Voglio aggiungere maggiore contesto al pezzo di oggi di Lacalle, il quale si occupa degli aspetti più tecnici della faccenda. Io mi occuperò degli aspetti più strategici e geopolitici. Infatti Bruxelles è stata tutto un fermento sin dalla Conferenza di Monaco e il discorso di Rubio. Ricordate Mitt Romney? Era diventato senatore dallo Utah per i Repubblicani. Non faceva mancare un voto al proprio partito di appartenenza... fino a quando, però, non bisognava votare per le cose importanti. Lì c'era la defezione. Vediamo questo pattern ripetersi oggi anche con politici come Massie, il quale adotta lo stesso modello usando il feticcio dei “principi”. La costruzione di personaggi del genere e il loro inserimento in particolari contesti rientra nella categoria di asset legati all'intelligence, perché non si può essere talmente tanto strategicamente stupidi a meno che non sia esattamente questa la strategia di fondo. Allora si capisce che l'asset in questione è eterodiretto da qualcun altro. Questo discorso è sovrapponibile alla condotta di John Roberts, ad esempio, membro della Corte Suprema, il quale ha deluso la nazione quando c'era più bisogno di lui. Che sia un asset della cricca di Davos credo ci siano pochi dubbi a riguardo. Trump sapeva benissimo che la strada che ha percorso avrebbe causato qualche grattacapo giuridico, ma l'ha fatto perché era quella più veloce, politicamente ed economicamente, per bruciare le tappe e agire come maglio idraulico contro gli avversari degli USA. Le opzioni che ha adesso Trump sono altrettanto efficaci, ma più lente. Cui prodest? Chi trae beneficio dalla decisione della Corte Suprema? A chi stanno più a cuore i flussi di capitali mondiali in questo momento? Gli Stati Uniti vengono danneggiati e di certo non sono gli “ebrei” a guadagnarci. Chi ci guadagna sono City di Londra e Bruxelles, disperati per congelare il flusso dei capitali mondiali e impedire che lascino in massa i loro confini. Due cose mi sono subito saltate all'occhio di fronte a quella che sembrava una vittoria della cricca di Davos in questa battaglia: la sentenza della Corte Suprema è avvenuta a mercati cinesi chiusi e oro/argento hanno chiuso al rialzo. Non proprio un segnale di sfiducia nei confronti dei mercati americani, soprattutto perché Trump ha fatto in un anno più di quello che hanno fatto i precedenti presidenti sin da Reagan. Il grado di cambiamento dietro le quinte è enorme a livello di Dipartimenti e burocrazia: vi basti pensare, ad esempio, come SEC e CFTC adesso agiscano sotto l'Office of Management and Budget e non più come organi indipendenti (lo smantellamento della dottrina Chevron è stata cruciale per impedire alle burocrazie statunitensi di vivere di “vita propria” senza alcun meccanismo di “pesi e contrappesi”); lo stesso dicasi per la riorganizzazione di Tulsi Gabbard a livello di servizi di intelligence. Tutti questi sistemi, tutte queste burocrazie sono avversi al cambiamento e facilmente recrutabili come cavalli di Troia. Faranno di tutto per rallentare il processo di rimodellamento, America First, portato avanti dall'amministrazione Trump. Come avete già avuto modo di leggere in altri due pezzi pubblicati in precedenza, “Da qui in avanti il gioco diventa più pericoloso” e “Senza esclusione di colpi: dinamiche geopolitiche ed economiche scremate dal rumore di fondo”, la guerra tra Stati Uniti e cricca di Davos/City di Londra sta scalando marcia. Per quanto possa sembrare sconfortante la sentenza della Corte Suprema riguardo i dazi, c'è un'altra questione forse ancora più importante dei dazi che addirittura potrebbe far cadere la necessità di far approvare il SAVE Act: la revisione del Voting Right Act.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/sentenza-shock-della-corte-suprema)
La reazione dei mercati alla sentenza della Corte Suprema sui dazi ha esagerato gli aspetti negativi e ignora le opzioni dell'amministrazione Trump.
