mercoledì 4 febbraio 2026

Tante chiacchiere, nessuna strategia: l'indignazione della Germania per la linea di politica di Trump sulla Groenlandia

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/tante-chiacchiere-nessuna-strategia)

La reazione provocatoria dell'élite politica e imprenditoriale tedesca riguardo i dazi di Donald Trump nel conflitto in Groenlandia rivela una notevole negazione della realtà. È sempre più chiaro che Bruxelles e Berlino sono più disposte ad accettare danni collaterali significativi in una disputa con gli Stati Uniti che a perseguire soluzioni razionali. È giunto il momento di riconoscere le proprie debolezze.

Alla fine la disputa sul futuro strategico della Groenlandia si è sviluppata come previsto. In risposta allo schieramento di un piccolo contingente di truppe europee sull'isola amministrata dalla Danimarca, Washington ha utilizzato un potere di leva sostanziale: i dazi. Questo strumento ormai consolidato è rivolto alle otto nazioni partecipanti all'azione, tra cui la Germania, che ha contribuito con soli 13 soldati a questa peculiare misura.

A partire dal 1° febbraio è entrato in vigore un ulteriore dazio del 10%. Se la situazione rimane invariata, salirà al 25% il 1° giugno. Se la controversia sulla Groenlandia dovesse degenerare in un casus belli commerciale, avrebbe un impatto diretto sull'economia europea nel suo complesso. Le economie fortemente orientate alle esportazioni, come la Germania, potrebbero vedere spazzato via fino allo 0,3% del loro PIL.


Rotte e risorse di spedizione

Di cosa si tratta realmente? L'interesse di Donald Trump per il controllo strategico della Groenlandia è duplice. Da un lato le ricche risorse naturali della Groenlandia, in particolare le terre rare, sono cruciali; dall'altro si tratta di controllare le principali rotte commerciali artiche. L'obiettivo di Washington è dominare il Passaggio a Nord-Est lungo la Russia e il Passaggio a Nord-Ovest lungo il Canada. Queste rotte che collegano Europa, Asia e Nord America potrebbero diventare strategicamente vitali in futuro. Anche lo Stretto di Davis, tra Groenlandia e Canada, svolge un ruolo chiave nel gioco di potere degli Stati Uniti, fornendo accesso a importanti zone ricche di risorse. La regione del Nord Atlantico è generalmente considerata essenziale per la sicurezza militare del governo statunitense.

Negli ultimi giorni Trump ha ripetutamente sottolineato che né la NATO, né l'Unione Europea hanno adottato misure politiche sostanziali in risposta alla crescente influenza della Cina e della Russia nella regione.

Ciò solleva l'inevitabile domanda: perché l'Europa è improvvisamente così interessata alla Groenlandia? Una soluzione chiara sarebbe senza dubbio un referendum sull'isola parzialmente autonoma. Resta da vedere come si svilupperà questo processo.


Provocazioni invece di una strategia

Le risposte politiche e imprenditoriali della Germania indicano la volontà di un'escalation retorica. I rappresentanti delle associazioni di categoria tedesche parlano di un'inversione di tendenza nella politica statunitense. Il presidente della VDMA, Bertram Kawlath, ha criticato i dazi definendoli un'arma politica e apostrofandoli come assurdi. Analogamente il presidente del DIW, Marcel Fratzscher, ha avvertito che la Germania e l'Europa non dovrebbero più lasciarsi estorcere dalla controversia commerciale con gli Stati Uniti.

Il presidente della BGA, Dirk Jandura, e la presidente della VDA, Hildegard Müller, hanno definito grotteschi i dazi annunciati. Rappresenterebbero un onere enorme per un'industria europea già pesantemente colpita. Entrambi hanno invitato Bruxelles ad agire con decisione e strategia.

In particolare, spicca l'appello di Fratzscher a una più stretta cooperazione con la Cina. Eppure solo poche settimane fa la disputa sulla fornitura delle terre rare con Pechino ha rischiato di degenerare, un player che fa valere i propri interessi con altrettanta spietatezza sfruttando la sua influenza sulle risorse.

C'è accordo sul fatto che Bruxelles debba ora raccogliere la sfida lanciata dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per un pacchetto di dazi di ritorsione che potrebbe colpire le imprese statunitensi in Europa fino a $93 miliardi. I segnali indicano una tempesta, ma non è ancora chiaro se l'amministrazione statunitense ne sarà impressionata.

Da una prospettiva europea emergono due opzioni principali: in primo luogo, il modello a lungo discusso di tassazione pesante sulle aziende tecnologiche americane – la cosiddetta tassa digitale – potrebbe finalmente essere implementato; in secondo luogo, i contro-dazi proposti dall'UE potrebbero essere utilizzati per esercitare pressione nei prossimi negoziati con l'amministrazione statunitense.

La domanda cruciale è: fino a che punto l'UE potrà giocare a questo gioco di potere prima che i costi economici diventino insostenibili? Bruxelles ha mostrato la tendenza, in conflitti come la guerra in Ucraina, ad attenersi a richieste massimaliste, accettando al contempo danni collaterali significativi. La stessa dinamica viene minacciata ora nella disputa commerciale con gli Stati Uniti: la retorica europea è forte, ma la sostanza economica è debole.

Analogamente allo scontro con la Russia, l'UE si trova ad affrontare una visibile asimmetria di potere rispetto all'economia statunitense, che è cresciuta del 5,5% annuo nell'ultimo trimestre, mentre la disoccupazione è scesa al 4,4%. La crescita è trainata principalmente dagli investimenti privati e da un massiccio aumento della produttività, la vera misura del successo economico sostenibile.

Al contrario l'UE – e in particolare le aree industriali della Germania – stanno sanguinando. Nonostante l'ingente indebitamento e gli ampi programmi di stimolo governativi, gli investimenti privati ​​e gli incrementi di produttività continuano a languire.


Asimmetria di potere

Sul conflitto commerciale in lenta escalation pende la spada di Damocle del conflitto ucraino e della conseguente crisi energetica tedesca. L'occasione persa mesi fa di risolvere un nodo gordiano con la mediazione statunitense ora esige il suo pedaggio. Passo dopo passo gli Stati Uniti potrebbero adeguare le proprie garanzie di sicurezza per l'Europa, esponendo le vulnerabilità economiche e militari dell'UE.

La nuova strategia di sicurezza di Washington, pubblicata a dicembre, chiarisce che l'UE non è più considerata un alleato strategico. Gli Stati Uniti sono invece pronti a perseguire i propri interessi con il pugno di ferro, se necessario.

Non si può negare che con l'attuale amministrazione Trump la realpolitik è tornata a farsi sentire nelle relazioni UE-USA. L'Europa deve riconoscere queste nuove realtà e affrontarle con una valutazione realistica della propria posizione e l'attuale situazione economica è tutt'altro che rosea.

L'atteggiamento morale nei confronti dei presunti “metodi da Far West” degli americani è ipocrita. Non è stata forse la Commissione Europea a costringere, per molti anni, i partner commerciali – più di recente i Paesi del Mercosur – al suo regime protezionista sul clima? Non è altrettanto problematico spingere la propria popolazione in un pantano economico solo per soddisfare fantasie di potere socialiste sul clima ed espandere il controllo politico?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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