giovedì 18 settembre 2014

Eroi veri: i “giusti” ed i buoni





di Bill Bonner


“Se tutti spazzassero le proprie soglie, il mondo sarebbe un luogo più pulito.”

-Goethe


Esistono così tanti difetti nel carattere umano che anche una parrucchiera si annoierebbe se dovesse elencarli.

Ma oggi ci concentreremo solo su due che reputiamo più divertenti: voglio usare il cervello per migliorare il mondo, ma quando mi ci metto, il cervello cessa di funzionare.

Il difetto comincia ad apparire, acutamente, quando il tipico Homo sapiens raggiunge la sua adolescenza. Qui è quando il suo cervello è forte ed attivo, ma non è ancora stato messo alla prova dall'esperienza. Pensa ancora di poter risolvere qualsiasi problema.

In un libro di memorie della sua giovinezza, per esempio, un amico d'infanzia di Adolf Hitler ha scritto che il futuro Fuhrer attraversava il quartiere e sottolineava come avrebbe migliorato le cose — cambiato il colore di una casa... abbattuto le colonne di un'altra... riparato il tetto di una terza. Ma, invece di comprarsi una casa e cercare di realizzare le sue ambizioni architettoniche, il giovane Hitler cercò di cambiare il volto del mondo intero.

E qui arriviamo all'altro difetto — non dei leader, ma dell'uomo comune. Si è pronti ad andare avanti a tutti i costi. In pochi anni, i tedeschi si espansero in tutta Europa, creando scompiglio e caos... cercando di imporre lo sconclusionato nuovo ordine di Hitler.

"Ricordo", ha detto un uomo che abbiamo incontrato ieri, "che io ero lì; e oggi non sarei qui se non fosse stato per una di quelle persone che noi chiamiamo i “giusti”."

Sì, caro lettore, ancora una volta non scriveremo sui tanti imbranati in mezzo a noi, ma di pochi eroi veri. Molti di loro sono stati premiati qui a Parigi ieri, durante una cerimonia speciale nel Pantheon.

Quando i nazisti rivelarono i loro piani per il miglioramento del mondo, gli ebrei scoprirono che non c'era posto per loro in quel progetto. Molti fuggirono in Francia. Poi, quando i panzer entrarono a Parigi, scoprirono che non avevano fatto abbastanza. La razza padrona, con la connivenza attiva del governo francese, rastrellò presto gli ebrei e li rimpatriò in Germania, o per lavorare nei campi di concentramento... o per essere sterminati.

Solo poche persone — i Giusti — si presero la briga di fare qualcosa.

"Avevo solo tre anni all'epoca", ha spiegato il nostro amico a pranzo. "Ma mia madre e mio padre sapevano che potevano essere presi da un giorno all'altro. Avevamo amici che possedevano un bar/hotel fuori Parigi. Si offrirono di prendersi cura di me. Furono davvero coraggiosi, perché se fossero stati scoperti probabilmente sarebbero stati mandati nei campi di concentramento — o addirittura uccisi. E la cosa peggiore era che ci si doveva nascondere... non solo dai tedeschi, ma anche dai vicini di casa, perché non si sapeva se avessero potuto denunciarti alla Gestapo o no."

"Allora queste persone mi presero con loro e dissero a tutti che ero il loro nipote... scaricando le “colpe” su un figlio troppo libertino ed una madre sconosciuta. Se qualcuno mi avesse chiesto chi fossero i miei genitori, avrei dovuto dire che non lo sapevo."

"Per un po' i tedeschi rimasero accampati nel cortile dell'hotel, con gli ufficiali nelle camere. Erano davvero molto cordiali. Uno di loro mi diede una tavoletta di cioccolato. Ma avevo paura di mangiarla perché mia madre mi aveva detto che i tedeschi avrebbero potuto avvelenarmi. Così la diedi al cane e guardai per vedere cosa sarebbe successo. Al cane non accadde niente... così ne tenni anche un po' per me."

"Quelli erano tempi spensierati. Ma oggi, sto andando al Pantheon. Sono un testimone... una testimonianza viva... di come alcune persone possono fare davvero cose coraggiose, anche quando non ne avrebbero ragione. E si sa, questa è una cosa della seconda guerra mondiale... e forse l'unica cosa... di cui i francesi possono essere orgogliosi."

Sì, caro lettore. Ci sono persone che non cercano di migliorare il mondo, cosa che non solo è senza speranza, ma anche inutile e disastrosa. Invece i veri eroi fanno quello che possono per migliorare il mondo intorno a loro. Qui, rendiamo onore ad un altro paio di loro.

Negli Stati Uniti eseguire un'operazione alla cataratta costa circa $1,650. Probabilmente non vi aspetterete molte operazioni simili in un paese come l'India, dove il reddito pro capite è meno di $1,000. Ma oggi in India ci sono cinque ospedali che eseguono più di 180,000 operazioni agli occhi ogni anno. Ogni operazione costa circa $110. La maggior parte dei pazienti non paga nulla.

Questo grazie al Dr. Govindappa Venkataswamy, che nel 1976 a Madurai ha fondato il suo Aravind Eye Hospital da 12 posti letto. All'epoca aveva già 57 anni.

Il dottor V. voleva diventare un ginecologo, ma rimase paralizzato da un'artrite reumatoide in tenera età. Gli ci vollero due anni per riprendersi. Visto che non poteva più prendersi cura dei neonati, rivolse lo sguardo allo studio dell'oculistica, e progettò strumenti speciali che si fossero adattati alle sue mani. Scoprì che poteva fare operazioni agli occhi in modo più semplice, veloce e molto più conveniente.

L'ispirazione, dice, gli venne da McDonald. Scoprì la famosa M dell'insegna a 55 anni e questa scoperta gli cambiò la vita.

"In America ci sono potenti dispositivi di marketing per vendere prodotti come la Coca-Cola e gli hamburger," dice. "Tutto quello che voglio vendere è una buona vista, e ci sono milioni di persone che ne hanno bisogno... Se la Coca-Cola può vendere miliardi di bibite e McDonald può vendere miliardi di hamburger, perché Aravind non può vendere milioni di operazioni di ripristino della vista? Con la vista le persone potrebbero essere liberate dalla fame, dalla paura e dalla povertà."

"Nel terzo mondo una persona non vedente viene indicata spregiativamente come “una bocca senza mani”," dice il dottor V. "E' dannoso per la sua famiglia e per tutto il villaggio. Ma tutto quello di cui ha bisogno è un intervento di 10 minuti. Per una settimana deve portare le bende, quella successiva gliele vengono tolte. La gente non si rende conto che un tale intervento chirurgico è disponibile, o che può permetterselo, perché è gratis. Dobbiamo vendere a chi ha più bisogno."

L'ospedale si accolla i costi di coloro che non possono pagare. I clienti paganti sborsano 50 rupie (circa $1) per la consultazione e scelgono la loro sistemazione: camere di "classe A" ($3 al giorno) che sono private; camere di "classe B" ($1,50 al giorno) in cui un bagno è condiviso; o camere di "classe C" ($1 al giorno), essenzialmente un tappeto sul pavimento. I clienti paganti scelgono tra un intervento chirurgico con punti di sutura ($110) e uno senza ($120).

Da quando ha iniziato, i suoi ospedali oculistici hanno ripristinato la vista ad oltre un milione di persone in India. Anche con piccole entrate per paziente, Aravind realizza un profitto con un margine lordo del 40%. Un'operazione viene completata; un'altra ne segue a ruota. E' apparentemente un'impresa molto efficiente e produttiva.

