giovedì 5 luglio 2018

Analisi del prezzo di Bitcoin, 5/7/2018

Nuova analisi tecnica del prezzo di Bitcoin con approfondimenti su ogni arco temporale del trend di prezzo, analisi degli indicatori di studio ed aggioranemnto dei nostri indicatori preferiti legati al movimento di prezzo di Bitcoin. È possibile consultare l'analisi al seguente indirizzo: https://www.yours.org/content/analisi-tecnica-del-prezzo-di-bitcoin--5-7-2018-68590d82f133


L'imminente crisi del debito europea





di Daniel Lacalle


La Banca Centrale Europea ha reso nota la fine del suo programma di acquisto di asset ed un possibile rialzo dei tassi prima del 2019. Dopo oltre €2,000 miliardi in acquisti di asset ed una politica di tassi d'interesse a zero, era anche ora.

Il massiccio programma di quantitative easing ha generato squilibri molto significativi ed i rischi superano i benefici.

Il bilancio della BCE è ora superiore al 40% del PIL della zona Euro.

I governi dell'Eurozona, tuttavia, non si sono affatto preparati alla fine degli stimoli. Proprio il contrario.

Gli stati dell'Eurozona spesso affermano che i deficit sono stati ridotti e i rischi contenuti. Tuttavia un esame più attento mostra che la maggior parte delle riduzioni dei deficit derivano dal minor costo del debito. La spesa pubblica della zona Euro è scesa a malapena, nonostante la minore disoccupazione e l'aumento delle entrate fiscali. I deficit strutturali rimangono ostinati e, in alcuni casi, invariati rispetto ai livelli del 2013.

I 19 Paesi dell'Eurozona hanno collettivamente risparmiato €1.15 miliardi in pagamenti di interessi sin dal 2008 grazie alla riduzione dei tassi della BCE e agli interventi di politica monetaria, secondo il quotidiano Handelsblatt. Il tutto a spese di pensionati e risparmiatori.

Tuttavia questa illusione di risparmio e stabilità di bilancio può rapidamente scomparire in quanto la maggior parte dei Paesi dell'Eurozona affronta massicce scadenze nel periodo 2018-2020 e ha sprecato anni preziosi di quantitative easing senza attuare forti riforme strutturali. Il cuneo fiscale è aumentato per le famiglie e le PMI, mentre le attuali spese degli stati sono scese di poco, la competitività è rimasta scarsa e migliaia di miliardi di euro in crediti in sofferenza hanno sollevato dubbi sulla salute del sistema finanziario europeo.


Le principali economie dell'Eurozona tra il 2018 e il 2021 hanno di fronte più di €2,100 miliardi in scadenze. Se a queste si sommano le minori entrate fiscali dovute al rallentamento economico e l'aumento della spesa pubblica a causa delle manie populiste, ci ritroviamo l'enorme rischio di una grande crisi del debito che nessuna banca centrale sarà in grado di contenere. In assenza di riforme strutturali, la zona Euro si trova di fronte ad una stagnazione in stile giapponese o ad una crisi del debito.


La BCE ha avvertito nel 2014 che "molti Paesi dell'area Euro non hanno approfittato delle condizioni economiche favorevoli prima della crisi per costruire un cuscinetto fiscale per le future recessioni". Sta accadendo di nuovo, ma stavolta è molto peggio, dato che il rapporto medio debito/PIL è salito a quasi il 90% e la spesa pubblica in rapporto al PIL rimane superiore al 40% con tassi d'interesse a zero e massicci acquisti di asset. La realtà è che la BCE è senza frecce nella sua faretra per affrontare una nuova crisi.

Dove dovrebbero trovarsi i rendimenti obbligazionari se la BCE non fosse il maggiore acquirente di obbligazioni nell'Eurozona? Non lo sappiamo per certo, dal momento che non esiste una domanda secondaria visibile a questi livelli. Al culmine del QE negli Stati Uniti, la Federal Reserve non è mai andata al 100% delle emissioni nette di bond del Tesoro. Oggi il programma della BCE è più di tre volte le emissioni nette. Ciò significa che non abbiamo idea di quale sia la domanda reale di mercato per le obbligazioni sovrane della zona Euro e quali siano i rendimenti richiesti dagli investitori.

Quello che sappiamo è che i rendimenti sarebbero decisamente più alti. Sarebbero necessari almeno 120 punti base oltre i rendimenti attuali per riflettere le aspettative di inflazione e avvicinare i rendimenti alla curva.

Naturalmente l'Eurozona non reagirà unitariamente all'aumento dei rendimenti. Al culmine della crisi dell'euro, il costo medio del debito della Spagna era del 3.4%, o quasi 300 punti base al di sotto dell'aumento dei rendimenti. Ma il ritorno dei rendimenti a livelli normalizzati probabilmente influenzerà la fiducia degli investitori, in quanto l'effetto placebo del QE scomparirà e i rendimenti torneranno alla realtà.

Nessun Paese nella zona Euro, tranne la Germania e forse l'Olanda, è pronto per la fine del QE.

I governi dell'Eurozona hanno speso tutti i benefici del QE in un aumento delle spese correnti e hanno mantenuto i deficit strutturali. Il miglioramento della spesa netta per interessi è stato sprecato in una maggiore spesa burocratica.

