La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/trump-ha-smascherato-il-bluff-delleuropa)
Il piano in 28 punti negoziato dalla Casa Bianca con il Cremlino non è affatto definitivo. È ben lungi dall'esserlo. È solo una bozza, niente di più, niente di meno. In ogni caso, Trump è un personaggio imprevedibile: potrebbe tirarsi indietro da un momento all'altro, ma questa volta non credo che lo farà.
Il piano, inizialmente diffuso su un canale Telegram, non è certo una soluzione ideale per l'Ucraina, ma, allo stesso tempo, non è una “capitolazione” e chi lo ha definito tale in realtà non desidera un accordo. L'Ucraina potrà migliorarlo, ma, a dire il vero, non di molto. “Non hai le carte giuste in mano”, ha detto Trump a Zelensky. Purtroppo, dopo il recente scandalo di corruzione, la sua posizione è più debole che mai.
Negli ultimi tre anni i funzionari statunitensi mi hanno ripetutamente detto che l'Ucraina non aveva alcuna possibilità di vincere la guerra. E dopo che l'America ha ritirato il suo sostegno all'inizio dell'anno scorso, è apparso chiaro che avevano ragione: l'Europa non è in grado di colmare il vuoto. Gli europei potranno anche essere i paladini, con aria di superiorità morale, del rapido collasso dell'ordine mondiale multilaterale, ma la storia ricorderà che, al momento decisivo, non erano pronti a passare dalle parole ai fatti. In media il sostegno totale all'Ucraina si è aggirato intorno ai €4 miliardi al mese durante la prima metà dell'anno scorso. A luglio e agosto è crollato a meno di €1 miliardo al mese, secondo il Kiel Institute. Nessun grande Paese europeo si è dimostrato disposto a tagliare la spesa pubblica o ad aumentare le tasse per finanziare l'Ucraina in modo significativo. La strategia europea, per quanto limitata alle apparizioni fotografiche con Zelensky, era quella di tenere i russi impegnati in combattimento fino a quando non si fossero stancati.
Purtroppo l'America si è stancata per prima e l'Europa non aveva un piano B.
Ora l'Europa è a corto di soldi e di idee... e Trump ha un piano. Ha puntato sul lungo termine. Le sue dure parole contro Vladimir Putin erano solo tattiche, volte a mascherare una strategia a lungo termine per porre fine alla guerra. Come ha suggerito Phillips O'Brien nella sua analisi “Long Con”, anche le sanzioni secondarie sul petrolio imposte da Trump facevano parte di questa manovra. Queste avrebbero dovuto entrare in vigore il 21 novembre scorso, eppure non è successo nulla. India e Cina possono continuare ad acquistare petrolio russo impunemente; le sanzioni non sono mai state una cosa seria.
Trump ha una priorità assoluta: porre fine alla guerra, a qualunque costo. E in questa impresa ha due vantaggi principali. Il primo è la dipendenza militare dell'Ucraina e dell'Europa dagli Stati Uniti. Il secondo è lo status unico dell'America come unica potenza occidentale influente con canali diplomatici diretti con Mosca. Gli europei hanno commesso un enorme errore strategico quando hanno interrotto simultaneamente i colloqui con Vladimir Putin.
Il piano di Trump in 28 punti è stato quindi negoziato da Steve Witkoff con la sua controparte russa, Kirill Dmitriev. A dire il vero dà l'impressione di essere un lavoro in corso: la versione trapelata era scritta in russo e, tradotta in inglese, risulta goffa. È dettagliato, ma non è affatto un testo formalmente concordato.
Ci sono, tuttavia, alcuni elementi non negoziabili. Uno di questi è l'accordo territoriale che darebbe alla Russia una parte dell'Ucraina che non occupa ancora. La Russia controlla già quasi il 90% dell'intera regione del Donbass: tutta Luhansk e circa tre quarti di Donetsk. Il piano di pace di Trump consegnerebbe alla Russia il territorio rimanente di Donetsk, insieme ai 200.000 ucraini che risiedono ancora nelle zone dell'oblast controllate dall'Ucraina. Secondo il piano, il territorio verrebbe smilitarizzato e diventerebbe parte di una zona cuscinetto.
Il team di Trump ha accettato questa condizione perché ha concluso, a mio avviso correttamente, che senza di essa non ci sarebbe alcun accordo. Putin continuerebbe a combattere e alla fine conquisterebbe altro territorio. La Russia ha fatto progressi: è riuscita a occupare la città di Pokrovsk, in prima linea. Potrebbe volerci un altro anno prima che la Russia conquisti la parte restante di Donetsk, prima di puntare al premio più ambito: Zaporizhzhia, una città di circa 700.000 abitanti, capoluogo dell'omonima regione. A quel punto l'indipendenza futura dell'Ucraina non sarebbe più garantita.
Questo accordo di pace non è così unilaterale come sostengono i suoi critici. Riconosce formalmente la sovranità dell'Ucraina e il suo diritto ad aderire all'UE. Consente inoltre all'Ucraina di mantenere un esercito, con un limite ragionevole di 600.000 soldati. Non impedisce inoltre ai Paesi della NATO di fornire ulteriore assistenza, fatta eccezione per alcune categorie di armi come i missili a lungo raggio.