Aravind ora fa più interventi chirurgici agli occhi di qualsiasi altra clinica in tutto il mondo, e senza accettare contributi pubblici. Questi ospedali sono totalmente auto-sostenuti. Né il dottor V. tenta di intascare un profitto per sé dall'impresa. Vive con una pensione, senza prendere soldi dall'Aravind.

Il dottor V. sta aiutando i poveri alla grande. Ma li aiuta anche in maniera molto diversa da un qualsiasi "miglioratore del mondo". Li considera degli individui.

"I consulenti parlano dei “poveri”", dice. "Nessuno all'Aravind fa discorsi simili. “Il povero” è un termine volgare. Definireste Cristo un uomo povero? Definire “povere” certe persone vi mette in una posizione superiore, vi acceca non permettendovi di comprendere quanto voi siate poveri — e in Occidente ce ne sono molti: emotivamente e spiritualmente. In America avete molti comfort, ma avete paura gli uni degli altri."

Il dottor V. si occupa solo di fare operazioni agli occhi... rapide ed economiche. Il miglioramento del mondo è venuto — come sempre — come un sottoprodotto dell'azione privata. Nello stato di Tamil Nadu, dove si trova il suo ospedale principale, l'incidenza della cecità è del 20% inferiore rispetto al resto dell'India.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 17 settembre 2014

Il giorno in cui gli Stati Uniti si rifiutarono di pagare i loro debiti





di Addison Wiggin


L'anno era il 1944. Per la prima volta nella storia moderna venne raggiunto un accordo internazionale per gestire la politica monetaria tra le nazioni. C'era la possibilità di creare una valuta internazionale stabile e garantire la stabilità monetaria una volta per tutte. In totale, 730 delegati provenienti da 44 nazioni si riunirono per tre settimane in un hotel a Bretton Woods, New Hampshire.

Fu un'opportunità significativa, ma non raggiunse il vero potenziale che conteneva. Tuttavia, rappresentò lo stesso un punto di svolta nella storia monetaria.

Il risultato di questo incontro internazionale, l'accordo di Bretton Woods, aveva lo scopo originario di rimarginare le ferite lasciate dalla seconda guerra mondiale attraverso una serie di programmi di stabilizzazione delle valute e prestiti infrastrutturali alle nazioni devastate dalla guerra. Nel 1946 il sistema era in piena attività, grazie anche alla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS, la Banca Mondiale) ed al Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Ciò che rende così interessante l'accordo di Bretton Woods è il fatto che il piano per la politica monetaria internazionale si basava su nazioni che accettavano di aderire ad un gold standard globale. Ogni paese che firmò l'accordo promise di mantenere il valore della sua moneta all'interno di uno stretto margine connesso al valore dell'oro. Il FMI venne istituito per occuparsi degli squilibri di pagamento temporanei.

Questo sistema ha funzionato per 25 anni, ma era viziato nelle sue ipotesi sottostanti. Agganciare una valuta internazionale all'oro ad un cambio fisso di $35 l'oncia, non prese in considerazione la variazione del valore reale dell'oro sin dal 1934. Il dollaro aveva perso potere d'acquisto durante e dopo la seconda guerra mondiale, e mentre le economie europee si riprendevano, il crescente drenaggio delle riserve auree degli Stati Uniti condannò l'accordo di Bretton Woods.

Questo problema è stato descritto da un ex-vice presidente della Federal Reserve Bank di New York:

Fin dall'inizio, l'oro è stato il punto vulnerabile del sistema di Bretton Woods. Eppure l'impegno assunto dal governo degli Stati Uniti ai sensi della legislazione di Bretton Woods è facilmente comprensibile, tenuto conto delle circostanze eccezionali del momento.

Alla fine della guerra, il nostro ammontare di oro era pari a $20 miliardi, circa il 60% del totale delle riserve auree ufficiali. Nel 1957 le riserve auree degli Stati Uniti superarono, con un rapporto di 3 ad 1, le riserve totali in dollari di tutte le banche centrali estere. Il dollaro cavalcava i mercati dei cambi come un colosso.

Con l'esaurimento delle sue riserve auree nel 1971, gli Stati Uniti sganciarono la loro moneta dal gold standard e Bretton Woods non fu più praticabile.

Per certi aspetti, le idee alla base del sistema monetario di Bretton Woods erano molto simili ad un'economia da nazioni unite. La combinazione della depressione mondiale del 1930 e la seconda guerra mondiale furono cruciali nel condurre tante nazioni ad un vertice economico di tale portata.

La scusa fu che le barriere commerciali ed i costi elevati causarono una depressione mondiale, almeno in parte. Inoltre, in quel periodo era pratica comune usare la svalutazione della moneta per incidere sulle importazioni dei paesi limitrofi e ridurre i disavanzi di pagamento.

Purtroppo tale pratica portò a deflazione, a disoccupazione cronica, e ad una riduzione del commercio internazionale. Tra le lezioni apprese nel 1930 (ma poi dimenticate da molte nazioni) c'era la comprensione che l'uso della moneta come strumento economico tattico provoca sempre più problemi di quanti ne risolva.

La situazione è stata riassunta bene da Cordell Hull, Segretario di Stato degli Stati Uniti dal 1933 al 1944, che scrisse:

Il commercio senza ostacoli combacia con la pace; le tariffe elevate, le barriere commerciali e la concorrenza economica sleale combaciano con la guerra [...]. Se potessimo ottenere più libertà nel flusso del commercio [...] in modo che un paese non divenisse geloso di un altro e il tenore di vita di tutti i paesi potesse salire, eliminando così l'insoddisfazione economica che genera la guerra, potremmo avere una ragionevole possibilità di una pace duratura.

Il suggerimento di Hull, secondo cui la guerra ha spesso una radice economica, è ragionevole data la posizione della Germania e del Giappone negli anni '30. L'embargo commerciale imposto dagli Stati Uniti contro il Giappone, inteso specificamente a ridurre l'espansione giapponese, può essere stata una delle cause principali per l'atteggiamento belligerante del Giappone.

Un altro osservatore ha concordato con questa posizione, dicendo che i rapporti economici scadenti fra le nazioni "si traducono inevitabilmente in guerra economica che sarà un preludio ad una guerra militare su scala più vasta."

Bretton Woods aveva l'intenzione originaria di appianare il conflitto economico, in riconoscimento dei problemi che provoca la disparità economica. Le nazioni alla riunione sapevano che questi problemi economici erano in parte responsabili della guerra stessa, e che la riforma economica avrebbe aiutato a prevenire guerre future.

A quel tempo, gli Stati Uniti erano senza dubbio la nazione più potente del mondo, sia militarmente che economicamente. Dato che i combattimenti non ebbero luogo sul suolo americano, il paese costruì la sua potenza industriale durante la guerra vendendo armi ai suoi alleati. La produzione nel 1945 era due volte quella dell'intero quadriennio 1935-1939.

Grazie al loro predominio economico, gli Stati Uniti ottennero la leadership a Bretton Woods. E' anche importante notare che gli Stati Uniti all'epoca possedevano l'80% delle riserve auree del mondo. Di conseguenza gli Stati Uniti avevano ogni motivo per accettare l'uso del gold standard al fine di organizzare le valute del mondo e di creare e favorire il libero scambio. Il gold standard si è evoluto nel corso di un periodo di centinaia di anni, passando attraverso varie forme: pianificato da una banca centrale, dal governo, o da un comitato di imprenditori.