Ora la tendenza sta cambiando. Anche se la BCE decidesse di ritardare la fine del QE, la realtà è che i rendimenti dei titoli di stato ed i credit default swap stanno aumentando in sordina. Non solo per la crisi italiana, ma per l'evidenza di problemi irrisolti che tornano in superficie in Europa.

La parte peggiore di questa storia è che i governi in Europa probabilmente decideranno di aumentare le tasse per cercare di affrontare il crescente deficit derivante dal rallentamento dell'Eurozona, dovuto a minori entrate e alla fine delle politiche dei tassi a zero.

La combinazione di cunei fiscali più elevati, spese ostinatamente alte e deficit e tassi crescenti può rappresentare una tempesta perfetta per l'Europa, la quale probabilmente riporterà a galla il fantasma della crisi.

L'Europa ha deciso di affrontare la crisi nascondendo gli squilibri sotto un'enorme ondata di liquidità e gli stati hanno abbandonato tutte le riforme per scommettere tutto sulla politica monetaria. Ora è probabile che la realtà mostri il suo brutto muso. E nessuno degli stati in Europa è pronto ad affrontare una cosa del genere, perché non sono minimamente consapevoli dell'estensione del problema.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 4 luglio 2018

Somiglianze e differenze del bitcoin col gold standard





di Lawrence H. White


Molti commentatori hanno paragonato il bitcoin all'oro come bene d'investimento. "Può bitcoin essere l'oro del futuro?", si chiede un analista di portafogli. "Il bitcoin sembra sempre più destinato a sostituire l'oro come copertura contro l'incertezza", suggerisce un reporter di Cointelegraph.

Gli economisti, al contrario, sono più interessati a considerare in che modo un sistema monetario basato sul bitcoin si paragona ad un sistema monetario aureo. In un articolo degno di nota pubblicato nel 2015, George Selgin ha definito il bitcoin come una "commodity monetaria sintetica". Lo storico monetario Warren Weber nel 2016 ha pubblicato un interessante documento per la Bank of Canada dal titolo, “A Bitcoin Standard: Lessons from the Gold Standard”, dove analizza un ipotetico sistema monetario internazionale basato su bitcoin supponendo che "il bitcoin standard assomiglierebbe strettamente al gold standard" dell'era pre-prima guerra mondiale. Più di recente l'economista dell'Università di Chicago, John Cochrane, in un post sul suo blog ha caratterizzato il bitcoin come "una versione elettronica dell'oro".

In quali aspetti importanti il ​​sistema bitcoin e un gold standard sono simili? In quali altri importanti aspetti sono diversi?



Somiglianze e differenze

Bitcoin è simile ad un gold standard in almeno due modi.
  1. Sia il bitcoin che l'oro sono apolidi, quindi entrambi possono fornire una base monetaria internazionale che non è la creatura di nessuna banca centrale nazionale o ministero delle finanze.
  2. Entrambi forniscono una base monetaria che è limitata in modo affidabile nella quantità (questo è il fondamento per la caratterizzazione di Selgin), a differenza di una moneta fiat che una banca centrale può creare in qualsiasi quantità a suo piacimento.

Bitcoin e il gold standard sono ovviamente diversi in altri modi. L'oro è un bene fisico tangibile; bitcoin è una risorsa puramente digitale. Questa differenza non è importante per l'esperienza del cliente, in quanto la proprietà di (o il diritto a) un bene può essere trasferita online, o di persona, tramite app o carta.

I "front end" dei pagamenti sono praticamente gli stessi al giorno d'oggi. I "back end" possono essere diversi. I pagamenti in oro possono essere effettuati peer-to-peer senza il coinvolgimento di terze parti solo quando viene consegnata una moneta o una barra fisica. I pagamenti elettronici in oro richiedono un intermediario fidato. I pagamenti con bitcoin operano su un registro distribuito e possono essere eseguiti peer-to-peer elettronicamente senza l'aiuto di un istituto finanziario. In pratica, molte transazioni in bitcoin utilizzano i servizi di storage commerciale e provider di scambio come Coinbase.

La differenza più importante tra bitcoin e l'oro risiede nei loro meccanismi contrastanti di domanda e offerta, che danno loro livelli molto diversi di stabilità nel potere d'acquisto. Lo stock d'oro estratto viene lentamente aumentato ogni anno dalle miniere d'oro di tutto il mondo, ad un ritmo che risponde e stabilizza il potere d'acquisto dell'oro. Anche la domanda delle commodity (non monetarie) risponde al prezzo dell'oro e frenano i movimenti del suo valore. Il tasso di creazione di bitcoin, al contrario, è interamente programmato. Non risponde al suo potere d'acquisto e non c'è domanda di commodity.



Differenza nei meccanismi dell'offerta

Consideriamo l'offerta in modo più dettagliato. Nel corso del tempo la produzione annuale d'oro è stata una piccola percentuale (in genere dall'1% al 4%) delle scorte esistenti, ma non zero. Poiché è piccolo l'assorbimento dell'oro da parte degli usi non monetari da cui non è recuperabile (come le otturazioni dei denti che finiranno nelle tombe e rimarranno lì, a differenza dei gioielli), lo stock totale d'oro cresce nel tempo. Storicamente questo ha prodotto un tasso d'inflazione quasi nullo nei Paesi col gold standard.

