La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/il-cancelliere-tedesco-avverte-del)
In una lettera ai membri della coalizione di governo, finora nota solo in frammenti, il cancelliere Friedrich Merz ha messo in guardia contro una grave crisi economica e ha chiesto riforme. Tuttavia, gli elementi del documento diffusi e citabili dalla Cancelleria non hanno rivelato alcun cambiamento rispetto alla linea già intrapresa.
Friedrich Merz ha iniziato il nuovo anno con un messaggio interno al partito. In una lettera ai membri della coalizione di governo composta dai partiti dell'Unione e dall'SPD – finora nota solo in alcuni estratti – il cancelliere ha invocato una lotta comune contro la crisi economica. Ancora una volta, ha chiesto un “anno di riforme”, dopo che il tanto annunciato “autunno di riforme” dello scorso anno gli è sfuggito di mano come sabbia.
Ancora una volta, Merz ha visto un'iniziativa retorica dissolversi nel vuoto delle dinamiche di coalizione, dinamiche che, sotto il dogma della politica del “firewall”, hanno spinto il suo governo sempre più in profondità in acque ideologiche che persino i socialdemocratici della vecchia scuola di Helmut Schmidt avrebbero probabilmente considerato inaccettabilmente a sinistra della ragione economica.
Il miracolo della comprensione
Nella sua lettera, Merz ha avvertito – e si percepisce quasi un brivido di sconcerto – che si sono verificate pericolose perdite di posti di lavoro in tutti i settori e che la situazione è drammatica. Era giunto il momento, scriveva, di favorire una nuova crescita attraverso migliori condizioni di localizzazione e di impedire che il mercato del lavoro collassasse. In breve: più concorrenza, più crescita, meno burocrazia, minori costi energetici.
Un'intuizione profonda, che sembrava essere giunta al cancelliere come in un sogno febbrile della sua “Germania ideale” ecologicamente ambiziosa.
Non è che commentatori e industria non discutano da anni delle cause della deindustrializzazione e della catastrofica situazione economica, ma la bolla ideologica di Berlino – la ristretta cerchia di ONG e media filogovernativi – hanno svolto il loro compito, preservando negli ambienti politici l'illusione del successo della transizione verde.
Com'è possibile che una crisi economica che dura da oltre sette anni – iniziata nei settori chiave dell'industria tedesca e ora infiltratasi in tutta l'economia – sia giunta alla Cancelleria con tanta urgenza solo ora? Che la Germania sia da tempo intrappolata in una spirale di deindustrializzazione non è una novità. È stata innescata da una trasformazione verde guidata da ideologie, da un'eccessiva regolamentazione e da un eccessivo carico fiscale. Va riconosciuto a Merz il merito di averlo capito. La sua soluzione, tuttavia, consiste in ulteriori sussidi per le strutture verdi in rovina; sussidi per le grandi industrie influenti sui media generalisti; slogan di resistenza e rimproveri al Mittelstand.
Eppure, persino questa diagnosi apparentemente semplice rimane incompleta, fraintesa e accuratamente celata. Nei passaggi noti della lettera, non c'è una parola sul caos migratorio che per un decennio ha trascinato al ribasso i sistemi di previdenza sociale come piombo e scosso la sicurezza interna; non una parola sulla convinzione ingenua che economie complesse possano essere guidate verso un'economia pianificata verde nello stile di Robert Habeck; non una parola sul fatto che lo Stato sociale tedesco ha prodotto oneri fiscali e contributivi che non sono più competitivi a livello internazionale.
Di fronte all'incombente catastrofe nel Donbass, il cancelliere non ricava altro che una lealtà incrollabile a Kiev, a qualunque costo. Dopotutto, non sono soldi suoi.
Coalizione senza correzione di rotta
Friedrich Merz ha già dimostrato l'anno scorso di essere pronto, in caso qualcuno avesse dubbi, a fare qualsiasi concessione pur di preservare la sua coalizione. Basti pensare alla ridenominazione del “reddito di cittadinanza” nell'invariata “sicurezza di base”: nessuno dovrà temere tagli finanziari se, dopo aver saltato due appuntamenti, riuscirà a presentarsi in tempo all'ufficio di assistenza sociale competente per ottenere la piena erogazione dei sussidi.
