lunedì 9 febbraio 2026

La fine del “Grande Reset”: 6 conclusioni da Davos mentre globalismo e zero emissioni perdono mordente

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da The Epoch Times

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-fine-del-grande-reset-6-conclusioni)

Per anni il World Economic Forum (WEF) ha promosso discussioni sul coordinamento e la governance economica globale, un approccio spesso associato a iniziative come il “Grande Reset”, un concetto introdotto dal fondatore del WEF Klaus Schwab.

Tuttavia all'incontro di quest'anno a Davos, in Svizzera, il tono del forum è apparso più cauto, con una maggiore attenzione al dibattito e all'esame delle ipotesi esistenti piuttosto che alla presentazione di una visione unitaria.

Il forum, che tradizionalmente ha offerto una piattaforma ai leader politici e aziendali per discutere di idee come il “capitalismo degli stakeholder”, ha anche presentato visioni opposte a questi concetti.

I critici del modello affermano che esso pone troppa enfasi sulle priorità ambientali, sociali e di governance, tra cui obiettivi di diversità, equità e inclusione, mentre i sostenitori dicono che riflette le aspettative in evoluzione in materia di responsabilità aziendale.

Ecco sei spunti emersi dagli incontri di Davos del 2026.


1. Le emissioni zero si scontrano con la realtà industriale

Nonostante molte sessioni continuino a rispettare l'enfasi di lunga data del forum sui cosiddetti rischi legati al cambiamento climatico e sugli allarmi di catastrofe ambientale, alcuni colloqui sono stati influenzati da preoccupazioni sulla sovranità e sulla dipendenza strategica, tra cui la sicurezza energetica e le catene di approvvigionamento.

Il Segretario al Commercio degli Stati Uniti, Howard Lutnick, ha affermato durante un evento sul palco del WEF che gli obiettivi di decarbonizzazione dell'Europa rischiano di aumentare la dipendenza da nazioni avversarie come la Cina per componenti chiave nella sua transizione energetica.

“Non dovreste dipendere da nessun'altra nazione per ciò che è fondamentale per la vostra sovranità”, ha detto Lutnick. “E se dovete dipendere da qualcuno, è meglio che siano i vostri migliori alleati”.

L'Europa ha imposto alcune delle normative climatiche più severe al mondo, delocalizzando gran parte della base industriale necessaria per la transizione energetica. L'Unione Europea dipende fortemente dalla Cina per batterie, terre rare e minerali essenziali.

“Perché l'Europa dovrebbe accettare di raggiungere zero emissioni nette nel 2030 se non produce batterie?”, ha chiesto Lutnick. “Quindi, se puntano al ‘2030’, decidono di sottomettersi alla Cina, che produce le batterie. Perché farlo?”

Vimal Kapur, amministratore delegato di Honeywell, un importante conglomerato industriale e tecnologico statunitense che fornisce sistemi essenziali per l'industria aerospaziale, energetica, manifatturiera e pesante in tutto il mondo, ha affermato che le energie rinnovabili da sole non sono attualmente in grado di sostenere l'elevata domanda energetica per produrre cemento o acciaio.

“Consumano molta energia [...]. È una questione di fisica”, ha affermato lo stesso Kapur.

“Le energie rinnovabili restano in gioco, ma non possono fornire la quantità di joule di cui abbiamo bisogno per produrre questa infrastruttura, di cui il mondo ha bisogno”.


2. Ordine basato su regole: “Terminato”

Il primo ministro canadese, Mark Carney, ha utilizzato il suo discorso a Davos per dichiarare la fine dell'“ordine internazionale basato sulle regole”.

“Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia, ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto”, ha affermato.

“Le potenze medie devono agire insieme, perché se non siamo seduti al tavolo, siamo nel menù”.

La scorsa settimana Carney ha visitato la Cina e ha elogiato la leadership del regime, mentre il suo governo cerca di approfondire la cooperazione con Pechino.

Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

Ha affermato che la concorrenza degli Stati Uniti attraverso accordi commerciali “mina i nostri interessi di esportazione, esige le massime concessioni e mira apertamente a indebolire e subordinare l’Europa, il tutto unito a un accumulo infinito di nuovi dazi che sono fondamentalmente inaccettabili, ancor più quando vengono utilizzati come leva contro la sovranità territoriale”.


3. Silenzio sul Grande Reset

Alcuni dei segnali più chiari sono emersi dalle assenze, più che dai discorsi.

Schwab non ha partecipato a Davos quest'anno, segnando la prima volta che il fondatore del WEF non era presente all'evento nei suoi 55 anni di storia. Si è dimesso dal suo ruolo di leadership lo scorso anno.

