sabato 12 febbraio 2011

La Crisi del Debito Europea e la Teoria Economica

Finalmente il fine settimana, posso dedicare un pò di tempo in surplus a quello che succede nella nostra tanto "cara" e tanto "unita" Europa. La spada di Damocle che pendeva sulla testa dell'Unione Europea fino a qualche mese fa, sembra non incutere più timore ed una ventata di "ottimismo" ha pervaso i mercati. Ottimismo? Per la "ripresa"? Dov'è? Forse qualcuno è solo felice che l'Irlanda stia mettendo mano alla stampante o si ripaghino esclusivamente gli interessi (!!!) sugli enormi debiti. Vediamo in quali acque naviga l'Europa e come c'è finita.
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di Kel Kelly

Per tutto l'anno scorso, i problemi del debito europeo sono stati considerati come una minaccia sia per l'euro sia per l'economia americana, tra le altre cose. Mentre molte affermazioni corrette sono state fatte riguardo l'impatto potenziale di un'implosione del debito europeo, ce ne sono state anche altre pensate male. E' spesso la teoria dell'economia fallace che porta a conclusioni fallaci. Questo articolo rivisita la teoria economica — da una prospettiva di libero mercato — così come si rapporta alle attuali sfide monetarie europee.


Il Declino dell'Euro?

La causa della crisi del debito europea, nella sua più semplice forma, è stata la massiccia spesa da parte dei governi europei (principalmente quelli meridionali) durante l'ultimo decennio e specialmente dopo la crisi finanziaria del 2008. La BCE (Banca Centrale Europea) ha permesso artificialmente bassi rischi al premio sui tassi d'interesse del debito dei governi facenti parte dei cosidetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). E questi tassi artificialmente bassi hanno facilitato ed incoraggiato la spesa massiccia.

La consapevolezza delle conseguenze della spesa massiccia fu causata dalla crescita economica ridotta e dalle successive entrate tributarie ridotte, che erano meno della quantità necessaria per le spese ed il pagamento dei debiti. Per maggiori dettagli dello sviluppo della crisi, vedi gli articoli di Philipp Bagus "Il Salvataggio della Grecia e la Fine dell'Euro" e "L'Assoggettamento Irlandese".

Una delle prime preoccupazioni ventilate all'inizio della crisi del debito — una preoccupazione che fu veicolata dagli operatori di cambio estero — fu che se i governi dei PIIGS fossero crollati per i loro debiti, il valore dell'euro sarebbe crollato. Ma questa è un'affermazione illogica: di per sé l'euro sarebbe salito, non sceso, di fronte ad un default di governo.

Come prima cosa, deve essere compreso che, nel caso di un default, ci sono due possibili scenari monetari:
  1. deflazione monetaria dovuta ad una diminuzione nell'offerta di denaro, nel caso in cui nessun intervento del governo avesse luogo; e
  2. inflazione monetaria dell'offerta di denaro nel caso in cui l'intervento avesse avuto luogo.
Entrambe le ipotesi saranno spiegate qui sotto.


Deflazione Monetaria

Se uno o più governi fossero falliti le banche dell'Europa settentrionale, che erano investitori su larga scala nei debiti dei governi, avrebbero avuto perdite massicce di prestiti e capitale. Il risultato per queste perdite sarebbe stato il fallimento delle banche, il ritiro dei notevoli prestiti o entrambe le cose, invertendo di conseguenza il processo di moltiplicazione del denaro e causando un declino nell'offerta di denaro. L'offerta di denaro in caduta — deflazione — renderebbe l'euro più, non meno, di valore.

Tuttavia una minaccia più realistica all'euro è che alcuni governi se ne potrebbero sbarazzare e ritornare alla loro valuta interna. Alimentati da una (prudente) ristretta creazione di denaro imposta su di loro dalla BCE, i governi indebitati potrebbero volere essere capaci di stampare la loro via di fuga dai loro problemi. Ma anche se uno o più paesi uscissero dall'euro a favore delle loro stesse valute, l'euro potrebbe ancora essere protetto dalla BCE.

Questo perchè la BCE potrebbe scambiare una precedente vecchia valuta di un paese per l'euro, aggiustando di conseguenza l'offerta monetaria dell'euro cosicché il volume di euro nei restanti paesi possa rimanere lo stesso. Questa operazione non altererebbe la quantità di denaro nell'economia; scambierebbe semplicemente un tipo di moneta per un'altra, mantenendo in generale il potere d'acquisto costante (non conosco l'esatto processo con cui ciò sarebbe fatto, ma uno scambio da una valuta originaria all'euro ha avuto luogo nel 2002, così uno scambio dall'euro alla vecchia valuta potrebbe sicuramente avere luogo di nuovo).

Anche se l'offerta di denaro fosse influenzata, la banca centrale potrebbe impegnarsi in varie misure di "sterilizzazione" per controllare il supplemento nell'offerta di denaro, incluso un ristretto accesso delle banche alla discount window (lo strumento di politica monetaria che permette a determinate istituzioni di prendere a prestito dalla banca centrale, ndt), aggiustare i requisiti di riserva o il collocamento dei depositi del governo, partecipare ad operazioni di mercato aperto ed usare un modello di variazioni dei tassi di cambio. Ognuno di questi strumenti, tuttavia, può avere conseguenze indesiderate.


Inflazione Monetaria

Ma invece dell'opzione secondo cui i singoli governi possano ritornare a stampare la loro via d'uscita dai problemi, la BCE stessa ha deciso di compiere questo lavoro e continuerà a farlo (questo è il secondo caso oltre quello di sopra). Perchè? Perchè i governi europei non permetteranno che si affrontino le conseguenze politiche di un collasso bancario ed i successivi problemi economici che una deflazione del debito causerebbe. Invece ritarderanno, come tutti i politici fanno, il giorno della comprensione e lasceranno che i futuri politici si occupino di una crisi economica ancora più ampia come il risultato del mettere solamente un cerotto agli attuali problemi. I politici salvano i loro attuali posti lasciando che i contribuenti ed i futuri politici soffrano di più grandi problemi lungo la strada.

Forse è stata proprio la visione della futura inflazione e della valuta in declino che avevano in mente gli operatori di cambio estero mentre abbattevano il valore dell'euro la scorsa primavera.

I difensori della stampa di denaro e dell'aumento di tasse e debito — per la bellezza di più di un trilione di dollari — sul contribuente europeo (settentrionale) in modo da prevenire le predite delle banche, chiamano queste mosse "salvataggio dell'euro". Ma poche persone chiedono, Perchè l'euro vale un simile prezzo da pagare?

Con più alti prezzi e più bassi standard di vita che comporta il "salvataggio dell'euro", tutti gli europei — eccetto i banchieri ed i politici — starebbero meglio se si sbarazzassero dell'euro e se tornassero ad una valuta "meno costosa". Come minimo i singoli paesi dovrebbero decidere se volessero forzare i propri cittadini a soffrire per le conseguenze della stampa di denaro e degli eccessivi prestiti. Sotto l'attuale scenario, i cittadini tedeschi ed i francesi (per la maggior parte) devono pagare per conto dei dissoluti portoghesi, irlandesi, italiani, greci e spagnoli.

La classica speranza dei funzionari del governo, se riescono ad eludere il default, è di allontanarsi dai loro debiti nazionali. Ma anche questa idea è fraintesa. Parlare di allontanarsi è basato sul fatto che:
  1. il debito nazionale di solito è visto come una percentuale del PIL; e
  2. più basso è il rapporto debito-PIL (ed il corrispondente livello di entrate tributarie del PIL), più facile sarà per il governo finanziare il debito.
Basandosi su questi fatti, i governi sanno che se il PIL sale mentre il debito rimane lo stesso o cresce più lentamente: più basso sarà il rapporto debito-PIL, meglio il governo tornerà in forma.

Ma come può essere che una economia in crescita — definita come la produzione di maggiori beni e servizi — aiuti a ridurre il debito del governo? Come fa l'esistenza di maggiori beni fisici ad aiutare il governo a ripagare i suoi creditori? Sostanzialmente non può.

Un aumento nel PIL (anche "reale") non rappresenta la quantità con cui i beni fisici sono aumentati: il PIL è primariamente una funzione dell'inflazione e sale solo con l'espansione monetaria. La produzione fisica non può essere misurata in termini di denaro, perchè il valore del denaro non è statico, anche dopo gli aggiustamenti per gli aumenti del CPI (indice dei prezzi al consumo, ndt).

Inoltre quello che accade realmente quando il governo ha un'economia "che si allontana dal debito", è che il governo sta stampando più denaro e sta spingendo su i prezzi dei beni finali (ovvero, il PIL) facendo in modo che la banca centrale compri il debito del governo ed espanda il credito bancario — ed a volte permette che l'offerta monetaria aumenti e la valuta cali. Il PIL sale; il debito come una percentuale del PIL cala.

Questa stampa di denaro permette al governo di:
  1. fare in modo che la banca centrale monetizzi il suo debito;
  2. redistribuire il potere d'acquisto dai risparmiatori al governo; e
  3. ridurre il valore del debito, che è ampiamente calcolato in dollari.
In altre parole riduce il proprio carico di debito facendo in modo che paghino i cittadini.


