mercoledì 14 febbraio 2018

Le banche centrali hanno posto una rete di sicurezza sotto i mercati finanziari





di Thorsten Polleit


La maggior parte degli indicatori del ciclo economico suggerisce che l'economia globale stia andando abbastanza bene. Produzione e occupazione stanno aumentando. Le aziende continuano ad investire e mostrano profitti decenti. Il commercio internazionale è in espansione. Il credito è facile da ottenere. I prezzi delle azioni continuano a salire a livelli sempre più alti. Tutto sembra andare bene. Davvero? Sfortunatamente la ripresa economica non è quello che sembra: le banche centrali l'hanno messa in moto con tassi d'interesse estremamente bassi, in alcuni Paesi addirittura negativi, ed una espansione monetaria dilagante.

Costi d'indebitamento artificialmente depressi stanno alimentando il "boom". I prestiti al consumo sono meno costosi che mai, seducendo le persone a spendere sempre più rispetto ai loro mezzi effettivi. I tassi d'interesse bassi vanno a diminuire il costo del capitale delle imprese, incoraggiando investimenti supplementari, e in particolare rischiosi, che non sarebbero stati intrapresi in condizioni di tassi d'interesse "normali". I mutuatari con difficoltà finanziarie, in particolare gli stati e le banche commerciali, possono rifinanziare il loro debito in scadenza a tassi d'interesse estremamente bassi e persino accendere facilmente nuovi debiti.

Non meno importante è il fatto che le banche centrali abbiano effettivamente messo una "rete di sicurezza" sotto i mercati finanziari: gli investitori si sentono sicuri che le autorità monetarie, nel caso in cui le cose inizino ad andare male, interverranno e respingeranno qualsiasi crisi. La rete di sicurezza delle banche centrali ha ridotto il rischio per gli investitori, poiché essi sono disposti a concedere prestiti anche a mutuatari con una forza finanziaria relativamente scarsa. Inoltre hanno soppresso i premi di rischio dei rendimenti creditizi, avendo abbassato il costo del debito per le imprese, il che le incoraggia ad aumentare la leva finanziaria per aumentare il rendimento del capitale netto.

Il boom rimane perché c'è persistenza di tassi d'interesse bassi. Tassi d'interesse più elevati rendono sempre più difficile per i mutuatari ripagare il debito. Se la qualità del credito dei mutuatari si deteriora, le banche restringeranno la loro offerta di prestiti, mettendo ancora più pressione sui debitori in difficoltà. Inoltre tassi d'interesse più elevati faranno sì che i prezzi degli asset – in particolare i prezzi dei mercati immobiliari ed azionari – diminuiscano, mettendo sotto pressione il sistema bancario. In realtà, tassi più alti hanno il potenziale di trasformare il boom in bust.

La Federal Reserve (FED) degli Stati Uniti, all'inizio del XXI secolo, rialzò i tassi d'interesse mettendo fine al "boom della New Economy". I mercati azionari, in risposta, crollarono. Come reazione, la FED mise in campo forti tagli dei tassi d'interesse ed innescò un boom del credito senza precedenti che scoppiò nel 2007/2008 e da cui si sviluppò una crisi economica e finanziaria globale. Quindi la FED abbassò nuovamente i tassi d'interesse ed iniziò una stampa monetaria su una scala colossale per tenere a galla gli stati e le banche finanziariamente traballanti. La domanda è: sarà diverso questa volta?

Un'economia sana ci dice che il ciclo boom/bust ha una causa principale: il denaro fiat. I dollari USA, gli euro, gli yen giapponesi, i renminbi cinesi, o i franchi svizzeri: tutti rappresentano denaro fiat. Le banche centrali detengono il monopolio sul denaro fiat, e ne aumentano la quantità inesorabilmente attraverso il credito bancario — attraverso prestiti che non sono sostenuti da risparmi reali. Come accennato in precedenza, l'emissione di denaro fiat falsifica i tassi d'interesse ed i prezzi di mercato, e quindi rovina i risparmi, i consumi e le decisioni d'investimento delle persone.

Un effetto collaterale distruttivo del denaro fiat è che il livello d'indebitamento nell'economia continua a crescere nel tempo: la crescita del credito continua a superare gli aumenti nella produzione. Questo perché in un sistema monetario fiat, gli investimenti finanziati dal credito sono inferiori alla loro redditività attesa e il consumo finanziato dal credito è improduttivo. Un bel po' di investimenti si rivelano un "flop". L'economia finisce in una trappola del debito. Il consumo finanziato dal credito e la spesa pubblica la rendono ben peggiore. Ormai è diventato un problema su scala globale.




Nel tentativo di impedire il redde rationem, le banche centrali riducono i tassi d'interesse a livelli sempre più bassi per mantenere il sistema in funzione. Una volta abbassati i tassi d'interesse, tuttavia, non possono essere riportati ai livelli precedenti alla crisi (per ragioni politiche, dovrei affrettarmi a dire), poiché ciò farebbe crollare la piramide del debito e con essa l'economia e il sistema finanziario. È questa intuizione economica che spiega perché i tassi d'interesse hanno mostrato un marcato calo tendenziale negli ultimi decenni in tutti i Paesi che hanno adottato il denaro fiat.

La FED, la principale banca centrale del mondo, è tuttavia in una corsa al rialzo dei tassi d'interesse. Da dicembre 2015 ha rialzato il suo tasso sui fondi federali da 0.0-0.25% a 1.25-1.50% a dicembre 2017. Finora i tassi più alti non hanno arrecato alcun danno agli Stati Uniti o al ciclo economico internazionale, o almeno così sembra. Quanto può andare in alto il tasso d'interesse degli Stati Uniti senza smorzare il boom? Per rispondere a questa domanda, avremmo bisogno di conoscere il livello del "tasso d'interesse naturale". Cosa significa?

Il tasso d'interesse naturale è il tasso d'interesse che emerge in un mercato senza ostacoli dall'intersezione dell'offerta di risparmi e la domanda d'investimenti. Sfortunatamente il tasso d'interesse naturale non è osservabile, il suo livello è sconosciuto. Se è molto basso, il rialzo del tasso dei fondi federali potrebbe portare rapidamente ad una situazione in cui i costi di finanziamento sono "troppo alti" e l'economia cola a picco. Se, tuttavia, il tasso d'interesse naturale è relativamente alto, un più alto tasso d'interesse della FED potrebbe rallentare l'economia, ma non necessariamente spingerla verso la recessione.

Potreste sperare che la FED, e tutte le altre banche centrali, abbiano imparato la lezione e, stavolta, preservino il delicato equilibrio di portare il tasso d'interesse al livello "giusto": il livello in cui l'economia va bene. Tale speranza, tuttavia, è costruita sulla sabbia. Non è solo una mancanza di conoscenza da parte dei policymaker, essi non sanno e non possono sapere qual è il livello del tasso d'interesse naturale e lo stabiliscono arbitrariamente, la realtà è che il livello del tasso d'interesse naturale è un'area proibita per le banche centrali.

In un sistema con denaro fiat, il boom può continuare solo se e quando il tasso d'interesse di mercato è inferiore al livello del tasso d'interesse naturale. Se, ad esempio, la FED rialza il proprio tasso d'interesse oltre il tasso d'interesse naturale, il boom si interrompe bruscamente. Quindi, o la FED mantiene i costi dei prestiti artificialmente bassi, e il boom continua, oppure li porta in linea con il tasso d'interesse naturale, e il boom si trasforma in un bust. Sfortunatamente non c'è una via di mezzo. Questa è la scomoda verità della politica dei tassi d'interesse della FED.

