Di recente abbiamo assistito all'ennesima torsione della semantica per permettere all'Unione Europea di apparire quello che in realtà non è. Infatti la recente ondata di protezionismo, salvo condannare gli altri quando lo fanno nei suoi confronti e assolvere sé stessa quando adotta tale misura, mira a limitare lo tsunami di veicoli cinesi in Europa. Questa misura, infatti, è stata accolta con entusiasmo sia dalla stampa che dai commentatori indipendenti. Dato che il polo ARC sta ufficialmente prendendo forma, l'Europa si ritrova a dover ricorrere a misure progressivamente draconiane per trincerarsi al suo interno e non far fuggire i capitali dal continente. L’economia dell’area Euro ha un disperato bisogno di tornare in forma, essendo stata sedata per decenni dall’UE, paladina del protezionismo. Il corpus normativo di Bruxelles in materia climatica – probabilmente il più vasto impianto normativo della storia umana – persegue l’obiettivo di scoraggiare una concorrenza sgradita. E ci è riuscito, come dimostrano i persistenti avanzi commerciali. Da un lato, l’economia dell’area Euro subisce gravi danni a causa di questa linea di politica; dall’altro, in molti settori manca la concorrenza, il che incide negativamente sul ciclo dell’innovazione e sulla crescita della produttività. I sussidi agiscono come un veleno che ottunde l’intelletto. Attrarre genuinamente capitali internazionali significa che menti brillanti, investitori e imprenditori dovrebbero trovare qui condizioni migliori rispetto a quelle offerte dalle semi-dittature presenti nel mondo. Il fatto che ciò non accada è tragico, ma descrive bene il processo di declino generale di quell’entità culturale che chiamiamo Europa. Il protezionismo non può sostituire la competitività. È contraddittorio, se non addirittura distruttivo, lasciarsi sedurre da questo populismo spicciolo, sulla scia di quanto proposto da figure come Merz o Macron. La prosperità va conquistata attraverso la concorrenza, in una sorta di maratona economica. Anche la concorrenza estera è, senza dubbio, una compagna indispensabile in questo percorso. Gli europei sono gli unici responsabili della propria miseria economica. Chi per decenni si è cullato nella falsa illusione di una prosperità duratura, spalancando le porte a linee di politica di «decrescita», a un’economia statalizzata e all’immigrazione legata alla povertà, non deve stupirsi se la Cina fiuta l’odore di un cadavere.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-futuro-della-volkswagen)
Il Consiglio di Sorveglianza di Volkswagen ha di recente approvato all'unanimità il “Piano Futuro 2030” dell'azienda. Accelerando i tempi, Volkswagen non solo intende sottolineare la reale gravità della situazione, ma anche dimostrare di aver riconosciuto il pericolo e di voler riprendere il controllo della situazione. Il simbolismo è fondamentale in questi giorni, poiché i danni causati dalla strategia aziendale degli ultimi anni sono diventati evidenti come una ferita aperta. Il presidente del Consiglio di Sorveglianza, Hans Dieter Pötsch, ha descritto la decisione come la prova della determinazione del Gruppo a trasformarsi e a lavorare con tutte le sue forze per il proprio futuro a lungo termine e per la propria competitività. Ciononostante, rimane l'impressione che il percorso di consolidamento del Gruppo rappresenti più un collasso aziendale interno che una riduzione controllata delle dimensioni, il crepuscolo di un'era economica.
Entro la metà degli anni 2030, in tutto il mondo verranno eliminati 50.000 posti di lavoro. I piani sociali e le offerte di pensionamento anticipato rappresenteranno probabilmente la parte del leone di questa riduzione della forza lavoro. Si dice che Volkswagen si trovi ad affrontare una sovraccapacità produttiva di 500.000 veicoli in Europa. I costi di ristrutturazione per il Gruppo potrebbero ammontare fino a €10 miliardi. Volkswagen sta inciampando su ostacoli sociali che l'azienda stessa ha creato durante i periodi di prosperità: la legislazione tedesca sul lavoro impedisce un rapido adeguamento delle strutture aziendali alle condizioni del mercato e all'effettiva forza economica dell'azienda.