I mercati stanno reagendo in modo scomposto alle notizie sul buco finanziario da $175-200 miliardi nei presunti rimborsi. Tuttavia la sentenza della Corte Suprema apre un processo lungo, stretto e ciononostante gestibile, non un'imminente crisi fiscale.
Nei giorni successivi all'annullamento dei dazi imposti da Trump, molti analisti hanno trasformato una complessa sentenza legale in una storia semplice, affermando che Washington avrebbe presto dovuto rimborsare fino a $200 miliardi. I premi di rischio sui titoli del Tesoro sono aumentati, oro e argento sono saliti alle stelle e alcuni commentatori hanno lanciato l'allarme per un imminente shock nel bilancio statunitense che avrebbe fatto impennare il debito pubblico.
La sentenza della Corte Suprema implica che il Dipartimento del Tesoro sia tenuto a rimborsare ogni dollaro riscosso dall'introduzione di questi dazi? La realtà è molto più complessa.
L'amministrazione statunitense ha molte opzioni per mantenere la sua politica commerciale.
La Corte Suprema non dichiara illegali nessuno degli accordi commerciali concordati, né i meccanismi dei dazi. Le amministrazioni Biden, Obama, Bush e Clinton hanno tutte implementato dazi in passato. Inoltre se un Paese decidesse di rifiutare gli accordi firmati, il che è improbabile, l'amministrazione può utilizzare la Sezione 122 del Trade Act del 1974 per imporre dazi al 10% per 150 giorni, come già annunciato. Questa sottosezione consente dazi o supplementi all'importazione in caso di emergenza legata alla bilancia dei pagamenti. Inoltre la Sezione 338 del Tariff Act del 1930 consente dazi fino al 50% sui Paesi che discriminano il commercio statunitense, mentre la Sezione 232 utilizza le indagini del Dipartimento del Commercio per imporre dazi su prodotti specifici e la Sezione 301 prende di mira Paesi e settori dopo le indagini dell'USTR su pratiche irragionevoli.
Tutte le amministrazioni precedenti hanno utilizzato questi meccanismi in passato. Biden, infatti, ha mantenuto tutti i dazi imposti dalla prima amministrazione Trump.
Quando esaminiamo la decisione della Corte Suprema, ci rendiamo conto che l'attenzione è rivolta più al modo in cui sono stati annunciati i dazi piuttosto che ai meccanismi delle controversie commerciali e dei dazi stessi.
Il rischio di un rimborso esiste, ma i tempi sono lunghi, l'importo effettivo è probabilmente molto inferiore a $200 miliardi e l'economia statunitense può facilmente assorbirlo. Infatti l'esito della sentenza della Corte Suprema potrebbe non comportare alcuna modifica agli accordi commerciali esistenti.
L'opinione pubblica ha scritto ampiamente lamentandosi dei dazi di Trump. Tuttavia non ho letto nulla sul sistema CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) dell'UE, un gigantesco schema costellato di dazi progettato solo per aumentare i prezzi. Il CBAM è il sistema più protezionistico visto nel commercio globale da anni, nascosto dietro la scusa della “anidride carbonica” per imporre un sistema fiscale mostruoso.
I dazi non sono un'invenzione di Trump; sono la norma nel commercio globale. Gli attuali accordi commerciali si sono dimostrati positivi per il commercio mondiale, la crescita e tutte le parti coinvolte. Annullare questi accordi sarebbe estremamente negativo per tutte le nazioni esportatrici. Inoltre un dazio globale del 10% ai sensi della Sezione 122 potrebbe fruttare $300-400 miliardi all'anno, rispetto agli attuali introiti doganali di oltre $200 miliardi nel 2025 e $77 miliardi nel 2024.
I Paesi che hanno firmato accordi commerciali con gli Stati Uniti dovrebbero essere prudenti nel non violare gli accordi esistenti, poiché i nuovi dazi doganali, successivi alla sentenza della Corte Suprema, aumenterebbero e nessuna nuova amministrazione cambierebbe la situazione, come è successo con Biden.