Abbiamo quindi due scenari. Primo: le banche centrali riusciranno a preservare il boom, il che accade se e quando mantengono i loro tassi d'interesse a livelli soppressi artificialmente. Ciò, tuttavia, si avrà al prezzo elevato di una crescita degli investimenti improduttivi, bolle speculative e, a causa di una quantità inesauribile di denaro fiat, una perdita continua del suo potere d'acquisto. Secondo: le banche centrali, rialzando "troppo" i tassi d'interesse, metteranno fine al boom e lo trasformeranno in un bust.

Anche se avremo il primo scenario, si può prevedere che il boom finirà alla fine – poiché è relativamente improbabile che ci sarà una sequenza continua di "condizioni favorevoli" (come, ad esempio, shock positivi per la produttività) capaci di rimandare per sempre il bust. In altre parole: in un sistema monetario fiat, lo scenario in cui il boom si trasforma in bust non è una questione di se, ma di quando. Questa è un'intuizione che sintentizzò Ludwig von Mises (1881-1973):

Non c'è modo di evitare il collasso finale di un boom causato dall'espansione del credito. L'alternativa è solo se la crisi arriverà prima come il risultato di un abbandono volontario di un'ulteriore espansione del credito, o più tardi come una catastrofe finale del sistema monetario coinvolto.[1]

È impossibile prevedere con un buon grado di precisione quando le cose si deterioreranno. Non esiste una formula in base alla quale si possa calcolare il tempo di trasformazione del boom in bust. Alla luce dei vari tentativi politici, la probabilità di una continuazione del boom inflazionistico sembra essere superiore alla probabilità di un immediato bust deflazionistico – poiché le banche centrali sembrano essere determinate a "combattere" ogni nuova crisi con tassi d'interesse ancora più bassi e ancora più stampa di denaro, metodo attraverso il quale le valute saranno svalutate.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Mises, L. v. (1998), Human Action, p. 579.

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martedì 13 febbraio 2018

Una flat tax può salvare l'economia italiana?





di Daniel J. Mitchell


Tanto per prenderla alla leggera, l'economia dell'Italia è moribonda. Non c'è stata alcuna crescita per tutto il ventunesimo secolo.

La colpa è stata soprattutto per cattive politiche di governo.

Secondo l'Economic Freedom of the World, l'Italia è al cinquantaquattresimo posto, il peggior posizionamento in Europa occidentale dopo la Grecia. Le politiche fiscali sono terribili, mentre altre aree che presentano problemi sono la burocrazia ed il principio di legalità.

Inoltre, grazie a decenni di spesa pubblica in eccesso, la nazione ha anche alti livelli di debito pubblico. Nel corso degli ultimi anni ha ricevuto salvataggi ufficiali e ufficiosi da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea, e l'Italia è considerata ad alto rischio di crollo quando arriverà la prossima recessione.




E non dimentichiamoci che il Paese è di fronte ad una spirale demografica viziosa.

E non lo dico solo io.

Altri sono giunti a conclusioni simili. Ecco alcuni estratti di ricerche condotte da VoxEU.

L'Italia avrà bisogno di basarsi sempre di più sui fondamentali della crescita per sostenere il proprio debito pubblico. Sfortunatamente i fondamentali non sembrano buoni. Non solo l'Italia è stata gravemente colpita dalla recessione europea (il suo PIL è oggi inferiore a quello del 2005), ma quando guardiamo alla crescita della produttività del lavoro [...], possiamo vedere che l'Italia è rimasta stagnante sin dalla metà degli anni '90. [...] Alla fine del 2016, il debito del governo dell'Italia era il terzo più grande del mondo [...], a $2,300 miliardi. [...] una crisi del debito in Italia potrebbe innescare una catastrofe finanziaria globale e molto probabilmente potrebbe portare alla disintegrazione dell'Eurozona. Per evitare uno scenario del genere, l'Italia deve rilanciare la crescita [...] un'ipotetica norma politica è che l'Italia rimuova quelle barriere istituzionali (come la corruzione, l'inefficienza giudiziaria e l'ingerenza del governo nel settore finanziario) che soffocano il merito e contribuiscono al clientelismo.

Desmond Lachman dell'American Enterprise Institute dipinge un quadro fosco.

La performance economica dell'Italia dal lancio dell'euro nel 1999 è stata terribile. [...] un'economia italiana sovra indebitata ha bisogno di un governo coerente e riformista per instradare rapidamente il Paese su un percorso di crescita economica [...]; dal 2000 il reddito pro-capite tedesco è aumentato di circa il 20%, mentre in Italia è diminuito del 5%. Due decenni economici persi per il Paese. [...] se l'Italia vuole intraprendere un percorso di crescita economica, deve trovare modi per migliorare la produttività del mercato del lavoro [...] deve farlo attraverso importanti riforme economiche, in particolare con il suo mercato del lavoro molto rigido [...] essendo la terza più grande economia dell'Eurozona. L'Italia è semplicemente troppo grande per fallire affinché l'euro sopravviva nella sua forma attuale. Tuttavia si dice anche che essendo circa dieci volte più grande dell'economia greca, un'economia italiana travagliata sarebbe troppo grande da salvare.

Anche il FMI ritiene che siano necessarie riforme a favore del mercato.

L'italiano medio guadagna meno di vent'anni fa. La sua paga ha subito un calo durante la crisi e non ha ancora raggiunto la crescita vista nei principali Paesi dell'area Euro. [...] una questione chiave per i policymaker è come migliorare i redditi e la produttività [...]. Nel decennio precedente la crisi finanziaria globale, la spesa italiana è cresciuta più rapidamente delle sue entrate, in gran parte a causa dell'aumento delle pensioni. [...] Il carico fiscale è pesante [...] un pacchetto di misure sul lato delle spese e delle entrate potrebbe bilanciare la necessità di sostenere la crescita, da un lato, con l'imperativo di ridurre il debito dall'altro. Tale pacchetto comprende [...] una spesa più bassa per le pensioni, la seconda più alta nell'area Euro; abbassare le aliquote fiscali sul lavoro e portare più imprese e persone nella rete fiscale. [...] insieme alle riforme della contrattazione salariale e altre delineate sopra, si potrebbero aumentare i redditi italiani di oltre il 10%, creare posti di lavoro, migliorare la competitività e abbassare sostanzialmente il debito pubblico.

C'è una possibilità che tutte queste cattive notizie possano spianare la strada a buone notizie. Agli inizi di marzo ci saranno le elezioni politiche e Silvio Berlusconi, uno dei candidati ad essere il prossimo Primo Ministro, ha proposto una flat tax.

Bloomberg elenca alcuni dettagli.

Una flat tax per tutti e 2 i milioni di nuovi posti di lavoro è tra le priorità nel programma del partito Forza Italia dell'ex-premier Silvio Berlusconi [...]. Il programma mira a rilanciare la terza economia dell'area Euro ed a recuperare il terreno perso durante la recessione 2008-2013. [...] Il piano di Forza Italia non cita un livello definito per la flat tax sull'imposta sui redditi individuali, ma Berlusconi ha detto in recenti interviste televisive che dovrebbe essere il 23% o anche meno. Il programma afferma che una flat tax si applicherebbe anche alle aziende. Il programma persegue un bilancio equilibrato dello stato italiano e definisce il debito pubblico al di sotto del 100% del PIL un obiettivo "raggiungibile". Attualmente è sopra il 130%.