Il dibattito su una vera inversione di tendenza in materia di migrazione, sulle espulsioni dei migranti irregolari, è stato completamente soffocato. Assistiamo invece ad azioni individuali, pensate per attirare l'attenzione dei media, volte a nascondere il fatto che Merz, Klingbeil e i loro alleati concordano sui principi fondamentali: la politica della Commissione europea di perseguire un'economia a zero emissioni nette e una politica di frontiere aperte deve proseguire, a qualunque costo.
Conosciamo bene la diagnosi mancante e le soluzioni stereotipate: riduzione della burocrazia, prezzi agevolati per l'elettricità industriale, una vaga promessa di riduzione delle imposte sulle società per il 2028. Tutto ciò non è altro che un palliativo. I veri strumenti ideologici – dalla legge sulle catene di approvvigionamento alla legge sul riscaldamento e fino al recente aumento della tassa sulla CO₂ – vengono difesi con tutte le loro forze.
I contribuenti e le piccole e medie imprese vengono dissanguati nella speranza di raggiungere, un giorno, un Elisio verde. Merz vede lo Stato come l'attore decisivo dell'economia. I settori chiave devono essere controllati integralmente: dalle industrie culturali verdi al settore militare in espansione, fino alle materie prime, naturalmente mascherato da prodotti fallimentari come l'“acciaio verde”. Questa visione è condivisa dai partner del governo tedesco a Parigi e Bruxelles.
La fatale convinzione dell'onniscienza del pianificatore centrale sta trascinando il Paese verso il basso come piombo.
La fuga di capitali come voto con i piedi
È sorprendente con quanta sfrontatezza Friedrich Merz continui a indicare tagli fiscali e incentivi agli investimenti, nonché presunti lavori preparatori svolti dalla coalizione lo scorso anno. Abbiamo già sentito tutto questo. Alla fine, la colpa del declino ricade sempre sugli imprenditori. Che in Germania la situazione rimanga stagnante, ovviamente, non ha nulla a che vedere con l'eccessiva regolamentazione kafkiana che, solo negli ultimi tre anni, ha costretto l'economia a creare 325.000 nuovi posti di lavoro semplicemente per far fronte ai nuovi requisiti normativi.
Lo stato iper-potente è strabordante, sta diventando obeso e ora esternalizza il suo lavoro burocratico tentacolare.
In realtà, il capitale sta votando con i piedi. Anno dopo anno, la Germania perde tra i €60 e i €100 miliardi in investimenti diretti netti. Non si tratta di una coincidenza, ma di un chiaro verdetto sulle condizioni catastrofiche del territorio.
In risposta a questo salasso economico orchestrato dallo Stato, il cancelliere ha presentato il suo cosiddetto “Fondo Germania”: un fondo di investimento statale destinato a convogliare capitali privati verso settori di crescita ritenuti promettenti. Ancora una volta, un'economia pianificata, questa volta sotto le spoglie della promozione dell'innovazione. Allocazione dei capitali per decreto politico.
La crisi del debito autoinflitta, innescata dallo smantellamento del freno al debito, viene convenientemente ignorata da Merz nella sua lettera: saranno le future generazioni di politici e contribuenti a dover affrontare questo disastro.
“Fondo Germania”: quando la situazione si fa scomoda, la stessa classe politica che rifiuta categoricamente qualsiasi riferimento nazionale improvvisamente ricorre a simboli patriottici. Una manovra trasparente che si inserisce perfettamente nei giochi mediatici della Cancelleria: dal “Made for Germany” (come riportato da Apollo News) agli appelli agli imprenditori affinché investano in Germania dopo un presunto brillante lavoro preparatorio politico. Merz si atteggia ripetutamente a cancelliere favorevole alle imprese, apparentemente ignaro del fatto che la sua credibilità e la fiducia nei suoi confronti siano state da tempo dilapidate.
Friedrich Merz si comporta come un pianificatore centrale privo di una bussola ordoliberale. Il suo periodo come dirigente di facciata alla BlackRock sembra non avergli fornito l'accesso alla conoscenza segreta dei processi di mercato. Forse avrebbe dovuto studiare con il tanto criticato Javier Milei per capire che una ristrutturazione ecologica dell'economia secondo un piano statale è destinata al fallimento.
Nella prossima circolare, Merz probabilmente riproporrà il suo consueto repertorio di slogan di resistenza e luoghi comuni tipici delle piccole e medie imprese, guadagnando tempo in quella che si sta trasformando in un'inevitabile lotta contro il declino.
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[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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