Il numero di BTC in circolazione è stato programmato per espandersi al 4.0% nel 2017, ed è programmato per diminuire progressivamente in futuro e raggiungere lo zero nel 2140. A quel punto, supponendo che la domanda reale di possedere BTC cresca allo stesso tasso del PIL reale, il bitcoin mostrerebbe una leggera crescita nel suo potere d'acquisto, o equivalentemente vedremmo una moderata deflazione nei prezzi di beni e servizi denominati in BTC. (Il documento di Warren Weber arriva alle stesse conclusioni). Questo tipo di deflazione guidata dalla crescita è benevolo, ma la differenza è piccola tra una massa monetaria che cresce stabilmente al 3% l'anno e una allo 0% quando si parla di conseguenze reali sul benessere economico.

La differenza fondamentale nei meccanismi dell'offerta è da cercare nella variazione del tasso di produzione dell'oro monetario in risposta al suo potere d'acquisto, in contrasto con la non variazione in BTC. Un aumento del potere d'acquisto di BTC non provoca alcun cambiamento nella quantità di BTC nel breve periodo, o nel lungo periodo. Secondo l'ABC dell'economia, la curva dell'offerta per BTC è sempre verticale. (La curva dell'offerta, tuttavia, è programmata per spostarsi a destra nel tempo, sempre più lentamente, fino a quando non si ferma a 21 milioni di unità).

Al contrario, un aumento non transitorio del potere d'acquisto dell'oro determina a breve termine un piccolo aumento della quantità di oro monetario, incentivando i proprietari di oggetti in oro non monetari (gioielli e candelabri) a fondere alcuni di essi e monetizzarli (presumendo Zecche aperte) in risposta al crescente costo di opportunità e alla maggiore ricchezza dei proprietari. La curva dell'offerta a breve termine non è verticale. Ancora più importante, questo aumento determinerà un aumento molto più grande nel lungo periodo incentivando i proprietari di miniere d'oro ad aumentare la loro produzione. La "curva dell'offerta di lungo periodo" per l'oro monetario è piuttosto piatta. (Esaminerò più nel dettaglio le dinamiche del flusso dell'offerta nel Capitolo 2 del mio testo sulla teoria monetaria.)

Poiché la sua quantità è pre-programmata, lo stock di BTC è esente da shock nell'offerta, a differenza dell'oro monetario. Gli shock nell'offerta da parte di nuove scoperte d'oro sono stati esigui. Il più grande mai registrato è stato l'impatto congiunto delle ondate di oro californiane e australiane, che (secondo Hugh Rockoff) generarono insieme solo il 6.39% della crescita annuale nelle riserve mondiali di oro durante il decennio 1849-59, con meno dell'1.5% annuo d'inflazione nel corso di quel decennio. Come riferimento, la media dei tassi di crescita annuali nel periodo 1839-1919 fu di circa il 2.9%.



Offerta prevedibile

L'elasticità a lungo termine del prezzo dell'offerta dell'oro combinata con la piccolezza e l'infrequenza degli shock nell'offerta, faceva in modo che il potere d'acquisto dell'oro in un gold standard fosse più prevedibile, soprattutto oltre gli orizzonti decennali, rispetto al potere d'acquisto del dollaro fiat del secondo dopoguerra.

Come ho scritto in precedenza: "Con un gold standard, possiamo essere fiduciosi che il livello dei prezzi non si sposterà di tanto nei prossimi 30 anni, perché è limitato da forze di mercato impersonali. Qualsiasi aumento considerevole del livello dei prezzi (diminuzione del potere d'acquisto dell'oro), causato da una ridotta domanda di possedere oro, ridurrebbe la quantità d'oro estratto invertendo così il movimento del livello dei prezzi. Viceversa, qualsiasi riduzione considerevole del livello dei prezzi (aumento del potere d'acquisto dell'oro), causato da una maggiore domanda di possedere oro, aumenterebbe la quantità estratta invertendo in tal modo il movimento del livello dei prezzi".

Bitcoin non ha alcuna risposta di questo tipo. Non c'è da aspettarsi una controtendenza nel potere d'acquisto di BTC, e quindi il suo potere d'acquisto è molto più difficile da prevedere secondo un qualsiasi orizzonte.

Descrivendo l'offerta d'oro, Warren Weber scrive: "I cambiamenti nello stock mondiale d'oro sono stati determinati dalle relative scoperte minerarie e dall'invenzione di nuove tecniche per estrarlo". Così non è detto tanto bene. I cambiamenti nello stock mondiale d'oro monetario si verificano ogni anno in base alla normale estrazione mineraria. I miglioramenti tecnici nell'estrazione hanno determinato cambiamenti nel tasso di crescita (non del livello) dello stock.