Wow. In linea di principio, penso che una flat tax al 23% sia troppo alta.

Ma rispetto al regime fiscale attuale in Italia, il 23% sarà come una versione mediterranea di Hong Kong.

Quindi può succedere? Non sto trattenendo il respiro.

I numeri di bilancio saranno il più grande ostacolo alla riforma fiscale. Gli statistici ufficiali, sia all'interno del governo italiano sia presso le burocrazie pro-tasse come il Fondo Monetario Internazionale, si preoccuperanno di una potenziale perdita di entrate.

In parte queste preoccupazioni sono esagerate. Il tax rate elevato del sistema attuale ha indebolito la vitalità economica e contribuito a produrre livelli molto elevati di evasione fiscale. Se viene adottata una flat tax molto bassa, accadranno due cose.

  • Ci saranno più entrate del previsto a causa di migliori risultati economici.
  • Ci saranno più entrate del previsto a causa di una minore economia sommersa.

Queste cose sono particolarmente probabili in Italia, dove schivare le autorità fiscali è una tradizione nazionale.

Detto questo, "più entrate del previsto" non equivale a "maggiori entrate". La curva di Laffer ci dice semplicemente che una buona politica produce feedback sulle entrate, non che i tagli alle tasse si ripagano sempre da soli (ciò accade solo in rare circostanze).

Quindi se l'Italia vuole una riforma fiscale, avrà bisogno anche di una riforma della spesa pubblica. Come ho osservato commentando la riforma fiscale in Belgio, non si può avere un settore pubblico gonfio e un sistema fiscale decente.

Fortunatamente non dovrebbe essere troppo difficile. Ho fatto notare nel lontano 2011 che alcune modeste restrizioni fiscali potrebbero rapidamente pagare grandi dividendi per la nazione.

Ma un Berlusconi (che pensa di vincere) può essere in grado di portare a termine quanto detto? Sulla base del suo passato, non sono ottimista.

Ciononostante chiuderò con una nota di speranza. Berlusconi e Trump sono spesso legati a causa della loro ricchezza, della loro celebrità e delle loro vite controverse. Bene, non ero eccessivamente ottimista sul fatto che Trump avrebbe portato avanti la sua proposta di una grande riduzione del tax rate sulle società.

Eppure è successo. Non proprio il 15% che voleva, ma il 21% è stato un enorme miglioramento.

Berlusconi, nonostante i precedenti fallimenti nel riformare le cattive politiche, potrebbe introdurre un codice fiscale pro-crescita?

Ad essere onesti, non ne ho idea. Non sappiamo se è serio. E, anche se le sue intenzioni fossero buone, il sistema parlamentare italiano è diverso dai sistemi di separazione di potere dell'America e le sue mani potrebbero risultare legate da partner in un governo di coalizione.

E teniamo presente che c'è un altro partito populista che potrebbe vincere le elezioni e il suo programma, come riportato da Bloomberg, include idee spericolate come un "reddito di base".

Il malessere economico è sempre più comune in tutta Italia, dove la disoccupazione supera l'11% e il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà è quasi triplicato dal 2006, a 4.7 milioni l'anno scorso, o quasi l'8% della popolazione [...]. "La povertà sarà al centro della campagna elettorale", afferma Giorgio Freddi, professore emerito di scienze politiche all'Università di Bologna.

I Cinque Stelle sono un gruppo in rapida crescita, alimentato dalla rabbia nei confronti della vecchia classe politica. [...] un sussidio mensile di €500 a persone svantaggiate [...] è un elemento chiave nella piattaforma nazionale dei Cinque Stelle e i leader del gruppo hanno promesso di implementare rapidamente tale programma se saliranno al potere. Beppe Grillo, l'ex-comico televisivo che ha co-fondato il partito, afferma che combattere la povertà dovrebbe essere una priorità assoluta. Un reddito di base può "restituire alla gente la propria dignità" [...]. Il programma dei Cinque Stelle fa eco agli schemi di reddito di base universali considerati in tutto il mondo. [...] I Cinque Stelle affermano che il piano costerebbe €17 miliardi all'anno, finanziato in parte da [...] aumenti delle tasse su banche, compagnie assicurative e giochi d'azzardo.

Ugh. Il reddito di base è un'idea molto preoccupante.

Ho già riflettuto sul se l'Italia abbia "superato il punto di non ritorno". Se il Movimento Cinque Stelle vincesse le elezioni e rendesse lo stato ancora più grande, penso che avrò una risposta a questa domanda.

Il che aiuta a spiegare perché scrissi che i sardi avrebbero dovuto separarsi e diventare parte della Svizzera (dove uno schema di reddito di base era stato respinto in modo schiacciante).

In conclusione, suppongo che dovrei sottolineare che una flat tax sarebbe molto vantaggiosa per l'economia italiana, ma altre riforme favorevoli al mercato sono altrettanto importanti.

PS: Alcune persone, come Eduardo Porter sul New York Times, sostengono che gli Stati Uniti dovrebbero essere più come l'Italia. Non sto scherzando.

PPS: Quando mi chiedono quale sia il mio aneddoto preferito sul governo italiano, sono dibattuto. Quella volta in cui un governo apparentemente tecnocratico nominò l'uomo sbagliato in una posizione che non sarebbe nemmeno dovuta esistere? O quella volta in cui una piccola città chiuse quasi i battenti perché così tanti burocrati vennero arrestati per frode?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 12 febbraio 2018

Il recente mini crash è solo l'inizio?





di Brendan Brown


Secondo le opinioni dei media generalisti, una dichiarazione d'allerta sull'inflazione è stato il catalizzatore del mini crash del mercato azionario statunitense il 2 febbraio e il 5 febbraio 2018. Questa spiegazione riporta alla mente il crollo del mercato azionario dell'ottobre 1987. In altre occasioni della storia, le segnalazioni sull'inflazione non hanno avuto un effetto così immediato, con il conseguente pullback dei prezzi degli asset (che in genere conduce all'inflazione di beni e servizi) in attesa di un sostanziale restringimento della politica monetaria.

Ora tutti si rendono conto che un "break-out" dell'inflazione (dall'inerzia sotto lo standard del 2%) significherebbe un grande problema per lo zio Sam e un'eventuale recessione. Alcuni investitori che sono saliti a bordo del treno della "caccia a rendimenti decenti", hanno deciso che era ora di scendere, ma avvicinandosi all'uscita hanno incontrato una folla di persone che la pensavano allo stesso modo. I prezzi degli asset sono calati o, peggio, il mercato si è bloccato. Ad aggravare la fuga precipitosa c'è stato l'arrivo di altri investitori che hanno improvvisamente scoperto come prodotti e servizi all'avanguardia avevano un valore fuori scala.

Molti hanno deciso invece di posticipare la loro uscita sperando in un tempo più tranquillo in futuro. La storia della fuga precipitosa e la consapevolezza che molti dei suoi ex-partecipanti "vogliono uscire", pesano come macigni sui mercati e sull'economia.

Nell'autunno del 1987, l'allarme inflazionistico venne suonato dal nuovo capo della FED (Alan Greenspan), il quale lasciava intendere che non avrebbe più indirizzato la politica monetaria verso il rafforzamento del dollaro, in linea con l'Accordo del Louvre di quell'anno. Paul Volcker (il precedente capo della FED) ebbe un rimorso tardivo per aver perseguito una politica d'inflazione monetaria a seguito degli Accordi del Plaza nell'estate 1985 (dove aveva sottoscritto la politica di svalutazione del dollaro del Ministro del Tesoro Baker). Nella prima metà del 1987, Volcker stava restringendo la politica, infastidendo il Segretario del Tesoro e quindi non riuscendo ad ottenere una nomina per un ulteriore mandato. La Bundesbank affermò rapidamente che la Germania (diversamente dal Giappone) non avrebbe seguito gli Stati Uniti in questo viaggio verso l'inflazione monetaria. La divergenza politica USA/Germania (sottolineata dal segretario Baker che criticava l'aumento dei tassi della Bundesbank) e la relativa battuta d'arresto del dollaro, innescarono un allarme inflazionistico sui mercati azionari degli Stati Uniti.

