venerdì 14 agosto 2020

La Modern Monetary Theory è solo l'ennesima variazione sul tema dell’economia neokeynesiana







Stephanie Kelson, una delle maggiori rappresentanti della Modern Monetary Theory, ha di recente pubblicato un libro in cui spiega la sua teoria economica. Questo articolo esamina ed indaga le basi fondamentali della MMT, che tra l'altro sono state spiegate dalla Kelton in un precedente video rilasciato l’anno scorso.



Introduzione

La Macroeconomia è diventata una vera e propria religione, la quale è tal punto aliena dalla realtà che i suoi adepti non riescono minimamente a concepire l'esistenza di un'economia reale; un fatto – questo – che non è mai stato così ovvio quanto oggi. Sebbene i macroeconomisti si ritengano essere degli esperti di economia, in realtà sono alla mercé di coloro che li tengono sul libro paga: un misto tra istituzioni statali ed istituzioni finanziarie con un non così velato interesse affinché non si indaghi a fondo le conseguenze delle politiche fiscali e monetarie. L’ultima creatura nata in questo mondo neokeynesiano è la “Modern Monetary Theory”, ossia la teoria che – in virtù della sua giustificazione all’intervento statale e all’espansione della quantità di valuta fiat – non rappresenta altro che la logica estensione del keynesismo.

Il libro di Stephanie Kelton, intitolato “Il mito del deficit: la Modern Monetary Theory e la nascita dell’economia per il Popolo”, è stato dato alle stampe martedì 9 giugno: “La brillante spiegazione della MMT cambierà radicalmente la nostra comprensione di come possiamo affrontare delle questioni importanti che spaziano dalla povertà, passando per la disuguaglianza e alla creazione di posti di lavoro, fino all’ampliamento della copertura del sistema sanitario, il cambiamento climatico e la costruzione di infrastrutture solidissime”.

Questa è la prima parte della descrizione che Amazon fa del libro. Se queste pretese di universalità fossero vere, i problemi economici del mondo potrebbero essere risolti facilmente; tuttavia dobbiamo mettere da parte le frasi commerciali e studiare la MMT in modo molto più serio.



La spesa in deficit è la soluzione della MMT ad ogni cosa

Un saggio breve sul tema non renderebbe giustizia ai temi esposti in un libro appena uscito (e, in questo senso, esistono dei revisori selezionati che ottengono delle copie in un tempo congruo per effettuare tale lavoro); pertanto mi limiterò a commentare la spiegazione che la Kelton ha fornito circa la MMT in un video del marzo 2019, mandato in onda dalla CNBC. Dal momento che stiamo dissertando di teoria economica, dovrebbe essere valido ancor oggi come si presume lo fosse un anno fa. Quindi possiamo presumere che il suo libro non sia altro che un’estensione dei punti trattati in quel video.

Se tali presupposti non sono giusti, allora il resto della teoria può tranquillamente essere ignorato e possiamo altresì asserire che il libro non fa altro che confondere i suoi lettori. Nel presente articolo andrò a rispondere a ciascuno dei punti trattati in quel video. Un ultima nota circa la notazione usata e le citazioni: “SK” sta per “Stephanie Kelton” e citerò alla lettera le sue parole, alle quali seguirà un breve commento.


SK

La MMT parte da una semplice assunto: il dollaro statunitense non è altro che un monopolio dello stato. In altre parole, la valuta degli Stati Uniti deriva dal governo statunitense e non può derivare da nessun’altra fonte. Quindi il significato di tutto ciò è che il governo federale non è come una qualsiasi famiglia o come qualsiasi privato. Se un’azienda privata o una famiglia volessero spendere, devono – prima di tutto – raccogliere del denaro, giusto? E il governo federale non può mai sperimentare una scarsità di moneta, non può mai affrontare un problema di insolvenza con delle obbligazioni che non può ripagare. In sintesi, non deve preoccuparsi affatto del raccogliere denaro per poter spendere.

Commento

In altre parole, la MMT è una riedizione della teoria della moneta statale resa famosa da George Knapp nel 1905; una teoria che, allo stesso tempo, ha permesso a Bismarck di finanziare la costruzione dell’arsenale militare tedesco prima della Grande Guerra, la quale – a sua volta – ha comportato l’iperinflazione tedesca che nel 1923 distrusse il marco. Non c’è alcuna novità in questa teoria, la quale presenta dei contenuti che sono stati da sempre sbandierati dagli inflazionisti di tutte le risme fin dalla prima apparizione delle valute fiat.

L’argomento in questa sede è un trucchetto molto usato dagli economisti per far credere ai loro interlocutori che la macroeconomia sia qualcosa che si trovi su un piano diverso (più alto) rispetto all’azione umana. L’asserzione secondo cui le finanze pubbliche si trovano a dover rispondere a regole completamente diverse rispetto a quelle private è vera solo se uno stato può coprire la sua spesa in deficit con l’espansione dell’offerta di moneta fiat. In ogni altro aspetto, la dinamica delle finanze pubbliche è regolata dalle stesse leggi finanziarie e monetarie che valgono per il resto degli esseri umani.

Ma lo stato non può stampare moneta indefinitamente: tale pratica può al massimo spostare il momento in cui la sua insolvenza diviene manifesta e solo nella misura in cui può sottrarre ricchezza dalla popolazione mediante la svalutazione della moneta. Più lo stato inflaziona, più deve farlo; fino al punto in cui – alla fine – si presenta il conto.


SK
 
Quindi il deficit alla fine importa: solamente che non come siamo stati abituati a credere. Penso che le persone ritengano il deficit come qualcosa da dover evitare a tutti i costi, pensano che non dovremmo fare deficit in quanto prova di irresponsabilità fiscale. Ma la verità è che il deficit può essere troppo grosso, la cui prova sarebbe fornita dalla presenza di inflazione. 
 
Commento

Qui la Kelton sta presumendo che lo stato possa controllare il grado di deficit finanziato con l’espansione monetaria. Ma lo stato potrebbe essere paragonato ad un tossico: una volta nel gorgo del denaro facile usato come pagamento per i propri debiti, è difficile farlo smettere dall’usare la droga monetaria quale fonte primaria di entrate.
 
Quello che la Kelton non ci dice è che il finanziamento inflazionistico della spesa pubblica comporta un costo: il trasferimento di ricchezza da coloro che hanno dei risparmi e dei redditi fissi in denaro fiat. I beneficiari di questa pratica sono il governo, le sue agenzie e gli "amici degli amici" (di solito le banche commerciali e le grandi imprese). In altre parole, la svalutazione della moneta mette in difficoltà le stesse persone che i suoi propugnatori pretendono di aiutare. 

Definendo l’inflazione come un “aumento generale del livello dei prezzi”, la Kelton presuppone che fino a che tali aumenti sono abilmente celati da tetti massimi agli stessi, lo stato può espandere la quantità di moneta a suo piacimento. Tuttavia tale affermazione è valida solo se lo stato è capace (o abbia la volontà politica) di restringere la quantità di offerta di moneta qualora l’obiettivo prefissato venisse raggiunto. 

Tra l'altro quest’ultimo punto si è dimostrato storicamente non vero, e ciò viene provato dal fatto che è stato cambiato il metodo statistico con il quale viene calcolata l’inflazione, il che ha reso necessario trovare un metodo alternativo. I calcoli realizzati da Shadowstats e dal Chapwood Index ci fanno concludere che il livello generale dei prezzi sia cresciuto ad un ritmo annuale molto più vicino al 10%, piuttosto che all’1,5 o al 2% (il tasso calcolato dagli econometrici al soldo del governo statunitense). Se prendiamo per buone queste stime indipendenti, l’evidenza ci mostra che l’inflazione può essere nascosta e quindi la proposizione della Kelton può essere invalidata.
 
Su qualsiasi piano lo si voglia analizzare, questa tesi della Kelton risulta essere completamente fallace. Per dirla in altro modo, l’inflazione non consiste né può essere misurata dal tasso di aumento del livello generale dei prezzi quanto piuttosto dal tasso di incremento della quantità di moneta. Un aumento nel livello generale dei prezzi è un sintomo e non la causa dell’inflazione. Questa parzialità nelle definizioni, qualche volta presa per buona inconsciamente (mentre altre volte in malafede), impedisce una profonda comprensione del fenomeno inflazionistico. Prendendoci in giro – e facendo la stessa cosa con sé stessa – la Kelton non sta facendo altro che dare credito alle teorie propagandate dagli economisti mainstream.


