venerdì 6 marzo 2015

Non me le bevo — Né le chiacchiere di Wall Street, né quelle del keynesismo





di David Stockman


Prima viene la produzione, poi le entrate, seguono la spesa e il risparmio. Tutto il resto è debito... a meno che non crediate all'elisir keynesiano chiamato "domanda aggregata" e alla sua propaganda sfacciata chiamata "PIL potenziale".

Io non ci credo. Quindi cominciamo con un contrasto piuttosto sorprendente tra due trend che vanno avanti sin dal picco pre-crisi alla fine del 2007 — debito e produzione.

Senza sorpresa alcuna, scopriamo di aver accumulato molto più debito — nonostante tutte le chiacchiere sul "deleveraging". Infatti il debito totale nel mercato del credito — governo, imprese, famiglie e finanza — è in crescita del 16% rispetto all'ultimo picco — da $50 bilioni a $58 bilioni. E il picco del 2007, a sua volta, era l'80% più alto rispetto al picco precedente (2001); e quest'ultimo era il 103% più alto rispetto al picco del ciclo economico precedente (luglio 1990).

Sì, la montagna del debito continua a crescere. Ora è 4.2 volte superiore ai $13.6 bilioni di soli 24 anni fa.




Come proxy per la "produzione", ho deciso di usare i prodotti manifatturieri non durevoli piuttosto che l'indice della produzione industriale complessiva per tre buone ragioni. I primi escludono la produzione delle utilità, che incorporano un sacco di rumore, e anche la produzione di petrolio e gas, che, come stiamo apprendendo, si portano dietro un sacco di debiti. Inoltre se l'economia statunitense avesse una qualche speranza di crescere, i prodotti non durevoli non migrerebbero fuori dal Paese in questa fase avanzata del ciclo globale; né sono soggetti alla moda o ai cicli di sostituzione come le automobili e i frigoriferi.

Inoltre la virtù dell'indice della produzione industriale è la sua misura della produzione fisica, non delle vendite in dollari che riflettono l'inflazione. E a differenza degli indicatori che sono sgonfiati in termini "reali", non viene distorta dagli stravolgimenti e dagli inganni degli indici dei prezzi.

Quindi come se la sta cavando l'America con la produzione di cose che consumiamo ogni giorno? Beh, secondo i dati più recenti, la produzione è salita... laddove si trovava nel gennaio 2003!

Esatto. La produzione interna di alimenti e bevande, carta, prodotti chimici, materie plastiche, tessili e prodotti energetici finiti (ad esempio benzina), per citarne solo alcuni, non ha registrato alcuna crescita netta per quasi 11 anni.




Questo grafico veicola più informazioni rispetto al PIL keynesiano, il quale presume che la produzione statale conti davvero qualcosa e in cui non c'è differenza tra la "spesa" corrente derivata dalla produzione e la "spesa" finanziata impegnando il reddito futuro, cioè, prendendo in prestito.

Detto in modo diverso, l'attuale capitalismo clientelare/keynesiano della banca centrale e l'estrema repressione finanziaria hanno creato distorsioni e rumore sistemico nei cosiddetti "dati in entrata". Queste distorsioni sono il risultato di cattive allocazioni e investimenti improduttivi che riflettono costi del debito e del capitale alterati artificialmente. Le bolle e i boom risultanti, a loro volta, provocano un'attività economica falsamente prospera alimentata da una produzione insostenibile, una spesa insostenibile e investimenti insostenibili.

Così, durante il picco del ciclo economico tra il 2000 e il 2007, la produzione industriale aveva fatto registrare una crescita annua modesta dell'1.5%. Ma era composta quasi interamente da materiali da costruzione e attrezzatura militare. Nello stesso periodo, la produzione di manufatti non durevoli è cresciuta ad un tasso annuo dello 0.2%.

Ma, ahimè, la produzione militare distrugge la ricchezza economica, che sia per la sicurezza nazionale o no. E il boom immobiliare residenziale e commerciale non ha affatto contribuito alla crescita della produzione e della ricchezza; era una bolla che negli ultimi 11 anni ha portato la prosperità economica in un vicolo cieco. E il grafico seguente, che documenta questa verità, è in termini nominali, il che significa che la spesa edilizia reale per abitazioni, uffici, negozi e altre strutture commerciali è diminuita del 10-15% al netto dell'inflazione nello stesso periodo.

Detto in modo diverso, le bolle non creano crescita; finanziano boom falsi che finiscono per scoppiare e provocare effetti economici distruttivi.




Eppure eccoci di nuovo allo stesso punto. Il grafico qui sotto riflette la produzione di petrolio, gas, carbone e altri prodotti delle miniere, tra cui anche ferro e rame. E' salita del 35% rispetto al picco del 2007, e rappresenta la quasi totalità dei guadagni nella produzione industriale degli ultimi sette anni.




Eppure la cosa è semplice: l'impennata nella produzione di gas e petrolio, raffigurata qui sopra, non rifletteva un'economia naturale di libero mercato e certamente non l'innovazione tecnologica chiamata "fracking". Questa tecnica di perforazione non è stata un miracolo; era solo una tecnica petrolifera standard che tale settore già conosceva. Negli ultimi anni è diventata artificialmente a buon mercato grazie solo alle continue distorsioni dei banchieri centrali che hanno manipolato i prezzi delle materie prime e i costi del capitale.

Infatti ci sono due grafici che catturano la complicità delle banche centrali nell'ultima bolla dei dati "in entrata". Sto parlando dei grafici raffiguranti i rendimenti dei titoli spazzatura e l'impennata dei prezzi del petrolio spuntata dopo che le banche centrali del mondo sono andate all-in con le loro stampanti nel settembre 2008.

Al tempo della crisi finanziaria del 2008, ciò che restava di un onesto price discovery nei mercati dei capitali ha causato un attacco isterico tra i trader ed i money manager — quando la musica si è fermata sono rimasti appesi con centinaia di miliardi di dollari in titoli spazzatura emessi durante la bolla precedente. Di conseguenza quando sono falliti gli LBO sottoposti massicciamente a leva e gli altri trucchi dell'ingegneria finanziaria, i rendimenti sono saliti al 20%.

Inutile dire che la pulizia dei mercati è stata fermata quando Bernanke ha triplicato i bilanci della FED in meno di un anno dopo la crisi Lehman, e poi ha adottato ufficialmente la ZIRP e inaugurato la più grande baldoria di monetizzazione del debito pubblico nella storia. La conseguente fame di rendimenti decenti tra i money manager professionisti e i giocatori amatoriali, ha generato titoli spazzatura con rendimenti ai livelli che una volta erano riservati ai titoli del Tesoro "privi di rischio".