Dal punto di vista storico, i cambiamenti nel tasso di crescita non erano drastici se paragonati ai cambiamenti nei tassi di crescita del dopoguerra. Il più delle volte i cambiamenti nei tassi di crescita dello stock d'oro si sono riequilibrati, accelerando il ritorno del potere d'acquisto dell'oro alla tendenza principale. Come notò Rockoff, alcune importanti miniere d'oro (come quella del Klondike nel 1890) e alcune importanti scoperte tecniche (come il processo al cianuro del 1887) emersero grazie all'elevato potere d'acquisto dell'oro all'epoca, il che diede un ulteriore incentivo per la prospezione e la ricerca.

La frase di John Cochrane citata sopra fa parte di un intero più grande: "È una versione elettronica dell'oro, e la variazione di prezzo dovrebbe essere un monito per gli economisti che desiderano un ritorno all'oro." In base al ritorno alla tendenza principale del potere d'acquisto dell'oro, e della mancanza di tale caratteristica da parte di bitcoin, possiamo vedere che la seconda parte della frase di Cochrane è errata.

Il meccanismo anelastico dell'offerta che produce variazioni di prezzo in bitcoin dovrebbe far riflettere coloro che prevedono che lo stesso diventerà un mezzo di scambio comunemente accettato. Non dice nulla sul potere d'acquisto dell'oro in un gold standard.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 3 luglio 2018

Ecco la vera definizione di recessione e non riguarda affatto il PIL





di Frank Shostak


Secondo il National Bureau of Economic Research (NBER), l'istituzione che monitora i picchi ed i minimi dei cicli economici:

Una recessione è un calo significativo e diffuso dell'attività economica che dura più di qualche mese, normalmente visibile nel PIL reale, reddito reale, occupazione, produzione industriale e vendite al dettaglio. Una recessione inizia subito dopo che l'economia ha raggiunto un picco di attività e finisce quando l'economia raggiunge il suo livello minimo.[1]

Secondo il NBER, poiché una recessione influenza ampiamente l'economia e non è limitata ad un settore, è opportuno prestare attenzione ad una singola misura dell'attività economica aggregata, ovvero, il PIL reale. Il NBER considera il PIL reale come la migliore misura dell'attività economica aggregata.

Sospettiamo che sulla base della definizione molto generale del NBER, la stampa finanziaria, come scorciatoia, abbia introdotto la definizione popolare di recessione inquadrandola in due trimestri consecutivi di calo del PIL reale. Inoltre, seguendo la regola dei due quarti di declino nel PIL, gli economisti non devono aspettare il verdetto finale del NBER, che spesso può richiedere molti mesi dopo la recessione.

Indipendentemente dal fatto che si adotti la definizione più ampia del NBER, o della versione abbreviata, queste definizioni non ci dicono niente in realtà.

Dopotutto, lo scopo di una definizione è stabilire l'essenza dell'oggetto dell'indagine. Sia il NBER che la definizione popolare non forniscono una spiegazione di cosa sia una recessione. Invece descrivono le varie manifestazioni di quest'ultima.



Il problema con la misurazione del PIL

Un altro grave problema con entrambe le definizioni è che la recessione è definita in termini di prodotto interno lordo reale (PIL), il quale rispecchia presumibilmente il totale dei beni e dei servizi finali prodotti.

Per calcolare un totale, devono essere sommate diverse cose; ma affinché possano essere sommate, devono avere qualcosa in comune. Non è possibile sommare frigoriferi ad automobili ed ottenere l'unità totale dei beni finali. Poiché la produzione reale totale non può essere definita in alcun modo, non può essere neanche quantificata. Per risolvere questo problema, gli economisti utilizzano la spesa monetaria complessiva per beni e la dividono per un prezzo medio di tali prodotti. Ma è possibile il calcolo di una media dei prezzi?

Supponiamo che vengano condotte due operazioni. Nella prima operazione un televisore viene scambiato per $1,000. Nella seconda operazione una camicia viene scambiata per $40. Il prezzo o il tasso di cambio nella prima operazione è di $1,000/TV. Il prezzo nella seconda operazione è di $40/camicia. Al fine di calcolare il prezzo medio, dobbiamo sommare questi due rapporti e dividerli per 2. Tuttavia $1,000/TV non è possibile sommarlo a $40/camicia, il che implica che non è possibile stabilire un prezzo medio.

Su questo tema Rothbard scrisse:

Pertanto qualsiasi concetto di livello medio dei prezzi comporta l'addizione, o la moltiplicazione, di unità di prodotti completamente diverse, come burro, cappelli, zucchero, ecc. Ed è quindi privo di significato e illegittimo.[2]

Poiché il PIL è espresso in termini di dollari, che sono aggiustati secondo un dubbio deflatore dei prezzi, è ovvio che le sue fluttuazioni saranno determinate dalle fluttuazioni della quantità di dollari pompata nell'economia. Quindi le varie dichiarazioni degli statistici statali riguardo il tasso di crescita dell'economia reale, non sono altro che un riflesso delle fluttuazioni del tasso di crescita dell'offerta di moneta.