Durante la maggior parte del XIX secolo, il gold standard ha dominato il cambio delle valute. L'oro ha creato un tasso di cambio fisso tra le nazioni. L'offerta di moneta era limitata alle riserve auree, così le nazioni prive di oro erano tenute a prendere in prestito denaro per finanziare la produzione e gli investimenti.

Quando era in vigore il gold standard, è vero che la somma netta del surplus e del deficit commerciale era pari a zero, perché i conti infine venivano saldati in oro — ed anche il credito era limitato. Nel sistema monetario fiat di oggi è il credito (e non l'oro) che determina la quantità di denaro che un paese può spendere. La potenza economica non viene più dettata dalle riserve auree, ma dal potere di indebitamento di un paese. Il deficit commerciale ed il surplus commerciale sono "in equilibrio" solo in teoria, perché la disparità tra le due parti è finanziata con il debito.

I tassi ancorati — il valore della valuta al valore dell'oro — mantenevano ragionevole la politica economica, la quale era basata sulla produttività e sulle riserve d'oro di una nazione. A seguito di Bretton Woods, il tasso ancorato venne formalizzato da un accordo tra le principali potenze economiche del mondo.

Il concetto era buono. Tuttavia, il dollaro divenne la valuta internazionale e le altre nazioni ancorarono le loro valute al dollaro piuttosto che al valore dell'oro. Il risultato effettivo di Bretton Woods fu quello di sostituire il gold standard con il dollar standard. Una volta che gli Stati Uniti legarono il dollaro all'oro al valore di $35 l'oncia, l'intero sistema si stabilizzò, almeno per un po'. Dal momento che il dollaro era convertibile in oro e le altre nazioni ancorarono le loro valute al dollaro, si venne a crare uno pseudo-gold standard.

L'economista britannico John Maynard Keynes rappresentava la Gran Bretagna a Bretton Woods. Keynes preferiva istituire un sistema che avrebbe favorito una crescita economica piuttosto che un sistema ancorato all'oro. Preferiva la creazione di una banca centrale internazionale e forse anche una moneta mondiale. Propose alla conferenza di perseguire tale obiettivo: "Trovare una misura comune, uno standard comune, una politica comune, accettabile da tutti e che non infastidisca nessuno."

Le idee di Keynes non vennero accettate. Gli Stati Uniti, nella loro posizione economica di primo piano, preferirono il piano offerto dal loro rappresentante, Harry Dexter White. La posizione degli Stati Uniti aveva lo scopo di creare e mantenere la stabilità dei prezzi, piuttosto che una crescita economica. Di conseguenza, il progresso del Terzo Mondo sarebbe stato raggiunto attraverso prestiti e investimenti nelle infrastrutture attraverso il FMI, che venne incaricato di gestire i deficit commerciali al fine di evitare la svalutazione della moneta.

Unendosi al Fondo Monetario Internazionale, ad ogni paese veniva assegnata una quota di commercio per finanziare lo sforzo internazionale, preventivato in origine a $8.8 miliardi. La disparità tra i paesi doveva essere gestita attraverso una serie di prestiti. Un paese poteva prendere in prestito dal FMI che avrebbe agito come una banca centrale.

L'accordo di Bretton Woods non conteneva alcuna disposizione per la creazione di riserve. Si pensava che la produzione di oro sarebbe stata sufficiente per continuare a finanziare la crescita e che eventuali problemi di breve termine sarebbero stati risolti attraverso i prestiti.

Anticipando un volume elevato di domanda per tali prestiti, i partecipanti a Bretton Woods formarono la BIRS, elargendo ulteriori $10 miliardi (che sarebbero stati sborsati dai paesi membri). Gli accordi e le istituzioni che emersero da Bretton Woods, non erano adeguati per i problemi economici dell'Europa del dopoguerra. Gli Stati Uniti sperimentavano enormi surplus commerciali mentre il fardello del debito bellico europeo si faceva più pesante. Le riserve statunitensi erano enormi ed in crescita ogni anno.

Nel 1947 divenne chiaro che il FMI e la BIRS non avrebbero risolto i problemi economici del dopoguerra europeo. Per aiutare ad affrontare il problema, gli Stati Uniti istituirono un sistema per stimolare la ripresa economica tra i paesi europei.

L'European Recovery Program (meglio conosciuto come Piano Marshall) fu organizzato per dare sussidi ai paesi in modo che potessero portare avanti la ricostruzione. I problemi delle nazioni europee, secondo il segretario di Stato George Marshall: "Sono molto più grandi della loro attuale capacità contributiva, quindi devono ricevere un aiuto sostanziale o affrontare il deterioramento economico, sociale e politico."

Tra il 1948 ed il 1954, gli Stati Uniti diedero a 16 nazioni dell'Europa occidentale $17 miliardi in sovvenzioni. Credendo che gli ex-nemici Giappone e Germania sarebbero diventati i mercati futuri per le esportazioni degli Stati Uniti, vennero emanate politiche per favorire la crescita economica. Durante questo periodo, fece la sua comparsa la guerra fredda e la relativa corsa agli armamenti. L'URSS aveva firmato l'accordo di Bretton Woods, ma si rifiutò di aderire al FMI.

Pertanto le riforme economiche proposte si trasformarono, in parte, nella lotta tra il capitalismo ed il comunismo.

Divenne sempre più difficile mantenere l'ancoraggio del dollaro all'oro a $35 l'oncia. C'era un mercato aperto per l'oro a Londra, e le crisi ne influenzarono il valore. Il conflitto tra il prezzo fisso dell'oro fra le banche centrali ed il suo valore di mercato aperto, dipendevano dal momento. Durante la crisi dei missili di Cuba, per esempio, il valore dell'oro sul mercato aperto era di $40 l'oncia. La fede nel gold standard da parte dei leader degli Stati Uniti, iniziò a vacillare.

Il presidente Lyndon B. Johnson disse nel 1967 che:

L'offerta mondiale di oro non è sufficiente a far funzionare l'attuale sistema — perché l'uso del dollaro come valuta di riserva è essenziale al fine di creare la liquidità internazionale necessaria per sostenere il commercio mondiale e la crescita.

Nel 1968 Johnson approvò una serie di misure volte a ridurre il deflusso di oro dagli Stati Uniti. Nonostante ciò, il 17 marzo del 1968 una corsa all'oro fece chiudere il London Gold Pool in modo permanente. A questo punto era ormai chiaro che mantenere il gold standard sotto la configurazione di Bretton Woods non era più pratico. O il sistema monetario cambiava o il gold standard doveva essere rivisto.

Durante questo periodo, il FMI istituì i Diritti Speciali di Prelievo (DSP) per utilizzarli nel commercio tra i paesi. L'intenzione era quella di creare un tipo di sistema con oro cartaceo, sgonfiando la pressione sugli Stati Uniti in modo che potessero continuare a ricoprire il ruolo di banchieri centrali del mondo.

Tuttavia, ciò non risolse il problema; l'esaurimento delle riserve auree degli Stati Uniti andarono avanti fino al 1971. A quel tempo, il dollaro USA era sopravvalutato in relazione alle riserve auree. Gli Stati Uniti detenevano solo il 22% della copertura in oro delle riserve valutarie. I DSP agirono come un paniere di valute nazionali per scongiurare gli inevitabili squilibri commerciali.