Ma non è stato solo il debito a buon mercato che ha alimentato la bolla energetica. Il grafico decennale del prezzo del greggio (WTI), mostrato di seguito, è ancora più indicativo della repressione finanziaria delle banche centrali. Abbiamo assistito ad un'espansione del PIL nominale che in precedenza avrebbe richiesto decenni, invece è avvenuta in un periodo di tempo concentrato artificialmente. La causa? Un'espansione del credito globale e senza precedenti sin dal 2005.

Di conseguenza la domanda di materie prime industriali ha temporaneamente superato la nuova capacità — anche se quest'ultima è stata alimentata dal capitale a basso costo. Ecco perché i prezzi del ferro, ad esempio, sono saliti da $20 per tonnellata, prima del boom della Cina, a $200 per tonnellata nel 2012 e ora sono crollati a $60 per tonnellata. Questa implosione non è ancora finita. A causa di questo lungo periodo di prezzi artificialmente alti per il ferro, persiste ancora un grande boom nella capacità di estrazione e nelle infrastrutture di trasporto, il quale sta aggiungendo ancora più unità all'offerta (sebbene i prezzi stiano scendendo).

Dite grazie alle bolle delle banche centrali. Esse incarnano uno squilibrio tra domanda e offerta generato da prezzi falsi nei mercati dei capitali e delle materie prime.

Ma questa condizione non è né sostenibile né stabile. Infatti ora possiamo vedere l'altro lato di queste bolle delle banche centrali, mentre la capacità supera i requisiti di consumo sostenibili; i prezzi, i margini di profitto e i nuovi investimenti sprofonderanno nell'oblio di una correzione violenta. Il ferro rappresenta il proverbiale canarino nella miniera. La stessa cosa vale per il nichel, il rame, l'alluminio e più in particolare per i liquidi idrocarburici.

Quindi il grafico dei prezzi del petrolio, mostrato qui sotto, non rappresenta un tonfo momentaneo. Questa volta le banche centrali sono a corto di polvere da sparo asciutta (i tassi di interesse sono già a zero), mentre l'impatto ritardato del boom degli investimenti industriali continua a riversare unità nell'offerta.

Inutile dire che lo scoppio della bolla energetica a livello mondiale colpirà per prime quelle zone in cui i costi sono più alti — vale a dire, le patch di scisto e le sabbie petrolifere del Nord America. Quando gli impianti di trivellazione cominceranno ad essere smobilitati in gran numero — ed è solo una questione di settimane o mesi — l'indice della produzione mineraria statunitense mostrato sopra si appiattirà di nuovo, proprio come accaduto alle costruzioni immobiliari l'ultima volta.




Detto in altro modo, il futuro non ci riserba alcuna "velocità di fuga" — nonostante le aspettative deliranti della Yellen e della sua allegra banda di stampatori di denaro. Molta di quella scarsa produzione e di quella crescita di posti di lavoro registrate negli ultimi anni, svaniranno molto presto allo scoppio della bolla energetica.

Inutile dire che i keynesiani alla FED e nelle altre banche centrali di tutto il mondo non vedono niente di tutto ciò. Come ormai avviene di consueto nelle dichiarazioni post-meeting, la maggioranza all'interno della FED non lascia spirare le ZIRP, scegliendo di restare "paziente" — mentre ha presieduto un cambiamento di politica senza senso che potrebbe essere chiamato N-ZIRP. Cioè, costo del denaro "quasi" a zero.

Inutile dire che la promessa di denaro quasi gratis per i carry trade è tutto quello che si aspettavano di sentire gli speculatori a Wall Street. Nel giro di un minuto o due, i robo-trader e i giocatori d'azzardo sono riusciti a mettere sul piatto mezzo bilione di fanta-dollari.

Il crollo del prezzo del petrolio significa fondamentalmente una cosa: la bolla di questo secolo alimentata dalle banche centrali è morta e sepolta. Stiamo entrando in un'epoca di raffreddamento globale, di drastica deflazione industriale, di scoppi seriali di bolle e di profitti aziendali vacillanti.

Quindi se qualche amante degli algoritmi finanziari vuole andare in iper-ventilazione perché gli stampatori di denaro incompetenti nell'Eccles Building ora hanno proferito la parola "paziente", così sia. Ma perché entrare in una bolla mastodontica come quella dell'S&P 500, che ha già raggiunto il picco, e che sarà oggetto di feroci turbolenze globali?

Infatti la folle garanzia della FED è che il casinò di Wall Street avrà denaro quasi gratis per 76 mesi consecutivi, e questo significa solo che le attuali bolle finanziarie (praticamente in ogni categoria di "asset rischiosi") diventeranno ancora più artificiali, instabili e incendiarie.

In ogni caso, dovrebbe essere evidente ormai che il "PIL potenziale" è una favola e che la N-ZIRP non ha più la possibilità di stimolare quella magia chiamata "domanda aggregata". Siamo al "picco del debito" in quasi ogni settore dell'economia mondiale, e ciò significa che le banche centrali non possono colmare questa lacuna del tutto teorica e immaginaria; ma provandoci, possono solo far scoppiare le bolle.

Ciò che conta è la produzione di beni e servizi reali basati su prezzi onesti, e l'utilizzo efficiente del lavoro e del capitale. E va da sé che una cosa del genere non può avvenire nell'attuale sistema economico con banche centrali, prezzi falsi e una cattiva allocazione delle risorse economiche.

L'attuale illusione di una ripresa è il risultato di guadagni inattesi dagli asset finanziari, dell'esplosione dei trasferimenti finanziati con denaro pubblico preso in prestito e di un'altra bolla — questa volta nel settore dell'energia, nei suoi fornitori e nelle sue infrastrutture.

Ma non rappresenta crescita reale o creazione di ricchezza. Questa verità si evince meglio se si guarda il seguente grafico sui posti di lavoro dei capifamiglia.




E il vero stato delle cose è ulteriormente testimoniato dalla tendenza deplorevole dei redditi reali delle famiglie.




Tale cifra — non distorta dalla bolla di quei redditi in cima alla scala sociale — è ancora inferiore rispetto a due decenni fa.

Tutto il resto sono solo chiacchiere keynesiane provenienti da quella bisca chiamata Wall Street.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 5 marzo 2015

L'a priori nel principio del possesso: Kant sulla proprietà





di Marcus Verhaegh


Immanuel Kant (1724-1804) è una risorsa molto importante per il liberalismo classico ed il libertarismo. Infatti è possibile contare sui fondamenti della morale di Kant per ricavare i principi libertari: la filosofia politica di Kant è scritta secondo una vena liberale classica che si oppone allo stato paternalista, sottolineando la centralità dei diritti di proprietà individuali.

L'opinione di Kant sui diritti di proprietà è utile per spiegare — dal punto di vista della ragione umana — come determiniamo ciò che appartiene a ciascuno di noi, e perché è sbagliato prendere ciò che appartiene agli altri. In questo modo, Kant offre un servizio simile a quello che Aristotele, Tommaso d'Aquino e Locke offrirono nelle loro descrizioni sulla legge naturale.

