La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
____________________________________________________________________________________
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-della-gratitudine-cio-che)
Se dovessi riassumere la mentalità dei newyorkesi che hanno eletto Zohran Mamdani a sindaco di New York, direi che vogliano qualcosa senza dare nulla in cambio e che a pagarne il prezzo siano i ricchi. Invece non otterranno nulla e ne pagheranno il prezzo con una qualità della vita peggiore.
La vittoria di Mamdani è stata lastricata di ingratitudine per le benedizioni che i newyorkesi ricevono quotidianamente. La mentalità che pretende “qualcosa in cambio di niente” dalla società non è solo un fenomeno politico, ma una profonda lacuna nella comprensione economica e nel carattere morale.
Frédéric Bastiat, nei suoi Sofismi economici, ha messo a nudo ciò che molti non comprendono: “Entrando a Parigi, che ero venuto a visitare, mi dissi: qui ci sono un milione di esseri umani, che morirebbero tutti in breve tempo se cessasse l'afflusso di ogni genere di viveri verso questa grande metropoli”.
Bastiat spiegò che la nostra “immaginazione” non riesce nemmeno a comprendere “la vasta molteplicità di merci” che dovevano entrare ogni giorno per impedire ai parigini di morire di fame. “Eppure”, sottolineò Bastiat, “in questo momento tutti dormono, e il loro sonno tranquillo non è disturbato nemmeno per un istante dalla prospettiva di una catastrofe così spaventosa”.
Quel testo fu scritto nel 1845; oggi la complessità dell'economia necessaria a mantenere in vita e in salute i parigini (e i newyorkesi) è aumentata esponenzialmente. Eppure, se esistesse un sondaggio Gallup che monitorasse il livello di gratitudine dei newyorkesi dal 1847 a oggi, scommetterei che essa sia diminuita.
Nel libro, Armonie economiche, Bastiat scrisse di una persona di modeste condizioni: “È impossibile non rimanere colpiti dalla sproporzione, davvero incommensurabile, che esiste tra le soddisfazioni che quest'uomo trae dalla società e le soddisfazioni che potrebbe procurarsi da solo se fosse ridotto alle proprie risorse”.
Considerato questo dato di fatto, l'ingratitudine è forse segno di una mente ignorante e arrogante? Dopotutto, come aggiunse Bastiat, “oserei affermare che in un solo giorno egli consuma più cose di quante ne potrebbe produrre in dieci secoli”.
Bastiat aggiunse con perspicacia che questo dono di ricchezze da parte di altri non avviene a spese di nessun altro: “Ciò che rende il fenomeno ancora più strano è che la stessa cosa vale per tutti gli altri uomini. Ciascuno dei membri della società ha consumato un milione di volte di più di quanto avrebbe potuto produrre; eppure nessuno ha derubato nessun altro”.
In breve, la mentalità “chi vince e chi perde” che alcuni usano per giustificare la loro ingratitudine è insensata. Naturalmente non sono solo i newyorkesi a mostrare questa mentalità illiberale e ingrata. Definisco questa mentalità “chi vince e chi perde” illiberale, perché è incompatibile con la mentalità “vincono tutti” necessaria affinché una società libera possa prosperare.
L'ingratitudine non è un problema nuovo per l'umanità. Nelle sue, Lettere sull'etica n°81, il filosofo stoico Seneca scrisse: “Vi lamentate di aver incontrato qualcuno di ingrato. Se è la prima volta, allora dovreste essere grati voi stessi alla fortuna o ai vostri sforzi”.
Esprimere gratitudine è gratificante per sé stessi. Seneca insegnava: “Dovremmo fare ogni sforzo per mostrare tutta la gratitudine di cui siamo capaci”. Non perché ne riceveremo una ricompensa, ma perché “ogni virtù è la sua stessa ricompensa. Infatti, non si praticano le virtù per ricevere un premio: la ricompensa per un'azione retta è aver agito rettamente”.
Avendo coltivato una mentalità di gratitudine, Seneca assicurava: “Avete ottenuto qualcosa di meraviglioso [...] il miglior stato d'animo possibile [...] un cuore grato”.