L'Effetto sugli Stati Uniti

Gli europei non sono i soli preoccupati su come la crisi del debito influenzerà le loro economie; lo sono anche gli americani. Alcune discussioni su come i problemi dell'Europa influenzeranno gli Stati Uniti sono corrette, altre invece no. Questa sezione valuterà alcune delle più comuni previsioni degli effetti di queste cause economiche.

Dennis P. Lockhart, presidente ed amministratore delegato della Federal Reserve di Atlanta, in un discorso lo scorso anno ha esposto molto sulla questione relativa alla crisi dell'euro e su come potrebbe influenzare la crescita americana. Ha citato tre fattori primari.

Il primo è che, a causa della debole crescita, la domanda europea per le esportazioni americane potrebbe crollare. Questa è un'affermazione vera, ma l'effetto in generale di uno "shock commerciale" sarebbe minimo, se non del tutto positivo. Questo perchè se gli americani manderanno meno beni all'Europa, ne avranno di più per loro rendendo i prezzi interni più bassi. In più se la domanda si indebolisce in Europa e specialmente se è diminuita attraverso un'offera di denaro in calo e prezzi in calo, restando tutto il resto uguale, le cose costeranno meno in Europa. Ciò permetterebbe agli americani di comprare più beni a prezzi più bassi, aiutando così lo stato della loro economia.[1]

Il secondo effetto della crisi dell'euro citato da Lockhart è connesso al primo: che l'avvicendamento di valuta rifugio dall'euro al dollaro possa aumentare il valore del dollaro e danneggiare la competitività nelle esportazioni. Anche qui gli esportatori potrebbero essere danneggiati, ma gli importatori, inclusi tutti i comsumatori, guadagnerebbero. Oltretutto la crescita economica non viene dallo spedire più beni fuori dal paese; deriva dall'avere più beni all'interno del paese. Una quantità crescente di beni fisici, non un PIL in crescita, è l'essenza della crescita economica.

In più gli scambi di capitale verso gli Stati Uniti che si originerebbero dal risk aversion in Europa sarebbero temporanei. Ed i cambiamenti nei prezzi dei beni tra i due paesi indotti dalla valuta e risultanti dagli scambi di capitale, metterebbero probabilmente in moto un meccanismo di auto-correzione in base a cui coloro impegnati nel commercio internazionale riaggiusterebbero i valori della valuta affinchè possano essere in linea con la relativa parità in potere d'acquisto tra le due regioni.

La terza spiegazione di Lockhart di come il debito dell'Europa possa influenzare l'economia degli Stati Uniti è quella di uno shock del sistema finanziario trasmesso attraverso il sistema bancario o attraverso il ritiro dal debito sovrano. Ciò è possibile solo in certi scenari.

Finchè sono coinvolte le emissioni bancarie, poichè il sistema bancario dell'Europa e l'offerta di denaro è separata dalla nostra, i problemi finanziari in Europa sarebbero per la maggior parte contenuti. I rischi possibili, tuttavia, dipendono dall'entità del debito europeo o delle quote nelle banche europee posseduti dalle società finanziarie americane, le quali potrebbero fallire. Ampie perdite su questi investimenti potrebbero di fatto causare perdite di capitale e bancarotte negli Stati Uniti, indebolendo così il sistema finanziario.

Fortunatamente per noi le banche statunitensi sono poco esposte. Per esempio, la scorsa primavera, all'inizio della crisi, la Banca d'America aveva 1,3$ miliardi di investimenti in Grecia e 731$ milioni in Portogallo. JPMorgan Chase aveva 2,1$ miliardi nei due paesi. Queste sono piccole quantità in relazione al totale degli investimenti nei loro portafogli. Piccole e medie banche non sono probabilmente esposte affatto.

C'è anche preoccupazione per le compagnie finanziarie americane — in caso di default di governi europei — essendo in una cattiva situazione dovendo sborsare di più in CDS rispetto a quanto si possano permettere. Anche ciò infatti, in dipendenza dalla grandezza, potrebbe essere una minaccia significativa al sistema finanziario ed all'offerta di denaro negli Stati Uniti.

Fintanto che una ritirata degli investitori dal debito sovrano americano è possibile, gli effetti sarebbero probabilmente benefici. Come meno capitale che va nelle casse del governo e più negli investimenti del settore privato, l'economia ne potrebbe soltanto beneficiare. Tuttavia con una diminuzione dei finanziamenti, il governo dovrebbe velocemente rendere effettive misure d'austerità.

Vero, con una domanda in declino per i bond del governo i tassi d'interesse statunitensi aumenterebbero. Ma un passo indietro verso il "tasso naturale" — in opposizione ad un tasso artificialmente basso — è probabilmente necessario per:
  1. restaurare un equilibrio nei mercati dei prestiti (per esempio, equilibrio tra investimenti in beni capitali e beni al consumo industriali); e
  2. rallentare il ritmo della creazione di denaro.
Tale incremento nel tasso d'interesse potrebbe abbassare i prezzi delle azioni, ma i prezzi delle azioni non sono connessi all'economia reale.

Illustriamo un'altra visione di come l'economia degli Stati Uniti potrebbe soffrire per i problemi del debito europeo, l'economista Ed Yardeni evidenzia che un dollaro più forte danneggerebbe i profitti aziendali.[2] Egli dice che "con i prodotti europei più economici rispetto ai prodotti statunitensi, i consumatori negli Stati Uniti ed in altre parti del mondo potrebbero comprare dall'Europa piuttosto che dagli Stati Uniti. E gli amerciani saranno più ansiosi di comprare la merce importata meno costosa".

Ciò sarebbe ovviamente vero se il tasso di cambio del dollaro salisse e rimanesse ad un livello elevato mentre i relativi prezzi al consumo tra i due paesi rimanessero uguali. Ma qualsiasi aumento sostenuto nel dollaro sarebbe basato sul fallimento dell'euro. E se l'euro dovesse fallire, non sarebbe il risultato di un default sul debito e di una deflazione monetaria (il primo dei due casi monetari menzionati all'inizio di questo articolo) come le persone sembrano credere, ma come il risultato di una espansione monetaria ed inflazione causati dalla ricerca della BCE di salvare le banche (il secondo caso monetario).

In questo scenario un dollaro in crescita rispecchierebbe principalmente il cambiamento nel potere d'acquisto tra le due regioni basato sui cambiamenti nei tassi d'inflazione. Perciò, in termini reali, i relativi prezzi al consumo — e così gli scambi commerciali ed i profitti — rimarrebbero gli stessi.

Al contrario, come menzionato precedentemente, un default europeo sul debito come risultato di perdite bancarie, contrazione monetaria e successivi prezzi in caduta — opposto all'espansione monetaria e prezzi in ascesa — porterebbe l'euro in salita, non in caduta.


Conclusione

Sebbene ci siano alcune possibili minacce all'economia degli Stati Uniti risultanti da una crisi del debito europea, le probabilità sono poche di effetti trasmissivi dannosi. Se tali effetti avversi avessero luogo, le probabilità sono ancora minori che il danno sarebbe maggiore. Ma questi eventi futuri possibili possono essere visti chiaramente solo attraverso la cristallinità della solida teoria economica del libero mercato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Qui sto solo presentando l'altro lato della stessa medaglia. Il fatto è che provare a predire quali cambiamenti nel commercio e nelle entrate del commercio avrebbero luogo può essere davvero un'impresa, perchè ci sono molte condizioni specifiche possibili sotto le quali i tassi di cambio ed i prezzi dei beni potrebbero cambiare tra i paesi ed inoltre molte possbili reazioni ed effetti che potrebbero aver luogo come risultato. Per essere precisi, dovremmo conoscere esattamente quali fossero i fattori economici che avrebbero avuto luogo (per esempio, inflazione contro deflazione; cambiamenti nei tassi di cambio indotti dai relativi prezzi o cambiamenti indotti dai temporanei scambi di capitale; specifiche politiche del governo istituite come risultato del cambiamento delle condizioni economiche, ecc.).


[2] Anche considerando che molte compagnie che hanno affari in Europa proteggono le loro vulnerabilità monetarie.


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venerdì 11 febbraio 2011

Odi lo Stato?

Sono notizie come questa, questa o quest'altra, ad esempio, che lasciano un amaro in bocca ed un senso di impotenza che portano la singola persona ad inveire contro quel mostro che si lava la coscienza davanti le telecamere con la scusa del "bene comune", divorando poi ogni singolo brandello delle sue vittime. Monopoli, sfruttamento, disservizi, coercizione, segregazione, sperpero, dissolutezza, ecc. Tutte caratteristiche primarie di questo bastione di selvaggia violenza che appesta la vita degli individui. Non basta voler evadere o immaginare un governo migliore, niente di ciò esiste fintanto che lo Stato resterà in vigore e potrà violentemente dettare le sue imposizioni.
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di Murray N. Rothbard


Originalmente pubblicato su The Libertarian Forum, Vol. 10, No. 7, luglio 1977.


Recentemente sono stato a rimuginare su quali siano le questioni cruciali che dividono i libertari. Alcune che hanno ricevuto un sacco di attenzione negli ultimi anni sono: anarco-capitalisti contro governo limitato, abolizionismo contro gradualismo, diritti naturali contro utilitarismo e guerra contro pace. Ma ho concluso che nonostante siano importanti queste questioni, non arrivano realmente al nocciolo dell'argomento della principale linea divisoria tra di noi.