Una volta che la recessione viene affiancata al PIL reale, non sorprende se la banca centrale sembri essere in grado di contrastare gli effetti recessivi che emergono. Ad esempio, facendo aumentare la quantità di denaro nell'economia, le azioni della banca centrale sembrerebbero efficaci poiché il PIL reale mostrerà una risposta positiva a questo pompaggio dopo un breve lasso di tempo. (Ricordate che i cambiamenti nel PIL reale riflettono cambiamenti nell'offerta di moneta). Si osservi che una volta che l'economia è espressa attraverso il PIL, la banca centrale sembrerà essere in grado di gestire l'economia (cioè, il PIL) mediante un adeguato mix di politiche.

Anche se si dovesse accettare che il PIL reale non sia una finzione e descriva la cosiddetta economia reale, vi è ancora un problema sul perché le recessioni siano di natura ricorrente. È possibile che vari shock causino questa recessione ripetitiva? Sicuramente ci deve essere un meccanismo che dia origine a questo evento ripetitivo...



La causa dei cicli boom/bust

In un mercato libero e senza ostacoli, potremmo immaginare che l'economia sarebbe soggetta a vari shock, ma è difficile immaginare un fenomeno di cicli boom/bust ricorrenti.

Secondo Rothbard:

Prima della rivoluzione industriale, verso la fine del XVIII secolo, non c'erano stati boom e depressioni periodicamente ricorrenti. Ci sarebbe stata un'improvvisa crisi economica ogni volta che un re avrebbe dichiarato guerra, o confiscato la proprietà dei suoi sudditi; ma non vi era alcun segno di fenomeni particolarmente moderni costituiti da oscillazioni generali e regolari nel mondo degli affari, espansioni e contrazioni.[3]

In breve, il fenomeno del ciclo boom/bust è in qualche modo collegato al mondo moderno. Ma qual è la connessione? Un attento esame ci rivela che il collegamento è in realtà il sistema bancario moderno, coordinato dalla banca centrale.

La fonte delle recessioni risulta essere il presunto "protettore" dell'economia: la banca centrale stessa.

Ulteriori indagini dimostrerebbero che il fenomeno delle recessioni non riguarda la debolezza dell'economia in quanto tale, ma la liquidazione di varie attività sorte sulla scia delle politiche monetarie accomodanti della banca centrale. Ecco perché.

Una politica monetaria allentata della banca centrale mette in moto uno scambio di niente per qualcosa, il che equivale a una deviazione di ricchezza reale dalle attività creatrici di ricchezza a quelle che la sprecano. Nel processo questa deviazione indebolisce i creatori di ricchezza, e questo a sua volta indebolisce la loro capacità di far crescere l'insieme complessivo della ricchezza reale.

L'espansione di quelle attività che si basano sulla politica monetaria allentata è ciò che possiamo definire un "boom" economico (o una falsa prosperità economica). Si noti che una volta che il ritmo dell'espansione monetaria si è rafforzato, indipendentemente da quanto sia forte e grande un'economia, si rafforzerà il ritmo della deviazione della ricchezza reale.

Tuttavia, una volta che la banca centrale restringe la propria posizione monetaria, ciò rallenta la deviazione della ricchezza reale dai creatori di ricchezza a coloro che la sprecano. Quelle attività nate grazie alla precedente politica monetaria accomodante, ricevono in questa fase meno sostegno dall'offerta di moneta. Finiscono quindi nei guai: emerge un fallimento economico o la cosiddetta recessione.

Indipendentemente da quanto sia grande e forte un'economia, una posizione monetaria più ristretta indebolirà le varie attività anti-economiche che sono sorte in seguito alla precedente politica monetaria allentata. Ciò significa che le recessioni, o i bust economici, non hanno nulla a che fare con la cosiddetta forza di un'economia, una maggiore produttività, o una migliore gestione delle scorte da parte delle imprese.

Ad esempio, a seguito di una posizione monetaria allentata da parte della FED, emergono varie attività per soddisfare la domanda di beni e servizi dei primi destinatari del denaro ex novo. Ora, anche se queste attività sono ben gestite e mantengono un controllo degli inventari molto efficiente, questo fatto non può essere di grande aiuto una volta che la banca centrale annulla la sua posizione monetaria allentata. Ancora una volta, queste attività sono il prodotto della posizione monetaria allentata della banca centrale. Una volta invertita la posizione, indipendentemente da quanto sia efficiente la gestione degli inventari, queste attività subiranno pressioni e rischieranno di essere liquidate.

Da quanto detto si può concludere che le recessioni sono la liquidazione delle attività economiche nate da una politica monetaria accomodante della banca centrale. L'intero processo recessivo viene messo in moto quando le banche centrali invertono la posizione precedente.

Abbiamo stabilito che le recessioni riguardano le liquidazioni di attività improduttive, ma perché sono ricorrenti? La ragione di ciò sono le politiche della banca centrale che mirano ad aggiustare le conseguenze non intenzionali che derivano dai suoi precedenti tentativi di stabilizzare la cosiddetta economia, cioè, il PIL reale.

A causa del lasso di tempo dovuto alle variazioni monetarie, alle variazioni dei prezzi e alle variazioni del PIL reale, la banca centrale è costretta a rispondere agli effetti delle sue precedenti politiche monetarie. Queste risposte agli effetti delle politiche passate danno luogo alle fluttuazioni del tasso di crescita dell'offerta di moneta e, a sua volta, ai cicli ricorrenti di boom/bust.



