disoccupazione per mezzo milione di persone, coloro che difendono il salario minimo sono andati su tutte le furie negando la legittimità di tale documento. Si tratta di una questione importante, perché Obama vuole aumentare i salari minimi a $10 l'ora. Si tratta di una questione politica molto calda. Per Obama sarà una grande vittoria, se riuscirà a convincere la maggioranza dei repubblicani alla Camera dei Rappresentanti a votare questa modifica.



UN DIFENSORE DEL SALARIO MINIMO

Il seguente è un fatto importante. Lo apprendiamo da un articolo pubblicato sul sito Politico. "Michael Reich è professore di economia e direttore dell'Institute for Research on Labor and Employment presso l'Università della California, Berkeley."

Chi è costui? Ce lo dice la voce su Wikipedia. Nel 1968 è stato uno dei fondatori dell'Union of Radical Political Economists, l'ala New Left/marxista all'interno della professione economica. Apprendiamo anche questo:

Negli anni '60 e '70, Reich ha lavorato con David Gordon, Richard Edwards ed altri economisti marxisti e neo-marxisti ben noti. Concentrandosi sull'economia del lavoro, il gruppo ha ristretto il proprio campo sui mercati del lavoro segmentati . . . .

Reich è stato un insegnante presso la Boston University per tre anni, e poi nel 1974 è diventato assistente professore di economia presso l'Università della California a Berkeley. Nel 1989 è stato promosso a professore ordinario. Reich ha tenuto corsi sull'economia marxista, sull'economia politica e sulla storia del pensiero economico.

Cos'è l'Institute for Research on Labor and Employment? Si tratta di un'appendice di estrema sinistra a Berkeley che è all'opera da 60 anni. Ottiene soldi dalle fondazioni di sinistra. Attualmente svolge attività di ricerca in queste aree: California Living Wage, Green Economy, Health Care Reform, Job Creation, Minimum Wage. (http://www.irle.berkeley.edu)

A differenza dell'Hoover Institution, che è giuridicamente distinto dalla Stanford University e finanziato privatamente, l'IRLE è parte integrante dell'Università -- finanziato dalla California. Ottiene notevole prestigio da questa connessione legale.

Niente di tutto questo viene menzionato su Politico.

In un articolo di Reich, che è stato proprio pubblicato su Politico, apprendiamo quanto segue.

Qui non siamo nel mondo semplice dell'ABC dell'economia, in cui un prezzo più elevato, cioè un salario minimo più alto, significa automaticamente meno domanda di lavoratori.

Fin dall'inizio, l'autore dice che quello che sta per presentare non è ciò che viene insegnato dall'ABC dell'economia. Ma ciò che viene insegnato dall'ABC dell'economia è considerata la base della teoria economica moderna. Di solito è materiale keynesiano. Può essere neoclassico. Non è della scuola austriaca. Ciononostante rappresenta il cuore dell'istruzione formale nella teoria economica, e fin dall'inizio dell'articolo apprendiamo che quello che leggeremo non è ciò che viene insegnato dall'ABC dell'economia.

Problema: "Perché dovremmo credere alle sue conclusioni?" Inoltre, se dovessimo credergli, perché dovremmo credere nell'ABC dell'economia? In altre parole, se ha ragione, allora l'ABC dell'economia non è corretta -- per niente. Ad un prezzo più alto, qualcosa sarà richiesta di più. Ma se l'ABC dell'economia non è corretta, che cos'è economia? E' ovvio quello in cui vuole farci credere: l'economia New Left o addirittura il marxismo.

Perché sarebbe buono un aumento obbligatorio del salario minimo? Ci dice questo:

Per esempio, l'offerta di lavoro può anche rispondere facilitando ai datori di lavoro l'assunzione di lavoratori ed il prolungamento del loro impiego. I lavoratori più esperti sono i lavoratori più produttivi. Le imprese possono anche aumentare i loro prezzi piuttosto che ridurre il numero dei dipendenti. Gli economisti considerano l'effetto di un aumento di salario minimo come una questione da definire attraverso prove empiriche.

Se per i datori di lavoro è possibile assumere lavoratori e prolungarne il tempo dell'impiego grazie al salario minimo, allora è altrettanto possibile che raggiungano tale esito se aumentassero i salari unilateralmente. Questo presuppone che siano disposti a pagare salari più elevati al fine di ottenere un certo risultato: meno turnover. Se è possibile ottenere un vantaggio seguendo tale pratica, sarebbe ancora più vantaggioso se solo le società imprenditoriali verificassero questa teoria. In seguito le altre imprese potrebbero copiarle. In questo modo ci sarebbero un sacco di casi di studio sui benefici dell'aumento dei salari.

Ma l'autore non raccomanda tutto ciò, anzi non lo menziona affatto. Quello che dice è che ci dovrebbe essere una legge nazionale che imponga questo cambiamento, e solo allora, sotto la minaccia di sanzioni negative, le aziende scopriranno che salari più alti imposti per la legge produrranno questi benefici. In altre parole, lo stato è tenuto ad imporre sanzioni negative affinché gli uomini d'affari riconoscano gli enormi benefici dervati da un salario superiore ai livelli di mercato. E' un processo che passa per una sola strada: rendere illegale il sistema dei prezzi di mercato in quei settori dell'economia che sono sotto la legislazione del salario minimo.

Non si ferma qui. Sprofonda ancora di più nelle paludi dell'irrazionalità economica. In ginocchio nel fango, il Dr. Reich continua così.

I miei co-autori ed io dimostriamo che i confronti tra gli stati che hanno aumentato i salari minimi, non rappresentano un campione casuale di tutti gli stati. Si differenziano in base alle loro tendenze occupazionali. Poi mostriamo che in quegli stati con salari minimi più alti, rispetto a tutti gli altri, la disoccupazione tra gli adolescenti stava già crescendo (seppur lentamente) due anni prima che fossero introdotti tali aumenti. In altre parole, salari minimi più alti sono correlati ad una crescita minore dell'occupazione, ma non ne consegue che ne siano la causa.

Quindi la disoccupazione tra gli adolescenti stava crescendo più lentamente in quegli stati con salari minimi più alti. Questo è esattamente ciò che insegna l'ABC dell'economia, ed è esattamente ciò che insegna l'economia della scuola austriaca. Ma ci viene detto che l'aumento del salario minimo non ne è la causa. Quale sia la vera causa non si sa, ma viene sottolineato che non è colpa del salario minimo.

Questo è l'approccio standard degli economisti quando trovano qualcosa che conferma empiricamente la teoria economica, ma che non vogliono che sia confermata. Danno la colpa a qualcos'altro. Deve essere stato qualcos'altro, perché se esiste causa-effetto nella teoria economica, allora gli elettori possono resistere all'intervento dello stato. Quindi se il risultato di una legge statale o federale è esattamente ciò che insegna l'ABC dell'economia e se questo risultato è negativo per la crescita economica, allora l'economista dirà che le statistiche sono solamente correlate a questo risultato negativo. La correlazione è solo una di tante cose, una di tante cose folli. Ma non è la causa.