Il defunto Jude Wanniski, un noto economista contemporaneo vicino ai conservatori anti-Baker, considerò questo allarme come il catalizzatore del Black Monday (19 ottobre). Il dramma aggiuntivo fu l'incapacità di fornire una nuova strategia di copertura durante l'inflazione dei prezzi degli asset post-Plaza; molti investitori si erano convinti di poter prendere posizioni di rischio maggiori rispetto al passato, ma quando i prezzi calarono improvvisamente scoprirono che questo strumento di "copertura" era inutile.

Oggi la Germania è fuori dal quadro generale in termini di allarmi sull'inflazione. Il nuovo accordo di coalizione sigilla l'abdicazione tedesca come sovrano in moneta forte in Europa, un ruolo in pratica abbandonato a tappe sin dal lancio dell'Unione Monetaria Europea. In ogni punto in cui la Germania avrebbe potuto fermare l'indebolimento del regime monetario europeo, il cancelliere Merkel è tornato sulla posizione predefinita: "Non c'è modo di tornare indietro".

Gli esperti suggeriscono che l'accordo di coalizione della Merkel culminerà in un disastro elettorale per la sua alleanza CDU/CSU e il suo partner SPD, il che significa che la prossima volta i partiti anti-euro ed euro-scettici (AfD, FDP e Sinistra) avranno la maggioranza. Forse ciò renderà possibile un ripristino del denaro sonante in Germania, specialmente se in un'era post-Merkel il CDU/CSU si sposteranno a destra, ma questa è un'ipotesi troppo incerta e troppo lontana.

Nonostante l'abdicazione tedesca, l'allerta inflazionistica questa volta è arrivata in parte da un indebolimento del dollaro, che ha risposto alle chiacchiere del Ministro del Tesoro Mnuchin a Davos (esprimendo la passione per un biglietto verde a buon mercato) e in misura più sostanziale da un deficit di bilancio degli Stati Uniti fino al 6% del PIL il prossimo anno. Un altro fattore scatenante è stata la nomina di un lealista alla Yellen, che va anche d'accordo con il Segretario del Tesoro (e presumibilmente il presidente Trump), come capo della FED, con solo quattro senatori repubblicani che hanno votato contro. Anche i dati sui salari e sui prezzi effettivi hanno ricoperto un ruolo chiave. Anche il rendimento del decennale al 3% ha contribuito a far suonare l'allarme.

Gli asset manager che seguivano le popolari strategie della parità di rischio usando prodotti finanziari basati sul trading della cosiddetta "volatilità di mercato" (il VIX), sono rimasti sorpresi quando l'allerta ha fatto abbassare i prezzi delle azioni. Alla base delle strategie c'era l'idea che gli asset manager potessero combinare un'elevata leva finanziaria e asset a bassa volatilità percepita per creare portafogli con una maggiore volatilità complessiva e rendimenti corrispondenti; potevano anche trarre vantaggio da una presunta sovrapproduzione della volatilità nei mercati per staccare profitti da arbitraggio (prendendo posizioni short nella volatilità contro posizioni long nel rischio). Mentre il prezzo della volatilità e la volatilità effettiva si sono appiattite all'inizio di questo mese, queste strategie sono andate a gambe all'aria.

I funzionari delle banche centrali, sia della FED e della BCE, sia della Bundesbank, hanno rapidamente affermato che non vi è alcun rischio macroeconomico o addirittura gravi conseguenze finanziarie derivanti dal mini crash. Ma come potrebbe essere che un salto nel rischio percepito degli asset (volatilità) e il relativo salto nel prezzo delle opzioni put e call possano essere così irrilevanti?

Dall'ABC della finanza apprendiamo che il prezzo del credito, in particolare quello ad alto rischio, è legato al prezzo delle opzioni sull'equity sottostante e la volatilità è un input chiave per il pricing (secondo Black-Scholes). Il differenziale sui rendimenti delle obbligazioni societarie, ad esempio, dovrebbe ora salire significativamente, specialmente per le categorie ad alto rischio. Questa è una potenziale scocciatura per i mercati basati sul rischio e l'attività economica in generale. Parallelamente potremmo trovare una maggiore reticenza di molte famiglie e aziende a spendere, ora che il recente tremore nei mercati ha aumentato l'ansia per l'inflazione monetaria creata dai nostri banchieri centrali.

Non c'è dubbio che la FED, la BCE e la BoJ avrebbero esercitato le loro "Greenspan put" in risposta ad un rallentamento economico e al pullback del mercato, ritardando ulteriormente la normalizzazione delle politiche monetarie. Questa strategia ebbe successo nel 1987/8, producendo una pausa di diciotto mesi prima della fase finale dell'inflazione dei prezzi degli asset (caratterizzata poi dalla flessione del mercato immobiliare globale e dalla recessione), mentre l'inflazione delle merci aumentava di molto. Questa volta un'ipotetica "Powell put" potrebbe non avere quel successo, dato che gran parte della narrativa speculativa che ha accompagnato l'aumento della temperatura nel mercato degli asset in questo ciclo è già vecchia e il momentum che la sosteneva è svanito.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 9 febbraio 2018

Libero mercato, capitalismo e monopoli statali





di Richard Ebeling


Il mondo è minacciato da una rinnovata ondata di anti-capitalismo e sentimenti anti-imprenditoriali. Molti di coloro che hanno applaudito la fine del comunismo sovietico nei primi anni '90, presumevano che il libero mercato e l'impresa competitiva avrebbero vinto la battaglia nel mondo delle idee.

Negli ultimi venticinque anni è diventato chiaro che sono riemersi gli stessi argomenti fuorvianti contro il libero mercato, come un vampiro ideologico in attesa di rialzarsi dalla tomba intellettuale e drenare il libero mercato della sua linfa vitale mediante una maggiore burocrazia.

Una di queste idee sbagliate più persistenti è la convinzione che se lasciati a sé stessi, i mercati competitivi tendano a determinare una concentrazione della ricchezza, una disuguaglianza di reddito e uno sfruttamento dei lavoratori.

L'esempio più recente è un articolo di Joseph E. Stiglitz, Premio Nobel per l'economia del 2001, che è apparso sul sito Project Syndicate. Stiglitz è uno di quei pensatori che sembra vedere un "fallimento del mercato" dietro ogni angolo e raramente un intervento statale non è stato di suo gradimento.



Due modi di guardare al processo del libero mercato

Egli contrappone due punti di vista diversi riguardo l'economia di mercato. Un punto di vista facente riferimento ad Adam Smith e a quelli che hanno seguito le sue orme intellettuali nel corso degli ultimi 250 anni, sostiene che la libertà, la prosperità, e il reddito netto siano generalmente assicurati un presenza di un mercato aperto e competitivo, con impedimenti statali minimi.