Prendiamo, per esempio, due dei maggiori lavori sull'anarco-capitalismo degli ultimi anni: il mio For a New Liberty e Machinery of Freedom di David Friedman. Superficialmente le maggiori differenze tra di loro sono la mia posizione per i diritti naturali ed un codice di leggi razionale, in opposizione all'utilitarismo amorale di Friedman e l'invocazione verso uno scambio di favori ed un compromesso tra agenzie private di polizia non libertarie. Ma la differenza va ancora più in profondità. In tutto For a New Liberty (e per il resto dei miei altri lavori) corre un profondo e pervasivo odio per lo Stato e per tutti i suoi lavori, basato sulla convinzione che lo Stato è il nemico dell'umanità. Al contrario, è evidente che David non odia affatto lo Stato; egli è solo arrivato alla conclusione che l'anarchismo e le forze di polizia privata sono un sistema sociale ed economico migliore di qualsiasi altro. Oppure, più chiaramente, che l'anarchismo sarebbe meglio del laissez-faire che a volte è meglio dell'attuale sistema. In mezzo all'intero spettro delle alternative politiche, David Friedman ha deciso che l'anarco-capitalismo è superiore. Ma superiore ad una struttura politica esistente che è anche abbastanza buona. In breve, non c'è alcun segno che David Friedman odii in qualsiasi senso lo Stato americano o lo Stato di per sé, lo odii fin nelle viscere come una banda di ladri, schiavisti ed assassini. No, c'è solo la fredda convinzione che l'anarchismo sarebbe il migliore di tutti i mondi possibili, ma che la nostra attuale organizzazione sia abbastanza in alto in desiderabilità. Poichè non c'è alcun segno da parte di Friedman che lo Stato – qualsiasi Stato – sia una banda di criminali.

La stessa impressione risplende negli scritti, diciamo, del filosofo politico Eric Mack. Mack è un anarco-capitalista che crede nei diritti individuali; ma non c'è alcun riferimento nei suoi scritti di una fervida avversione nei confronti dello Stato, oppure, a fortiori, un qualsiasi segno che lo Stato sia un nemico bestiale ed un saccheggiatore.

Forse la parola che definisce meglio la nostra distinzione è "radicale". Radicale nel senso di essere in totale opposizione al sistema politico attualmente esistente ed allo Stato stesso. Radicale nel senso di avere integrato un'opposizione intellettuale allo Stato con un odio viscerale del suo sistema invasivo e di crimine ed ingiustizia organizzati. Radicale nel senso di un profondo obbligo verso lo spirito di libertà e dell'anti-statalismo che integra ragione ed emozione, cuore ed anima.

Inoltre al contrario di ciò che sembra vero oggigiorno, non si deve essere anarchici per essere radicali nel senso appena descritto, si può essere anarchici mentre ancora sfugge la scintilla radicale. Difficilmente posso pensare ad un unico membro del governo dei giorni nostri che sia radicale – un fenomeno veramente sorprendente, quando pensiamo ai nostri antenati liberali che erano veramente radicali, che odiavano lo statalismo e lo Stato dei loro tempi con una magnifica insita passione: i Levellers, Patrick Henry, Tom Paine, Joseph Priestley, i Jacksonians, Richard Cobden e così via, un vero appello dei grandi del passato. L'odio radicale di Tom Paine per lo Stato e lo statalismo era ed è di gran lunga più importante per la causa della libertà rispetto al fatto che egli non varcò mai la linea divisoria tra laissez-faire e anarchismo.

E più vicino ai giorni nostri alcune prime influenze su di me come quelle di Albert Jay Nock, H. L. Mencken e Frank Chodorov sono state magnificamente e superbamente radicali. L'avversione per lo Stato, come in "Our Enemy, The State" (il titolo di Nock) e tutte le sue relative influenze, risplendeva da tutti i loro scritti come un faro nella notte. Quindi chi se ne importa se non hai mai parlato esplicitamente di anarchismo? Molto meglio Albert Jay Nock che un centinaio di anarco-capitalisti che sono troppo assuefatti allo status quo esistente.

Dove sono i Paine, i Cobden ed i Nock di oggi? Perchè la maggior parte dei nostri membri del governo limitati nel laissez-faire sono dei sordi conservatori e patrioti? Se l'opposto di "radicale" è "conservetore", dove sono i nostri amanti del laissez-faire? Se i nostri limitati statalisti fossero veramente radicali, non ci sarebbero praticamente divisioni tra di noi. Ciò che divide il movimento oggi, la vera divisione, non è anarchici contro minarchici, ma radicali contro conservatori. Signore, dacci i radicali, che essi siano anarchici o meno.

Portando la nostra analisi oltre, gli anti-statalisti radicali sono estremamente di valore anche se scarsamente potrebbero essere considerati libertari in ogni senso comprensivo. Così molte persone ammirano il lavoro di giornalisti come Mike Royko e Nick von Hoffman perchè considerano questi uomini simpatizzanti libertari e compagni di viaggio. Questo sono, ma ciò non fa capire la loro vera importanza. Poichè in tutti gli scritti di Royko e von Hoffman, tanto incosistenti quanto indubbiamente sono, corre un'avversione pervasiva per lo Stato, per tutti i politici, per i burocrati ed i loro clienti che, nel puro radicalismo, è di gran lunga più vera per lo spirito sottostante di libertà rispetto a qualcuno che acconsente freddamente ad ogni lettera di ogni sillogismo ed ogni lemma per un "modello" di fazioni in concorrenza.

Considerando il concetto di radicali contro conservatori nel nostro senso, analizziamo il famoso dibattito "abolizionismo" contro "gradualismo". L'ultimo colpo arriva nell'uscita di agosto di Reason (una rivista in cui ogni fibra trasuda di "conservatorismo"), in cui il direttore Bob Poole chiede a Milton Friedman dove egli si collochi in questa discussione. Friedman prende l'opportunità di denunciare la "codardia intellettuale" che fa fallire l'avvio di metodi "fattibili" per andare "da qui a lì". Poole e Friedman sono poi riusciti ad oscurare i veri temi. Non c'è un singolo abolizionista che non cercherebbe di afferrare un metodo fattibile, o un guadagno graduale, se va a suo vantaggio. La differenza è che l'abolizionista tiene sempre alta la bandiera del suo scopo ultimo, non nasconde mai i suoi principi base e desidera raggiungere il suo scopo tanto velocemente quanto umanamente possibile. Pertanto mentre l'abolizionista accetterà un passo graduale nella giusta direzione se ciò è tutto quello che può raggiungere, lo accetta sempre controvoglia, solamente come un primo passo verso uno scopo che egli mantiene sempre vivacemente chiaro. L'abolizionista è un "pigiatore di pulsanti" che userebbe il proprio pollice per premere un pulsante che abolirebbe lo Stato immediatamente, se un simile pulsante esistesse. Ma l'abolizionista sà purtroppo che un simile pulsante non esiste, e che prenderà una parte della pagnotta se necessario – mentre preferirebbe prendere l'intera pagnotta se potesse raggiungerla.

Dovrebbe essere notato qui che molti dei più famosi programmi "graduali" di Milton come il piano dei voucher, la tassa passiva sulle entrate, la ritenuta d'acconto, il denaro cartaceo creato dal nulla – sono passi graduali (o anche non così graduali) nella direzione sbagliata, lontano dalla libertà e pertanto molti libertari si oppongono a questi schemi.

La sua posizione di pigiatore di pulsanti deriva dall'odio profondo e durevole degli abolizionisti per lo Stato e per il suo motore di crimine ed oppressione. Con una simile visione incorporata del mondo, il libertario radicale non potrà mai sognare di premere un pulsante magico o affrontare un qualsiasi problema della vita reale con aridi calcoli su costi-benefici. Sa che lo Stato deve essere ridotto il più velocemente e completamente possibile. Punto.

E questo è perchè il libertario radicale non solo è un abolizionista, ma rifiuta anche di pensare secondo determinati termini come un Piano Quadriennale di qualche tipo per ridurre lo Stato attraverso una procedura imponente e misurata. Il radicale – che sia un anarchico o un sostenitore del laissez-faire – non può pensare secondo simili termini, come per esempio: Bene, il primo anno taglieremo la tassa sul reddito del 2%, aboliremo l'ICC e taglieremo il salario minimo; il secondo anno aboliremo il salario minimo, taglieremo di un altro 2% la tassa sul reddito e ridurremo i pagamenti per il welfare del 3%, ecc. Il radicale non può pensare secondo tali termini, perchè il radicale considera lo Stato come un nemico mortale, che deve essere fatto a pezzi quando e dove possiamo. Per il radicale libertario, si deve prendere qualsiasi ed ogni opportunità per smembrare lo Stato, sia per ridurre o abolire una tassa, uno stanziamento di budget o un potere regolatorio. Ed il radicale libertario è insaziabile in questo appetito finchè lo Stato non è stato abolito, o – per i minarchici – diminuito fino ad un piccolo ruolo di laissez-faire.

