lunedì 3 agosto 2026

L'economia statunitense è più forte dopo un anno e mezzo di amministrazione Trump

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di Daniel Lacalle

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/leconomia-statunitense-e-piu-forte)

A un anno e mezzo dall'inizio della presidenza di Donald Trump il verdetto dei dati è inequivocabile: le previsioni apocalittiche del consenso generale si sono rivelate errate e gli Stati Uniti si confermano come l'unica grande economia sviluppata in grado di combinare una forte crescita, un'inflazione controllata e un consolidamento fiscale.

Gli stessi analisti e istituzioni che hanno applaudito ai massicci stimoli, agli eccessi monetari e agli eccessi normativi sotto la precedente amministrazione, ora faticano a spiegare perché l'economia statunitense, che si aspettavano sprofondasse nella stagflazione, stia invece superando tutti i suoi pari del G7. Inoltre i Paesi del G7 che hanno seguito linee di politica emissioni zero, di grande interventismo statale e di forte tassazione sono in una fase di stagnazione secolare.


Dal “capriccio dei dazi” a una sorpresa mondiale

Quando Trump annunciò la sua nuova ondata di dazi e politiche commerciali, gran parte del consenso globale si affrettò a prevedere un disastro. Io la definii la “crisi dei dazi”. Gli analisti misero in guardia contro un'impennata dell'inflazione oltre i livelli del 2021, rendimenti dei titoli del Tesoro al 6-7%, crollo degli investimenti, recessione e un mondo che voltava le spalle agli Stati Uniti a favore di governi europei ritenuti più responsabili.

Diciotto mesi dopo nessuna di quelle previsioni si è avverata. Al contrario, il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni è sceso al 4,1%; gli Stati Uniti sono l'unica economia del G7 a crescere in modo robusto, mentre le nazioni che hanno raddoppiato la posta in gioco con l'iperregolamentazione, le aggressive restrizioni legate al clima, le tasse elevate e la spesa pubblica sempre maggiore sono bloccate nella stagnazione, oltre a subire un vento sfavorevole dovuto ai prezzi del petrolio e del gas.

La “crisi dei dazi” non si è mai trasformata nello shock strutturale preannunciato dai critici, perché i dazi doganali – per quanto discutibili per altri motivi – non causano inflazione in quanto non immettono unità monetarie nell'economia; ciò che fanno, invece, la spesa pubblica incontrollata e l'eccesso di liquidità.


Crescita, investimenti e un raro aggiustamento fiscale

La performance dell'economia statunitense nel 2025 è straordinaria non solo in termini relativi, ma anche per i suoi meriti intrinseci. Il PIL reale cresce di circa il 3,8%, con la Federal Reserve di Atlanta che stima una crescita annua di circa il 3,5% nel terzo trimestre, e gli investimenti privati ​​si espandono a ritmi prossimi alla doppia cifra. È fondamentale sottolineare che questo miglioramento si verifica mentre la spesa federale viene ridotta, non aumentata come in altri Paesi: la spesa pubblica è diminuita di circa il 3% nell'arco dell'ultimo anno, invece di mascherare la scarsa crescita con spesa pubblica improduttiva.

Tutte le istituzioni internazionali hanno dovuto adattarsi rapidamente. L'FMI, che inizialmente prevedeva una performance molto più debole, ora si aspetta una crescita statunitense di circa il 2,1% nel 2026, e diverse importanti società di ricerca hanno rivisto al rialzo le loro previsioni per il 2025, portandole intorno al 2,5%, dopo aver inizialmente avvertito di una crescita pari a zero o addirittura negativa. Alcuni economisti hanno pubblicamente riconosciuto che la professione ha interpretato erroneamente sia la resilienza del settore privato statunitense sia il reale impatto dello shock dei dazi, ammettendo che da gennaio in poi il consenso ha costantemente sbagliato sulla direzione dell'economia.

Il fattore più importante è che l'espansione americana non è dovuta all'ennesima ondata di spesa politica alimentata dal debito, bensì alla ripresa del settore privato, degli investimenti, del commercio e della produttività. In un mondo in cui la maggior parte dei governi dei Paesi sviluppati ha risposto a ogni problema con più spesa, più debito e più regolamentazione, la nuova strategia statunitense fa una differenza significativa, e i risultati sono di gran lunga migliori.


Inflazione sotto controllo

La deviazione più significativa dalla narrazione condivisa è arrivata dall'inflazione. Il consenso keynesiano, che non prevedeva alcun rischio di inflazione nel 2021 quando la spesa pubblica e l'offerta di moneta erano in forte aumento, all'inizio del 2025 avvertiva unanimemente che i dazi avrebbero spinto l'inflazione a nuovi massimi annuali, persino superiori ai picchi registrati durante la precedente amministrazione. Invece lo scorso novembre l'indice dei prezzi al consumo si attestava intorno al 2,7%, al di sotto delle precedenti aspettative del 3,0% e lontanissimo dallo scenario catastrofico del 6-7% prospettato al pubblico.