In breve, sostengono che non esista causa-effetto in economia. Ma in questo caso, l'assenza di causa ed effetto è la prova del nove. Questo economista afferma la legittimità del controllo dei prezzi -- un minimo ai prezzi -- per migliorare l'economia.



MASCHI ADOLESCENTI NERI

Sappiamo dove si manifestano con molta probabilità i principali effetti del salario minimo: nell'impiego di maschi adolescenti neri. Qui è dove l'economista dovrebbe iniziare il suo studio statistico. Perché? Perché i dipendenti meno desiderabili sono i maschi adolescenti neri. Sono discriminati dai datori di lavoro. Questa è stata una realtà sin dal dopoguerra. Questo è il motivo per cui gli studi passati sugli effetti del salario minimo si sono concentrati sulla disoccupazione maschile degli adolescenti neri. La correlazione statistica è così stretta che questo è stato l'esempio preferito da coloro che si oppongono al salario minimo. Ogni volta che è stato aumentato il salario minimo, dopo un breve lasso di tempo è salito anche il tasso di disoccupazione dei maschi adolescenti neri. Ciò è stato studiato per più di mezzo secolo. Non ci sono state eccezioni a questo risultato. Conclusione: le statistiche confermano la teoria dei prezzi.

Quindi gli economisti che non vogliono accettare questa correlazione vanno alla ricerca di altri tipi di correlazioni, in modo che possano negare che la suddetta correlazione abbia qualcosa a che fare con la causalità. Questo è ciò che hanno fatto i difensori del salario minimo per oltre mezzo secolo. Il problema è che la maggior parte degli economisti è giunta alla conclusione che questa destrezza di mano sia addirittura legittima; non solo, ma che riesca anche a smentire l'ABC dell'economia.

Viviamo in un mondo dove c'è una quantità crescente di persone che consegue un dottorato in economia, eppure non capisce la materia che ha studiato. Non credono nell'ABC dell'economia. Non credono nell'assioma fondamentale dell'economia (es. quando aumentano i prezzi, a parità di condizioni, diminuisce la domanda). Non credono che questo assioma si possa applicare in quei settori dell'economia in cui hanno un impegno ideologico: mantenere vivo il potere del governo federale sullo scambio di mercato.

Sto aspettando che uno di questi non-economisti produca uno studio, completo e dettagliato, che dimostri come la disoccupazione maschile degli adolescenti neri non aumenti entro 12 mesi dall'approvazione di un incremento del salario minimo.



CONCLUSIONE

In definitiva, o l'economia è logica oppure non lo è. O porta ad intuizioni sul modo in cui le persone si comportano, oppure no.

Se gli aumenti del salario minimo non portano ad un aumento della disoccupazione tra quei gruppi che non sono favoriti dai datori di lavoro, allora l'ABC dell'economia e l'economia in generale non sono vere. L'economia non è quindi una scienza. Non vale la pena andare all'università per studiarla. Non vale la pena guadagnare un dottorato di ricerca, a meno che non vogliate curare le pubbliche relazioni di quei gruppi con interessi particolari.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 4 aprile 2014

Un colpo di fortuna retorico o provvidenziale: "I Have a Dream!"





di Gary North


Il 28 Agosto scorso è stato il 50° anniversario del celebre discorso di Martin Luther King, conosciuto come "I Have a Dream." Si merita un'attenta considerazione perché è ampiamente considerato come il più importante discorso della storia americana.

La popolazione non capisce perché quel discorso abbia funzionato. Il grande pubblico non conosce quasi nulla del relativo contenuto. La persona media non è mai andata su YouTube ad ascoltarlo almeno una volta, per non parlare di più volte. L'ho ascoltato molto attentamente. Lo considero un capolavoro retorico.

Permettetemi di riformularmi. Considero la parte finale del discorso un capolavoro retorico. C'è una ragione: fu improvvisato. E' il discorso improvvisato più famoso della storia americana.



IL DISCORSO SCRITTO

Ci sono diverse storie su come è stato scritto il discorso. Sto usando il resoconto fornito da Clarence B Jones, socio di King, che era un avvocato. E' l'autore di un libro del 2011 su questo tema: Behind the Dream: The Making of the Speech That Transformed a Nation. Jones e King avevano lavorato insieme sul discorso, e certi temi che King aveva usato erano stati consigliati da Jones stesso. Mi da l'idea di una promessa. Una promessa forse fatta da Abraham Lincoln sin dalla Proclamazione di Emancipazione. Il tema del discorso era questo: il governo degli Stati Uniti nel 1963 non aveva mantenuto la sua promessa del 1863. In altre parole, la promessa di Lincoln era un assegno in bianco. E' stato respinto più volte.

Storicamente è una sciocchezza. Lincoln non aveva mai fatto una simile promessa. Ma King fece appello a Jefferon: "Tutti gli uomini sono creati uguali." La considerava una promessa. Il fatto che la Dichiarazione di Indipendenza non avesse mai avuto alcuna legittimazione era fuori tema. King stava scrivendo un discorso, non un trattato storico. La Dichiarazione era altamente retorica ed anche il discorso di King.

Così non fece leva sull'assegno respinto, anche se quel giorno la maggior parte dei suoi ascoltatori avrebbe capito il riferimento. Parlò di una promessa. Il suo era il linguaggio di un avvocato, ecco perché venne scritto da un avvocato. Jones si vantava di aver fatto parte di questo processo, anche se non afferma di essere stato il responsabile esclusivo della versione finale. Ma non c'è dubbio che fosse la fonte di quella metafora.

Era una metafora giudizialmente intelligente. Ma non stava funzionando. Le persone non dedicano la loro vita ad una causa sulla base di una promessa o di un assegno potenzialmente in bianco (sperando che questa volta il conto avrà fondi sufficienti).

I primi due terzi del discorso erano essenzialmente arringhe di un avvocato. Fu pronunciato da un ministro, un uomo che aveva costruito la sua reputazione parlando di questioni civili e politiche. Perché pensava che una simile arringa avrebbe funzionato di fronte al più grande raduno che si era mai visto a Washington D.C. e ad una delle manifestazioni più coinvolgenti (emotivamente) della storia? C'erano 250,000 persone. Il più grande raduno di persone prima di allora contava circa 47,000 individui: il Bonus Army del 1932 durante la Grande Depressione. Erano un quinto. Inoltre, l'esercito comandato da Douglas McArthur spinse il Bonus Army fuori città e bruciò le sue tende.

Stranamente, c'è una perfetta giustificazione biblica per questa arringa. Seguendo il messaggio dei profeti dell'Antico Testamento, un'arringa era appropriata. Gli avvocati del Vecchio Testamento erano i profeti e pronunciarono una serie di invettive contro la nazione di Israele e la nazione di Giuda. I loro obiettivi erano soprattutto i capi, ma includevano anche l'intera società. Erano arringhe legali. Quindi c'era una legittima tradizione dietro l'uso di tale linguaggio. Ma non è la lingua comune in ambienti ecclesiastici. Tuttavia, noi non ricordiamo questo discorso come un discorso costituito da una promessa. Eppure questo era il cuore metaforico del discorso originale.