Tuttavia Bretton Woods mancava di un qualsiasi meccanismo efficace per controllare la crescita delle riserve. Solo l'oro e l'asset degli Stati Uniti erano considerati seriamente come riserve, ma la produzione di oro era in ritardo. Di conseguenza, le riserve in dollari dovettero espandersi per compensare la mancanza di oro, causando un crescente deficit delle partite correnti negli Stati Uniti. La soluzione, si sperava, sarebbero stati i DSP.

Mentre nascevano questi strumenti, la loro efficacia di lungo termine poteva solo essere oggetto di discussione. Oggi i DSP costituiscono circa l'1% delle riserve non auree dei membri del FMI, e quando nel 1971 gli Stati Uniti uscirono dal gold standard, Bretton Woods smise di funzionare come un organismo monetario centrale.

In teoria i DSP — usati oggi su una scala molto limitata di transazioni tra il FMI ed i suoi membri — potrebbero rappresentare l'inizio di una moneta internazionale. Anche il nostro amico Jim Rickards pensa che sia probabile. Ma dato l'ampio uso del dollaro come piolo per tante valute in tutto il mondo, è improbabile che possa verificarsi un tale cambiamento prima che le circostanze la rendono l'unica scelta.

Il sistema di Bretton Woods crollò, in parte a causa dell'espansione eccessiva delle capacità di finanziamento degli Stati Uniti e di altri paesi membri in relazione alla quantità d'oro disponibile. In sostanza, gli Stati Uniti avevano dichiarato implicitamente il default.

Come ci ha detto Lewis Lehrman in una intervista nella sua casa nel Connecticut, co-autore di Case for Gold insieme a Ron Paul, il presidente Nixon: "Approvò un ordine esecutivo il 15 agosto 1971 ed annunciò 'Mi dispiace, noi non pagheremo i nostri debiti'."

Per i prossimi due minuti smettete di fare quello che state facendo e guardate il video qui sotto, ne vale davvero la pena. Vedrete il vero intento di Nixon nel voler rimuovere le "manette d'oro" dal polso degli Stati Uniti, in modo da poter spendere i vostri soldi...





Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 16 settembre 2014

I sindacati sono nemici del lavoro





di George Reisman


Molti americani, forse una sostanziale maggioranza, credono ancora che, indipendentemente da eventuali problemi che potrebbero aver causato, i sindacati sono un'istituzione che esiste nell'interesse personale dei salariati. Infatti molti credono che sono i sindacati che si frappongono tra il salariato medio ed una vita di salari di sussistenza, un orario di lavoro estenuante e condizioni lavorative terribili.

I sindacati e la popolazione ignorano quasi totalmente il ruolo essenziale svolto dal calo dei prezzi per raggiungere un aumento dei salari reali. Considerano degno di nota solo l'aumento dei salari monetari. Infatti nel nostro ambiente economico con un'inflazione cronica, trovare prezzi che in realtà calano è relativamente raro.

Tuttavia l'unica cosa che può spiegare un aumento dei salari reali in tutto il sistema economico, è un calo dei prezzi in relazione ai salari. E l'unico modo per realizzare una cosa simile è un aumento della produzione per lavoratore. Più produzione per lavoratore — una maggiore produttività della manodopera — serve ad aumentare l'offerta di beni e servizi in relazione all'offerta di manodopera che li produce. In questo modo, si riducono i prezzi in relazione ai salari e quindi aumentano i salari reali e gli standard di vita.

Ciò che fa aumentare i salari monetari in tutto il sistema economico, non coincide con ciò che fa aumentare i salari reali. Gli incrementi dei salari monetari sono essenzialmente il risultato dell'aumento dell'offerta di denaro e del conseguente aumento del volume complessivo della spesa nel sistema economico. In assenza di un aumento della produttività, l'espansione monetaria e la spesa vanno ad aumentare i prezzi più dei salari. Questo risultato può essere impedito solo se la produzione per lavoratore aumenta in contemporanea con l'incremento dell'offerta di denaro e dei volumi di spesa, di conseguenza in questo scenario i prezzi aumentano meno dei salari. La presenza di questi prezzi inferiori sarebbe stata cancellata se i protagonisti fossero stati solo l'aumento dell'offerta di moneta  e dei volumi di spesa.

Con poche eccezioni, i salari reali di tutto il sistema economico non salgono perché emergono salari monetari più elevati. In sostanza, salgono solo in presenza di una maggiore offerta di beni e servizi in relazione all'offerta di manodopera, abbassando i prezzi rispetto ai salari. La verità è che il miglioramento del tenore di vita viene percepito diversamente quando paragoniamo singoli salariati, uomini d'affari e capitalisti con i salariati medi. L'individuo lo percepisce attraverso il guadagno di più soldi. Il salariato medio lo percepisce attraverso prezzi più bassi.

Questa discussione vuole dimostrare che l'aumento dei salari monetari, per cui lottano i sindacati, non è affatto la fonte di un aumento dei salari reali. La fonte di un aumento dei salari reali è una produttività crescente della manodopera, che avviene sempre con un calo dei prezzi, non con l'aumento dei salari monetari.

Infatti, gli sforzi dei sindacati nell'aumentare i salari monetari sono profondamente contrari all'obiettivo di innalzare i salari reali ed il tenore di vita. Quando i sindacati cercano di elevare il tenore di vita dei loro membri mediante l'aumento dei loro salari monetari, questo sforzo si trasforma inevitabilmente in un tentativo di rendere artificialmente scarso il lavoro. Questo è il loro unico modo per aumentare i salari dei loro membri. I sindacati non hanno molto potere sulla domanda di lavoro, ma spesso esercitano un notevole potere sull'offerta di lavoro. E la loro tecnica per innalzare i salari prevede di rendere l'offerta di lavoro la più scarsa possibile, almeno nel particolare settore o attività di cui si occupa un determinato sindacato.

Così, ogni volta che possono, i sindacati tentano di ottenere il controllo sull'ingresso nel mercato del lavoro. Cercano di imporre programmi di apprendistato, o requisiti vari imposti dallo stato. Tali misure hanno lo scopo di abbassare l'offerta di manodpera in un determinato settore e quindi consentire di guadagnare redditi più alti a chi ha la fortuna di esservi ammesso. Anche quando i sindacati non riescono a ridurre direttamente l'offerta di manodopera, l'imposizione delle loro richieste per salari al di sopra del mercato ha l'effetto di ridurre il numero dei posti di lavoro in un determinato settore e, di conseguenza, l'offerta di manodopera.

Gli aumenti salariali artificiali imposti dai sindacati hanno come risultato la disoccupazione. Questa situazione si viene a creare quando è possibile una formazione rapida dei sindacati. Se, come negli Stati Uniti di oggi, la maggioranza dei lavoratori in uno stabilimento decide di voler essere rappresentata da un sindacato, allora i salari imposti dai sindacati saranno effettivi anche in quei settori senza sindacati.

I datori di lavoro nei settori senza sindacati si sentiranno in dovere di offrire ai loro dipendenti stipendi paragonabili a quelli percepiti dai lavoratori nel sindacato — anzi, forse addirittura ancora più elevati — al fine di impedire la loro sindacalizzazione.

Aumenti salariali diffusi vanno a trincerare un gran numero di lavoratori in numerose occupazioni, cosa che mette estrema pressione ai saggi salariali di qualsiasi area del sistema economico che rimane scoperta. A salari sufficientemente bassi, queste aree scoperte avrebbero potuto assorbire la fuoriuscita di lavoratori provenienti da altre aree. Ma le leggi del salario minimo impediscono a queste aree scoperte di far scendere abbastanza in basso i loro salari.