Conclusioni

Contrariamente al modo di pensare popolare, le recessioni, quando correttamente comprese, non sono una crescita negativa del PIL per almeno due trimestri consecutivi.

Le recessioni, che sono messe in moto da una posizione monetaria ristretta della banca centrale, riguardano le liquidazioni di attività sorte in seguito alle precedenti politiche monetarie allentate. Piuttosto che prestare attenzione alla cosiddetta forza del PIL reale per accertare dove si diriga l'economia, sarà più utile prestare attenzione al tasso di crescita dell'offerta di moneta.

Seguendo il tasso di crescita dell'offerta di moneta, si può accertare il ritmo dei danni all'economia reale che le politiche della banca centrale vi infliggono. Quindi l'aumento del ritmo di crescita dell'offerta di moneta dovrebbe significare che il ritmo della distruzione della ricchezza si sta intensificando. Al contrario, un calo del ritmo di crescita dell'offerta di moneta dovrebbe significare che il ritmo della distruzione della ricchezza si sta indebolendo.

Inoltre una volta compreso che la cosiddetta crescita economica reale, rappresentata dal PIL reale, riflette le fluttuazioni del tasso di crescita dell'offerta di moneta, diventa chiaro che un boom economico non ha nulla a che fare con un'espansione economica reale e sostenibile. Al contrario, tale boom riguarda una distruzione economica, poiché indebolisce il bacino della ricchezza reale, il cuore della crescita economica reale.

Quindi, nonostante dati "buoni" sul PIL, molti più individui potrebbero trovare molto più difficile riuscire a sbarcare il lunario.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] The NBER’s Business-Cycle Dating Procedure (NBER, 21 ottobre 2003).

[2] Murray N.Rothbard, Man Economy and State, Nash Publishing p. 734.

[3] Rothbard The Austrian Theory of the Trade Cycle and other essays, The Mises Institute, 1983.

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lunedì 2 luglio 2018

Non è la guerra commerciale ai tempi dei vostri nonni: la noncuranza scriteriata di Wall Street, Parte #3





di David Stockman


La guerra commerciale imbastita da Trump riflette l'eruzione del suo ego enormemente gonfiato, l'azione teatrale di una mente priva di conoscenza del commercio e dell'economia globale e che non riesce a concentrarsi su qualcosa di più lungo di un ciclo di tweet.

Ma il nostro scopo qui non è castigare Trump per la sua presunta "inadeguatezza" in questo tipo di lavoro. Maldestro o no, ora sta raggiungendo lo scopo reale della sua elezione: portare la falsa prosperità dell'era della Finanza delle Bolle ad una fine rovinosa.

Ed è qui che entra in scena la strabiliante noncuranza di Wall Street: la presunta convinzione che Washington andrà sempre a braccetto sulle note dell'indice S&P 500. Da quando il GOP si è piegato al TARP nel settembre 2008, il casinò ha ipotizzato che i politici siano pietrificati di fronte ad un panico finanziario e ritireranno rapidamente qualsiasi azione che minaccia le medie azionarie.

Questo è il motivo per cui il casinò presuppone che l'attuale strategia commerciale sia solo un altro modo di condurre le negoziazioni. Alla fine si arriverà ad una conclusione soddisfacente, consentendo in tal modo all'indice S&P 500 di continuare a salire.

L'ipotesi, a quanto pare, è che nessuno sul pianeta, nemmeno il nuovo imperatore rosso della Cina, osa scherzare con l'ascesa celeste del mercato azionario. Anche se Pechino minaccia di vendicarsi "immediatamente, intensamente (e) senza esitazione", il casinò pensa che sia solo il modo in cui la Cina adotta il vocabolario di Donald. Quindi non c'è niente da vedere qui: circolare e comprate durante i ribassi!

Ecco il punto, comunque: il problema dell'America a livello commerciale è solo un sintomo rispetto all'impoverimento di Main Street e al distruttivo sistema bancario centrale degli ultimi trent'anni. Tale marciume economico è cento volte più profondo delle esportazioni cinesi da $506 miliardi negli Stati Uniti rispetto ai soli $130 miliardi di importazioni dagli Stati Uniti in Cina.

Questa storia è pazzesca e non c'è nemmeno una remota possibilità che i negoziati commerciali possano migliorare i problemi di fondo.

Anche se Pechino sbattesse le palpebre (non probabile) ed abbandonasse i suoi dazi su soia, auto, prodotti chimici e aerei statunitensi in cambio di un alleggerimento dei nuovi dazi targati Zio Sam (diciamo al 10%) su elettronica cinese, robotica, aerospaziale e macchinari, la bilancia commerciale americana difficilmente potrebbe cambiare di un centesimo.

Questo perché il livello dei prezzi interni per l'elettronica e altri prodotti sottoposti a dazi provenienti dalla Cina aumenterebbe di circa la stessa percentuale (il 10%), poiché la Cina è in assoluto il fornitore marginale (costi più bassi). Questo ombrello tariffario al confine statunitense, a sua volta, significherebbe opportunità di quote di mercato (e persino guadagni imprevisti sulle attuali spedizioni di prodotti simili) per concorrenti non sottoposti a dazi come la Corea del Sud e Taiwan.

