martedì 9 giugno 2026

La nuova macchina europea della censura

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La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

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di Thomas Fazi

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-nuova-macchina-europea-della-censura)

L'UE adora parlare di libertà.

Basta guardare uno dei suoi recenti comunicati stampa dove si inaugura un'iniziativa chiamata Scudo Europeo per la Democrazia, la quale promette di proteggere tutto, dalle “persone libere” alle “elezioni libere” fino a – trattandosi di Bruxelles – “una società civile vivace”.

Tutto ciò è ammirevole, almeno sulla carta.

In realtà, però, lo Scudo della Democrazia non è altro che l'ultima manifestazione di mancanza di libertà: sopprimere il dissenso e controllare la libertà di parola con il pretesto di difendere la democrazia dalle interferenze straniere e dalle fake news.

Nell'ambito dello Scudo per la Democrazia, la Commissione europea propone la creazione di un Centro di monitoraggio che identifichi e rimuova “contenuti falsi” e “disinformazione” da internet. Come ha affermato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sicurezza e la Democrazia, lo Scudo consentirà all'Europa di “rispondere più rapidamente ed efficacemente alla manipolazione delle informazioni e alle minacce ibride”. L'Alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, non ha nascosto la natura anti-russa dell'iniziativa: “Stiamo assistendo a campagne, anche provenienti dalla Russia, specificamente concepite per polarizzare i nostri cittadini, minare la fiducia nelle nostre istituzioni e inquinare la politica nei nostri Paesi”.

Il termine “indipendente” ricorre ripetutamente nel comunicato stampa. Verrà istituita una nuova “rete europea indipendente di verificatori dei fatti” in tutte le lingue ufficiali dell'UE, mentre l'Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO), la rete di “verifica dei fatti” di punta dell'UE, finanziata con quasi €30 milioni, acquisirà nuovi poteri analitici “indipendenti” per monitorare le elezioni e le situazioni di crisi. Ma, ricordiamolo, l'indipendenza a Bruxelles si traduce in dipendenza finanziaria dalla Commissione. Infatti, per garantire questa “indipendenza”, la Commissione promette generosi finanziamenti a ONG e organi di informazione “indipendenti”.

Lo Scudo della Democrazia si basa sul recente Digital Services Act (DSA), la più ampia normativa su internet mai attuata in Europa. In teoria queste iniziative dovrebbero proteggere la democrazia; in pratica sortiscono l'effetto opposto. Il loro obiettivo non è “combattere la disinformazione”, come affermato, bensì controllare la narrazione in un momento in cui le élite politiche europee si trovano ad affrontare livelli di sfiducia pubblica senza precedenti, centralizzando il controllo sul flusso di informazioni e imponendo un'unica “verità” definita da Bruxelles. In breve, la Commissione europea sta costruendo una macchina di censura a livello continentale.

Come ha di recente affermato un diplomatico dell'UE, in modo decisamente orwelliano: “La libertà di parola rimane per tutti. Allo stesso tempo, però, i cittadini devono essere liberi da interferenze”. Ma chi decide cosa costituisce “interferenza”? Chi determina cosa è “vero” e cosa è “falso”? Le stesse istituzioni e gli stessi media che si sono ripetutamente macchiati di allarmismo e disinformazione. Solo poche settimane fa Ursula von der Leyen ha affermato che il sistema GPS del suo aereo era stato disturbato dalla Russia, un'accusa prontamente smentita dagli analisti. Nel frattempo la BBC, spesso considerata un modello di integrità giornalistica, è stata di recente colta in flagrante mentre modificava un discorso di Donald Trump per farlo apparire più estremista.

L'UE afferma di proteggere i cittadini dalle “falsità”, ma su quale base democratica o morale la Commissione si arroga il diritto di decidere cosa sia vero, soprattutto quando è evidente che lo stesso establishment politico-mediatico dell'UE si dedica regolarmente alla disinformazione e alla propaganda? Inoltre quando i cosiddetti verificatori dei fatti indipendenti vengono selezionati e finanziati dalla Commissione stessa, si crea un circolo vizioso: l'UE finanzia istituzioni che poi “verificano” e amplificano le narrazioni dell'UE. Lo Scudo della Democrazia, come i suoi predecessori, istituzionalizza quindi il potere di definire la realtà stessa.

In una serie di reportage ho dimostrato che l'Unione Europea gestisce già un vasto apparato di propaganda e censura che si estende a ogni livello della società civile: ONG, think tank, stampa e persino il mondo accademico. La pietra angolare di questo sistema è una rete di programmi finanziati dall'UE, in particolare CERV (Cittadini, Uguaglianza, Diritti e Valori), Europa Creativa e l'iniziativa Jean Monnet, che convogliano complessivamente miliardi di euro verso organizzazioni che, in teoria, sono “indipendenti” ma in realtà sono profondamente intrecciate con la macchina di Bruxelles.

Solo attraverso il programma CERV, che vanta un budget di quasi €2 miliardi per il periodo 2021-2027, oltre 3.000 ONG hanno ricevuto finanziamenti per realizzare più di 1.000 progetti. Ufficialmente questi fondi promuovono i “valori europei”; in pratica finanziano l'attivismo progressista e filo-europeo: ideologia di genere, multiculturalismo, antinazionalismo e “contrasto all'euroscetticismo”. Molti progetti sono esplicitamente concepiti per “aumentare la fiducia nell'UE” o “contrastare le narrazioni anti-UE”. Nel frattempo le ONG dell'Europa centrale e orientale ricevono generosi finanziamenti per “combattere le narrazioni autocratiche” e “sfidare l'euroscetticismo”, spesso prendendo di mira direttamente i governi in Polonia (sotto la precedente amministrazione) o in Ungheria: strategie di influenza esterna non dissimili da quelle storicamente associate ad agenzie come la USAID.