L'altra "scuola di pensiero", che Stiglitz non identifica con nessuno pensatore del passato, "prende come punto di partenza il 'potere', tra cui la possibilità di esercitare un controllo di monopolio o, nel mercato del lavoro, per affermare la propria autorità sui lavoratori". "Gli studiosi in questo campo si sono concentrati su come nasce il potere, come viene conservato e rafforzato, e altre caratteristiche che possono impedire ai mercati di essere competitivi. I lavori sullo sfruttamento derivante da asimmetrie informative sono un importante esempio".

Il professor Stiglitz insiste sul fatto che questo secondo approccio abbia dimostrato la sua intuizione: il controllo rustretto sul mercato e la disuguaglianza di reddito in settori del mercato come la finanza, le banche, la televisione via cavo, l'assistenza sanitaria, il settore farmaceutico, l'agro-alimentare e altri ancora.

Questa concentrazione di potere e ricchezza, sostiene Stiglitz, è anche dimostrata, storicamente, nei mercati del lavoro in cui molti gruppi "minoritari" erano svantaggiati. "L'oppressione dei grandi gruppi, gli schiavi, le donne e le minoranze di vario tipo, sono casi evidenti in cui le disuguaglianze sono il risultato di rapporti di potere [del mercato]".

La sua conclusione, quindi, non dovrebbe sorprenderci. Se il capitalismo competitivo conduce al suo opposto, il capitalismo monopolistico, allora la regolamentazione è essenziale per conservare una società libera, prospera e "socialmente giusta". O come conclude il suo articolo il professor Stiglitz: "Ma se i mercati si basano sullo sfruttamento, la logica del laissez-faire scompare. Infatti, in tal caso, la battaglia contro il potere radicato, non è solo una battaglia per la democrazia, ma è anche una battaglia per l'efficienza e la prosperità condivisa."



La teoria di Karl Marx sullo sfruttamento del lavoratore

L'economista più famoso del XIX secolo per aver insistito sul fatto che il capitalismo conduce al monopolio e allo sfruttamento, è stato Karl Marx. Egli è il pensatore che Stiglitz evita di menzionare per nome. Marx sosteneva d'aver portato alla luce "le leggi dell'evoluzione storica", le quali, come le leggi fisiche della natura, pongono la storia umana su una traiettoria che ha trasformato la società dal feudalesimo al capitalismo e avrebbe dovuto culminare col trionfo del socialismo e un mondo comunista post-scarsità.

Marx insisteva che gli imprenditori, nella loro ricerca del profitto, sono portati ad investire in macchinari industriali che risparmiano lavoro. Ciò comporta due conseguenze. In primo luogo, in questa gara competitiva per i profitti attraverso l'industrializzazione, alcuni imprenditori privati sarebbero spinti fuori dal mercato, e le loro imprese verrebbero acquistate da quei capitalisti sopravvissuti alla tempesta del mercato. Poiché questo processo si ripete, ci sarebbero sempre meno imprenditori privati, e la proprietà privata delle imprese rimarrebbe nelle mani di pochi. Quindi, secondo Marx, la competizione di mercato porta alla concentrazione della proprietà e della ricchezza nelle mani di un numero ridotto di proprietari di imprese.

In secondo luogo, man mano che le macchine sostituiscono i lavoratori, ci sono sempre meno posti di lavoro per tutti coloro che necessitano di un'occupazione per sfamare sé stessi e le loro famiglie. I lavoratori, il "proletariato" nel gergo marxista, viene rimpinguato da quegli imprenditori spinti fuori dal mercato dalla suddetta concentrazione di proprietà e ricchezza.

I lavoratori che competono per un numero decrescente di posti di lavoro, provocano un abbassamento dei salari e una diminuzione del tenore di vita per la stragrande maggioranza della popolazione. Emerge, quindi, una disuguaglianza crescente tra la maggior parte dei membri della società e la manciata di capitalisti ricchi, o come è diventato di moda descriverli al giorno d'oggi, "l'uno per cento".

Infine, nella versione marxista di questa teoria, gli operai si ribelleranno e rovesceranno la manciata di sfruttatori capitalisti, e arriverà la nuova alba del progressismo storico: il socialismo, con lo stato che possiede, gestisce, e pianifica centralmente le risorse e le imprese della società in nome del "popolo".



Gli errori di Marx e i benefici dal capitalismo liberale

Negli ultimi duecento anni sia la teoria economica sia gli eventi della storia economica hanno mostrato gli errori e le assurdità di queste teorie. Invece di un mondo sociale bi-polare composto da una manciata di "ricchi" e una massa di "poveri", il capitalismo industriale e finanziario ha visto l'emergere di quella che è diventata nota come "classe media", i cui numeri sono fuoriusciti dalle file dei poveri dell'era pre-capitalista.

La filosofia politica del liberalismo classico, che ha guadagnato terreno intellettuale nei secoli XVIII e XIX, chiedeva la fine della monarchia assoluta e la creazione di un governo costituzionalmente limitato. Sposava la fine dei privilegi governativi e dei favori elargiti ad un gruppo ristretto di persone al servizio del re, tra cui i monopoli legali che impedivano la concorrenza sul mercato.

Il liberalismo classico chiedeva la fine della schiavitù, l'emancipazione delle donne e la parità dei diritti individuali alla vita, alla libertà e alla proprietà onestamente acquisita.

Le barriere commerciali nazionali e internazionali furono ridotte o abolite, aprendo il campo ad una libera concorrenza di mercato. Un governo più piccolo e molto meno intrusivo determinava un basso onere fiscale, lasciando più ricchezza nelle mani dei privati.

Rispetto e applicazione dei diritti della proprietà privata; mercati aperti e concorrenziali per tutti coloro con visioni imprenditoriali di come produrre e vendere più beni e servizi, migliori e meno costosi, ai consumatori; mercati del lavoro liberi in cui esiste la possibilità di cercare un lavoro retribuito ovunque le condizioni siano più attraenti; e un settore finanziario con mezzi per realizzare investimenti industriali costosi, i quali creano posti di lavoro e ampliano le capacità produttive della società.



Il capitalismo ha creato una classe media prospera

Val la pena sottolineare l'ultimo punto. Durante la maggior parte della storia umana, la stragrande maggioranza delle persone che provava a risparmiare qualcosa dai propri magri guadagni, era fortunata se poteva nascondere alcune monete d'oro o d'argento.

Ma lo sviluppo del settore bancario moderno permise anche a quelli con modesti risparmi di metterli da parte in un istituto finanziario, il quale offriva un interesse sui loro depositi. Queste istituzioni finanziarie potevano raggruppare una grande quantità di risparmi. Poi incanalavano questi risparmi a favore di imprenditori che non avrebbero mai potuto finanziare i loro sogni attraverso i propri redditi.

Dai profitti guadagnati dai mutuatari di successo, arrivarono ​​i mezzi monetari per ripagare ciò che era stato preso in prestito più gli interessi concordati. Questi interessi attivi maturati dalle banche pagavano sia gli interessi dovuti ai depositanti e aumentavano il capitale delle banche affinché sviluppassero la loro capacità di prestare ad un numero crescente di mutuatari intraprendenti.

La crescita delle imprese private venne resa possibile grazie ai risparmi dei "lavoratori", i quali guadagnavano interessi sui loro conti di risparmio, e grazie al reinvestimento di parte degli utili delle imprese di successo, le quali potevano attingere ulteriormente dal bacino dei lavoratori per creare nuovi posti di lavoro.

Allo stesso tempo, gli investimenti in macchine, strumenti e dispositivi nuovi e migliori aumentavano la produttività di ogni lavoratore e contribuivano ad aumentare i salari dei lavoratori.