Molte persone si sono chieste: Perchè ci dovrebbe essere una qualsiasi discussione politica importante tra gli anarco-capitalisti ed i minarchici ora? In questo mondo di statalismo, dove c'è molta terra in comune, perchè i due gruppi non possono lavorare in piena armonia finchè non si raggiunge un mondo Cobdeniano, dopodiché potremmo esporre i nostri disaccordi? Perchè litigare sulle fazioni, ecc. ora? La risposta a questa eccellente domanda è che si potrebbe e si marcerebbe mano nella mano su questa strada se i minarchici fossero radicali, come lo erano sin dalla nascita del liberalismo classico fino agli anni quaranta. Ridateci gli antistatalisti radicali e l'armonia regnerebbe di fatto trionfante all'interno del movimento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 8 febbraio 2011

La Mia Risposta a Krugman sulla Teoria Austriaca del Ciclo Economico #2

Prima di proseguire nella lettura della seconda parte consiglio ai lettori (per coloro che non lo avessero notato nel post precedente) di leggere questo articolo tradotto in precedenza da Paxtibi, essendo tale scritto il "pomo della discordia".

Parte 2 di 2.
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di Robert P. Murphy



Rispondendo a Krugman

La mia ragione per il lungo sommario è che ancora ho la sensazione che Krugman davvero non capisca la posizione Austriaca. Per esempio, egli chiede: "C'è davvero una prova schiacciante che quando le banche centrali decidono di rallentare l'economia, l'economia di fatto rallenta?" Ma poichè la teoria Austriaca dice che il bust accade quando la banca centrale torna indietro e permette ai tassi d'interesse di aumentare verso il loro livello "corretto", questo difficilmente è un problema. Infatti se le banche centrali non potessero rallentare l'economia, come economista Austriaco sarei preoccupato della mia teoria.

Krugman inoltre pone domande riguardanti i tassi dell'inflazione (nei prezzi) e la connessione tra il PIL nominale e reale. Ma penso che egli stia fondendo la teoria Austriaca con una teoria puramente "reale" del ciclo economico. Gli Austriaci capiscono che le influenze monetarie possono avere effetti reali. Per ripetere, questa è l'essenza vera della teoria di Mises-Hayek.

Sebbene la maggior parte delle obiezioni di Krugman sono dovute alla sua non familiarità con l'attuale teoria Austriaca, penso che una fonte di confusione derivi dalla particolare illustrazione che ho usato nel mio articolo. Per prima cosa osserviamo il contesto citando Krugman:
«Quindi qual'è l'essenza di questa storia Austriaca? Fondamentalmente dice che quello che chiamiamo boom economico è praticamente qualcosa come il disastroso Grande Passo in Avanti della Cina, che portò ad una temporanea impennata nel consumo ma solo a spese di uno svilimento della capacità produttiva del paese. E la disoccupazione che ne segue è un risultato di quello svilimento: non c'è semplicemente nulla di utile da fare per i lavoratori disoccupati. Mi piace questa storia e ci sono probabilmente altri casi oltre alla Cina del 1958-1961 a cui si applica. Ma per quale ragione dobbiamo pensare che non abbia nulla a che fare con i cicli economici che vediamo praticamente nelle economie di mercato?»


Primo, devo dire che sono felice che Krugman almeno ammetta che (per come l'ha compresa) la spiegazione Austriaca sia teoricamente possibile ed accada praticamente nel mondo reale — tale ammissione proviene da una persona che nel 1998 si riferiva a questa teoria come se fosse l'equivalente del "flogisto della teoria del fuoco", direi che questo è progresso!

Tuttavia Krugman non ha ancora abbastanza compreso la visione Austriaca del "consumo del capitale" che avviene durante il boom insostenibile. Come ho detto sopra, su questo particolare argomento la colpa spetta al "modello del sushi" necessariamente semplicistico che ho usato nell'articolo che Krugman ha letto.

In quell'articolo, in modo da rendere sicuro che il lettore capisse veramente perchè a Krugman (ed a Tyler Cowen) sfuggisse qualcosa di basilare, immaginavo che i paesani stimolassero il loro consumo giornaliero di sushi anche mentre sviluppavano una nuova tecnologia per intensificare la pesca. Così durante il "boom", ad un paesano noncurante, sarebbe sembrato che sia il consumo sia l'investimento stessero crescendo.

Nella mia favola ciò era fisicamente possibile perchè i paesani trascuravano la regolare manutenzione delle loro barche e delle reti. Questa incuria non si sarebbe mostrata dalla sera alla mattina, ma infine l'economia del villaggio sarebbe crollata. Per ripetere, ho scelto questa illustrazione per evidenziare i punti basilari della struttura del capitale e come la frenesia consumistica a breve termine possa essere fisicamente possibile, ma nel lungo termine qualcuno deve ancora "pagare per".

Sfortunatamente la mia favola e le lezioni che se ne ricavano hanno dato l'impressione (vedi la critica di Tyler Cowen) che gli Austriaci pensano che il "consumo di capitale" durante il periodo di boom insostenibile debba manifestarsi in cose come una spesa ridotta sulla manutenzione degli edifici, o forse in un proprietario di una schiera di camion che trascura di far ruotare i turni di riposo.

Nella realtà è più accurato dire che durante il periodo di boom gli imprenditori (guidati da falsi segnali) investono in progetti che sono singolarmente razionali ed "efficienti", ma che non si connettono l'uno con l'altro. In altre parole non si tratta tanto di un contadino che si scorda di piantare alcuni semi di grano in modo da avere un raccolto in futuro. Piuttosto si tratta di un contadino che pianifica l'espansione della sua produzione e così pianta molto di più di quello che aveva piantato in passato, ma a sua insaputa i proprietari di silos e ferrovie (necessari per portare il raccolto al mercato) non stanno espandendo le loro operazioni allo stesso ritmo.

Riassumendo, non si tratta degli Austriaci che pensano che un'ispezione di una singola impresa riveli una deficienza tecnologica. Piuttosto si tratta di tutti gli imprenditori che "fanno il passo più lungo della gamba", provando a sviluppare troppo rapidamente. Non ci sono abbastanza risparmi reali per permettere a tutti i nuovi processi di essere completati. Per catturare questo aspetto della teoria Austriaca, l'analogia di Mises sull'operaio edile (che delinea un progetto pensando di avere più mattoni di quanti ne possegga realmente) è ancora la migliore.


Krugman Vuole Sapere: Dove Sono le Prove?

Questo ci porta al reclamo principale di Krugman:
«Oh, e quale prova c'è che la capacità dell'economia è danneggiata durante i boom? Gli investimenti aumentano, non diminuiscono, durante i boom; si, lo so che gli Austriaci trovano rifugio nel parlare della complessità della produzione e come l'investimento misurato non potrebbe mostrare cosa veramente stia accadendo, ecc., ma dov'è la prova evidente di quello che stanno sostenendo?»


Potrei simpatizzare con Krugman, ma non c'è alcune statistica semplice a cui possiamo fare riferimento. Gli Austriaci hanno ragione quando dicono che "l'investimento cadenzato non potrebbe mostrare cosa stia realmente accadendo" e hanno ragione quando dicono che la produzione è molto più complessa rispetto a quanto descritto dai modelli di Krugman. Questo non è "parlare forbito" ma un discorso di fatti basilari.

Ma per rispondere alla sua domanda gli Austriaci sicuramente possono fare riferimento a prove evidenti per i loro punti di vista. Per esempio, gli Austriaci dicono che durante gli anni della bolla immobiliare gli americani non hanno risparmiato abbastanza dalle loro entrate salariali, perchè sono stati fuorviati nel pensare che erano più ricchi di quanto in realtà fossero. Poi quando la realtà è ritornata l'illusione è stata spazzata e le valutazioni degli asset sono cadute bruscamente. Realizzando che avevano compiuto scelte terribili durante il boom, gli americani hanno aumentato velocemente i loro risparmi. I dati combaciano molto bene con questa storia:




Il grafico di sopra mostra che il tasso di risparmio (in blu) è caduto a piombo negli anni in cui la bolla immobiliare ha raggiunto il suo picco, mentre S&P 500 (in rosso) è salito alle stelle. Poi alla fine del 2007 la borsa è iniziata a crollare, metnre il tasso dei risparmi è aumentato bruscamente. La borsa ha invetito la marcia all'inizio del 2009, ovviamente, ma dal punto di vista Austriaco ciò è causato dagli interventi massicci della FED — sfoderati col primo giro di "quantitative easing" (che fu annunciato in quel periodo) — che iniziarono a rigonfiare artificialmente i prezzi degli asset.

Possiamo anche ricevere forte sostegno empirico per l'affermazione Austriaca secondo cui il boom immobiliare ha tirato in questo settore una quantità insostenibile di risorse reali (incluso il lavoro), che infine è collassato ed ha causato un rialzo nella disoccupazione. Il grafico seguente paragona l'occupazione totale nella costruzione (linea blu) con il tasso di case vacanti (linea rossa), che è una buona indicazione di una bolla speculativa: le persone non stavano comprando case per viverci, o per affittarle, ma per "girarle" quando il prezzo fosse andato più su. Da notare la connessione tra la bolla immobiliare speculativa ed i lavoratori risucchiati — e poi espulsi — nella costruzione:




Quando arriva il momento di applicare la teoria Austriaca generale al recente ciclo di boom-bust, dobbiamo pensare a livello mondiale. Durante il boom, la maggior parte dei flussi in crescita dei beni di consumo usati dagli americani erano fisicamente prodotti in Cina ed in altri paesi esteri. Per metterla in termini in modo che Krugman possa comprendere, possiamo dire che l'impennata delle importazioni nel periodo di boom (che si "sottraggono" al PIL) era in linea con una "salutare" catena di aumenti nel PIL, non a causa di esportazioni controbilancianti ma piuttosto perchè gli americani ed il loro governo hanno continuato a spendere sempre di più ogni anno (così stimolando C, I e G) piuttosto che compensare il crescente sbilancio commerciale.