SK
 
Tuttavia il deficit può anche essere troppo piccolo per sostenere la domanda nell’economia, e il segnale è la presenza di disoccupazione. Quindi se per un attimo pensate al deficit statale come ad una differenza tra ciò che il governo spende e ciò che tassa, possiamo fare l’esempio di un governo che spende $100 nell’economia statunitense e tassa solo per $90. Questa differenza è ciò che noi chiamiamo deficit, registrato nei bilanci statali di fine anno. Quello che spesso dimentichiamo di fare è vedere che fine fanno quei $10, i quali sono ora in circolazione nell’economia grazie al deficit statale, senza il quale – probabilmente – sarebbero finiti da qualche altra parte. 
 
In altre parole, i deficit statali diventano i nostri surplus: quello che loro segnano in nero (le entrate) diventano le nostre uscite, così come quello che loro segnano in rosso (ossia le uscite) diventano le nostre entrate. Dobbiamo ricordarci di tutto ciò e porci, quindi, una semplice domanda: dovremmo forse espandere la politica fiscale? Bisogna fare dei deficit sempre maggiori per stimolare la crescita economica?
 
Commento
 
Credere che il deficit sia una soluzione alla disoccupazione è una teoria tanto diffusa quanto errata. Lo stato non ha la conoscenza imprenditoriale per allocare i beni capitali allo scopo di soddisfare i desideri dei consumatori e, per tale ragione, finisce sempre per soddisfare dei fini che sono diversi da quelli economici. Oltretutto, impiegando le risorse con logiche diverse da quelle di mercato (che, al contrario, allocano le risorse nel modo più efficiente), l’intervento statale si traduce sempre in un fardello per l’economia nel suo complesso, riducendo il potenziale economico di una società.
 
I macroeconomisti di tutte le risme credono che la spesa in deficit riesca a stimolare l’economia; questo perché non capiscono che l’espansione monetaria mette in moto il ciclo del credito. L’idea keynesiana era quella di usare la spesa in deficit allo scopo di ridurre l’impatto di un ciclo economico negativo e ridare fiducia agli imprenditori affinché tornassero ad investire. La riduzione nel rischio dell’attività creditizia incoraggia le banche ad espandere il credito, un mezzo di espansione monetaria autorizzato dallo stato. Invariabilmente i banchieri diventano avidi e quando il boom arriva alla fine della sua corsa, cominciano a realizzare che si sono accollati un rischio eccessivo. Quindi l’avidità dei banchieri si trasforma rapidamente in paura e il credito bancario si contrae, portando il sistema economico al bust. 
 
È da circa due secoli che avviene questo processo e una riforma strutturale dell’intero sistema bancario rappresenta una parte della soluzione, il cui completamento consiste nel perseguimento – da parte dei governi – di politiche di bilancio prudenti piuttosto che pericolose manovre che altro non fanno che peggiorare l’esplicitarsi del ciclo del credito. 
 
La tesi di base dietro quella che si configura come una vera e propria “fede macroeconomica” è che lo stato possa dare dei fondi al settore privato che – in altre condizioni – non avrebbe ricevuto. Tuttavia tutto ciò è una pura finzione. Supponiamo che il deficit venga finanziato dai risparmiatori: in questo caso l’economia soffre per la mancanza di fondi da destinare agli investimenti (i quali sarebbero quindi stati usati in un modo molto più produttivo); il regalo di $10 ipotizzato dalla Kelton non è altro che una mera redistribuzione degli stessi, in quanto finanziati dai risparmiatori. Alternativamente, se il deficit viene finanziato da un’espansione dell’offerta di moneta, la popolazione nella sua totalità paga per questo deficit scontando la perdita di potere d’acquisto dovuta alla svalutazione della moneta. 
 
 
SK
 
Quindi il giusto obiettivo della politica economica è quello di mantenere un’economia saldamente ancorata alla piena occupazione. Voi vi preoccupate di un’accelerazione nell’inflazione, ma gli economisti di tutto il mondo ritengono che a stimolare la crescita a lungo termine siano gli investimenti in cose come l'istruzione, le infrastrutture, la ricerca e lo sviluppo. Queste sono tutte cose che tendono ad accelerare la crescita della produttività in modo che il PIL reale possa essere, nel lungo termine, più elevato.
 
Lo stato può fare degli investimenti oggi, e quindi aumentare momentaneamente i deficit, e trovare dei modi per produrre di più nel futuro e infine ripagarlo.
 
Commento
 
La Kelton sostiene che lo stato dovrebbe ancorare l’economia alla piena occupazione. Al di là della nozione molto scivolosa insita nel concetto di “economia bilanciata”, costei sembra soprassedere circa l’esposizione di molte verità scomode. La prima è quella contenuta nella Legge di Say (che, come la maggior parte dei neokeynesiani, viene rigettata dalla Kelton), la quale descrive in che modo e perché operiamo in un sistema di divisione del lavoro e quindi perché ci specializziamo nella produzione di ciò che sappiamo fare meglio allo scopo di soddisfare i nostri bisogni e desideri. Ne consegue da questa Legge che se uno stato sottrae risorse derivanti dalla divisione del lavoro per mezzo della tassazione, spendendo tali soldi in ciò che esso (e non i consumatori) vuole e svalutando il mezzo di scambio mediante il quale tale divisione è possibile, allora il processo di miglioramento dell’essere umano è inevitabilmente compromesso. 
 
Non c’è bisogno dello stato per fornire istruzione, per costruire infrastrutture, o per operare nell’ambito della Ricerca&Sviluppo, attività che sono eseguite in maniera molto più efficiente da individui singoli desiderosi di cooperare gli uni con gli altri. I benefici di lungo termine, che vengono descritti dalla Kelton in termini di “produttività” o di “PIL reale”, non sono l’occupazione primaria dello stato. Con riferimento alla produttività, essa è compito degli imprenditori che – in un’economia libera – non fanno altro che cercare l’uso più efficiente dei beni capitali (tra i quali c’è anche il lavoro). 
 
Il PIL, inoltre, è soltanto una somma monetaria; e il deflatore che restituisce il “PIL reale” non serve a nessun altro scopo se non a quello di definire l’inflazione come un aumento nel livello generale dei prezzi. E perfino quest’ultima statistica è soggetta alla discrezionalità degli stati: se il tasso d'inflazione vero fosse vicino a quello calcolato da statistici indipendenti, come quelli succitati di Shadowstats e Chapwood Index, la prova dell’ampiezza del trasferimento di ricchezza dall’economia produttiva allo stato sarebbe visibile a tutti. 
 
Nello stabilire un livello appropriato di finanziamento a deficit, la Kelton sostiene che lo stato possa “assicurarsi che non vi sia un'accelerazione dell’inflazione”; non solo non esiste alcuna prova al riguardo, ma è anche contraddetta dal fatto che le banche centrali stanno tutte inflazionando senza limite alcuno. 
 
 
SK
 
Alla fin fine, quindi, è impossibile stabilire una precisa cifra al deficit da fare. Nessuno può sapere il punto oltre il quale il debito è “troppo”. Se guardiamo ai dati attuali del Giappone, possiamo osservare una nazione il cui rapporto debito/PIL ha raggiunto il 240%, dei numeri sicuramente superiori rispetto a quelli osservati oggi (o addirittura previsti) per gli Stati Uniti. E quindi la questione verte su come il Giappone possa sostenere un debito di questa magnitudine. Non dovrebbero avere un problema di inflazione? Non dovrebbero esserci, in conseguenza di ciò, dei tassi d'interesse più alti? Non dovrebbe tutto questo, in qualche modo, portare ad una distruzione totale del sistema economico? La risposta a tutte queste domande, come il Giappone ci dimostra da anni, è semplicemente una: no. Il rapporto debito/PIL del Giappone è vicino al 240%, quasi un quadrilione: è un numero davvero grande e nonostante ciò i tassi a lungo termine sono vicini allo zero. Non c’è alcun problema di inflazione e quindi – nonostante le dimensioni del debito – non ci sono conseguenze negative per l’economia. Penso che il Giappone ci impartisca un’importante lezione. 
 