Schwab ha scritto il libro, COVID-19: The Great Reset, in cui esorta in modo controverso le élite a “premere il pulsante di reset sul capitalismo”.

Il Grande Reset è diventato sinonimo, durante i lockdown dell'era pandemica, di appelli a sfruttare la crisi per rimodellare economie e sistemi sociali con slogan come “ricostruire meglio”, un concetto che i sostenitori vedevano come una riforma positiva e un gradito progresso della “giustizia sociale”, ma che i critici vedevano come ingegneria sociale guidata dall'élite e un'eccessiva ingerenza dello stato.

Il “capitalismo degli stakeholder”, coniato da Schwab nel 1971, è un capitalismo in cui le aziende “non si limitano a ottimizzare i profitti a breve termine per gli azionisti, ma cercano di creare valore a lungo termine tenendo conto delle esigenze di tutti i loro stakeholder e della società in generale”.

Secondo il WEF tra le “parti interessate” rientrano “tutti coloro che hanno un ‘interesse’ nel successo di un'azienda”, ampliando enormemente il novero delle voci che possono influenzare le sue decisioni.

Ciò ha portato le aziende a dare priorità agli obiettivi “ambientali, sociali e di governance” oltre al profitto per gli azionisti.

I critici l'hanno definita una forma di “corporativismo del disastro”, affermando che offusca il confine tra impresa e stato.


4. Anti-globalismo

Davos ha già ospitato i critici in passato, ma quest'anno si è distinta.

L'anno scorso, durante un discorso speciale al WEF, il presidente argentino Javier Milei, un autoproclamato anarco-capitalista, disse al pubblico: “Non lasciatevi intimidire dalla casta politica o dai parassiti che vivono sulle spalle dello stato”.

Quest'anno è andato ancora oltre, in un intenso discorso in cui ha criticato duramente il socialismo e quello che ha descritto come l'abbandono della libertà da parte dell'Occidente, definendo il 2026 come un anno di “risveglio” globale nei confronti dei principi del libero mercato.

“Il mondo ha iniziato a risvegliarsi”, ha detto Milei, aggiungendo che “abbiamo un futuro migliore davanti a noi, ma questo futuro migliore esiste solo se torniamo alle radici dell'Occidente, il che significa tornare alle idee di libertà”.


5. Niente più “baci e abbracci”

Davos, da tempo nota per le sue conviviali chiacchierate attorno al fuoco, i paesaggi alpini e le discussioni riflessive sulla cooperazione globale, la sostenibilità e la riforma economica, ha lasciato il posto a un clima più sobrio, poiché le tensioni geopolitiche hanno dominato i lavori.

“Questo nuovo mondo di grandi potenze si basa sul potere e, quando serve, sulla forza”, ha affermato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Non è più un postofatto di baci e abbracci”.

Ha inoltre sottolineato le debolezze economiche strutturali di lunga data del suo Paese e dell'UE.

“Sia la Germania che l'Europa hanno sprecato un incredibile potenziale di crescita negli ultimi anni, tergiversando sulle riforme e limitando in modo inutile ed eccessivo le libertà imprenditoriali e la responsabilità personale”, ha affermato.

“Il mercato unico è stato creato per dare vita all'area economica più competitiva al mondo, ma invece siamo diventati i campioni mondiali dell'eccessiva regolamentazione”, ha aggiunto Merz. “E questo deve finire”.


6. Trump ha dominato

La presenza e il programma del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, hanno eclissato molti dei tradizionali dibattiti economici del forum.

Tra questi rientrano il discorso di Trump e interventi di alto profilo, dalla richiesta di “negoziati immediati” in merito alla richiesta degli Stati Uniti di conquistare la Groenlandia alla nomina di membri della sua nuova iniziativa Gaza Board of Peace.

“Gli Stati Uniti sono il motore economico del pianeta e quando l'America prospera, prospera anche il mondo intero”, ha affermato Trump.

Ha affermato, inoltre, che vuole che la civiltà europea “faccia grandi cose”.

“Ecco perché questioni come l'energia, il commercio, l'immigrazione e la crescita economica devono essere al centro delle preoccupazioni di chiunque voglia vedere un Occidente forte e unito. Perché l'Europa deve fare la sua parte. Deve uscire dalla cultura che ha creato negli ultimi 10 anni. È orribile quello che si sta facendo. Si sta distruggendo”.

“Vogliamo alleati forti, non gravemente indeboliti”, ha aggiunto. “Vogliamo che l'Europa sia forte”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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