Non c'è niente di sbagliato con un deficit nella bilancia comemrciale (o più nello specifico, un deficit nel conto corrente della bilancia dei pagamenti) di per sé; altrove ho spiegato come un'economia salutare e sostenibile in crescita possa avere un flusso indefinito di simili deficit, poichè il resto del mondo si affretterebbe ad investire in un paese benedetto da politiche attrattive.

Ma quando si arriva all'attuale bolla immobiliare sotto George W. Bush, l'accumulo di SUV da parte degli americani, di TV al plasma e consolle di gioco era chiaramente insostenibile. Questo non perchè — come nella mia storia del sushi — gli americani si erano dimenticati di fare le manutenzioni standard. Piuttosto perchè gli americani non avrebbero potuto mantenere la "produzione totale" — la quale è catturata molto imperfettamente dalle cifre del nostro PIL — alle altezze vertiginose alla fine del periodo di boom, perchè avrebbe richiesto che i produttori esteri avessero continuato a mandarci cose buone in cambio di diritti di proprietà su una crescente collezione di Ville Imponenti in cui nessuno poteva permettersi di vivere.

Per essere sicuri che questa storia intuitiva corrisponda ai fatti, possiamo tracciare un indice dei prezzi delle case (in blu) contro il conto corrente della bilancia dei pagamenti (in rosso). L'immagine qui sotto illustra abbastanza bene che mentre la bolla immobliare era gonfiata, il conto corrente della bilancia dei pagamenti affondava sempre di più verso livelli negativi. Poi la bolla immobiliare ed il deficit della bilancia dei pagamenti hanno iniziato a collassare all'incirca nello stesso periodo, mentre i consumatori americani (e gli investitori esteri) iniziavano a percepire come stavano le cose.




Ovviamente i modelli di Krugman e le interpretazioni possono incorporare anche le prove di cui sopra. Così potrebbe comprensibilmente sostenere che non abbia ragioni per dare credito alla visione Austriaca.

Ma mi posso rifare ad almeno due episodi dove la storia del "riassestamento settoriale" degli Austriaci ha chiaramente più poteri chiarificatori rispetto alla storia di Krugman della "domanda insufficiente". Nello specifico, alla fine del 2008 Krugman ha detto che il bust immobiliare aveva poco a che fare con la recessione, perchè le ultime cifre del BLS mostravano che la disoccupazione al livello statale aveva poco a che fare con la diminuzione dei prezzi delle case in tuttli gli Stati.

Tuttavia io ho evidenziato che alla fine del 2008 osservare i cambiamenti anno per anno nella disoccupazione, difficilmente era la cosa giusta da fare. Se guardavamo ai cambiamenti dal momento dello scoppio della bolla, allora cinque dei sei Stati con i più grandi declini nel settore immobiliare erano anche sulla lista dei sei Stati con i più grandi aumenti nella disoccupazione.

In un'altra occasione (la scorsa estate), Krugman ancora una volta pensava che avesse dato alla storia del riassestamento un duro colpo quando evidenziava che il settore industriale avesse perso più lavoro rispetto al settore edile. Io ho evidenziato che anche questo non era una prova valida, perchè il settore industriale aveva avuto più lavoratori con cui iniziare. Se guardavamo ai cali delle percentuali, allora il settore edile è di fatto crollato più pesantemente rispetto al settore industriale. Inoltre — e proprio come la teoria Austriaca prevede — il declino dell'occupazione nell'industria dei beni durevoli è stato peggiore rispetto all'industria dei beni non durevoli, mentre il declino nel settore della vendita al dettaglio è stato più leggero rispetto agli altri tre.

Questi sono episodi molti importanti. Quando Krugman pensava che i numeri fossero dalla sua parte, era felice di denigrare la storia del riassestamento settoriale; pensava che il suo modello era perfettamente in grado di spiegare la situazione se il crash nel settore immobiliare non avesse avuto realmente a che fare con il subbuglio nei mercati del lavoro. E, come Krugman stesso ha detto, avendo egli usato prove valide, i risultati avrebbero quindi messo in dubbio la storia Austriaca.

Così ora che vediamo i cambiamenti nell'occupazione combaciare con la spiegazione Austriaca, dovremmo essere molto più fiduciosi che essa stia catturando almeno una parte importante della storia. Per ripetere, non sono partito per trovare dati che combaciassero con l'esposizione misesiana e poi infine scelto qualche grafico che andasse bene. Piuttosto Krugman pensava che avesse trovato una distorsione della teoria, ma è venuto fuori che ha condotto un misero esperimento.

Visto che Krugman era quello che ha lanciato queste due sfide, è significativo che la teoria Austriaca passasse con pieni voti. Inoltre è significativo che la teoria di Krugman non possa spiegare gli attuali cambiamenti settoriali nei mercati del lavoro. Ricordate, non era affatto imbarazzato dai dati quando egli pensava (erroneamente) che la bolla immobiliare avesse poco a che fare con il problema della disoccupazione.

Ciò è molto importante perchè fu Krugman che notoriamente invocò (nel 2002) e poi difese (con caveat nel 2006) la creazione della bolla immobiliare.

Non sto attaccando la persona o dicendogli "beccato" evidenziando ciò: è molto significativo che il modello di Krugman prescrivesse una bolla immobliare come soluzione al crollo delle dotcom, anche se — come abbiamo visto — il modello di Krugman è ovviamente inferiore alla spiegazione Austriaca quando si deve valutare la ricaduta per la bolla immobiliare.


Conclusione

Io non sostengo che la teoria Austriaca del ciclo economico catturi ogni caratteristica pertinente delle moderne recessioni. Ciò che sostengo è che una teoria — incluso qualsiasi modello Keyenesiano di Paul Krugman — che trascura la distorsione della struttura del capitale durante i periodi di boom, non può possibilmente sperare di prescrivere accuratamente soluzioni dopo un crash.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


(1). Link alla Prima Parte


lunedì 7 febbraio 2011

La Mia Risposta a Krugman sulla Teoria Austriaca del Ciclo Economico #1

Impegni personali stanno facendo confluire le mie energie altrove, ma cerco di trovare sempre spazio per aggiornare il blog. Oggi propongo questo "simpatico" botta e risposta tra Robert Murphy e Paul Krugman sulle cause della recessione economica e sulla teoria Austriaca. Oltre ad essere la riprova della vacuità delle tesi di Krugman, l'articolo fornisce un'ottimo riassunto delle posizioni Austriache riguardo il ciclo economico e delle cause dello sfacelo economico odierno. Parte 1 di 2.
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di Robert P. Murphy


Come molti lettori già sanno, la scorsa settimana Paul Krugman si è rifatto ad uno dei miei articoli giornalieri su Mises.org dove spiegavo l'importanza della teoria del capitale in qualsiasi discussione del ciclo economico. Sebbene Krugman abbia gentilmente descritto la mia favola sugli isolani che mangiano sushi come: "la migliore esposizione che ancora non avevo visto del punto di vista Austriaco che spazza via il PIL", naturalmente ha deriso l'approccio come un: "grande balzo all'indietro" ed un ripudio di 75 anni di progresso economico sin dal lavoro di John Maynard Keynes. Per rinforzare il suo rigetto, Krugman ha elencato diversi problemi che ha notato nell'interpretazione Austriaca.

Nell'attuale articolo rissumerò in primis le posizioni Austriache (secondo la tradizione di Ludwig von Mises) sulla teoria del capitale, sull'interesse e sul ciclo economico. Con questo sfondo, risponderò in seguito alle specifiche obiezioni di Krugman.


Gli Austriaci sul Capitale

Al contrario dei modelli macro mainstream, che non comprendono affatto il capitale o al meglio lo indicano come un'omogenea riserva di grandezza "K", la teoria Austriaca considera esplicitamente la struttura del capitale nell'economia come un complesso assortimento di diversi strumenti, attrezzature, macchinari, scorte ed altri beni in processo. La maggior parte della prospettiva Austriaca è dipendente da questa ricca visione della struttura del capitale nell'economia e gli economisti mainstream tralasciano molte idee Austriache quando propongono l'affermazione "conveniente" che l'economia ha un solo pregio (Krugman sarà felice di sapere che si, posso spiegare chiaramente tutto ciò in un modello formale — quello che Paul Samuelson ha sottoscritto a malincuore [link pdf]).

Krugman ed altri Keynesiani insistono sulla supremazia della domanda: continuano a sottolineare che il possessore di un negozio d'elettronica, diciamo, non avrebbe l'incentivo di ingaggiare più lavoratori e comprare più scorte, se non si aspetta che i consumatori si presentino con il denaro da spendere per i suoi nuovi laptop e TV.