L'inflazione di base racconta la stessa storia. L'indice sottostante, escludendo alimentari ed energia, si attesta intorno al 2,6%, significativamente inferiore rispetto a settembre e ottobre 2024, quando gli stessi commentatori difendevano con entusiasmo il mix di spesa pubblica massiccia e rapidi tagli dei tassi da parte della FED nell'era Biden. Nei dodici mesi fino a novembre scorso l'indice generale è aumentato del 2,7%, dopo il 3,0% dei dodici mesi precedenti, e l'inflazione di base è cresciuta solo del 2,6%. Non vi è alcun segno di un'ondata inflazionistica indotta dai dazi sui prezzi aggregati, solo l'inerzia derivante dal debito e dalla spesa pubblica ereditati nel 2024.

Anzi, la traiettoria suggerisce che, con l'arrivo dei dati definitivi, in particolare per le componenti alimentari ed energetiche, l'indice dei prezzi al consumo riportato potrebbe risultare persino inferiore. Un'analisi indipendente stima un'inflazione del 2,5%.

La lezione è chiara: non sono mai stati i dazi a causare l'impennata dell'inflazione a livello mondiale, bensì una combinazione di espansione fiscale incontrollata e monetizzazione dei deficit da parte delle banche centrali. L'esperienza statunitense del 2025 lo ha dimostrato ancora una volta.


Deficit, debito e politica della disciplina

Mentre molte economie avanzate continuano a scivolare verso deficit sempre più elevati e un debito pubblico maggiore, gli Stati Uniti sono riusciti in un raro successo: combinare la crescita con i primi segnali di consolidamento fiscale. Il deficit federale si è ridotto di circa il 22%, passando da circa $2.070 miliardi a novembre 2024 a circa $1.600 miliardi un anno dopo, grazie a una combinazione di maggiori entrate fiscali e commerciali e tagli alla spesa. Misurato in percentuale del PIL, il deficit è sceso dal disastroso 7,1% ereditato dalla precedente amministrazione a un valore stimato del 5,9%. Considerando che quasi il 97% del bilancio 2025 era già stato speso quando l'amministrazione Trump si è insediata, a causa di precedenti decisioni di spesa e delle leggi di continuazione approvate nel 2024, la riduzione del deficit è ancora più lodevole.

La riduzione è stata accompagnata da un'importante riforma fiscale. Trump ha attuato il più grande taglio delle tasse degli ultimi decenni, portando il cuneo fiscale per le famiglie al di sotto del 30%, secondo le stime della Tax Foundation. Nella maggior parte delle economie OCSE, la linea di politica è stata opposta: tasse più elevate sul lavoro e sul capitale, giustificate dalle esigenze di entrate a breve termine ma negative per gli investimenti e la produttività.

Sul fronte della spesa, i numeri sono ancora più notevoli se si considera il punto di partenza. La nuova amministrazione ha ereditato un bilancio quasi interamente già definito. Le leggi di proroga e le decisioni precedenti avevano già bloccato circa il 97% della spesa federale. Tuttavia le uscite federali sono comunque diminuite del 5,6% nel primo trimestre del 2025 e del 5,3% nel secondo, con una spesa pubblica totale in calo del 3,1% nella prima metà dell'anno. Trump ha ordinato un taglio dell'8% della spesa federale per il 2026, segnalando che gli aggiustamenti fiscali sono una priorità politica fondamentale.

Anche le dinamiche del debito sono incoraggianti. La nuova amministrazione si è insediata con un debito federale di circa $36.220 miliardi e un'eredità di passività impegnate ma non finanziate pari al 100% del PIL e circa $1.500 miliardi di obbligazioni precedentemente approvate. Nonostante questa eredità negativa, il debito si è stabilizzato e si è leggermente ridotto a circa $36.210 miliardi, mentre il rapporto debito/PIL è diminuito da circa il 122% al 120%, secondo i dati della Federal Reserve e analisi indipendenti. Anche una modesta inversione di tendenza invia un messaggio forte.


Mercato del lavoro: i lavoratori autoctoni migliorano, mentre il settore pubblico e l'immigrazione si riducono

Il quadro del mercato del lavoro è forse l'aspetto meno compreso della ripresa economica statunitense. Il rapporto sull'occupazione dello scorso novembre mostra il miglior mese per l'occupazione nel settore privato dei cittadini statunitensi in termini assoluti e destagionalizzati dal 2015, con salari reali in aumento e un netto spostamento dai lavori pubblici e da quelli a bassa produttività, alimentati dall'immigrazione incontrollata. I salari reali settimanali sono aumentati di circa lo 0,8% su base annua, e i lavoratori appartenenti alle fasce di reddito medio-basse hanno registrato aumenti reali di circa l'1,4%. I salari reali netti, al netto delle imposte, stanno crescendo al ritmo più veloce degli ultimi anni.