Tutti sapevano che King era il protagonista. Era per questo che lo lasciarono parlare per ultimo. Doveva rappresentare il culmine della marcia. Doveva rappresentare il punto più alto della marcia. Doveva lasciare un'eredità. E la lasciò, ma non fu l'eredità di Jones e King che, la sera prima, diedero vita al discorso.



L'INTERRUZIONE

Jones descrive quello che successe dopo. Questa testimonianza dovrebbe trovarsi in ogni libro di testo che parla del discorso. Eppure non è ben nota, anche se ha ricevuto qualche attenzione quest'anno.

Sui gradini del Lincoln Memorial, Martin, che era quasi arrivato al settimo paragrafo del discorso che gli avevo consegnato, fece una pausa dopo aver detto: "Non possiamo tornare indietro." Non c'era nulla di insolito. Le esitazioni e le pause erano tutte parte del suo processo oratorio, erano i ritmi che aveva imparato dal pulpito. Eppure, in quella frazione di secondo di silenzio, successe qualcosa di storico ed inaspettato. In quella pausa, Mahalia Jackson gridò dallo stand degli organizzatori: "Dì loro del 'Sogno' Martin, parla loro del 'Sogno!'" Non molte persone la sentirono.

Ma io sì.

Ed anche Martin. (pp. 111-12)

Mahalia Jackson aveva cantato un breve frammento di un brano evangelico reso celebre nei primi anni '50 da Clara Ward Singers, "How I Got Over." Eppure nella versione di Jones, ed in molte altre, si dice che abbia cantato "Buked and Scorned." E' strano. Se l'avesse cantata, lo fece molto prima quel giorno. Ecco quello che cantò ad un evento precedente.




Nel 1963 Mahalia Jackson era la cantante gospel più famosa del mondo. Aveva lavorato con King sin dal 1957. Dovunque lui parlasse, lei ci cantava. Erano buoni amici e si fidava di lei.

Così a metà del discorso, quando lei gli disse di fare quello che avrebbe dovuto fare, lui lo fece. Se dobbiamo credere a Jones, King demolì senza molti indugi il resto del discorso sui cui lui e Jones avevano lavorato. Lo sostituì con la retorica di un discorso precedente pronunciato a Cobo Hall: "Io ho un sogno." Era lì che la Jackson l'aveva sentito, e pensò che questo era ciò di cui aveva bisogno il popolo di Washington.

Aveva perfettamente ragione. King esitò solo per un momento, ci viene detto, e poi lo cambiò. Lo sentiva, e poi non esitò.

Il problema è che non ci sono prove che lo confermano. Le riprese del discorso indicano che Jones si sbaglia.



LA CRONOLOGIA DELLA SOSTITUZIONE

Jones dice che la transizione sia avvenuta con le parole "non possiamo tornare indietro." Le sentiamo al minuto 8:26 del video. Se fu in quel momento che la Jackson disse quella frase, non ebbe alcun impatto. King continuò con la sua arringa. Arrivò poi alla sezione del discorso in cui faceva un elenco di condizioni che i Negri non potevano più sopportare.

Mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci a marciare sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono coloro che chiedono ai devoti dei diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro sarà vittima degli indicibili orrori della brutalità della polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica dei viaggi, non potranno trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città.

Continuò a dare occhiate ai suoi appunti. Stava chiaramente leggendo. Pronunciò male una parola, poi la corresse: "vittima."

In quel momento il discorso sembrava più un trattato sociologico che un'arringa di un avvocato.

Notiamo il cambiamento, o meglio lo percepiamo, al minuto 11:20: "Io vi dico, oggi, amici miei...." La telecamera inquadra la folla mentre esplode in un fragore di applausi. Poi si ferma.

Riprende al minuto 11:28. Qui è dove lascia stare i suoi appunti preparati. Lo potete vedere: da quel momento in poi non guarda più in basso. Alza lo sguardo al cielo, brevemente, e poi guarda la folla.

Non guarda più indietro.

"Quindi, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, ho ancora un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano." E' qui che iniziò il discorso di cui ci ricordiamo. Qui fu dove l'avvocato King si fece da parte e prese il sopravvento il reverendo King.





Più avanti nel discorso passò a parlare di libertà. Citò "My country 'tis of thee, sweet land of liberty,"parlando delle valli come descritte nella canzone. Portò il suo pubblico in una sorta di trekking spirituale attraverso le montagne del nord-est, poi dell'ovest e poi giù per le colline del Mississippi, o come le chiamò lui, le molehills. Più e più volte disse: "Lasciate risuonare la libertà." Non ritornò più all'immaginario del sogno.

Per quanto riguarda "Let Freedom Ring," un discorso molto simile venne dato da un amico di King, il reverendo Archibald J. Carey, Jr. alla Republican National Convention del 1952. Il reverendo Carey non menzionò le Stone Mountain, Georgia, come fece King. Fu un grande discorso nel 1952. Era ancora buono nel 1963. Perché lasciare che un buon discorso andasse sprecato? (Plagio? Certo. Ma King lo fece per tutta la vita.)

Infine, concluse con la famosa frase: "Grazie a Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente."



BYPASSARE I SOCIALISTI

Col suo discorso King oscurò l'altra metà della marcia su Washington. Dimentichiamo quello che voleva una parte della marcia su Washington: lavori pubblici. Tale evento venne sponsorizzato dalla March on Washington for Jobs and Freedom.




Venne organizzata da due socialisti: A. Philip Randolph e Bayard Rustin. Negli anni '20 Randolph aveva corso come candidato politico per il partito socialista a New York. Rustin era stato un comunista, ma dopo un po' ammorbidì la sua posizione e finì per essere un socialista. Il suo obiettivo principale era quello di portare il governo federale a creare posti di lavoro e ad aumentare il salario minimo.

Il discorso di King trascurò qualsiasi riferimento al lavoro. Verteva sulla giustizia. Verteva sulle libertà. Verteva sull'escatologia: il suo sogno dell'America del futuro. Verteva sulla riconciliazione delle razze basata su di una morale comune, avvolgendola nelle fasce delle immagini bibliche. Questa strategia fu il cuore della sua retorica dall'inizio della sua carriera fino alla notte prima di morire. In quella notte, citò l'esperienza di Mosè sul monte Pisga che guarda la terra promessa. Disse che avrebbe potuto non attraversarla, proprio come Mosè. Venne assassinato il giorno dopo.

Abbiamo ancora il salario minimo. Abbiamo ancora alti tassi di disoccupazione tra i giovani maschi neri, proprio come negli anni '50 in cui veniva introdotto il salario minimo. E' una cosa che non cambia mai, proprio perché l'economia del salario minimo non cambia mai. Quando per gli adolescenti neri maschi diviene illegale competere con i bianchi, non ottengono posti di lavoro. Il governo toglie loro la migliore strategia tattica per competere: "Lavorerò per meno. Per favore dammi una possibilità."