In particolare, però, Kant imposta la sua giustificazione dei diritti di proprietà basandosi su un concetto della ragione umana più in linea con i metodi di argomentazione morale post-Newton, post-onto-teistici. Kant non fonda la sua tesi né sulla presunta conoscenza degli scopi degli elementi naturali, né sulla presunta conoscenza dell'esistenza di Dio. Piuttosto, Kant ci indirizza verso le condizioni universali dell'esistenza umana in questo mondo.

Kant non postula il possesso di sé. Nella Metafisica dei Costumi [Metaphysik der Sitten], Kant afferma che ogni individuo ha un solo diritto innato, quello della libertà. È grazie a questo diritto che una persona non può essere arbitrariamente obbligata, e non grazie ad un diritto di proprietà che copre il posesso di sé. "Libertà (indipendenza dall'essere vincolati alla scelta di qualcun altro), nella misura in cui può coesistere con la libertà di ogni altro in conformità con una legge universale, è l'unico diritto originario che appartiene ad ogni uomo in virtù della sua umanità."[1]

I diritti di proprietà, parlando in senso stretto, sono i diritti acquisiti, non i diritti naturali. Se non si pone il problema della proprietà di sé, allora sarebbe strano dire che qualcuno possiede questo o quell'oggetto nel mondo. È necessario un intervento da parte vostra o da parte di un altro affinché emerga il possesso. E' in questo modo che uno acquisisce il diritto ad un certo oggetto, non in modo naturale.

Allo stesso tempo, la legge che in ultima analisi determina come una persona debba relazionarsi con la proprietà altrui non dipende dalle circostanze, ma è una legge naturale. "Ogni azione è giusta se può coesistere con la libertà di tutti in conformità con una legge universale, o se la libertà di scelta di ciascuno può coesistere con la libertà di tutti secondo una legge universale." "Qualcosa di esterno può essere originariamente acquisito soltanto in conformità con l'idea di una condizione civile [...]." Questa legge del diritto e questa legge dell'acquisizione giusta sono a priori, e sono in questo senso "legge della natura". Questo è quindi lo stesso senso in cui i diritti di proprietà sono intesi come diritti naturali.

Anche qui, però, bisogna tenere a mente che Kant rappresenta una grande rottura con la teoria "classica" (o tomista) del diritto naturale. La legge naturale kantiana è in ultima analisi radicata nella ragione dell'essere razionale e in ciò che un essere razionale può sempre essere intenzionato a fare. In altre parole, tale legge è radicata nel famoso "imperativo categorico" di Kant, che batte nel cuore di ogni essere umano — e non si ritrova direttamente in natura.

In secondo luogo, si deve notare che Kant respinge la tesi di Locke sull'acquisizione originale della proprietà. Kant concorda con Locke che i beni singolarmente non posseduti possono essere acquistati da privati. Invece Kant non è d'accordo su come l'individuo debba acquisire i beni dalla natura. Per Kant non c'è ragione per sostenere il principio di Locke sull'acquisiziione attraverso il proprio lavoro. "Il primo lavoro, o più in generale, ciò che trasforma un pezzo di terra, non può fornire alcun titolo di possesso [...]."

Perché "mescolare il proprio lavoro" con una proprietà non posseduta dovrebbe renderla vostra? Secondo Locke non vi è altro modo naturale per acquisirla, poiché non si può esigere che tutti gli altri acconsentano alla propria acquisizione. Se uno fosse moralmente obbligato ad attendere il permesso di tutti quanti prima di cogliere i frutti dagli alberi, o la carne dalle ossa, gli esseri umani "morali" sarebbero da tempo morti di fame.

Kant non vede le cose in questo modo. Il punto di vista di Kant è che c'è davvero bisogno di ricevere il consenso di tutti gli altri per le proprie rivendicazioni sulla proprietà, se si vuole che siano del tutto valide. "[Il] titolo razionale per l'acquisizione può ritrovarsi solo nell'idea di una volontà di tutti unita a priori (necessariamente unita) [...]." Tuttavia, Kant postula un "ma" in questo tipo di proprietà: acquisizione provvisoria. Si possono acquisire temporaneamente i beni dalla natura senza il consenso degli altri, finché il proprio obiettivo è quello di raggiungere questo consenso il più presto possibile.

Bisogna anche segnalare che si vuole puntare ad acquisire beni dalla natura. Per Kant i beni sarebbero in realtà sempre legati al terreno, quindi questo comporterebbe la costruzione di recinzioni, cartelli, ecc. Bisogna avere una certa capacità nel difendere il terreno acquisito dagli abusi altrui. Ma — a prescindere dai requisiti specifici — è possibile acquisire provvisoriamente la terra senza ottenere il consenso degli altri.

Il consenso a cui si deve mirare rappresenta una "condizione civile": si deve acquisire la terra nella condizione naturale sempre con l'obiettivo di portarla in "uno stato," e quindi secondo le leggi di quello stato. Lo stato, in questo contesto, è un insieme di individui uniti ai sensi delle leggi vincolanti. Il "governo" è qualcosa di diverso in Kant: il governante dello stato. Il governante è una delle tre "autorità" principali nello stato, le altre due sono la legislatura e la magistratura.

La terza cosa da notare sui diritti di proprietà, secondo Kant, è che non offrono un resoconto molto dettagliato su quale sia un buon modo per formare uno stato, o su come le origini reali o ipotetiche dello stato abbiano un impatto sulle leggi (giuste o sbagliate) che regolano i diritti di proprietà che sorgono in seguito.

Apprendiamo che si deve ottenere il consenso dei propri vicini se si vogliono portare a termine le proprie rivendicazioni sulla proprietà — un consenso da ottenere attraverso la rinuncia altrui sulla proprietà in questione — ma non apprendiamo molto su ciò che accadrà quando due persone sostengono di possedere lo stesso appezzamento di terreno. L'idea sembra essere che le parti in questo tipo di conflitto abbiano il dovere di arrivare ad un qualche accordo nel più breve tempo possibile. Inoltre, anche coloro che non sono coinvolti direttamente hanno una sorta di autorizzazione a forzare un accordo il più rapidamente possibile.

Sembrerebbe inoltre che sebbene si debba dare peso a molti fattori nel decidere su come accordarsi, il fattore centrale tenderà ad essere il potere fisico di una parte rispetto alla controparte (potere "militare"). Così otteniamo un qualcosa di simile ai negoziati di pace, in cui entrambe le parti devono prendere in considerazione il danno a sé stessi, agli altri e alla civiltà umana nel suo complesso che potrebbe scaturire da un mancato accordo; ma non sempre è irragionevole respingere tali rivendicazioni, soprattutto quando l'altra parte pensa di poter prevalere attraverso l'uso della violenza.[2] (Kant elenca anche altri limiti sul proprio "dovere ad accordarsi", ma questo è il più rimarchevole.)