Ma gli Austriaci sottolineano che la domanda di per sé difficilmente illustra l'intera storia: nonostante quanti pezzi di carta verdi i clienti avranno o quanto credito il negozio può prendere dalla banca, sarà fisicamente impossbile per il negozio d'elettronica riempire gli scaffali con nuovi laptop e TV a meno che i produttori di tali oggetti non li abbiano già costruiti. E a loro volta i produttori non possono magicamente creare laptop e TV solamente perchè la domanda per i loro prodotti sale; dipendono da altri settori dell'economia che a loro volta devono aver compiuto la precedente preparazione, come estrarre i metalli necessari, riempire la quantità appropriata di rimorchi necessari a spedire i beni dalla fabbrica, e così via.

Queste osservazioni potrebbero risultare di poco conto, non degne della considerazione di seri economisti. Ma ciò solo perchè normalmente un'economia di mercato risolve "spontaneamente" questo incredibile problema di coordinazione tramite i prezzi ed i segnali corrispondenti del profitto e delle perdite. Se qualcuno dovesse pianificare centralmente un'intera economia da zero, ci sarebbero tutti i tipi di ostacoli e di sprechi — come ha mostrato l'attuale esperienza del socialismo.

Senza la guida dei prezzi di mercato, non osserveremmo un'economia funzionante senza difficoltà, dove le risorse naturali mandano giù la catena della produzione — dall'estrazione alla trasformazione alla produzione all'ingrosso fino alla vendita al dettaglio — come descritto con cura dai libri di testo. Si osserverebbe invece una confusione caotica dove i vari processi collegati non coincidono. Ci sarebbero troppi martelli e troppo pochi chiodi, troppo cibo deperibile e non abbastanza vagoni refrigerati per trasportarlo, e così via.


Gli Austriaci sull'Interesse

Quando si deve spiegare la funzione coordinante dei prezzi di mercato, gli Austriaci assegnano un ruolo molto importante ai tassi d'interesse, poichè guidano lo schieramento delle risorse nel tempo. Parlando approssimativamente un alto tasso d'interesse vuol dire che i consumatori sono relativamente impazienti e penalizzano enormemente gli imprenditori quando bloccano le risorse in progetti a lungo termine. Al contrario un basso tasso d'interesse è la luce verde del mercato per gli imprenditori che i consumatori sono disposti ad attendere più a lungo per il prodotto finito e così è accettabile bloccare le risorse in progetti che produrranno beni di valore ad una data più avanti nel tempo.

Nella concezione Austriaca è il tasso d'interesse che permette alle decisioni finanziarie delle famiglie di interagire con la struttura fisica del capitale, cosicché i produttori trasformino le risorse nei modi che soddisfano maggiormente le preferenze dei consumatori. Si consideri un semplice esempio che uso per gli studenti universitari: supponiamo che l'economia è in un equilibrio iniziale dove le famiglie risparmiano il 5% delle loro entrate. Poi le famiglie decidono che vogliono avere di più per i loro anni in pensione, poichè non vogliono che il loro standard di vita coli a picco una volta smesso di lavorare. Così tutte le famiglie nella comunità iniziano a risparmiare il 10% delle loro entrate.

Secondo il punto di vista Austriaco il tasso d'interesse è il meccanismo principale attraverso cui l'economia si aggiusta al cambiamento delle preferenze (non è che le persone scambiano l'acquisto di hot dog per hamburger; invece scambiano il comprare "l'attuale consumazione" con la "futura consumazione"). Il risparmio incrementato delle famiglie spinge giù il tasso d'interesse ed in questo punto le imprese possono far partire progetti a lungo termine. Dal punto di vista individuale dell'imprenditore il tasso d'interesse influenza la probabilità di progetti più lunghi rispetto a quelli più corti (come mostra un semplice calcolo sul "valore presente diminuito"). Quindi un basso tasso d'interesse non stimola solamente "l'investimento" ma dà praticamente un maggiore incentivo ad investire in beni durevoli a lungo termine, invece di investire in beni non durevoli a breve termine.

Come è possibile che la comunità nel suo complesso possa avere più entrate in, diciamo, 30 anni? Ovviamente le famiglie pensano che sia finanziariamente possibile, perchè i loro bilanci bancari aumentano esponenzialmente con il tasso di risparmio più alto. Ma tecnicamente parlando, ciò è possibile a causa della composizione dei cambiamenti fisici. Le famiglie devono depennare l'andare fuori a cena, il comprare iPod e così via, in modo da raddoppiare il loro tasso di risparmio. Ciò vuol dire che i ristoranti, i negozi della Apple ed altri esercizi connessi alla consumazione dovranno licenziare i lavoratori e diminuire progressivamente le loro operazioni. Ma ciò vuol dire che il lavoro ed altre risorse saranno liberate per espandere la produzione in settori che fanno macchine per forare materiali duri, trattori e nuove fabbriche.

In 30 anni l'economia sarà fisicamente capace di una produzione maggiore (inclusa la produzione di beni di consumo), perchè a quel tempo, i lavoratori staranno usando un'ampio accumulo di capitale o beni strumentali fatti durante i precedenti tre decenni. Questo è come ognuno può ottenere un migliore standard di vita attraverso il risparmio.


Gli Austriaci sul Ciclo Economico

Ora ciò che ho fornito è un riassunto della visione del capitale e dell'interesse, prendiamo la ricompensa: la loro spiegazione per il ciclo economico. Quando i tassi d'interesse sono spinti al di sotto i loro livelli di mercato (tramite una politica espansionistica della banca centrale, ad esempio), ciò mette in moto lo stesso processo che accadrebbe se ci fosse un reale incremento nei risparmi. In altre parole, a tassi d'interesse bassi, gli imprenditori trovano redditizio iniziare progetti a lungo termine; i settori dell'economia dei beni capitali iniziano ad ingaggiare lavoratori e ad aumentare la produzione.

Tuttavia questa espansione dei settori dei beni capitali non è controbilanciata da un restringimento dei settori dei beni di consumo, il modo in cui sarebbe se le famiglie iniziassero effettivamente a risparmiare di più. Invece le famiglie provano a consumare anche di più, a causa dei bassi tassi d'interesse.

Un boom insostenibile si mette in funzione, un periodo temporaneo di prosperità illusoria. Visto che ogni settore si sta espandendo, c'è un generale sentimento di euforia; sembra che ogni impresa stia avendo una "grande annata" ed il tasso di disoccupazione diminuisce al di sotto del suo livello "naturale".

Sfortunatamente ad un certo punto la realtà solleva la sua brutta faccia. La banca centrale non ha creato più risorse comprando semplicemente asset ed abbassando i tassi d'interesse. E' fisicamente impossibile per l'economia continuare a sfornare un maggiore volume di beni di consumo, come anche incrementare la produzione di beni capitali. Infine qualcuno deve pagare. La comprensione della situazione arriverà più presto che tardi, se gli asset in aumento o perfino i prezzi al consumo fanno invertire alla banca centrale il suo percorso, facendo così aumentare vertigionosamente i tassi d'interesse. Ma anche se la banca centrale mantiene i tassi permanentemente bassi, infine le realtà fisiche si manifesteranno e l'economia soffrirà di un crash.

Durante la fase del bust, gli imprenditori rivaluteranno la situazione. Se la banca centrale ed il governo non interferiscono, i prezzi daranno accurati segnali su quali imprese dovrebbero essere salvate e quali dovrebbero essere demolite. Quei lavoratori che si trovano in linee insostenibili saranno licenziati. Ci vorrà del tempo per loro per cercare tra le opportunità in sviluppo ed infine trovare una nicchia di mercato che è adatta alle loro abilità ed è sostenibile nella nuova economia.

Durante questo periodo di rivalutazione e ricerca, il tasso di disoccupazione misurato sarà insolitamente alto. Non è che i lavoratori sono "pigri", o che la loro produttività è improvvisamente scesa a zero; piuttosto c'è bisogno che siano riallocati e ciò richiede tempo in un complesso come quello dell'economia moderna. Questo ritardo può essere dovuto semplicemente alla ricerca di un posto di lavoro, dove i lavoratori devono guardarsi intorno per trovare il miglior luogo che è già "là fuori", oppure può essere dovuto al fatto che loro devono aspettare che altri lavoratori "preparino le cose" prima che i disoccupati possano riprendere a lavorare (ciò è quello che è accaduto nella mia storia del sushi).

Fermerò il riassunto a questo punto in modo da rivolgermi alle obiezioni di Krugman. Il lettore interessato può vedere più esposizioni tecniche (ancora accessibili) in questa collezione di saggi, mentre coloro interessati ad un'esposizione grafica (usando concetti mainstream come il PPF) dovrebbero guardare le fantastiche presentazioni in PowerPoint di Roger Garrison.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


(1). Link alla Seconda Parte


venerdì 4 febbraio 2011

Inflazione e Controllo dei Prezzi

«Fonte ultima della determinazione dei prezzi sono i giudizi di valore dei consumatori». Questo diceva Mises nell'Azione Umana, ma in un mercato narcotizzato come quello odierno i prezzi non riflettono l'economia e per far fronte ad emergenze si ricorre a misure tanto drastiche quanto stupide. Non sorprende poi che escano notizie simili che tirano in ballo l'africano malnutrito di turno o altre cazzate assortite (es. clima, speculatori), sviando il discorso su lidi più favorevoli alla mano che gira la manovella della stampante o preme i pulsanti di un computer.
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[Ludwig von Mises immigrò negli Stati Uniti nel 1940, un periodo economico bellico in cui la produzione era pianificata, prezzi e salari controllati ed il razionamento dominava il mercato dei beni al consumo. I suoi scritti contro l'interventismo divennero criticamente importanti, specialmente durante il dibattito pubblico riguardante a quale estensione questi controlli sarebbero dovuti essere ridotti dopo la guerra. Questo articolo apparve nel Commercial and Financial Chronicle, il 20 dicembre 1945 e fu poi ristampato in Planning for Freedom]


di Ludwig von Mises



1. La Futilità del Controllo dei Prezzi

Sotto il socialismo la produzione è interamente diretta dagli ordini del consiglio gestionale della produzione. L'intera nazione è "un esercito industriale" (un termine usato da Marx nel Manifesto Comunista) ed ogni cittadino deve obbedire agli ordini dei suoi superiori. Ognuno deve contribuire con la sua quota all'esecuzione del piano generale adottato dal Governo.