Circa un decennio dopo il suo discorso, scomparve il razzismo conclamato del profondo Sud. Oggi ci sono chiese conservatrici bi-razziali in Mississippi ed a Memphis. Per anni ne sono stato membro.

La retorica della parte finale del discorso di King è sopravvissuta nel corso dei decenni non perché fosse una richiesta di intervento economico al governo federale, ma perché era un invito alla libertà ed alla giustizia per tutti, con la grazia di Dio. Questa retorica ancora persiste in America, ma è stata cooptata dai politici. Gli avvocati fanno del loro meglio per riaffermare questa retorica dal pulpito: invertire quello che Mahalia Jackson fece cinque decenni fa. "Dicci del sogno!"



CONCLUSIONE

Il resoconto di Jones è dettagliato, ma penso che la sua memoria gli stia giocando brutti scherzi. I ricordi lo fanno sempre.

Ebbi un attimo per chiedermi che cosa stesse accadendo. Poi vidi Martin spingere da un lato del leggio il testo del suo discorso. Cambiò marcia in un attimo, abbandonando la versione del testo che aveva preparato la notte precedente, allontanandosi da tutto ciò che aveva scarabocchiato ai margini. Osservando tutto ciò dal mio posto, sapevo che si era appena messo nelle mani di Mahalia, abbandonandosi allo spirito del momento. E' qualcosa che uno speaker non può percepire quando scrive in una tranquilla stanza di hotel. E' qualcosa che bisogna sentire dal leggio, ma per la maggior parte degli oratori è troppo tardi una volta arrivati lì.

Non per Martin Luther King, Jr. però.

Mi avvicinai alla persona in piedi accanto a me e dissi: "Queste persone non lo sanno ancora, ma sono quasi pronte per andare in chiesa." Dal suo linguaggio del corpo e dal tono della voce, sapevo che Martin stava per trasformarsi nel superbo predicatore Battista quale era; come le tre generazioni di predicatori Battisti prima di lui nella sua famiglia. (pp. 112-13)

Penso che Jones possa aver ragione sulla sequenza di quanto accaduto. Non aveva ragione sulla cronologia. O le parole di Mahalia Jackson fecero fatica ad arrivare al destinatario, o altrimenti le pronunciò successivamente -- versione a cui io preferisco credere. Ma sono disposto a darle credito per quelle parole, perché mandarono in secondo piano l'avvocato King, e misero sul podio il reverendo King.

Nella storia della retorica americana, due discorsi cambiarono la nazione. Uno fu il discorso "Cross of Gold" di William Jennings Bryan alla Democratic National Convention del 1896. L'altro fu "I Have a Dream." Col senno di poi, il discorso di King segna il passaggio dal dominio di George Wallace del 1963, a cui fece riferimento brevemente nel suo discorso (anche se non per nome), al pentito George Wallace del 1978 che annunciò la sua conversione al Cristianesimo, e che si scusò per quello che aveva fatto. Se questa non è una risposta alla preghiera, non so cosa altro possa essere.

King iniziò il suo discorso smentendo quello di Abraham Lincoln a Gettysburg. "Cento anni fa...." Oggi non verrebbe ricordato se avesse continuato con la sua arringa da avvocato. Ma non lo fece. Smise di invitare il governo federale al pentimento ed invitò i suoi ascoltatori alla fede nella provvidenza di Dio. Non concluse il suo discorso con "Grande Gerrymander, finalmente siamo liberi."


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 3 aprile 2014

Autodeterminazione individuale vs. Nazionalismo ucraino o russo, Parte I





di Richard Ebeling


La crisi ucraino-russa che nelle ultime settimane ha alimentato le preoccupazioni e le paure del mondo, ruota intorno a due pretese contrastanti di autodeterminazione nazionale.

Perchè questo conflitto? Riguarda il destino di un popolo e come verrà deciso da quali autorità sarà governato.

Gli americani non capiscono perché per molti in Europa e in altre parti del mondo tale scontro genera rabbia e paura, e perché può sfociare in un potenziale o reale conflitto violento.



La filosofia americana dell'individualismo

Il sistema politico americano era basato su una filosofia incentrata sull'individualismo. Cioè, ogni individuo è riconosciuto in possesso di alcuni diritti inalienabili come quello alla vita, alla libertà e alla proprietà acquisita in modo onesto. L'individuo non è proprietà di un monarca assoluto o di una maggioranza arbitraria.

Nell'ambito del sistema americano tradizionale, quasi ogni area della vita umana era vista come una questione privata della persona che aveva il diritto inalienabile di guidare e progettare la propria vita secondo i propri valori, credenze e scopi. Presero forma, e cambiarono nel tempo, le relazioni interpersonali nella società sulla base di associazioni e scambi volontari reciprocamente vantaggiosi.

In campo sociale, questa filosofia individualista implicava che le persone dovessero essere giudicate come individui, e non sulla base di "accadimenti alla nascita" come la lingua, la religione, l'etnia o la razza. Naturalmente, e purtroppo, le persone nelle loro interazioni sociali con gli altri non hanno sempre perseguito questo ideale. Gli americani, nella loro vita privata, troppo spesso hanno giudicato gli altri e hanno agito sulla base di pregiudizi razziali, religiosi, linguistici, ecc.

Tuttavia, quando la segregazione razziale negli anni '60 era ancora legge negli stati del sud, sempre più americani riconobbero che quell'imposizione legale era incompatibile con i principi fondanti del paese, e non poteva sopravvivere nel lungo periodo.

I pregiudizi privati e gli atti discriminatori sulla base della razza, della religione o della lingua erano per certo moralmente riprovevoli, ma faceva parte della libertà di un individuo decidere con chi associarsi. Tuttavia tale discriminazione non doveva essere portata nell'arena della politica sociale o economica del governo, poiché sarebbe stata considerata una violazione dei diritti individuali: sarebbe stato utilizzato il potere dello stato per danneggiare alcune persone sulla base di una classificazione collettiva della loro identità.

Gli americani sono stati anche un popolo molto mobile. Fin dai tempi coloniali, gli americani sono sempre stati favorevoli allo "spostamento." Quella frase del XIX secolo attribuita a Horace Greeley, "Vai ad ovest giovane uomo," ha rappresentato il motto culturale della nazione. Gli immigrati provenivano da paesi lontani e sparsi in tutto il continente, come fece ogni generazione dei nativi americani.

Mentre il continente è stato "conquistato" e insediato molto tempo fa, gli americani ancora fanno fagotto e cambiano casa/lavoro molto più facilmente rispetto alla maggior parte degli europei.

Il continuo abbattimento delle barriere alla migrazione all'interno dell'Unione Europea sta cambiando questo aspetto, soprattutto tra le giovani generazioni di europei, ma in generale è ancora inferiore rispetto a quella degli americani. La gente in Europa, a causa della sua maggiore immobilità, ha tradizionalmente sentito una forte "connessione" con una zona geografica specifica.



La filosofia europea del collettivismo

La storia dell'Europa si fonda su una filosofia del collettivismo: l'idea che il gruppo venga prima dell'individuo, che la sua identità, scopi e significato siano legati ad una particolare "tribù" in cui è nato.