Che cosa ci dice tutto questo riguardo ai conflitti sulla proprietà all'interno di un determinato stato? Il re potrebbe volere la vostra terra per i suoi compari — o il re potrebbe volere la terra che voi ed i vostri vicini avete in precedenza rivendicato come "vostra" — mentre voi vorreste conservarla. Cosa fare se la legislatura e la magistratura avallassero la decisione del re? Come dovrebbe essere risolto questo conflitto sulle rivendicazioni delle proprietà?

Dal punto di vista di Kant, c'è ben poco che potete fare come proprietario terriero potenzialmente leso. L'opinione di Kant è che può essere offerta allo stato solo una resistenza passiva (cioè, le persone hanno un certo margine entro il quale rifiutarsi di fare ciò che viene detto loro dal governo, ma non si può tentare di rovesciare il governo o agire violentemente contro di esso). Tuttavia, Kant è molto chiaro affermando che ci sono principi — legge naturale — che disciplinano come dovrebbero agire le autorità statali.

Ciononostante si può constatare che sia avvenuto un torto se c'è un titolo di proprietà che risale ad una serie di accordi iniziali (i quali hanno ricevuto un vasto riconoscimento da parte di ampi gruppi di persone) e se un'autorità statale abbia agito contrariamente a quanto è stato concordato. Il governo non dovrebbe fare queste cose secondo Kant. Piuttosto il governo dovrebbe essere lì per far rispettare gli accordi pre-esistenti (ad esempio sulla proprietà) a fronte di aggressioni interne ed esterne. Tali accordi non possono essere ignorati per il gusto di obiettivi paternalistici, come una maggiore uguaglianza socio-economica o il miglioramento morale dell'individuo.

L'individuo deve essere libero di disporre della sua persona e della sua proprietà, se lo desidera, finché non fa nulla che sia incompatibile con la libertà degli altri; e questo vale anche se le azioni sono immorali agli occhi della comunità. "Un oggetto esterno che appartiene a qualcuno è di sua proprietà (dominium) e il proprietario (dominus) può, di conseguenza, disporne a suo piacere (ius disponedi de re sua)."

Qual è il valore secondo il punto di vista di Kant?

Potrebbero sorgere alcune confusioni sul punto di vista di Kant che ne potrebbero sminuire il valore. Kant tende ad identificare lo "stato" con "lo stato-nazione territoriale" e ad assegnare a questa entità una strana importanza al di là degli accordi tra le persone che preferiscono l'interazione pacifica ai conflitti violenti. Ad esempio, Kant suggerisce che ci debba essere un certo grado di unità tra le fedi religiose dello stato-nazione, e che lo stato-nazione sia un'entità indissolubile.

Tuttavia va detto che Kant offre una potente alternativa alla tesi di Locke sull'acquisizione originale. Ciò è estremamente significativo, poiché i diritti di proprietà enunciati da Locke sembrano difficili da giustificare se non attraverso motivi contingenti ed utilitaristici. Ad esempio, anche se si può sostenere che i diritti di proprietà di Locke siano giustificati perché con essi si tende ad avere crescita economica, questo non ci dice molto su come procedere una volta che si è verificato un livello desiderato di crescita. Si potrebbe facilmente concludere che nuove considerazioni di utilità dovrebbero ovviare alla necessità di rispettare pienamente i diritti di proprietà.

Questo tipo di problema non si verifica così facilmente con Kant. La sua tesi è orientata molto più fortemente verso questioni di equità tra le persone: in particolare, descrive condizioni universali per un equo trattamento degli altri a prescindere da ciò che può aumentare "l'utilità" sociale o la "felicità". E nella misura in cui la tesi di Kant è focalizzata sulle grandi questioni dello sviluppo economico, l'enfasi viene comunque posta sullo sviluppo dell'umanità per promuovere la nostra capacità di realizzarci: un compito senza fine.

Inoltre il punto di vista di Kant sulla proprietà è incorporato all'interno di un sistema di morale, estetica, antropologia e teologia filosofica che si pone come uno dei più grandi successi dell'era moderna.

Potenzialmente, quindi, quando ci rivolgiamo a Kant sui diritti di proprietà, possiamo imparare qualcosa non solo sulla rivendicazione della proprietà, o l'erroneità della sua violazione: potremmo anche apprezzare al meglio il significato della nostra lotta per "consentire a ciascuno di conservare ciò che è proprio."[3]

La consapevolezza di questo significato fornisce un importante rinvigorimento in tempi di banalità statalista e torpore spirituale; e potrebbe andare a beneficio di entrambi i poli produttivi e consuntivi dell'azione creativa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] A scanso di errori, tutte le citazioni sono di Immanuel Kant, The Metaphysics of Morals, tr. e ed. Mary Gregor, con l'introduzione di Roger Sullivan (Cambridge University Press, 1996).

[2] Vedi 'Kant and Property Rights,' Journal of Libertarian Studies, Vol. 18, n. 3.

[3] Questa è la mia traduzione da Metaphysik der Sitten.

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mercoledì 4 marzo 2015

Un'anteprima completa del Q€ della BCE — E perché fallirà





da Zerohedge


Ultimamente abbiamo scritto un bel po' sull'imminente avventura della BCE nel mondo della monetizzazione del debito (o come lo chiamiamo noi, la Waterloo di Draghi); sebbene odiamo ripetere sempre le stesse cose, la follia di un programma di acquisto di bond (attenuata soltanto dalla penuria di obbligazioni da comprare) non può assolutamente essere sopravvalutata.

Tra le molte assurdità insite nel programma c'è l'evidente sproporzione nelle dimensioni e il fatto più sfumato che gli effetti dei precedenti sforzi di allentamento della BCE garantiscono un fallimento di questo nuovo Q€. Su quest'ultimo punto, anche se i tassi di deposito sono negativi e i rendimenti minuscoli limitano le opzioni di quello che si può fare con i proventi di una qualsiasi vendita di EGB alla BCE, le banche potrebbero anche scegliere di fare l'impensabile e tornare a concedere prestiti. Il capo economista della BCE, Peter Praet, è abbastanza fiducioso che le banche verranno costrette a fare proprio questo, se vogliono conservare i propri margini (che ironicamente sono stati schiacciati dallo stesso tipo di politiche che la BCE è pronta a perseguire):

“[...] come ci aspettavamo, i rendimenti dei titoli rimarranno compressi e conservare il margine di interesse richiederà che le banche spostino la loro attenzione dai titoli azionari verso i prestiti a imprese e famiglie.”