Nella libera economia nessuno zar della produzione dice ad un uomo cosa debba fare. Ognuno pianifica ed agisce per se stesso. La coordinazione delle varie attività degli individui e la loro integrazione in un sistema armonioso per rifornire i consumatori con beni e servizi che richiedono, sono generate dal processo di mercato e dalla struttura dei prezzi che ne scaturisce.

Il mercato conduce l'economia capitalista. Direziona tutte le attività dell'individuo in quei canali in cui egli possa servire meglio i voleri dei suoi colleghi. Il mercato da solo mette in ordine l'intero sistema sociale della proprietà privata dei mezzi di produzione e la libera impresa conferendole senso e significato.

Non c'è niente di automatico e misterioso nelle operazioni di mercato. Le sole forze che determinano il continuo stato fluttuante del mercato sono il giudizio sul valore dei vari individui e le loro azioni dirette da questi giudizi. Il fattore ultimo nel mercato è la lotta di ogni uomo per soddisfare i propri bisogni e desideri nel miglior modo possibile. La supremazia del mercato è equivalente alla supremazia dei consumatori. Con i loro acquisti e la loro astensione dal comprare, i consumatori determinano non solo la struttura dei prezzi, ma non di meno ciò che dovrebbe essere prodotto, in quale quantità e quantità e da chi. Determinano ogni profitto o perdita dell'imprenditore e pertanto chi dovrebbe possedere il capitale e gestire i piani. Rendono poveri gli uomini ricchi e ricchi gli uomini poveri. Il sistema del profitto è essenzialmente la produzione per l'uso, poichè i profitti possono essere solo incamerati dal successo nel rifornire i consumatori nel modo migiore e più economico con le merci che loro vogliono usare.

Da ciò diviene chiaro cosa voglia dire quando il governo manomette la struttura dei prezzi del mercato. Devia la produzione in altre linee da quei canali in cui i consumatori vogliono direzionarla. In un mercato non manipolato dall'interferenza del governo prevale una tendenza all'espansione della produzione di ogni articolo fino al punto in cui un'ulteriore espansione non pagherebbe perchè il prezzo realizzato non eccederebbe i costi. Se il governo fissa un prezzo minimo per certe merci al di sotto del livello che un mercato non ostacolato avrebbe determinato e rende illegale vendere al prezzo potenziale di mercato, la produzione comporta una perdita per i produttori marginali. Coloro che producono con i più alti costi vanno in bancarotta ed impiegano le loro fabbriche per la produzione di altre merci, non influenzate da un tetto di prezzi. L'interferenza del governo con il prezzo di una merce limita l'offerta disponibile per il consumo. Questo risultato è opposto alle intenzioni che hanno motivato il tetto di prezzi. Il governo voleva rendere più semplice per le persone ottenere l'articolo interessato. Ma il suo intervento ha come risultato il restringimento della quantità prodotta ed offerta per la vendita.

Se questa spiacevole esperienza non insegna alle autorità che il controllo dei prezzi è futile e che la migliore strategia sarebbe astenersi da qualsiasi tentativo di controllare i prezzi, diviene necessario aggiungere a questa prima misura, che restringe il prezzo di uno o diversi beni di consumo, ulteriori successive misure. Diviene necessario aggiustare i prezzi dei fattori di produzione richiesti per la produzione dei beni di consumo interessati. Poi la stessa storia si ripete su un piano più remoto. La quantità di questi fattori di produzione i cui prezzi sono stati limitati si restringe. Poi di nuovo il governo deve espandere la sfera del suo tetto dei prezzi. Deve aggiustare i prezzi dei fattori di produzione scondari richiesti per la produzione di quei fattori primari. Così il governo deve andare sempre oltre. Deve aggiustare i prezzi di tutti i beni di consumo e di tutti i fattori di produzione, dei materiali, del lavoro e deve forzare ogni imprenditore ed ogni lavoratore a continuare la produzione a questi prezzi e saggi salariali. Nessuna branca della produzione deve essere omessa da questo aggiustamento generale dei prezzi, dei salari e dell'ordine in generale per continuare a produrre. Se alcune branche dovessero essere lasciate libere, il risultato sarebbe uno spostamento di capitale e lavoro verso di esse ed una corrispondente caduta nella quantità di beni i cui prezzi sono stati fissati dal governo. Tuttavia sono precisamente questi beni che il governo considera specialmente importanti per la soddisfazione dei bisogni delle masse.

Ma quando un simile stato di controllo generale degli affari è raggiunto, l'economia di mercato è stata rimpiazzata da un sistema di pianificazione centrale, dal socialismo. Non è più il consumatore, ma il governo che decide cosa debba essere prodotto ed in quale quantità e qualità. Gli imprenditori non sono più imprenditori. Sono stati ridotti allo status di direttori di negozio — o Betriebsführer, come dicevano i nazisti — e debbono obbedire agli ordini emanati dal consiglio centrale della produzione del governo. I lavoratori sono costretti a lavorare nelle fabbriche in cui le autorità gli assegnano; i loro salari sono determinati dalle leggi delle autorità. Il governo è supremo. Determina ogni entrata del cittadino e lo standard di vita. E' totalitario.

Il controllo dei prezzi è opposto allo scopo se è solo limitato ad alcune merci. Non può funzionare con soddifsazione in un economia di mercato. I tentativi per farlo funzionare devono allargare la sfera delle merci soggette al controllo dei prezzi finchè i prezzi di tutte le merci e servizi sono regolati dalla legge dell'autorità ed il mercato cessa di funzionare.

La produzione può sia essere diretta dai prezzi fissati dal mercato tramite l'acquisto o l'astensione dal comprare da parte delle persone; sia può essere diretta dagli uffici del governo. Non c'è una terza soluzione disponibile. Il controllo del governo di una parte dei prezzi può solo risultare in uno stato di affari che — senza alcune eccezione — ognuno considera assurdo ed opposto ai propositi. Il suo inevitabile risultato è il caos ed il disordine sociale.


2. Controllo dei Prezzi in Germania

E' stato affermato ancora ed ancora che l'esperienza della Germania ha provato che il controllo dei prezzi è fattibile e può raggiungere i fini cercati dal governo a cui vi fa ricorso. Niente può essere più erroneo.

Quando scoppiò la prima Guerra Mondiale, il Reich tedesco adottò immediatamente una politica di inflazione. Per evitare l'inevitabile risultato dell'inflazione, un aumento generale dei prezzi, si fece ricorso simultaneamente al controllo dei prezzi. La più che glorificata efficienza della politica tedesca ebbe successo piuttosto bene nell'imporre questo tetto di prezzi. Non c'era mercato nero. Ma la quantità di merci soggette al controllo dei prezzi diminuì velocemente. I prezzi non aumentavano. Ma la gente non era più in una posizione per acquistare cibo, vestiti e scarpe. Il razionamento fu un fallimento. Sebbene il governo ridusse sempre di più le razioni assegnate ad ogni individuo, solo poche persone furono abbastanza fortunate da prendere tutto quello che la carta del razionamento dava loro diritto di prendere. Nei loro tentativi di far funzionare il sistema del controllo dei prezzi, le autorità espansero passo dopo passo la sfera delle merci soggette al controllo dei prezzi. Una branca del mondo degli affari dopo l'altra fu centralizzata e messa sotto la gestione di una commissione di governo. Il governo ottenne il pieno controllo di tutte le branche vitali della produzione. Ma anche ciò non era abbastanza fintanto che altre branche dell'industria erano lasciate libere. Così il governo decise di andare anche oltre. Il Programma Hindenburg aveva lo scopo di pianificare in generale tutta la produzione. L'idea era di affidare la direzione di tutte le attività economiche alle autorità. Se il Programma Hindenburg fosse stato eseguito, avrebbe trasformato la Germania in un commonwealth decisamente totalitario. Avrebbe realizzato l'ideale di Othmar Spann, il campione del socialismo "tedesco", per rendere la Germania un paese in cui la proprietà privata eistesse solo in un senso formale e legale, mentre di fatto ci sarebbe stata solo proprietà pubblica.

Tuttavia il Programma Hindenburg non venne messo pienamente in atto quando il Reich collassò. La disintegrazione della burocrazia imperiale spazzò via l'intero apparato del controllo dei prezzi e del socialismo di guerra. Ma gli autori nazionalisti continuarono ad esaltare i meriti del Zwangswirtschaft, l'economia obbligatoria. Era, dissero, il metodo più perfetto per la realizzazione del socialismo in un paese a predominanza industriale come la Germania. Trionfarono quando il cancelliere Brüning nel 1931 riprese le condizioni essenziali del Programma Hindenburg e quando in seguito i nazisti imposero questi decreti con la massima brutalità.