Una delle più potenti variazioni sul tema collettivista è stato il nazionalismo. Prima della scomparsa del monarchismo alla fine del XVIII e all'inizio del XIX secolo, l'individuo doveva la sua fedeltà al re o all'imperatore che sosteneva di possedere e dominare tutto e tutti con autorità assoluta, di solito affermata per "diritto divino."

Ma con l'avvento della Rivoluzione Francese nel 1789, tutto questo cominciò a cambiare. Con la fine della monarchia, sorse il problema: "Se non al re, a chi l'individuo deve la sua fedeltà?" Venne dichiarato che entro i confini di quello che era stato il territorio dell'ex-re, il nuovo sovrano sarebbero state "le persone." La "nazione" era la nuova collettiva a cui l'individuo doveva la sua fedeltà e per la quale doveva sacrificarsi se il bene della "nazione" lo richiedeva.



Nazionalismo e identità collettivista

Ma cosa ha differenziato una "nazione" o un "popolo" rispetto ad un altro? Alcuni dei sostenitori e propagandisti del nuovo ideale nazionalista dell'identità umana hanno parlato di una cultura comune o un insieme di tradizioni estese a molte generazioni, le quali hanno plasmato il carattere dell'individuo definendo chi fosse e a chi fosse connesso.

Altri parlavano di lingua o di razza come collante di un popolo, utilizzando spesso il termine "uno" per specificare l'appartenenza. Si diceva che la struttura del linguaggio e il significato delle parole plasmasse il pensiero e il ragionamento di un gruppo di persone, dunque tutti coloro che parlavano la stessa lingua erano in qualche modo connessi l'un l'altro. Secondo altri invece, si trattava della connessione tra quelli provenienti dallo stesso ceppo genetico; l'identità collettiva e il senso di "unità" tra un gruppo di persone era da ritrovarsi "nel sangue."

Tutti questi modi di identificare la nazionalità di un popolo erano spesso legati ad una zona geografica in Europa, che per un lungo periodo di tempo segno' la patria storica o "naturale" delle persone che condividevano quella radice collettivista comune.

L'ascesa del nazionalismo nel diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo sprono' tutti i "popoli repressi" (vale a dire, quelle minoranze nazionali che vivevano in un paese dominato dalla maggioranza di un'altra nazionalità) ad avere i propri stati-nazione in modo da preservare e proteggere la loro lingua, l'unicità culturale ed etnica.

Inoltre, dal momento che sotto il sistema monarchico le terre erano state conquistate o acquisite attraverso matrimoni reali che non avevano nulla a che fare con quei confini geografici "naturali" dei vari gruppi nazionali, sorse l'esigenza di ridisegnare i confini. Questi ultimi, si diceva, avrebbero dovuto riflettere i gruppi nazionali che vivevano all'interno di tali aree.

C'era un problema pero', soprattutto in Europa centrale e orientale. Centinaia di anni di guerre, conquiste e migrazioni avevano creato "sovrapposizioni" delle popolazioni nazionali. Era quasi impossibile tracciare bene e ordinatamente le linee politiche sulle mappe in modo che solo quelli di un determinato gruppo nazionale vivessero entro i propri confini.

Ogni stato-nazione conteneva inevitabilmente una o più minoranze appartenenti ad altri gruppi linguistici, culturali o etnici.

Se la filosofia liberale e individualista che era alla base del sistema politico americano fosse stata presente anche in Europa, ci sarebbero stati pochi "conflitti" (o nessuno) tra i diversi gruppi nazionali che vivevano nello stesso paese.

Alcune persone potevano ritenere fastidioso o scomodo che alcuni dei loro vicini parlassero una lingua diversa, o praticassero una religione diversa o avessero diverse tradizioni culturali. Ma se i loro sistemi politici si fossero basati su quei principi individualisti e liberali dell'America, allora non ci sarebbero stati favori politici elargiti a beneficio della maggioranza e a scapito dei membri di qualsiasi gruppo in minoranza.

Ma, ahimè, ciò non accadde... soprattutto in Europa centrale e orientale. I governi vennero eletti o salirono al potere con lo scopo di garantire e salvaguardare gli interessi del gruppo nazionale in maggioranza. Gli interventi governativi, i regolamenti e le restrizioni andarono a beneficio di un gruppo e a scapito di tutti gli altri. A volte ciò includeva atti di violenza e brutalità che il governo istigo' o si volto' dall'altro lato mentre accadevano.



Il nazionalismo ed i conflitti per i confini

Questo ideale di autodeterminazione nazionale porto' nel XIX secolo all'unificazione politica italiana e tedesca, nonché alle rivolte dei polacchi contro i russi e degli ungheresi contro gli austriaci.

La prima guerra mondiale disintegro' l'impero tedesco, austro-ungarico e russo che dominavano l'Europa centrale e orientale. Al loro posto sorsero una serie di nuovi stati-nazione volti a rappresentare un nuovo ordine politico di autodeterminazione nazionale. Molti dei governi di questi stati-nazione utilizzarono la copertura dell'indipendenza nazionale e la conservazione nazionale per discriminare, politicamente ed economicamente, i gruppi di minoranze nazionali sotto la loro giurisdizione.

Hitler gioco' su queste "ingiustizie" nei confronti delle minoranze di lingua tedesca nella vicina Cecoslovacchia e Polonia, per giustificare la necessità di usare la forza politica e militare per proteggerle e portarle all'interno dei confini nazionali in modo che la Germania nazista potesse essere "pura."

All'indomani della seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica conquisto' l'Europa orientale. L'imposizione di governi comunisti nei paesi controllati da Mosca, servì a sopprimere tutte le differenze nazionaliste e le animosità del periodo pre-seconda guerra mondiale.

Ma con il crollo di questi regimi comunisti nel 1989-1990 e della stessa Unione Sovietica nel 1991, tornarono a galla molti dei conflitti nazionalisti. Nel 1993 la Cecoslovacchia si separo' pacificamente in due stati.

L'espressione più brutale di questi conflitti emerse nel corso degli anni '90, quando i vari gruppi nazionali che formavano la Jugoslavia gareggiarono per l'indipendenza e per rivendicare quelle terre che rappresentavano i loro confini storici "legittimi"... inutile dire che queste rivendicazioni si sovrapponevano inevitabilmente con quelle degli altri gruppi nazionali.



Confini e nazionalismo nei paesi post-sovietici

Con la disintegrazione dell'Unione Sovietica alla fine del 1991, le quindici "Repubbliche Sovietiche" che costituivano l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (U.R.S.S.) divennero stati-nazione indipendenti. Il problema era che i loro confini nazionali rappresentavano l'eredità della leadership sovietica, in alcuni casi quella di Stalin stesso.

Per quanto riguarda la Crimea, era un'unità provinciale all'interno della Repubblica Sovietica Russa e venne trasferita sotto la giurisdizione della Repubblica Sovietica Ucraina mediante un decreto del governo centrale di Mosca nel febbraio 1954. Fu un "regalo" per celebrare il trecentesimo anniversario della fusione dell'Ucraina nell'Impero russo.