Il fuggi fuggi degli esportatori e degli importatori in relazione ai $150 miliardi di beni minacciati dai dazi da entrambe le parti, darà al racket della Beltway una nuova definizione. Gli avvocati, i lobbisti ed i consulenti di K-street non esiteranno a far ingrandire la proverbiale Palude. Detto in modo diverso, Donald ha ora scatenato uno sciame di lobbisti come la Città Imperiale non ha mai visto. Questo perché non c'è assolutamente nulla di più stupido di dazi per un singolo Paese in un'economia globale dinamica in cui gli Stati Uniti sono irrimediabilmente non competitivi su gran parte delle risorse da tassare.

A dire il vero, si suppone che i dazi diano ai produttori nazionali la possibilità implicita di aumentare il prezzo di vendita del 5%, 10% o 25% dei prodotti sottoposti ai dazi. Ma l'economia industriale americana è morta molto tempo fa e non tornerà più finché:
  1. i dazi di Trump affronteranno un assalto politico e legale inesorabile (il che è certo); e
  2. altri fornitori asiatici a basso costo possono accedere al mercato statunitense poiché non sottoposti ai dazi.

I principali concorrenti asiatici della Cina sbaveranno letteralmente davanti alla prospettiva di ottenere un aumento del 5%, del 10% o del 25% per i loro prodotti, a seconda di qualsiasi accordo finale con Pechino.

Inoltre se Trump approverà per intero i $150 miliardi di beni cinesi sottoposti ad un dazio del 25%, genererà un'occasione imperdibile per i fornitori stranieri (e interni) di gran lunga superiore al valore di $38 miliardi del dazio stesso.

La ragione è semplice: la Cina è un grande fornitore, ma non ha una quota di mercato del 100% sulla maggior parte dei prodotti. Tuttavia un dazio su una fonte di approvvigionamento sostanziale (marginale) tenderà ad aumentare i prezzi per l'intera lista di fornitori.

Ad esempio, la Cina fornisce circa $40 miliardi all'anno di telefoni cellulari (principalmente i-Phone) che rappresentano circa il 75% del totale. Ciò significa che il potenziale guadagno per tutti i $53 miliardi di fornitori da un dazio del 25% sarebbe di $13.3 miliardi, non solo i $10 miliardi sulle spedizioni dalla Cina.

Quindi se la Cina conta per un terzo della fornitura su tutta la lista di $150 miliardi da tassare, i mercati dei prodotti influenzati sarebbero di $450 miliardi. Le entrate "potenziali" per l'ombrello tariffario (cioè prezzi di vendita più elevati) ad altri fornitori sarebbero quindi di $113 miliardi, non $38 miliardi.

Come disse una volta il senatore Dirksen: "Un miliardo qui, un miliardo là, e molto presto si parlerà di soldi veri!"

E questo arriva al nocciolo della questione: contrariamente all'adorazione delirante di Wall Street per il presunto miracolo economico della Cina, lo Schema Rosso di Ponzi è in realtà un Paese spaventosamente totalitario che di recente ha bandito Winnie-the-Pooh da internet; e che ha appena conferito poteri quasi dittatoriali ad un bruto nazionalista che si considera l'incarnazione degli ultimi giorni di Mao Zedong stesso.

Quindi non pensiamo che Xi Jinping cambierà di fronte alla furia impetuosa di Donald. Pensiamo invece che un uomo politico che gestisce un'economia di comando e controllo si scanserà di fronte al disastro di Donald.

Per esempio, quando si tratta di prodotti su cui la Cina ha quasi un monopolio, non vediamo alcun motivo per credere che Pechino non ordinerà ai fornitori di congelare (o addirittura aumentare) i loro attuali prezzi di vendita in dollari al fine di minimizzare la perdita netta.

Pertanto nell'ultimo anno la Cina ha esportato $4.7 miliardi di videogiochi negli Stati Uniti, i quali rappresentano il 98% del totale. Non saremmo sorpresi se i consumatori statunitensi pagassero almeno il 25% in più per i loro videogiochi, o anche di più. Vale a dire, il 25% in più per coprire il dazio più eventuali ulteriori importi che Xi potrebbe decidere di chiedere ai fornitori cinesi per attutire i colpi che la Cina riceverà altrove.

Ad ogni modo, equivarrebbe ad un "Tante grazie, Donald!" tra i consumatori interni che verrebbero colpiti mentre farebbero sbellicare dalle risate Pechino. E lo stesso vale per i computer portatili: gli Stati Uniti importano $37 miliardi in computer portatili dalla Cina e rappresentano il 93% del totale. Quindi non pensiamo che la tassa sui computer targata Trump costerà alla Cina un decimo di entrate perse; il dazio fuoriuscirà direttamente dalle tasche dei clienti negli Stati Uniti.

Allo stesso modo, ci sono $1.3 miliardi di fan dei tetti dalla Cina, i quali rappresentano il 96% del totale e $625 milioni in parrucche, barbe false e sopracciglia finte, settore in cui la Cina fornisce il 93% delle importazioni totali. E non meno importante, ci sono $516 milioni in luci di Natale, dove la Cina è un fornitore per il 91%.