Naturalmente i salari di ogni tipo di lavoro non aumentavano tutti contemporaneamente e nella stessa misura. Ma nel corso dei decenni del XIX e XX secolo, i mercati competitivi e relativamente liberi mostrarono la menzogna a tutti gli scettici come Karl Marx, i quali affermavano che "i lavoratori" erano condannati alla povertà, all'indigenza e alla disperazione. Il capitalismo competitivo liberò l'umanità dalla sussistenza e dalla fame, facendole speriemtnare un'inimmaginabile comodità che anche i re del passato non avrebbero mai potuto concepire.



Joseph Stiglitz e l'informazione asimmetrica

Joseph Stiglitz, inutile dirlo, non è un marxista o un socialista, e sarebbe ingiusto suggerire che lo sia. La sua tesi sulle ingiustizie del capitalismo e sullo sfruttamento si basa in parte sulla sua teoria della "informazione asimmetrica" ​​e come permetta agli imprenditori privati ​​di trarre vantaggio dai consumatori e dai lavoratori. Infatti questa teoria lo ha aiutato a guadagnare il premio Nobel per l'economia nel 2001.

Un elemento centrale nella sua teoria è che non tutti gli individui sul mercato possiedono lo stesso tipo o grado di conoscenza. Alcune persone sanno cose che altre non sanno. E queste informazioni "privilegiate" possono permettere ad alcuni di "sfruttare" gli altri. Per esempio, un produttore conosce molto di più la qualità e le caratteristiche di un determinato prodotto che offre sul mercato rispetto alla maggior parte degli acquirenti interessati ad acquistarlo.

Informando o no il potenziale acquirente su tutte le qualità e le caratteristiche del suo prodotto, egli può creare una falsa impressione che spinge il consumatore a pagare un prezzo più alto per suddetto prodotto, quando invece la sua domanda diminuirebbe se fosse a conoscenza di tutte le informazioni.



I mercati integrano e coordinano la conoscenza decentrata

Non vi è dubbio che in un sistema di divisione del lavoro vi sia anche una divisione della conoscenza, ma questo è un tema del processo di mercato spiegato molto tempo fa dagli economisti "Austriaci", in particolare da Friedrich A. Hayek, anch'egli insignito del premio Nobel per l'economia nel 1974.

Gli Austriaci hanno a lungo sottolineato che la concorrenza è una "procedura di scoperta", attraverso la quale gli individui scoprono cose mai conosciute o immaginate prima. La rivalità pacifica del mercato crea gli incentivi affinché gli imprenditori siano incessantemente attenti alle opportunità di profitto che gli altri o hanno perso o hanno ignorato. Ciò che prima era sconosciuto o appena percepito diventa visto e capito, e poi trasformato in prodotti nuovi, migliori e meno costosi offerti ai consumatori.

Lo scopo dei mercati concorrenziali e dei prezzi è proprio quello di fornire un modo per integrare e coordinare la conoscenza dispersa e decentrata in ogni società.

Questo mercato competitivo ha creato il modo di ridurre e superare l'asimmetria del consumatore rispetto alla conoscenza particolareggiata del venditore per quanto riguarda le qualità e le caratteristiche di determinati prodotti, e in tal modo di ridurre la possibilità di "sfruttare" ciò che il venditore può conoscere a scapito degli acquirenti.



Il significato della ricerca delle merci e il giudizio sulla qualità dei prodotti

Nello spiegare come i mercati ci riescano, gli economisti a volte distinguono tra due tipi di prodotti offerti e venduti sul mercato: merci ricercate e merci di esperienza.

Le merci ricercate sono quelle che possono essere esaminate e giudicate dal potenziale acquirente prima di un acquisto. Per esempio, supponiamo che un supermercato dica di possedere banane perfettamente mature. Un consumatore può entrare nel supermercato e giudicare se la qualità della merce corrisponda a ciò che è stato promesso nella pubblicità.

Se l'esame mostra che le banane sono o verdi o marroni, il consumatore andrà via senza spendere un centesimo. Con una pubblicità incorretta, oppure straordinariamente esagerata, l'azienda corre il rischio di perdere non solo la vendita, ma anche la sua reputazione. In più questa persona può dire agli altri come è andata la sua "ricerca", cosa che potrebbe diffondere una bassa reputazione tra gli acquirenti senza che si scomodino a verificare loro stessi.

Ciò crea un incentivo affinché i venditori dicano il "vero nella pubblicità", o altrimenti perderanno alcuni dei loro clienti abituali da cui dipende la loro redditività di lungo termine.



Il significato delle merci d'esperienza e la salvaguardia del mercato

Le merci d'esperienza sono quei beni la cui qualità e caratteristiche non possono essere pienamente conosciute ed apprezzate senza utilizzare il prodotto in questione per un periodo di tempo. Pensate ad un'automobile; si può fare un test drive, ma il giudizio sulla sicurezza, l'affidabilità e la gestione non può essere emesso senza guidare la vettura in varie condizioni atmosferiche e di traffico per un certo periodo di tempo. O pensate ad un materasso; vi ci sedete e ci rimbalzate sopra, o vi ci allungate e vi ci sdraiate nello showroom del negozio, ma non potete sapere per davvero se vi fornirà un sonno confortevole e riposante ogni notte prima che sia trascorso un certo periodo di tempo.

Lo stesso vale per molti prodotti, quali gli elettrodomestici, per esempio. La risposta del mercato competitivo a questa conoscenza incerta e imperfetta dal lato dei potenziali acquirenti è stata il sistema delle garanzie, le quali consentono all'acquirente di restituire il prodotto dopo un certo periodo di tempo e vedersi rimborsato in denaro, o con la sostituzione del prodotto senza alcun costo aggiuntivo.

È nell'interesse personale del venditore assicurarsi che il prodotto sia quello che è stato promesso e che sia affidabile nel suo funzionamento e nelle prestazioni. Come già detto, il venditore o il produttore corrono il rischio di perdere la loro reputazione. Inoltre, qualora emergesse la necessità di soddisfare una garanzia, il produttore o il venditore dovrebbero sobbarcarsi il costo della sostituzione dell'unità restituita.



L'incertezza del mercato e il franchising

Ma che dire di quelle situazioni in cui la reputazione di una impresa o del suo marchio è sconosciuta? Per esempio, si supponga che siate in viaggio per lavoro o per vacanza e passate in città dove è raro che ritornerete.

Avete fame e necessitate di un posto dove stare per la notte. Come è possibile conoscere la qualità del ristorante "Joe's Greasy Spoon", o che il materasso del "Bates Motel" sia senza cimici?

Il libero mercato ha fornito informazioni ai consumatori sulle qualità e le caratteristiche di tali prodotti e servizi affinché si potesse superare questa conoscenza imperfetta grazie alle catene di negozi e al franchising. Potrete anche non mangiare o dormire di nuovo in quella particolare città, ma è probabile che mangerete e dormirete lontano da casa in futuro.

La vista della famosa M del McDonald's o il simbolo di un IHOP (International House of Pancakes) vi fornisce informazioni sulla qualità e sulla varietà degli alimenti che potete acquistare in uno qualsiasi dei loro stabilimenti, indipendentemente che si trovi negli Stati Uniti o in altre parti del mondo. Lo stesso vale per un Motel 6, o un Holiday Inn Express o un Embassy Suites, o un hotel della famiglia Hilton.