Supponiamo che in questo momento non siate grati. Le parole di Seneca vi getteranno addosso un secchio d'acqua gelida: “Nessuno può godere della propria stima se non è grato agli altri. Credete forse che io stia dicendo che l'ingrato finirà per essere infelice? Non gli sto concedendo alcun tempo in più: è infelice proprio adesso”.
Se questo avvertimento non dovesse essere recepito, Seneca raccomandò con fermezza: “Dovremmo evitare l'ingratitudine non per il bene degli altri, ma per il nostro. Solo la parte più piccola e lieve della propria malvagità si riversa sugli altri; la parte peggiore – la più densa, per così dire – rimane nel vaso, soffocando chi lo possiede”.
Se la nostra ingratitudine ci sta “soffocando”, non sarebbe saggio fare qualcosa al riguardo?
Nel suo libro, Sui benefici, Seneca spiegò perché siamo ingrati: “Si tratta o di un'eccessiva considerazione di sé – la radicata debolezza umana di essere impressionati da sé stessi e dai propri successi – oppure di avidità o invidia”.
“Ognuno è generoso nel giudicare sé stesso”, osservava Seneca, “ed è per questo che ognuno pensa di essersi guadagnato tutto ciò che possiede [...] e che il suo vero valore non sia apprezzato dagli altri”.
“L'avidità”, spiega Seneca, “non permette a nessuno di essere grato. Nulla di ciò che ci viene dato è mai sufficiente a soddisfare le speranze indisciplinate; più riceviamo, più desideriamo”.
L'invidia, spiega Seneca, “è un'emozione più violenta e implacabile”. L'invidia “ci turba facendo paragoni” e “non difende mai gli interessi altrui, ma li antepone sempre a quelli di tutti gli altri”. Concentriamo “la nostra attenzione sulla fortuna di chi è più avanti di noi”.
Seneca credeva che “esistono molti tipi di persone ingrate, così come esistono molti tipi di ladri e assassini”. Sia chiaro, non tutti i newyorkesi sono ingrati, e non tutti gli ingrati risiedono a New York. Ovunque ci sono persone che negano di aver ricevuto i benefici di coloro che forniscono beni e servizi per loro conto. Seneca insegnava che “il più ingrato di tutti è colui che dimentica di aver ricevuto qualcosa”.
Come potremmo negare o dimenticare i benefici della vita moderna? Seneca spiegava: “Siamo costantemente presi da nuovi desideri; non consideriamo ciò che abbiamo, ma solo ciò che cerchiamo di ottenere”.
In breve, l'ingratitudine deriva da una distorsione fondamentale della percezione: la persona ingrata o sovrastima i propri meriti, o si concentra costantemente sui desideri inappagati, o si confronta invidiosamente con chi ha ricevuto di più, oppure si lascia talmente assorbire dalla ricerca di nuovi oggetti da dimenticare completamente i benefici ricevuti in passato. Ciascuna di queste cause cognitive riflette l'incapacità di percepire e apprezzare ciò che si è effettivamente ottenuto.
Poiché siamo troppo presi a contare ciò che crediamo ci sia dovuto, ignoriamo ciò che è sotto gli occhi di tutti. Ignoriamo i legami di reciproco vantaggio che ci uniscono e da cui dipende la nostra sopravvivenza. Il mondo di Mamdani è un mondo in cui gli ingrati prendono dagli altri e si lamentano ancora di volere di più. Se un mondo governato da “socialisti democratici” sembra insostenibile, è perché lo è.
Se scegliamo di essere un ego scontroso, mentalmente ristretto e ingrato, la nostra capacità di dare un senso alla nostra vita diminuirà di conseguenza.
Seneca ci ha lasciato questa guida per la vita: “È impossibile per chiunque provare invidia e gratitudine allo stesso tempo; l'invidia è ciò che provano i lamentosi e i malinconici, ma la gratitudine è accompagnata dalla gioia”. Seneca incoraggiava coloro che coltivano la gratitudine a essere “ostinatamente ottimisti”, convinti che gli ingrati cambieranno atteggiamento. Senza questo ottimismo, avvertiva Seneca, “l'attività umana cesserebbe”.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


Nessun commento:
Posta un commento