Per la maggior parte di coloro abbastanza fortunati da conservare i propri posti di lavoro, la conseguenza più grave dei sindacati è l'abbassamento o la riduzione drastica della produttività dei lavoratori. Con poche eccezioni, i sindacati sono in aperto contrasto con l'aumento della produttività dei lavoratori. E' come se fosse una questione di principio. Si oppongono all'introduzione di macchinari per risparmiare lavoro sulla base del fatto che essi provocano disoccupazione. Si oppongono alla concorrenza tra i lavoratori. Come ha sottolineato Henry Hazlitt, costringono i datori di lavoro a tollerare livelli occupazionali gonfiati, come ad esempio i fochisti, il cui ruolo è quello di spalare carbone sulle locomotive a vapore, che vengono riassegnati sulle locomotive a diesel. Impongono situazioni in cui la forza lavoro viene utilizzata in modo anti-economico per creare lavori, come la richiesta di svitare e avvitare quei materiali già adeguatamente avvitati. Impongono classificazioni dei lavoratori, e richiedono che gli specialisti siano impiegati per svolgere un lavoro che altri potrebbero fare facilmente — per esempio, richiedere le capacità di un imbianchino per riparare danni accidentali ad una parete commessi da un elettricista, i quali potrebbero essere facilmente riparati dall'elettricista stesso.

A chi comprende il ruolo cruciale svolto dalla produttività del lavoro nell'innalzamento dei salari reali, dovrebbe essere anche ovvio che la lotta dei sindacati contro l'aumento della produttività del lavoro li rende acerrimi nemici dell'aumento dei salari reali. Per quanto possa essere radicale questa conclusione, per quanto possa essere in contrasto con l'opinione prevalente dei sindacati stessi (i quali si considerano la fonte della crescita dei salari reali negli ultimi centocinquanta anni o più), il fatto è che nella loro lotta contro l'aumento del produttività del lavoro, i sindacati hanno combattuto attivamente l'aumento dei salari reali!

Lungi dall'essere i fautori del miglioramento del tenore di vita del lavoratore medio, i sindacati operano più o meno in totale ignoranza di ciò che effettivamente aumenta il tenore di vita del lavoratore medio. In conseguenza della loro ignoranza, sono responsabili delle disuguaglianze artificiali nei saggi salariali, della disoccupazione e dell'abbassamento dei salari reali e del tenore di vita del lavoratore medio. Tutte queste conseguenze distruttive ed anti-sociali derivano dal fatto che mentre le persone guadagnano più denaro attraverso l'aumento della produzione e dell'offerta complessiva di beni e servizi (cosa che riduce i prezzi ed innalza i salari reali in tutto il sistema economico), i sindacati aumentano i guadagni monetari dei loro membri facendo esattamente l'opposto. Riducono l'offerta e la produttività dei lavoratori, e quindi riducono l'offerta dei beni e dei servizi (aumentandone di conseguenza i prezzi) che i loro membri contribuiscono a produrre, andando a ridurre i salari reali in tutto il sistema economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 15 settembre 2014

Krugman e l'economia della vasca da bagno

L'economia keynesiana vive in un mondo di fiabe, in cui i deficit non contano e l'ammassarsi di debiti su debiti forma montagne verdi con tanti bei fiorellini. Nella realtà, gli economisti formati nelle aule universitarie vengono a contatto con queste sciocchezze quotidianamente e non tutti riescono a scamparvi. Basterebbe usare la logica, ma questa non è prerogativa comune a quanto pare. Infatti, non desta alcuno scalpore l'apparizione di articoli come questo in cui si dice chiaramente che il debito, in sostanza, non conta e che il trend previsto è del tutto "rassicurante". Addirittura sottoscrive le previsioni del CBO secondo cui il PIL nominale crescerà del 4.3% nei prossimi 25 anni! Questo significa luce verde per le spese del governo, il quale si ritroverà la giustificazione accademica per aumentare l'attuale deficit di bilancio. Cosa potrà mai andare storto? Il mercato dei prestiti automobilistici, ad esempio. E' passato quasi un anno ormai da quando il deterioramento di questi prodotti finanziari ha iniziato ad avanzare a passi da gigante, con ritardi nei ripagamenti e tassi di insolvenza in ascesa. La distorsione dei segnali economici da parte della FED ha creato un ambiente falsamente accomodante per la concessione di nuovo credito, e nell'ultimo anno Main Street si è unito di nuovo a Wall Street nei bagordi finanziari. Oltre alla bolla dei prestiti studenteschi, la bolla dei prestiti automobilistici è destinata a scoppiare e creare ulteriore scompiglio in un mercato ormai distaccato da fondamentali economici sani. Krugman ignora causa ed effetto, preferisce affidarsi a numeri e modelli econometrici pensando di poterli sostituire alla volontà di milioni di individui. In "The Use of Knowledge in Society", Hayek rimarcava la differenza tra informazione e conoscenza e la loro importanza nei processi di mercato. Senza proprietà privata non esistono prezzi sani, e senza di essi non esiste informazione; la conoscenza, invece, è un concetto qualitativo (piuttosto che quantitativo come l'informazione, poiché essa può essere parziale). L'imprenditorialità è qualcosa che si impara attraverso la propria esperienza ed il proprio piglio creativo, e non può essere trasmesso o insegnato al primo che passa. La pianificazione centrale crede di poterli manipolare entrambi. Così facendo è come se creasse una macchina senza freni (imprenditori) ed una strada senza segnali (prezzi). Finché non ci sarà comprensione di come funziona il mercato, l'interventismo ed il clientelismo continueranno a favorire i privilegiati a scapito del resto della popolazione... col beneplacito dei cosiddetti accademici.
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di David Stockman


E' una fortuna che Paul Krugman scriva una rubrica per quei lettori del New York Times che vogliono ascoltare la linea di partito senza tutto quel gergo da economisti ed equazioni. Quindi ecco una spiegazione direttamente dall'oracolo keynesiano: l'economia statunitense è in realtà una vasca da bagno gigante che soffre costantemente di perdite. Di conseguenza, il percorso per la prosperità è che lo stato — soprattutto la sua banca centrale — pompi nuova "domanda" nella vasca fino a che non sia piena fino all'orlo. Semplice.

Spesso ci sono persone che parlano delle nostre difficoltà economiche come se fossero complicate e misteriose, senza presentare una soluzione. Come ha sottolineato di recente l'economista Dean Baker, niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Enunciare quello che è andato storto, infatti, è assurdamente semplice: abbiamo avuto una gigantesca bolla immobiliare, e, quando è scoppiata, ha lasciato un buco enorme nella spesa. Tutto il resto sono note a margine.

E la risposta politica adeguata è stata semplice: riempire quel buco nella domanda.

È vero, la bolla immobiliare e del credito sono scoppiate. Ma questo è l'unico punto di contatto nel dibattito tra keynesiani ed austriaci. Questi ultimi considerano le bolle come un ampliamento artificiale dell'attività economica dovuto al credito a buon mercato e ad investimenti improduttivi che ne derivano.