Il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6%, superiore a quello di Canada, Regno Unito, Francia, Italia e alla media dell'Eurozona.

Secondo i dati delle indagini sulle famiglie, l'occupazione dei cittadini autoctoni è aumentata da circa 130,6 milioni nel novembre 2024 a 133,3 milioni un anno dopo, con un incremento di circa 2,63 milioni di posti di lavoro. Nello stesso periodo l'occupazione degli stranieri è diminuita leggermente, di circa 21.000 unità, e l'occupazione totale nel settore pubblico è calata di 188.000 unità.

Questo cambiamento – un aumento dei posti di lavoro nel settore privato per i lavoratori autoctoni e una diminuzione dei posti di lavoro dipendenti dal settore pubblico e dall'immigrazione – rappresenta una differenza enorme rispetto a Canada, Regno Unito o alla maggior parte delle economie europee, dove l'aumento dell'occupazione include un consistente incremento di posti di lavoro nel settore pubblico e fortemente sovvenzionati. L'esperienza statunitense dimostra che una combinazione di deregolamentazione, tagli fiscali e un controllo più rigoroso delle buste paga pubbliche può comunque garantire posti di lavoro migliori e salari reali più elevati per i lavoratori nazionali.


Gli accordi commerciali si sono rivelati un successo

Le prove contraddicono l'idea che i dazi distruggerebbero la posizione degli Stati Uniti nel commercio mondiale. La precedente amministrazione ha lasciato dietro di sé un enorme deficit commerciale: circa $79,8 miliardi a novembre 2024, destagionalizzato, secondo il Bureau of Economic Analysis. A settembre 2025 tale deficit si era ridotto a circa $52,8 miliardi, con una diminuzione di circa un terzo rispetto all'anno precedente.

La combinazione di dazi mirati, accordi commerciali rinegoziati e una più chiara difesa dell'industria nazionale ha migliorato i flussi commerciali senza innescare l'esplosione inflazionistica che molti avevano previsto.


Altri miglioramenti importanti

L'amministrazione Trump ha agito con decisione su diversi fronti: vietando le valute digitali delle banche centrali, revocando le restrizioni normative e alla libertà di parola imposte dal movimento “woke”, riformando il sistema sanitario e impegnandosi ad abrogare dieci regolamenti per ogni nuovo regolamento approvato. In politica estera, Washington ha spinto per un accordo di pace a Gaza, per un percorso più realistico verso una soluzione in Ucraina basato su pressioni e sanzioni contro la Russia, e per un maggiore sostegno al ritorno alla democrazia in Paesi come il Venezuela.

Il messaggio per i conservatori e i centristi in Europa e in America Latina è chiaro: se si vogliono crescita, posti di lavoro e inflazione più bassa, non si può semplicemente replicare il modello burocratico, ad alta tassazione e ad alta regolamentazione che ha lasciato gran parte del mondo sviluppato in una stagnazione secolare. Trump forse non corrisponde alla definizione tradizionale di “liberale classico”, ma i risultati del suo primo anno  e mezzo di mandato dimostrano cosa può realizzare un governo conservatore veramente riformista.

Per molti esponenti della politica internazionale, la scomoda realtà è che gli Stati Uniti hanno mantenuto le promesse fatte da altri: una crescita più robusta, un'inflazione controllata, un deficit più contenuto, un mercato del lavoro più favorevole per i lavoratori nazionali e una stabilizzazione iniziale del debito. Tutto ciò non è stato ottenuto espandendo lo Stato e sopprimendo i segnali di prezzo, bensì tagliando le tasse, riducendo la spesa pubblica, deregolamentando e confidando nella capacità del settore privato di reagire.

Altre economie avanzate hanno scelto una strategia diversa: più burocrazia, maggiore spesa pubblica e programmi ambiziosi in materia di clima e società, finanziati con debito e tasse, e ora si trovano in una situazione di stagnazione e recessione del settore privato, senza contare poi i prezzi sfavorevoli dell'energia.

Un anno e mezzo del nuovo mandato di Trump non garantisce il successo futuro e i rischi permangono – dagli shock mondiali agli errori delle banche centrali – ma offre già una sfida empirica alle raccomandazioni del consenso keynesiano. Se gli Stati Uniti avessero seguito le proposte del consenso in materia di emissioni zero, grande interventismo statale e tassazione elevata, ora si troverebbero in una situazione fiscale e di crescita disastrosa e l'inflazione sarebbe molto più alta, come dimostra il Regno Unito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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