È possibile che non ritornerete più in quel particolare McDonald o Holiday Inn, ma se viaggiate mangerete o passerete la notte in un altro franchising di tali società. E la reputazione delle società satelliti è importante per la "casa madre". Ogni catena di negozi e franchising deve soddisfare gli standard di qualità e la varietà che consentono al consumatore di avere un alto grado di fiducia e conoscenza quando entra in uno qualsiasi di questi stabilimenti, indipendentemente da dove si trovino.

Cosa rende questa pratica tanto popolare e sfruttata? La concorrenza del mercato e il profitto.



"Concorrenza perfetta" & il processo competitivo

Stiglitz usa la fallacia dell'uomo di paglia per quello che in economia è noto come modello della "concorrenza perfetta". Si presume che un mercato sia veramente "competitivo" quando è presente un gran numero di venditori, i quali sono troppo piccoli per influenzare il prezzo di mercato e ciascun venditore offre un prodotto la cui qualità è esattamente quella venduta dai suoi concorrenti; e ogni acquirente sa già tutte le informazioni conosciute anche da tutti i venditori.

Friedrich Hayek ha dimostrato la fallacia di questo argomento 70 anni fa, quando tenne una conferenza sul tema "Il significato della concorrenza" il 20 maggio 1946 presso la Princeton University. Spiegò che la natura stessa di un mercato veramente competitivo è quella in cui i rivali cercano di migliorare la qualità dei prodotti offerti ai consumatori, e cercano di escogitare modi per abbassare i costi dei loro prodotti per poterli offrire a prezzi inferiori e quindi scalzare i loro concorrenti. Questo è ciò che rende dinamica la competizione di mercato, in cui beni e servizi vengono migliorati e resi meno costosi ai membri della società.

Per gli economisti come Joseph Stiglitz, cercare di offrire prodotti a prezzi diversi rispetto ai propri rivali, o con qualità e caratteristiche differenti rispetto a quelli venduti dai concorrenti, è un segno di "fallimento del mercato", di prassi di mercato "imperfetta" o "monopolistica". Ma per gli economisti come Friedrich Hayek, tale concorrenza di prezzo e di produzione è l'indicazione essenziale della vitalità del processo concorrenziale.

La concorrenza del mercato, come espressa da Hayek, non ha bisogno di un gran numero di concorrenti per essere "veramente" competitiva. Ciò che è necessario è l'assenza di barriere politiche o legali che si frappongono tra i potenziali concorrenti sia in patria che all'estero. Dal punto di vista economico la concorrenza del mercato abbraccia il mondo, indipendentemente da quali siano i confini politici tracciati dagli stati.



I "fallimenti del mercato" di Stiglitz sono in realtà forme di capitalismo clientelare

E questo ci porta all'errore cruciale nell'argomentazione di Stiglitz, relativa al "monopolio" nei mercati ed ogni conseguente disuguaglianza "ingiusta" della ricchezza.

Ogni esempio che propone per descrivere tale concentrazione di "potere di mercato" – finanza e banche, televisione via cavo, assistenza sanitaria, farmaceutica, agro-alimentare – sono tutti esempi in cui la concorrenza è stata disturbata dalla mano paternalistica e normativa dello stato. Non è il mercato che ha "fallito" in questi angoli dell'economia, ma piuttosto è la presenza e la pervasività dello stato interventista.

Ma anche questo atteggiamento è tipico di critici del libero mercato come il professor Stiglitz. Essi definiscono ingannevolmente "fallimenti del mercato" esempi che non rappresentano affatto un mercato libero e competitivo, ma incarnano il "capitalismo clientelare" in base al quale gruppi di pressione hanno interagito con politici e burocrati per manipolare il mercato a proprio vantaggio e a scapito dei consumatori. In questo modo impediscono a potenziali concorrenti l'ingresso in settori dell'economia in cui avrebbero potuto guadagnare quote di mercato e fare profitti, offrendo di conseguenza merci migliori a prezzi inferiori rispetto ai loro rivali privilegiati.



I truffatori ci saranno sempre, ma il libero mercato li limita

Ovviamente esistono truffatori, imbonitori e imbroglioni. Esistevano nell'antica Atene così come esistono anche oggi. Ci saranno sempre persone che cercheranno di ottenere in modo disonesto ciò che altri hanno, soprattutto quando questo modo sembrerà più facile e meno costoso rispetto alla produzione e al commercio onesto.

La questione non è se la natura umana possa essere trasformata per eliminare questo aspetto della sua condotta. La domanda è: esistono istituzioni di mercato ed incentivi che possono ridurre sistematicamente questo tipo di comportamento e, invece, generare interazioni umane più oneste e corrette?

E la risposta è si. In realtà, la maggior parte di questi meccanismi d'incentivazione positivi sono emersi e si sono evoluti dal processo di mercato competitivo. Queste "soluzioni di mercato" al "problema sociale" dell'informazione asimmetrica sono state scoperte dagli attori di mercato stessi affinché rappresentassero modi di guadagnare la fiducia dei consumatori e delle imprese, senza alcun comando o imposizione statale.

Il principio dell'associazione pacifica nel mercato competitivo si è dimostrata superiore alla presunzione e all'arroganza dell'ingegneria sociale statale.



L'intervento statale è la fonte dello sfruttamento del lavoratore

Inoltre se i lavoratori sono stati sfruttati in passato o sono sfruttati nel presente, e non ricevono il valore pieno per i servizi che rendono, tale è il risultato del "potere" sponsorizzato o consentito dallo stato. I sindacati hanno manipolato e truccato i mercati del lavoro, fornendo privilegi salariali e favori ad alcuni lavoratori, ma a scapito di altri lavoratori a cui viene negata l'opportunità di lavorare e di ricevere un salario.

Il salario minimo imposto dallo stato spiazza alcuni lavoratori non qualificati, lasciandoli disoccupati e costretti a fare affidamento sui programmi statali di assistenza sociale. Le normative anti-concorrenza e le relative restrizioni al libero mercato (comprese le imposte onerose per le imprese) hanno ridotto la capacità e gli incentivi del settore privato a creare posti di lavoro ed investire.

Se i lavoratori sono "sfruttati" nel mondo moderno, Stiglitz dovrebbe guardare alle politiche interventiste che egli propone e difende. Esse sono la causa primaria delle ingiustizie che egli deplora, le quali svanirebbero se solo sparisse la regolamentazione statale che tanto desidera e ammira.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 8 febbraio 2018

Minare bitcoin è costoso, proprio come l'estrazione dell'oro





di Jeffrey Tucker


La critica classica al gold standard è che era troppo costoso. Perché si sprecano risorse per attrezzarsi, scavare nelle montagne alla ricerca disperata di risorse limitate e poi stiparle nel Dipartimento del Tesoro?

È semplicemente sciocco. Sappiamo come fare i soldi: li stampiamo. È molto più economico stampare che estrarre qualcosa dal terreno. Uno standard cartaceo ci farà risparmiare un'enorme quantità di risorse che potranno essere dirottate per altri scopi.

C'è una certa plausibilità in fin dei conti. Sappiamo come fare affinché i sostituti del denaro sembrino funzionare altrettanto bene come quello che chiamavamo propriamente denaro. I costi delle operazioni minerarie sono enormi e la scoperta di nuovi depositi deve essere finanziata; senza contare che drena risorse finanziarie e temporali, tutto per trovare ciò che sappiamo funzionerà peggio rispetto a carta e inchiostro.