Ma ci sono delle vere e proprie sorprese. Sono quasi caduto dalla sedia quando ho letto il punto 14, che propone di investire $100 miliardi di beni congelati della Russia nella ricostruzione dell'Ucraina, con gli Stati Uniti che si intascherebbero metà dei profitti. Questo è il classico modus operandi di Trump: giocare a giochi commerciali che vanno oltre l'immaginazione dei nostri diplomatici europei. Inoltre l'Europa sarebbe obbligata a versare $100 miliardi in aiuti di tasca propria. Ci sarà un fondo di investimento russo-americano per finanziare progetti congiunti tra Stati Uniti e Russia, con profitti condivisi.
Ma soprattutto l'accordo obbliga l'Europa a sbloccare i $200 miliardi in asset russi attualmente detenuti in conti europei, principalmente in Belgio. Si tratta di una pillola amara; l'Europa sperava di poter utilizzare il denaro russo come garanzia per i prestiti all'Ucraina. Trump non ha l'autorità per costringere l'Europa a sbloccare i fondi – Friedrich Merz ha già respinto questa richiesta – ma potrebbe rendere le cose difficili in caso di rifiuto.
L'unica strategia semi-coerente dell'Europa nei confronti dell'Ucraina era stata quella di trattenere questi asset come leva per future riparazioni: un piano basato sulla finzione che l'Ucraina avrebbe vinto questa guerra.
Ma se Russia e Ucraina dovessero raggiungere un accordo, questo piano risulterebbe impraticabile, poiché costituirebbe uno strumento con cui gli europei potrebbero sabotare l'intesa.
Un altro punto fermo nell'accordo di pace è la graduale revoca delle sanzioni. Riammettere la Russia nel Gruppo dei Sette Paesi industrializzati avanzati – riportandolo alla denominazione di G8 – sarebbe doloroso per gli europei. La Russia fu espulsa nel 2014, dopo l'annessione della Crimea. Un G8 rinato sarebbe di fatto governato da Trump e Putin.
Non sorprende, quindi, se i leader dell'UE continuino a rilasciare dichiarazioni in cui affermano di voler presentare una controproposta, pensata principalmente per ostacolare il piano di Trump. Insistono per un cessate il fuoco, una richiesta inaccettabile.
L'Ucraina, al contrario, ha espresso pareri positivi su una nuova versione dell'accordo. Il Kyiv Independent ha citato un alto funzionario statunitense secondo il quale il piano era stato elaborato con Rustem Umerov, segretario del Consiglio nazionale e di sicurezza dell'Ucraina e uno dei più stretti collaboratori di Zelensky. A quanto pare Umerov ha approvato la maggior parte dell'accordo, dopo aver apportato alcune modifiche, che ha poi presentato a Zelensky.
Anche gli atteggiamenti interni in Ucraina stanno cambiando. Ho notato un post di Iuliia Mendel, ex-addetta stampa di Zelensky e strenua sostenitrice dell'Ucraina: “Il mio Paese sta sanguinando. Molti di coloro che si oppongono istintivamente a ogni proposta di pace credono di difendere l'Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più evidente che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all'interno del Paese in questo momento”. Ha assolutamente ragione nell'osservare che i più accesi sostenitori dell'Ucraina in Europa sono coloro che non comprendono minimamente la realtà militare sul campo.
Gli europei incoraggeranno quindi Zelensky a continuare a lottare? Sono sicuro che ci proveranno, ma non sono sicuro che ci riusciranno. Alla fine faranno marcia indietro.
Perché se l'Ucraina dovesse rifiutare l'accordo Trump interromperebbe formalmente gli aiuti militari e il supporto di intelligence rimanenti al Paese. L'Ucraina si affida a questi strumenti come sistema di allerta precoce per eventuali attacchi imminenti, nonché per guidare i propri attacchi contro le infrastrutture russe.
Trump potrebbe spingersi persino oltre e rinunciare alla responsabilità degli Stati Uniti per la sicurezza dell'Europa, sostenendo che il continente sta correndo rischi inaccettabili. Gli europei lo sanno, ovviamente. Sebbene esteriormente possano dare l'impressione di sfida, le loro azioni suggeriscono il contrario. Dopo che Trump ha imposto dazi sulle importazioni europee, l'UE ha ceduto e ha accettato un forte aumento della spesa militare. Se l'Europa avesse davvero voluto l'indipendenza dagli Stati Uniti, avrebbe creato un'unione per gli appalti della difesa, con un mandato “Compra europeo”, e avrebbe iniziato a riorganizzare le proprie forze armate. Nulla di tutto ciò è accaduto, né accadrà. Questo è il problema del multilateralismo: si preoccupa troppo delle procedure.
Nei prossimi mesi possiamo aspettarci molte proteste da parte delle capitali europee. I leader insisteranno sul fatto di voler mantenere la sovranità decisionale. Dal punto di vista giuridico, questo è vero. Gli Stati Uniti non hanno il diritto di decidere il destino degli asset russi detenuti in Europa.
Ma questa non è una disputa legale, bensì politica. L'Europa non ha mai avuto una strategia valida per la guerra, e ora sta diventando chiaro che non ne ha una nemmeno per la pace. Gli europei non hanno altra scelta che scendere a compromessi: non hanno più carte da giocare.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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