Sia la Russia post-sovietica sia l'Ucraina contengono minoranze linguistiche, o etniche, all'interno dei loro confini. In Russia, cio' è stato evidenziato dal conflitto che il governo di Mosca ha mosso contro i gruppi islamici nelle regioni montane del Caucaso del nord, il più brutale dei quali è stato quello contro i ceceni che desideravano l'indipendenza nazionale.

I confini politici dell'Ucraina includono i due gruppi linguistici dominanti: gli ucraini che costituiscono circa il 68% della popolazione, ed i russi che costituiscono circa il 30%. (Praticamente tutti gli ucraini conoscono e utilizzano anche il russo, e molti di lingua russa conoscono e capiscono l'ucraino.)

Nella penisola di Crimea, la ripartizione è quasi il 60% di lingua russa, il 25% di lingua ucraina e il 12% Tartari, che sono musulmani e parlano una lingua basata sul turco. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, la Crimea è rimasta parte del nuovo stato indipendente dell'Ucraina. Nessuno ha preso in considerazione il fatto che molte delle persone che parlano russo, avrebbero preferito far parte della Federazione russa post-sovietica.

Molti ucraini, soprattutto nella parte occidentale del paese, sono stati a lungo anti-russi. Prima della prima guerra mondiale questa parte dell'Ucraina faceva parte dell'impero austro-ungarico, e dopo il 1918 fu incorporata nella nuova Polonia.

L'Ucraina occidentale fu solo annessa all'Unione Sovietica nel 1939, quando i tiranni totalitari Hitler-Stalin stipularono il famigerato patto di dividersi la Polonia e l'Europa orientale.

La "sovietizzazione" dell'Ucraina occidentale ando' avanti a passi spediti, con molti ucraini che finirono uccisi o deportati in Siberia dalla polizia segreta di Stalin. E questo dopo che milioni di altri ucraini nella parte del paese già controllata dall'Unione Sovietica furono uccisi, affamati o ammazzati di lavoro nei primi anni '30, come parte del piano di collettivizzazione forzata di Stalin.

Nel giugno del 1941 un numero considerevole di ucraini collaboro' attivamente con i nazisti dopo che invasero l'Unione Sovietica, partecipando anche all'assassinio di massa degli ebrei. Anche dopo la fine della guerra nel 1945, le bande di nazionalisti ucraini continuarono fino al 1951 a combattere l'esercito sovietico nelle foreste dell'Ucraina occidentale.

I nazionalisti più radicali tra gli ucraini vogliono limitare la libertà linguistica e l'educazione linguistica dei russofoni nelle zone orientali del paese, dove è maggiormente concentrata quella parte di popolazione di lingua russa. Ma molti ucraini hanno poca o nessuna compassione per tali politiche discriminatorie contro i loro concittadini.

Un buon numero di cittadini russofoni del paese, si sente molto più legato alla tradizione linguistica e culturale della Russia. Molti si risentono del fervore nazionalista anti-russo di alcuni dei loro concittadini ucraini e spesso si ritrovano a guardarli dall'alto in basso, considerandoli "piccoli fratelli" del più "grande" popolo russo.

In Crimea, al giorno d'oggi, questi sentimenti hanno raddoppiato il loro carico. Anche se separata dalle manipolazioni della macchina propagandistica del governo russo, la maggior parte dei russofoni che vive in Crimea preferirebbe una maggiore autonomia dalle autorità ucraine, o addirittura essere politicamente annessa alla vicina Russia.

Parallelamente, i gruppi di lingua ucraina nella popolazione in Crimea, insieme ai Tartari, preferirebbero far parte dell'Ucraina piuttosto che finire sotto lo stretto controllo politico di una maggioranza di lingua russa.

Va sottolineato che la propaganda arrivata dalla Russia (secondo cui c'è stato un cambio di gestione "fascista" a Kiev, capeggiato da criminali nazisti ed estremisti nazionalisti ucraini) dopo il rovesciamento del presidente ucraino, Victor Yanukovich, non è altro che un'esagerazione.

Molte delle migliaia di persone che erano per le strade della capitale ucraina ad opporsi al governo corrotto di Yanukovych, e decine delle quali sono state uccise dalle forze governative, provenivano da un ampio spettro della società ucraina, politicamente ed etnicamente. Ciononostante, i membri dei partiti ucraini più estremisti hanno un considerevole numero di incarichi ministeriali nel governo provvisorio, il quale traghetterà il paese fino alle elezioni che si terranno a maggio 2014.



Il nazionalismo e l'interventismo

Tuttavia, il cuore del conflitto nasce da due problemi: primo, "l'autodeterminazione" è definita in termini collettivi. Non è diritto dell'individuo decidere in quale stato-nazione, o altra entità politica, potrà vivere. No, questa è una questione riservata al gruppo linguistico e culturale nel suo complesso, a cui egli identifica la sua appartenenza.

Il presupposto implicito è che tutte quelle persone che condividono una lingua o una cultura o una religione comune, hanno stessi interessi e desideri. Ciò include una preferenza nel voler appartenere allo stesso stato-nazione, custode e guardiano dell'identità nazionale di un gruppo contro quella di altri gruppi nazionali che si presume siano una "minaccia" per la collettività.

In secondo luogo, nonostante il grado di riforme orientate al mercato che sono state introdotte sia in Ucraina che Russia sin dalla frantumazione dell'Unione Sovietica, il fatto è che entrambi, nei loro modi distinti, sono a favore di politiche interventiste e manipolatorie.

Il governo è visto come un dispnsatore di benefici, privilegi e protezione dalla concorrenza. Connessioni politiche, corruzione ed influenza sono le caratteristiche peculiari della ricchezza e dello status sociale. La corruzione ha fruttato decine di miliardi grazie ai "favoritismi" politici, ovviamente a scapito della maggioranza della popolazione.

Gli ucraini temono che se finissero sotto il controllo della Russia, le leve del privilegio e della rapina funzionerebbero di più per i russi che per loro; così diventerebbero le vittime da cui altri trarrebbero vantaggio. Specularmente, alcuni russofoni in Ucraina temono che i nazionalisti ucraini più radicali potrebbero usare il potere politico per reprimerli e discriminarli (culturalmente ed economicamente).

Ma va anche detto che una distinzione importante tra l'Ucraina e la Russia, è che nella prima un gran numero di persone è sceso in strada e ha dimostrato, a volte con la perdita della propria vita, il desiderio di un cambiamento politico reale dalla corruzione politica. Resta da vedere se questo sia anche foriero di un cambiamento da una filosofia collettivista ad una individualista.

In Russia, invece, il dissenso politico viene tenuto sotto controllo da un regime autoritario. Vladimir Putin considera il crollo dell'Unione Sovietica la più grande tragedia geopolitica del XX secolo, e vorrebbe ripristinare la "grandezza della Russia" in termini di potere politico e timore sulla scena mondiale. Agli occhi di Putin, l'Ucraina e la Crimea devono finire nella sfera di influenza russa come una questione di "interesse nazionale," anche se questo comporta l'uso della forza militare e di menzogne propagandistiche.