I nazisti, come i loro ammiratori esteri sostengono, non imposero un controllo dei prezzi in un'economia di mercato. Con loro il controllo dei prezzi era solo un meccanismo dentro l'ossatura di un sistema generale di pianificazione centrale. Nell'economia nazista non esistevano questioni di iniziativa privata e libera impresa. Tutte le attività della produzione erano dirette dal Reichswirtschaftsministerium. Nessun impresa era libera di deviare nella conduzione delle sue operazioni dagli ordini emanati dal governo. Il controllo dei prezzi era solo un meccanismo nel complesso di innumerevoli decreti ed ordini che regolavano il più minuscolo dettaglio di ogni attività economica e che fissavano precisamente ogni compito dell'individuo da un lato e dall'altro i suoi guadagni ed il suo standard di vita.

Ciò che ha reso difficile per molte persone afferrare la vera natura del sistema economico nazista era il fatto che i nazisti non espropiarono gli imprenditori ed i capitalisti apertamente e che non adottarono il principio dell'uguaglianza delle entrate che i bolscevichi sposarono bei primi anni di governo sovietico e scartarono solo in seguito. Tuttavia i nazisti rimossero completamente dal controllo la borghesia. Quegli imprenditori che non erano né ebrei né sospettati di essere liberali o pacifisti mantennero le proprie posizioni nella struttura economica. Ma erano praticamente solo degli impiegati pubblici salariati obbligati ad obbedire incondizionatamente agli ordini dei loro superiori, i burocrati del Reich e del partito nazista. I capitalisti prendevano i loro (severamente ridotti) dividendi. Ma come gli altri cittadini non erano liberi di spendere più delle loro entrate rispetto a quanto il partito stimava adeguato al loro status e rango nella gerarchia. L'eccedenza doveva essere investita in esatto accordo con gli ordini del Ministero degli Affari Economici.

L'esperienza della Germnia nazista non confuta il discorso che il controllo dei prezzi è condannato a fallire entro un'economia non completamente socializzata. Coloro che invocano il controllo dei prezzi poichè immaginano di mirare alla conservazione del sistema dell'iniziativa e dell'impresa libera sono in grande errore. Quello che veramente fanno è paralizzare l'operazione del meccanismo di guida del sistema. Non si preserva un sistema distruggendo il suo punto vitale; lo si uccide.


3. Fallacie Comuni sull'Inflazione

L'inflazione è il processo di un grande aumento nella quantità di denaro in circolazione. Il suo principale motore nell'Europa continentale è l'emissione di banconote a corso legale non riscattabili. In questo paese l'inflazione consiste fondamentalmente nei prestiti al governo da parte delle banche ed anche nell'aumento della quantità di denaro cartaceo e di monete. Il governo finanzia la sua spesa a deficit con l'inflazione.

L'inflazione ha sempre come risultato una generale tendenza verso i prezzi al rialzo. Coloro nelle cui tasche fluisce la quantità di valuta addizionale sono in una posizione di espandere la propria domanda per beni e servizi. Una domanda addizionale deve, restando le altre cose uguali, aumentare i prezzi. Nessun sofisma e nessun sillogismo può scongiurare questa inevitabile conseguenza dell'inflazione.

La rivoluzione semantica che è una delle caratteristiche dei giorni nostri ha oscurato e confuso questo fatto. Il termine inflazione è usato con una nuova connotazione. Ciò che le persone oggi chiamano inflazione non è inflazione, per esempio, l'incremento della quantità di denaro e sostituti del denaro, ma l'aumento generale di prezzi e saggi salariali che sono l'inevitabile conseguenza dell'inflazione. Questa innovazione semantica è senza dubbio pericolosa.

Prima di tutto non c'è più alcun termine disponibile per indicare cosa l'inflazione soleva indicare. E' impossibile combattere un male che non può essere nominato. Statalisti e politici non hanno più l'opportunità di fare ricorso ad una terminologia accetata e compresa dalle persone quando vogliono descrivere la politica finanziaria a cui si oppongono. Devono entrare in un'analisi dettagliata ed in una descrizione di questa politica con pieni particolari e poche spiegazioni qualora ci si volessere riferire ad essa, e devono ripetere questa noiosa procedura in ogni discorso in cui hanno a che fare con qeusto soggetto. Visto che non si può nominare la politica che incrementa la quantità del mezzo di scambio in circolazione, gli và di lusso.

Il secondo comportamento pericoloso è che coloro impegnati nei tentativi futili e senza speranza di combattere le inevitabili conseguenze dell'inflazione — l'aumento dei prezzi — stanno mascherando i loro tentativi come lotta contro l'inflazione. Mentre combattono i sintomi, pretendono di combattere la radice che causa il male. E poichè non comprendono la relazione causale tra l'aumento del denaro in circolazione e l'espansione del credito da un lato e l'aumento dei prezzi dall'altro, praticamente peggiorano le cose.

Il miglior esempio è fornito dai sussidi. Come è stato sottolineato il tetto dei prezzi riduce l'offerta perchè la produzione comporta una perdita per i produttori marginali. Per impedire questo risultato i governi spesso garantiscono sussidi ai contadini che operano con i costi più alti. Questi sussidi sono finanziati dall'espansione del credito addizionale. Quindi essi causano l'incremento della pressione inflazionistica. Se i consumatori dovessero pagare prezzi più alti per i prodotti interessati, nessun effetto inflazionistico ne emergerebbe. I consumatori dovrebbero usare per tali pagamenti supplementari solo denaro che era già stato messo in circolazione. Così la presunta idea brillante di combattere l'inflazione con i sussidi causa di fatto più inflazione.


4. Le Fallacie Non Devono Essere Importate

Non c'è praticamente bisogno oggi di entrare in una discussione sulla relativamente lieve e pericolosa inflazione che in un gold standard può essere causata da un grande aumento nella produzione d'oro. I problemi che il mondo deve affrontare oggi sono quelli dell'inflazione fuori controllo. Tale inflazione è sempre il risultato di una plitica intenzionale del governo. Da un lato il governo non è preparato a restringere la sua spesa. Dall'altro non vuole bilanciare il suo budget con la riscossione delle tasse o da prestiti dalle persone. Sceglie l'inflazione perchè lo considera come il minore dei mali. Espande il credito ed incrementa la quantità di denaro in circolazione perchè non vede le inevitabili conseguenze che una simile politica può causare.

Nessun'altra cosa può procurare così tanto allarme in questo paese se non quanto sia già estesa l'inflazione attuale. Sebbene sia andata molto oltre ed ha procurato molto danno, non ha certamente creato un disastro irreparabile. Non c'è dubbio che gli Stati Uniti siano ancora liberi di cambiare i propri metodi di finanziamento e ritornare ad una politica monetaria sensata.

Il vero pericolo non consiste in cosa è già accaduto, ma nelle dottrine spurie da cui questi eventi sono nati. La superstizione che per il governo è possibile evitare le inesorabili conseguenze dell'inflazione attraverso il controllo dei prezzi è il pericolo principale. Poichè questa dottrina devia l'attenzione della gente dal problema principale. Mentre le autorità sono impegnate in un inutile combattimento contro i relativi fenomeni, solo poche persone attaccano la fonte del male, i metodi del Tesoro di garantire per le enormi spese. Mentre i dipartimenti guadagnano i titoli dei giornali per le loro attività, le cifre statistiche riguardanti l'aumento della valuta nazionale sono relegate in un posto inosservato delle pagine finanziarie dei giornali.

Di nuovo qui l'esempio della Germania può fungere da avvertimento. La tremenda inflazione tedesca che nel 1923 ridusse il potere d'acquisto del marco ad un miliardesimo del suo valore pre-guerra non fu un atto di Dio. Sarebbe stato possibile bilanciare il budget della Germania post-bellica senza ricorrere alla stampante della Reichsbank. La prova è che il budget del Reich fu facilmente bilanciato non appena il crollo della vecchia Reichsbank forzò il governo ad abbandonare la sua politica inflazionistica. Ma prima che ciò accadesse, tutti i presunti esperti tedeschi negarono ostinatamente che l'aumento dei prezzi delle merci, dei saggi salariali e dei tassi di cambio esteri avessero nulla a che fare con il metodo del governo di spendere sconsideratamente. Ai loro occhi solo il profitto era da incolpare. Invocarono una profonda imposizione del controllo dei prezzi come rimedio per tutti i mali e chiamarono coloro che raccomandavano un cambiamento nei metodi finanziari "deflazionisti".

I nazionalisti tedeschi furono sconfitti nelle due più terrificanti guerre della storia. Ma le fallacie economiche che spinsero la Germania nelle sue nefande aggressioni sfortunatamente sopravvissero. Gli errori monetari sviluppati da professori tedeschi come Lexis e Knapp e messi in pratica da Havenstein, il presidente della Reichsbank negli anni critici della sua inflazione, sono oggi la dottrina ufficiale della Francia e di molti altri paesi europei. Non c'è bisogno per gli Stati Uniti di importare queste assurdità.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/