Per la Germania, in quanto polo industriale, le prospettive sono fosche: gli stabilimenti Volkswagen di Emden, Hannover e Zwickau, così come quello Audi di Neckarsulm, rischiano di essere vittime del piano di ridimensionamento del Gruppo. La decisione non è ancora stata formalizzata: entro la fine di giugno 2027, l'azienda intende chiarire il destino dei singoli siti. Dal 2031 al 2034, non ci sarà più un'assegnazione competitiva della produzione in questi stabilimenti, il che suggerisce che Volkswagen si stia preparando ad abbandonare i siti.
È sorprendente che, solo pochi giorni fa, l'amministratore delegato Oliver Blume avesse sottolineato, durante una visita allo stabilimento di Zwickau, che il sito avrebbe avuto, per usare le sue parole, le stesse opportunità di qualsiasi altro stabilimento in Europa. Blume, tuttavia, aveva già evidenziato la sua scarsa redditività rispetto ad altre sedi: secondo lui i costi del lavoro erano più del doppio rispetto a quelli di siti europei comparabili.
È qui che risiede il vero problema: Volkswagen non è più competitiva. Costi del lavoro eccessivi, costi energetici esorbitanti e una regolamentazione dilagante stanno spingendo non solo le case automobilistiche, ma l'intera produzione industriale ad abbandonare la Germania.
A Wolfsburg c'è effettivamente un bisogno urgente di intervenire. Il business in Cina, in particolare, è praticamente collassato. Complessivamente, il fatturato del primo semestre dell'anno in corso è diminuito leggermente, attestandosi a €158,1 miliardi. Il problema è che l'utile operativo è crollato dell'11,6% a €5,9 miliardi, lasciando un margine operativo imbarazzante e basso, pari ad appena il 3,8%. È il persistere del trend negativo a destare preoccupazione. Volkswagen, quindi, non ha solo un problema di vendite, ma soprattutto un immenso problema di costi. La possibilità che si stiano manifestando anche problemi di liquidità è stata dimostrata dalla vendita di Everllence, la controllata del Gruppo specializzata in motori di grossa cilindrata, precedentemente nota come MAN Energy Solutions: Volkswagen ha ceduto una quota di maggioranza alla società di investimento statunitense Bain Capital, ricavando €7,4 miliardi.
Volkswagen – e con essa l'intero settore automobilistico tedesco, nonché le industrie ad alta intensità energetica in generale – si trova con le spalle al muro. Come riporta il Bild, citando dati interni del Gruppo Volkswagen, i costi di produzione per veicolo nello stabilimento di Emden ammontano a €4.850, circa 4,5 volte la cifra corrispondente nello stabilimento cinese di Tianjin, dove si attestano a €1.078. Il costo della manodopera diretta per la produzione sarebbe di €74 all'ora a Emden, contro i €12 a Tianjin, un fattore di oltre sei.
Gli errori del passato emergono con particolare evidenza se si considera la produttività del lavoro. A Emden, il calcolo indica 29 veicoli per dipendente all'anno, contro i 51,3 di Tianjin. Ciò corrisponde a circa il 77% di veicoli in più per dipendente. Anche l'assenteismo per malattia presenta una differenza notevole nel confronto interno: a Emden il tasso è del 10,5%, contro l'1,0% di Tianjin. Questa cifra va ben oltre una semplice questione di politica del personale che incide sulle operazioni interne. Forse la spirale discendente in cui sono precipitati il Gruppo e l'intero settore ha già lasciato il segno sul morale dei dipendenti? In ogni caso, questo dato in particolare richiede un'interpretazione, proprio perché è così eclatante.
Le conseguenze dell'abbandono del nucleare in Germania e della continua espansione delle normative sul clima sono state ampiamente discusse in questo contesto. Nel loro insieme rappresentano un suicidio economico ideologicamente motivato, perpetrato da una società appagata e convinta del proprio successo, che ora si trova a dover assistere al progressivo smantellamento del proprio tessuto industriale, motore della prosperità, schiacciato dagli eccessivi costi dell'energia e del lavoro, dalla crescente regolamentazione e dalle spietate forze della concorrenza globale.
Volkswagen è diventata vittima della crescente pianificazione centralizzata a livello politico e della pervasività dell'ideologia ambientalista nel panorama aziendale. La lezione ora è chiara: il corporativismo e la dipendenza dalle direttive politiche non ripagano a lungo termine. Alla fine, come sempre, a pagare il conto sono altri, ovvero i dipendenti e gli investitori che avevano riposto la loro fiducia nel futuro della casa automobilistica.
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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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