Tuttavia, questo non accadrà. Perché? Per lo stesso motivo che ha impedito a Main Street di ottenere il denaro dei precedenti pompaggi monetari: le banche sono troppo spaventate per concedere nuovi prestiti e un regime normativo più duro sta rafforzando la loro riluttanza. Ecco Bloomberg:

L'incentivo a concedere prestiti, creato da rendimenti più bassi sui titoli, rientra nel quadro normativo di Basilea III. Le nuove regole, che mirano a rendere le banche più resistenti agli shock, richiedono che le banche mettano da parte più capitali per i prestiti. Il cocktail tra Basilea III e il QE rappresenta un dilemma per le banche: o continuano a detenere obbligazioni statali e contanti (entrambi sono asset liquidi e hanno una ponderazione del rischio pari allo 0%), o concedono prestiti in cambio di pagamenti di interessi più elevati (ma in presenza di coefficienti di liquidità e di capitale inferiori).

Nella misura in cui le banche realizzano un profitto quando vendono le loro obbligazioni sovrane, ci può essere un maggior margine di rendimento dalla concessione di nuovi prestiti. Tuttavia, dato il contesto normativo, le probabilità di una grande spinta verso i prestiti sono sottili.

Questa dinamica è aggravata se si considera il notevole aumento delle sofferenze che si è verificato in tutto il blocco valutario nel corso di questa crisi.




Non abbiamo ancora finito. Considerate anche questo effetto a catena nello squilibrio domanda/offerta: se i venditori inizieranno a sospettare che i prezzi saliranno perché crederanno che la BCE sarà disperata nel voler raggiungere il suo obiettivo di €60 miliardi/ mese, è probabile che possano fare una certa resistenza, soprattutto se gli operatori di mercato diventeranno nervosi circa la disponibilità di alcune emissioni di short covering.

Dal FT:

Quando la Banca d'Inghilterra e la Federal Reserve hanno lanciato il QE, i loro governi avevano grandi deficit di bilancio. Con i governi della zona Euro che si stanno trattenendo dal punto di vista fiscale, gli acquisti nell'ambito del programma di QE della BCE supereranno comodamente le emissioni di debito netto — soprattutto in Germania.

Quindi, per raggiungere il suo obiettivo, la BCE dovrà buttare fuori qualcuno dai mercati dei titoli di stato. Ciò sarà difficile se i detentori di obbligazioni non vorranno vendere, o perché non hanno altro posto dove mettere i loro soldi, o si aspettano un aumento dei prezzi (cosa che poi potrebbe avverarsi).

[Inoltre] non è chiaro a quali condizioni la BCE presterà i bond che acquisirà, in modo che gli operatori possano coprire le loro vendite, note come posizioni "short". Se i dealer temono di non essere in grado di sostituire le obbligazioni che offrono, potrebbero astenersi dal venderle — o chiedere alla BCE un prezzo più elevato.

Tutto questo è aggravato dal fatto che nessuno sa se tutto questo funzionerà veramente (logisticamente si intende). Le meccaniche non sono state affatto esplicitate, e mentre Hank Paulson probabilmente vi dirà che non c'è bisogno di conoscere i dettagli del bazooka, il mercato sta cominciando ad innervosirsi. Infatti, come spiega Bloomberg, ci sono molte domande senza risposta, tra cui: "Quanto spenderà la banca centrale di Francoforte per ogni classe di asset? Il suo budget mensile comprenderà i programmi esistenti per acquistare obbligazioni garantite e titoli garantiti da asset, così come i titoli di stato? Queste operazioni saranno condotte tramite aste inverse, come ha fatto la Federal Reserve, o sul mercato secondario, come ha fatto in precedenza la BCE stessa?"

Fortunatamente, Morgan Stanley è qui per aiutarci a far luce su questi temi; anche se, alla fine, non possiamo dire di essere convinti che, per usare le parole dello stratega di Citi Matt King, un altro bilione possa eventualmente fare una qualche differenza nell'attuale tentativo di stimolare l'inflazione (e quindi la domanda), soprattutto dopo che non ci sono riusciti 5 bilioni.

Da MS:

Finora le nazioni dell'area Euro hanno emesso un totale di €192 miliardi di titoli tra gennaio e febbraio, ossia il 24% del target stimato per il 2015: €814 miliardi. Questa cifra è superiore del 20.5% alle emissioni medie degli ultimi cinque anni. Le emissioni lorde e nette a febbraio sono pari a €86 miliardi e €46 miliardi, rispetto alla media (2010-14) di €83 miliardi e €64 miliardi.

Confrontiamo l'andamento dei finanziamenti su base nazionale. Veloci: nel mese di febbraio Irlanda e Portogallo hanno già completato il 62% e il 52% degli obiettivi di finanziamento (Exhibit S1). Regolari: il Belgio e l'Italia hanno completato il ~27% delle emissioni, un dato leggermente superiore alla media. L'Olanda sta rallentando, ma è probabile che a marzo riguadagni il terreno perso. Lenti: Austria e Finlandia sono ancora in ritardo, mentre la Germania, la Francia e la Spagna sono in linea con la media.




... e ora i numeri spaventosi (cioè, la parte in cui ripetiamo di nuovo quanto sia ridicola questa avventura di politica monetaria nel contesto di cose come le emissioni lorde e, ancora meglio, il PIL):

A marzo, il programma di acquisto di obbligazioni della BCE avrà il maggiore impatto sulle dinamiche domanda/offerta. Per mettere nel contesto la portata del programma, €1,140 miliardi equivalgono al 12% del PIL dell'area Euro e al 14% dei mercati obbligazionari nazionali. Anche se questo confronto è relativamente migliore rispetto a Stati Uniti e Giappone in termini di percentuale del mercato obbligazionario, è piuttosto ristretto rispetto al PIL. Dato che gli acquisti avranno luogo lungo un arco tepmorale di due anni, la percentuale di emissioni annue lorde (54%) è simile a quella di altri sistemi, ma gli acquisti della BCE sono i più alti in termini di emissioni nette.

Quindi la BCE monetizzerà più della metà delle emissioni lorde (e più di due volte quelle nette) e il 12% del PIL della zona Euro. Quest'ultimo dato potrebbe facilmente aumentare se il PIL si contrae e il Q€ viene espanso, uno scenario che non dovrebbe essere escluso data la situazione economica fragile in Europa e le aspettative della BCE di rimanere accomodante per il prossimo futuro. In effetti, il mercato sta già parlando della probabilità che il programma sarà ampliato/esteso.

Da Citi:

Probabilmente sarà necessario un ulteriore stimolo; aspettatevi che la politica rimanga accomodante per un lungo periodo di tempo, molto probabilmente oltre il settembre 2016.

La BCE potrebbe essere pronta ad essere ulteriormente accomodante se le prospettive di crescita non miglioreranno, molto probabilmente tramite un taglio del tasso dei depositi (ZH: ancora più NIRP.)

Da Credit Agricole:

Non aspettatevi che la BCE rallenti con i suoi acquisti di bond.

Da UBS:

Se le previsioni per il 2017 indicheranno un'inflazione ancora fuori dal range voluto dalla banca centrale, ciò potrebbe portare la BCE ad estendere ulteriormente il QE oltre il settembre 2016.