La Corte Suprema ha stabilito che l'uso specifico dei poteri di emergenza (IEEPA) per imporre determinati dazi è illegale, ma non ha emesso un ordine di rimborso di quelli riscossi.
Secondo gli avvocati commercialisti, la sentenza apre la strada a possibili contestazioni, ma non significa che il governo federale debba restituire ogni dollaro. C'è un'enorme differenza tra stabilire che una misura era illegale e ottenere un rimborso da parte di tutti gli importatori interessati.
Solo gli esportatori che hanno preservato i propri diritti, tra cui proteste, sospensioni della liquidazione e dichiarazioni presentate tempestivamente, possono realisticamente richiedere rimborsi. La maggior parte delle aziende probabilmente sceglierà di non adire le vie legali. Inoltre gran parte della filiera ha già assorbito il costo dei dazi, il che offre scarsi incentivi a contestarli.
Solo una piccola parte delle aziende ha intentato cause in precedenti controversie commerciali e un gruppo ancora più piccolo ha recuperato l'intero importo versato. Non si tratta di un rimborso fiscale universale; si tratta di un processo complesso e legalmente impegnativo a cui molte aziende hanno già perso l'opportunità di accedere.
Esiste un'enorme differenza tra l'importo totale dei dazi riscossi, circa $200 miliardi, gli importi legalmente rivendicabili e depositati, e i rimborsi dopo contenziosi, accordi e dinieghi.
Per gli esportatori tentare di rivendicare i dazi riscossi potrebbe rappresentare una sfida legale ardua e una decisione commerciale rischiosa, poiché potrebbe comportare perdite superiori alle loro richieste.
I casi torneranno ora alla Corte del Commercio Internazionale e ai tribunali di grado inferiore. Ogni richiesta dovrà essere elaborata, discussa e decisa, e saranno possibili ricorsi. Le controversie commerciali e doganali possono durare anni. Ciò che alcune banche considerano una cifra importante (un rimborso da $200 miliardi) si trasformerà probabilmente in un costo fiscale netto molto più basso, probabilmente inesistente. Inoltre molte di queste aziende correranno probabilmente il rischio di perdere l'accesso al redditizio mercato statunitense durante il lungo e complesso processo di contenzioso.
Anche se il rimborso netto fosse di $100-150 miliardi, suddiviso in tre-cinque anni, si tratterebbe in media di $20-50 miliardi all'anno. In termini di bilancio federale, una cifra irrisoria.
Con un PIL di oltre $30.000 miliardi, anche un rimborso da $150 miliardi equivarrebbe ad appena lo 0,5% della produzione statunitense. Inoltre l'imposizione di un dazio globale del 10% genererebbe, secondo le stime, oltre $300 miliardi all'anno, ovvero il 50% in più rispetto all'importo dichiarato dai giornali come possibile rimborso.
Nel frattempo l'economia statunitense si sta rafforzando, con il PIL del settore privato nel quarto trimestre in aumento del 2,4% grazie a consumi e investimenti robusti, mentre la spesa pubblica sta diminuendo, il che sottrae un punto percentuale al PIL ma è una decisione politica per controllare il debito e i deficit; l'inflazione sta diminuendo e la creazione di posti di lavoro sta accelerando, con il settore manifatturiero in espansione.
Gli investitori potrebbero temere l'incertezza giuridica in merito alle politiche commerciali, ma non un rimborso una tantum. Nonostante si parli di un buco da $200 miliardi, il vero rischio è un periodo prolungato di controversie legali, mutevoli misure tariffarie e confusione nei dati commerciali, non un precipizio fiscale. Per questo motivo credo che i partner commerciali preferiranno mantenere gli accordi esistenti piuttosto che intraprendere un lungo e doloroso contenzioso che potrebbe concludersi con un aumento dei dazi per gli esportatori.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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