Commento
 
Dopo la Seconda Guerra Mondiale vennero messi in piedi due sistemi monetari di successo:  quello della Germania (prima che confluisse nell’Eurosistema) e quello del Giappone. Entrambi condividevano le medesime caratteristiche: l’incoraggiamento e la preservazione dei risparmi, fattore che fu di vitale importanza nell’impostare la strada per la ripresa nel dopoguerra. La Germania ed il Giappone non adottarono politiche interventiste e perseguirono – in linea generale – delle politiche orientate al mantenimento di un denaro sano ed onesto. Gli osservatori esterni li ritenevano due esempi di miracoli economici, se comparati con la stagnazione tipica delle economie keynesiane e socialiste (tutte perse, queste, a procedere con una massiccia redistribuzione della ricchezza). La popolazione giapponese ha ancora una forte etica del risparmio, il che significa che quando la Banca Centrale giapponese espande l’offerta di moneta essa viene detenuta in banca dalla popolazione nel momento in cui la riceve: in questo modo vengono alimentati gli investimenti invece che l’inflazione dei prezzi dei beni di consumo. Questa è la ragione per cui il sistema economico del Giappone, nonostante le migliori [in senso ironico, ndt.] intenzioni dello stato per inficiarlo, mostra una piccola inflazione nei prezzi di consumo e una relativa stabilità. 
 
Usare il modello giapponese come base per effettuare una comparazione con l’economia statunitense è un esperimento molto pericoloso. 
 
 
SK

Pensate a cosa è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il rapporto debito/PIL degli USA era vicino al 125%. Se dovessimo parlarne nei termini in cui siamo abituati a parlarne oggi, dovremmo dire che si trattava dell’imposizione di un fardello economico sulle generazioni future, una pietra tombale sulla sicurezza della Nazione e tutti dovevamo strapparci i capelli e dire: "Pensiamo davvero che i nostri nonni siano un peso sulla generazione successiva a causa di tutti quei titoli di stato venduti durante la seconda guerra mondiale per vincerla e costruire la classe media più forte? Davvero pensiamo che sia un peso tutto ciò che ha prodotto il periodo più lungo di prosperità in tempo di pace?". È stata l’era d’oro del capitale: tutto ciò è nato sulla scia della seconda guerra mondiale la quale, aumentando in modo massiccio i deficit, ha aumentato l’ammontare del debito nazionale. E, naturalmente, la generazione successiva ha ereditato questi debiti; essi non sono oneri per costoro: i titoli di stato diventano i loro asset.
 
L'unico rischio potenziale con l'aumento nel tempo del debito nazionale è l'inflazione; e nella misura in cui non credete che gli Stati Uniti abbiano un problema di inflazione a lungo termine, non dovreste credere che gli Stati Uniti stiano affrontando un problema di debito a lungo termine.
 
Commento
 
È vero che durante la Seconda Guerra Mondiale il debito USA si sia enormemente espanso, ma ancora una volta la Kelton tralascia di dire alcuni fatti importanti (ed inconvenienti). In conseguenza del Piano Marshall e di altri finanziamenti effettuati nel dopoguerra da parte degli Stati Uniti – molti dei quali vennero erogati per tenere fuori le nazioni emergenti dalle grinfie e dalla sfera d'influenza dell’URSS – le aziende americane espansero le loro attività all’estero riportando poi indietro ricchezza, negli Stati Uniti. Venivano stampati dollari per le operazioni di export e non solo per ripagare i debiti fatti con guerre costosissime come quelle in Corea ed in Vietnam. Questo gioco di prestigio venne completamente messo a nudo alla fine degli anni Sessanta, quando il London Gold Pool rimase senza oro. 
 
L’accordo di Bretton Woods del 1944 legò il dollaro all’oro, permettendo alle banche centrali estere ed a certe organizzazioni transnazionali di domandare oro (in cambio di dollari) contenuto nei forzieri del Tesoro USA al tasso ufficiale di cambio a $35. Dopo l’implementazione dell’accordo, nel 1945, il Tesoro statunitense aveva ammassato 17.848 tonnellate d’oro; ammontare che nel 1950 raggiunse il totale di 20.279 tonnellate. Nello stesso anno l’offerta d'oro già estratta era stimata a 51.760 tonnellate, delle quali 31.096 erano usate per scopi monetari. 
 
In altri termini, nel 1950 gli Stati Uniti godevano di una posizione di monopolio sull’oro, visto che detenevano il 40% dell’offerta di metallo giallo già estratto. Questo permise agli Stati Uniti di nascondere i sintomi inflazionistici di un’espansione monetaria, a spese – ovviamente – delle loro riserve d’oro. La credenza secondo cui l’espansione del debito (che rappresenta un sintomo dell'espansione dell’offerta di moneta) sia stata e continui ad essere una forza benigna è quindi viziata alla radice; un fatto – questo – diventato particolarmente evidente nel momento in cui il presidente Nixon, nell’agosto 1971, annunciò la fine dell’accordo di Bretton Woods, evento a partire dal quale il dollaro ha perso il 98% del suo potere di acquisto. 
 
Oggi siamo privi della stabilità monetaria che veniva a stento preservata da quella foglia di fico di convertibilità in oro rappresentata dagli accordi di Bretton Woods; e le conseguenze quali l’esplosione a livelli astronomici dei debiti sovrani espressi in ogni valuta, ossia la politica economica sostenuta dalla MMT, finiranno per essere molto diverse da quelle avutesi nei periodi post-bellici. 
 
Quanto alla convinzione che, nel lungo termine, gli Stati Uniti non debbano affrontare un problema di debito ed inflazione, gli eventi attuali stanno indebolendo la veridicità di questa supposizione.
 
 
SK
 
Quindi la miglior difesa contro l’inflazione è l’attacco, ossia ciò che la MMT si propone di diventare; non a caso ritengo che essa sia estremamente sensibile ai rischi dell’inflazione. Non vedo nessun'altra scuola di pensiero macroeconomico che ponga una così grande attenzione ai rischi dell’inflazione come facciamo noi. 
 
Commento
 
La Kelton sembra contraddirsi in questa parte. Il contesto suggerisce che costei stia lanciando offese contro coloro che sono preoccupati dei rischi inflazionistici insiti nelle teorie della MMT. Tutto ciò sostenendo che la MMT stessa sia estremamente sensibile nei confronti dei problemi che sono impliciti nelle ricette di politica economica che essa stessa propone. 
 
Come detto precedentemente, la corretta definizione del fenomeno inflazionistico è un’espansione della quantità di moneta e non del suo più o meno misurabile effetto sui prezzi. La pretesa della Kelton di essere “estremamente sensbile” non può essere presa sul serio, a meno che essa non abbia come oggetto la quantità di moneta, non i prezzi.  Ma il fatto che abbia detto che la sua scuola di pensiero si preoccupa dell’inflazione più di quanto facciano le altre scuole, espone queste ultime – in maniera del tutto corretta, per altro – ad essere identificate come “inflazioniste”.
 
Su questo piccolo dettaglio possiamo essere d’accordo con la Kelton, sebbene ella sbagli nel non menzionare l’esistenza della Scuola Austriaca (in particolare, quella parte di teoria Austriaca esposta in maniera magistrale da Ludwig von Mises, il quale – sulla base di un ragionamento deduttivo e su una solida teoria economica – condannò a più riprese le politiche inflazionistiche); omissione – questa – che può essere spiegata dal fatto che quella della Scuola Austriaca non è una scuola di pensiero del filone keynesiano. Ma la Kelton, come tutti i keynesiani, non può conoscere l’esistenza della Scuola Austriaca, figuriamoci la di questa metodologia. 
 
 
SK
 
Quindi quello che vorremmo far passare è il seguente approccio all’economia: se – per esempio – siete membri del Congresso e state considerando un nuovo progetto di spesa, invece di pensare ai modi in cui questo nuovo progetto si aggiungerà al debito o al deficit, dovete pensare alle possibilità che questa nuova spesa possa creare inflazione. Quindi, invece di andare all’Ufficio Bilanci del Congresso e chiedere quali possano essere gli effetti di quel progetto sul debito pubblico nel corso del tempo, bisognerebbe andare lì (oppure da qualsiasi altra agenzia governativa) e dire: “Stiamo approvando un progetto miliardario per – ad esempio – realizzare delle infrastrutture. Questo è il nostro progetto di spesa che stiamo pianificando di realizzare nel corso dei prossimi cinque anni. Diteci se questo creerà qualche problema all’economia reale, valutate il rischio d'inflazione e dateci qualche risposta in merito alla fattibilità del progetto stesso”. Questo è il tipo di approccio “fiscalmente responsabile” che vorrei veder messo in pratica dal Congresso. 
 
Commento
 
La Kelton sostiene che la MMT presti più attenzione al rischio d'inflazione rispetto a qualsiasi altra scuola macroeconomica, salvo poi sostenere che il Congresso sia troppo preoccupato per l'inflazione; tutto ciò è, a dir poco, incoerente.
 