Dal momento che due autorità politiche non possono occupare e avere il controllo amministrativo sulla stessa area geografica – o la sovranità nazionale e politica ucraina o la sovranità nazionale e politica russa sulla Crimea – il conflitto e il controllo politico dei confini rischia di trasformarsi in una vera e propria guerra.

Esiste una via d'uscita? Visto che la realtà nazionalista dello stato-nazione fa appello all'identità collettiva e rende improbabile una risoluzione dei conflitti, quale potrebbe essere una soluzione liberale o individualista a questa crisi?

Lo discuteremo la prossima settimana nella Parte II.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


[La seconda parte di questo articolo la trovate qui.]


mercoledì 2 aprile 2014

La situazione ucraina e le implicazioni per l'oro

Ormai è molto tempo che la Cina continua ad accatastare montagne di oro fisico, sottraendo qualsiasi lingotto in circolazione dalle mani occidentali. Ma considerando questa situazione da un punto di vista strettamente logico e coerente, bisognerebbe domandarsi: perché la Cina sta agendo così? Come mai le sue azioni non hanno fatto impennare i prezzi dell'oro? Se fossimo vissuti in un ambiente scevro da manipolazioni centrali avremmo trovato risposte nei mercati, ma così non è quindi dobbiamo scavare un po' prima di arrivare alle risposte. Per quanto riguarda la prima domanda, la Cina sta cercando di proteggersi da una gigantesca bolla del credito che si porta dietro circa $1 bilione di asset non performanti e prestiti ombra (in un prossimo articolo di Greg Canavan vedremo le situazioni che hanno spinto la PBoC a gonfiare una simile bolla, oltre a quella immobiliare). Per quanto riguarda la seconda domanda, la risposta è semplice: mercato cartaceo dell'oro. Il mercato dei futures sull'oro si muove principalmente su binari fiduciari, ovvero, la risoluzione dei contratti viene conclusa in denaro fiat e solo raramente i trader decidono di redimere il bene sottostante. C'è quindi la possibilità di creare dal nulla contratti che eccedono la quantità di oro disponibile. E indovinate quale paese è stato uno dei più grandi venditori di posizioni short sul mercato dell'oro cartaceo? La Cina. E non dimentichiamoci delle manipolazioni effettuate da banche centrali e commerciali, come JP Morgan ad esempio. In altre parole, il crollo del settore bancario ombra della Cina potrebbe essere il momento che tutti i gold bug stavano aspettando; e se ci aggiungiamo che l'occidente è carente di metalli preziosi ed è un malato cronico di debito, le cose si faranno davvero interessanti nel futuro prossimo.
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di Alasdair Macleod


L'intervista di Robert Peston, business editor della BBC, a Hank Paulson, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti al tempo della crisi Lehman, è un pezzo davvero affascinante. Secondo Paulson i cinesi gli dissero di aver ricevuto un messaggio dai russi in cui suggerivano di fare squadra per ridurre i prezzi di Fannie e Freddie "in modo da massimizzare le turbolenze a Wall Street." I cinesi declinarono l'offerta, ma così facendo hanno fatto sì che il Tesoro USA fosse consapevole di come la Cina e la Russia avessero il potere di rompere i mercati dei capitali occidentali.

Questo rappresenta un problema per gli strateghi geopolitici della NATO, ormai esposti alla situazione in Crimea. Supponendo che le opzioni militari non siano praticabili, la condizione finanziaria dell'Occidente è troppo fragile per sopportare un'altra guerra finanziaria con il più grande esportatore mondiale di energia e l'ottava economia mondiale, figuriamoci un'alleanza tra Russia e Cina. L'America ha anche problemi a contenere le ambizioni territoriali della Cina nel Pacifico, tra cui il tentato possesso delle isole Senkaku del Giappone e le Scarborough Shoal delle Filippine. A meno che l'America non punisca adeguatamente la Russia per la sua acquisizione della Crimea, la Cina potrebbe essere incoraggiata a credere che gli Stati Uniti non siano più quelli di una volta. Almeno questa è la preoccupazione a Washington.

Questo è il motivo per cui gli Stati Uniti e anche il Regno Unito sarebbero andati ben oltre nell'imporre sanzioni contro russi e ucraini. Tra di loro si è frapposta un UE più cauta. La divisione degli interessi all'interno della NATO ha permesso a Putin di avere la meglio sull'occidente. Ora sta gettando acqua sul fuoco affermando di non avere ulteriori piani su altre regioni ucraine. Tuttavia, il governo ucraino e l'occidente non credono alle sue parole, né tanto meno il popolo russo a cui è stato trasmesso un messaggio più entusiasta.

In tutto ciò, non dovrebbe essere trascurata la posizione della Cina. Come co-fondattrice insieme alla Russia dello Shanghai Cooperation Organization (SCO), la Cina è destinata ad essere dalla parte della Russia o almeno a non opporvisi, tesi confermata dalla sua astensione alla risoluzione ONU (voluta dagli USA) sulle vicende inerenti la Russia e la Crimea. Solo questa mattina Putin ha espresso pubblicamente la sua gratitudine alla Cina.

Ciò significa che l'occidente non solo si sta confrontando con la Russia, ma potenzialmente anche con la Cina e con gli altri membri dello SCO. I rapporti della Russia con la SCO implicano la possibilità di utilizzare l'oro come arma contro l'occidente, perché la maggior parte dei governi coinvolti nello SCO hanno acquistato attivamente oro fornito dalle banche centrali occidentali. Finora i membri della SCO si sono accontentati di accumulare l'oro dell'occidente approfittando del calo dei prezzi, facendo attenzione a non perturbare il mercato.

Non possiamo dire che la crisi ucraina sia finita. E' probabile che Putin non sarà pienamente soddisfatto finché non ci sarà un governo filo-russo a Kiev. E se un politico russo deciderà di avere un'altra conversazione con la Cina per massimizzare le turbolenze a Wall Street, spingere al rialzo il prezzo dell'oro è l'ovvia arma finanziaria.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 1 aprile 2014

L'economia degli Stati Uniti è debole a causa del maltempo?