Le probabilità di un evento del genere "non sono piccole".

Ecco come saranno gli acquisti del programma da paese a paese.




... ed ecco una ripartizione più completa da Deutsche:




Per quanto riguarda la distribuzione dei €60 miliardi mensili, ecco la ripartizione proiettata da MS:




Quindi ecco qui, una tabella di marcia di come e dove la BCE spenderà più di €1 bilione. Se la storia è una guida, però, tutto questo alla fine sarà fatto per nulla, almeno per quanto riguarda aumentare l'inflazione e la domanda, poiché come ha dimostrato Citi, il QE non sta facendo molto per le aspettative dell'inflazione (e potrebbe addirittura produrre deflazione):




A rafforzare questo punto, ecco uno sguardo alla valutazione del mercato dell'inflazione rispetto alle previsioni degli economisti di MS:




E questo è tutto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 3 marzo 2015

Due atteggiamenti mentali: Imprenditoriale e burocratico





di Gary North


Quello che leggerete qui è un'estensione del piccolo libro di Ludwig von Mises, Bureaucracy.

Non conosciamo il futuro con molta precisione, pertanto ognuno di noi è in qualche misura un imprenditore. Tale figura è una persona che compra basso e vende alto. Prevede il futuro, escogita un piano per affrontarlo e quindi lo attua. Ognuno di noi lo fa ogni giorno, e ciascuno di noi lo fa per tutta la vita.

Esistono vari tipi di mentalità imprenditoriali. Sentiamo parlare di grandi imprenditori, come Thomas Edison e Henry Ford, che scoprono sistematicamente nuovi modi rivoluzionari di realizzare le cose. Non sentiamo parlare di quelle persone che c'hanno provato e poi hanno fallito. Sentiamo parlare solo di quelli che ce l'hanno fatta e di quei pochi che hanno fallito in modo esemplare.

La maggior parte delle persone non possiede lo spirito imprenditoriale. Una manciata di esse lo possiede in giovanissima età. Praticamente tutta l'istruzione formale, il che significa la formazione scolastica, è condotta da burocrati stipendiati. Svolgono un lavoro che non richiede quasi nessuna imprenditorialità, e trasmettono una cultura che in genere la scoraggia. Hanno avuto poca esperienza con l'imprenditorialità. Non la capiscono, e un gran numero di essi vi è ostile, soprattutto a livello universitario nelle scienze sociali.

Dal giorno in cui un giovane entra in classe all'età di cinque o sei anni, fino a che non consegue un dottorato di ricerca all'età di 25 o 30 anni, si abitua ad un sistema di sanzioni che di per sé scoraggia l'imprenditorialità. Premia la conformità ad esercizi specifici, come fare gli esami, scrivere tesine e rispondere alle domande in un'interrogazione di classe. L'educazione formale è formale. E' strutturata in un recinto composto da un numero limitato di domande, un set accettabile di modi per rispondere a queste domande e una gamma estremamente limitata di risposte considerate accettabili.



LO STIPENDIO

Suppongo che la differenza fondamentale tra il soggetto imprenditoriale e quello non imprenditoriale sia l'impegno per ottenere uno stipendio. L'imprenditore sa che deve investire tempo e denaro in un piano il cui esito è, nella migliore delle ipotesi, statisticamente prevedibile. In generale, tuttavia, non è statisticamente prevedibile. Anzi è incerto. Tutti i suoi sforzi possono essere del tutto vani. Può fallire clamorosamente. Può fallire con i soldi degli altri. Una cosa è certa: il fallimento e il successo saranno sotto gli occhi di tutti.

La persona stipendiata vuole sapere quello che deve investire in termini di tempo, che cosa deve produrre in termini di produzione misurabile e quanto verrà pagata. Non mira a prestazioni superiori; rimane a metà, in modo che possa rendere meno qualora le sue prestazioni dovessero essere scarse. Nonostante ciò continuerà a conservare il suo lavoro.

Quello che vuole è la prevedibilità in un mondo dominato dall'incertezza. E' disposta a trasferire ad altri l'onere di trattare con l'incertezza, almeno fino a quando riceve un pagamento garantito per quanto riguarda le sue prestazioni convenzionali. Ha una scadenza. Ha una specie di budget che di solito coinvolge il fattore tempo. Se le sue prestazioni ricadono all'interno di una gamma piuttosto ampia di standard, verrà pagata con un determinato importo di denaro quando completerà il progetto.

Al contrario, l'imprenditore non sa esattamente quale sia la scadenza. Questo perché non sa che cosa sta facendo la sua concorrenza. Non sa quanto gli costerà in termini di tempo e denaro, perché non sa esattamente quando consegnerà il prototipo, seguito da un modello di produzione. Non sa come reagiranno i clienti alla sua offerta. Per lui un salario può essere un aspetto periferico e piacevole della sua vita, ma il cuore di ciò che sta facendo non può essere stipendiato perché nessuno sa come reagiranno i clienti ad una particolare offerta.

Ci sono persone che prosperano in tali circostanze. Vogliono fare bene, vogliono fare un sacco di soldi, vogliono guadagnare influenza e vogliono costruirsi una reputazione. Sono disposti a rischiare la perdita di tempo, denaro e reputazione per raggiungere i loro obiettivi. La loro tolleranza per l'incertezza è di gran lunga superiore rispetto alla media. Il lavoratore medio vuole uno stipendio prevedibile pagato per prestazioni prevedibili. La prevedibilità è fondamentale per gli obiettivi della sua vita. L'imprevedibilità è uno dei principali ostacoli al raggiungimento dei suoi obiettivi.

Il dipendente non è disposto ad impegnare tempo, e soprattutto denaro, per qualsiasi progetto il cui esito è intrinsecamente imprevedibile. Non importa quanto tempo libero abbia dopo il lavoro, egli esita ad investire tempo in qualsiasi progetto che non sia di per sé prevedibile. Può fare un secondo lavoro, con un secondo stipendio, per garantirsi un reddito sufficiente a raggiungere i suoi obiettivi. Ma non è disposto ad investire tempo non retribuito, e soprattutto i suoi risparmi, per raggiungere i suoi obiettivi. E' più spaventato dalle perdite piuttosto che essere attratto dal guadagno. Capisce che un grande guadagno è realizzabile solo con l'impegno in progetti intrinsecamente imprevedibili, ed è disposto a rinunciare ad un gran guadagno per evitare di investire in tali progetti.



ETA'

Più è giovane una persona, più dovrebbe avere una mentalità imprenditoriale. Questo perché avrebbe tempo per riprendersi se un progetto fallisse. Per un giovane il tempo scorre più lentamente, anche se è a corto di denaro. Però può sempre fare più soldi, perché ha un sacco di tempo. Al passare degli anni, per la maggior parte delle persone, il rapporto rischio/rendimento si muove contro l'imprenditorialità e a favore della prevedibilità. Eppure anche in queste circostanze ci sono alcuni uomini che sono così desiderosi di realizzare grandi cose e costruirsi una reputazione, da essere disposti a rischiare tutti i loro soldi in tarda età per perseguire una nuova impresa.