Il problema nelle previsioni da parte dell’Ufficio Bilanci del Congresso (così come da qualsiasi altra agenzia) circa gli effetti della spesa pubblica, risiede nel fatto che i necessari calcoli economici sono effettuati da burocrati ed amministratori che sono totalmente sprovvisti dei mezzi necessari allo scopo. Oltretutto gli economisti che vi lavorano sono assunti con il preciso scopo di trovare una giustificazione teorica all’ampliamento del ruolo dello stato nell’economia, con poca (o nessuna) esperienza nei settori non finanziari dell’economia privata. Pertanto hanno una limitata comprensione dei fenomeni economici. 
 
Quantificare il rischio d'inflazione dei prezzi – ossia la materia a cui sta facendo riferimento la Kelton – è impossibile: è ingenuo presumere che la quantità di denaro spesa in un progetto abbia degli impatti eterogenei che possano essere quantificati a priori. Presumendo, infatti, che questo progetto sia finanziato con mezzi diversi dai risparmi privati, tutta la spesa statale è in qualche misura inflazionistica e quindi diluisce il valore dell’offerta di moneta a vantaggio di alcuni ed a svantaggio di altri. Oltretutto si afferma spesso (erroneamente) che il debito pubblico acquistato dalle banche commerciali e poi non venduto alla FED rappresenti un investimento e non un finanziamento inflazionistico.
 
Ho dei seri dubbi sul fatto che qualche dipendente pubblico o i funzionari nel Congresso capiscano a pieno l’impossibilità di prevedere le conseguenze di una spesa in deficit, specialmente nel caso in cui queste previsioni si basano su dei modelli inappropriati. È chiaramente una cosa priva di senso economico dire che spendere mille miliardi di dollari su un progetto avrà impatti meno inflazionistici che spendere la stessa cifra su un altro.
 
Il Congresso preferirà sempre spingere per ottenere una maggiore spesa pubblica; e – indipendentemente da quello che possano dire l’Ufficio Bilanci o una qualsiasi altra agenzia governativa – ogni consiglio è destinato ad essere messo a tacere dalle vicende intrinseche al processo legislativo: questa è la base su cui poggia la politica, aiutata dalle politiche economiche di “pasti gratis” propugnate dalla MMT. 
 
 
SK
 
Quindi la domanda su cosa fare se l'inflazione diventa un problema è diversa, e penso che la prima cosa che bisogna fare è identificare quale sia il fattore scatenante; questo perché pensare che l'inflazione diventerà importante in futuro in ragione del fatto che ci sono troppe spese aggregate è davvero difficile da credere. Infatti se guardiamo alla storia economica, per quasi un secolo l'economia degli Stati Uniti non ha sperimentato quella che potremmo definire come “inflazione da domanda”. I tipi di inflazione che sono stati importanti negli Stati Uniti sono quasi sempre stati dal lato dei costi: ciò che definiamo difatti inflazione da costi, o "cost-push inflation". Questo fenomeno accade a causa di cose come gli shock di prezzo del petrolio. Si potrebbero vedere aumenti dei tassi d'inflazione a causa della componente abitativa o dell'assistenza sanitaria; quindi quando si pensa a come combattere l'inflazione, se essa deriva dagli aumenti dei prezzi dell'energia, probabilmente non si otterrà molto con la politica della FED (es. rialzo dei tassi) e nemmeno con un rialzo delle tasse. Si deve fare qualcos'altro che funzionerà, quindi rifiuto l'idea che la MMT riguardi l'uso delle tasse per combattere l'inflazione. Questa è una caratterizzazione errata di tutto ciò che abbiamo scritto, ma la gente lo dice sempre.
 
Commento
 
Abbiamo già parlato della fallace definizione di inflazione presentata dalla Kelton, la quale in questa parte conclusiva compie l’ulteriore errore di separare in due categorie i fattori scatenanti l’inflazione: quelli afferenti al lato della domanda e quelli afferenti al lato dell’offerta. L’errore, in questo caso, consiste nel non comprendere che il ruolo del denaro è consentire al consumatore una molteplicità di scelte mediante la comparazione in termini oggettivi di un bene rispetto ad un altro al fine di soddisfare i suoi desideri. Se salgono i prezzi del petrolio, le preferenze del consumatore si adatteranno alla situazione. Cambiamenti di questo tipo accadono in ogni momento, anche se avessimo un gold standard. La chiave per comprendere ciò che determina i cambiamenti dei prezzi è riconoscere che il consumatore effettua delle scelte comparando un bene con un altro: in questo senso, il denaro è solo un mezzo. 
 
La teoria della cosiddetta “inflazione da costi” espressa dalla Kelton si accorda perfettamente con quella che vuole i prezzi determinati dai costi di produzione, la quale, sebbene sia la base per i servizi monopolistici statali e per la teoria filosofica marxista, non ha assolutamente alcun fondamento nel mondo reale, governato dalle leggi del libero mercato. Al contrario, i sostenitori della MMT propagandano delle politiche economiche che non considerano affatto il consumatore come un attore capace di effettuare delle scelte e dove la quantità di moneta può essere espansa ad libitum al fine di consentire al consumatore di acquistare qualsiasi cosa egli desideri. Economicamente parlando, tutto ciò è privo di senso. 
 
 
 
Conclusione
 
Prendendoci qualche minuto per esaminare la teoria economica della MMT, alla fine scopriamo che c'è poco di nuovo in essa. Non aggiunge nulla alla macroeconomia neo-keynesiana tranne il suo estremismo. Martedì (9 giugno) il professor Paul Krugman ha twittato: “Concordo con la Kelton sul fatto che i deficit non rappresentino un problema. Ma lo posso capire adottando un approccio mutuabile dalla macroeconomia convenzionale, non dalla MMT. Qual è, quindi, il contributo della MMT?”
 
Proprio cosi.
 
La Kelton pronuncia delle affermazioni molto ingenue sui metodi mediante i quali si può controllare l’inflazione, definita da costei come un aumento nel livello generale dei prezzi. Viene posta una fede senza limiti nella capacità dello stato di governare l’economia, soprattutto per quanto riguarda la sua capacità di usare responsabilmente il denaro quale metodo per fare ciò. Tutto questo nonostante una solida teoria economica – unitamente all’evidenza empirica – provi il contrario. 
 
Può esserci, di conseguenza, una sola conclusione: la MMT è un effimera fede macroeconomica che ci dice molto sulla condizione psicologica di un sistema che sta esaurendo la sua potenza di fuoco.  È, forse, il sintomo di un’apoteosi finale della macroeconomia, la quale – in quanto disciplina – è in procinto di scivolare nel dimenticatoio sulla scia di un fallimento catastrofico, dopo il quale non potrà che essere totalmente rigettata. 
 
Le prove di una catastrofe finale per la macroeconomia sono in aumento. Decenni di crescente interventismo statale, alimentati dalle politiche economiche neo-keynesiane da cui la macroeconomia deve le sue origini, ci hanno portato al limite del più grande abisso economico dagli anni '30, e forse molto peggio. E lo strumento preferito della MMT per la gestione economica, la valuta fiat, quasi sicuramente non rimarrà tanto a lungo tra di noi.


[*] traduzione di Giordano Felici per Francesco Simoncelli's Freedonia: https://www.francescosimoncelli.com/


giovedì 13 agosto 2020

La nuova generazione dei piani di spesa europei: rafforzamento o indebolimento nel lungo termine?







Mentre i media generalisti, i partiti di destra/sinistra e il lettore di giornali medio celebrano il "denaro degli elicotteri" da Bruxelles, o la cosiddetta "UE di prossima generazione", i liberali classici si chiedono da dove arriveranno tutti questi soldi visto che sono preoccupanti sul potenziale impatto sulle generazioni future. Questo articolo non ha lo scopo di mettere in dubbio la capacità di Paesi fortemente indebitati, come la Grecia e altri, di ripagare i loro debiti crescenti in risposta agli effetti del COVID-19. La preoccupazione principale riguarda l'Unione Europea a lungo termine: ci stiamo dirigendo verso un ulteriore rafforzamento dell'UE o verso una crisi del debito che la potrebbe indebolire gradualmente?

Diamo uno sguardo più da vicino a cinque motivi per preoccuparsi.

1. Non si fa menzione del livello di disavanzo atteso o desiderato per quanto riguarda l'aumento della spesa dell'UE

I federalisti europei sostengono da molto tempo che l'UE sia meno dipendente dai finanziamenti degli stati membri, essendo autorizzata a prendere in prestito e tassare a livello dell'UE. Poco dopo il piano di risanamento da €2.000 miliardi suggerito dal Parlamento europeo (15/5/2020), nel loro accordo rivoluzionario il cancelliere Merkel e il presidente Macron hanno concordato su un nuovo numero: €500 miliardi.