«[...] La banca centrale non crea nulla di reale, né risorse né beni né servizi. [...] Quando la banca centrale crea denaro, i trader, gli hedge funds e le banche sono in prima linea nel beneficiare della maggiore variabilità e della tendenza al rialzo dei prezzi degli assets. Inoltre, i contratti dei future e di altri prodotti derivati ​​sui tassi di cambio o sui tassi di interesse non erano necessari prima del 1971, dato che l’attività di copertura era per lo più inutile. [...] Quindi la banca centrale ha giocato un ruolo preminente come un “Robin Hood all’incontrario,” aumentando la torta economica che va ai ricchi affondando lentamente la classe media verso la povertà.
Janet Yellen ha recentemente dichiarato: "mi auguro che (…) l’inflazione si sposti di nuovo verso il nostro obiettivo a più lungo termine del 2%," dimostrando il suo impegno per una politica istituzionalizzata di furto e di redistribuzione della ricchezza. La BCE non è migliore. La sua strategia LTRO è stata quella di dare prestiti a lungo termine alle banche con evasive garanzie d’acquisto dei titoli di stato, le quali li hanno prontamente acquistati e depositati presso la banca centrale per nuovi prestiti più economici per altri titoli di stato. Questo non ha nulla a che fare con la liquidità e tutto ciò ha invece a che fare con l’aumento dei profitti delle banche. Eppure ogni euro che la banca centrale crea è una tassa su tutti coloro che utilizzano l’euro. Si tratta di una tassa sui saldi di cassa. Si sta prendendo dall’uomo che lavora per dare ai ricchi banchieri europei. Questa è chiaramente una porta posteriore della monetizzazione del debito, con il settore bancario che agisce come intermediario prendendo un bel taglio succoso. La stessa logica si applica alla ridistribuzione creata dal pagare gli interessi sulle riserve delle banche statunitensi.
Preoccupato delle disuguaglianze di reddito, il presidente Obama e i Democratici hanno suggerito tasse ancora più alte per i ricchi ed aumenti del salario minimo. Essi si stanno erroneamente concentrando sui risultati anziché sulle cause delle disuguaglianze di reddito.»

-- Come le banche centrali causano l’aumento delle disuguaglianze, Frank Hollenbeck, L'Indipendenza, 1 marzo 2014.
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di Frank Shostak


Alcuni dati economici chiave degli Stati Uniti mostrano un visibile indebolimento. Il National Association of Home Builders/Wells Fargo sentiment index è crollato a 46 a febbraio, da 56 di gennaio.

Il New York Federal Reserve Bank’s Empire State general business conditions index è sceso a 4.48 a febbraio, da 12.51 del mese precedente.




Inoltre il tasso di crescita annuo della costruzione di nuove abitazioni è sceso a -2% a gennaio, dal 6.6% del mese precedente. Il tasso di crescita annuale delle case vendute è sceso a -5.1% a gennaio, dal -0.2% di dicembre — una crescita negativa che dura da tre mesi.

Inoltre il Philadelphia Fed business index è sceso a -6.3 a febbraio, dal 9.4 di gennaio.




La maggior parte dei commentatori economici incolpa le condizioni metereologiche avverse per l'indebolimento dei dati economici, le quali hanno attanagliato gran parte degli Stati Uniti. Secondo questo modo di pensare, l'economia rimane forte e le brevi battute d'arresto sono divute ai consumatori ed alle imprese che rimandano gli acquisti. Tuttavia questa situazione si dovrebbe invertire, o almeno così si sostiene, una volta che il tempo migliorerà.

Non c'è dubbio che le condizioni meteorologiche possano causare interruzioni nell'attività economica. Tuttavia riteniamo che il recente indebolimento dei dati potrebbe essere l'effetto del bust incipiente causato da un calo nella dinamica di crescita dell'offerta di moneta (vedere i dettagli sotto).

Inoltre suggeriamo che i fenomeni di recessione non sono causati dalla debolezza dell'economia, come descritto dai vari indicatori economici, ma dalla liquidazione delle varie attività che sono emerse grazie all'aumento del tasso di crescita dell'offerta di moneta. Ecco perché.

Un aumento nell'offerta di moneta mette in moto uno scambio di nulla per qualcosa, cosa che equivale ad una deviazione di ricchezza reale da attività generatrici di ricchezza verso attività non generatrici di ricchezza. Questa deviazione indebolisce i generatori di ricchezza e a sua volta indebolisce la loro capacità di far accrescere il bacino globale della ricchezza reale (cioè, indebolisce la loro capacità di far crescere l'economia).

L'espansione delle attività emerse grazie all'offerta di moneta crescente è tutto ciò che costituisce un "boom" economico o una falsa prosperità economica.

Si noti che una volta che c'è un rafforzamento nel ritmo dell'espansione monetaria, indipendentemente da quanto sia forte e grande una particolare economia, si rafforzerà anche la deviazione di ricchezza reale. Una volta che rallenta il ritmo dell'espansione monetaria, rallenterà anche la deviazione di ricchezza reale verso coloro che la sprecano.

Ciò significa che le varie attività in bolla, o attività non produttive, otterranno meno sostegno dall'offerta di moneta e finiranno sotto pressione.

Un indebolimento delle attività in bolla è tutto ciò che costituisce una recessione. Indipendentemente da quanto è grande e forte un'economia, un calo del tasso di crescita dell'offerta di moneta andrà ad indebolire le varie attività in bolla che sono emerse grazie al precedente aumento dell'offerta di moneta.

Ciò significa che le recessioni (o bust economici) non hanno nulla a che fare con la cosiddetta forza di un'economia, il miglioramento della produttività, o la gestione delle scorte da parte delle imprese.

Per esempio, in risposta ad una posizione monetaria allentata da parte della FED e alla successiva espansione del tasso di crescita dell'offerta di moneta, emergono varie attività false.

Anche se tali attività sono ben gestite e possono contare su scorte molto cospicue, questi requisiti non saranno di grande aiuto una volta che la banca centrale invertirà la sua politica monetaria allentata. Per ripetere, queste attività sono solo il prodotto della politica monetaria allentata della banca centrale. Una volta che viene invertita tale posizione, indipendentemente dall'efficienza nella gestione delle scorte, queste attività finiranno sotto pressione e correranno il rischio di essere liquidate.

Avendo stabilito che le recessioni sono causate dalle liquidazioni delle attività improduttive, perché sono ricorrenti? A causa delle politiche della banca centrale, le quali mirano ad aggiustare le conseguenze non intenzionali derivanti dai suoi precedenti tentativi di stabilizzare la cosiddetta economia.

A causa del ritardo tra le variazioni monetarie e quelle nelle attività economiche, la banca centrale è costretta a rispondere agli effetti delle precedenti politiche monetarie. Queste risposte agli effetti delle politiche del passato danno origine alle fluttuazioni del tasso di crescita dell'offerta di moneta e, a sua volta, ai cicli di boom-bust ricorrenti.

Suggeriamo che un calo del tasso annuo di crescita dell'AMS, dal 14.8% dell'ottobre 2011 all'8.1% del gennaio 2014, rappresenta una minaccia per le varie attività in bolla emerse grazie ad un aumento del tasso annuale di crescita dell'AMS, dal 2.2% del giugno 2010 al 14.8% dell'ottobre 2011.

Tenuto conto del fatto che c'è un ritardo tra l'evoluzione dell'offerta di moneta e le variazioni nelle attività economiche, è molto probabile che l'aumento della dinamica di crescita dell'AMS (dal giugno 2010 all'ottobre 2011) sta ancora dominando la scena economica.

Col passare del tempo, però, suggeriamo che un calo della dinamica di crescita dell'AMS (dall'ottobre 2011 al gennaio 2014) potrà affermare la sua predominanza sul panorama economico. Ciò sarà rispecchiato dal declino delle attività in bolla e, a sua volta, nei diversi indicatori dell'attività economica.




[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/