Quando le bolle scoppiano, quindi, vengono eliminati — o per dirlo alla vecchia maniera, liquidati — la falsa redditività degli investimenti, la produzione, l'occupazione ed i redditi. Inoltre, la liquidazione è l'equivalente della rimozione di un cancro; viene rimosso un tumore maligno, ma non si riduce la ricchezza reale della società o il tenore di vita della popolazione.

La ragione di ciò è la legge di Say. Cioè, una domanda sostenibile deve scaturire dalla produzione; una "spesa" valida deve provenire dal reddito guadagnato nel processo di offerta di beni e servizi reali. Ciò include la spesa che viene finanziata attraverso i redditi attuali dei risparmiatori, e la spesa che viene finanziata dalle tasse sui produttori.

In tale contesto, il "denaro" è solo un intermediario: facilita gli scambi tra i produttori, ma non dà luogo ad una "domanda" incrementale indipendente da beni e servizi già consegnati. Di conseguenza, quando scoppia una bolla del credito non c'è perdita di domanda aggregata basata sulla produzione. Ciò che scompare è la domanda monetaria artificiale che è stata originariamente attivata dalla banca centrale e dal sistema finanziario, e non dall'economia produttiva di Main Street.

Pertanto, non c'era nessun "buco" da riempire dopo l'implosione della bolla immobiliare e creditizia nel 2008. La voglia di Krugman di "riempire quel buco" implica l'opposto della legge di Say. Vale a dire, abbraccia il concetto keynesiano di quella che potrebbe essere definita la "conservazione della domanda". Secondo questo ragionamento, la spesa che si è originata dal credito fiat deve essere preservata da stimoli monetari e fiscali, sempre e dovunque, attraverso nuove iniezioni di "domanda" artificiale.

Non c'è bisogno di molta fantasia, però, per vedere dove si va a parare — diritti verso l'elicottero che sgancia denaro. Nei sette anni prima dello scoppio della crisi finanziaria nel 3° trimestre 2008, il debito totale del mercato del credito è salito da $28 bilioni a $53 bilioni — o ad un tasso annuo del 9.2%.




Al contrario, il PIL nominale durante lo stesso periodo si è espanso di un "misero" 4.8% annuale, o alla metà del tasso di crescita del credito. Di conseguenza, proprio durante questo breve intervallo di 7 anni, il rapporto aggregato leva finanziaria/PIL si è espanso dal 2.7x al 3.5x. In breve, il boom della "domanda" della bolla immobiliare di Greenspan/Bernanke stava prendendo in prestito risorse dal futuro, e non veniva finanziato mediante la produzione corrente.




L'insostenibilità della crescita nominale del PIL finanziata da un rapporto di leva sempre crescente, è evidente ricorrendo alla semplice aritmetica. Supponete che l'enorme espansione del credito del 2001-2008 fosse una cosa buona e che il trend dovesse essere preservato per altri 7 anni, come recita il mantra keynesiano che segue il copione della conservazione della domanda. Anche se l'espansione del credito avesse perso rapidamente la sua efficacia durante l'ultima bolla (poiché ulteriore debito sfornava meno PIL ogni anno), supponete inoltre che il PIL nominale fosse riuscito a crescere dell'4.8% l'anno — paragonato al misero 2.4% attuale.

Sotto tali ipotesi, un "taglia e incolla" del trend 2001-2008 porterebbe entro il 2015 a $100 bilioni di debito nei mercati del credito su $20.6 bilioni di PIL. Il rapporto leva finanziaria/PIL si attesterebbe poi al 4.8x.

Inutile dire che il trend alimentato dal credito del 2001-2008 non potrebbe essere sostenuto senza un collasso economico e finanziario. Detto diversamente, il tasso di crescita della domanda diretto dalle politiche espansionistiche di Greenspan/Bernanke non potrebbe essere perseguito, e in primo luogo non dovrebbe essere attuato.

Ironia della sorte, la bolla immobiliare che il professor Krugman vuole preservare era in realtà la sua idea. Nel 2002 ha suggerito alla FED di sostituire la bolla dotcom con una bolla immobiliare. Ora propone che il "buco" lasciato dal crollo immobiliare venga riempito da un'espansione aggressiva negli investimenti pubblici, vale a dire, una bolla dei lavori pubblici.

In particolare, lo scoppio della bolla è stato (ed è tuttora) un buon momento per investire in infrastrutture. In tempi prosperi, la spesa pubblica per strade, ponti e così via concorre con il settore privato per le risorse. Dal 2008, tuttavia, la nostra economia è stata inondata da disoccupati (soprattutto lavoratori nel settore edile) e da capitale senza un posto dove andare (motivo per cui gli oneri finanziari del governo sono ai minimi storici). Mettere a frutto queste risorse inutilizzate per costruire cose utili, avrebbe dovuto essere un gioco da ragazzi.

Ma ciò che è realmente accaduto è stato esattamente l'opposto: un crollo senza precedenti nella spesa per infrastrutture. La spesa pubblica per le costruzioni (aggiustata all'inflazione ed alla crescita della popolazione) è scesa di oltre il 20% dall'inizio del 2008. In termini politici, ciò rappresenta una terribile piega; siamo riusciti ad indebolire l'economia nel breve periodo ed anche nel lungo periodo. Ben fatto!

Ecco la parte che il professor Krugman non ha menzionato. Abbiamo già avuto una bolla dei lavori pubblici! La spesa pubblica per le costruzioni è cresciuta ad un tasso annuo del 10% nel lasso di tempo fino al crollo del 2008. Il declino di cui si lamenta è modesto, e ancora riflette un tasso di crescita reale del 2% sin dal 1990. Riempire il "buco" con la prosecuzione delle opere pubbliche pre-bolla 2008, dunque, comporterebbe lo stesso tipo di cattivi investimenti e sprechi che sono scaturiti dalla bolla immobiliare.




Ecco gli stessi dati in dollari. Data la natura clientelare delle spese per opere pubbliche, è del tutto improbabile che una bolla in questo settore (raccomandata dal professor Krugman) possa andare a migliorare la ricchezza nazionale e gli standard di vita. Ma riempirebbe la vasca da bagno keynesiana, ed a quanto pare è esattamente quello che Krugman vuole.





[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 12 settembre 2014

L'ascesa del “Petro-yuan” e la lenta erosione dell'egemonia del dollaro

L'introduzione all'articolo di oggi sarà breve perché esso stesso dice molto. Voglio solo aggiungere un paio di notizie attraverso le quali poter capire a che punto è arrivato il processo di de-dollarizzazione tra le varie nazioni del mondo e come lo yuan ne sta traendo beneficio. Gli ultimi tre mesi, infatti, hanno visto una Russia in crescente contrasto con gli USA, il risultato è stato sfavorevole per il biglietto verde. Prima Gazprom inizia ad accettare pagamenti in yuan, poi l'Inghilterra concorda con la Cina swap di valute (e la Svizzera la segue a ruota), poi la Turchia rompe i rapporti con gli USA, infine i BRICS lanciano il loro veicolo di finanziamento estraneo al dollaro. Russia e Cina non hanno dimostrato teoricamente che un mondo senza dollaro è possibile, bensì quel mondo è già qui... nella pratica. Vediamo chi saranno i prossimi a salire su questo treno.
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di Ron Paul


Per 70 anni uno dei fondamenti del potere americano è stato il dollaro, il cui ruolo è stato quello di moneta più importante del mondo. Negli ultimi 40 anni la sua dominanza nei mercati energetici internazionali ha rappresentato la sua presunta inossidabilità. Oggi la Cina non solo sta diventando una potenza economica, ma anche un mercato importante per gli esportatori di idrocarburi nel Golfo Persico ed una minaccia per il predominio del dollaro nel mercato energetico — con profonde conseguenze per la posizione strategica dell'America.