Ora, sotto la presidenza tedesca, gli stati membri sono invitati a negoziare sulla base di una proposta di compromesso della Commissione per un importo totale di €750 miliardi.

Tuttavia la verità è che tutti gli inviti e le proposte per un cambiamento radicale nei piani di spesa dell'UE presentano un'ambiguità fondamentale. Da nessuna parte viene menzionato il costo atteso dell'indebitamento a livello dell'UE (obbligazioni) e del disavanzo di bilancio annuale previsto.

Gli unici fatti pubblicati nella proposta della Commissione sono:
  1. la formula matematica che calcola il capitale da disperdere in ogni stato membro
  2. i calcoli per le entrate previste dalle imposte supplementari a livello dell'UE insieme alle osservazioni che:
  • lo strumento sarà  "eccezionale e temporaneo", non ci saranno ulteriori prestiti dopo il 2024 (sul serio, chi potrebbe resistere alle richieste di politiche fiscali costanti una volta attuate, soprattutto se all'inizio dovesse verificarsi un tasso di crescita significativo?);
  • queste tasse potrebbero contribuire al ripagamento del debito, inoltre la Commissione dichiara che proporrà ulteriori metodi attraverso l'imposizione fiscale (oltre alle tasse già suggerite) tra il 2021-2027;
  • gli stati membri inizierebbero a rimborsare le obbligazioni emesse a nome dell'UE sulla base del loro tasso di partecipazione al bilancio dell'UE dopo il 2027 e, per garantire il consenso degli stati membri, gli sconti saranno eliminati più gradualmente di quanto era stato precedentemente pianificato.

2. Il disavanzo dell'UE sarà coperto in larga misura da nuove tasse, non da tagli alla spesa

Questo punto è essenziale. Se l'UE deve ricevere rating eccellenti sulle sue obbligazioni a lungo termine da parte delle agenzie di rating, le sue entrate devono essere sufficienti per onorare i suoi obblighi di prestito. Tuttavia, come nel caso della Grecia, e in netto contrasto con Cipro ed Irlanda, colmare i disavanzi eccessivi attraverso le tasse è una politica ben nota, soprattutto per i suoi risultati dannosi in termini di occupazione e tasso di crescita. Il defunto economista Alberto Alesina aveva mostrato in modo convincente come i tagli alla spesa, invece di un aumento delle tasse, siano una politica più efficiente e meno "costosa". Tuttavia questa opzione è fuori portata poiché la "visione politica" qui è per un nuovo debito: un debito "quasi federale".

3. Anche se nuove tasse dovessero essere approvate a livello dell'UE (il che non è affatto facile), potrebbero non aiutare ad innescare ulteriori deficit di bilancio e potrebbero invece danneggiare la competitività dell'economia

Dopo aver ottenuto l'esplicito sostegno politico a livello dell'UE sotto forma di risoluzioni del Parlamento europeo, la Commissione propone ora al Consiglio l'introduzione di una nuova tassazione a livello paneuropeo, in aggiunta alle imposte nazionali esistenti, con l'obiettivo di aumentare i ricavi da:
  • società di tecnologia digitale (che è possibile che abbiano evaso le tasse);
  • migliaia di aziende con un fatturato superiore a €750 milioni all'anno, in cambio dei loro vantaggi di "accesso al mercato comune";
  • tasse sull'ambiente.

Secondo i trattati, la tassazione, in quanto settore politico, è soggetta all'unanimità a livello di Consiglio in due fasi: all'inizio discussione per accettarla o meno come punto all'ordine del giorno, e alla fine come nuova proposta legislativa (se c'è accordo).

Attualmente la Commissione sta cercando di indurre gli stati membri a dare il via libera affinché 70.000 imprese ad alto reddito paghino una somma forfettaria annuale all'UE. Tuttavia la sfida non sarebbe solo quella di convincere gli stati membri che attualmente attuano politiche più liberali, come i Paesi Bassi, ma anche tutti quegli altri stati membri che applicano tax rate molto più elevati sulle società. Come potrebbero essere convinti tutti se temono una significativa fuga di capitali verso altre destinazioni più favorevoli rispetto al mercato dell'UE?

Inoltre l'ammontare previsto delle entrate fiscali può essere sopravvalutato. Ad esempio, in passato la Commissione aveva stimato una "digital tax" per portare €5 miliardi all'anno nelle casse dell'UE; ora questo ammontare è stato raddoppiato a €10 miliardi. Nell'applicare unilateralmente tale misura sul proprio territorio, la Francia ha raccolto €500 milioni all'anno. Siamo sicuri che l'UE abbia altre 20 economie di dimensioni simili a quelle della Francia per raggiungere l'obiettivo di €10 miliardi?

4. Non ci sono ricerche pubblicate, per non parlare di una Curva di Laffer, sulle ripercussioni di questa nuova normativa fiscale

Come prassi consolidata, la Commissione accompagna le sue proposte legislative mediante studi di valutazione sull'impatto che potrebbero avere. Tuttavia, a causa di questa crisi economica senza precedenti e della pressione di agire il più rapidamente possibile, non vi è stata alcuna revisione su questa tassazione aggiuntiva e sul suo impatto negativo riguardo la competitività dell'economia europea, o su quale dovesse essere il tax rate ottimale. Se già ci sono dubbi che la tassazione a livello dell'UE possa aiutare a finanziare un debito da €750 miliardi, come potrebbero evolvere le cose se questo debito aumentasse a €2.000 miliardi? Da notare che il Parlamento minaccia di porre il veto ai negoziati sul bilancio pluriennale dell'UE se le sue richieste non vengono soddisfatte.

5. I federalisti stanno discutendo se stiamo assistendo ad un "momento Hamilton", mentre al contrario è probabile che una crisi del debito dell'UE si sviluppi nel lungo termine

Nel 1790 Alexander Hamilton, il primo Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, ideò una soluzione innovativa ai problemi del debito degli stati del Nord introducendo il debito federale, il quale sarebbe stato coperto, come ci aspettiamo che accada in Europa ora, dalla tassazione federale (contro i desideri di Thomas Jefferson e James Madison).

Attualmente il commissario europeo per il Bilancio e l'amministrazione, Johannes Hahn, ritiene che questo non sia un "momento Hamilton" perché, come affermato in precedenza, il piano di imposte e spese proposto dall'UE è  "eccezionale e temporaneo".  D'altro canto, per i liberali come Guy Verhofstadt siamo sull'orlo di una transizione storica se i leader dell'UE decidono di sostenere livelli più elevati di indebitamento e tassazione a livello dell'UE.

La discussione tuttavia è fuorviante e incompleta se non consideriamo anche due differenze fondamentali tra gli Stati Uniti nelle sue origini e l'UE oggi.

In primo luogo, per decenni dopo l'emissione del debito federale negli Stati Uniti (fine XVIII secolo e inizio XIX secolo) il bilancio federale è risultato prevalentemente in eccedenza. Per raggiungere questo obiettivo gli Stati Uniti hanno implementato una varietà di opzioni politiche, tra cui la vendita di parti del territorio. Tuttavia in Europa oggigiorno la narrativa non è per politiche fiscalmente conservatrici, ma per (livelli sconosciuti di) debiti e deficit di bilancio.

In secondo luogo, negli Stati Uniti il ​​rapporto tra spesa pubblica (ovvero la combinazione dei livelli federale, statale e locale) e PIL era di circa il 35%. La sola spesa statale e locale variava dal 5% al ​​22% massimo del PIL. In altre parole si può sostenere che, nonostante il suo colossale debito, il governo federale avesse il potenziale per indebitarsi ulteriormente o creare un deficit di bilancio. Al contrario, la spesa del governo nazionale da sola in Europa è salita al 45% nel 2019. Altrettanto importante, in nessuno degli stati membri questo rapporto era inferiore al 30% del PIL, anche dopo il decennio di presunta "austerità" spesso denunciata dalla sinistra .

In poche parole, mentre quasi la metà dell'economia europea dipende dalla spesa pubblica, quali sono i margini per una spesa aggiuntiva di tipo federale? Questa discussione è lungi dall'essere teorica. Il noto "Piano Juncker", che ha sfruttato centinaia di miliardi di investimenti pubblici e privati, è riuscito solo a portare un aumento dello 0,9% del PIL nell'UE. Se l'Europa desidera recuperare l'improvviso calo del 10-20% del suo PIL attraverso un aumento della spesa pubblica, gli importi da prendere in prestito e le tasse da applicare potrebbero essere inversamente proporzionali alla capacità fiscale dell'UE e dei suoi stati membri nel suo complesso .