Keynes contro l'oro

J. M. Keynes era d'accordo. Scrisse una monografia nel 1923 (“A Tract on Monetary Reform”) che condannava gli stati perché svalutavano la valuta, avvertiva di instabilità monetarie dopo la guerra, e poi... sganciò una bomba alla fine del libro. Disse che il gold standard era troppo inflessibile per i tempi moderni. Doveva sparire. Si trattava di una "barbara reliquia" che doveva essere sostituita da una moneta interamente gestita dalla banca centrale.

Per decenni migliaia di economisti seguirono il punto di vista di Keynes, ognuno dei quali immaginava di essere il capo della banca centrale, pronto ad imporre la propria visione di ciò che il potere monetario poteva realizzare.

L'oro appartiene al passato, non ad un'epoca di pianificazione centrale scientifica, o almeno così si diceva. Il gold standard vecchio stile, con i suoi limiti, la sua disciplina e la sua logica, doveva essere distrutto. E così è stato, per molti decenni, fino al 1974, quando tutto ciò che ne rimaneva venne demolito.



Oro digitale

C'è una ragione per cui bitcoin viene chiamato l'oro digitale. È strutturato per operare allo stesso modo del gold standard, facendo inoltre a meno della sponsorizzazione dello stato. Non richiede una gestione centralizzata; bisogna spendere risorse per diventare il primo proprietario della risorsa iniziale; esiste un'offerta limitata; i pagamenti vengono risolti definitivamente quando effettuati. Bitcoin, quindi, è il gold standard portato all'era digitale.

Nell'estrazione dell'oro, mentre il prezzo del metallo sale, la voglia di trovare e scavare più depositi aumenta insieme ai profitti dell'industria mineraria stessa. Lo stesso accade con bitcoin. Durante la salita del suo prezzo nel 2017, le entrate per i minatori sono schizzate alle stelle. Ciò significa tristemente che anche le commissioni sono aumentate e quindi la crescente popolarità delle criptovalute alternative.




Ora stiamo vedendo che la tesi usata contro il gold standard, sta venendo usata anche contro bitcoin. Si dice che stia sprecando un'enorme quantità di energia. "La quantità di energia elettrica utilizzata dai computer per ‘minare’ bitcoin è maggiore rispetto a quella utilizzata annualmente da quasi 160 Paesi", dice Business Insider.

Salon non va controcorrente:

Ma quello che non avrebbero potuto spiegare è quanta energia elettrica avrebbe succhiato la rete di computer dietro a bitcoin. In poche parole, bitcoin sta rallentando gli sforzi per ottenere una rapida transizione dai combustibili fossili. Inoltre questo è solo l'inizio. Data la sua crescente impronta climatica, il bitcoin è uno sviluppo maligno e sta peggiorando le cose.

Ecco un grafico solo degli Stati Uniti.


Fonte: Crescent Electric


A prezzi correnti, vale la pena di minare, forse non per gli individui ma per l'intero bacino di minatori. Ma che dire per quanto riguarda i costi sociali e ambientali?



Ne vale la pena

Per cercare una risposta, rivisitiamo la tesi riguardo i costi del gold standard. Nel 1983 Roger Garrison scrisse un articolo sull'argomento. In esso sottolineava come tutti i costi fossero dei costi di opportunità: la cosa a cui si rinuncia per ottenere ciò che si ha. Il gold standard è giustamente in contrasto con lo standard cartaceo che lo ha sostituito. Quali sono i costi dello standard cartaceo? Questa è la domanda giusta da porsi qualora si vogliano valutare i costi reali del gold standard.

I presunti costi di un gold standard possono essere identificati confrontandolo con uno standard cartaceo. Tali confronti, però, non forniscono mai una solida base per la scelta tra disposizioni istituzionali alternative. Il confronto mette in evidenza tutti i costi rilevanti di uno standard cartaceo. Se gli standard cartacei fossero amministrati da autorità angeliche il cui unico obiettivo fosse ridurre al minimo lo squilibrio indotto dal denaro, la scelta tra un gold standard e uno standard cartaceo sarebbe molto meno consequenziale di quanto non sia in realtà. Ma gli standard cartacei attuali hanno anch'essi dei costi. E come c'insegna la storia, l'entità e la costosità degli aggiustamenti dei prezzi al rialzo nell'ambito di uno standard cartaceo oltrepassano la grandezza e la costanza degli aggiustamenti dei prezzi al ribasso in un gold standard.

Inoltre:

I costi reali dello standard cartaceo dovrebbero prendere in considerazione (1) i costi imposti alla società quando diverse fazioni politiche tentano di ottenere il controllo della stampante, (2) i costi imposti dai gruppi con interessi particolari nei loro tentativi di persuadere il controllore della stampante a fare un uso improprio della sua autorità (stampare più denaro) a loro beneficio, (3) i costi sotto forma di errate allocazioni delle risorse indotte dall'inflazione che si verificano in tutta l'economia a seguito dell'autorità monetaria che soccombe alle pressioni politiche degli interessi particolari e (4) i costi sostenuti dagli imprenditori nei loro tentativi di prevedere ciò che l'autorità monetaria farà in futuro e coprire le probabili, ma incerte, conseguenze dell'irresponsabilità monetaria.

Quindi i costi dello standard cartaceo includono il rischio d'inflazione, l'opportunismo politico, l'esplosione del debito pubblico, la vasta espansione del potere statale, la costruzione di cartelli, la politicizzazione del denaro, la distruzione di risparmi e investimenti (con tassi d'interesse a zero) e l'aumento di cicli di boom/bust.

L'esperienza con bitcoin mette in evidenza gli altri costi. Bitcoin lavora su una base senza fiducia, la quale non richiede credito o identità. Ciò rende bitcoin molto più inclusivo tra le popolazioni al di fuori del sistema bancario. Non vi è alcuna possibilità di frode sull'identità. Non c'è possibilità che qualcuno agisca al posto vostro per spendere i vostri soldi. Per evitare tutto questo nei confronti del denaro nazionale e dei sistemi di pagamento esistenti, il settore bancario spende fino a $11 miliardi, cinque centesimi ogni cento dollari spesi.



Sistemi di pagamento

Anche così, è un disastro per le vostre finanze personali. Spendete i vostri soldi in un modo insolito, e quasi sicuramente riceverete un monito dalla vostra compagnia di carte di credito. Anche così, ogni tot. anni, le vostre carte vengono dichiarate rubate e dovete prenderne una nuova, oltre a cambiare i numeri su ogni sito web di commercianti online. Se lo avete fatto per 10 o 15 anni, c'è un'enorme pila di carte di credito defunte sui vostri siti web.

Oltre ai problemi riguardo i sistemi di pagamento, ci sono i problemi del sistema monetario nazionalizzato, il quale è così dispersivo e confuso che nessuno sa per certo se siamo in un boom, o in un bust, o in entrambi. L'incertezza nella politica della FED ha raggiunto proporzioni epiche e in retrospettiva fa sembrare ridicola la fiducia espressa da Keynes.

Inoltre minare bitcoin non è un'imposizione arbitraria. È un fallacia credere che i costi elettrici siano uno spreco. C'è del lavoro da fare per confermare le transazioni e gestire il protocollo. Questo sarà vero fino a quando qualcuno non riuscirà a trovare un altro sistema.

In sintesi, se paragonate i costi giganteschi del sistema monetario cartaceo con la versione aggiornata del gold standard, i costi dell'estrazione di bitcoin non sembrano poi così alti. L'acquisizione di qualsiasi risorsa degna di essere acquisita comporta un costo. La cartamoneta cosa molto poco da produrre e ha distrutto così tanto per tanti secoli. Tutte le lamentele sui costi dell'estrazione di bitcoin dovrebbero essere considerate alla luce di ciò.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/