Tutti dovrebbero sapere della sua tolleranza nei confronti dell'incertezza. Paghiamo premi assicurativi per evitare un rischio statisticamente prevedibile, ma non vi è alcun esborso comparabile riguardo l'imprenditorialità. Questo perché non c'è modo statistico per evitare il fallimento delle iniziative imprenditoriali. Queste imprese sono uniche.

Una persona la cui prima domanda è "Quanto prenderò di stipendio?" non diventerà ricca, a meno che non erediti un sacco di soldi. La mentalità che richiede un pagamento prevedibile per quelle che saranno le sue prestazioni, è di per sé una mentalità da dipendente. Tale mentalità rinchiude una persona in una gabbia di guadagni moderati. Se le prestazioni sono prevedibili, e se i premi per tali prestazioni sono prevedibili, si tratta di un ambiente che è intrinsecamente burocratico. Più è prevedibile il risultato e più sono prevedibili le ricompense, più sarà burocratica l'applicazione dei suoi standard. La burocrazia è fondamentale per lo stato. Tutto è prevedibile. Le sanzioni sono alla luce del sole. I progetti hanno scadenze, ma nessuno le fa rispettare davvero. Gli imprenditori non prosperano in tali contesti.

La cosa più sicura da investire in un progetto di breve periodo è il tempo. Non è sicuro investire tempo in un progetto a lungo raggio, perché con l'avanzare dell'età il rapporto rischio/rendimento si muove contro il tempo e a favore del denaro. Così, più siamo giovani, più dovremmo essere disposti ad investire tempo in progetti i cui esiti sono incerti.

Le persone in età avanzata possono giustificare l'investimento nel tempo sfoderando una prospettiva più ampia e un cospicuo capitale monetario grazie ad una vita di parsimonia e di duro lavoro. Ma queste persone è improbabile che possano far fare grandi passi in avanti alle procedure esistenti. Hanno speso la loro vita a conformarsi alle procedure scritte e a valutazioni convenzionali di produttività. Hanno trascorso la loro vita come burocrati. E' difficile che i burocrati possano diventare imprenditori in età avanzata. La necessità è la madre dell'invenzione. Si può fare, soprattutto quando qualcuno guarda le sue entrate in età pensionistica e conclude che avrebbe dovuto risparmiare di più. Deve recuperare il tempo perduto e questa è una cosa che porta sempre con sé una maggiore incertezza. Ma poche persone lo comprendono in tempo. Aspettano fino a che non sono vecchie, quindi hanno paura di sobbarcarsi gli oneri dell'incertezza.

Questo è il motivo per cui l'imprenditorialità dovrebbe essere sviluppata in età precoce. Questo è il motivo per cui il Ron Paul Curriculum ha in programma corsi nel mondo degli affari. Più ci si abitua all'imprenditorialità in età precoce, meglio è.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 2 marzo 2015

Il successo canadese non si basa su politiche monetarie allentate





di Robert P. Murphy


In un post precedente ho parlato del grande successo economico del Canada, evento nato da grandi tagli di bilancio per scongiurare la crisi fiscale del 1995. Sebbene possa sembrare una storia anomala per i feticisti della domanda aggregata, rappresenta la chiave di lettura per comprendere le recessioni perché all'epoca il Canada stava uscendo da una brutta crisi. La pesante inversione del deficit di bilancio seguita una linea di 11 eccedenze consecutive, è andata di pari passo con un calo della disoccupazione.

Come ho spiegato in questo post, i keynesiani e i monetaristi cercano di conciliare l'episodio con il loro quadro teorico affermando che la Banca del Canada abbia compensato "l'austerità fiscale" con una politica monetaria espansiva. In altre parole, i keynesiani e i monetaristi dicono che l'unica ragione per cui i tagli di bilancio del governo canadese non hanno peggiorato la recessione, è che la banca centrale ha salvato la baracca. In questo post vi mostrerò che questo punto di vista non è corretto; mediante varie misure, la Banca del Canada ha ristretto la politica monetaria proprio quando il governo federale stava tagliando la spesa. Questo è l'esatto opposto di ciò che dicono i keynesiani e i monetaristi.



I Commenti di Krugman sul Canada

Prima di addentrarci nei dettagli, permettetemi di riportare un commento di Paul Krugman dell'agosto del 1996, in cui usò l'esempio del Canada per illustrare un punto più generale. Krugman parlava del pericolo di un basso tasso di inflazione:

Quando i salari nominali sono rigidi, cercare di ottenere un basso tasso di inflazione danneggia la flessibilità dei salari reali e quindi aumenta il tasso di disoccupazione, anche nel lungo periodo. Si consideri il caso del Canada, una nazione la cui banca centrale ha cercato di raggiungere con una certa persistenza la stabilità dei prezzi (il tasso di inflazione attuale è inferiore all'1%). Negli anni '60 il Canada aveva lo stesso tasso di disoccupazione degli Stati Uniti. Ma quando negli anni '70 e '80 è salito significativamente, molti economisti hanno attribuito la differenza ad un sistema assicurativo contro la disoccupazione più generoso. Ma anche se quel sistema è diventato meno generoso, il divario nella disoccupazione ha continuato ad allargarsi: il tasso attuale del Canada è del 10%. Perché? Un economista canadese, Pierre Fortin, sottolinea che dal 1992 al 1994 il 47% dei contratti collettivi del suo paese ha visto un congelamento dei salari. La maggior parte degli economisti concorda sul fatto che le economie con una disoccupazione alta, come il Canada, soffrono di una rigidità dei salari; la testimonianza di Fortin suggerisce, tuttavia, che la causa di tale rigidità non sta solo nei problemi microeconomici strutturali, ma anche nello zelo anti-inflazionistico della Banca del Canada.

Tra l'altro, per quanto riguarda l'analisi di Pierre Fortin, in un post precedente ho anche mostrato come Krugman vi si riferisse come ad un "punto di riferimento"; inoltre Fortin si espresse in questo modo per quanto riguardava l'allora politica economica canadese: "Probabilmente l'ultimo decennio di questo secolo sarà ricordato come il decennio della Grande Recessione Canadese."