Conclusione: non c'è affatto bisogno di razionalizzare e giustificare una spesa europea a livello federale. Aumenti di debito, tasse e deficit in parallelo con i suoi stati membri non sono i segni distintivi di un rafforzamento dell'UE. Nonostante le migliori intenzioni, ciò non farà altro che innescare una crisi del debito che alla fine indebolirà l'UE.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


mercoledì 12 agosto 2020

L'economia di mercato è stata sostituita dall'economia di comando/controllo







L'epidemia di COVID-19 ha strappato il velo di ipocrisia a quella che ora possiamo definire un'economia di comando/controllo. Ha eliminato tutte le chiacchiere sull'esistenza di una vera economia di mercato. Stati e banche centrali ora creano sia la domanda che l'offerta. Salvataggi e sovvenzioni a profusione permettono alle società zombi di continuare a rimanere aperte, mentre il welfare state, il reddito di base universale e altre dispense assistenziali vengono distribuiti in modo che i cittadini possano acquistare i prodotti. A rigor di termini, questo è socialismo.

In Europa i programmi di acquisto di asset della Banca Centrale Europea (BCE) ammontano attualmente a €3.000 miliardi. Ciò esclude il suo recente programma di acquisto di emergenza da €1.350 miliardi, equivalente all'intero PIL della Spagna e notevolmente superiore a quello dei Paesi Bassi. Grande acclamazione è stata riservata al disegno di legge da $4.500 miliardi dell'amministrazione Trump e al programma da $2.300 miliardi della FED per "sostenere" l'economia. Le banche centrali del G7 hanno accumulato asset per $1.640 miliardi a marzo e prevedono di superare i $6.000 miliardi quando tutto sarà detto e fatto. In molti casi gli assegni previdenziali e le indennità di disoccupazione ora pagano più degli stipendi.

Ciascuno dei programmi di cui sopra inietta più denaro e credito rispetto al PIL di tutti i Paesi del mondo, ad eccezione solo dei tredici più grandi. Complessivamente si sommano a più del PIL di tutti i Paesi tranne Cina e Stati Uniti.

Quindi come siamo finiti in questa economia di comando/controllo?



Le basi della crescita economica

La crescita economica è alimentata da investimenti di capitale, imprenditorialità e innovazione. Questi fattori costituiscono i pilastri di base di economie in crescita, stabili e sostenibili. Quando gli investimenti di capitale e l'imprenditorialità vengono soffocati, viene uccisa di conseguenza l'innovazione e il progresso.

Il sistema economico viene bilanciato da tassi d'interesse e prezzi attraverso cicli di risparmio e consumo. I risparmi incoraggiano investimenti di capitale a lungo termine, che si traducono poi in incrementi di produttività lungo la catena di produzione. Durante il ciclo dei consumi, i profitti in conto capitale sui risparmi precedenti vengono spesi dai consumatori (risparmiatori) in prodotti migliori e più economici grazie ai precedenti investimenti di capitale finanziati coi loro stessi risparmi (sotto forma di prestiti).

In un'economia interventista il denaro buono e, per estensione, i buoni investimenti, sono scacciati dal "denaro cattivo" iniettato attraverso interventi perpetui. Con gli attuali livelli di quantitative easing e di spesa in deficit che si estendono a miliardi di miliardi in tutto il mondo, i risparmi produttivi vengono sostanzialmente annullati.



Rompere il mercato reale attraverso il denaro fiat

L'economia di comando/controllo sposta anche l'economia verso imprese meno competitive e più dispendiose. I salvataggi, il welfare ed i sussidi, per definizione, spostano il vantaggio competitivo verso individui improduttivi e corporazioni zombi, saccheggiando quindi chi è produttivo e redditizio.

La spinta incessante, con diversi acronimi, per iniettare denaro fiat e credito nel sistema provoca distorsioni strutturali attraverso un'allocazione errata delle risorse scarse all'interno dell'ambiente economico. Questa errata allocazione sposta le risorse dai loro usi più produttivi ad usi meno produttivi, spingendo i tassi d'interesse al di sotto dei loro livelli naturali — mantenendo in vita società zombi, progetti non realizzabili e penalizzando società e imprenditori innovativi e produttivi.

Individui produttivi e società redditizie ottengono vantaggi competitivi attraverso competenze, istruzione, parsimonia, innovazione, gestione eccellente e servizio dei clienti. Ma i programmi di "stimolo" e di salvataggio mirano a trasferire ricchezza ad individui improduttivi e società zombi, tassando chi invece è meritevole di rimanere in affari fino a farne scomparire artificialmente il vantaggio competitivo.

Uno di questi esempi è l'industria automobilistica, in cui le grandi società hanno ripetutamente avuto accesso a prestiti e sovvenzioni statali a condizioni favorevoli in modo da rimanere attive (ed inefficienti) al fine di "salvare posti di lavoro". Altri programmi come quelli della rottamazione (es. "cash for clunkers") in nome della "sicurezza" incanalano nuovi soldi (che servono da carota) e clienti verso i concessionari di automobili. Come abbiamo visto in numerose occasioni, le società automobilistiche mantengono una scuderia di lobbisti per garantirsi salvataggi statali e altri vantaggi dalla politica. Senza contare che ciò esclude i salvataggi indiretti garantiti attraverso le banche con accesso alle linee di credito della Federal Reserve. Le banche quindi acquistano quote di mercato a spese di aziende innovative e produttive (come Tesla) e neutralizzano il loro vantaggio competitivo. I guadagni in termini di produttività e valore che avrebbero piegato i dinosauri e spostato risorse e capitale verso settori produttivi dell'economia sono persi, mentre vengono incentivati gli sprechi mantenendo in vita società improduttive.

La produzione continua solo grazie ai sussidi statali e all'accesso al credito facile creato dalla banca centrale. La domanda resta in piedi solo grazie ai sistemi di welfare dello stato. Attraverso il denaro fiat creato ex novo ed il credito a basso costo, stati e banche centrali consentono alle imprese zombi di produrre beni per individui improduttivi senza che questi ultimi facciano crescere il bacino dei risparmi reali. Inoltre stato e banche centrali pianificano l'economia dall'alto verso il basso, determinando quali settori sono autorizzati a produrre cosa, in che misura, chi acquisterà cosa e da chi. Questa non è un'economia di mercato, è invece un'economia di comando/controllo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


martedì 11 agosto 2020

Perché i salvataggi in pompa magna delle banche centrali saranno un disastro







Nonostante i massicci stimoli statali e del settore bancario centrale, l'economia globale sta assistendo ad un aumento preoccupante delle insolvenze. I bilanci delle principali banche centrali (quelli della Federal Reserve, della Bank of Japan, della Banca Centrale Europea, della Bank of England e della People's Bank Of China) sono saliti ad un totale di $20.000 miliardi, mentre gli annunci di allentamento fiscale nelle principali economie superano il 7% del PIL mondiale secondo le valutazioni di Fitch.

Questo è il più grande piano di stimolo combinato nella storia economica. Tuttavia le imprese stanno chiudendo ad un ritmo da record e la disoccupazione ha raggiunto livelli estremamente elevati in molti Paesi.

Esiste un rischio importante in quello che viene definito "Everything Bailout", o la decisione consapevole da parte di stati e banche centrali di fornire qualsiasi supporto necessario a tutti i settori e le società facilitando loro l'accesso al debito. La maggior parte di questi pacchetti di incentivi e misure di liquidità mirano a sostenere l'attuale spesa pubblica e a fornire liquidità alle società. Non è una sorpresa, quindi, che contemporaneamente al più grande piano di sostegno fiscale e monetario dalla Seconda Guerra Mondiale, stiamo già assistendo a due pericolosi effetti collaterali: l'ascesa delle società zombi e il crollo di piccole imprese e start-up.

Secondo l'Institute of International Finance (IIF), la cifra dei default globali per le obbligazioni societarie è salita a $50 miliardi nel secondo trimestre del 2020, nonostante i bassi tassi d'interesse e l'elevata liquidità. Inoltre, secondo Deutsche Bank e la Banca dei Regolamenti Internazionali, il numero di società zombi nella zona Euro e negli Stati Uniti, le grandi società che non possono coprire le spese per interessi con utili operativi, è salito a nuovi massimi storici. Nel 2019 i professori Petroulakis (BCE) e Andrews (OCSE) hanno dichiarato: "Il problema della produttività europea è in parte dovuto all'aumento delle società zombi che soffocano le opportunità di crescita per gli altri" ("What Zombie Firms Tell Us about Europe’s Productivity Problem", World Economic Forum, aprile 2019). Questo problema sta diventando ancora più preoccupante nell'attuale crisi.