Il risultato è una pseudo-società civile: una rete di attori nominalmente “dal basso” che fungono da intermediari per la Commissione, amplificandone l'agenda e creando l'illusione di un sostegno popolare alle sue linee di politica.

Lo stesso schema si applica alla stampa. La mia ricerca ha dimostrato che l'UE destina come minimo €80 milioni all'anno direttamente a giornali, emittenti televisive, agenzie di stampa e “partenariati giornalistici”, per un totale di quasi €1 miliardo nell'ultimo decennio. Programmi come IMREG (Misure informative per la politica di coesione) hanno pagato testate giornalistiche per pubblicare articoli che elogiavano i fondi di coesione dell'UE, in alcuni casi senza nemmeno rivelare che il contenuto era finanziato dall'UE. La Commissione lo definisce “sensibilizzazione”; in qualsiasi altro contesto verrebbe chiamato pubblicità occulta o propaganda.

La macchina propagandistica dell'UE si estende anche al mondo accademico. Attraverso il programma Jean Monnet, la Commissione destina circa €25 milioni all'anno a università e istituti di ricerca di tutto il mondo, finanziando oltre 1.500 cattedre Jean Monnet in 700 istituzioni. L'obiettivo non è sostenere la ricerca indipendente, bensì instillare l'ideologia filo-europea nell'istruzione superiore. I documenti ufficiali affermano esplicitamente che i beneficiari sono tenuti ad agire come “ambasciatori dell'Unione europea” e “agenti di comunicazione”, interagendo con la stampa e le ONG. Il mondo accademico è stato di fatto trasformato in uno strumento ideologico.

Con lo Scudo della Democrazia, la Commissione intende ora espandere enormemente questo meccanismo. Propone non solo di istituire quello che di fatto è un Ministero della Verità, ma anche di iniettare ancora più denaro in ONG, stampa “indipendente” e reti di verifica dei fatti incaricate di promuovere i “valori europei”. Di fatto la von der Leyen sta comprando il consenso – e per farlo usa i soldi dei cittadini – annullando i confini tra il super-stato europeo, la stampa, la società civile e il mondo accademico.

E se l'obiettivo dell'UE, in questo caso, fosse semplicemente quello di manipolare la narrazione, sarebbe già abbastanza allarmante, ma il modello attuale indica una diretta interferenza nei processi elettorali. Abbiamo già visto questo scenario in Paesi come la Romania e la Moldavia, dove le élite locali – con il sostegno aperto o tacito di Bruxelles – hanno invocato lo spettro dell'“interferenza russa” (senza fornire prove concrete) per giustificare una palese manipolazione delle elezioni interne. In Romania le autorità hanno annullato le elezioni e impedito al principale candidato populista di partecipare. In Moldavia le autorità filo-europee hanno usato “problemi di sicurezza” per impedire agli espatriati filo-russi di votare. La protezione della democrazia diventa quindi il pretesto per sospenderla, anche se lo Scudo per la Democrazia prevede esplicitamente il rafforzamento della Rete europea di cooperazione per le elezioni e, in modo inquietante, la promozione di “scambi sistematici sull'integrità dei processi elettorali”.

La sete di controllo della Commissione europea non si limita all'informazione e alle elezioni. Ursula von der Leyen ha di recente avviato anche la creazione di una nuova unità di intelligence sotto l'autorità diretta della Commissione europea. L'obiettivo, secondo il Financial Times, è quello di unificare i dati di intelligence degli Stati membri e “migliorare la capacità dell'UE di individuare e rispondere alle minacce”. Il piano prevede la creazione di un servizio europeo di cooperazione in materia di intelligence, di fatto un'agenzia sovranazionale che opererebbe a fianco dei servizi di intelligence nazionali. Ufficialmente rafforzerebbe l'“autonomia strategica”; in pratica funzionerebbe come una sussidiaria della NATO e, per estensione, della CIA, soprattutto perché la stessa proposta auspica esplicitamente un “rafforzamento della cooperazione UE-NATO”.

Ciò evidenzia una più ampia e preoccupante tendenza alla centralizzazione del potere nelle mani della Commissione europea e, più in generale, della von der Leyen. Molti osservatori trovano profondamente inquietante la prospettiva di dotare “l'imperatrice Ursula” di un esercito di spie sovranazionali, operanti al di fuori del controllo dei parlamenti nazionali. Fornire a un'istituzione non eletta e opaca come la Commissione europea un proprio apparato di intelligence rappresenterebbe un'ulteriore tappa nella trasformazione dell'Europa in un colosso tecno-autoritario, che sorveglia non i nemici stranieri, ma i propri cittadini.

Vista in quest'ottica, lo Scudo della Democrazia non è nient'altro che uno strumento per istituzionalizzare ulteriormente un regime di controllo della libertà di parola e della narrazione. Il suo obiettivo è quello di censurare i discorsi online secondo vaghe definizioni di “disinformazione” strumentalizzate politicamente; di costringere piattaforme, giornalisti, accademici e cittadini a conformarsi a una visione del mondo ristretta e approvata dalla Commissione europea; di mettere a tacere il dissenso in nome della “lotta alle interferenze straniere”. Invece sta diventando sempre più chiaro che la vera guerra alla democrazia non è condotta da Mosca o Pechino, ma dall'interno, dalle stesse istituzioni che affermano di difenderla.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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