Le Voci di un Collasso Economico del Canada Erano Esagerate

Col senno di poi, sappiamo che gli avvertimenti di Fortin erano assurdi. Sopra abbiamo mostrato come Krugman scuotesse il dito per il tasso di disoccupazione canadese al di sopra del "10%". Beh, guardate cosa è accaduto successivamente:




Il tasso di disoccupazione in Canada ha raggiunto il picco quando Krugman ha scritto il pezzo riportato sopra, dopo di che è costantemente sceso di circa 3 punti percentuali. Ricordate, il governo canadese stava ancora tagliando la spesa in termini assoluti nel 1997 – non intendo solo un rallentamento, intendo riduzioni di spesa effettive – impedendone, successivamente, una nuova crescita. (E' passata da un 4.0% del PIL nel 1995 al pareggio di bilancio nel 1997.) E potete vedere dal grafico qui sopra che il Canada aveva subito una brutta recessione solo pochi anni prima, nel 1990, dove la disoccupazione superò il 12%.

Credo che ora siete in grado di capire perché, secondo la visione del mondo di Krugman, la Banca del Canada avrebbe dovuto aprire totalmente i rubinetti monetari. Ma come mostrerò, non è quello che è accaduto.



La Crescita Quasi Inesistente della Base Monetaria

Secondo me la misura migliore per inquadrare la politica della banca centrale è la crescita del suo bilancio. La Banca del Canada ha ristretto l'offerta di denaro, smentendo la versione di Krugman.

Come mostra la tabella qui a fianco, la crescita totale degli attivi della Banca del Canada si è quasi arrestata nel 1996, anche se il tasso di disoccupazione ha raggiunto il picco a metà anno. Inoltre è difficile sostenere che la crescita del 4.2% nel 1997 possa considerarsi un "allentamento" che ha fatto scendere la disoccupazione: quelli erano gli stessi ritmi con cui il bilancio è cresciuto nei primi anni '90, nel bel mezzo di una recessione terribile, un periodo che Krugman e Fortin hanno descritto come caratterizzato da una politica monetaria "ristretta".



L'Inflazione al Consumo E' Stata Moderata

OK, quindi se la crescita totale degli attivi della Banca del Canada non ha mostrato un'impennata improvvisa nel 1996 o nel 1997, che dire del tasso di crescita del'ICP? Nella citazione di sopra, Krugman si lamentava di come il Canada avesse solo un misero 1% di inflazione (dei prezzi), e di come era necessario che salisse per evitare il problema dei salari viscosi. Beh, diamo un'occhiata a ciò che è effettivamente accaduto nel corso degli anni '90 con l'ICP canadese.

Ho ombreggiato la fila riguardante il 1996, quando Krugman si lamentava di come la Banca del Canada fosse avara con i suoi obiettivi di inflazione (dei prezzi) – è per questo motivo che Krugman pensava che il Canada avesse una disoccupazione al 10%. Beh, come potete vedere dalla tabella qui a fianco, l'aumento effettivo dei prezzi al consumo non è salito in modo significativo nei tre anni successivi, andando di pari passo con una "austerità" nel budget e una disoccupazione in costante calo. Inoltre, fatta eccezione per il 1994 (con l'inflazione al consumo dello 0.1%), i tassi d'inflazione dei prezzi erano paragonabili a quelli durante la terribile recessione dei primi anni '90.

Così, guardando i tassi di inflazione dei prezzi al consumo, non sembra proprio che la Banca del Canada abbia fatto di tutto per "allentare" e compensare la contrazione fiscale. Seconda falla nella storia keynesiana.



Anche Utilizzando la Crescita del Prodotto Interno Lordo Nominale (NGDP), la Banca del Canada Non ha Adottato una Politica Monetaria Espansiva

Come ho detto, non è solo Krugman e i keynesiani che hanno detto che la Banca del Canada avrebbe adottato una politica monetaria espansiva tra la metà e la fine degli anni '90; anche i monetaristi, come David Beckworth afferma esplicitamente in questo post. Beh, in aggiunta ai punti di cui sopra sul bilancio della Banca del Canada e il tasso di inflazione dei prezzi al consumo, ecco un altro parametro che è caro ai monetaristi: i tassi di crescita del PIL nominale (con cifre che ho preso dalla Statistics Canada Table 380-0064).

Come mostra la tabella qui a fianco, la crescita del PIL nominale dopo l'implementazione dei grandi tagli di bilancio, è stata inferiore rispetto ai tre anni precedenti. Se Scott Sumner o David Beckworth non avessero conoscenza del contesto, e io mostrassi questi tassi di crescita e chiedessi, "Quando la Banca del Canada è passata da una politica restrittiva ad una espansiva?" non credo che risponderebbero "1996". Penso che risponderebbero "1999", tre anni di ritardo.



E i Tassi di Interesse?

Infine arriviamo ai tassi di interesse, una misura che sembrerebbe avallare l'ipotesi di una politica monetaria espansiva da parte della  Banca del Canada. Tuttavia non è una conclusione così ovvia da trarre, ovvero che il calo dei tassi di interesse debba essere attribuito ad una politica monetaria "allentata". Dopo tutto, il governo federale canadese ha eliminato un grande deficit di bilancio dal 1995 – 1997. Inoltre, al di là della semplice inversione dell'effetto crowding out, c'è il fatto che gli investitori internazionali siano stati rassicurati sull'affidabilità del governo canadese; nel 1995 c'era la crisi – la gente cominciava a preoccuparsi che i canadesi sarebbero andati in default. Quindi non è scioccante che i rendimenti sul debito canadese siano calati.

Anche David R. Henderson si chiede quanto il calo dei tassi di interesse sia da attribuire alle azioni della Banca del Canada, piuttosto che alle condizioni internazionali della domanda e dell'offerta nel mercato dei fondi mutuabili. Ecco un modo per analizzare i diversi effetti guardando i rendimenti dei decennali USA e canadesi:




Non è una dimostrazione perfetta, dal momento che il governo degli Stati Uniti stava passando da un deficit di bilancio ad un surplus (almeno sulla base dei flussi di cassa) alla fine degli anni '90. In ogni caso, il grafico qui sopra ci suggerisce che il calo di un punto percentuale nei rendimenti del debito sovrano canadese, era specifico del Canada. Tuttavia, per tutti i motivi che ho già elencato, non credo che sia corretto dire che la Banca del Canada abbia adottato una politica monetaria "allentata", piuttosto penso che i tassi di interesse siano diminuiti per motivi fiscali (la rapida diminuzione della spesa del governo federale).



Conclusione

In sintesi, la svolta fiscale canadese tra la metà e la fine degli anni '90 confonde i keynesiani e i monetaristi. Come la depressione del 1920-1921, ecco un altro esempio di un governo che si impegna in una politica fiscale "ristretta" senza compensazione della politica monetaria, favorendo di conseguenza una ripresa costante.

Se nel 1997 il Canada fosse finito in una terribile recessione con disoccupazione fino al 12%, possiamo stare certi che Paul Krugman avrebbe detto: "Ve l'avevo detto! Cosa pensavate che fosse accaduto con questi tagli di bilancio nel bel mezzo di un'economia debole?!" Ma dal momento che l'economia ha continuato a migliorare, i keynesiani sono costretti a ripiegare sulla "compensazione attraverso la politica monetaria", che in realtà non esiste.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/