L'aumento delle inadempienze obbligazionarie è una conseguenza dell'elevata leva finanziaria in un ambiente in cui il reddito operativo è indebolito. Ciò non desterebbe preoccupazioni se la distruzione creativa agisse per migliorare l'economia, poiché le aziende inefficienti verrebbero rilevate da aziende efficienti e nuovi investitori ristrutturerebbero le imprese in difficoltà per renderle competitive. Il problema cruciale è come la massiccia liquidità ed i bassi tassi stiano perpetuando l'eccesso di capacità e mantenendo viva una quantità straordinaria di imprese zombi.

Il mantenimento e l'aumento delle imprese zombi distrugge qualsiasi effetto positivo derivante dalla ristrutturazione e dall'innovazione. Inoltre, per mantenere i flussi di cassa e rimanere in vita, le aziende stanno riducendo gli investimenti in innovazione, tecnologia e ricerca. Nel frattempo le piccole imprese che non possiedono beni materiali, o che non hanno accesso al debito, si stanno dissolvendo ogni giorno che passa. Nella maggior parte delle economie sviluppate, in cui l'80% dell'occupazione proviene da piccole imprese, il cosiddetto "Everything Bailout" sta diventando un gigantesco trasferimento di ricchezza dalla nuova economia alla vecchia economia, impedendo una ripresa più forte e più produttiva.

Nella zona Euro i principali beneficiari degli acquisti di obbligazioni societarie, effettuati dalla Banca Centrale Europea, sono i grandi conglomerati industriali che nel 2019 avevano già margini deboli, crescita debole e bilanci con serie criticità. Negli Stati Uniti il canale finanziario dell'economia reale è più diversificato e l'impatto della zombificazione è minore, ma non trascurabile o irrilevante.

Alcuni di questi problemi possono anche essere inevitabili in una crisi, ma la maggior parte di essi avrebbe potuto essere mitigata implementando politiche dal lato dell'offerta invece di grandi stimoli statali e piani di recupero basati sull'aggiunta di più debito ai settori già in difficoltà.

Il cosiddetto Everything Bailout, data la sua grandezza, crea rischi significativi.

I settori a bassa produttività e indebitati sopravviveranno, creando un incentivo perverso a beneficio degli investimenti improduttivi e della scarsa allocazione del capitale. Inoltre, poiché questi settori avevano già sovraccapacità e problemi strutturali, il loro salvataggio non porterà ad una maggiore creazione di posti di lavoro o investimenti più forti. Inoltre i settori ad alta produttività subiranno l'aumento degli oneri fiscali dopo che i piani di salvataggio statali diminuiranno il potenziale occupazionale e la probabilità di aumentare i salari reali, mentre la crescita della produttività andrà in stallo.

Infine, quando gli stati salvano conglomerati di grandi dimensioni, gli investimenti in innovazione, efficienza e ristrutturazione delle divisioni in perdita vengono severamente tagliati. Perché? Perché il motivo per cui gli stati accettano di prendere quote o salvare grandi settori è proprio quello di impedire loro di ristrutturarsi. I tagli fiscali e le misure di liquidità dal lato dell'offerta per le piccole imprese avrebbero funzionato significativamente meglio e ad un costo inferiore per i contribuenti.

Ciò che stiamo vedendo oggi può avere implicazioni negative a lungo termine.

Una ripresa più debole del previsto, con una crescita a bassa produttività e un difficile ritorno dell'occupazione persa, nonché una scarsa crescita degli investimenti, sono il danno collaterale del cosiddetto Everything Bailout. Sfortunatamente genererà anche più debito e tasse più elevate che complicheranno ulteriormente le cose per i contribuenti ed i settori innovativi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


lunedì 10 agosto 2020

È arrivata la depressione che hai ordinato, caro Zio Sam





di David Stockman


I Fanatici del Virus ci sono riusciti: in un impeto di avventata sconsideratezza sono riusciti negli ultimi 90 giorni a vaporizzare sei anni di crescita economica. E questo solo se si guarda il calcolo meccanico del PIL, in cui la produzione totale nel secondo trimestre di quest'anno è tornata sostanzialmente allo stesso livello di quella nel quarto trimestre 2014.

Il danno reale è molto più profondo e si riflette in milioni di piccole imprese permanentemente distrutte, decine di milioni di famiglie spazzate via finanziariamente e la feroce catena di bancarotte, fallimenti e inadempienze che hanno appena iniziato a lacerare l'edificio da $78.000 miliardi di debiti che intrappola l'economia americana.


Naturalmente la maggior parte delle teste di legno a Wall Street non sono rimaste perplesse perché, beh, i risultati del secondo trimestre sono stati dichiarati come storia antica: la realtà è presumibilmente il rimbalzo a "V" sui loro fogli di calcolo, indipendentemente dalle condizioni reali al momento.

Quindi vediamo di parlare chiaro. Ciò che sta accadendo è una catastrofe economica che non abbiamo mai visto prima, peggiore della Grande Depressione degli anni '30.

Infatti il peggior declino annuale di allora fu un calo del 14,8% nel 1932, mentre il calo del PIL reale dal picco nel 1929 e il minimo nel 1933 fu del 30,5%.

Quindi l'idiota Fauci ed i suoi fanatici del virus sono ora entrati nella storia con un calo del 32,9% del PIL, che da solo supera l'intera contrazione della Grande Depressione.

Inutile dire che il risultato del secondo trimestre di quest'anno supera anche la recessione del 1950. Anche il crollo indotto dall'industria automobilistica nel primo trimestre del 1958 non raggiunse la soglia a due cifre. Venne registrato un calo annuo del 9,986% o meno di un terzo dell'immersione di oggi.


Ciò che è particolarmente degno di nota è stata la vaporizzazione della spesa per consumi personali in servizi, che di solito rappresenta oltre il 70% della PCE totale; ed è anche pubblicizzata da Wall Street che dipinge i suoi numeri come l'aria calda che fa muovere il PIL sempre più in alto.

Non questa volta!

La spesa per servizi è letteralmente caduta dalla scogliera, contraendosi ad un ritmo annuo del 43,4%. Nelle 11 recessioni sin dal 1950 la spesa reale per i servizi non è mai diventata negativa, salvo il calo del -1,6% annuo durante il primo trimestre 2009 della Grande Recessione.

Ad ogni modo, il calo nell'inverno 2008-2009 era stato il peggiore sin dagli anni '30, ma oggi il Dipartimento del Commercio ha fatto registrare un calo della PCE per i servizi più profondo di 28 volte!

Il nostro scopo qui non è quello di rimarcare numeri spaventosi, sebbene lo siano, il nostro punto è far notare che ciò che evidenziano i numeri del secondo trimestre non è qualcosa che assomiglia nemmeno lontanamente ad un normale ciclo macroeconomico. Ad esempio, laddove le perdite di posti di lavoro vanno a ridurre i redditi causando in tal modo un calo nella fiducia dei consumatori e una diminuzione delle spese delle famiglie.

Al contrario, ciò che viene rappresentato di seguito è essenzialmente una legge marziale economica. Le agenzie dello stato hanno comandato agli aeroporti, ai ristoranti, ai bar, ai parrucchieri, alle palestre, ai cinema, ai dentisti, ai parchi a tema, agli eventi sportivi, ecc. di chiudere o operare a capacità drasticamente ridotta, il che ha significato, a sua volta, l'immediata disintegrazione del commercio estero e della produzione economica.

Detto in altro modo, questo crollo del 43% nella spesa per i servizi non è avvenuto per una ragione ordinaria (es. le persone avevano poca liquidità). Come mostriamo di seguito, le entrate personali durante il trimestre, grazie all'enorme flusso di pasti gratis proveniente da Washington (ovvero i pagamenti del welfare state), hanno registrato un livello record!

Di conseguenza non ci sarà alcun rimbalzo nella linea rossa che invece continua a precipitare, non importa quanto "stimolo" fiscale e monetario Washington pompi nell'economia di Main Street.

Il settore dei servizi rappresenta quasi il 66% della PCE totale, che a sua volta rappresenta il 68% del PIL misurato. Quindi quest'ultimo non si riprenderà fino a quando i Fanatici del Virus non la smetteranno con la lagna del distanziamento sociale; ma anche fino a quando i media generalisti non la smetteranno di definire il Covid la nuova peste nera, facendo così sì che le persone si mettano volontariamente in quarantena per una paura che non ha senso di esistere.