Sin dalla seconda guerra mondiale, la supremazia geopolitica dell'America ha fatto leva non solo sulla forza militare, ma anche sulla posizione del dollaro come valuta di riserva mondiale. Dal punto di vista economico il primato del dollaro gli consente di godere di "enormi vantaggi", minimizzando il rischio di cambio per le imprese statunitensi. La sua reale importanza, però, è strategica: il primato del dollaro permette all'America di coprire i suoi deficit di bilancio e delle partite correnti stampando semplicemente più cartamoneta — questo è precisamente il modo in cui Washington finanzia il suo potere da oltre mezzo secolo.

Sin dagli anni '70 una colonna del primato del dollaro è stato il suo ruolo dominante nella determinazione dei prezzi del petrolio e del gas. Ciò mantiene alta la domanda mondiale di dollari. Alimenta anche la voglia di dollari da parte dei produttori di energia, cosa che rafforza la posizione del dollaro come asset di riserva a livello mondiale; inoltre, i dollari possono essere "riciclati" nell'economia degli Stati Uniti per coprire i deficit americani.

Molti ritengono che la preminenza del dollaro nei mercati dell'energia deriva dal suo status di valuta di riserva mondiale. Ma il ruolo del dollaro in questi mercati non è né naturale né una funzione della sua posizione dominante. In realtà, è stato progettato dai responsabili della politica statunitense dopo il crollo dell'ordine monetario di Bretton Woods nei primi anni '70, ponendo fine alla versione iniziale del primato del dollaro ("egemonia del dollaro 1.0"). Collegare il dollaro alla negoziazione internazionale del petrolio è stata la chiave per creare una nuova versione del primato del dollaro ("egemonia del dollaro 2.0") — e, per estensione, per finanziare altri quaranta anni di egemonia americana.



Oro ed Egemonia del Dollaro 1.0

Il primato del dollaro è stato sancito in occasione della conferenza di Bretton Woods nel 1944, dove gli alleati degli americani aderirono al progetto di Washington di un ordine monetario internazionale. La delegazione della Gran Bretagna — guidata da Lord Keynes — e quella di ogni altro paese partecipante, salvo gli Stati Uniti, preferiva la creazione di una nuova valuta emessa dal neonato Fondo Monetario Internazionale (FMI) come principale fonte di liquidità globale. Ma questo avrebbe ostacolato le ambizioni americane di un ordine monetario dollaro-centrico. Anche se quasi tutti i partecipanti preferivano l'opzione inglese, il potere schiacciante dell'America fece sì che alla fine prevalessero le sue preferenze. Così, sotto il gold exchange standard di Bretton Woods, il dollaro fu ancorato all'oro e le altre valute ancorate al dollaro, il che lo rese la principale forma di liquidità internazionale.

C'era, però, una contraddizione nella visione di Washington. L'unico modo in cui l'America poteva diffondere abbastanza dollari per soddisfare le esigenze di liquidità mondiali, era attraverso disavanzi nelle partite correnti a tempo indeterminato. Mentre l'Europa occidentale ed il Giappone si riprendevano e riconquistavano la competitività, questi deficit crescevano. Data la domanda crescente dell'America — per finanziare l'aumento dei consumi, l'espansione dello stato sociale e l'allargamento del suo potere nel mondo — l'offerta di moneta statunitense presto superò le riserve auree. Sin dagli anni '50 Washington lavorò per convincere o costringere i titolari di dollari stranieri a non scambiare i biglietti verdi con l'oro. Ma l'insolvenza non poteva essere scongiurata a lungo: nell'agosto del 1971 il presidente Nixon sospese la convertibilità dollaro/oro, ponendo fine al gold exchange standard; nel 1973 sparirono anche i tassi di cambio fissi.

Questi eventi sollevarono diversi interrogativi sulla solidità a lungo termine di un ordine monetario basato sul dollaro. Per conservare il loro ruolo di fornitori di liquidità internazionale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare ad accumulare disavanzi delle partite correnti. Ma questi deficit stavano andando fuori controllo, poiché l'abbandono di Bretton Woods si intersecò con altri due sviluppi: l'America divenne un importatore netto di petrolio nei primi anni '70; l'affermazione sulla scena mondiale dei membri chiave dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nel 1973-1974 generò un aumento del 500% del prezzo del petrolio, aggravando la pressione sulla bilancia dei pagamenti statunitense. Con il legame tra il dollaro e l'oro reciso ed i tassi di cambio non più fissi, la prospettiva di un deficit statunitense sempre più grande faceva germogliare preoccupazioni circa il valore di lungo termine del dollaro.

Queste preoccupazioni ebbero risonanza speciale tra i grandi produttori di petrolio. Sin dagli anni '20 il petrolio era prezzato in dollari sui mercati internazionali — ma, per decenni, venne utilizzata anche la sterlina negli acquisti di petrolio transnazionali, anche dopo che il dollaro la sostituì come valuta di riserva mondiale. Fino a quando la sterlina fu ancorata al dollaro e il dollaro era "buono quanto l'oro", il sistema era economicamente sostenibile. Ma dopo che Washington abbandonò la convertibilità dollaro/oro e il mondo passò da tassi di cambio fissi a fluttuanti, emerse la necessità di scegliere una nuova valuta per commerciare il petrolio. Con la fine della convertibilità dollaro/oro, i principali alleati dell'America nel Golfo Persico — lo Scià in Iran, il Kuwait e l'Arabia Saudita — finirono per favorire un cambio nel sistema dei prezzi dell'OPEC: dai prezzi denominati in dollari, alla loro denominazione secondo un paniere di valute.

In questo contesto, molti degli alleati europei dell'America volevano far rivivere l'idea (enunciata da Keynes a Bretton Woods) di fornire liquidità internazionale tramite una valuta emessa dal FMI — i cosiddetti "diritti speciali di prelievo" (DSP). Dopo che l'aumento dei prezzi del petrolio gonfiò i loro conti correnti, l'Arabia Saudita ed altri alleati arabi degli Stati Uniti spinsero affinché l'OPEC iniziasse la fatturazione in DSP. Inoltre guardavano con interesse le proposte europee per riciclare i petrodollari attraverso il FMI, al fine di incoraggiare la sua affermazione come fornitore principale di liquidità internazionale post-Bretton Woods. Ciò avrebbe significato che Washington non avrebbe più potuto continuare a stampare dollari per sostenere l'aumento dei consumi, l'incremento delle spese sociali e l'espansione della sua influenza globale. Per evitare tutto ciò, i politici americani dovettero trovare nuovi modi per incentivare gli stranieri a detenere quelli che ormai erano dollari fiat.



Petrolio ed Egemonia del Dollaro 2.0

A partire dalla metà degli anni '70 le amministrazioni degli Stati Uniti misero a punto due strategie. Una era massimizzare la domanda di dollari come valuta transnazionale. L'altra era invertire le restrizioni di Bretton Woods sui flussi di capitali transnazionali; con la liberalizzazione finanziaria, l'America poteva sfruttare l'ampiezza e la profondità dei suoi mercati dei capitali, e poteva coprire i suoi deficit di bilancio e delle partite correnti attirando capitali stranieri a costi relativamente bassi. Forgiare forti legami tra la vendita di idrocarburi e il dollaro era fondamentale su entrambi i fronti.