In tutti questi casi di quasi monopolio e centinaia di esempi simili, il "cliente", non i fornitori cinesi, pagheranno il trasporto. Il "cliente" in questione è Wal-Mart? Normalmente potremmo dire che il cliente finale pagherebbe la maggior parte del trasporto merci in un mercato libero ed onesto, ma non necessariamente in uno che è stato Amazonizzato.

Cioè, il mostro predatore di Seattle non ha alcun problema a vendere beni a costo basso o addirittura in perdita. Il suo modello di business si basa sul "pricing-to-destroy", non sul "pricing-to-profit". Eppure quale migliore opportunità per distruggere Wal-Mart, Target e il resto dei negozi fisici di quella che prevede scegliere i prodotti sulla lista dei dazi di Donald e venderli sottocosto (cioè, accollarsi una parte dei dazi) e scacciare eventuali concorrenti rimasti una volta per tutte?

Dall'altra parte la Cina dovrà affrontare attacchi alle sue attività di esportazione negli Stati Uniti, dove la sua quota di mercato è molto inferiore rispetto ai casi descritti sopra. Cioè, se la Corea del Sud o altri concorrenti fossero disposti a vendere a prezzi inferiori ai prezzi attuali più il dazio del 25%, i fornitori cinesi sarebbero costretti a perdere quote e volumi di mercato.

Ma ecco il punto: lo Schema Rosso di Ponzi è innanzitutto uno schema per l'impiego pubblico e solo dopo un'operazione di profitto, per niente basata sulla contabilità onesta. Quindi non pensiamo che Pechino rinuncerà ad un volume di esportazioni o a molti posti di lavoro basati sulle esportazioni.

Piuttosto richiederà agli esportatori di accollarsi le perdite o, meglio ancora, di trovare il modo di ridurre le tasse sulle esportazioni, o di concedere sovvenzioni. In quanto sovrano economico e dittatore, Xi dirà alle industrie colpite dai suoi dazi di ritorsione sui prodotti americani quando, dove e come accollarsi le perdite, se Pechino crede che sia tatticamente necessario per il bene più grande del regime comunista.

Al contrario, se Trump dice ai coltivatori di soia del Nebraska di provare con gli spinaci nel caso in cui perdano quote di mercato in Cina, il pasto in questione sarà composto da rabarbaro e sarà Donald a doverlo ingoiare.

Oltre a tutto ciò, non abbiamo nemmeno iniziato a parlare dei problemi di fondo del Paese. Donald ha indubbiamente ragione che l'economia cinese è composta da imbroglioni e ciarlatani di ogni genere. Eppure questo è esattamente il motivo per cui il "Made in China" diventerà improvvisamente "Made (principalmente) in Cina", e spedito da Singapore o dal Vietnam.

Cioè, il 90% dei prodotti che fabbricherà la Cina saranno verniciati, rivestiti, assemblati e imballati da qualche altra parte, perché un dazio del 25% è un potente incentivo negativo. Mantenere la produzione di base in un'economia controllata dallo stato giustificherà i costi e l'inconveniente di spedire prodotti semilavorati in Paesi terzi per il completamento a valore aggiunto.

Alla fine, i consumatori e/o i rivenditori americani verranno penalizzati; gli esportatori americani marceranno su Washington; i concorrenti della Cina cresceranno in termini di vendite; e Xi aggirerà l'ostacolo.

Eppure Donald pensa che farà del male a loro più che a noi. Dovremmo chiederci cosa stia fumando... In ogni caso, il problema commerciale degli Stati Uniti non può essere risolto da una guerra commerciale.

La vera causa è un'economia gonfiata da costi elevati a causa dell'inflazione inflitta dalla FED e affamata di investimenti produttivi a causa della dilagante ingegneria finanziaria nei piani alti delle grandi aziende.

Basterà per ora concentrarsi sull'ovvio: una nazione che ha accumulato $19,000 miliardi di deficit commerciali cumulativi sin dal 1980, non può far crescere le sue importazioni ad un ritmo quasi doppio rispetto alla crescita delle retribuzioni e dei salari. L'unico modo in cui il cerchio può essere quadrato è prendere in prestito.

Inutile dire che è così che stanno le cose esattamente. I salari e le retribuzioni totali delle famiglie americane ammontano attualmente a 3 volte il loro livello nel 1992, mentre le importazioni sono al 5X. Lo chiameremmo vivere al di là delle proprie possibilità, e anche questo è il frutto dell'attuale regime di pianificazione monetaria centrale.

Sono queste cause strutturali la vera ragione per cui Wall Street si sta dirigendo verso un gigantesco crollo e la guerra commerciale di Trump non sortirà alcun effetto positivo per il Paese.



[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/



=> Potete leggere la Parte 1 a questo indirizzo: https://francescosimoncelli.blogspot.com/2018/06/non-e-la-guerra-commerciale-ai-tempi.html

=> Potete leggere la Parte 2 a questo indirizzo: https://francescosimoncelli.blogspot.com/2018/06/non-e-la-guerra-commerciale-ai-tempi_28.html