Ormai abbiamo tutti capito che Fauci ed i Fanatici del Virus (sì, non sono ancora stati rinchiusi in celle imbottite dove dovrebbero stare) vogliono solo navigare sulla nave del potere a vita.

Stanno praticamente regolando gli andirivieni di un'economia da $20.000 miliardi, mentre la mantengono in uno stato di inattività indefinita in attesa del vaccino proveniente dai loro compari in Big Pharma e nella Fondazione Gates.


Non ci aspettiamo che i Fanatici del Virus vengano messi a tacere tanto presto, visto che media generalisti, sindaci e governatori dei cosiddetti Blue State hanno ora scatenato un'isteria pubblica che si autoalimenta. Stanno trasformando il pecorame obbediente in camicie marroni. Anche nella repubblica socialista presumibilmente illuminata di Aspen, dove stiamo scrivendo, li vediamo indossare la "museruola" anche senza nessun altro in vista.

Alla base dell'attuale isteria per il Covid c'è il crescente livello di "tamponi" a cui si sottopongono le persone per poter tornare al lavoro o ogni volta che i media inviano nuovi campanelli d'allarme.

Ad aprile, ad esempio, che è stato il mese peggiore in termini di malattie gravi e decessi, sono stati segnalati 5,2 milioni di nuovi tamponi o 175.000 al giorno.

Al contrario, a luglio fino ad oggi sono stati segnalati 21,5 milioni di nuovi tamponi o una media di 745.000 al giorno.

In una popolazione che dopo cinque mesi ormai è stata completamente esposta al virus, è scontato che con il numero di tamponi in aumento il numero di casi positivi aumenterà proporzionalmente. Ma questo è un "non problema", perché quello vero è la gravità medica dei nuovi casi ed è precipitata sostanzialmente.

Il tasso di mortalità è sceso da 1.800 al giorno ad aprile a 780 a luglio; e mentre il 15-20% dei nuovi casi era ricoverato in ospedale nella maggior parte degli stati ad aprile, questa cifra è ora scesa al 2-4%.

Cioè, dopo che a marzo/aprile il Tristo Mietitore ha fatto visita alle persone più vulnerabili, in particolare le case di riposo e le strutture di assistenza a lungo termine, la quota preponderante delle persone infettate rimanenti e testate positive sembrano avere difese immunitarie più forti, e sono principalmente asintomatiche e si riprendono a casa come in una normale stagione influenzale.

Quindi, in base ai fatti, l'isteria dovrebbe estinguersi, ma, ahimè, i fatti sono di poco conto nel contesto di un terrore pubblico che viene spasmodicamente alimentato da una retorica anti-Trump che non ha precedenti.

Ci viene costantemente ricordato che mancano meno di 100 giorni alle elezioni, ma probabilmente ancora più saliente è che la prossima stagione influenzale arriverà prima di ottobre. E a quanto pare a nessuno importa che avremo anche l'ovvia immunità collettiva contro il SARS-Cov-2, facendo sì che la prossima stagione influenzale sarà insolitamente mite o meno.

Questo perché i Fanatici del Virus continueranno ad essere in allerta per la "seconda ondata", mantenendo l'economia soffocata. Ciò significa che il tanto sbandierato rimbalzo a "V" è solamente una chimera.

In questo contesto è necessario ricordare che il settore dei servizi nell'economia americana sta pagando il prezzo più salato dopo il lockdown, il quale ammonta a $8.700 miliardi o il 45% del PIL. A metà degli anni '50 era paragonabile al 26%, ai tempi in cui la potenza industriale americana era indiscutibile.

Nel contesto generale, quindi, la politica nazionale (specialmente quella dell'Eccles Building) ha causato negli ultimi trent'anni l'off-shoring e lo svuotamento dell'economia industriale americana. A sua volta ciò ha lasciato Main Street particolarmente vulnerabile ad un attacco dello stato contro i nuovi protagonisti nel mondo dei servizi, come ambulatori indipendenti, studi di pilates e tapas bar.

Quindi la legge marziale economica applicata al nuovo epicentro dell'economia statunitense significa che il problema non è lo stimolo tradizionale, ma i fomentatori dell'isteria per il virus C nei media generalisti e la dittatura sanitaria, i veri colpevoli del disastro del secondo trimestre.


Ironia della sorte l'impatto della legge marziale economica è più evidente nel sottosettore dell'assistenza sanitaria. Essa è stata il cavallo di battaglia della crescita del PIL negli Stati Uniti per decenni. Tuttavia, dopo aver raggiunto un picco di $2.500 miliardi nel quarto trimestre del 2019, ha pesato solo $1.890 miliardi nel secondo trimestre 2020. Si tratta di un calo di $608 miliardi, che riflette una sorprendente contrazione del -24%.

E questa dovrebbe essere la peggiore crisi medica a colpire l'America dall'influenza spagnola del 1918!

Ma, in realtà, i fabbricatori di statistiche dello Zio Sam stanno raccontando una storia assolutamente opposta, anzi folle: il singolo più grande settore dell'economia americana è precipitato ad un ritmo annuo del 61,6% nel secondo trimestre, il che significa che la definizione "fuori dagli schemi" assume un significato completamente nuovo.

Inutile dire che la spesa sanitaria non è mai stata suscettibile agli stimoli di Washington. La quota preponderante della spesa è finanziata direttamente dal governo tramite Medicare/Medicaid et al, o attraverso lo sgravio fiscale di $300 miliardi all'anno per i piani sanitari individuali; e che siano pubblici o privati, la stragrande maggioranza dei pagamenti per la salute dei consumatori ​​sono effettuati da parte di terzi, limitando così ulteriormente l'efficacia del denaro della FED e dei pasti gratis dello Zio Sam.

La linea rossa di seguito, quindi, è opera dei fanatici del virus e dei suoi ordini di bloccare tutto, soprattutto per quanto concerne la maggior parte dei cosiddetti servizi di assistenza sanitaria discrezionale, come gli screening per il cancro. Fino a quando non verrà debellata l'isteria per il Covid, il rimbalzo nel settore dei servizi sanitari sarà un pio desiderio.


In breve, ciò che abbiamo è una depressione ordinata dallo Zio Sam, non una recessione macroeconomica presumibilmente riparabile con un'enorme dose di stimolo monetario e fiscale. Quindi la verità è che i Fanatici del Virus, non la FED e Washington, sono i responsabili del disastro del secondo trimestre di quest'anno e non sono affatto interessati a ritirarsi.

Per fare un altro esempio saliente, la strategia dei Fanatici del Virus è stata quella di chiudere del tutto le riunioni pubbliche su larga scala, ovviamente a scapito del settore ricreativo.

Quindi non sorprende se il tasso di spesa della PCE per questo settore sia letteralmente sprofondato. Rispetto al tasso di spesa annuo di $590 miliardi nel quarto trimestre del 2019, l'attuale trimestre è stato di soli $272 miliardi.

Il risultato è stato un calo del 53,4% rispetto al quarto trimestre dello scorso anno ed una contrazione del 61% annua nell'attuale trimestre. O in alternativa, le spese ricreative durante il secondo trimestre di quest'anno sono tornate al livello superato per la prima volta nel secondo trimestre del 2002.

Se ancora non è chiaro, si tratta di 18 anni di crescita spariti in un battito di ciglia.


Certo, c'era una cosa che era molto in aumento nel secondo trimestre di quest'anno: i pagamenti del welfare state. E ogni centesimo è stato preso in prestito dallo zio Sam e monetizzato dalla FED.

Tuttavia l'unica cosa in cui hanno avuto successo è stata quella di aumentare ulteriormente il debito pubblico, perché l'attuale depressione non deriva dalla mancanza di mezzi o da uno scarso desiderio di spendere: è il prodotto della legge marziale economica ordinata dai Fanatici del Virus.

Vale la pena di notare che il reddito salariale (linea marrone) è diminuito di $680 miliardi nel secondo trimestre di quest'anno, mentre la spesa di Washington ha aumentato i pagamenti del welfare state ad un tasso annuo di $2.400 miliardi, o di quasi quattro volte di più!

Una volta sarebbe stata considerata un folle esagerazione, e come minimo avrebbe fatto gridare a squarciagola i Repubblicani affinché invocassero responsabilità fiscale.

Purtroppo, dato che stanno avanzando il loro Salvataggio 5.0 da $1.200 miliardi rispetto all'alternativa Dem da $3.300 miliardi, il grafico qui sotto sarà "missing in action" a Capitol Hill.



[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/