Per creare tali legami, Washington convinse i suoi alleati arabi nel Golfo a cedere la gestione della loro sicurezza agli Stati Uniti in cambio di un aiuto finanziario. Oltre ad infrangere le promesse fatte ai partner europei e giapponesi, l'amministrazione Ford spinse clandestinamente l'Arabia Saudita e gli altri produttori arabi a riciclare quantità sostanziali dei loro petrodollari nell'economia statunitense attraverso intermediari privati (in gran parte degli Stati Uniti), piuttosto che attraverso il FMI. L'amministrazione Ford chiese anche il supporto per le finanze tese di Washington, raggiungendo accordi segreti con l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti affinché le loro banche centrali acquistassero grandi quantità di titoli del Tesoro USA al di fuori delle aste normali. Queste disposizioni impedirono al FMI di spodestare gli Stati Uniti come principale fornitore di liquidità internazionale; inoltre contribuirono all'ampliamento dei deficit degli Stati Uniti, spalleggiato dal re-investimento di dollari esteri in America tramite i mercati finanziari privati e gli acquisti di titoli di stato statunitensi.

Pochi anni dopo, l'amministrazione Carter strinse un altro accordo segreto con i sauditi: Riyadh si impegnava ad esercitare la sua influenza in modo da garantire che l'OPEC continuasse a prezzare in dollari il petrolio. Tale impegno risultò fondamentale per ampliare l'egemonia del dollaro come valuta transnazionale nel mercato petrolifero. Col collasso del sistema dei prezzi amministrato dall'OPEC a metà degli anni '80, l'amministrazione Reagan suggerì che le vendite di petrolio transfrontaliere fossero fatturate in dollari. Prezzare il petrolio — e, più tardi, il gas — in dollari garantiva che le vendite di idrocarburi non solo fossero espresse in dollari, ma venissero anche saldate col biglietto verde, generando un costante sostegno alle domanda di dollari in tutto il mondo.

In breve, queste occasioni furono fondamentali nella creazione "dell'egemonia del dollaro 2.0". E sostanzialmente hanno retto finora, nonostante la periodica insoddisfazione araba per la politica mediorientale degli Stati Uniti, ovvero, l'allontanamento degli Stati Uniti da altri produttori del Golfo (l'Iraq di Saddam Hussein e la Repubblica islamica dell'Iran) e l'interesse per il "petro-Euro" nei primi anni 2000. I sauditi, in particolare, hanno difeso vigorosamente la tradizione di un prezzo del petrolio espresso in dollari. Mentre l'Arabia Saudita ed altri importanti produttori petroliferi ora accettano il pagamento in altre valute quando parliamo delle loro esportazioni di petrolio, la quota maggiore delle vendite mondiali di idrocarburi continua ad essere saldata in dollari, perpetuando lo status del dollaro come valuta transnazionale più importante del mondo. L'Arabia Saudita ed altri produttori nel Golfo hanno rispettato la loro parte dell'accordo acquistando grandi partite di armi statunitensi; la maggior parte ha anche agganciato le proprie valute al dollaro — un impegno che gli alti funzionari sauditi descrivono come "strategico". Mentre la quota dei dollari nelle riserve globali è scesa, il riciclaggio dei petrodollari aiuta a mantenerli la valuta di riserva mondiale.



La Sfida della Cina

Eppure la storia e la logica ci avvertono che le pratiche attuali non sono scolpite nella pietra. Infatti l'ascesa del "petroyuan" sta spronando il sistema monetario ad essere meno dollaro-centrico nei mercati internazionali dell'energia.

Mentre la Cina diventata uno dei principali attori sulla scena energetica mondiale, ha anche intrapreso una campagna di internazionalizzare della propria valuta. Una quota crescente del commercio estero della Cina viene espresso e regolato in renminbi; sta crescendo anche l'emissione di strumenti finanziari denominati in renminbi. La Cina sta perseguendo un processo di liberalizzazione dei capitali, essenziale per la piena internazionalizzazione del renminbi; inoltre sta permettendo una maggiore flessibilità ai tassi di cambio dello yuan. La Banca Popolare di Cina (PBOC) ora ha accordi di swap con oltre trenta banche centrali — il che significa che il renminbi già svolge efficacemente il ruolo di valuta di riserva.

I politici cinesi apprezzano i "vantaggi" di cui gode il dollaro; il loro scopo non è quello di rimpiazzarlo col renminbi, ma di posizionare lo yuan a fianco del biglietto verde come valuta transnazionale e di riserva. Oltre ai benefici economici (ad esempio, riduzione dei costi di cambio per le imprese cinesi), Pechino vuole — per motivi strategici — rallentare ulteriormente la crescita delle sue enormi riserve in dollari. La Cina ha visto aumentare la propensione americana a tagliare fuori i paesi dal suo sistema finanziario come strumento di politica estera, e si preoccupa che Washington possa farlo anche con lei; l'internazionalizzazione del renminbi può mitigare tale vulnerabilità. Più in generale, Pechino comprende l'importanza del dollaro per il potere americano; intaccandolo, la Cina può contenere un eccessivo unilateralismo degli Stati Uniti.

Da tempo la Cina ha inserito gli strumenti finanziari nel suo programma per accedere agli idrocarburi stranieri. Ora Pechino vuole che i principali produttori di energia accettino il renminbi come valuta transnazionale — il che include la risoluzione degli acquisti di idrocarburi in renminbi — e lo incorporino nelle riserve delle loro banche centrali. I produttori hanno motivo di essere ricettivi. La Cina, nel futuro prossimo, diventerà il principale mercato incrementale per gli idrocarburi del Golfo Persico e dell'ex-Unione Sovietica. Le aspettative di lungo termine sull'apprezzamento dello yuan facilitano l'accumulo di renminbi in termini di diversificazione del portfolio. E mentre l'America è vista sempre più come una potenza egemone in declino, la Cina viene vista come il suo sostituto per eccellenza. Anche per il Golfo arabo, che per tanto tempo ha fatto affidamento su Washington come suo garante della sicurezza, sarà più conveniente stringere legami con Pechino. Per la Russia i rapporti in deterioramento con gli Stati Uniti spingono una cooperazione con la Cina, contro quello che sia Mosca che Pechino considerano una potenza in declino, ma ancora pericolosamente instabile e nervosa.

Per diversi anni la Cina ha pagato con i renminbi alcune delle sue importazioni di petrolio dall'Iran; nel 2012 la PBOC e la Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti hanno istituito uno swap di valute da $5.5 miliardi, gettando le basi per saldare in renminbi le importazioni di petrolio da Abu Dhabi — un importante ampliamento dell'utilizzo del petroyuan nel Golfo Persico. L'accordo sino-russo da $400 miliardi sul gas che è stato siglato quest'anno, prevede il pagamento in renminbi per gli acquisti cinesi di gas russo; se completato, questo significherebbe un ruolo apprezzabile per il renminbi nelle transazioni relative al gas.

Guardando al futuro, l'uso del renminbi per saldare le vendite internazionali degli idrocarburi aumenterà sicuramente, accelerando il declino dell'influenza americana nelle regioni produttrici di energia. Inoltre, per Washington diventerà più difficile finanziare quelle che la Cina ed altre potenze considerano politiche estere eccessivamente interventiste — una prospettiva su cui la classe politica americana non ha ancora cominciato a riflettere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/